La città di Dio - libro Diciottesimo: confronto delle due città nell'evoluzione storica

Sant'Agostino d'Ippona

La città di Dio - libro Diciottesimo: confronto delle due città nell'evoluzione storica
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Confronto sincronistico delle due città nell'evoluzione storica [1-26]


Gli argomenti già trattati.
1. Mi sono impegnato a scrivere sull'origine, il progresso e le rispettive competenze delle due città, una di Dio, l'altra del tempo, in cui convive, per quanto attiene al genere umano, anche la celeste in esilio. Ho prima confutato, nella misura in cui mi ha aiutato la grazia di Dio, i nemici della sua città che preferiscono i propri dèi a Cristo, suo fondatore, e con astio a loro funesto avversano spietatamente i cristiani. Ho trattato questo argomento nei primi dieci libri. Riguardo al triplice mio intento, che poco fa ho ricordato, è stata trattata l'origine di tutte e due le città nei quattro libri che seguono al decimo e la loro evoluzione dal primo uomo fino al diluvio in un unico libro, che è il decimoquinto di questa opera, e da quell'evento fino ad Abramo di nuovo tutte e due le città hanno progredito tanto nel tempo come nella mia trattazione. Ma dal patriarca Abramo fino all'epoca dei re d'Israele, argomento con cui ho condotto a termine il libro decimosesto, e da lì alla venuta del Salvatore del mondo, fino alla quale si svolge il libro decimosettimo, dal mio modo di trattare sembra che abbia progredito soltanto la città di Dio, sebbene non da sola sia progredita nel tempo ma l'una e l'altra, evidentemente nel genere umano, come dal principio, con il loro evolversi hanno differenziato le varie epoche. Ho agito così affinché, senza l'interruzione dovuta all'antitesi con l'altra città, la città di Dio apparisse più distintamente nel suo evolversi da quando cominciarono ad essere più manifeste le promesse di Dio fino alla nascita di Gesù dalla Vergine, perché in lui si dovevano verificare gli eventi preannunciati dal principio. Essa però fino alla rivelazione della Nuova Alleanza progredì non nella luce ma nell'ombra. Ora, noto che si deve eseguire ciò che avevo omesso, trattare cioè nella misura adeguata come abbia progredito dal tempo di Abramo anche la città terrena, affinché le due città si possano confrontare nella riflessione dei lettori.

Economia della città terrena.
2. 1. L'umana collettività, diffusa in ogni parte del mondo e in ambienti assai diversi, è tuttavia legata da una determinata comunanza d'un medesimo istinto naturale poiché tutti si assicurano l'utile e il dilettevole. Difatti l'oggetto che si appetisce non basta a nessuno o per lo meno non a tutti perché non è sempre lo stesso. Quindi la collettività spesso è divisa da un interno dissidio e la parte che prevale opprime l'altra. La vinta si sottomette alla vincitrice perché preferisce al potere e perfino alla libertà una tranquillità qualsiasi e la conservazione dell'esistenza 1 al punto che sono stati di grande ammirazione coloro che preferirono morire che essere schiavi 2. Difatti in quasi tutti i popoli si è fatto udire l'appello del naturale istinto sicché i vinti in quel frangente preferirono sottomettersi ai vincitori anziché essere completamente sterminati da una devastazione militare. Da ciò è avvenuto, non senza la provvidenza di Dio da cui dipende che un popolo con la guerra sia soggiogato e un altro soggioghi, che alcuni furono insigniti di dominio e altri soggetti a dominatori. Ma fra i numerosi imperi del mondo, nei quali fu distribuita la collettività dell'utile o dilettevole terreno, che con termine generico definiamo la città di questo mondo, possiamo notare che due imperi, molto più famosi degli altri, hanno avuto buon esito, prima quello di Assiria poi quello di Roma, ben collocati e distinti fra di sé nel tempo e nello spazio. Infatti come quello si è segnalato prima e questo dopo, così quello in Oriente e questo in Occidente. Inoltre alla fine del primo impero immediatamente si ebbe l'inizio del secondo 3. Considererei gli altri imperi e sovrani come appendici di questi due.

Gli imperi e le due metropoli.
2. 2. Nino fu il secondo re dell'Assiria e successe a suo padre Belo, primo sovrano di quell'impero, quando nella Caldea nacque Abramo 4. Vi era in quel tempo anche il regno assai piccolo di Sicione dal quale Marco Varrone, nell'opera La razza del popolo romano, come da un evo antico ha fatto derivare i Romani. Dai re di Sicione infatti la razza è giunta agli Ateniesi, da essi ai Latini e poi ai Romani 5. Ma prima della fondazione di Roma, nel confronto con l'impero di Assiria, questi sono fatti di poco rilievo, sebbene anche Sallustio, storico romano, ammette che in Grecia Atene si distinse, però più nella fama che nella realtà storica. Parlando di essa dice: Le conquiste civili di Atene, come io ritengo, furono rilevanti e illustri, ma meno importanti di come sono celebrate dalla fama. Ma poiché in essa fiorirono letterati di grande ingegno, in tutto il mondo la civiltà di Atene viene considerata fra le più grandi. Così il pregio di coloro che l'hanno realizzata è considerato eccellente in proporzione al modo con cui l'hanno potuto esaltare singolari capacità mentali 6. Si aggiudica a questa città la non piccola gloria anche da parte della letteratura e filosofia perché vi fiorirono in modo singolare queste attività. Per quanto riguarda l'impero, nell'evo antico non ve ne fu alcuno più grande di quello dell'Assiria né così esteso di territorio. Si dice che il re Nino, figlio di Belo, aveva assoggettato fino ai confini della Libia tutta l'Asia, che per numero è una delle tre parti del mondo, ma in estensione la metà 7. Verso Oriente soltanto sull'India non dominava, tuttavia alla morte di Nino la moglie Semiramide l'assoggettò con una guerra 8. Avvenne così che in quelle parti ogni popolo e re erano sottomessi all'impero e alla giurisdizione dell'Assiria e ne eseguivano ogni ordine. Abramo nacque in quell'impero nella Caldea al tempo di Nino. Però la storia della Grecia ci è molto più nota di quella dell'Assiria e quelli che hanno eseguito ricerche sulla razza del popolo romano nella sua prima origine hanno fatto derivare la cronologia dei fatti dai Greci ai Latini e poi ai Romani, che anche essi sono Latini. Devo dunque, quando è necessario, fare i nomi dei sovrani d'Assiria affinché sia evidente come Babilonia, quasi prima Roma, si evolva assieme alla città di Dio in esilio in questo mondo. Tuttavia soprattutto dalla Grecia e dal mondo latino in cui è Roma come una seconda Babilonia 9, devo scegliere i fatti che è opportuno inserire in questa opera per un confronto fra le due città, la terrena e la celeste.

Abramo e i re d'Assiria e di Sicione.
2. 3. Quando dunque nacque Abramo, come secondo re in Assiria era Nino e a Sicione Europe, primi furono rispettivamente Belo ed Egialeo. Quando dopo l'uscita di Abramo da Babilonia Dio gli promise un grande popolo della sua stirpe e la benedizione di tutti i popoli nella sua discendenza, l'Assiria aveva il quarto re, Sicione il quinto. In Assiria regnava il figlio di Nino successo alla madre Semiramide che, come si narra, era stata da lui uccisa perché, pur essendo madre, aveva osato contaminare il figlio con amore incestuoso 10. Alcuni ritengono che ella fondò Babilonia, più esattamente si può dire che ebbe la possibilità di ricostruirla 11. Ho esposto nel libro sedicesimo come e quando fu costruita 12. Alcuni storici dicono che anche il figlio di Nino e di Semiramide, che succedette alla madre nel regno, si chiamasse Nino, altri invece con un termine derivato dal padre lo chiamano Ninian 13. Contemporaneamente Telsion reggeva il regno di Sicione. Durante il suo regno vi fu un periodo di prosperità e di pace sicché dopo la sua morte lo onorarono come dio con sacrifici e con la celebrazione di giuochi pubblici che ebbero inizio, come narrano, con quelli dedicati a lui.

Gli imperi pagani da Abramo a Giacobbe.
3. In questo tempo nacque Isacco in seguito a una promessa di Dio al centenario padre Abramo dalla moglie Sara che, sterile e anziana, aveva perduto la speranza di aver figli. Allora quinto re di Assiria era Arrio. Quando Isacco aveva sessant'anni gli nacquero i gemelli Esaù e Giacobbe che aveva messo al mondo la moglie Rebecca, quando il loro nonno Abramo era ancora in vita ed aveva centosessanta anni. Egli morì quando ebbe compiuto centosettantacinque anni, mentre regnavano, al settimo posto nell'elenco, in Assiria Serse primo, che si chiamava anche Baleo, e a Sicione Turiaco, che alcuni denominano Turimaco. Il regno di Argo, in cui per primo regnò Inaco, ha avuto origine al tempo dei nipoti di Abramo. Varrone narra, ed è una notizia che non si può trascurare, che gli abitanti di Sicione erano soliti offrire sacrifici anche vicino alla tomba del settimo re Turiaco 14. Mentre regnavano, all'ottavo posto nella serie, Armamitre di Assiria e Leucippo di Sicione e il primo re di Argo Inaco, Dio parlò ad Isacco 15 e anche a lui rivolse le due promesse, che aveva rivolto ad Abramo, e cioè il paese di Canaan alla sua discendenza e la benedizione di tutti i popoli nella sua discendenza. Queste promesse furono rivolte pure al figlio di lui e nipote di Abramo che dapprima fu chiamato Giacobbe e poi Israele quando già regnavano Beloco, nono re di Assiria, e Foroneo figlio di Inaco e secondo re di Argo, mentre a Sicione sopravviveva ancora Leucippo. In questo periodo la Grecia sotto Foroneo, re di Argo, divenne più famosa per varie istituzioni di diritto e di amministrazione della giustizia. Però essendo morto Fegoo, fratello più giovane di Foroneo, fu edificato un tempio sulla sua tomba, in cui doveva essere onorato come dio con l'immolazione di buoi. Penso che lo ritennero degno di sì grande onore per il seguente motivo. Il padre aveva assegnato loro alcuni territori in cui potessero regnare mentre egli era ancora in vita. Fegoo aveva fatto costruire in essi dei tempietti per onorare gli dèi e aveva insegnato che fossero osservati determinati periodi di tempo durante i mesi e gli anni in termini di durata e di numerazione. Uomini ancora incolti, meravigliati di queste novità, avvenuta la morte, immaginarono o decisero che fosse diventato un dio. Si ritiene che anche Io fosse figlia di Inaco. Ella, chiamata più tardi Isis, fu onorata come grande dèa in Egitto. Alcuni invece narrano che dall'Etiopia venne in Egitto come regina e che governò con liberalità e giustizia, che a favore dei sudditi introdusse parecchi vantaggi economici e culturali, che le fu attribuito ossequio divino dopo la morte e un ossequio così grande che incorreva nella pena di morte chi avesse affermato che era una creatura umana 16.

Giacobbe e Giuseppe in Egitto.
4. Mentre regnavano il decimo re di Assiria Baleo e il nono di Sicione Messapo, da alcuni consegnato alla storia col nome di Cefiso (posto che fosse un unico personaggio con due nomi e non piuttosto che lo considerarono un altro individuo coloro che nelle proprie opere usarono il secondo nome) e mentre Apis era terzo re di Argo, morì Isacco a centottanta anni e lasciò i suoi gemelli che ne avevano centoventi. Il minore di essi, appartenente alla città di Dio della quale sto trattando, perché il maggiore era stato rifiutato, aveva dodici figli. Mentre viveva ancora il nonno Isacco, i fratelli avevano venduto quello di loro che si chiamava Giuseppe a mercanti che passavano per andare in Egitto. Giuseppe fu presentato al faraone quando all'età di trenta anni si riscattò dall'umiliazione che aveva subito. Aveva predetto, interpretando i sogni del sovrano, che erano in arrivo sette anni di abbondanza. Altri sette anni di penuria che seguivano avrebbero esaurito l'abbondanza preponderante dei primi. Per questo il faraone, dopo averlo liberato dal carcere, lo pose a capo del governo d'Egitto. Ve lo aveva confinato l'interezza della castità. Per custodirla con virilità e per sfuggire alla padrona, che l'amava di cattivo amore e avrebbe mentito al padrone credulone, non consentì all'atto di violenza carnale perfino con l'abbandonare la veste nelle mani di lei che l'aveva afferrato 17. Nel secondo dei sette anni di carestia Giacobbe andò in Egitto dal figlio con tutti i suoi familiari all'età di centotrenta anni, come egli stesso denunziò al faraone che lo interrogava 18. Giuseppe ne aveva trentanove, perché s'erano aggiunti ai trenta, che aveva quando fu onorato dal faraone, i sette di abbondanza e i due di carestia.

Culti pagani in Egitto.
5. In quegli anni Apis, re di Argo, essendo morto in Egitto dove si era trasferito con navi, divenne Serapide, il dio massimo degli Egiziani. Varrone propone una spiegazione molto semplice di questo nome, del fatto, cioè, per cui non sia stato chiamato Apis anche dopo la morte ma Serapide. L'urna sepolcrale, in cui si ripone il cadavere, da tutti ormai denominata sarcofago, in greco si chiama . Iniziarono a venerarlo mentre era sepolto in essa prima che fosse edificato il suo tempio. Come a unire Sòrose e Apis prima fu chiamato Sorapide e poi Serapide col cambiamento di una lettera come si suol fare. Ed anche riguardo a lui si decise che chi lo considerava un uomo subisse la pena capitale. E poiché in quasi tutti i templi, in cui si onoravano Iside e Serapide, v'era una statua che col dito premuto sulle labbra sembrava intimare il silenzio, il gesto, come ritiene Varrone, ingiungeva di non dire che erano stati esseri umani. Invece il bue, che l'Egitto, ingannato da un'incredibile leggerezza, nutriva in suo onore con cibi raffinati, poiché lo veneravano vivo senza sarcofago, era chiamato Apis e non Serapide. Morto quel bue, poiché se ne cercava e trovava un altro del medesimo colore, cioè egualmente screziato con alcune macchie bianche, credevano che fosse un fatto prodigioso a loro concesso dal dio 19. Al contrario non era difficile ai demoni, per ingannarli, mostrare alla vacca, mentre concepiva e s'ingravidava, l'immagine di un toro simile che, mentre era sola, potesse guardare in modo che l'impulso della madre convogliasse la caratteristica che poi doveva fisicamente apparire nel feto, come fece Giacobbe con ramoscelli diversamente colorati in modo che nascessero pecore e capre di diverso colore 20. Infatti ciò che gli uomini possono mostrare con colori e oggetti veri, i demoni possono mostrarlo molto facilmente con immagini fittizie agli animali che concepiscono.

Argo alla morte di Giacobbe.
6. Dunque Apis, re di Argo e non d'Egitto, morì in Egitto. Gli successe il figlio Argo, dal cui nome sono denominati Argi e quindi gli Argivi. Né i re precedenti né la regione né il popolo avevano questo nome. Mentre egli regnava ad Argo ed Erato a Sicione e nell'Assiria sopravviveva ancora Baleo, Giacobbe morì in Egitto all'età di centoquarantasette anni. Vicino a morire benedisse i figli e i nipoti, figli di Giuseppe, e con grande evidenza predisse il Cristo dicendo nella benedizione a Giuda: Non cesseranno i principi da Giuda e il comando dai suoi fianchi, finché non giunga il destino che gli è riservato ed egli sarà l'attesa dei popoli 21. Durante il regno di Argo, la Grecia cominciò ad usare i propri prodotti dei campi e ad avere i raccolti nell'agricoltura con semi trasportati dall'estero. Anche Argo dopo la morte fu considerato un dio e onorato con tempio e sacrifici. Mentre egli regnava, questo culto fu deferito a un semplice cittadino morto fulminato, un certo Omogiro, perché per primo aveva attaccato i buoi all'aratro.

I regni pagani e Israele dopo la morte di Giuseppe.
7. Mentre regnavano il dodicesimo re di Assiria Mamito e l'undicesimo di Sicione Plemmeo e ad Argo era ancora re Argo, morì in Egitto Giuseppe a centodieci anni 22. Dopo la sua morte il popolo di Dio, che cresceva in modo straordinario, rimase in Egitto per centoquarantacinque anni, dapprima in pace fino a quando morirono coloro cui era noto Giuseppe. In seguito, poiché era invidiato per il suo accrescimento e v'erano delle prevenzioni, finché non venne liberato fu angustiato da ostilità, nonostante le quali cresceva di numero con un aumento favorito da Dio, ed era anche oppresso dalle fatiche di un'insopportabile schiavitù 23. In Assiria e in Grecia rimanevano durante quel periodo i medesimi regni.

Mosè e i regni pagani.
8. Mentre in Assiria regnava il quattordicesimo re Safro e a Sicione il dodicesimo re Ortopoli e il quinto re Criaso ad Argo, in Egitto nacque Mosè. Da lui il popolo di Dio fu liberato dalla schiavitù d'Egitto, nella quale era opportuno che si esercitasse nel rimpiangere l'aiuto del suo Creatore. Da alcuni si ritiene che, mentre dominavano i re suddetti, esisteva Prometeo, di cui si dice che foggiò gli uomini dal fango, appunto perché si tramanda che fosse un eccellente maestro di filosofia, tuttavia non si precisa quali fossero i filosofi al suo tempo. Si dice anche che il fratello Atlante fosse un grande osservatore delle stelle, per questo la leggenda trovò il pretesto per inventare che sostiene il cielo. V'è però un monte che ha il suo nome e dalla sua altezza può sembrare che sia affiorato nel modo di pensare del popolino il mito del sorreggere il cielo 24. Da quel tempo si iniziò in Grecia a inventare molte leggende. Fino a Cecrope, re di Atene, durante il cui regno la città ebbe quel nome 25 e Dio fece uscire dall'Egitto il suo popolo guidato da Mosè, per una cieca e frivola consuetudine dei Greci furono inseriti nel numero degli dèi alcuni morti. Fra di essi v'erano Melantomice, moglie del re Criaso, e Forba, loro figlio e, in successione al padre, sesto re di Argo, Iaso, figlio del settimo re Criopa e il nono re Stenelas o Stenelao o Stenelo, perché è denominato diversamente nei vari autori. È tradizione che in questo tempo venne all'esistenza anche Mercurio, nipote di Atlante dalla figlia Maia, mito che esaltano anche le opere letterarie più celebri 26. Si rese famoso come esperto di molte conoscenze tecniche che trasmise all'umanità e per questa benemerenza decisero o anche credettero che fosse un dio. Si dice che Ercole sia esistito dopo, ma contemporaneamente all'epoca degli Argivi, sebbene alcuni lo ritengano anteriore nel tempo a Mercurio, ma io penso che prendano abbaglio. In qualsiasi tempo siano nati, è pacifico per gli storici seri, intenditori di archeologia, che tutti e due furono uomini e, poiché procurarono molti vantaggi all'umanità sofferente per trascorrere la vita più dignitosamente, meritarono da essi gli onori divini. Minerva è molto più antica di loro. È tradizione che ai tempi di Ogigo apparve in età da giovinetta presso il lago detto del Tritone e per questo è stata soprannominata la Tritonia. È ritenuta ideatrice di tante attività e tanto più facilmente fu creduta una dèa quanto meno nota fu la sua nascita. La credenza che sia nata dalla testa di Giove si deve attribuire ai poeti e alle leggende e non alla realtà storica 27. Fra gli storici non c'è accordo sul tempo in cui visse Ogigo, perché anche allora avvenne un gran diluvio, non quello più esteso al quale non sopravvissero uomini se non quelli che poterono rifugiarsi nell'arca 28, che peraltro la storiografia pagana, greca e latina, non conosce, più esteso però di quello che avvenne quando viveva Deucalione. Infatti Varrone da esso inizia il libro, che precedentemente ho citato 29, e per giungere alla storia di Roma non si prefigge un avvenimento più remoto del diluvio di Ogigo, cioè avvenuto quando viveva Ogigo 30. Gli autori cristiani, che hanno compilato una cronologia, prima Eusebio poi Girolamo, che in questa ipotesi hanno seguito gli storici precedenti, sostengono che il diluvio di Ogigo avvenne più di trecento anni dopo, mentre regnava il secondo re di Argo Foroneo. Ma in qualunque tempo avvenne, già Minerva era onorata come dèa, mentre regnava ad Atene Cecrope. Sostengono che mentre regnava anche la città fu ripristinata o fondata 31.

