La città di Dio - libro Quattordicesimo: etica umana dopo il peccato e le due città

Sant'Agostino d'Ippona

La città di Dio - libro Quattordicesimo: etica umana dopo il peccato e le due città
49



Il mondo delle inclinazioni [1-9]


Nella storia si profilano le due città.
1. Ho detto nei libri precedenti 1 che Dio ha voluto far provenire gli uomini da un solo uomo non solo per far convivere il genere umano nella identità della natura, ma anche per inserirlo mediante lo stretto legame della comune origine nella unità dei rapporti col vincolo della pace. Il genere umano non era destinato alla morte di ciascun individuo se i primi due, di cui l'uomo non proveniva da altro individuo, la donna da lui, non l'avessero meritata a causa della disobbedienza. In tal modo fu commesso da loro un così grande peccato che la natura umana incorse nella depravazione, perché furono trasmessi anche ai posteri la soggezione al peccato e il destino della morte. Il potere della morte prevalse al punto da sospingere per la dovuta pena nell'abisso della seconda morte, che non ha fine, tutti gli uomini se la non dovuta grazia di Dio non ne avesse liberato un certo numero. È avvenuto così che, sebbene numerosi e grandi popoli sussistano nel mondo con diverse religioni e costumi e si distinguano per notevole diversità di lingua, armamento e abbigliamento, tuttavia non si abbiano più di due tipi di umana convivenza. Giustamente secondo il linguaggio della sacra Scrittura potremo definirli le due città. Una è degli uomini che intendono vivere secondo la carne, l'altra di coloro che intendono vivere secondo lo spirito, ciascuna nella pace del proprio stile di vita; e quando conseguono il fine a cui tendono, vivono, ciascuna, nella pace del proprio stile di vita.

Vivere secondo la carne.
2. 1. Prima dunque si deve esaminare che cosa significa vivere secondo la carne, che cosa secondo lo spirito. Chi infatti interpreta le nostre parole di primo acchito, perché non ricorda o non riflette al modo con cui si esprime la sacra Scrittura, può pensare che i filosofi epicurei vivono secondo la carne, perché hanno riposto il bene sommo dell'uomo nel piacere sensibile. Allo stesso modo pensano altri i quali hanno ritenuto in qualunque senso che il sommo bene dell'uomo è il bene materiale e tutta la massa d'individui che non ragionano in quel modo in base a una dottrina ma, portati dalla sensualità, sanno godere soltanto dei piaceri che percepiscono con i sensi. Al contrario si potrebbe pensare che gli stoici, i quali ripongono il sommo bene dell'uomo nell'animo, vivano secondo lo spirito. L'animo dell'uomo è appunto lo spirito. Ma stando all'insegnamento della divina Scrittura si rileva che tutti e due vivono secondo la carne. Essa certamente considera carne il corpo dell'essere animato terreno e mortale, come quando dice: Non ogni carne è la medesima; una cosa è infatti quella dell'uomo e altra quella del mammifero, degli uccelli e dei pesci 2. Però si vale del significato di questa parola in molti altri sensi. Usando una delle varie forme del linguaggio figurato considera carne l'uomo stesso, con quella figura che è la parte per il tutto, come in questo passo: Non ogni carne sarà giustificata dalle opere della legge 3. Ha certamente voluto intendere ogni uomo. Lo indica esplicitamente di seguito quando soggiunge: Nessuno nella legge è giustificato 4, e nella Lettera ai Galati: Poiché sapete che l'uomo non è giustificato dalle opere della legge 5. In questo senso figurato s'intende: E il Verbo si è fatto carne 6, cioè uomo. Non interpretando bene alcuni hanno pensato che il Cristo fosse privo dell'anima umana. Talora al contrario si prende il tutto per la parte, come in quel passo del Vangelo in cui sono riportate le parole di Maria di Magdala che dice: Hanno sottratto il mio Signore e non so dove lo hanno riposto 7. Intendeva certamente soltanto la carne del Cristo, che riteneva sottratta dal monumento in cui era sepolta. Così come parte per il tutto col termine carne s'intende l'uomo, come indicano i passi che sopra abbiamo citato.

Le opere della carne secondo Paolo.
2. 2. Richiede troppo tempo discutere e compendiare i molti sensi in cui la sacra Scrittura usa il termine carne. Quindi per poter trattare il significato di vivere secondo la carne, che è un male sebbene non lo sia il concetto di carne, esaminiamo con attenzione un brano della Lettera ai Galati dell'apostolo Paolo. Egli dice: Sono note le opere della carne, che sono le fornicazioni, le impurità, la lussuria, l'idolatria, i malefizi, le inimicizie, le discordie, le rivalità, le animosità, i litigi, le fazioni, le invidie, le ubriachezze, le gozzoviglie e vizi simili a questi. Vi avverto, come già ho fatto, che chi compie tali azioni non erediterà il regno di Dio 8. Tutto questo brano della lettera dell'Apostolo, per quanto attiene all'argomento in questione, bene interpretato, può risolvere il problema del significato di vivere secondo la carne. Fra le opere della carne, che ha dichiarato note e ha condannato dopo averle passate in rassegna, non troviamo soltanto quelle che riguardano il piacere della carne, come fornicazioni, impurità, lussuria e ubriachezze, gozzoviglie, ma anche quei pervertimenti dell'animo che si presentano esenti dal piacere della carne. Ognuno capisce che idolatria, malefizi, inimicizie, discordie, rivalità, animosità, litigi, fazioni, invidie, sono piuttosto pervertimenti dell'animo che della carne. Può avvenire talora che a causa dell'idolatria o dell'errore di qualche fazione ci si astenga dai piaceri sensibili. Tuttavia col testo dell'Apostolo si prova che anche in tal caso l'uomo vive secondo la carne, quantunque sembri reprimere e dominare le passioni della carne, e si dimostra che compie le biasimevoli opere della carne proprio per il fatto che si astiene dai piaceri della carne. Certamente le inimicizie si sentono nell'animo, eppure non v'è alcuno che, rivolgendosi a un suo nemico o presunto nemico, gli dice: "Tu hai della malacarne contro di me" e non piuttosto: "del malanimo". Infine se si udisse parlare delle carnalità, per così dire, non si dubiterebbe di assegnarle alla carne, così non si può dubitare che le animosità appartengono all'animo. Quindi il Dottore delle genti nella fede e nella verità 9 considera opere della carne questi pervertimenti e simili soltanto perché, secondo il discorso figurato con cui si usa la parte per il tutto, col termine carne intende indicare tutto l'uomo.

Il corpo può rivestirsi d'immortalità.
3. 1. Se si dice che la carne nella condotta immorale è l'origine di tutti i vizi, perché l'anima agitata dalla carne si comporta di conseguenza, senza dubbio non si riflette attentamente sull'intera natura dell'uomo. Infatti il corpo corruttibile appesantisce l'anima. Anche l'apostolo Paolo, nel discutere del corpo corruttibile sul quale poco prima aveva dichiarato: Sebbene il nostro uomo esteriore si corrompa 10, afferma: Sappiamo che, sebbene sarà disfatta la casa di creta, nostra dimora quaggiù, riceveremo un'abitazione da Dio, una casa non costruita da mano d'uomo, nei cieli. Infatti sospiriamo in questo stato perché desideriamo di rivestirci del nostro corpo che è dal cielo, a condizione però di essere trovati già vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questa dimora, sospiriamo appesantiti perché non vogliamo esserne spogliati ma rivestiti più intimamente affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita 11. Dunque siamo appesantiti dal corpo corruttibile ma, sapendo che la causa dell'appesantimento non sono la natura e l'essenza del corpo ma la sua corruzione, non vogliamo essere spogliati del corpo ma essere rivestiti della sua immortalità. Anche allora sarà corpo ma, poiché non sarà corruttibile, non appesantirà. Quindi ora il corpo corruttibile appesantisce l'anima e la dimora di creta asservisce il senso che percepisce molti oggetti 12. Tuttavia coloro i quali pensano che tutti i mali spirituali provengano dal corpo sono in errore.