Atene fra Minerva e Nettuno.
9. Dall'etimologia di Atene, nome che certamente deriva da Minerva che in greco è , Varrone dà la seguente spiegazione. In quel luogo spuntò all'improvviso un ulivo e sgorgò dell'acqua. Questi fatti straordinari impressionarono il re che inviò all'Apollo di Delfi per consultare sul significato e sul da farsi. Egli rispose che l'ulivo simboleggiava Minerva e la polla Nettuno e che era in potere dei cittadini scegliere il nome di una delle due divinità, di cui erano quei simboli, con la quale denominare la città. Ricevuto questo responso Cecrope convocò a dare il voto tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso, poiché era abitudine in quei luoghi che anche le donne partecipassero alle pubbliche deliberazioni. Nella delibera popolare dunque i maschi votarono per Nettuno, le donne per Minerva. Vinse Minerva perché si ebbe un voto in più delle donne. Allora Nettuno arrabbiato devastò i campi di Atene con ondate che si frangevano schiumando, poiché non rimane difficile ai diavoli riversare diffusamente ogni sorta di acque. Il medesimo scrittore dice che per placarne l'ira le donne furono colpite da tre pene, cioè, che d'allora in poi non votassero, che nessun figlio prendesse il nome della mamma, che non fossero chiamate Minervie 32. Così quella città, madre e nutrice delle discipline liberali e di tanti grandi filosofi, il vanto più famoso e illustre della Grecia, per una burla dei demoni, ebbe il nome da un litigio dei suoi dèi, maschio e femmina, e dalla vittoria attribuita dalle donne alla donna Atena e, danneggiata dal vinto, è stata costretta a punire la vittoria della vincitrice perché temeva di più le acque di Nettuno che i giavellotti di Minerva. Così nelle donne che furono punite in tal modo anche Minerva, pur avendo vinto, fu vinta. Infatti ella non protesse le donne che avevano dato il voto affinché, avendone perduto il diritto ed essendo stato proibito che i figli prendessero il nome dalle mamme, fosse per lo meno lecito a loro essere chiamate Minervie e meritare la denominazione della dèa che, dandole il voto, avevano reso vincitrice del dio maschio. Si potrebbero dire sull'argomento tante e belle cose se la trattazione non sollecitasse ad altri argomenti.

Marte, l'areopago e il diluvio di Deucalione.
10. Tuttavia Marco Varrone non gradisce prestar fede alle leggendarie fantasie contro gli dèi per non accreditare qualcosa d'indegno dell'onore dovuto alla loro grandezza. Quindi non accetta che l'areopago, dove l'apostolo Paolo discusse con gli Ateniesi 33 e da cui sono stati denominati areopagiti i magistrati della città, abbia la seguente spiegazione etimologica. Marte, che in greco è , essendosi reso colpevole di omicidio, sottoposto al giudizio di dodici dèi, fu assolto in quel quartiere con sei voti favorevoli, poiché quando i voti erano pari, era abitudine preferire il proscioglimento dalla condanna. Ma Varrone tenta di accreditare contro la suddetta versione, ripetuta molto più frequentemente, un'altra spiegazione etimologica da informazione di fonti letterarie meno note. Non si dovrebbe credere, cioè, che gli Ateniesi abbiano voluto denominare l'areopago dal nome di Marte e del quartiere, come fosse il quartiere di Marte, come per un insulto contro gli dèi, perché Varrone ritiene non attribuibili a loro contestazioni e processi. Egli sostiene che quel che si dice di Marte non è meno falso di quel che si dice delle tre dee, cioè Giunone, Minerva e Venere, delle quali si narra che per guadagnare la mela d'oro hanno gareggiato davanti a Paride, scelto come giudice, sulla superiorità della propria bellezza. E quasi a calmare con i giuochi gli dèi, che si compiacciono di questi loro delitti, veri o falsi, esse sono onorate con canti e danze fra gli applausi del teatro. Varrone non ammette questi fatti per non ammettere cose sconvenienti alla natura e al comportamento degli dèi 34. Tuttavia, dando una spiegazione storica non mitologica della parola Atene, inserisce nei suoi libri la contesa di Nettuno e Minerva così importante perché riguardava il dio dal cui nome doveva essere denominata la città. Però mentre gareggiavano con la messa in mostra di avvenimenti straordinari, neanche Apollo interrogato osò giudicare fra i due ma, come Giove mandò Paride per l'alterco delle tre dèe suddette, così costui rinviò ai cittadini la cessazione dell'alterco degli dèi. In tal modo Minerva vinceva ai voti ma fu vinta nel castigo delle sue votanti poiché lei, che poteva dare il nome ad Atene, malgrado gli uomini sfavorevoli, non poté dare il nome di Minervie alle donne a lei favorevoli. In quel periodo, come scrive Varrone, mentre ad Atene regnava Cranao, successore di Cecrope o, come affermano i nostri Eusebio e Girolamo, mentre perdurava ancora Cecrope, si ebbe il diluvio chiamato di Deucalione, poiché egli regnava in quelle regioni in cui avvenne in una maggiore estensione. Difatti questo diluvio non raggiunse l'Egitto e i territori limitrofi 35.

Mosè, Giosuè e gli imperi pagani.
11. Dunque Mosè fece uscire il popolo di Dio dall'Egitto verso la fine del regno di Cecrope, re di Atene, mentre in Assiria regnava Ascatade, a Sicione Marato, ad Argo Triopa. Al popolo liberato consegnò la legge ricevuta da Dio sul monte Sinai. Essa è definita l'Antica Alleanza, perché contiene promesse relative alla terra e per la mediazione di Gesù Cristo doveva avverarsi la Nuova Alleanza con cui si prometteva il regno dei cieli. Era opportuno che si osservasse questo ordinamento, come si verifica in qualsiasi persona che si muove a Dio. Lo dice l'Apostolo che prima non si ha ciò che è spirituale, ma animale, poi lo spirituale, poiché, come dice, ed è vero, il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo 36. Mosè guidò il popolo per quaranta anni nel deserto e morì a centoventi anni 37, dopo aver preannunziato profeticamente il Cristo mediante le allegorie delle osservanze esteriori nella tenda, nel sacerdozio, nei sacrifici e in molte altre istituzioni sacrali. A Mosè successe Giosuè di Nun che sistemò la popolazione introdotta nella Terra promessa dopo avere sconfitto, per ordine di Dio, i popoli, dai quali era occupata la regione. Avendo governato il popolo dopo la morte di Mosè per ventisette anni, egli morì, mentre regnavano in Assiria il decimottavo re Aminta, a Sicione il decimosesto Corace, ad Argo il decimo Danao, ad Atene il quarto Erittonio.

Mitologia ai tempi di Giosuè.
12. Durante quel periodo, cioè dall'uscita del popolo d'Israele dall'Egitto, fino alla morte di Giosuè di Nun, con il quale il popolo occupò la Terra promessa, furono istituiti ai falsi dèi dai re di Grecia riti sacri. Questi riti rievocavano con una solenne cerimonia il ricordo del diluvio, della liberazione da esso e della vita affannosa di uomini costretti a spostarsi ora ai monti ora alle pianure. Interpretano in tal senso anche l'ascesa e la discesa dei Luperci per la via sacra, dicono perciò che da essi sono simboleggiati gli uomini che a causa dell'inondazione dell'acqua raggiunsero la vetta dei monti e quando si abbassava tornavano in basso. Narrano che in quel periodo Dioniso, che è stato chiamato anche Libero padre e dopo la morte considerato un dio, mostrò la vite a un suo ospite nell'Attica. Sempre in quel tempo furono istituiti giuochi musicali all'Apollo di Delfi, affinché si placasse il suo sdegno, a causa del quale, come credevano, sarebbero stati colpiti da sterilità i territori della Grecia, perché non avevano difeso il suo tempio, che il re Danao incendiò quando assalì con la guerra quelle regioni. Furono avvertiti da un suo oracolo che approntassero quei giuochi. Il re Erittonio per primo istituì in Attica giuochi ad Apollo, e non solo a lui, ma anche a Minerva. In essi come premio ai vincitori veniva offerto olio, perché ritenevano Minerva inventrice di quel prodotto come Libero del vino. Si tramanda che in quegli anni Europa fu rapita da Csanto, re di Creta, che in altri scrittori riscontriamo con un nome diverso. Dal connubio nacquero Radamanto, Sarpèdone e Minosse che peraltro, secondo l'opinione più diffusa, sarebbero figli di Giove dalla medesima donna. Ma quelli che adorano tali dèi attribuiscono alla verità storica quel che abbiamo detto del re di Creta, invece quel che i poeti cantano di Giove e ne strepitano i teatri e ne spettegolano le folle lo attribuiscono alla frivolezza della mitologia, la base, cioè, da cui approntare i giuochi per calmare i numi anche con le loro false colpe. In questi tempi un Ercole era rinomato in Siria, ma certamente un altro, non quello di cui abbiamo parlato in precedenza 38. Nella tradizione esoterica infatti si dice che vi furono parecchi Liberi padri e parecchi Ercoli. Gli autori nelle proprie opere tramandano che l'Ercole, di cui narrano le straordinarie dodici fatiche, fra cui non assegnano l'uccisione dell'africano Anteo perché è un'impresa che appartiene all'altro Ercole, salì da sé sul rogo nel monte Eta poiché col coraggio con cui aveva superato tante difficoltà non riusciva a sopportare il male, da cui era colpito. In quel tempo il re o meglio il tiranno Busiride immolava i propri ospiti agli dèi. Dicono che fosse figlio di Nettuno dalla madre Libia, figlia di Epafo. Non si pensi che Nettuno commise questo stupro affinché gli dèi non siano accusati, ma queste favole si attribuiscono ai poeti e ai teatri per placarli. Si mormora che Vulcano e Minerva siano i genitori di Erittonio re di Atene, agli ultimi anni del quale si costata che morì Giosuè di Nun. Ma poiché desiderano una Minerva vergine, affermano che nel loro contrasto, Vulcano eccitato versò il seme in terra e per questo motivo al bimbo nato dalla terra è stato dato quel nome. In greco infatti significa contrasto e terra e da essi è stato composto il nome di Erittonio. I più dotti, bisogna ammetterlo, ribattono e respingono dai loro dèi simili vicende. Dicono che questa diceria leggendaria è nata perché nel tempio di Vulcano e di Minerva, che avevano in comune ad Atene, fu trovato esposto un bambino avviluppato in un serpente, il quale simboleggiava che sarebbe diventato grande. A causa del tempio in comune poiché non si conoscevano i genitori, sarebbe stato considerato figlio di Vulcano e di Minerva. Ma dell'etimo del suo nome dà una spiegazione più quella leggenda che questa notizia storica. Ma a noi che importa? La storia informi con libri che dicono il vero gli uomini rispettosi, il mito delizi i diavoli impuri con giuochi fondati sul falso. Tuttavia gli uomini religiosi li onorano come dèi e sebbene negano di loro certi falli, non li possono scagionare da ogni colpa poiché per essi, che li richiedono, istituiscono giuochi, in cui sconciamente si eseguono trame, che poi con l'orpello della saggezza si rinnegano e gli dèi si placano con queste esecuzioni che sono false e sconce perché, sebbene il mito celebri una falsa colpa degli dèi, è tuttavia una vera colpa deliziarsi di una falsa colpa.

Mitologia nel periodo dei Giudici.
13. Dopo la morte di Giosuè di Nun il popolo di Dio ebbe i Giudici. In quel periodo si avvicendarono in loro l'abiezione delle sofferenze per i loro peccati e la felicità del conforto nella misericordia di Dio. Coevi a quel tempo furono inventati i miti di Trittolemo, che per ordine di Cerere, condotto da serpenti alati, portò volando i frumenti alle terre incolte; del Minotauro, che sarebbe stato una bestia chiusa nel labirinto e se in esso entravano gli uomini, a causa di un inestricabile sviamento, non potevano uscirne; dei Centauri, la cui natura era il congiungimento di cavalli e uomini; di Cerbero, che sarebbe stato un cane degli inferi a tre teste; di Frisso e della sorella Elle, che volarono trasportati da un ariete; della Gorgone, che aveva la chioma di serpenti e mutava in pietre quelli che la guardavano; di Bellerofonte, che era trasportato da un cavallo alato chiamato Pegaso; di Anfione, che con il suono magico della cetra ammansiva e spostava le pietre; dell'artigiano Dedalo e del figlio Icaro, che volarono con ali artefatte; di Edipo, che costrinse a gettarsi nel proprio abisso un essere mostruoso, che si chiamava la Sfinge, quadrupede con faccia umana, sciogliendo l'enigma insolubile che essa era solita proporre; di Anteo, ucciso da Ercole, che era figlio della Terra e perciò era abituato cadendo in terra a risollevarsi più robusto ed altri episodi se li ho omessi. Le leggende fino alla guerra di Troia, con cui Marco Varrone ha terminato il secondo libro su La razza del popolo romano, sono state ideate dall'intelligenza degli uomini in corrispondenza alla storia, che ha per contenuto fatti realmente avvenuti, in modo da non esser foggiate a ludibrio degli dèi 39. Però hanno inventato che per un atto di libidine di Giove fu involato il bellissimo giovinetto Ganimede, reato compiuto dal re Tantalo e dalla leggenda attribuito a Giove, oppure che abbia conseguito l'accoppiamento con Danae attraverso una pioggia d'oro, dove si capisce che il pudore della donna fu pervertito dall'oro. Ora non si può esprimere in quale maniera i fatti compiuti o immaginati in quel periodo, oppure compiuti dagli altri e attribuiti a Giove, abbiano preteso dal cuore degli uomini tanta malvagità perché potessero sopportare pazientemente queste fandonie, che tuttavia hanno accettato anche con piacere. Essi senz'altro, quanto più devotamente onorano Giove, tanto più severamente avrebbero dovuto punire coloro che osano dire di lui queste imposture. Invece non solo non si sono sdegnati con coloro che hanno inventato queste favole, che anzi per rappresentarle nei teatri, hanno temuto piuttosto di avere sdegnati gli stessi dèi. In quel periodo Latona partorì Apollo, non quello di cui si consultavano i responsi, come dicevo poco fa, ma quello che con Ercole fu servitore di Admeto, il quale tuttavia fu ritenuto un dio al punto che molti e quasi tutti ritengono che fosse un solo e medesimo Apollo. Allora anche Libero padre andò a far guerra in India ed ebbe nell'esercito molte donne, chiamate Baccanti, non note per il coraggio ma per la frenesia. Alcuni autori scrivono che Libero fu vinto e fatto prigioniero, altri che fu ucciso in battaglia da Perseo e dicono pure dove fu sepolto. Tuttavia al suo nome, come fosse un dio, con l'intervento di diavoli osceni, sono stati istituiti i riti sacri o meglio sacrileghi dei baccanali. Il senato dopo molti anni si vergognò tanto della loro forsennata oscenità che li proibì a Roma 40. Hanno ritenuto che sempre in quel periodo Perseo e la moglie Andromeda, dopo la loro morte, fossero accolti in cielo in modo tale che non arrossirono e non temettero di rappresentare la loro figura nelle costellazioni e di chiamarle con il loro nome.

Sincretismo poetico-religioso.
14. Durante il medesimo periodo di tempo vi furono poeti, che potevano anche esser considerati teologi, perché componevano poesie sugli dèi, ma su dèi che, sebbene grandi uomini, furono uomini o che sono principi categoriali di questo mondo creato dal vero Dio o che sono costituiti in principati e potestà per la volontà del Creatore e per i loro meriti. Se fra i molti concetti insignificanti ed errati han detto poeticamente qualcosa sull'unico vero Dio, riconoscendo assieme a lui anche altri dèi, che non sono dèi e prestando un culto che si deve soltanto all'unico Dio, anche essi, Orfeo, Museo e Lino, non gli hanno prestato il culto nel debito modo né fu loro possibile rifiutare i miti sconvenienti dei loro dèi. Però questi teologi hanno venerato gli dèi ma non sono stati venerati come dèi, sebbene la città dei miscredenti abbia l'abitudine, non saprei in quali termini, di deputare Orfeo ai riti sacrali, o meglio sacrileghi, del culto dei morti. La moglie del re Atamante che si chiamava Ino e il figlio Melicerte morirono in mare gettandovisi spontaneamente e secondo il modo di pensare degli uomini furono annoverati fra gli dèi, come altri uomini di quel tempo, Castore e Polluce. I Greci hanno chiamato Leucotea la madre di Melicerte e i Latini Matuta, ma gli uni e gli altri la considerano una dèa.

Pico al tempo di Debora.
15. Durante quel periodo di tempo ebbe fine il regno di Argo, trasferito a Micene, patria di Agamennone, ed ebbe inizio il regno di Laurento, di cui fu primo re Pico, figlio di Saturno, mentre presso gli Ebrei era giudice Debora, ma in lei operava lo Spirito di Dio, perché era anche profetessa. Il suo cantico profetico è poco chiaro sicché non si può, senza un lungo esame, decidere se sia riferibile al Cristo 41. Già dunque in Italia avevano un regno i Laurenti e la teoria più certa è che da essi, dopo i Greci, dipenda l'origine di Roma. Rimaneva ancora l'impero di Assiria, in cui regnava il ventitreesimo re Lampare, quando iniziava il regno di Pico, primo re di Laurento. Gli adoratori di tali dèi riflettano sulla concezione che hanno di Saturno, padre di Pico, perché negano che fosse un uomo. Altri hanno scritto che regnò in Italia prima del figlio Pico. Virgilio nella sua opera letteraria più nota dice: Egli radunò un popolo incivile e sparpagliato sulle alture, gli diede le leggi e volle che si chiamasse Lazio, perché era rimasto latitante con sicurezza in queste regioni. Dicono che durante il suo regno si ebbe l'età dell'oro 42. Ma si persuadano che queste sono fantasticherie poetiche e si convincano che padre di Pico fu Sterce e che da lui, abilissimo agricoltore, si ebbe la scoperta che i campi sono fertilizzati dal concime degli animali, che dal suo nome fu detto sterco. Anzi alcuni affermano che egli si chiamasse Stercuzio. Ma qualunque sia il motivo, per cui hanno preferito chiamarlo Saturno, certamente a buon diritto hanno considerato questo Sterce o Stercuzio dio dell'agricoltura. Allo stesso modo hanno inserito anche il figlio Pico nel numero di simili dèi perché affermano che fu un bravissimo indovino e guerriero. Pico ebbe per figlio Fauno, secondo re di Laurento, anche egli è o fu per loro un dio. Prima della guerra di Troia tributarono onori divini a individui scomparsi.

Il mito di Diomede e degli uccelli.
16. Mentre veniva distrutta Troia con lo sterminio esaltato da ogni parte e notissimo ai ragazzi, perché per la sua importanza e per la sublime liricità dei poeti è in modo eccezionale conosciuto da tutti, regnava già Latino, figlio di Fauno, da cui ebbe inizio la denominazione del regno dei Latini e cessò quella di Laurento. I Greci vincitori, mentre, abbandonata Troia, tornavano ai propri paesi, furono colpiti e straziati da diverse orribili sventure. Ciò nonostante, anche in relazione ad esse, aumentarono il numero dei propri dèi. Considerarono dio perfino Diomede, sebbene non avesse fatto ritorno in patria per una pena inflittagli dagli dèi. Vorrebbero dare ad intendere che i suoi compagni, non in base a una immaginaria mistificazione poetica ma in base a una verifica storica, furono tramutati in uccelli. Egli, divenuto dio, come affermano, non riuscì a restituire a loro la natura umana né l'ottenne, sebbene novello abitatore del cielo, da Giove suo re. Dicono anzi che v'è un suo tempio nell'isola di Diomede, non lontano dal monte Gargano, che è nelle Puglie, e che questi uccelli volano attorno al tempio e vi sostano con tanta ammirevole venerazione che ingurgitano acqua e poi la spruzzano, e se capitano là Greci o discendenti di razza greca, non solo rimangono tranquilli, ma gorgheggiano lusinghieri, se invece scorgono uno straniero, volano in picchiata sulle teste e le feriscono con poderosi attacchi fino a uccidere. Si dice che sono forniti di duri e grandi becchi adatti a simili assalti.

Varie metamorfosi.
17. Per dimostrarlo Varrone ricorda altri fatti, non meno incredibili, della famosissima maga Circe che mutò in belve i compagni di Ulisse 43, e degli Arcadi che, tratti a sorte, passavano a nuoto un laghetto e in esso venivano tramutati in lupi e vivevano con tali fiere nei deserti di quella regione. Se non si cibavano di carne umana, dopo nove anni, ripassato di nuovo a guado quel lago, tornavano a essere uomini. Poi fa anche il nome di un certo Demeneto il quale, avendo assaggiato dell'immolazione che gli Arcadi erano soliti fare con un fanciullo sacrificato al loro dio Liceo ed essendo trasformato in lupo e al decimo anno restituito nella propria forma, si esercitò nel pugilato e vinse alla gara olimpica. Lo storico citato suppone che l'appellativo a Pan Liceo e a Giove Liceo sia stato attribuito in Arcadia per il solo motivo della trasformazione di uomini in lupi, perché pensavano che potesse avvenire soltanto con un potere divino. Il lupo appunto in greco è , da cui evidentemente deriva il termine Liceo. Egli afferma che anche i Luperci romani derivano dal clan, per così dire, di questi miti 44.

Malefizi.
18. 1. Coloro che leggeranno forse attendono il mio parere su questa madornale mistificazione diabolica. Dico soltanto che bisogna fuggire di mezzo a Babilonia 45. Questo avvertimento del profeta va inteso in senso spirituale per fuggire dalla città del tempo, che è la società degli angeli e degli uomini infedeli, per avviarci al Dio vero con l'incedere della fede che opera per mezzo dell'amore 46. Noi osserviamo che il potere dei demoni è tanto grande, quindi con tanto maggior fermezza dobbiamo unirci al Mediatore, perché con lui risaliamo dal basso in alto. Se diciamo che non si deve credere a questi pregiudizi, anche adesso non mancano persone le quali assicurano che hanno sentito parlare di alcuni fatti del genere o perfino che li hanno visti. Quando ero in Italia, udivo narrare simili aneddoti di una regione di quelle parti. Dicevano che alcune locandiere iniziate ai malefizi, davano nel formaggio ai viandanti, che volevano o potevano, qualcosa affinché all'istante si trasformassero in giumenti, caricassero la roba necessaria e, compiuto il servizio, tornassero in sé. Dicevano che tuttavia in loro non si aveva una percezione da bestie ma ragionevole e umana, come Apuleio nell'opera intitolata L'asino d'oro ha denunziato o immaginato che è avvenuto a lui, dopo aver bevuto un intruglio, di divenire asino ma con la coscienza umana.

Magia della doppia dimensione esistenziale.
18. 2. Questi fatti strepitosi sono o falsi o così strani che giustamente non si credono. Tuttavia si deve credere fermamente che Dio onnipotente può fare tutto ciò che vuole o per punire o per aiutare. I demoni quindi, se non lo permette Colui i cui ordinamenti occulti sono molti, ma nessuno ingiusto, non possono effettuare nulla col potere della propria natura perché anche essa, sebbene angelica, per quanto viziata dalla colpa, è creatura. I demoni certamente non creano una sostanza se ottengono gli effetti che sono oggetto di questo esame, ma trasformano soltanto nell'apparenza gli esseri creati dal Dio vero in modo che sembrino quel che non sono. Per nessun motivo vorrei ammettere che non solo l'anima ma neanche il corpo, con l'artifizio o il potere dei demoni, può essere realmente trasformato in membra e lineamenti belluini. È il contenuto della immaginazione umana che anche con la riflessione o col sogno sfuma in una serie infinita di oggetti e, sebbene non sia corpo, coglie le sembianze dei corpi con ammirevole prontezza e che, sopiti o sopraffatti gli altri sensi umani, può essere, mediante una forma corporea, non saprei in quale indicibile maniera, convogliata alla sensitività di altre persone. Il corpo degli uomini giace certamente da qualche parte, ancora in vita, ma con i sensi impediti più fortemente e violentemente che dal sonno. Così il contenuto dell'immaginazione, presa forma corporea, si mostra ai sensi degli altri nella figura di un determinato animale e anche all'uomo sembra di essere in quella forma, come potrebbe sembrargli di esserlo in sogno, e di caricare dei pesi. Questi pesi, se sono veramente corpi, sono caricati dai demoni per una burla agli uomini che scorgono in parte la massa reale dei pesi, in parte le falsi immagini dei giumenti. Un certo Prestanzo raccontava ciò che era accaduto a suo padre. Questi aveva sorbito a casa sua quell'intruglio magico attraverso il formaggio ed era rimasto a letto come se dormisse, tuttavia fu assolutamente impossibile destarlo. Diceva che dopo alcuni giorni fu come se si svegliasse e narrò i sogni illusori che aveva fatto per imposizione, cioè che divenuto un cavallo, assieme ad altri giumenti, aveva recato sul groppone per i soldati il vettovagliamento chiamato Retico poiché veniva trasportato nelle regioni della Rezia. Si appurò che era avvenuto come aveva narrato, tuttavia a lui sembravano sogni. Un altro narrò che, durante la notte, prima di dormire, vide venire a casa sua un filosofo da lui molto conosciuto, il quale gli spiegò alcune teorie platoniche che prima, sebbene supplicato, non aveva voluto spiegare. E quando fu chiesto al filosofo perché aveva fatto a casa di un altro quel che aveva negato a chi lo richiedeva di fare in casa propria, rispose: Non l'ho fatto, ho sognato di farlo. Perciò a chi vegliava è stato mostrato mediante un contenuto dell'immaginazione quel che l'altro vide in sogno.

Spiegazione.
18. 3. Queste notizie sono giunte a me non da una persona qualsiasi, cui sarebbe indecoroso prestar fede, ma da persone che hanno riferito cose viste e che, a mio avviso, non mi hanno mentito. Perciò riguardo al fatto che uomini, come si legge nelle opere letterarie, siano stati trasformati in lupi dagli dèi, o meglio da demoni Arcadi e che Circe con incantesimi trasformò i compagni di Ulisse 47, è possibile, come a me pare, che, se è avvenuto, è avvenuto nella forma sopra indicata. Ritengo poi che gli uccelli di Diomede, poiché si afferma che la loro specie persiste nel succedersi delle covate, non sono derivati dalla metamorfosi di uomini ma che furono sostituiti agli uomini allontanati segretamente, come la cerva ad Ifigenia, figlia del re Agamennone. Non furono certamente difficili ai demoni, lasciati liberi per divina ordinazione, simili gherminelle, ma poiché la ragazza in seguito fu trovata viva, si riseppe con facilità che a lei era stata sostituita una cerva. Dei compagni di Diomede invece, poiché sparirono all'istante e poi non si fecero più vedere da nessuna parte e i vendicativi angeli cattivi li perdettero di vista, si favoleggia che furono trasformati in quegli uccelli che di nascosto dai luoghi, dove vive questa razza, furono trasportati in quegli altri luoghi e subito sostituiti. Non c'è da meravigliarsi poi che portino col becco l'acqua e la spruzzino sul tempio di Diomede e che blandiscono gli oriundi Greci e strapazzano quelli di altra provenienza, perché il fatto avviene per istigazione dei demoni ai quali interessa persuadere, per ingannare gli uomini, che Diomede è divenuto un dio. Così questi, con oltraggio del vero Dio, adorano molti falsi dèi e cercano di cattivare uomini morti, che non vivevano nella verità neanche quando vivevano, con templi, altari, immolazioni, sacerdoti. Sono istituzioni queste che sono legittime perché dovute all'unico Dio vivo e vero.

Da Enea alla fine di Sicione.
19. Nel periodo dopo la conquista e la distruzione di Troia Enea, con venti navi con le quali si trasferivano i superstiti di Troia, venne in Italia. Vi regnava Latino, ad Atene Menesteo, a Sicione Polifide, in Assiria Tautane, dagli Ebrei era giudice Labdon. Dopo la morte di Latino regnò Enea per tre anni e nei paesi menzionati rimanevano i medesimi, eccetto Pelasgo che era re di Sicione e Sansone che era giudice degli Ebrei e che, essendo straordinariamente forte, era considerato un Ercole. I Latini considerarono Enea un dio perché, appena morto, disparve. Anche i Sabini annoverarono fra gli dèi il loro primo re Sanco o, come alcuni dicono, Sacto. In quel tempo Codro, re di Atene, senza farsi riconoscere, si espose per essere ucciso dai Peloponnesi, nemici della città, e così avvenne. Vanno dicendo che in questo modo liberò la patria. I Peloponnesi avevano ricevuto un oracolo che avrebbero vinto se non uccidevano il re. Li ingannò dunque mostrandosi col vestito di un accattone e incitandoli con insulti alla propria morte. Per questo Virgilio ha detto: Anche gli insulti di Codro 48. Gli Ateniesi venerarono anche lui come dio mediante l'onoranza delle offerte. Mentre era quarto re del Lazio Silvio, figlio di Enea non da Creusa, dalla quale nacque il terzo re Ascanio, ma da Lavinia, figlia di Latino, la quale, come si narra, lo mise al mondo dopo la morte di Enea, e mentre in Assiria regnava il ventinovesimo re Oneo e il decimosesto di Atene Melanto ed era giudice degli Ebrei il sacerdote Eli, ebbe termine il regno di Sicione che, come si tramanda, era durato novecentocinquantanove anni.

Da Saul alla fondazione di Alba.
20. Mentre nei paesi menzionati regnavano i medesimi sovrani, il regno d'Israele, terminata l'epoca dei Giudici, ebbe inizio col re Saul e Samuele era il profeta 49. Da quel tempo cominciarono a regnare i re del Lazio che soprannominavano i Silvii, perché avevano cominciato a regnare col figlio di Enea che per primo fu chiamato Silvio. A quelli che seguirono furono imposti altri nomi, ma non venne meno il soprannome 50, come molto tempo dopo furono soprannominati Cesari i successori di Cesare Augusto. Dopo la destituzione di Saul, per cui non si ebbe più un re della sua tribù, alla sua morte seguì nel regno Davide dopo quarant'anni del dominio di Saul. In quel tempo gli Ateniesi, dopo la uccisione di Codro, cessarono dall'avere un re e cominciarono, per l'amministrazione dello Stato, ad avere dei magistrati. Dopo Davide che, anche egli, regnò quarant'anni 51, fu re d'Israele il figlio Salomone, il quale fece costruire il meraviglioso tempio di Dio a Gerusalemme. Durante il suo regno nel Lazio fu fondata Alba. E da essa in seguito si cominciò a denominare i re di Alba, non più del Lazio, sebbene anche essa sia nel Lazio. A Salomone successe il figlio Roboamo, sotto il quale il popolo d'Israele fu diviso in due regni e i due Stati cominciarono ad avere un proprio re 52.

Dal tramonto dell'Assiria agli albori di Roma.
21. Il Lazio dopo Enea, che considerarono dio, ebbe undici re, dei quali nessuno divenne dio. Invece Aventino, che è il dodicesimo dopo Enea, essendo stato ucciso in guerra e sepolto sul colle, che oggi ancora si designa col suo nome, fu aggiunto al numero degli dèi concepiti a modo loro. Altri non vollero ammettere che fosse ucciso in battaglia, ma han detto che era scomparso e che il colle non è stato denominato Aventino dal suo nome ma dalla venuta di certi uccelli. Dopo di lui nel Lazio non è stato considerato dio alcuno fuorché Romolo, fondatore di Roma. Fra lui e il suddetto si hanno due re. Il primo, tanto per usare un verso di Virgilio, fu l'immediato discendente Proca, gloria della stirpe troiana 53. Mentre viveva, poiché già in certo senso Roma era portata in grembo, l'impero di Assiria, il più grande di tutti, giunse al termine della sua lunga durata. Passò ai Medi dopo circa milletrecentocinque anni, tanto per calcolare anche il periodo di Belo, che fu padre di Nino e, pago di un dominio modesto, fu il primo re in quella regione. Proca fu re prima di Amulio. Ora Amulio aveva dichiarato vergine vestale la figlia del fratello Numitore di nome Rea, che si chiamava anche Ilia, madre di Romolo. Dicono che concepì i gemelli da Marte per nobilitare o scusare il suo disonore e per addurre una prova convincente che una lupa aveva allattato i bimbi esposti. Suppongono che questa razza di belve sia a servizio di Marte affinché si ammetta che la lupa porse le poppe ai piccoli perché riconobbe i figli di Marte suo signore. Però non mancano coloro i quali dicono che, mentre giacevano esposti e vagivano, furono prima raccolti da non saprei quale meretrice e le sue mammelle furono le prime che succhiarono. Difatti chiamavano lupe le meretrici e per questo i locali della loro prostituzione anche ora si chiamano lupanari. Aggiungono che in seguito furono condotti al pastore Faustolo e nutriti dalla moglie Acca. Sebbene non deve far meraviglia se, per rimproverare un re che aveva ordinato con efferatezza di gettarli in acqua, Dio, per mezzo di una fiera che allattava, volle soccorrere, dopo averli salvati dall'annegamento, quei bimbi dai quali doveva essere fondata una così grande città. Ad Amulio successe nel regno del Lazio il fratello Numitore, nonno di Romolo. Nel primo anno del suo regno fu fondata Roma, perciò in seguito regnò col suo nipote Romolo.

Roma fondata ai tempi di Ezechia.
22. Non voglio indugiare in particolari. La città di Roma fu fondata come un'altra Babilonia o come figlia della prima Babilonia perché per suo mezzo piacque a Dio di soggiogare il mondo civile e di pacificarlo dopo averlo condotto all'unità di rapporti politici e giuridici. V'erano già degli Stati potenti e forti e nazioni agguerrite che non avrebbero ceduto facilmente e che era indispensabile sottomettere con immensi pericoli, con grandi perdite dall'una e dall'altra parte e con disagio spaventoso. Invece quando l'impero di Assiria soggiogò quasi tutta l'Asia, sebbene il dominio sia stato realizzato con la guerra, tuttavia fu possibile realizzarlo con guerre non tanto gravose e difficili, perché i popoli erano ancora inesperti alla resistenza e non erano tanti e così grandi. Difatti dopo il diluvio più grande perché universale, in cui soltanto otto uomini si salvarono nell'arca di Noè, non erano passati più di mille anni quando Nino assoggettò l'Asia fuorché l'India. Roma, al contrario, non sottomise con la medesima celerità e facilità i tanti popoli dell'Oriente e dell'Occidente che sappiamo soggetti all'impero romano perché, ampliandosi lentamente, li trovò vigorosi e agguerriti da qualunque parte si estendeva. Nell'anno in cui Roma fu fondata, il popolo d'Israele era nella Terra promessa da settecentodiciotto anni. Di essi ventisette appartengono a Giosuè di Nun e trecentoventinove all'epoca dei Giudici. E da quando aveva cominciato a essere un regno, ne erano passati trecentosessantadue. Il re che allora reggeva il regno di Giuda si chiamava Acaz o, secondo il computo di altri 54, il suo successore Ezechia. È noto che questo re molto buono e devoto regnò al tempo di Romolo. Nello Stato del popolo ebraico, che si chiamava Israele, aveva cominciato a regnare Osea.

La sibilla Eritrea e l'acrostico.
23. 1. Alcuni narrano che in quel tempo proferì vaticini la Sibilla Eritrea. Varrone riferisce che le sibille furono parecchie non una 55. La Sibilla Eritrea ha dato allo scritto alcune manifeste divinazioni sul Cristo. Le ho lette nella lingua latina, prima in brutti versi latini e anche sconnessi per non saprei quale inettitudine del traduttore, come ho appreso in seguito. Infatti l'illustre Flacciano, che fu anche proconsole, uomo di spontanea eloquenza e di grande cultura, mentre parlavamo del Cristo, mi presentò un codice greco dicendomi che conteneva poesie della Sibilla Eritrea, mi mostrò in un punto, nei capoversi, che la serie delle lettere era disposta in modo che vi si leggessero le parole , le quali significano: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. I versi, in cui le prime lettere hanno il significato che ho detto, come li ha tradotti un tale in versi latini ben connessi, hanno questo contenuto:

Segno del giudizio: la terra sarà madida di sudore.

Verrà dal cielo Colui che sarà re per sempre,

cioè per giudicare di presenza la carne e il mondo.

In questo fatto vedranno Dio il miscredente e il credente,

in alto con i santi alla fine del tempo.

Vi saranno col corpo le anime che egli giudica,

quando il mondo giace incolto in dense sterpaglie.

Gli uomini disdegnano gli idoli e ogni tesoro.

Il fuoco brucerà la terra e al mare e al polo

dilagando sfonderà le porte dell'Averno oscuro.

Ad ogni corpo dei santi una libera luce

sarà data, una fiamma eterna brucerà i colpevoli.

Ognuno mettendo a nudo gli atti occulti manifesterà

le cose segrete e Dio schiuderà le coscienze alla luce.

Allora vi sarà pianto, tutti gemeranno battendo i denti.

Sarà tolto lo splendore al sole e cesserà la danza negli astri.

Crollerà il cielo, lo splendore della luna cesserà;

abbatterà i colli e solleverà dal basso le valli.

Non vi sarà nelle costruzioni dell'uomo il sublime e l'alto.

I monti saranno livellati ai campi e l'azzurro del mare

cesserà del tutto, la terra finirà frantumata:

parimenti sorgenti e fiumi si disseccheranno per il caldo.

Ma allora una tromba manderà un triste suono dall'alto

del globo per lamentare la colpa infelice e i vari tormenti

e la terra spaccandosi mostrerà il caos del Tartaro.

I re saranno adunati lì davanti al Signore.

Cadrà dal cielo uno scroscio di fuoco e di zolfo 56.

In questi versi latini, tradotti in qualche modo dal greco, non era possibile la corrispondenza del significato che si ha quando le lettere che sono all'inizio si collegano in una parola, dove in greco è usata l'Y perché non era possibile trovare parole latine che cominciassero con quella lettera e si adattassero al significato. Sono tre versi, il quinto, il decimottavo e il decimonono. Inoltre se, collegando le lettere iniziali di tutti i versi, non leggiamo quelle che sono state scritte per i tre versi suddetti, ma sostituiamo la lettera Y, come se fosse usata in quei capoversi, si enunzia con cinque parole, in linguaggio greco non latino: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Sono ventisette versi che è il cubo di tre. Tre per tre difatti dà nove e nove per tre, come ad aggiungere alla superficie l'altezza, è ventisette. Se unisci le prime lettere delle cinque parole greche che sono , e significano Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore, si avrà , cioè pesce, termine con cui simbolicamente si raffigura il Cristo perché ebbe il potere di rimanere vivo, cioè senza peccato, nell'abisso della nostra mortalità, simile al profondo delle acque.

Contenuto cristiano dei vaticini sibillini.
23. 2. Questa Sibilla Eritrea o, come alcuni meglio pensano, Cumana, in tutto il suo vaticinio poetico, di cui quella riportata è una piccola parte, non ha nulla che riguardi il culto degli dèi falsi o inventati, anzi parla in termini tali contro di loro e contro i loro adoratori da essere annoverata nel numero di coloro che appartengono alla città di Dio. In una sua opera Lattanzio allega vaticini della Sibilla sul Cristo, sebbene non indichi il nome. Io ho pensato di riunire le frasi che egli ha citato separatamente in modo che rientrino in un unico contesto i vari e brevi pensieri che egli ha riportato. Dice la Sibilla: Cadrà poi nelle mani empie degli infedeli, daranno schiaffi a Dio con mani contaminate e getteranno sputi velenosi dalla turpe bocca ed egli senza resistenza offrirà il dorso ai colpi. Nel ricevere schiaffi tacerà affinché non si sappia che è il Verbo e da dove viene per morire ed essere coronato di spine. Per cibo gli diedero il fiele e per bevanda l'aceto, gli offriranno questa vivanda dell'inospitalità. Tu, stolto, non hai compreso il tuo Dio che si mostra alla coscienza degli uomini, ma lo hai perfino coronato di spine e gli hai mescolato nella bevanda il fiele disgustoso. Sarà spaccato il velo del tempio e a mezzogiorno per tre ore scenderà una notte tenebrosa. Morirà e sarà nel sonno della morte per tre giorni e allora, ritornato dal regno dei morti, verrà per primo alla luce dopo aver mostrato ai risorti le primizie della risurrezione 57. Lattanzio ha usato queste attestazioni della Sibilla separatamente in punti diversi della dissertazione, in accordo a quel che richiedeva la tesi che intendeva dimostrare. Io, senza nulla frapporre ma legando insieme le frasi in un solo testo, ho procurato di dividerle soltanto nei periodi, con la speranza che in seguito gli amanuensi non trascurino di mantenerli. Alcuni dicono che la Sibilla Eritrea non visse ai tempi di Romolo ma della guerra di Troia.

Romolo e Numa e fine del regno d'Israele.
24. Si tramanda che, mentre regnava Romolo, visse Talete di Mileto, uno dei sette sapienti i quali, dopo i poeti teologi, fra cui il più illustre fu Orfeo, furono chiamati che significa "sapienti" 58. Nel medesimo tempo le dieci tribù, che nella divisione del popolo furono chiamate d'Israele, furono sconfitte dai Caldei e trasferite in prigionia in quelle regioni 59, mentre rimanevano in Giudea le due tribù che erano denominate di Giuda e avevano la capitale del regno a Gerusalemme. Quando Romolo morì, i Romani, poiché anche egli era scomparso, lo annoverarono fra gli dèi, fatto a tutti ben noto 60. La consuetudine era del tutto scomparsa, anche se al tempo degli imperatori era riemersa ma per adulazione e non per un'aberrazione. Perciò Cicerone accredita a grande vanto di Romolo 61 il fatto che meritò questi onori non in tempi incivili e incolti, quando gli uomini erano facilmente ingannati, ma in tempi raffinati e acculturati, sebbene non avesse ancora brillato e germogliato il linguaggio fine e ingegnoso dei filosofi 62. Ma anche se i periodi successivi non considerarono dèi gli uomini morti, tuttavia non cessarono di onorare quelli che erano stati considerati dèi dagli antenati, che anzi con statue, che gli antichi non avevano 63, accrebbero l'attrattiva di una frivola ed empia superstizione. La causavano nel loro cuore gli immondi demoni che ingannavano anche con falsi oracoli affinché mediante spettacoli si rappresentassero oscenamente, in omaggio ai falsi dèi, i loro delitti immaginari che ormai in una età più civile non erano più oggetto di mistificazione. Dopo Romolo regnò Numa il quale, avendo pensato che la città doveva essere difesa da un gran numero di dèi senza dubbio falsi, dopo la morte non meritò di essere accolto in quella schiera. Si pensò, per così dire, che aveva affollato il cielo con tante divinità che non gli fu possibile trovare un posticino per sé. Mentre egli regnava a Roma e presso gli Ebrei iniziava il regno di Manasse, il re crudele dal quale, secondo la tradizione, fu ucciso il profeta Isaia 64, viveva, come dicono, la Sibilla di Samo 65.