Non tutta l'immoralità è dalla carne.
3. 2. Sembra che Virgilio esponga in versi elegantissimi una teoria di Platone quando scrive: Quei semi hanno vivacità di fuoco e origine dal cielo nei limiti in cui non li rallentano i corpi e non li trattengono le terrene dimensioni e le membra destinate a morire. Volendo far intendere che derivano dal corpo tutte le ben note quattro passioni dell'animo, il desiderio e il timore, la gioia e la tristezza, come origini di tutti gli atti e abitudini immorali, soggiunge: A causa del corpo temono e desiderano, si dolgono e godono e non veggono il libero cielo, perché chiuse nelle tenebre e nel carcere buio 13. Comunque la nostra fede la pensa diversamente. Infatti la corruzione del corpo che appesantisce l'anima 14 non è causa ma pena del primo peccato; e non la carne corruttibile ha reso peccatrice l'anima, ma l'anima peccatrice ha reso corruttibile la carne. E sebbene da tale corruzione della carne provengono alcuni stimoli immorali e gli stessi desideri immorali, tuttavia non tutti i vizi della vita immorale si devono attribuire alla carne. Non dobbiamo discolparne completamente il diavolo, che non ha carne. Infatti non può essere giudicato impudico o ubriacone o soggetto ad altro pervertimento del genere perché sono di pertinenza dei piaceri della carne, sebbene sia invisibile incitatore e istigatore anche di tali disordini. È tuttavia molto superbo e invidioso. E questa forma di perversione si impossessò di lui in modo tale che per causa sua è stato destinato al supplizio eterno in un carcere dall'atmosfera tenebrosa. L'Apostolo assegna alla carne, che certamente il diavolo non ha, i seguenti vizi che in lui hanno il primo posto. Afferma appunto che le inimicizie, le discordie, le rivalità, le animosità, le invidie sono opere della carne 15. E di tutte queste malvagità il punto di partenza è la superbia, che nel diavolo domina pur senza la carne. Eppure nessuno più di lui è nemico dei santi. Non ci si presenta nessuno che più di lui sia contro di essi discorde, rivale, violento, invidioso. E poiché ha queste malvagità pur non avendo la carne, ne consegue che sono opere della carne soltanto nel senso che sono opere dell'uomo che, come ho detto, l'Apostolo designa col termine di carne. L'uomo è divenuto simile al diavolo non perché ha la carne, che il diavolo non ha, ma perché vive secondo se stesso, cioè secondo l'uomo. Anche il diavolo volle vivere secondo se stesso, allorché non fu costante nella verità, perciò non derivò la menzogna dalla verità di Dio ma dalla propria menzogna, perché non solo è menzognero ma anche padre della menzogna 16. È stato infatti il primo a mentire e da chi ebbe origine il peccato ebbe origine anche la menzogna.

Peccato e menzogna.
4. 1. Dunque quando l'uomo vive secondo l'uomo, non secondo Dio, è simile al diavolo. Anche l'angelo non doveva vivere secondo l'angelo ma secondo Dio, per perseverare nella verità e per esprimere la verità dalla verità di Lui e non la menzogna dalla propria menzogna. In un altro passo anche dell'uomo l'Apostolo dice: Se la verità di Dio rifulse nella mia menzogna 17. Ha parlato della nostra menzogna e della verità di Dio. Perciò quando l'uomo vive secondo la verità, non vive secondo se stesso ma secondo Dio. È Dio colui che ha detto: Io sono la verità 18. Se invece l'uomo vive secondo se stesso, cioè secondo l'uomo, non secondo Dio, certamente vive secondo menzogna. E questo non perché l'uomo stesso sia menzogna, giacché suo artefice e creatore è Dio che certamente non è artefice e creatore di una menzogna, ma perché l'uomo è stato creato irreprensibile per vivere non secondo se stesso ma secondo colui dal quale è stato creato, cioè per fare la volontà di Lui e non la propria. Non vivere secondo la norma con cui si è ordinati a vivere, questo appunto è la menzogna. Egli vuole essere felice anche vivendo in modo da non esserlo. Niente è più falso di questo desiderio. Perciò non irragionevolmente il peccato in senso assoluto può essere considerato menzogna. Esso si commette esclusivamente con la volontà con cui si vuole esser felici o non si vuole essere infelici. Quindi si ha la menzogna perché, se avviene che si è felici, ne deriva piuttosto che si è infelici o se avviene che si è più felici ne deriva piuttosto che si è più infelici. Questo avviene appunto perché per l'uomo la felicità può derivare soltanto da Dio, che egli abbandona con l'azione immorale, e non da se stesso perché, vivendo secondo se stesso, agisce immoralmente.

Vivere secondo spirito e secondo carne.
4. 2. Abbiamo detto che da questo fatto sono derivate due città differenti e contrarie fra di loro, perché vi sono alcuni che vivono secondo la carne e altri secondo lo spirito 19. Si può anche dire in questo senso che alcuni vivono secondo l'uomo e altri secondo Dio. Molto chiaramente in proposito Paolo scrive ai Corinti: Poiché tra di voi vi sono invidia e discordia, non siete forse carnali e non camminate secondo l'uomo? 20. Camminare secondo l'uomo è lo stesso che esser carnale, perché con carne, che è parte dell'uomo, s'intende l'uomo. Poco prima aveva considerato viventi secondo l'anima quelli stessi che poi denomina carnali. Scrive così: Chi degli uomini conosce i valori dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così nessuno conosce i valori di Dio se non lo Spirito di Dio. Noi, continua, non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo, ma lo Spirito che è da Dio per conoscere le cose che Dio ci ha donato. Ne parliamo anche non con parole insegnate dalla sapienza umana ma insegnate dallo Spirito, perché confrontiamo le cose spirituali alle spirituali. L'uomo naturale non conosce le cose che sono dello Spirito di Dio; per lui sono una sciocchezza 21. Poco dopo Paolo dice a costoro, cioè ai viventi secondo l'anima: Ed io fratelli non vi ho potuto parlare come se foste spirituali ma carnali 22. La frase di sopra e questa sono secondo quel linguaggio figurato che è la parte per il tutto. Dall'anima e dalla carne, che sono le due parti dell'uomo, può essere significato il tutto che è l'uomo, quindi non sono due cose diverse l'uomo vivente secondo l'anima e l'uomo carnale, ma la medesima cosa, cioè l'uomo che vive secondo l'uomo. Così s'indicano gli uomini nel passo: Qualsiasi carne non sarà giustificata dalle opere della legge 23 e: Settantacinque anime si recarono in Egitto con Giacobbe 24. Nel passo di sopra con qualsiasi carne s'intende "qualsiasi uomo" e nell'altro per settantacinque anime s'intendono settantacinque uomini. E invece della frase: Non nelle parole insegnate dalla sapienza umana, si poteva dire: "non della sapienza carnale"; come invece di: Camminate secondo l'uomo si poteva dire: "secondo la carne". Più apertamente questo senso è stato evidente nelle parole che Paolo soggiunse: Quando qualcuno dice: Io sono di Paolo, e un altro: Io di Apollo, non mostrate di essere uomini? 25. Il senso che si aveva in: Vivete secondo l'anima e in: Siete carnali è stato espresso con maggiore evidenza con le parole: Siete uomini che significano: "Vivete secondo l'uomo", non secondo Dio, perché se viveste secondo lui sareste dèi.