Sedecia, Tarquinio e i sette sapienti.
25. Mentre regnava presso gli Ebrei Sedecia e a Roma Tarquinio Prisco, successore di Anco Marzio, il popolo dei Giudei fu condotto prigioniero in Babilonia in seguito alla distruzione di Gerusalemme e del tempio fatto costruire da Salomone 66. I Profeti, nel rimproverare i Giudei per la loro disonestà ed empietà, avevano predetto questi avvenimenti, soprattutto Geremia che indicò anche il numero degli anni 67. Si tramanda che in quel tempo viveva Pittaco di Mitilene, un altro dei sette sapienti. Eusebio scrive che gli altri cinque i quali, per raggiungere il sette, si aggiungono a Talete, che ho nominato precedentemente, e a Pittaco, vissero in quel periodo in cui il popolo di Dio era tenuto prigioniero in Babilonia 68. Sono Solone di Atene, Chilone di Sparta, Periandro di Corinto, Cleobulo di Lindo, Biante di Priene. Costoro, chiamati i sette sapienti, si distinsero dopo i poeti teologi perché eccellevano sugli altri uomini per un tenore di vita lodevole e perché compendiarono alcuni imperativi morali in forma di proverbi. Però non lasciarono ai posteri opere letterarie di rilievo, salvo Solone che, come si riferisce, scrisse alcune leggi per gli Ateniesi. Talete fu un naturalista e lasciò i libri delle sue teorie. Durante la cattività dei Giudei si distinsero anche i naturalisti Anassimandro, Anassimene e Senofane. In quel tempo esisteva anche Pitagora, dal quale ebbe inizio la denominazione di "filosofi" 69.

Dario e la fine della cattività giudaica.
26. Durante quel periodo Ciro, re della Persia, che reggeva anche Caldei e Assiri, alleviando la cattività degli Ebrei, permise che cinquantamila uomini ritornassero per edificare il tempio 70. Da loro furono soltanto gettate le fondamenta e costruito l'altare. Per le incursioni dei nemici non poterono andare avanti nella costruzione che ebbe un rinvio fino a Dario. Sempre in quel periodo avvennero anche i fatti che sono narrati nel libro di Giuditta che i Giudei, come è noto, non hanno accolto nel canone della Scrittura. Sotto Dario, re di Persia, terminata la prigionia dopo i settanta anni, che aveva predetto il profeta Geremia, fu restituita l'indipendenza ai Giudei, mentre regnava il settimo re di Roma Tarquinio. Quando fu mandato in esilio, anche i Romani cominciarono ad esser liberi dal dominio dei propri re. Il popolo d'Israele ebbe Profeti fino a questo tempo, furono molti, ma di pochi sono ritenuti canonici gli scritti presso gli Ebrei e presso i cristiani. Nel porre un termine al libro precedente ho promesso che in questo libro avrei allegato alcuni loro brani 71. Noto che è giunto il momento di farlo.

Cristo e la Chiesa nei Profeti [27-44]


Inizio dell'epoca dei profeti.
27. Per precisare il tempo, in cui vissero i Profeti, dobbiamo risalire un po' indietro. All'inizio del libro del profeta Osea, che è il primo dei dodici minori, è scritto: Parola del Signore che fu rivolta ad Osea al tempo dei re di Giuda Ozia, Ioatan, Acaz ed Ezechia 72. Anche Amos scrive di aver profetato durante il regno di Ozia, aggiunge anche Geroboamo, re d'Israele, che regnò durante quel periodo 73. Anche Isaia, figlio di Amos, cioè del Profeta suddetto o, come generalmente si afferma di un altro che era omonimo ma non profeta, nomina all'inizio del suo libro i quattro re citati da Osea e premette che ha profetato durante il loro regno 74. Anche Michea stabilisce il medesimo periodo di tempo dopo Ozia per la sua profezia. Difatti cita i tre re che gli succedono, nominati anche da Osea, cioè Ioatan, Acaz ed Ezechia 75. Sono questi coloro che hanno profetato contemporaneamente, come si rileva dai loro libri. Ad essi si aggiunge Giona sempre durante il regno di Ozia, inoltre Gioele, quando era già re Ioatan, successore di Ozia. Però ho potuto precisare l'età in cui vissero questi due Profeti dalla Cronaca, non dai loro libri perché non ne parlano. Questo periodo va dal re del Lazio Proca o dal predecessore Aventino fino a Romolo, ormai re di Roma, o anche fino all'inizio del regno del suo successore Numa Pompilio, poiché Ezechia, re di Giuda, regnò fino ad allora 76. Perciò queste sorgenti, per così dire, della profezia sgorgarono insieme in quell'arco di tempo in cui venne a mancare il regno assiro e iniziò quello di Roma. Quindi come nel primo periodo dell'impero di Assiria visse Abramo, al quale furono rivolte le esplicite promesse della benedizione di tutti i popoli nella sua discendenza, così all'inizio della Babilonia d'Occidente, durante il cui impero sarebbe venuto il Cristo, nel quale si adempivano quelle promesse, i discorsi dei Profeti, che non solo parlavano ma anche scrivevano, si dovevano svolgere nell'attestazione di un così grande avvenimento. Sebbene non mancassero quasi mai Profeti al popolo d'Israele da quando iniziò l'epoca dei re, essi furono tuttavia a suo vantaggio, non di tutti i popoli. Quando invece si costituiva una scrittura più palesemente profetica, che giovasse a tempo debito ai popoli, era opportuno che iniziasse quando si costituiva la città che doveva esercitare l'impero su tutti i popoli.

Conversione dei popoli in Osea e Amos.
28. Il profeta Osea viene interpretato con tanto maggiore difficoltà in proporzione alla profondità con cui si esprime. Ma dal suo libro si deve scegliere qualche brano e allegarlo qui secondo la mia promessa. Dice: Avverrà che nel luogo in cui fu detto loro: Voi non siete mio popolo, saranno chiamati anche essi figli del Dio vivo 77. Anche gli Apostoli interpretarono questa testimonianza profetica in riferimento alla vocazione del popolo dei pagani che prima non appartenevano al popolo di Dio 78. E poiché anche il popolo dei pagani è spiritualmente tra i figli di Abramo e perciò giustamente è chiamato Israele, perciò continua e dice: Si riuniranno i figli di Giuda e i figli di Israele, stabiliranno per sé un'unica autorità e lasceranno il proprio paese 79. Se volessi spiegare questo brano, svanirebbe il sapore dell'eloquio profetico. Siano ricordate però la pietra angolare e le due pareti, una formata da Giudei, l'altra da pagani. E si riconosca che si elevano dal piano poggiando e innalzandosi insieme sull'unico loro fondamento, quella nel nome dei figli di Giuda, questa nel nome dei figli d'Israele 80. Questo Profeta afferma che gli Israeliti secondo la carne, che ora non vogliono credere nel Cristo, poi vi crederanno, cioè i loro discendenti, perché anche essi con la morte raggiungeranno il proprio destino. Dice: Per molto tempo i figli d'Israele saranno senza re, senza capo, senza sacrificio, senza altare, senza sacerdozio, senza rivelazioni. Ognuno può costatare che oggi i Giudei sono in questa condizione. Ma ascoltiamo quel che aggiunge: Poi ritorneranno i figli d'Israele e cercheranno il Signore loro Dio e Davide loro re e alla fine dei tempi rimarranno attoniti nel Signore e nella sua bontà 81. Questa profezia è molto esplicita se si intende che col nome del re Davide è stato indicato il Cristo perché, come dice l'Apostolo, è venuto al mondo dalla stirpe di Davide secondo la carne 82. Questo profeta ha preannunciato anche che al terzo giorno sarebbe avvenuta la risurrezione di Cristo come conveniva che con sublime stile profetico fosse preannunziata. Dice: Dopo due giorni ci ridarà la vita, al terzo risorgeremo 83. In questo senso ci dice l'Apostolo: Se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù 84. Anche Amos parla profeticamente di queste verità dicendo: Preparati, o Israele, a invocare il tuo Dio, io sono colui che fa scoppiare il tuono e crea i venti e annunzia agli uomini il loro Cristo 85. In un altro passo: In quel giorno rialzerò la tenda di Davide che è caduta, ricostruirò le mura che sono crollate e riparerò le sue rovine, le ricostruirò come un giorno che non cessi mai, in modo che mi cerchino i superstiti dell'umanità e tutti i popoli, in cui è stato invocato il mio nome su di loro, dice il Signore che fa queste cose 86.

La passione di Cristo in Isaia.
29. 1. Il profeta Isaia non è nell'elenco dei dodici Profeti, detti appunto minori perché i loro scritti sono brevi nel confronto con quelli detti appositamente maggiori perché hanno compilato libri molto estesi. Fra di essi c'è Isaia che, in considerazione della contemporaneità della profezia, fo seguire ai due sopraindicati. Isaia dunque inserisce fra i brani in cui condanna la disonestà, esorta alla moralità e predice al popolo peccatore i castighi che seguiranno, parole che preannunziano profeticamente, molto più che negli altri, le vicende del Cristo e della Chiesa, cioè del re e della città da lui fondata, al punto che da alcuni è considerato più un evangelista che un profeta. Ma per porre un limite alla trattazione allegherò uno dei molti passi. Parlando a nome di Dio Padre dice: Ecco il mio servo giudicherà rettamente, sarà innalzato e molto onorato. Come molti si stupiranno di te perché il tuo aspetto dagli uomini sarà spogliato di dignità e la dignità stessa scomparirà, così si meraviglieranno di lui molti popoli e i re si chiuderanno la bocca, perché conosceranno di lui un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che non avevano udito. Signore, chi ha creduto al nostro annunzio e a chi è stata manifestata la potenza del Signore? L'abbiamo annunziato dinanzi a lui; egli è come un bambino, come una radice in una terra arida. Non ha aspetto né dignità. L'abbiamo visto e non aveva né aspetto né decoro, ma il suo aspetto è privo di onore e senza apparenza dinanzi a tutti gli uomini. È un uomo posto nella sofferenza che sa sopportare il dolore perché la sua faccia è stravolta, è senza onore e non è stato considerato affatto. Egli porta i nostri peccati e soffre per noi e noi abbiamo giudicato che egli era nel dolore, nelle piaghe e nella sofferenza. Ma egli è stato ferito per le nostre iniquità e schiacciato per i nostri peccati. È in lui l'avere conoscenza della nostra pace perché siamo stati salvati dalle sue ferite. Eravamo sperduti come pecore, l'uomo era uscito dalla propria strada e il Signore lo consegnò per i nostri peccati ed egli non aprì la bocca sulle proprie sofferenze. Fu condotto al macello come una pecora ed egli fu senza voce come un agnello dinanzi a chi lo tosa. A suo avvilimento fu pronunziata la sentenza di morte. Chi si ricorderà della sua esistenza? La sua vita sarà eliminata dalla terra. Fu condotto alla morte dalle iniquità del mio popolo. Gli darò gli empi per sepolcro e i ricchi per la sua morte. Poiché non ha commesso malvagità né inganno con la sua bocca, il Signore vuole liberarlo dal dolore. Se darete la vostra anima in espiazione vedrete una tarda discendenza; e il Signore vuole liberare dal dolore la sua anima, mostrargli la luce, formare la sua intelligenza, giustificare il giusto che si offre per il bene di molti ed egli si addosserà i loro peccati. Perciò avrà per premio le moltitudini e dividerà il bottino dei forti perché la sua vita fu consegnata alla morte ed è stato annoverato fra gli empi ed egli portò il peccato di molti e fu consegnato per i loro peccati 87. Queste le parole sul Cristo.

La Chiesa in Isaia.
29. 2. Il brano che segue è sulla Chiesa, ascoltiamolo. Dice: Esulta, o sterile, che non partorisci, prorompi in grida di gioia, tu che non attendi il parto, poiché più numerosi saranno i figli dell'abbandonata che della maritata. Allarga lo spazio della tua tenda e dei tuoi teli. Inchioda, non risparmiare, allunga le tue cordicelle e rafforza i tuoi pioli, allarga ancora a destra e a sinistra. E la tua discendenza erediterà i popoli e abiterai nelle città un tempo abbandonate. Non temere di esser turbata e non essere in pensiero di essere biasimata perché dimenticherai per sempre il turbamento e non ti ricorderai il disonore della vedovanza, perché il Signore che ti sposerà è il Signore degli eserciti e chi ti redime è il Dio d'Israele che sarà chiamato Dio di tutta la terra 88. Così di seguito. Ma bastino queste parole anche se in esse si dovrebbero sviluppare alcuni pensieri, ma penso che siano sufficienti perché sono così chiari che anche gli avversari sono costretti, pur di malavoglia, a capire.

Il Messia e Betlem in Michea.
30. 1. Il profeta Michea, proponendo il Cristo nell'allegoria di un alto monte, scrive: Alla fine dei giorni il monte del Signore molto in vista sarà pronto sulla cima dei monti e s'innalzerà sopra i colli. Affluiranno ad esso le folle, verranno ad esso molti popoli e diranno: Venite, saliamo al monte del Signore e al tempio del Dio di Giacobbe, egli ci indicherà la sua via e noi cammineremo sui suoi sentieri, poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà arbitro tra le grandi folle e pronunzierà sentenze fra popoli potenti e lontani 89. Il Profeta preannunziando anche il luogo in cui Cristo è nato dice: E tu Betlem di Efrata, così piccola per essere fra gli innumerevoli paesi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà e il resto dei suoi fratelli ritornerà ai figli d'Israele. E starà là e pascerà il proprio gregge con la potenza del Signore e saranno nell'onore che spetta al Signore loro Dio, poiché egli sarà grande fino agli estremi confini della terra 90.

Giona: passione e risurrezione.
30. 2. Il profeta Giona ha preannunziato il Cristo non con la parola ma con la sua dolorosa esperienza, più apertamente che se avesse proclamato la sua morte e risurrezione. Fu appunto ingoiato nel ventre di una bestia e restituito il terzo giorno per simboleggiare il Cristo che al terzo giorno doveva tornare dal regno dei morti 91.

La pentecoste in Gioele.
30. 3. Gioele costringe a spiegare con molte parole le vicende che preannunzia in modo che siano chiare quelle che riguardano il Cristo e la Chiesa. Citiamo comunque un solo evento che anche gli Apostoli hanno indicato quando lo Spirito Santo venne dall'alto sui credenti riuniti, come era stato promesso dal Cristo 92. Dice: Dopo questo io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni e i vostri giovani avranno visioni ed anche sopra i miei schiavi e le mie schiave effonderò il mio Spirito 93.

Abdia: la Chiesa nella Giudea.
31. 1. I tre Profeti minori Abdia, Naum, Abacuc non riferiscono il periodo in cui vissero, né si riscontra nella Cronaca di Eusebio e di Girolamo il tempo in cui hanno scritto le proprie profezie. Abdia da loro è stato collocato assieme a Michea 94 ma dal suo libro, nello spazio riservato ai dati cronologici, non appare l'epoca in cui Michea ha profetato. Ritengo che sia avvenuto per un errore degli amanuensi che trascrivono con negligenza le opere degli altri. Né ho trovato nominati gli altri due nelle cronologie che ho avuto a disposizione. Tuttavia poiché sono inseriti nel canone, non è conveniente che da me siano tralasciati. Abdia, il più succinto di tutti i Profeti per quanto riguarda il suo libro, parla contro l'Idumea, la stirpe di Esaù, il maggiore non riconosciuto dei gemelli d'Isacco e nipote di Abramo. Se interpretiamo che l'Idumea è stata menzionata in senso figurato per indicare tutti i popoli, come il tutto con una parte, possiamo riferire al Cristo, fra le altre, anche queste parole: Sul monte Sion vi saranno salvezza e santità 95. Poco dopo, alla fine della profezia, dice: E saliranno i rigenerati dal monte Sion per difendere il monte di Esaù e sarà il regno del Signore 96. È evidente che l'evento si è verificato quando i rigenerati, che hanno creduto nel Cristo e quindi soprattutto gli Apostoli, salirono dal monte Sion, cioè dalla Giudea, per difendere il monte di Esaù. Lo difesero certamente salvando con la predicazione del Vangelo quelli che credettero, affinché fossero liberi dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno di Dio. Ha espresso il concetto aggiungendo: E il regno sarà del Signore. Difatti il monte Sion simboleggia la Giudea, perché in essa, secondo la predizione, si sarebbero realizzate la salvezza e la santità, cioè Cristo Gesù. Il monte di Esaù invece è l'Idumea, con la quale è stata simboleggiata la Chiesa dei pagani che i rigenerati, come ho spiegato, hanno difeso dal monte Sion, perché fosse il regno del Signore. L'evento era difficile a intendersi prima che si avverasse, ma una volta avverato ogni credente lo ravvisa.

Naum: contro l'idolatria.
31. 2. Il profeta Naum, o meglio Dio in lui, dice: Farò sparire le statue scolpite e quelle fuse: opererò il tuo seppellimento; perché ecco sui monti i passi veloci d'un messaggero che annuncia la pace. Celebra le tue feste, o Giuda, sciogli i tuoi voti: perché non avverrà più che passino in disuso. [Il male] è terminato, è stato distrutto e travolto. È asceso chi ti soffia in viso liberandoti dalla sofferenza 97. Chi ha letto il Vangelo richiami alla mente chi è stato che è salito dal regno dei morti e ha soffiato sul viso di Giuda, cioè dei discepoli giudei, lo Spirito Santo. Appartengono alla Nuova Alleanza coloro i cui giorni festivi sono rinnovati nello spirito sicché non possono passare in disuso. Con il Vangelo poi vediamo bandite le statue scolpite e fuse, cioè gli idoli dei falsi dèi, e consegnate all'oblio come a un seppellimento e notiamo che anche in questo la profezia ha avuto compimento.

Abacuc: l'attesa del Cristo.
31. 3. Si capisce bene che Abacuc non di alcun altro ma del Cristo, che doveva venire, dice: Il Signore mi rispose e mi disse: Scrivi chiaramente la visione su una tavoletta di bosso affinché chi legge la segua speditamente perché v'è ancora una visione con un termine, sarà palese alla scadenza e non invano; se indugerà, attendila perché si avvererà e non tarderà 98.

Parafrasi del cantico messianico di Abacuc.
32. Nella sua orazione con cantico si rivolge certamente al Cristo Signore quando dice: Signore, ho udito il tuo annunzio e ho avuto timore, Signore, ho esaminato le tue opere e ho provato spavento. È questo certamente l'ineffabile stupore per la previsione della nuova e inaspettata salvezza degli uomini. La frase: Sarai conosciuto in mezzo a due animali, può significare o fra le due alleanze, o fra i due ladroni, o fra Mosè ed Elia mentre discorrevano con lui sul monte Tabor. Il passo: Mentre si avvicinano gli anni, sarai conosciuto, quando giungerà il tempo, ti mostrerai non ha bisogno di spiegazione. L'altro passo: Mentre è turbata l'anima mia, nell'ira ti ricorderai di avere clemenza 99 significa che egli ha parlato a nome dei Giudei, che erano della sua razza e mentre essi, sconvolti da una grande ira, crocifiggevano il Cristo, egli memore della clemenza invocava: Padre, perdona loro perché non sanno quel che fanno 100. Dio verrà da Teman e il Santo da un monte ombroso e boschivo. Alcuni hanno interpretato l'inciso: Verrà da Teman nel senso del vento australe o del libeccio, da cui è indicato il Mezzogiorno, cioè il calore della carità e lo splendore della verità. Preferirei ravvisare nel monte ombroso e boschivo, sebbene si possa interpretare in vari sensi, l'altezza delle divine Scritture con cui è stato preannunziato profeticamente il Cristo. In esse vi sono molte idee fitte di ombre e di piante che esercitano la mente di chi fa indagini. E da esse viene il Cristo quando ve lo trova chi le comprende. La sua maestà ricopre i cieli e della sua lode è piena la terra 101. Ha il medesimo significato che ha il versetto del Salmo: Innalzati sopra i cieli, o Dio, e su tutta la terra con la tua gloria 102. II suo splendore è come la luce significa che con la sua fama illuminerà i credenti. L'inciso: Vi sono bagliori nelle sue mani significa il trofeo della croce. E pose la carità base stabile del suo potere non ha bisogno di spiegazioni. La parola procederà davanti a lui e uscirà nel campo dopo di lui significa che fu preannunziato prima della sua venuta, e fu annunziato dopo la sua dipartita dal mondo. Si fermò e la terra fu mossa significa che egli si fermò per soccorrere e la terra si mosse a credere. Guardò e i popoli si strussero nel dolore, cioè ebbe pietà ed indusse i popoli al pentimento. I monti furono atterrati con la violenza, cioè, la superbia degli esaltati fu atterrata dai miracoli che hanno forza di convincere. Si abbassarono i colli eterni, cioè furono depressi nel tempo per essere esaltati nell'eternità. Ho visto i suoi proventi eterni in cambio delle fatiche, cioè, non ho visto la fatica della carità, senza la ricompensa dell'eternità. Si spaventeranno i padiglioni degli Etiopi e quelli del paese di Madian, cioè le nazioni, improvvisamente atterrite all'annunzio delle tue opere mirabili, apparterranno al popolo cristiano anche se non sono sotto la giurisdizione di Roma. Forse, Signore, sei adirato con i fiumi e contro di essi è la tua collera e contro il mare il tuo sdegno? 103. Questo passo significa che non è venuto per giudicare il mondo ma affinché il mondo abbia la salvezza per la sua mediazione 104. Salirai sui tuoi cavalli e la tua cavalcata è salvezza, cioè, i tuoi Evangelisti, da te guidati, ti porteranno e il tuo Vangelo sarà la salvezza di coloro che credono in te. Tenderai con forza il tuo arco sugli scettri, dice il Signore, cioè, tu comminerai il tuo giudizio anche ai re. La terra sarà solcata da fiumi 105, cioè, il cuore degli uomini si aprirà al riconoscimento con i discorsi irriganti di coloro che ti annunziano. Di loro si dice: Lacerate i vostri cuori e non le vesti 106. La frase: I popoli ti vedranno e soffriranno ammonisce che essi diventano felici nel pianto. L'inciso: Tu che effondi le acque nel tuo cammino significa che, muovendoti in coloro che ti annunziano da ogni parte, effondi qua e là i fiumi della dottrina. L'abisso ha fatto udire la propria voce significa che la profondità del cuore umano ha espresso la propria opinione. La profondità della propria immaginazione è come un chiarimento del versetto precedente perché profondità equivale ad abisso. Nell'inciso: Della propria immaginazione si deve intendere come sottinteso che fece udire la propria voce, cioè, come ho detto, ha espresso la propria opinione. L'immaginazione è una visione che il Profeta non ha nascosto, non ha velato, ma ha svelato con le parole: Il sole si è levato in alto e la luna è rimasta nel suo ordine, cioè Cristo è asceso al cielo e la Chiesa ha avuto un ordinamento sotto il suo re. Le tue frecce appariranno nella luce, cioè, le tue parole non saranno pronunciate in segreto ma all'aperto. Nella frase: Nel balenare dello splendore delle tue armi 107 si deve sottintendere che andranno le tue frecce. Aveva detto ai suoi discepoli: Quel che dico nelle tenebre ditelo nella luce 108. Con lo sdegno renderai più piccola la terra, cioè con lo sdegno renderai sottomessi gli uomini. Nell'ira abbatterai i popoli, perché farai cadere per punizione quelli che si esaltano. Sei uscito per la salvezza del tuo popolo, per salvare i tuoi consacrati, hai mandato la morte sulla testa dei disonesti. Qui non c'è nulla da spiegare. Nel versetto: Hai allacciato i legami fino al collo si possono ravvisare i buoni legami della saggezza perché si infilino i piedi nei suoi ceppi e il collo nella sua collana 109. In: Hai troncato nell'ammirazione della mente 110 sottintendiamo i legami perché ha allacciato quelli buoni e troncato quelli cattivi. Di questi si dice appunto: Hai spezzato le mie catene 111, e questo nell'ammirazione della mente, cioè in modo meraviglioso. La testa dei potenti si muoverà in essa, cioè nell'ammirazione. Apriranno la propria bocca a mordere, come il povero che mangia di nascosto 112. Difatti alcuni capi dei Giudei, che ammiravano le sue opere e le sue parole, andavano dal Signore e, sebbene avessero fame, per timore dei Giudei mangiavano il pane della dottrina di nascosto, come ce li ha presentati il Vangelo 113. Hai lanciato nel mare i tuoi cavalli che agitavano molte acque, le quali significano molti popoli, perché alcuni non si convertirebbero per timore e altri non perseguiterebbero per rabbia se gli uni e gli altri non fossero agitati. Ho udito e fremette il mio cuore al suono del discorso uscito dalle mie labbra, un tremito è penetrato nelle mie ossa e sotto di me ha ondeggiato la mia andatura. Ha riflettuto su quel che diceva ed è stato atterrito dalle sue stesse parole con cui preannunziava profeticamente e nelle quali presagiva l'avvenire. Poiché molti popoli sarebbero stati turbati, previde le imminenti tribolazioni della Chiesa, si riconobbe immediatamente come suo adepto e disse: Riposerò nel giorno dell'angoscia 114, come uno di quelli che godono nella speranza e soffrono nella tribolazione 115. Per appartenere, dice, al popolo del mio esilio, cioè separandosi dal malvagio popolo della propria affinità razziale, che non è in esilio in questa terra e non attende la patria del cielo. Perché il fico non porterà frutti e non vi saranno i prodotti nelle vigne e cesserà il raccolto dell'olivo e i campi non daranno più cibo. I greggi spariranno dal pascolo e non rimangono buoi nelle stalle 116. Previde che il popolo, il quale avrebbe ucciso il Cristo, avrebbe perduto la produttività delle ricchezze spirituali che, secondo l'uso profetico, ha allegorizzato mediante l'abbondanza dei beni terreni. Ma quel popolo subì l'indignazione di Dio perché, ignorando la giustizia di lui, volle sostituirle la propria 117. Perciò il Profeta dice di seguito: Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio Salvatore. Il Signore, mio Dio, è la mia forza, renderà i miei piedi sommamente veloci, mi porrà in alto perché io vinca nel suo cantico 118. Si tratta di quel cantico, di cui si dice alcunché di simile in un Salmo: Ha stabilito i miei piedi sulla roccia e ha reso sicuri i miei passi, mi ha messo sulla bocca un cantico nuovo, un inno al nostro Dio 119. Vince nel cantico del Signore colui che è gradito nella lode di lui, non nella propria affinché chi si vanta si vanti nel Signore 120. Ritengo che i codici, i quali hanno interpretato: Esulterò in Dio, il mio Gesù, siano da preferirsi a quelli che, traducendo il termine in latino, non hanno usato quel nome che ci è così caro e dolce nominare.

Messianismo e vocazione dei pagani in Geremia.
33. 1. Il profeta Geremia come Isaia è dei maggiori, non dei minori, come gli altri, dai cui libri ho già tratto alcune citazioni. Fu profeta mentre in Gerusalemme regnava Giosia e a Roma Anco Marzio, poco prima della conquista della Giudea. Pose termine alla sua profezia cinque mesi dopo la conquista, come rileviamo dal suo libro 121. Si aggiunge a lui Sofonia, uno dei minori. Anche egli infatti dice di aver profetato al tempo di Giosia, ma non specifica fino a quando 122. Dunque Geremia ha profetato non solo al tempo di Anco Marzio ma anche di Tarquinio Prisco, che fu il quinto re di Roma. Egli infatti, quando avvenne la conquista, aveva già cominciato a regnare. Preannunziando il Cristo Geremia dice: Il respiro della nostra bocca, il Cristo Signore, è stato fatto prigioniero per i nostri peccati 123. Mostra così con poche parole che il Cristo è nostro Signore e che ha patito per noi. In un altro passo dice: Questi è il mio Dio e nessun altro può essergli paragonato. Egli ha scrutato la via della sapienza e ne ha fatto dono a Giacobbe, suo servo, a Israele, suo diletto. E dopo è apparso sulla terra e ha vissuto fra gli uomini 124. Alcuni esegeti non attribuiscono questo testo a Geremia ma al suo amanuense, che aveva nome Baruch, ma più convenientemente si ritiene di Geremia. Il medesimo Profeta del Cristo dice anche: Ecco vengono giorni, dice il Signore, nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele sarà sicuro nella sua dimora, questo sarà il nome con cui lo chiameranno: Signore nostra giustizia 125. Sulla vocazione dei pagani, che allora doveva avvenire ed ora costatiamo nel suo adempimento, ha parlato così: Signore mio Dio, mio rifugio nel giorno della tribolazione, a te verranno i popoli dalle estremità della terra e diranno: Veramente i nostri padri hanno adorato idoli menzogneri e non v'è in loro alcun giovamento 126. Il medesimo Profeta esprime in questi termini il motivo per cui i Giudei non l'avrebbero riconosciuto, anche perché era opportuno che da loro fosse ucciso: Più duro di tutte le cose è il cuore e anche l'uomo, chi può conoscerlo? 127. Di lui è anche il passo che nel libro diciassettesimo ho citato sulla Nuova Alleanza, il cui Mediatore è Cristo 128. Dice Geremia: Ecco, verranno giorni, dice il Signore, e io concluderò con la casa di Giacobbe una nuova alleanza, e il resto che vi si legge 129.

Sofonia: vocazione dei pagani.
33. 2. Del profeta Sofonia, che era contemporaneo di Geremia, citerò queste predizioni sul Cristo: Attendimi, dice il Signore, nel giorno in cui mi rialzerò, perché è mia decisione radunare i popoli e riunire i regni 130. Dice ancora: Terribile sarà il Signore con loro, poiché annienterà tutti gli idoli della terra, mentre a lui si prostreranno, ognuno dal proprio suolo, i popoli di tutti i continenti 131. E poco dopo dice: Allora io darò ai popoli un linguaggio e la discendenza perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo; da oltre i fiumi di Etiopia mi porteranno offerte. In quel giorno non avrai vergogna di tutti i tuoi misfatti, che hai commesso contro di me, perché allora eliminerò da te la perversità del tuo oltraggio e non continuerai a inorgoglirti sopra il mio santo monte, farò restare in te un popolo mansueto e umile e avrà rispetto del nome del Signore il resto d'Israele 132. Questo è il resto, di cui si preannunzia in altri passi, come anche l'Apostolo ricorda: Se fosse il numero dei figli d'Israele come la sabbia del mare il resto avrà la salvezza 133. Difatti il resto di quel popolo ha creduto nel Cristo.

Regno eterno al Messia in Daniele.
34. 1. Durante la cattività babilonese hanno profetato Daniele ed Ezechiele, gli altri due dei Profeti maggiori 134. Daniele ha stabilito cronologicamente il tempo della venuta e della passione del Cristo. Richiede tempo eseguire il computo che comunque da altri prima di me è stato eseguito nei dettagli. Del suo potere e della Chiesa ha parlato in questi termini: Guardavo nella visione notturna ed ecco venire sulle nubi del cielo uno, simile a un figlio d'uomo, giunse fino al Vegliardo e fu presentato a Lui e gli fu dato potere, gloria e regno e tutti i popoli, nazioni e lingue lo serviranno. Il suo potere è un potere eterno che non tramonta mai e il suo regno non sarà distrutto 135.

Il buon pastore in Ezechiele.
34. 2. Ezechiele secondo l'uso profetico simboleggia in Davide il Cristo perché ha assunto la carne dalla discendenza di Davide 136. Sul fondamento della forma di servo, con cui è divenuto uomo il Figlio di Dio, è denominato anche servo di Dio. Lo preannunzia dunque profeticamente, a nome di Dio Padre, con queste parole: Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo; egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore. Io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide, mio servo, sarà principe in mezzo a loro: io, il Signore, ho parlato 137. In un altro passo dice: Un solo re regnerà su tutti loro e non saranno più due popoli, né più saranno divisi in due regni; non si contamineranno più con i loro idoli, con i loro abomini e con tutte le loro iniquità. Li libererò da tutte le ribellioni con cui hanno peccato; li purificherò e saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio; e il mio servo Davide sarà re su di loro e non vi sarà che un unico pastore per tutti loro 138.

L'atteso dei popoli in Aggeo.
35. 1. Rimangono ancora tre Profeti minori che profetarono verso la fine dell'esilio. Sono Aggeo, Zaccaria e Malachia 139. Aggeo preannunzia il Cristo e la Chiesa con molta chiarezza e brevità: Questo dice il Signore degli eserciti: Ancora un po' di tempo e io attirerò il cielo e la terra, il mare e il continente, attirerò tutti i popoli e verrà il desiderato di tutti i popoli 140. Si sa per esperienza che questa profezia è in parte già adempiuta e si attende che si adempia in parte alla fine. Ha attirato il cielo con la testimonianza degli angeli e delle stelle quando si è incarnato il Cristo 141, ha attirato la terra con il grandioso prodigio del parto di una vergine 142: ha attirato il mare e il continente poiché il Cristo è predicato nelle isole e in tutto il mondo. Costatiamo così che tutti i popoli sono attirati alla fede. L'inciso che segue: E verrà il desiderato di tutti i popoli riguarda l'attesa della sua ultima venuta. Perché sia il desiderato di coloro che lo attendono, deve prima essere il prediletto dei credenti.

Il Cristo in Zaccaria.
35. 2. Zaccaria dice del Cristo e della Chiesa: Esulta grandemente o figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme; ecco a te viene il tuo re, giusto e vittorioso; umile cavalca un asino, un puledro, figlio di un'asina... Il suo dominio sarà da mare a mare e dai fiumi sino ai confini della terra 143. Si legge nel Vangelo quando avvenne il fatto che Cristo Signore usò in viaggio tale cavalcatura. Vi si richiama anche questo testo profetico in parte, per quanto parve sufficiente all'Evangelista 144. In un altro passo, parlando al Cristo con ispirazione profetica sulla remissione dei peccati nel suo sangue, dice: Anche tu nel sangue della tua alleanza hai estratto i tuoi prigionieri dal lago senz'acqua 145. Si può interpretare diversamente, sempre sul fondamento della retta fede, cosa volesse intendere col lago. A me sembra tuttavia che vi si può simboleggiare più attendibilmente la profondità arida e sterile dell'umana infelicità, in cui non siano le sorgenti della giustizia ma il fango della disonestà. Di esso anche in un Salmo si dice: Mi ha estratto dal lago dell'infelicità e dal fango della palude 146.

La Chiesa e il Cristo in Malachia.
35. 3. Malachia, preannunziando la Chiesa, che costatiamo diffusa a opera del Cristo, dice apertamente ai Giudei a nome di Dio: Non mi compiaccio di voi e non accetterò l'offerta dalle vostre mani. Poiché dall'Oriente all'Occidente grande è il mio nome fra le genti e in ogni luogo sarà sacrificata e offerta al mio nome un'oblazione pura, perché grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore 147. Osserviamo che questo sacrificio si offre a Dio mediante il sacerdozio di Cristo secondo l'ordine di Melchisedec da Oriente a Occidente, mentre i Giudei ai quali fu detto: Non mi compiaccio di voi e non accetterò l'offerta dalle vostre mani, non possono negare che il loro sacrificio è venuto a cessare. Non v'è motivo dunque che attendano un altro Cristo poiché soltanto per mezzo di lui si poteva adempiere ciò che leggono profeticamente preannunziato e costatano in realtà adempiuto. Di lui dice poco dopo, sempre a nome di Dio: La mia alleanza con lui era di vita e di pace e io gli ho concesso di avere timore di me e rispetto del mio nome. La regola della verità era sulla sua bocca, guidando nella pace ha camminato con me e ha trattenuto molti dal male; le labbra del sacerdote infatti custodiranno la scienza e dalla sua bocca cercheranno la legge poiché è messaggero del Signore onnipotente 148. Non desta meraviglia che Gesù Cristo sia stato considerato messaggero del Signore onnipotente. Come infatti è stato considerato servo a causa dell'aspetto di servo con cui è venuto fra gli uomini, così è detto messaggero a causa del Vangelo che ha annunziato agli uomini. Infatti se traduciamo queste parole greche, notiamo che Vangelo significa "buon messaggio" e angelo "messaggero". Di lui infatti dice ancora: Ecco io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi attendete, e l'angelo dell'alleanza che voi desiderate. Ecco viene, dice il Signore onnipotente; e chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? 149. In questo passo il Profeta ha preannunziato la prima e la seconda venuta del Cristo. Della prima afferma: E subito entrerà nel suo tempio, cioè nel suo corpo, di cui dice nel Vangelo: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere 150. Annunzia la seconda venuta quando dice: Ecco viene, dice il Signore onnipotente; e chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? La frase: Signore che voi attendete, e il messaggero dell'alleanza che voi desiderate indica metaforicamente che i Giudei, stando alle Scritture che essi leggono, attendono ancora e desiderano il Cristo. Ma molti di loro non hanno riconosciuto che era venuto Colui che attendevano e desideravano, poiché erano accecati nei propri cuori dalle colpe precedenti. Nell'alleanza che Malachia nomina in questo brano, nel primo inciso in cui dice: La mia alleanza era con lui, e nel secondo, in cui ha parlato del messaggero dell'alleanza, dobbiamo ravvisare la Nuova Alleanza, in cui sono promessi valori eterni, e non l'Antica, in cui erano promessi beni temporali. Molte persone superficiali tengono questi ultimi in grande considerazione e poiché servono Dio per la soddisfazione di simili interessi, sono sconvolti quando si accorgono che i miscredenti ne hanno in abbondanza. Perciò il medesimo Profeta, per distinguere la felicità eterna della Nuova Alleanza, che viene data soltanto ai buoni dalla prosperità terrena dell'Antica Alleanza, che spesso è data anche ai malvagi, dice: Avete proferito parole dure contro di me, dice il Signore, e andate dicendo: Che abbiamo contro di te? Avete detto: È sciocco chi serve Dio; che vantaggio abbiamo ricevuto dall'avere custodito i suoi comandamenti e dall'avere camminato in preghiera davanti al Signore onnipotente? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicavano e, pur provocando Dio, restano impuniti. Queste parole si rivolsero fra di loro i timorati del Signore, ciascuno al suo vicino. Il Signore porse l'orecchio e li ascoltò; e fece scrivere un libro di memorie davanti a lui per coloro che onorano e temono il suo nome 151. In quel libro era simboleggiata la Nuova Alleanza. Ascoltiamo il resto: Essi diverranno, dice il Signore onnipotente, mia proprietà nel giorno che io preparo e li prediligerò come un padre predilige il figlio che gli è sottomesso; e vi convertirete e distinguerete l'uomo giusto dall'ingiusto e colui che serve Dio da colui che non lo serve. Perché ecco viene il giorno ardente come il forno e li brucerà; e tutti i superbi e gli operatori d'iniquità saranno come paglia e quel giorno venendo li incendierà, dice il Signore onnipotente, e non rimarrà di loro né radice né tralcio. E sorgerà per voi, che temete il mio nome, il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete e saltellerete come vitelli liberati dal giogo; e calpesterete gli empi ridotti in cenere sotto i vostri piedi nel giorno in cui io opero, dice il Signore onnipotente 152. Questo è quel che si chiama il giorno del giudizio. Ne parlerò più a lungo, se Dio vorrà, al momento opportuno 153.

Contributo dei libri di Esdra, Ester e Maccabei.
36. Dopo questi tre Profeti, Aggeo, Zaccaria e Malachia, durante il periodo della liberazione del popolo dalla schiavitù di Babilonia, scrisse anche Esdra. Però egli è considerato più uno storiografo che un profeta. Simile è il Libro di Ester, la cui opera a lode di Dio si esplica, pressappoco, in quel periodo. Si può tuttavia ritenere che anche Esdra ha preannunziato profeticamente il Cristo perché era sorta tra alcuni giovani la discussione che cosa avesse più valore nella realtà. Uno disse i re, un altro il vino, un terzo le donne perché spesso comandano anche ai re, tuttavia costui dimostrò che la verità è vittoriosa su tutte le cose 154. Esaminando il Vangelo apprendiamo che il Cristo è verità. Da questo periodo alla restaurazione del tempio non si ebbero in Giudea re ma principi fino ad Aristobulo 155. Però la cronologia di questo periodo non si ha nei libri della Scrittura, considerati canonici, ma in altri, fra cui i Libri dei Maccabei che non i Giudei ma la Chiesa ritiene canonici a causa della pena di morte subita con ammirevole coraggio da alcuni martiri i quali, prima che il Cristo venisse nel mondo, si batterono fino alla morte e sopportarono indicibili sofferenze per la legge di Dio 156.

Anteriorità dei profeti sulla cultura classica.
37. Nel periodo dei nostri Profeti, i cui scritti sono ormai conosciuti da quasi tutti i popoli, e molto tempo dopo di loro, vi furono fra i pagani i filosofi che si designavano ormai con questo nome. Aveva cominciato con Pitagora di Samo, il quale iniziò a segnalarsi per celebrità al tempo in cui ebbe fine la cattività dei Giudei 157. Si deve quindi ammettere che gli altri filosofi vissero molto tempo dopo i Profeti. Si rileva nella Cronaca che visse dopo di Esdra lo stesso Socrate di Atene, maestro di tutti coloro che furono illustri in quel tempo, perché aveva il primato in quella parte della filosofia, che si dice morale o pratica 158. Non molto tempo dopo nacque anche Platone che avrebbe superato di gran lunga gli altri discepoli di Socrate. Possiamo aggiungere anche i precedenti, che ancora non erano chiamati filosofi, cioè i sette sapienti e poi i naturalisti che seguirono a Talete, imitandone l'interesse nella ricerca sulla natura, cioè Anassimandro, Anassimene, Anassagora e alcuni altri prima che Pitagora parlasse del filosofo. Anche costoro cronologicamente non vengono prima di tutti i nostri Profeti. Difatti è noto che Talete, il quale precede gli altri, si è segnalato quando regnava Romolo, cioè quando dalle sorgenti d'Israele scaturì il fiume della profezia in quelle produzioni letterarie che dovevano riversarsi in tutto il mondo. Risulta che soltanto i tre teologi poeti Orfeo, Lino, Museo, e se ve ne fu qualcun altro in Grecia, sono anteriori ai Profeti ebrei 159, i cui libri riteniamo autenticamente ispirati. Però neanche essi precedettero nel tempo il vero nostro teologo Mosè che ha parlato secondo verità dell'unico vero Dio e i cui libri sono i primi nel canone degli autenticamente ispirati. Perciò, per quanto attiene ai Greci, sebbene nella loro lingua la letteratura profana abbia avuto il massimo sviluppo, non hanno alcun motivo di vantare la propria cultura nel confronto con la nostra religione, in cui è la vera cultura, se non più forbita, certamente più antica. Però, bisogna confessarlo, non in Grecia, ma in popoli di diversa civiltà, come in Egitto, vi era prima di Mosè una forma di sapere, che poteva esser considerata come loro cultura, altrimenti non sarebbe scritto nella Bibbia che fu istruito secondo la cultura dell'Egitto, quando, nato nel paese, adottato e allevato dalla figlia del faraone, vi fu anche educato a livello intellettuale 160. Ma non è possibile che la cultura dell'Egitto preceda nel tempo la cultura dei nostri Profeti se anche Abramo fu profeta 161. Non era possibile infatti che in Egitto vi fosse una cultura prima che Iside, riconosciuta e onorata dopo la morte come una grande dea, trasmettesse l'erudizione. Ma si dice che Iside fu figlia d'Inaco, il quale per primo regnò ad Argo quando erano già nati i nipoti di Abramo 162.