Le passioni nell'aldilà secondo i Platonici.
5. Non v'è ragione dunque di accusare nei nostri peccati e vizi, quasi per un insulto al Creatore, la natura della carne, perché nel suo genere e ordine essa è buona. Non è bene, dopo avere abbandonato il bene che è il Creatore, vivere secondo un bene creato, sia che si scelga di vivere secondo la carne o secondo l'anima o secondo tutto l'uomo, composto di anima e di carne, e che perciò può essere indicato anche con i termini della sola anima o della sola carne. Chi esalta come sommo bene la natura dell'anima e disprezza come male la natura della carne, senza dubbio carnalmente fa oggetto di desiderio l'anima e di fuga la carne. Giudica infatti secondo l'umana futilità e non secondo la verità divina. Certamente i platonici non vaneggiano come i manichei al punto da detestare i corpi terrestri come essenza del male. Essi attribuiscono a Dio artefice tutti gli elementi, da cui è composto questo mondo visibile e tangibile e le relative proprietà. Ritengono tuttavia che dalle strutture fisiologiche e dalle membra soggette a morire le anime siano condizionate al punto che da esse derivino le affezioni dei desideri, timori, gioia e tristezza. A queste quattro forme di perturbazioni, come dice Cicerone 26, o passioni, come preferiscono altri che derivano dal greco, si riconduce definitivamente l'immoralità dei comportamenti dell'uomo. Se le cose stanno così, non v'è ragione che l'Enea di Virgilio, avendo udito dal padre nell'aldilà che le anime sarebbero tornate ai corpi, si meravigliasse di questa notizia con le parole: O padre, allora si deve pensare che alcune anime eccelse vadano al cielo e poi tornino ai corpi che appesantiscono? Ma quale tragico desiderio della luce del mondo hanno questi infelici? 27. Ma un desiderio così tragico derivante dagli arti terrestri e dalle membra soggette a morire è ancora presente in quella purezza così elevata delle anime? Non afferma il poeta che esse sono guarite da tutte le simili pesti del corpo, come egli dice, quando incominciano a voler tornare nel corpo? Se ne deduce, anche se si verificasse, cosa del tutto assurda, l'avvicendarsi di purificazione e contaminazione delle anime che vanno e vengono e l'impossibilità di affermare secondo verità che tutti gli stimoli colpevoli e immorali delle anime si sviluppino in loro dai corpi terrestri. Infatti quel tragico desiderio della teoria dei platonici, come dice l'illustre poeta, non può assolutamente pervenire dal corpo per costringere ad essere nel corpo l'anima guarita da ogni pestilenza del corpo. Infatti per loro stessa convinzione l'anima non è condizionata soltanto dalla carne a desiderare, temere, gioire, affliggersi, ma può essere agitata da stimoli provenienti da lei stessa.

La volontà e le inclinazioni.
6. C'è di mezzo appunto l'indole della volontà dell'individuo: se è perversa avrà inclinazioni perverse, se è retta non solo saranno immuni da colpa ma anche degne di lode. La volontà è in tutte le inclinazioni, anzi esse non sono altro che atti di volontà. Difatti il desiderio e la gioia sono la stessa volontà nella convergenza con gli oggetti che vogliamo. E il timore e la tristezza sono la volontà nella divergenza dagli oggetti che non vogliamo. Ma l'inclinazione si chiama desiderio se siamo in convergenza cercando di raggiungere gli oggetti che vogliamo e gioia se siamo in convergenza godendo delle cose che vogliamo. Allo stesso modo la volontà è timore se siamo in divergenza da ciò che non vogliamo ci avvenga ed è tristezza se siamo in divergenza da ciò che è avvenuto sebbene non lo volessimo. In definitiva stando alla diversità degli oggetti che si intendono raggiungere o si fuggono, secondo che la volontà umana viene attratta o respinta, essa si muta e si volge alle une o alle altre emozioni. Perciò un uomo che vive secondo Dio, non secondo l'uomo, necessariamente è amante del bene, ne consegue che odia il male. E poiché chi è cattivo non lo è per essenza ma per difetto, chi vive secondo Dio deve odio totale al male 28 in modo da non odiare l'uomo a causa di un difetto e da non amare il difetto per amore dell'uomo, ma odi il difetto, ami l'uomo. Guarito il difetto, rimarrà tutto da amare, niente da odiare.

Voler bene e amare.
7. 1. Chi intende amare Dio e amare il prossimo come se stesso, non secondo l'uomo ma secondo Dio, certamente, in virtù di questo amore, è dichiarato di buona volontà, che abitualmente nella sacra Scrittura è detta carità ma anche, sempre nella Scrittura, amore. L'Apostolo afferma che l'eletto a reggere il popolo secondo il suo comando deve essere anche amante del bene 29. Il Signore stesso interrogò l'apostolo Pietro con le parole: Mi vuoi bene più di costoro? Quegli rispose: Lo sai, Signore, che io ti amo. E il Signore ripropose la domanda chiedendo non se Pietro lo amava ma se gli voleva bene e quegli rispose ancora: Signore, tu lo sai che io ti amo. Alla terza volta anche Gesù non chiese: Mi vuoi bene? ma: Mi ami? E l'Evangelista continua: Si afflisse Pietro perché gli chiese per la terza volta: Mi ami? Eppure Gesù non per tre volte, ma soltanto una volta aveva chiesto: Mi ami? e due: Mi vuoi bene? Da ciò si capisce che anche quando il Signore chiedeva: Mi vuoi bene? intendeva: Mi ami? Pietro non variò il termine di questo unico significato, ma anche alla terza volta disse: Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo 30.