Testi autentici e apocrifi.
38. E se risalgo di molto ai tempi più antichi, anche prima del grande diluvio visse Noè, nostro Patriarca, che giustamente dovrei considerare anche come profeta, se l'arca, che costruì e con la quale si mise in salvo assieme ai suoi, fu un preannunzio profetico dei tempi cristiani. Inoltre nella lettera canonica dell'apostolo Giuda si afferma che anche Enoch, il settimo da Abramo, ha profetato 163. La straordinaria antichità ha fatto sì che gli scritti di costoro non fossero ritenuti autentici né dai Giudei né dai cristiani e sembrava opportuno che si ritenessero apocrifi affinché non fossero allegati i falsi per i veri. Difatti vengono allegati degli scritti che potrebbero essere loro attribuiti da persone che, a favore di una loro opinione, li interpretano alla rinfusa come vogliono. Ma la purezza del canone non li ha accolti, non perché sia respinta l'autorevolezza di quegli uomini che piacquero a Dio, ma perché quegli scritti non sono ritenuti genuini. Non deve meravigliare che siano considerate apocrife opere che si presentano col marchio di produzioni archeologiche. Anche nella storiografia dei regni di Giuda e d'Israele, la quale contiene avvenimenti che accettiamo perché accreditati da libri canonici, vi sono però narrati molti fatti che non sono riportati in essi, si rimanda però ad altri libri, scritti da Profeti, che anzi in qualcuno è citato perfino il loro nome 164, tuttavia non sono inseriti nel canone che il popolo di Dio ha accolto. Mi sfugge, confesso, il motivo del fatto. Ritengo però che anche coloro, ai quali lo Spirito Santo rivelava le verità che dovevano appartenere alla credibilità della religione, hanno potuto scrivere alcuni libri come uomini con storica accuratezza ed altri come profeti per divina ispirazione e che tali scritti furono così distinti in modo che i primi furono aggiudicati ad essi, gli altri a Dio che parlava per loro mezzo. Così gli uni appartennero all'incremento della erudizione, gli altri alla credibilità della religione. Da questa credibilità è difeso il canone. E se fuori di esso si citano scritti col nome dei veri Profeti, i quali non siano validi all'incremento della cultura perché è incerto che siano di coloro ai quali sono attribuiti e perciò non si presta loro credito, soprattutto a quelli in cui si leggono pensieri che contrastano anche con la credibilità dei libri canonici, è chiaro che non sono dei veri profeti.

L'acculturazione in Egitto e in Israele.
39. Non si deve quindi dare ascolto ad alcuni i quali suppongono che soltanto la lingua ebrea fu conservata da quell'uomo chiamato Eber, da cui deriva l'appellativo di Ebrei, e che da lui fu trasmessa ad Abramo. La perizia del leggere e scrivere quindi avrebbe avuto inizio dalla legge che fu data a Mosè. Al contrario, attraverso il succedersi dei Patriarchi, la lingua suddetta fu custodita assieme ad opere scritte. In seguito Mosè stabilì nel popolo individui incaricati d'insegnare a leggere e scrivere, prima che gli Ebrei conoscessero gli scritti della legge divina. La Bibbia li chiama termine che può significare coloro che iniziano o introducono l'attitudine al leggere e scrivere, perché la iniziano, cioè la introducono in certo senso nella coscienza degli allievi o meglio iniziano ad essa gli allievi. Nessun popolo dunque si può vantare per vanagloria dell'antichità della propria cultura in riferimento ai nostri Patriarchi e Profeti, ai quali era inerente la divina sapienza. Neanche l'Egitto, che abitualmente si vanta con imposture e frivolezze delle antichità delle proprie dottrine, può affermare d'aver preveduto nel tempo con una propria qualsivoglia cultura la cultura dei nostri Patriarchi. Non si può assolutamente affermare che fossero buoni intenditori di singolari rami del sapere, prima che imparassero a leggere e a scrivere, cioè prima che venisse Iside e l'insegnasse loro. Infatti la loro famosa dottrina, considerata cultura, era soprattutto l'astronomia o un'altra delle branche del sapere, utile più ad esercitare l'ingegno che ad educare l'intelligenza con la vera sapienza. Per quanto attiene la filosofia, che si prefigge d'insegnare qualcosa per cui gli uomini diventino felici, fu uno studio che nel paese sviluppò al tempo di Mercurio, chiamato Trismegisto, cioè molto prima dei sapienti e filosofi della Grecia, ma dopo Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe ed anche dopo lo stesso Mosè 165. Risulta che nel tempo in cui nacque Mosè, viveva il grande astrologo Atlante, fratello di Prometeo, nonno materno di Mercurio il Vecchio, di cui fu nipote il suddetto Mercurio Trismegisto 166.

Confronto di culture.
40. Ciarlano invano con boriosa millanteria dicendo che sono passati più di centomila anni da quando l'Egitto ha formulato la teoria delle stelle. Non si capisce in quali libri abbiano scovato questo numero se hanno appreso a leggere e scrivere da Iside, loro maestra, non molto più di duemila anni addietro. Non è uno storiografo di scarso valore Varrone che tramanda questa notizia, la quale non dissente dalla verità della sacra Scrittura 167. Dal primo uomo, chiamato Adamo, non sono ancora trascorsi seimila anni. Quindi costoro diventano oggetto piuttosto di scherno che di polemica, perché tentano di accreditare notizie così diverse sulla estensione della cronologia e molto contrarie a questa verità tanto accertata. A nessun teste, che narra avvenimenti passati, si crede più volentieri che a quello il quale ha anche predetto eventi futuri che ora esperimentiamo presenti. Anche il dissenso degli storici ci offre l'occasione di credere di più a chi non contrasta con la Storia sacra che noi conserviamo. Certamente i cittadini dell'empia città diffusa da ogni parte nel mondo, quando vengono a sapere che uomini assai dotti, la cui autorevolezza non si può respingere, dissentono su fatti molto remoti dagli strumenti di trasmissione della nostra età, non sanno decidere a chi credere. Noi invece, sostenuti nella nostra religione dall'autorità divina, non possiamo dubitare che è falsissima qualsiasi notizia che le si oppone, come che siano gli altri contenuti nella letteratura profana che, veri o falsi, non hanno importanza per farci vivere nell'onestà e nella felicità.

L'autorità dei filosofi e della Bibbia.
41. 1. Ma per lasciar da parte la conoscenza della storia, sembra che i filosofi, dai quali siamo passati alle suddette riflessioni, hanno atteso alle proprie indagini, soltanto per scoprire come si debba vivere in corrispondenza al raggiungimento della felicità. Eppure gli allievi hanno dissentito dai maestri, gli allievi fra di loro, per il solo motivo che hanno svolto queste ricerche da uomini con sentimenti e intendimenti umani. Era possibile che in queste cose vi fosse l'interesse per la fama, per cui ciascuno vuole apparire più saggio e ingegnoso dell'altro, non asservito in qualsiasi maniera al modo di pensare altrui, ma iniziatore della propria teoria e sistema. Posso anche ammettere che alcuni, anzi molti di essi, che l'amore della verità distolse dagli scolarchi e dai compagni di studio, si batterono per quella che ritenevano la verità, sia che lo fosse o no. Ma l'umana infelicità non sa cosa fare, da dove e dove dirigersi per raggiungere la felicità, se non la guida l'autorità divina. Inoltre non può avvenire che i nostri autori, nei quali non inutilmente si stabilisce e si conchiude il canone della sacra Scrittura, siano in qualche modo discordi fra di loro. Quindi a ragione, quando essi trasmettevano quelle verità, non pochi dei parolai intenti a diatribatiche discussioni nelle scuole e nei ginnasi, ma tante e tante popolazioni, nei campi e nelle città, con uomini colti e illetterati, credettero che Dio aveva parlato loro, ossia per mezzo loro. Dovevano esser pochi affinché col numero non si svilisse ciò che necessariamente è di pregio nella religione, tuttavia non così pochi che il loro consenso non sia oggetto di ammirazione. Invece nel gran numero dei filosofi, i quali anche con attività letteraria hanno lasciato documenti delle proprie teorie, non è facile trovarne alcuni, i cui pensamenti si accordino. È troppo lungo dimostrarlo in questa opera 168.

Dissenso nella sapienza classica.
41. 2. Non c'è nella città adoratrice dei demoni uno scolarca così accettato da escludere gli altri che hanno sostenuto teorie diverse o contrarie. Ad Atene, per esempio, erano famosi tanto gli epicurei, i quali affermavano che gli eventi umani non appartengono all'ordinamento degli dèi, quanto gli stoici i quali, sostenendo il contrario, affermavano che gli uomini sono sostenuti e difesi dall'aiuto e protezione degli dèi. Mi meraviglio quindi che Anassagora fu ritenuto colpevole perché affermò che il sole è una pietra infuocata e non un dio 169. Eppure nella medesima città Epicuro eccelleva nella fama e viveva tranquillo, sebbene professasse che il sole o un altro astro non sono dio e sostenesse che né Giove né un altro dio fossero presenti nel mondo in modo che a loro pervenissero le preghiere e le invocazioni degli uomini 170. V'erano nella città Aristippo, che riponeva il bene supremo nel piacere sensibile, e Antistene, il quale affermava che l'uomo diviene felice con la perfezione dello spirito. Erano due filosofi conosciuti e ambedue discepoli di Socrate, eppure assegnavano l'essenza del vivere in fini così diversi e contrari, sicché il primo sosteneva che il saggio deve evitare il governo dello Stato, l'altro che lo deve assumere 171. E ciascuno dei due accoglieva allievi a frequentare la propria scuola. Dunque, all'aperto, nel ben visibile e frequentatissimo portico, nei ginnasi, nei giardinetti, in luoghi pubblici e privati, discutevano a gruppi, ciascuno a favore della propria teoria. Alcuni affermavano l'esistenza di un solo mondo, altri d'infiniti, alcuni che l'unico mondo aveva avuto inizio, altri che non l'aveva avuto, alcuni che sarebbe finito, altri che sarebbe rimasto per sempre, alcuni che era retto dalla intelligenza divina, altri fatalmente dal caso, alcuni che le anime sono immortali, altri che sono mortali; di quelli che sostenevano l'immortalità, alcuni che le anime ritornano negli animali, altri no; di quelli che sostenevano la mortalità, alcuni che l'anima cessa di esistere assieme al corpo, altri che continua a vivere per un po' o anche a lungo, tuttavia non per sempre; alcuni sostenevano che il bene ultimo è nel corpo, altri nell'anima, altri in ambedue e altri aggiungevano all'anima e al corpo anche i beni esterni; alcuni sostenevano che si deve prestare l'assenso ai sensi sempre, altri non sempre, altri mai. E mai un popolo, un senato, un potere o autorità pubblica della città miscredente ha provveduto a dare un giudizio su queste e le altre quasi innumerevoli teorie discordanti dei filosofi per approvarne e accoglierne alcune, per riprovare e respingerne altre. Anzi disordinatamente, senza discernimento, alla rinfusa, hanno accolto nel proprio interno tante discussioni diatribatiche d'individui in disaccordo non sui campi, sulle case o per un qualche motivo finanziario, ma su significati per cui si conduce una vita infelice o felice. E sebbene in quegli incontri si sostenevano delle verità, con altrettanta libertà però si difendevano gli errori, al punto che non irragionevolmente una simile città ricevette l'appellativo simbolico di Babilonia. Babilonia infatti si traduce "confusione". Ricordo di averlo già detto 172. Né importa al diavolo, suo re, per quali errori contrari si accapiglino, perché li lega egualmente a sé sul fondo di una grande e varia miscredenza.

Accordo nella sapienza rivelata.
41. 3. Al contrario la nazione, il popolo, la città, lo Stato, gli Israeliti, ai quali fu affidata la parola di Dio, non confusero con la parità del libero esercizio gli pseudoprofeti con i veri Profeti, ma erano da loro riconosciuti e accettati come veritieri autori della sacra Scrittura quelli che erano fra di sé concordi e in nulla dissentivano. Essi erano per loro filosofi, cioè amatori della sapienza, sapienti, teologi, profeti, maestri di morale e religione. Chiunque ha pensato e agito in conformità ai loro scritti, ha pensato e agito in conformità al volere non degli uomini, ma di Dio che ha parlato per loro mezzo. Se vi è stata proibita l'offesa a Dio, è Dio che l'ha proibita. Se è stato raccomandato: Onora tuo padre e tua madre, è Dio che l'ha comandato. Se è stato ingiunto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare 173, e gli altri comandamenti, queste non furono parole umane, ma oracoli divini. Alcuni filosofi, a parte gli errori che hanno sostenuto, han potuto scoprire il vero e in laboriose discussioni si sono impegnati a dimostrare che Dio ha posto nel divenire questo mondo e che lo ordina con infinita provvidenza in ordine alla moralità delle virtù, all'amore di patria, alla fedeltà nell'amicizia, alle buone opere e a tutti gli obiettivi che riguardano i buoni costumi, sebbene ignorassero a qual fine tutti questi valori si devono riferire e in base a quale norma 174. Invece nella città celeste essi furono raccomandati al popolo dalle parole dei Profeti, cioè di Dio, sebbene per mezzo di uomini, e non inculcati da discussioni diatribatiche, in modo che chi li conosceva temeva di offendere non l'ingegno dell'uomo ma la parola di Dio.

La Bibbia in Egitto.
42. Anche uno dei Tolomei, sovrani d'Egitto, s'interessò a conoscere e ad avere i libri della sacra Scrittura. Avvenne dopo la stupefacente e non lunga egemonia di Alessandro il Macedone, chiamato il Grande, con la quale aveva assoggettato tutta l'Asia, anzi quasi tutto il mondo, in parte con la forza e con le armi, in parte col terrore. Avendo aggredito assieme alle altre regioni dell'Oriente anche la Giudea, la conquistò 175. Alla sua morte, poiché i suoi generali non avrebbero diviso l'impero molto esteso, per possederlo nella pace scambievole, ma l'avrebbero sconvolto devastando tutto con le guerre, l'Egitto cominciò ad avere come re i Tolomei. Il primo, figlio di Lago, trasferì molti come prigionieri dalla Giudea nell'Egitto 176. Il suo successore, un altro Tolomeo, soprannominato Filadelfo, permise che tornassero liberi tutti quelli che il predecessore aveva tradotto in esilio, mandò regali al tempio di Dio e chiese ad Eleazaro, pontefice in quel tempo, che gli fossero dati i libri della Scrittura perché aveva udito, dalla diffusa opinione pubblica, che erano di origine divina e aveva desiderato di averli nella biblioteca che aveva reso molto celebre 177. Poiché il suddetto pontefice glieli spedì in ebraico, egli chiese anche i traduttori. Furono incaricati settantadue uomini, cioè sei per ogni tribù d'Israele, espertissimi in tutte e due le lingue, cioè ebraica e greca. È invalso l'uso che la loro traduzione sia denominata dei "Settanta". Si tramanda che il loro accordo nelle parole fu così ammirevole, sorprendente e addirittura divino che, sebbene ciascuno attendesse al proprio lavoro per conto suo, poiché Tolomeo volle così esperimentare la loro capacità, non discordarono fra di loro nel significato e nella forma grammaticale delle parole e neanche nella struttura della proposizione. Sembrava che fosse un solo traduttore e la loro traduzione era così omogenea, poiché di fatto c'era in tutti una sola ispirazione. Avevano perciò ricevuto un incarico tanto ammirevole affinché di quei libri, non come opere umane ma divine, quali erano veramente, fosse avvertita l'autorevolezza, la quale un giorno doveva giovare ai popoli che avrebbero creduto. È un evento che oggi osserviamo adempiuto.

Ispirazione anche nei Settanta(?).
43. Vi sono stati altri intenditori che hanno tradotto i libri della sacra Scrittura dall'ebraico al greco, come Aquila, Simmaco, Teodozione; v'è anche una versione, il cui autore è ignoto e perciò a causa della sua anonimia è chiamata la quinta versione. Tuttavia la Chiesa ha accettato quella dei Settanta, come se fosse l'unica e la usano i popoli cristiani di lingua greca, la maggior parte dei quali non sa se ve ne sia un'altra qualsiasi. Della traduzione dei Settanta si ha anche la traduzione in latino, che usano le Chiese di lingua latina, sebbene ai nostri giorni sia vissuto il prete Girolamo, uomo assai colto e conoscitore delle tre lingue, il quale ha tradotto i libri della Bibbia in latino, non dal greco ma dall'ebraico. Ma sebbene i Giudei ritengano valida la sua opera erudita e sostengano che i Settanta hanno parecchi errori, tuttavia le Chiese di Cristo giudicano che nessuno si deve preferire all'autorevolezza di tanti uomini, scelti da Eleazaro, pontefice in quel tempo, a un'opera così grande. Infatti anche se in essi non si fosse manifestata un'unica ispirazione, certamente divina, ma avessero confrontato reciprocamente, secondo l'uso comune, le parole delle particolari traduzioni, in modo che fosse confermato il testo che era accettato da tutti, non doveva essere preferito a loro uno che aveva tradotto da solo. Dato che in loro apparve un segno così manifesto dell'intervento divino, è fedele quel traduttore dei libri della sacra Scrittura dall'ebraico a qualsiasi altra lingua che conviene con i Settanta, o se non conviene, si deve avvertire in quel passo un profondo significato profetico. Lo Spirito, che agiva nei Profeti quando hanno parlato, agiva anche nei Settanta quando hanno tradotto. È possibile che lo Spirito, con autorità divina, abbia suggerito un altro significato nella versione come se il Profeta avesse inteso l'uno e l'altro, poiché era il medesimo Spirito a parlare in ambedue i sensi, o meglio il medesimo significato diversamente cosicché, se non le medesime parole, almeno ai buoni intenditori apparisse il medesimo significato. Ha potuto far tralasciare qualcosa e qualcosa aggiungere affinché anche da questo fatto si mostrasse che in quell'attività non prevaleva l'umana soggezione, che il traduttore subiva dalle parole, ma un divino potere che riempiva e guidava l'intelligenza del traduttore. Alcuni hanno pensato che si dovesse correggere secondo i codici ebraici il testo greco della traduzione dei Settanta, tuttavia non hanno osato detrarre ciò che il testo ebraico non aveva e i Settanta avevano inserito, aggiunsero però incisi che, rintracciati nel testo ebraico, non apparivano nei Settanta e li contrassegnarono all'inizio dei singoli versetti con alcuni segni tracciati a forma di stelle, che chiamano asterischi. Hanno egualmente contrassegnato gli incisi, che non ha il testo ebraico ma i Settanta, ai capoversi con lineette orizzontali, come nella scrittura onciale. Molti testi, anche latini, che hanno queste indicazioni, sono diffusi da ogni parte. Le frasi, che non sono state né omesse né aggiunte, ma espresse diversamente, se hanno un altro significato non incompatibile, oppure si capisce che in forma diversa espongono il medesimo significato, si possono precisare soltanto con un esame comparato di entrambi i testi. Se dunque, come è doveroso, noi cerchiamo nei libri della Bibbia soltanto ciò che ha detto lo Spirito di Dio per mezzo di uomini, dobbiamo ammettere che tutto quello che si trova nel testo ebraico e non si ha nei Settanta, lo Spirito di Dio non l'ha voluto dire per mezzo di costoro, ma dei Profeti. Tutto ciò che invece è nei Settanta e non si ha nel testo ebraico, lo Spirito ha preferito manifestarlo per mezzo dei primi e non degli altri mostrando così che ambedue furono profeti. Così Egli ha manifestato alcune verità per mezzo d'Isaia, altre per mezzo di Geremia, altre per mezzo di un altro profeta, ma anche in forma diversa le medesime verità per mezzo dell'uno e dell'altro, come ha voluto. Ma l'unico e medesimo Spirito ha voluto manifestare per mezzo di ambedue quel che in essi si trova, ma in maniera che essi precedessero profetando, i Settanta seguissero traducendoli profeticamente. Difatti come nei primi, che dicevano cose vere e concordanti, vi fu lo Spirito della concordia, così negli altri che, senza confrontarsi, tradussero il tutto, per così dire, col medesimo linguaggio, vi fu l'unico e medesimo Spirito.