Le quattro passioni e l'amore.
7. 2. Ho ritenuto di richiamare l'episodio perché alcuni suppongono che altro è il voler bene o carità e altro l'amore. Dicono che il voler bene si contraddistingue nel bene, l'amore nel male. È assolutamente certo che neanche gli scrittori profani ritengono tale opinione. Però se la vedano i filosofi se e perché fanno certe distinzioni. I loro libri comunque dichiarano abbastanza chiaramente che essi hanno molto stimato l'amore anche per le cose buone e anche verso Dio. Si doveva indurre a riflettere che i nostri libri rivelati, la cui autorità anteponiamo a tutte le opere letterarie, non dicono che altro è l'amore, altro il voler bene o carità. Ho già accennato che l'amore ha significato anche nel bene. Ma affinché non si pensi che l'amore ha significato nel male e nel bene, invece il voler bene soltanto nel bene, si rifletta sul passo del Salmo: Chi vuol bene all'ingiustizia, odia la sua anima 31 e sull'altro dell'apostolo Giovanni: Se qualcuno vuol bene al mondo, non ha la benevolenza del Padre 32. In questo passo il voler bene è in senso buono e cattivo. E affinché qualcuno non insista sull'amore in senso cattivo, giacché in senso buono l'ho già evidenziato, ascolti questa frase: Vi saranno uomini innamorati di se stessi, amanti del denaro 33. Dunque la volontà retta è l'amore buono e la volontà perversa l'amore cattivo. L'amore che brama avere l'oggetto amato è desiderio, quando lo ha e ne gode è gioia, quando fugge ciò che lo contraria è timore, quando esperimenta il verificarsi di ciò che lo contraria è tristezza. Pertanto queste inclinazioni sono cattive se l'amore è cattivo, buone se buono. Possiamo comprovare queste affermazioni dalla sacra Scrittura. L'Apostolo brama di morire ed essere con Cristo 34 e: La mia anima ha bramato di desiderare i tuoi giudizi 35, ovvero con maggiore corrispondenza: La mia anima ha desiderato di bramare i tuoi giudizi; il desiderio di saggezza guida al regno 36. Tuttavia l'usuale modo di parlare ha fatto sì che cupidigia e concupiscenza senza l'aggiunta dell'oggetto siano intese soltanto in senso cattivo. La gioia è nel bene in questi passi: Gioite nel Signore ed esultate, o giusti 37; Hai posto gioia nel mio cuore 38; Mi riempirai di gioia col tuo volto 39. In Paolo il timore è nel bene nei seguenti passi: Nel timore e nel tremore attendete alla vostra salvezza 40; Non fare il saccente ma temi! 41; Temo che come il serpente con la sua astuzia ha sedotto Eva, così la vostra coscienza defletta dalla castità che è nel Cristo 42. C'è poi la tristezza, che Cicerone preferisce chiamare malessere 43 e Virgilio dolore in queste parole: Si dolgono e gioiscono 44. Io ho preferito chiamarla tristezza perché il più delle volte si parla di malessere e di dolore in riferimento al corpo. La riguarda un più attento esame se si può trovare nel bene.

Le inclinazioni negli Stoici...
8. 1. Gli stoici hanno insegnato che nel saggio sono tre gli stati d'animo, denominati in greco 45 e da Cicerone constantiae (stati di serenità) 46 in luogo delle tre inclinazioni, cioè in luogo del desiderio il volere, della gioia il godimento, del timore la cautela. Hanno affermato poi che non esiste nell'animo del saggio una inclinazione in luogo del malessere o dolore, che io, per evitare un doppio senso, ho preferito denominare tristezza. La volontà, dicono essi, desidera il bene e lo fa il saggio, il godimento è di un bene conseguito e il saggio lo consegue in ogni occasione, la cautela evita il male e il saggio deve evitarlo. Ma poiché la tristezza riguarda un male già avvenuto ed essi pensano che al saggio non può accadere alcun male, hanno insegnato che in lui non può esservi uno stato d'animo che la sostituisca. Si esprimono dunque in modo da affermare che soltanto il saggio vuole, gode, è cauto e che l'insipiente non fa altro che desiderare, gioire, temere, affliggersi. Si aggiunge che in Cicerone quei tre sono stati di serenità e le quattro sono perturbazioni, ma passioni secondo molti altri. In greco le tre, come ho detto, sono denominate e le quattro . Esaminando il più diligentemente possibile se questa terminologia corrisponde alla sacra Scrittura, ho trovato il detto del Profeta: Non v'è il godere per gli empi, dice il Signore 47. Sembra appunto che gli empi possano più gioire del male che goderne, perché il godimento è propriamente delle anime buone e devote. Così la frase del Vangelo: Quanto volete che gli uomini facciano a voi fatelo voi a loro 48 sembra detta come se non si può volere nella malvagità e disonestà, ma soltanto desiderare. In seguito alcuni esegeti per la consuetudine del dire hanno aggiunto i beni e hanno letto: Quanto di bene volete che gli uomini facciano a voi. Hanno pensato appunto che non s'intenda ottenere dagli uomini qualcosa di disonesto come, per tacere delle cose più oscene, banchetti licenziosi con cui ci s'illuda, se si ricambia a loro, di aver soddisfatto a questo precetto. Ma nel Vangelo greco, tradotto in latino, non è aggiunto: i beni, ma: Quanto volete che gli uomini facciano a voi, fatelo a loro. Credo perciò che l'Evangelista nel dire: volete, ha inteso: i beni. Non ha detto: "desiderate".

... secondo le varie interpretazioni...
8. 2. Non sempre il nostro linguaggio si deve adeguare a questi termini specifici ma talora bisogna usarne, e quando leggiamo scrittori, la cui autorità non è lecito rifiutare, si devono applicare a quei passi in cui l'appropriato significato non può avere altra interpretazione. È il caso delle frasi che a titolo d'esempio ho desunto dal Profeta e dal Vangelo. Si sa che gli empi gongolano di gioia. Tuttavia: Non v'è il godere per gli empi, dice il Signore 49. Pertanto giacché il godere è uno stato d'animo diverso, come con proprietà e chiarezza si usa questa parola? Inoltre è innegabile che non giustamente si può comandare agli uomini di fare agli altri quanto desiderano sia fatto a loro, perché non si trastullino l'un l'altro con la disonestà di un piacere illecito. Tuttavia è comandamento assai salutare e veritiero: Quanto volete che gli uomini facciano a voi, fatelo voi a loro 50. E questo soltanto perché in questo passo la volontà è stata addotta con un significato che non si può interpretare in senso cattivo. Con un linguaggio abituale, usato frequentemente soprattutto nel modo di parlare di ogni giorno, non si direbbe: Non voler dire alcuna menzogna 51, se non si desse anche la volontà cattiva. Difatti dal fatto che può degenerare si differenzia quella che acclamarono gli angeli con le parole: Pace in terra agli uomini di buona volontà 52. Sarebbe superflua l'aggiunta: di buona se non può esser che buona. Niente di speciale avrebbe detto l'Apostolo nelle lodi della carità che non gode dell'ingiustizia 53, se non perché la cattiveria ne gode. Anche negli autori profani si nota l'accezione diversa di queste parole. Dice Cicerone, oratore molto erudito: Desidero, senatori, esser clemente 54. Ha usato tale parola in senso buono. Eppure non v'è un critico letterario così stravagante il quale possa sostenere che avrebbe dovuto dire: "voglio", non: desidero. Al contrario, in Terenzio, un giovane libertino, invasato da un desiderio insensato, dice: Non voglio se non Filomena. La risposta ivi allegata del suo schiavo più sensato indica abbastanza chiaramente che quella volontà era un capriccio. Disse al padrone: Quanto sarebbe meglio che tu t'impegni ad allontanare questo amore dal tuo animo che dire parole con cui questo capriccio si accresca inutilmente 55. Il verso citato di Virgilio in cui con la massima concisione ha enumerato le quattro inclinazioni, afferma che gli scrittori hanno inteso il godimento anche in senso cattivo. Dice: Da ciò temono e desiderano, si dolgono e godono 56. Ed anche il medesimo poeta: I cattivi godimenti dell'animo 57.

...particolarmente la tristezza.
8. 3. Quindi vogliono, sono cauti, godono buoni e cattivi; e, per esprimere i medesimi concetti con altre parole, desiderano, temono e gioiscono buoni e cattivi, ma gli uni onestamente, gli altri disonestamente secondo che la volontà negli individui è retta o perversa. Anche la tristezza, sebbene gli stoici hanno ritenuto che non v'è nulla a sostituirla nell'animo del saggio, è addotta in senso buono soprattutto nei nostri scrittori. L'Apostolo loda i Corinti perché si sono rattristati secondo Dio. Qualcuno potrebbe obiettare che l'Apostolo si congratulò perché si erano rattristati col pentimento e questa tristezza è possibile soltanto in coloro che hanno peccato. Dice infatti: Vedo che quella lettera, anche se per breve tempo, vi ha rattristati; ora ne godo, non per la vostra tristezza ma perché questa tristezza vi ha indotto al pentimento. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra. La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco infatti quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio 58. Perciò gli stoici possono rispondere da parte loro che la tristezza sembra utile per pentirsi di aver peccato e che è irreperibile nell'animo del saggio perché in lui non avviene il peccato, di cui rattristarsi col pentimento, né altro male, da cui sia reso triste mentre lo sopporta e lo subisce. Dicono che Alcibiade, se non prendo abbaglio sul nome, pianse perché, mentre si riteneva felice, Socrate lo contraddisse e gli dimostrò quanto fosse infelice perché era un insipiente 59. A lui dunque l'insipienza fu occasione di un'utile e auspicabile tristezza perché con essa l'uomo si duole di essere ciò che non deve. Ma gli stoici affermano che non può essere triste il saggio, ma solo l'insipiente.

Le inclinazioni nei fedeli...
9. 1. Già nel libro nono della presente opera 60 ho risposto a questi filosofi, per quanto attiene al problema delle inclinazioni dell'animo, dimostrando che, non tanto riguardo ai concetti quanto alle parole, sono più desiderosi di polemica che di verità. Da noi al contrario secondo la sacra Scrittura e la sana dottrina i cittadini della santa città di Dio, che vivono secondo lui nel pellegrinaggio di questa vita, temono e desiderano, si dolgono e godono, e poiché il loro amore è retto, hanno retti tutti questi sentimenti. Temono la pena eterna, desiderano la vita eterna, si dolgono della loro condizione perché gemono in se stessi aspettando l'adozione e il riscatto del proprio corpo 61, godono nella speranza perché si avvererà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita per la vittoria 62. Egualmente temono di peccare, desiderano di perseverare, si dolgono nei peccati, godono nelle opere buone. Affinché temano di peccare ascoltano: Poiché dilagherà l'ingiustizia, perderà vigore la carità di molti 63. Affinché desiderino di perseverare ascoltano: Chi avrà perseverato sino alla fine, costui sarà salvo 64. Per dolersi dei peccati ascoltano: Se diciamo che non abbiamo il peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi 65. Per godere nelle opere buone ascoltano: Dio ama chi dona con gioia 66. Egualmente secondo come si rapporteranno la loro volubilità e fermezza, temono e desiderano esser tentati, si dolgono e godono nelle tentazioni. Affinché temano di esser tentati ascoltano: Se qualcuno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con dolcezza, ma tu veglia su te stesso per non cadere anche tu in tentazione 67. Affinché desiderino di esser tentati ascoltano un uomo forte della città di Dio che dice: Giudicami, o Signore, e mettimi alla prova, raffina al fuoco i miei sensi e il mio cuore 68. Per dolersi nelle tentazioni si ricordano di Pietro che piange 69. Per godere nelle tentazioni ascoltano Giacomo che dice: Considerate perfetta letizia, o miei fratelli, quando incorrete in ogni sorta di prova 70.

... in Paolo...
9. 2. I cristiani sono stimolati da questi sentimenti non solo a favore di se stessi, ma anche di coloro di cui desiderano la liberazione e temono la perdizione, si dolgono se si perdono e godono se ottengono la salvezza. A proposito ricordiamo l'uomo più buono e più forte che si vanta delle proprie debolezze 71, noi soprattutto che veniamo alla Chiesa di Cristo dai popoli pagani, perché egli fu il Dottore dei popoli pagani nella fede e nella verità. Egli si adoperò più di tutti i suoi colleghi nell'apostolato 72 ed educò con molte lettere i popoli di Dio, non soltanto quelli da lui conosciuti nel presente, ma anche quelli che si prevedevano in futuro. I cristiani, dico, mediante gli occhi della fede ammirano con grande gioia quell'uomo, campione del Cristo che lo addestrò e plasmò alla lotta 73, con lui crocifisso 74, in lui glorioso, che competeva secondo le regole in una grande gara nel teatro di questo mondo, in cui divenne oggetto di ammirazione agli angeli e agli uomini 75 e che conseguì la palma della vocazione al cielo negli eventi che la precedono 76. Osservano appunto, con gli occhi della fede, che egli godeva con chi gode, piangeva con chi piange 77, che all'esterno aveva lotte, all'interno timori 78, che bramava morire ed essere con Cristo 79, che desiderava di vedere i Romani per conseguire i frutti di bene con loro come con gli altri popoli 80, che era geloso dei Corinti ma a causa di questa gelosia temeva che i loro propositi fossero sviati dalla purezza la quale è nel Cristo 81, che aveva una grande tristezza e un continuo intimo dolore a causa degli Ebrei 82, perché essi, ignorando la giustizia di Dio e volendo sopravvalutare la propria, non erano sottomessi alla giustizia di Dio 83, che dichiarava non solo il dolore ma anche il proprio pianto per alcuni i quali avevano peccato e non avevano fatto penitenza della loro impurità e fornicazione 84.

... in Gesù.
9. 3. Se queste emozioni e sentimenti provenienti dall'amore al bene e dalla santa carità sono da considerare vizi, permetteremmo che siano considerate virtù quelli che sono veramente vizi. Ma se questi impulsi seguono la retta ragione in modo che se ne usi quando conviene, non si può presumere di considerarli anormalità ossia passioni viziose. Per questo anche il Signore, che si è degnato di condurre la vita umana nella condizione di schiavo 85 ma senza alcun peccato, si valse di questi sentimenti quando lo ritenne opportuno. In lui, nel quale erano veri il corpo e l'anima umana, non era falso l'umano sentimento. Dunque non sono falsi gli episodi riferiti nel Vangelo, e cioè che si rattristò con risentimento per la insensibilità del cuore dei Giudei 86, che disse: Godo per voi affinché crediate 87, perfino che prima di risuscitare Lazzaro pianse 88, che desiderò mangiare la pasqua con i suoi discepoli 89, che all'approssimarsi della Passione la sua anima fu triste 90. Egli, quando volle, in virtù di una precisa intenzione accolse nel suo animo di uomo queste emozioni come, quando volle, divenne uomo.