Divergenze dei Settanta col testo ebraico.
44. Ma qualcuno può obiettare: Come posso sapere ciò che il profeta Giona ha detto ai Niniviti: Ancora tre giorni e Ninive sarà distrutta, ovvero: Ancora quaranta giorni 178? È facile capire che non era possibile dire l'uno e l'altro dal Profeta, mandato ad atterrire la città con la minaccia dell'imminente sterminio. Se alla città la rovina fosse giunta al terzo giorno, non era al quarantesimo, se al quarantesimo, non al terzo. Se si chiede a me quale delle due scadenze avesse comminato, penso che sia preferibile il testo ebraico: Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta. I Settanta, che tradussero molto tempo dopo, hanno potuto dare l'altra versione che tuttavia si addiceva al fatto, si adattava a un medesimo concetto, sebbene con diverso significato, e avvisava il lettore, senza sprezzo per entrambe le autorità, di volgersi dalla narrazione storica alla ricerca delle verità, per simboleggiare le quali la storia è stata scritta. Quei fatti sono certamente avvenuti nella città di Ninive, ma hanno simboleggiato qualcosa che va al di là del limite di quella città, come è avvenuto, che il profeta stesso fu per tre giorni nel ventre di una balena 179, ma simboleggiò che per tre giorni sarebbe rimasto nell'oltretomba colui che è il Signore di tutti i Profeti 180. Si può ammettere che nella città di Ninive è stata giustamente allegorizzata la Chiesa dei popoli, abbattuta mediante il pentimento, affinché non fosse più quel che era stata. Poiché, dunque, questo fatto si è verificato per la mediazione del Cristo nella Chiesa dei popoli, di cui Ninive era un'allegoria, il Cristo stesso è simboleggiato tanto nei quaranta come nei tre giorni: nei quaranta, perché li trascorse dopo la risurrezione con i discepoli, prima di salire al cielo, nei tre giorni perché è risorto al terzo giorno. È come se i Settanta, traduttori e profeti a un tempo, abbiano scosso dal sonno il lettore, desideroso di nient'altro che di rimanere attaccato alla descrizione degli avvenimenti, stimolandolo ad approfondire la sublimità della profezia e gli abbiano in qualche modo suggerito: "Nei quaranta giorni cerca di scoprire quello stesso significato in cui potrai ravvisare anche i tre giorni; troverai i primi nell'ascensione, gli altri nella sua risurrezione". Perciò con l'uno e l'altro numero si poteva molto convenientemente ottenere un simbolo, uno nel profeta Giona, l'altro nella profezia dei Settanta, tuttavia in essi ha parlato l'unico e medesimo Spirito. Evito di dilungarmi per non esaminare a lungo i casi in cui i Settanta sembrano dissentire dalla verità del testo ebraico, mentre bene interpretati sono concordi. Perciò anche per seguire, nel mio limite, l'esempio degli Apostoli, perché anche essi hanno allegato testimonianze profetiche da ambedue, cioè dal testo ebraico e dai Settanta, ho pensato di valermi dell'una e dell'altra autorità, perché l'una e l'altra sono la sola medesima autorità divina. Ma proseguiamo, come ci è possibile, quel che rimane.

La Chiesa, città di Dio nella storia [45-54]


La Chiesa tempio del Signore.
45. 1. Dopo che il popolo giudaico cominciò a non avere più Profeti, senza dubbio divenne peggiore, proprio in quel tempo in cui con la ricostruzione del tempio dopo la schiavitù in Babilonia sperava di avere una vita più prospera. Quella razza carnale interpretava in questo senso quel che fu preannunziato dal profeta Aggeo con le parole: La fama di questa casa nuova sarà più grande della prima 181. L'aveva fatto capire poco prima che il passo era riferito alla Nuova Alleanza con le parole con cui dice parlando apertamente del Cristo: Muoverò tutti i popoli e verrà il desiderato di tutti i popoli 182. In questo passo i Settanta hanno espresso con autorità profetica un altro significato più adatto al corpo che al capo, cioè più alla Chiesa che al Cristo: Verranno le cose elette del Signore da tutti i popoli, cioè gli uomini di cui Gesù ha detto nel Vangelo: Molti sono i chiamati, pochi gli eletti 183. Con questi eletti delle nazioni viene edificato il tempio di Dio nella Nuova Alleanza con pietre vive, molto più illustre del tempio che fu costruito da Salomone o ricostruito dopo la cattività. Per questo da quel periodo il popolo giudaico non ebbe Profeti e fu umiliato con molte sconfitte da re stranieri e dagli stessi Romani, affinché non si presumesse che questa profezia di Aggeo fosse compiuta con la ricostruzione del tempio.

Da Alessandro a Giuda Maccabeo.
45. 2. Poco dopo fu assoggettato con la venuta di Alessandro senza nessun saccheggio perché non osarono resistergli e perciò lo accolsero facilmente rabbonito dalla loro sottomissione, tuttavia il buon nome di quella casa non fu così grande come era nel libero potere dei propri re. Difatti Alessandro offrì vittime nel tempio di Dio, non perché convertito al suo culto da vero sentimento religioso, ma perché pensava con leggerezza da miscredente che egli doveva essere adorato assieme ai falsi dèi 184. Poi Tolomeo, figlio di Lago, come ho ricordato precedentemente, dopo la morte di Alessandro li condusse prigionieri in Egitto. Il successore Tolomeo Filadelfo, molto ben disposto, li lasciò tornare. A lui si deve, come ho narrato poco fa, che avessimo la traduzione dei Settanta. Poi furono afflitti dalle guerre che sono esposte con tanti particolari nei Libri dei Maccabei. In seguito furono soggiogati dal re di Alessandria Tolomeo, chiamato Epifane, poi spinti con molte e gravissime pene al culto degli idoli dal re di Siria Antioco 185. Il tempio stesso fu violato dalle sacrileghe pratiche religiose dei pagani, finché il loro valorosissimo condottiero Giuda, chiamato anche Maccabeo, dopo aver respinto i generali di Antioco, lo purificò da ogni contaminazione 186.

Da Alcimo alla nascita di Gesù.
45. 3. Non molto tempo dopo un certo Alcimo, pur essendo estraneo al rango sacerdotale, quindi contro ogni diritto sacrale, per ambizione si fece eleggere pontefice 187. Da questo fatto dopo una cinquantina di anni, durante i quali tuttavia non ebbero pace, sebbene avessero compiuto anche alcune imprese con esito favorevole, Aristobulo, primo di loro, accaparrandosi la corona, divenne re e pontefice. Precedentemente, da quando erano rientrati dall'esilio babilonese e fu ricostruito il tempio, non ebbero re, ma condottieri e principi, sebbene chi è re si possa considerare principe dal primato nel potere e condottiero perché guida gli eserciti, ma senz'altro non coloro, che sono principi o condottieri, possono anche essere considerati re, come questo Aristobulo. Gli successe Alessandro, anche egli re e pontefice che, come si narra, esercitò il potere con crudeltà contro i sudditi. Dopo di lui la moglie Alessandra fu regina dei Giudei, ai quali da quel tempo sopravvennero mali ancora peggiori. I figli di Alessandra, Aristobulo e Ircano, contrastandosi per il potere, provocarono l'intervento dell'esercito romano contro il popolo d'Israele. Ircano appunto chiese il loro aiuto contro il fratello. Allora Roma aveva già assoggettato l'Africa e la Grecia e avendo esteso il proprio dominio ampiamente in altre parti del mondo, come se non fosse più capace di contenersi, in certo senso s'era logorata per la sua stessa potenza. Aveva approdato infatti a gravi rivolte interne e da esse alle guerre sociali e subito dopo civili e s'era così fiaccata e svigorita che le si imponeva il passaggio dalla repubblica alla monarchia. Pompeo, celebre condottiero del popolo romano, entrato in Giudea con l'esercito, occupa la capitale, riapre il tempio non con la devozione dell'orante ma per diritto del vincitore, entra, non come devoto ma come profanatore, nella parte sacrale del tempio, nella quale soltanto al sommo sacerdote era lecito entrare. Dopo aver confermato l'autorità pontificale di Ircano e imposto al popolo sottomesso Antipatro come sorvegliante, carica che allora era definita dei procuratori, condusse con sé Aristobulo in catene. Da allora i Giudei cominciarono a essere anche tributari di Roma. In seguito Cassio depredò anche il tempio. Poi dopo pochi anni meritarono di avere un re straniero, Erode. Durante il suo regno nacque il Cristo. Era giunta infatti ormai la pienezza dei tempi 188, simboleggiata con profetica ispirazione dalle parole del patriarca Giacobbe quando disse: Non mancherà un capo da Giuda né un condottiero della sua stirpe, finché venga colui a cui è riferita la promessa ed egli sarà l'attesa dei popoli 189. Non mancò un capo da Giuda fino ad Erode, il primo re straniero che ebbero i Giudei. Dunque era giunto il tempo in cui doveva venire colui, al quale era riferito ciò che era promesso con la Nuova Alleanza: cioè, che egli fosse l'attesa dei popoli. Era impossibile che i popoli ne attendessero la venuta, come osserviamo che è atteso perché venga a emettere il giudizio nello splendore della potenza, se prima non credevano in lui, quando è venuto per assoggettarsi al giudizio nell'umiltà della pazienza.

La diaspora ebraica e la Chiesa.
46. Mentre in Giudea era re Erode e a Roma, in seguito al cambiamento della forma di Stato, era imperatore Cesare Augusto e mentre, grazie a lui, il mondo era in pace, nacque il Cristo, secondo la predizione profetica in Betlem di Giudea 190, visibilmente uomo da una creatura umana vergine, invisibilmente Dio da Dio Padre. Aveva infatti predetto il Profeta: Ecco una vergine concepirà e partorirà un figlio e lo chiameranno Emanuele che significa Dio con noi 191. Egli, per segnalarsi come Dio, ha compiuto molti miracoli. Il Vangelo ne narra alcuni soltanto nei limiti richiesti per segnalarlo all'attenzione. Il primo dei miracoli è la sua nascita prodigiosa, l'ultimo l'ascensione al cielo col suo corpo glorificato. I Giudei, che lo uccisero e non vollero credere che erano ineluttabili la sua morte e risurrezione, sottoposti dai Romani alla strage più desolante, costretti al completo ad emigrare dal regno, in cui dominavano già re stranieri e dispersi per il mondo, giacché non mancano in nessuna parte, mediante i loro libri della Bibbia, ci sono di prova che noi non abbiamo inventato nulla sul Cristo. Molti di loro, esaminandoli attentamente, credettero in lui, anche prima della sua passione e soprattutto dopo la sua risurrezione. Di loro è stato preannunziato: Se il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, solo una parte si libererà 192. Gli altri divennero ciechi e di essi è stato predetto: Divenga la loro tavola per loro un tranello, una resa dei conti, un inciampo. Si offuschino i loro occhi affinché non vedano, sfibra per sempre i loro fianchi 193. Quindi sebbene non credono alla nostra Bibbia, si avvera in essi la loro perché la leggono da ciechi. Qualcuno potrebbe dire che i cristiani hanno inventato quelle profezie sul Cristo che si allegano col nome della Sibilla e di altri, se ve ne sono di quelle che non appartengono alla razza dei Giudei. A noi in verità bastano quelle che vengono allegate dal testo dei nostri avversari che riconosciamo per la prova che, sebbene a malincuore, ci offrono ritenendo e conservando il medesimo testo, che anche esso, cioè, è divulgato fra tutti i popoli, per ogni dove si diffonde la Chiesa. Sul fatto è stata fatta precedere una profezia nei Salmi, che anche essi leggono, in questo passo: Mio Dio, la sua bontà mi verrà in aiuto. Il mio Dio me lo ha mostrato nei miei nemici. Non ucciderli, affinché non dimentichino la tua legge, nella tua bontà falli andare in vari luoghi 194. Dunque Dio ha mostrato alla Chiesa mediante i Giudei, suoi avversari, il favore della sua bontà perché, come dice l'Apostolo, il loro delitto è la salvezza per i pagani 195. Perciò non li ha uccisi, cioè non li ha fatti scomparire perché sono Giudei, sebbene furono sconfitti e sopraffatti dai Romani affinché non avvenisse che, dimentichi della legge di Dio, non offrissero quella prova, di cui sto parlando. Perciò non bastava dire: Non ucciderli affinché non dimentichino la tua legge, se non aggiungeva: Falli andare in vari luoghi perché se con questa attestazione a favore della Scrittura fossero rimasti soltanto nel proprio paese non ovunque, la Chiesa, che è in ogni parte del mondo, poteva servirsene fra tutti i popoli come testimoni di quelle profezie che sono state preannunziate del Cristo.

La Città di Dio nei pagani e in Giobbe.
47. Mettiamo che si venga a sapere che un qualsiasi straniero, cioè non proveniente dalla razza d'Israele e non accolto da quel popolo nel novero degli agiografi, ha profetato qualcosa sul Cristo. Se lo scritto è arrivato o arriverà alla nostra conoscenza, si può da noi considerare come un aggiunto, non perché sia indispensabile recuperarlo, se venisse a mancare, ma perché si ritiene ragionevolmente che anche fra gli altri popoli vi furono individui ai quali fu rivelato questo mistero. Vi furono anche coloro i quali furono indotti a preannunziare questi eventi, tanto se furono provvisti di quella grazia come se ne furono sforniti, ma informati dagli angeli cattivi. Sappiamo che costoro riconobbero il Cristo presente che i Giudei non ammettevano 196. Ritengo che neanche i Giudei osino sostenere che nessuno, fuorché gli Israeliti, si fosse dedicato a Dio da quando ebbe inizio la razza da Israele con la destituzione del suo fratello maggiore. Certamente non ci fu nessun altro popolo che si potesse considerare veramente popolo di Dio. Non possono negare però che anche negli altri popoli vi furono per un vincolo derivante dal cielo degli appartenenti ai veri Israeliti, cittadini della patria dell'alto. Se lo negano, vengono facilmente confutati dal santo e meraviglioso Giobbe che non fu né indigeno né proselito, cioè un forestiero del popolo d'Israele, ma discendente dalla stirpe degli Idumei, lì nato, lì morto, ma viene così esaltato dalle parole di Dio che, per quanto attiene alla morale e alla religione, nessuno dei suoi contemporanei può essergli paragonato 197. Sebbene nella Cronaca non troviamo il periodo in cui egli visse, rileviamo tuttavia dal suo libro, accolto in vista del valore dagli Israeliti nell'autenticità del canone, che fu di tre generazioni posteriore a Israele. Non ho dubbi che il fatto è rientrato nei disegni della divina Provvidenza affinché da questo unico esempio apprendessimo che anche fra gli altri popoli vi poterono essere individui appartenenti alla Gerusalemme spirituale, che vissero secondo Dio e furono a lui accetti. E si deve ammettere che a nessuno fu concesso tale favore se non a chi con divina ispirazione fu rivelato l'unico Mediatore di Dio e degli uomini, l'uomo Cristo Gesù 198. Allora agli eletti dell'antichità si annunciava che egli sarebbe venuto nel mondo, come oggi a noi si annuncia che è già venuto, affinché per la sua mediazione l'unica vera fede conduca a Dio tutti i predestinati a giungere nella città di Dio, casa di Dio, tempio di Dio. Però si potrebbe eccepire che tutte le profezie di altri autori, che si adducono sulla grazia di Dio per la mediazione di Gesù Cristo, siano state inventate dai cristiani. Perciò per ribattere i non cristiani, se fanno difficoltà in proposito e per renderli nostri, se ragionano con criterio, nulla è più sicuro che addurre quelle predizioni sul Cristo che si hanno nel testo dei Giudei. Appunto perché essi sono stati cacciati dal proprio paese e per offrire questa attestazione sono dispersi in tutto il mondo, la Chiesa di Cristo è cresciuta da ogni parte.

La Chiesa e il tempio giudaico.
48. Questa casa di Dio ha maggior gloria della prima, costruita con legno, pietre, con altri materiali e metalli preziosi. Quindi la profezia di Aggeo non si è adempiuta con la ricostruzione del tempio. Si rileva che mai, da quando è stato ricostruito, ebbe tanta gloria quanta ne ebbe al tempo di Salomone. Si rileva piuttosto che dapprima la gloria di quella casa diminuì con il cessare della profezia, poi con le grandi sconfitte del popolo giudaico fino all'ultimo sterminio perpetrato dai Romani, come documentano gli avvenimenti sopra ricordati 199. Invece questa casa, che appartiene alla Nuova Alleanza, è di tanto maggior gloria quanto migliori sono le pietre vive 200 con cui è costruita, cioè uomini nuovi perché hanno la fede. Per questo è stata simboleggiata con la ricostruzione del tempio, perché la rimessa a nuovo di quell'edificio simboleggia nel linguaggio profetico l'altra Alleanza che è detta nuova. Dunque, nelle parole che Dio rivolge mediante il Profeta citato: Darò la pace in questo luogo 201, mediante il luogo che simboleggia si deve intendere il luogo che ne è simboleggiato. E poiché nel tempio ricostruito è stata simboleggiata la Chiesa, che doveva essere costruita dal Cristo, la frase: Darò la pace in questo luogo si deve interpretare nel senso che darà la pace nel luogo che questo luogo simboleggia. Si ritiene che tutti i simboli sostengano la parte degli oggetti che simboleggiano. Difatti si ha nell'Apostolo: La roccia era il Cristo 202 perché la roccia, di cui si parla, simboleggiava il Cristo. Più grande è quindi la gloria della casa della Nuova Alleanza che della casa della precedente Antica Alleanza e si manifesterà più grande quando sarà inaugurata. Allora, come dice il testo ebraico, verrà l'atteso di tutti i popoli 203. Infatti la sua prima venuta non era ancora attesa da tutti i popoli. Non sapevano chi dovevano attendere, perché non avevano creduto in lui. Allora secondo il testo dei Settanta, poiché anche in esso si ha un significato profetico, verranno gli eletti del Signore da tutti i popoli. Allora in verità verranno soltanto gli eletti, dei quali dice l'Apostolo: Come ci ha eletti in lui prima della creazione del mondo 204. L'Architetto stesso ha detto: Molti sono i chiamati, pochi gli eletti 205, per dimostrare che la casa, la quale in seguito non subirà alcun crollo, è stata edificata con gli eletti e non con quelli che invitati vennero per essere scacciati dal banchetto. Ora invece che le chiese sono affollate anche da costoro, che saranno vagliati nell'aia con l'esposizione al vento, non appare la grande gloria di questa casa quanta ne apparirà allorché, chi vi sarà, vi sarà per sempre.

La Chiesa agli albori.
49. In questo mondo malevolo, in questo tempo perverso, in cui attraverso l'abbattimento presente la Chiesa si acquista la futura elevazione e viene istruita con lo sprone dei timori e il tormento delle sofferenze, con i disagi del lavoro e i pericoli delle tentazioni, lieta soltanto nella speranza, quando sa esser lieta, molti malvagi sono mescolati ai buoni. Gli uni e gli altri sono, per così dire, radunati nella pescagione del Vangelo e chiusi nelle reti nuotano, senza distinguersi, in questo mondo come in un mare, fino a che si giunga alla riva, dove i cattivi sono separati dai buoni 206 e nei buoni, come nel suo tempio, Dio sia tutto in tutti 207. Perciò avvertiamo che si adempie la parola del salmista il quale diceva: Ho annunziato e proclamato: sono aumentati al di là di ogni numero 208. Questo avviene ora, da quando prima con la parola del suo precursore Giovanni, poi con la sua parola annunziò e proclamò: Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino 209. Elesse discepoli che denominò anche Apostoli 210, nati da umile gente, senza cariche, senza cultura, affinché tutto ciò che fossero e operassero di grande, egli stesso lo fosse e lo operasse in loro. Fra di essi ve ne fu uno cattivo affinché egli, usandone bene, raggiungesse quanto era disposto per la sua passione e offrisse alla sua Chiesa l'esempio di sopportare i malvagi. Sparso il seme del Vangelo mediante la sua presenza corporale, subì la passione e la morte e risuscitò, mostrando con la passione ciò che dobbiamo sopportare per la verità, con la risurrezione ciò che dobbiamo sperare nell'eternità, a parte la sublimità del mistero del suo sangue sparso per la remissione dei peccati. Si trattenne con i suoi discepoli per quaranta giorni, alla loro presenza salì al cielo 211 e dopo dieci giorni mandò lo Spirito Santo che aveva promesso 212. Simbolo immenso e immensamente necessario della sua venuta su coloro i quali avevano già creduto fu che ciascuno di essi parlasse nella lingua di tutte le nazioni. Simboleggiava così che sarebbe avvenuta fra tutte le nazioni l'unità della Chiesa cattolica ed essa avrebbe parlato in tutte le lingue.