Analisi dell'apatia stoica.
9. 4. Quindi, anche quando sperimentiamo nell'onestà e secondo Dio questi sentimenti, bisogna ammettere che sono di questa vita, non di quella futura che speriamo e che ad essi spesso contro voglia cediamo. Talora piangiamo, anche senza volerlo, quantunque siamo mossi non da desiderio colpevole ma da lodevole carità. Li sperimentiamo dunque per la debolezza della condizione umana. Non così Gesù, nel quale anche la debolezza derivò dalla sua forza. Ma fintantoché abbiamo indosso la debolezza di questa vita, se non avessimo affatto queste emozioni, allora piuttosto non vivremmo secondo onestà. L'Apostolo rimproverava e biasimava alcuni anche perché, diceva, erano senza sentimento 91. Anche il Salmo li ha ripresi perché di essi dice: Ho atteso chi mi compatisse, e non vi fu 92. Infatti non provare alcun dolore, mentre siamo in questa condizione d'infelicità, certamente, come ha ritenuto e detto anche uno degli scrittori della cultura profana, non avviene senza un gran contributo di brutalità nell'animo e d'insensibilità nel corpo 93. V'è quello stato che in greco si denomina e che si potrebbe tradurre impassibilità. Poiché riguarda l'anima e non il corpo, se si deve intendere nel senso che si vive senza queste emozioni, le quali condizionano la ragione e turbano la coscienza, è onesta e sommamente desiderabile, ma anche essa non è di questa vita. Non di individui qualunque ma veramente devoti e molto avanzati nella santità sono le parole: Se dicessimo di non avere il peccato, inganniamo noi stessi e in noi non è la verità 94. Allora si avrà l' quando nell'uomo non si avrà alcun peccato. In questo mondo si vive abbastanza onestamente se si vive senza delitto; chi invece ritiene di vivere senza peccato, non si comporta in maniera da non avere il peccato ma di non ottenerne il perdono. Inoltre se l' si deve denominare lo stato in cui nessun sentimento può sfiorare l'animo, ciascuno ritiene che tale insensibilità è peggiore di tutti i vizi. Essa può quindi non irragionevolmente esser considerata felicità definitiva se avverrà senza l'assillo del timore e senza alcuna tristezza, ma soltanto chi è alieno dalla verità potrà dire che in quello stato non vi saranno l'amore e il godimento. Se poi è lo stato in cui non atterrisce il timore né affanna il dolore, si deve rifiutare in questa vita, se in questa vita vogliamo vivere onestamente, cioè secondo Dio, ma si deve sperare per la vita felice che ci è promessa nell'eternità.

Funzione del casto timore.
9. 5. C'è un timore di cui l'apostolo Giovanni dice: Nella carità non c'è il timore, al contrario la perfetta carità elimina il timore, perché il timore suppone il castigo e chi teme non è perfetto nella carità 95. Questo timore non è del genere di quello col quale l'apostolo Paolo temeva che i Corinti fossero ammaliati dall'astuzia del serpente 96. La carità infatti si vale di questo timore, anzi se ne vale soltanto la carità. Il timore che non è nella carità è di quel genere di cui Paolo stesso dice: Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nel timore 97. Ma il timore casto, che perdura al di là dei secoli dei secoli 98, se rimarrà anche nell'eternità, giacché è l'unico senso per intendere che rimane al di là della successione dei tempi, non è timore che distolga da un male eventuale ma timore il quale conferma nel bene che non si può perdere. Infatti nello stato in cui l'amore per il bene conseguito è immutabile, certamente è tranquillo, se si può dire, il timore di evitare il male. Col termine di timore casto è stata indicata la volontà con cui sarà ineluttabile il non voler peccare e si evita il peccato nella serenità della carità e non nella preoccupazione affannosa di non peccare. Ovvero se nella sicurezza sommamente infallibile di godimenti in una perenne felicità non potrà esservi timore di alcun genere, il passo: Il timore del Signore è casto perché rimane per tutti i secoli 99 si confronti con quest'altro: La pazienza dei miseri non andrà perduta in eterno 100. Ma non sarà eterna la pazienza stessa, perché non è necessaria se non dove si devono sopportare sofferenze, ma è eterna la condizione a cui si giunge con la pazienza. Così forse è stato detto che il timore casto rimane al di là della successione dei tempi, perché rimarrà lo stato a cui il timore stesso conduce.

Le passioni e le due città.
9. 6. Stando così le cose, poiché si deve condurre una vita onesta con cui giungere alla felicità, la vita onesta mantiene onesti tutti questi sentimenti, quella malvagia malvagi. La vita felice, che è anche eterna, avrà amore e godimento non solo onesti ma anche immancabili, ma nessun timore e dolore. Quindi si palesa in qualche modo di quali attributi debbano essere in questo esilio i cittadini della città di Dio che vivono secondo lo spirito, non secondo la carne, cioè secondo Dio e non secondo l'uomo e di quali attributi saranno nella immortalità a cui tendono. D'altra parte la città, ossia società degli empi che non vivono secondo Dio ma secondo l'uomo e che nell'adorazione stessa della falsa divinità e nel disprezzo di quella vera seguono la dottrina di uomini e demoni, viene turbata da questi perversi sentimenti quasi fossero passioni e turbamenti. E se ha cittadini che all'apparenza danno una regola a tali sentimenti e quasi li riducono alla giusta misura, sono talmente boriosi e tronfi nell'empietà che in loro vi sono gonfiori più gravi anche se sofferenze più lievi. E se alcuni con frivolezza tanto più disumana quanto più rara amano in se stessi questo contegno da non lasciarsi né esaltare e stimolare né deprimere e piegare da alcun sentimento, perdono piuttosto l'umana dignità anziché raggiungere la vera tranquillità. Una cosa non è retta perché rigida, né sana perché insensibile.

Passione e libidine dopo la caduta [10-28]


Primitivo stato di felicità.
10. Non irragionevolmente si pone il problema se il primo uomo o meglio i primi uomini, giacché il vincolo coniugale era di due, sperimentavano prima del peccato nel corpo vivificato dall'anima i sentimenti in parola, che non si sperimenteranno nel corpo vivificato dallo spirito quando scomparirà il peccato mediante la totale purificazione. Se li sperimentavano, non si spiega come fossero felici in quel meraviglioso luogo di felicità, cioè nel paradiso terrestre. Nessuno infatti si può ritenere pienamente felice se è afflitto dal timore o dal dolore. Ma era impossibile che i primi uomini temessero o fossero tristi nella sovrabbondanza di beni così grandi. Non si temeva la morte né la cattiva salute del corpo, non v'era qualcosa che la volontà buona non potesse raggiungere né nulla che potesse affliggere l'essere fisico o spirituale dell'uomo perché viveva nella felicità. Era senza inquietudine l'amore verso Dio e quello reciproco della coppia che viveva in un rapporto fedele e sincero e da questo amore derivava una grande gioia perché non veniva a mancare ciò che si amava come valore di cui godere. La indipendenza dal peccato era serena perché con essa nessun male poteva assolutamente irrompere da qualche parte ad affliggerli. Ma forse, si chiederà, desideravano toccare l'albero proibito per cibarsene ma temevano di morire, perciò desiderio e timore già allora in quel luogo agitavano i primi uomini? No, non si può ritenere che ciò avvenisse in quello stato in cui non si aveva affatto il peccato. Non si può dire infatti che non è peccato bramare cose che la legge di Dio proibisce e astenersene per timore della pena e non per amore della giustizia. Non si ritenga, dico, che prima del peccato in senso assoluto già fosse stato commesso un peccato per cui i progenitori avrebbero congiunto all'albero il desiderio di cui il Signore parla nei confronti della donna: Se qualcuno guarda una donna per desiderare di averla, già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore 101. Dunque essi erano felici e non erano agitati da inquietudini della coscienza né molestati da disagi del fisico. Allo stesso modo sarebbe stata felice tutta l'umana società se essi non avessero commesso il peccato che avrebbero trasmesso ai posteri né alcuno della loro discendenza avesse compiuto per malvagità il male che si trae appresso per condanna. Così in tale felicità indefettibile fino a che, mediante la benedizione con cui fu detto: Crescete e aumentate di numero 102, fosse al completo il numero degli eletti predestinati, sarebbe stata data quella più alta benedizione che fu data agli angeli immensamente felici. Con essa si sarebbe ottenuta l'infallibile certezza che nessuno avrebbe peccato, nessuno sarebbe morto, e tale sarebbe stata la vita dei santi senza l'esperienza della fatica, del dolore e della morte, quale dopo tutti questi mali sarà restituita con la resurrezione dei morti mediante l'incorruzione dei corpi.

Peccato, prescienza e salvezza.
11. 1. Dio ha avuto prescienza di tutti gli eventi e quindi non ha potuto ignorare che l'uomo avrebbe peccato. Perciò dobbiamo farci un'idea della città santa sulla base della sua prescienza e ordinamento e non secondo una ipotesi di cui era impossibile avere conoscenza perché non rientrava nell'ordinamento di Dio. È impossibile anche che l'uomo col suo peccato abbia sconvolto il disegno divino come se avesse costretto Dio a mutare ciò che aveva stabilito. Dio con la sua prescienza aveva previsto l'uno e l'altro, cioè: l'uomo, che egli aveva creato buono, sarebbe diventato cattivo e il bene che egli avrebbe ottenuto da lui anche in quella condizione. Si dice talora che Dio muta i propri progetti, per questo con discorso figurato nella sacra Scrittura si dice anche che Dio si è pentito 103. Si dice però nel senso di ciò che l'uomo si riprometteva o di ciò che comportava il meccanismo delle cause naturali, non nel senso della prescienza che l'Onnipotente aveva della sua opera. Dunque Dio, come è detto nella Scrittura, creò l'uomo onesto 104 e quindi di buona volontà. Non sarebbe stato onesto se non avesse avuto la volontà buona. Dunque la volontà buona è opera di Dio, poiché l'uomo è stato da lui creato dotato di essa. La primordiale volontà cattiva, poiché precedette tutte le cattive azioni nell'uomo, fu piuttosto una defezione dall'opera di Dio alle proprie anziché una vera opera. Quindi quelle opere furono cattive perché furono secondo se stesse, non secondo Dio, così che la volontà cattiva o l'uomo stesso, in quanto di volontà cattiva, fosse come l'albero cattivo di quelle opere quasi fossero frutti cattivi 105. Inoltre la volontà cattiva, sebbene non sia secondo la natura ma contro la natura perché ne è la degenerazione, tuttavia è della medesima natura di cui è degenerazione, che può sussistere soltanto in una natura ma solo in quella che Dio ha creato dal nulla. Pertanto non in quella che il Creatore ha generato dal proprio essere, come ha generato il Verbo per la cui mediazione tutte le cose sono state create 106. E sebbene Dio abbia formato l'uomo dalla polvere della terra 107, la terra stessa e ogni essere della terrena materia è assolutamente dal nulla, e quando egli ha creato l'uomo ha congiunto al corpo l'anima creata dal nulla. Quantunque sia consentito al male di essere nel mondo per dimostrare come anche di esso possa usar bene la giustizia immensamente provvida del Creatore, tuttavia il male è superato dal bene al punto che è possibile l'esistenza del bene senza il male, come è lo stesso Dio vero e perfettissimo, come sopra questa fosca atmosfera ogni creatura celeste visibile e invisibile. Non è possibile invece l'esistenza del male senza il bene, perché gli esseri, in cui esiste il male, in quanto sono esseri, formalmente sono buoni. Inoltre il male non si elide eliminando la sostanza che era stata aggiunta ovvero una sua porzione, ma con la salute e l'emendamento dell'essere che era malato e pervertito. Perciò l'arbitrio della volontà è libero quando non è schiavo dei vizi e dei peccati. In tale forma ci è stato dato da Dio ma, se viene perduto per una personale mancanza, può essere restituito soltanto da chi ebbe il potere di darlo. Perciò, dice la Verità: Se vi libererà il Figlio, allora sarete veramente liberi 108. Come se avesse detto: Se il Figlio vi salverà, allora sarete veramente salvi. Egli è liberatore appunto perché salvatore.

Diversità del peccato nei progenitori.
11. 2. Dunque l'uomo viveva secondo Dio nel paradiso che era insieme del corpo e dello spirito. Non avveniva infatti che era paradiso del corpo per i beni del corpo e non dello spirito per i beni dello spirito, e viceversa che era dello spirito, perché l'uomo godesse mediante le facoltà intellettuali, e non del corpo perché godesse mediante le facoltà sensibili. Era certamente l'uno e l'altro per l'uno e l'altro bene. Poi l'angelo superbo e quindi invidioso, disdegnando mediante la superbia Dio per se stesso e scegliendo quasi con presunzione da tiranno di dominare su esseri a lui sottomessi anziché essere sottomesso, precipitò dal paradiso dello spirito. Nel libro undecimo e dodicesimo di questa opera ho trattato sufficientemente, quanto conveniva, della caduta sua e dei suoi compagni che da angeli di Dio divennero angeli suoi 109. Egli con la furberia del cattivo consigliere propose di insinuarsi nella coscienza dell'uomo che invidiava perché era rimasto in piedi mentre egli era caduto. Quindi nel paradiso del corpo, ove con i due individui umani, maschio e femmina, soggiornavano altri animali terrestri sottomessi e innocui, scelse il serpente, animale viscido che si muove con spire tortuose, perché adatto al suo intento di comunicare con l'uomo. Avendolo sottomesso mediante la presenza angelica e la superiorità della natura, con la perversità propria di un essere spirituale e giovandosene come di uno strumento, con inganno rivolse la parola alla donna, cominciando cioè dalla parte più debole della coppia umana per giungere gradualmente all'intero. Riteneva infatti che l'uomo non credesse facilmente e che non potesse essere tratto in inganno con un proprio errore ma soltanto nel consentire all'altrui errore. Egualmente Aronne non accondiscese al popolo in errore costruendo l'idolo perché convinto ma si adattò perché costretto 110, né si deve credere che Salomone ritenne per errore di dover prestare culto agli idoli ma fu spinto a quelle profanazioni dalle moine delle donne 111. Così si deve ammettere che nel trasgredire il comando di Dio il primo uomo, per lo stretto legame del rapporto, accondiscese alla sua donna, uno solo a una sola, una creatura umana a una creatura umana, il marito alla moglie, e non perché ingannato credette che lei dicesse il vero. Opportunamente ha detto l'Apostolo: Adamo non fu ingannato, ma la donna 112. Essa infatti ritenne vere le parole del serpente, egli invece non volle anche nella partecipazione al peccato disgiungersi dall'unico legame che aveva, però non è meno colpevole se ha peccato con consapevolezza e discernimento. L'Apostolo non ha detto: "Non ha peccato", ma: Non fu ingannato. Esprime il medesimo concetto con le parole: Per colpa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e poco dopo più palesemente: Con una trasgressione simile a quella di Adamo 113. Ha voluto far capire che possono ingannarsi quelli i quali non ritengono peccato le loro azioni, ma egli lo sapeva. Altrimenti non avrebbe senso la frase: Adamo non fu ingannato. Ma non avendo sperimentato la severità divina poté ingannarsi nel ritenere passibile di perdono la colpa commessa. Quindi non è stato ingannato nel senso in cui fu ingannata la donna, ma s'illuse sul modo con cui sarebbe stata giudicata la sua discolpa: Me ne ha dato la donna che mi hai posto vicino, proprio essa, e ne ho mangiato 114. Non c'è altro da aggiungere. Sebbene non siano stati ingannati tutti e due nel prestar fede, nondimeno col peccare tutti e due sono stati abbindolati e accalappiati nei tranelli del diavolo.