La Chiesa nei primi secoli.
50. La Chiesa si propagò in conformità alla profezia: Da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore 213 e in conformità alla predizione dello stesso Cristo Signore, quando dopo la risurrezione ai discepoli, stupiti nel vederlo, aprì la mente affinché intendessero la Scrittura e disse che così era scritto, che il Cristo doveva subire la passione e risuscitare dai morti il terzo giorno e che saranno predicati nel suo nome la conversione e il perdono dei peccati a tutti i popoli, cominciando da Gerusalemme 214. E poiché essi di nuovo lo interrogavano sull'ultima sua venuta, rispose con le parole: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra 215. Quindi in principio la Chiesa si propagò da Gerusalemme e dopo che molti credettero nella Giudea e nella Samaria, si ebbe la diffusione negli altri popoli, poiché annunziavano il Vangelo coloro che Egli come fiaccole aveva allestito con la parola e infiammato con lo Spirito Santo. Aveva detto loro: Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima 216. Essi per non irrigidirsi nel timore, ardevano del fuoco della carità. Poi il Vangelo fu predicato in tutto il mondo non solo da quelli che avevano visto e udito il Cristo prima della passione e dopo la risurrezione, ma dopo la loro morte dai loro successori fra le orribili persecuzioni, i vari tormenti e il supplizio dei martiri, poiché Dio li assisteva con miracoli, prodigi e con i vari carismi e i doni dello Spirito Santo 217. Perciò le popolazioni pagane, credendo in Lui, che era morto per la loro salvezza, con amore cristiano venerarono il sangue dei martiri che avevano versato con odio diabolico. Gli stessi sovrani, dalle cui leggi era desolata la Chiesa, riverirono a proprio vantaggio quel nome che avevano tentato di cancellare dalla storia e cominciarono a sopprimere i falsi dèi, in considerazione dei quali avevano perseguitato gli adoratori del vero Dio.

La Chiesa e l'eresia.
51. 1. Il diavolo, osservando che i templi dei falsi dèi erano abbandonati e che il genere umano accorreva al nome del Mediatore che riscatta dal male, sobillò gli eretici affinché col palliativo del nome cristiano si opponessero alla dottrina cristiana, quasi fosse possibile essere accolti senza ammonizione nella città di Dio, come la città della Confusione accolse indiscriminatamente filosofi che sostenevano teorie diverse e contrarie. Coloro dunque che nella Chiesa di Cristo sostengono una opinione erronea e immorale e, avvertiti affinché ne sostengano una vera e conforme all'onestà, resistono con ostinazione e non vogliono rettificare le proprie teorie apportatrici di errore e di malcostume, ma persistono nel difenderle con caparbietà, divengono eretici e ponendosi fuori sono considerati avversari di professione. Anche così col proprio male giovano ai cattolici veri membri del Cristo, poiché Dio usa per il bene anche i malvagi e per coloro che lo amano tutto concorre al bene 218. Infatti tutti i nemici della Chiesa, qualsivoglia sia l'errore che li rende ciechi e la malvagità che li rende disonesti, se hanno la possibilità di affliggerla nel corpo, allenano la sua pazienza, se la contrariano con false dottrine, allenano la sua sapienza. Ed affinché siano amati anche i nemici, allenano la sua attitudine a volere il bene o anche a farlo, tanto se si comporta con loro mediante la convinzione dell'insegnamento, quanto mediante il timore della correzione. Perciò il diavolo, principe della città terrena, sia pure aizzando i propri gregari contro la città di Dio, esule in questo mondo, non ha possibilità di nuocerle in alcun modo. A lei senza dubbio dalla divina provvidenza sono garantiti il conforto mediante la prosperità, affinché non sia indebolita dalle avversità, e lo sprone dalle avversità, affinché non sia depravata dalla prosperità. Così l'una e l'altra emergenza si contengono a vicenda, affinché si riconosca che solo dalla Chiesa proviene quel grido contenuto nel Salmo: Quando ero oppresso da tanti dolori nel mio cuore il tuo conforto mi ha consolato 219. Dello stesso senso è il detto dell'Apostolo: Siate lieti nella speranza, pazienti nella tribolazione 220.

La Chiesa e i cattivi cristiani.
51. 2. Non si deve pensare però che in qualche tempo possa non verificarsi quel che ha detto lo stesso Apostolo: Coloro che vogliono vivere piamente nel Cristo subiscono la persecuzione 221. Infatti quando sembra che da parte di quelli che sono al di fuori e che non infieriscono vi sia tranquillità e la si ha veramente e apporta molto conforto, soprattutto ai deboli, tuttavia non mancano, anzi ve ne sono molti all'interno che tormentano, col comportamento depravato, il sentimento di coloro che vivono religiosamente, poiché per colpa loro viene oltraggiato il nome cristiano e cattolico 222. E se questo nome è molto caro a quelli che vogliono vivere religiosamente nel Cristo, essi si dolgono molto del fatto che per colpa dei cattivi cristiani lo si ami di meno di quanto desidera la coscienza dei devoti. Anche gli eretici, poiché si pensa che abbiano di cristiano il nome, i sacramenti, la Scrittura e la professione, causano un grande dolore nel cuore dei devoti perché molti, che vorrebbero essere cristiani, sono costretti a esitare a causa del loro dissenso e anche per colpa loro molti maldicenti trovano materia d'insultare il nome cristiano, perché anche essi in qualche modo sono considerati cristiani. A causa di questi e simili costumi depravati ed errori degli uomini subiscono persecuzione coloro che vogliono vivere religiosamente in Cristo, anche se non v'è chi affligge e tormenta il loro corpo. Subiscono infatti questa persecuzione non nel corpo ma nel cuore. Da qui quel grido: Quando ero oppresso da tanti dolori nel mio cuore. Non ha detto "nel mio corpo". Ma si sa che le promesse divine sono immutabili e che è vero ciò che dice l'Apostolo: Il Signore conosce i suoi 223, perché non può andare perduto alcuno di quelli che da sempre ha conosciuto e predestinato a esser conformi all'immagine del Figlio suo 224. Perciò nel Salmo citato si ha di seguito: Il tuo conforto mi ha consolato 225. Anche il dolore che si verifica nel cuore dei devoti, perseguitati dal comportamento dei cristiani malvagi o falsi, giova a coloro che lo sopportano, poiché proviene dalla carità con cui desiderano che i malvagi non vadano perduti e che non impediscano la salvezza degli altri. Inoltre grande conforto deriva anche dalle loro conversioni che inondano l'anima dei devoti di tanta gioia, pari al dolore che li tormentava per la loro perdizione. Ma in questo tempo, in questi giorni malvagi, non solo dal periodo della presenza corporale del Cristo e dei suoi Apostoli, ma dallo stesso Abele, il primo giusto ucciso dal fratello scellerato, e di seguito fino alla fine del tempo la Chiesa si evolve pellegrina fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio.

La Chiesa e le persecuzioni di Roma.
52. 1. Poi ritengo che non si deve affermare o sostenere sconsideratamente la tesi di alcuni i quali hanno detto o dicono che la Chiesa non subirà più persecuzioni fino alla venuta dell'Anticristo oltre quelle che ha già subite, cioè dieci, in modo che l'undicesima provenga dall'Anticristo. Calcolano che la prima sia stata messa in atto da Nerone, la seconda da Domiziano, la terza da Traiano, la quarta da Antonino, la quinta da Severo, la sesta da Massimino, la settima da Decio, l'ottava da Valeriano, la nona da Aureliano, la decima da Diocleziano e Massimiano. Alcuni pensano che le piaghe d'Egitto, anche esse dieci, prima che il popolo di Dio uscisse dal Paese, debbano essere ricondotte a questa spiegazione, che cioè l'ultima persecuzione dell'Anticristo si possa confrontare con l'undicesima piaga, per cui gli Egiziani, nell'inseguire da nemici gli Ebrei, annegarono nel Mar Rosso, mentre il popolo di Dio lo passava all'asciutto 226. Io non ritengo che le persecuzioni furono simboleggiate profeticamente da quell'evento in Egitto, sebbene da coloro che la pensano così gli uni e gli altri avvenimenti siano stati raffrontati fra di loro con acutezza e perspicacia, però non con spirito profetico ma in una ipotesi dell'intelligenza umana che talora attinge il vero, talora prende abbaglio.

La Chiesa e le altre persecuzioni.
52. 2. Ma i sostenitori di questa ipotesi non sanno che dire della persecuzione, nella quale il Signore stesso fu crocifisso, e a quale computo assegnarla. Possono, fatta eccezione per questa, presentare un computo in cui siano annoverate soltanto quelle che riguardano il corpo e non quella con cui è stato imprigionato e ucciso il capo. Nell'ipotesi non sapranno come considerare quella che, dopo l'ascensione del Cristo in cielo, si verificò a Gerusalemme, nella quale il beato Stefano fu lapidato 227, Giacomo fratello di Giovanni fu ucciso di spada, nella quale Pietro fu incarcerato per essere ucciso e fu liberato da un angelo, nella quale i fratelli furono scacciati e allontanati da Gerusalemme 228, nella quale Saulo, che poi divenne l'apostolo Paolo, sconvolgeva la Chiesa, nella quale egli stesso, mentre già predicava la fede che aveva perseguitato, subì le pene che aveva inflitto nella Giudea e nelle altre nazioni, dovunque con grande fervore predicava il Cristo. Non hanno motivo di ritenere che si debba iniziare da Nerone, perché la Chiesa nel suo sviluppo giunse al tempo di Nerone fra spietate persecuzioni e si andrebbe per le lunghe a parlarne. Se ritengono che nel computo devono apparire anche le persecuzioni eseguite dai re, vi sarebbe il re Erode che scatenò una violenta persecuzione dopo l'ascensione del Signore. Non hanno da ribattere nei confronti di Giuliano che non includono fra i dieci. Anche egli ha perseguitato la Chiesa perché vietò ai cristiani d'insegnare e di apprendere le discipline liberali. Da lui Valentiniano I, che fu il terzo imperatore dopo di lui e aveva professato la fede, fu radiato dall'esercito. Ometto quel che avrebbe cominciato a fare presso Antiochia, se non fosse rabbrividito nell'ammirare la serena arditezza di un giovane molto religioso e risoluto che, fra molti imprigionati per essere torturati, fu torturato per primo e che canticchiava fra gli strumenti di tortura e gli strazi. Giuliano temette che se avesse continuato con gli altri, avrebbe dovuto arrossire più vergognosamente. Infine ai nostri giorni Valente, ariano, fratello del suddetto Valentiniano, con una grande persecuzione desolò in Oriente la Chiesa cattolica. È quasi assurdo non riflettere che la Chiesa, la quale è in sviluppo e incremento in tutto il mondo, può subire la persecuzione dai re in alcune nazioni, anche se in altre non la subisce. Si deve considerare persecuzione anche quella in cui il re dei Goti, nel proprio paese, perseguitò i cristiani con incredibile crudeltà, sebbene fossero tutti cattolici. Molti furono coronati dal martirio, come ho udito da alcuni fratelli che allora erano fanciulli e si ricordavano di aver visto questi fatti. E attualmente nella Persia? Vi infierì contro i cristiani una persecuzione, seppure è cessata, che alcuni, fuggendo dal paese, giunsero in territorio romano. Quando rifletto su questi e analoghi avvenimenti, non mi pare che si possa calcolare il numero delle persecuzioni con cui la Chiesa viene messa alla prova. Ma non è minore sconsideratezza affermare che ve ne saranno altre dai sovrani oltre la finale, di cui nessun cristiano dubita. Quindi lasciamo sospeso l'argomento senza garantire o demolire alcuna delle due parti della questione, ma denunziando l'arrogante pretesa di affermare l'una o l'altra.

Mistero sull'ultima persecuzione.
53. 1. Gesù stesso con la sua presenza porrà fine alla persecuzione finale che sarà attuata dall'Anticristo. È stato scritto infatti che lo ucciderà col soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua presenza 229. A questo punto si suol chiedere: Quando avverrà? Domanda del tutto a sproposito. Se ci giovasse saperlo, ci sarebbe stato manifestato molto opportunamente dallo stesso Dio Maestro, quando i discepoli lo interrogarono. Non tacquero sull'argomento con lui, ma chiesero a lui presente: Signore, in questo tempo ristabilirai il regno d'Israele? Ed egli rispose: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato al suo potere 230. Quando ricevettero questa risposta, non l'avevano interrogato sull'ora, il giorno, l'anno, ma sul tempo. Quindi tentiamo inutilmente di calcolare e fissare gli anni che rimangono al tempo, poiché ascoltiamo dalla bocca della Verità che non ci spetta saperlo. Alcuni dicono che dall'ascensione del Signore fino alla sua ultima venuta possono trascorrere quattrocento anni, altri cinquecento, altri mille. Sarebbe lungo e non necessario mostrare come ciascuno di loro sostiene la propria opinione. Si servono di criteri umani e da loro non si adduce una prova certa fondata sull'autorità della Scrittura canonica. Ordina di distendere e tener ferme le dita di tutti coloro che conteggiano colui che dice: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato al suo potere.

Il mito di Pietro stregone.
53. 2. Ma poiché questa è una frase del Vangelo, non fa meraviglia che gli adoratori di molti e falsi dèi non siano stati trattenuti dall'immaginare attraverso i responsi dei demoni, venerati come dèi, che è stato stabilito per quanto tempo rimarrà la religione cristiana. Si sono accorti che non poteva esser distrutta da tante e così gravi persecuzioni ma che da esse aveva ricevuto uno sviluppo enorme. Immaginarono allora non saprei quali versi in greco che sarebbero stati fatti udire durante la consultazione di un oracolo. In esso considerano il Cristo innocente dal delitto di questa supposta profanazione, ma soggiungono che Pietro ha compiuto atti di stregoneria perché il nome di Cristo fosse venerato per altri trecentosessantacinque anni; quindi, terminato questo numero di anni, il cristianesimo senza indugio avrebbe avuto fine. Questo è il buon senso dei dotti. Questo è l'ingegno di voi, persone colte, disposte a credere certe cose del Cristo, sebbene non volete credere nel Cristo. Il suo discepolo Pietro non avrebbe appreso le arti magiche da lui ma, rimanendo Egli innocente, sarebbe stato il suo stregone, avrebbe preferito che fosse onorato il suo nome anziché il proprio con le arti magiche, con le proprie sofferenze e pericoli e infine con lo spargimento del sangue. Se Pietro fu uno stregone perché il mondo amasse il Cristo in tal modo, che cosa ha fatto il Cristo innocente perché Pietro lo amasse a quel punto? Si rispondano da se stessi e cerchino di capire, se possono, che per merito della grazia dall'alto è avvenuto che il mondo amò il Cristo in vista della vita eterna. In virtù di questa grazia è avvenuto anche che Pietro amò il Cristo per ricevere da lui la vita nell'eternità fino a sopportare per lui la morte nel tempo. Ci si chiede che razza di dèi sono questi che possono prevedere ma non impedire tali fatti perché soggiacciono a uno stregone e al suo misfatto malefico. Con esso, dicono, un bimbo di un anno fu ucciso, squartato e sepolto con un rito infame per permettere che la setta, a loro avversa, potesse essere in vigore per un lungo tempo non respingendo ma superando con la pazienza tante orribili crudeltà delle grandi persecuzioni e giungere all'annientamento dei loro idoli, templi e oracoli sacri. Infine qual è questo dio, loro non nostro, che è stato o sedotto o costretto da sì grande delitto a concedere simili prerogative? Quei versi dicono che Pietro con l'arte magica suggerì quegli eventi a un dio, non a un demone. Hanno un tale dio quelli che non hanno il Cristo.

Confutazione del mito di Pietro stregone.
54. 1. Addurrei queste e simili fantasticherie, se non fosse ancora trascorso l'anno che la simulata predizione ha promesso e l'ingannata frivolezza ha creduto. Poiché da alcuni anni sono già passati i trecentosessantacinque dal tempo in cui la venerazione del nome di Cristo ha avuto inizio mediante la sua esistenza terrena e l'opera degli Apostoli, non c'è altro da chiedersi per respingere questa fandonia. Anche se non fissiamo l'inizio di questo evento storico alla sua nascita, perché da bambino e da fanciullo non aveva discepoli, tuttavia quando iniziò ad averli, si manifestarono mediante la sua presenza fisica la dottrina e la religione cristiana, cioè dopo che fu battezzato nel fiume Giordano con la funzione ministeriale di Giovanni. Perciò parlando di lui la profezia aveva premesso: Dominerà da un mare all'altro, dal fiume fino ai confini della terra 231. Perciò prima che subisse la Passione e risuscitasse dai morti, la fede non era stata ancora stabilita per tutti. Fu stabilita nella risurrezione del Cristo, così infatti si esprime l'apostolo Paolo parlando agli Ateniesi: Ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di convertirsi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti 232. Quindi nel risolvere il problema prendiamo le mosse da quel tempo, soprattutto perché allora fu mandato anche lo Spirito Santo, era infatti conveniente che fosse mandato dopo la risurrezione del Cristo in quella città, da cui doveva avere inizio la seconda legge, cioè la Nuova Alleanza. La prima venne dal monte Sinai mediante Mosè e si considera l'Antica Alleanza. Invece dell'Alleanza, che doveva essere accordata mediante il Cristo, era stato predetto: Da Sion uscirà la legge e la parola del Signore da Gerusalemme 233. Anche egli disse a coloro i quali dovevano predicare la conversione che dovevano cominciare da Gerusalemme 234. In quella città ebbe dunque inizio la venerazione di questo nome affinché si credesse in Gesù Cristo crocifisso e risorto. A Gerusalemme la fede si segnalò splendidamente ai suoi inizi. Alcune migliaia di uomini, convertiti al nome di Cristo con meravigliosa prontezza 235 e venduti i propri beni, perché fossero distribuiti ai bisognosi 236, abbracciarono con un santo proposito e con carità appassionata la povertà volontaria. Poi a contatto con i Giudei sdegnatissimi e sitibondi di sangue si prepararono a combattere fino alla morte per la verità, non con un potere armato ma con la più potente sopportazione. Se questo è avvenuto senza le arti magiche, non hanno motivo per dubitare che sia potuto avvenire in tutto il mondo con quel divino potere con cui è avvenuto. Se poi la stregoneria di Pietro aveva ottenuto che a Gerusalemme si dedicasse con ardore alla venerazione del nome di Gesù una grande moltitudine di uomini che l'avevano crocifisso dopo averlo catturato e schernito dopo averlo crocifisso, si deve investigare quando, partendo da quell'anno, si sono compiuti i trecentosessantacinque anni. Dunque il Cristo è morto sotto il consolato dei due Gemini il 25 marzo. Risuscitò il terzo giorno, come gli Apostoli hanno verificato per diretta esperienza 237. Dopo quaranta giorni salì al cielo 238, dopo dieci giorni, cioè cinquanta dopo la sua risurrezione, inviò lo Spirito Santo 239. In quella circostanza tremila uomini credettero agli Apostoli che lo annunziavano 240. Con loro cominciò allora il cristianesimo per l'azione dello Spirito Santo, come noi crediamo e la verità attesta ma, come immagina o ritiene l'empia frivolezza, con le arti magiche di Pietro. Poco dopo, in seguito anche a un prodigioso evento, allorché alla parola dello stesso Pietro un mendicante, zoppo dalla nascita sicché era portato alla porta del tempio e lì collocato a chiedere l'elemosina, nel nome di Gesù Cristo, saltò su sano e salvo 241, credettero cinquemila uomini 242. In seguito con continue aggiunte dei credenti la Chiesa aumentò di numero. Perciò si calcola anche il giorno, in cui l'anno ha avuto inizio, cioè quando fu inviato lo Spirito Santo, esattamente il 15 maggio. Quindi col numero dei consoli si costata che trecentosessantacinque anni al 15 di maggio si compirono col consolato di Onorio ed Eutichiano. Inoltre l'anno seguente, sotto il consolato di Manlio Teodoro, quando secondo il responso dei demoni o la fandonia degli uomini non doveva esservi più la religione cristiana, non fu necessario investigare cosa avvenne nelle altre parti del mondo. Frattanto, questo lo sappiamo, nella famosa e illustre città di Cartagine in Africa Gaudenzio e Giovio, conti dell'imperatore Onorio, il 19 marzo, demolirono i templi dei falsi dèi e ne fracassarono le statue. Da allora fino ad oggi, per circa trent'anni, ognuno può costatare quanto è aumentato di numero il cristianesimo, soprattutto dopo che si sono resi cristiani molti di quelli che da quel responso, ritenuto vero, erano allontanati dalla fede e si accorsero, ormai compiuto il numero degli anni, che era stupido e ridicolo. Noi dunque che siamo e siamo chiamati cristiani, non crediamo in Pietro, ma in colui in cui Pietro credette perché siamo ammaestrati dalle parole di Pietro sul Cristo, non avvelenati dalle sue formule magiche, non ingannati dalle sue operazioni malefiche, ma aiutati dalle sue buone azioni. Il Cristo è il maestro di Pietro nella dottrina che guida alla vita eterna, egli è anche il nostro maestro.

Confronto fra le due città.
54. 2. Ma concludiamo ormai questo libro, dopo aver esposto fin qui e, per quanto sembrava opportuno, dimostrato quale sia l'evoluzione storica delle due città, la celeste e la terrena, commischiate dall'inizio fino alla fine. La terrena ha creato per sé, da ogni provenienza o anche dagli uomini, i falsi dèi che ha voluto, per sottomettersi a loro mediante l'offerta di vittime. Invece quella celeste, che è esule sulla terra, non crea falsi dèi, ma essa è stata creata dal vero Dio ed essa stessa è la sua vera immolazione. Tutte e due però usano ugualmente i beni temporali e sono colpite dai mali con diversa fede, diversa speranza, diverso amore, fino a che siano separate dal giudizio finale e raggiunga ognuna il proprio fine che non ha fine. Del fine di entrambe si parlerà in seguito.
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