Gravità della disobbedienza.
12. Può turbare qualcuno la ragione per cui la natura non viene degenerata dagli altri peccati come è stata degenerata dalla disobbedienza dei progenitori in modo da farli soggiacere alla grande immoralità che osserviamo e sperimentiamo e per essa anche alla morte. Fu inoltre sconvolta e agitata da tanti e sì grandi passioni contrastanti da essere diversa da quel che fu nel paradiso terrestre prima del peccato, sebbene anche lì fosse in un corpo vivificato dall'anima. Se qualcuno, come ho detto, è turbato da questa considerazione, non deve ritenere che fosse futile e insignificante l'azione compiuta perché è avvenuta mediante il cibo, certamente non cattivo e nocivo in sé, ma proibito. Dio non avrebbe creato in quel luogo di grande felicità una cattiva pianta. Però col precetto era ingiunta l'obbedienza, una virtù che è in certo senso madre e istitutrice di tutte le virtù nella creatura ragionevole. Questa infatti è stata posta nell'esistenza appunto con l'intento che le sia giovevole esser sottomessa e dannoso compiere la propria volontà e non quella del Creatore. Il precetto di non mangiare un solo genere di cibo, in un luogo in cui v'era grande abbondanza di altri, era tanto facile da adempiere, così recente per ricordarsene, soprattutto in quella situazione in cui l'ingordigia ancora non si opponeva alla volontà, condizione che seguì come pena della trasgressione. Fu quindi violato con tanto maggiore disonestà quanto più facile n'era l'osservanza.

La superbia e il volto delle due città.
13. 1. Cominciarono ad esser cattivi in segreto per incorrere in un'aperta disobbedienza. Non sarebbero giunti all'azione cattiva se non precorreva la volontà cattiva. E inizio della volontà cattiva fu senz'altro la superbia. Inizio di ogni peccato appunto è la superbia 115. E la superbia è il desiderio di una superiorità a rovescio. Si ha infatti la superiorità a rovescio quando, abbandonata l'autorità cui si deve aderire, si diviene e si è in qualche modo autorità a se stessi. Avviene quando disordinatamente si diviene fine a se stessi. E si è fine a se stessi quando ci si distacca dal bene immutabile, che deve esser fine più che ciascuno a se stesso. Questa defezione è volontaria. Se la volontà rimanesse stabile nell'amore al superiore bene immutabile, dal quale era illuminata per vedere e infiammata per amare, non se ne distaccherebbe per divenire fine a se stessa e in tal modo accecarsi e gelarsi. Così la donna ha creduto che il serpente dicesse il vero, Adamo ha anteposto il desiderio della moglie al comando di Dio e si è illuso di essere venialmente trasgressore del comando perché anche nella comunanza del peccato non abbandonava la compagna della sua vita. Dunque l'azione malvagia, cioè la trasgressione nel mangiare un cibo vietato, è stata compiuta da individui che già erano malvagi. Quel frutto poteva maturare soltanto da un albero cattivo 116. Contro natura è avvenuto che l'albero fosse cattivo, perché poteva avvenire soltanto per depravazione della volontà, depravazione che è contro la natura. Ma soltanto una natura creata dal nulla poteva viziarsi. Quindi la natura ha l'essere per il fatto che è stata prodotta da Dio, ma defeziona dal suo essere per il fatto che è stata prodotta dal nulla. Ma l'uomo non defezionò al punto da divenire un nulla ma in modo che ripiegato su se stesso fosse meno perfetto di quando era unito all'Essere sommo. Essere in se stesso dopo avere abbandonato Dio, cioè essere fine a se stessi, non è certamente essere un nulla ma accostarsi al nulla. Perciò nella sacra Scrittura i superbi sono designati con un secondo termine, cioè che sono fine a se stessi 117. È bene avere il cuore in alto, però non a se stesso che è proprio della superbia, ma al Signore 118 che è proprio dell'obbedienza la quale può essere soltanto degli umili. V'è dunque in modo meraviglioso un effetto dell'umiltà che è levare il cuore in alto e un effetto della superbia che è deprimerlo al basso. Sembra quasi una contraddizione che la superbia sia in basso e l'umiltà in alto. Ma la devota umiltà rende sottomesso all'Essere che è più in alto, e nessuno è più in alto di Dio, e quindi l'umiltà che rende sottomessi a Dio eleva. La superbia invece, poiché consiste nel pervertimento, per il fatto stesso rifiuta la sottomissione e decade dall'Essere che è più in alto e sarà quindi nel grado più basso, come è stato scritto: Li hai atterrati mentre si innalzavano 119. Non ha detto: "Quando si erano innalzati", nel senso che prima si innalzavano e poi erano gettati giù, ma: mentre s'innalzavano, in quel momento sono stati gettati giù. L'innalzarsi è di per sé essere atterrati. Dunque nella città di Dio e alla città di Dio esule nel tempo si raccomanda soprattutto l'umiltà e viene messa in grande rilievo nel suo Re che è il Cristo 120, ed è dottrina della sacra Scrittura che nel suo rivale, che è il diavolo, domina il vizio contrario che è la superbia 121. Ne deriva la grande diversità per cui l'una e l'altra città, di cui parliamo, si differenziano, una cioè è società degli uomini devoti, l'altra dei ribelli, ognuna con gli angeli che le appartengono, in cui da una parte è superiore l'amore a Dio, dall'altra l'amore di sé.

Superbia che sovverte i fini.
13. 2. Il diavolo non avrebbe reso prigioniero l'uomo a causa del peccato compiuto in piena luce, appena avvenne ciò che Dio aveva proibito, se egli non avesse cominciato a rendersi fine a se stesso. Per questo motivo lo allettavano le parole: Sarete come dèi 122. Avrebbero potuto esserlo veramente unendosi mediante l'obbedienza al vero e sommo principio e non presentandosi con la superbia come principio a se stessi. Gli dèi creati non sono dèi per una loro verità essenziale ma nella partecipazione al Dio vero 123. Si svuota chi nel desiderio di empirsi, mentre sceglie di essere autosufficiente, si distacca da colui che veramente può colmare il suo desiderio. V'è un male per cui, quando l'uomo si considera fine a se stesso come se anche egli fosse luce, volta le spalle a quella luce che se considerasse come fine a sé, anche egli diverrebbe luce. Questo male, dico, è precorso nel segreto perché seguisse il male che è compiuto palesemente. Sono vere le parole della Scrittura: Prima della caduta il cuore si insuperbisce e prima della gloria si umilia 124. Certamente la caduta che avviene di nascosto precede quella che avviene all'aperto perché si pensa che non sia una caduta. Nessuno infatti reputa la superbia una caduta, eppure già in essa v'è il distacco con cui si abbandona l'Essere più in alto. Ed ognuno ammette che si ha una caduta quando avviene una palese e indubbia trasgressione di un comando. Perciò Dio proibì ciò che una volta commesso non poteva essere giustificato da nessun pretesto di onestà. Oso dire che ai superbi è opportuno cadere in qualche peccato evidente e palese per non considerarsi fine a sé giacché sono caduti considerandosi tali. Con maggior vantaggio Pietro provò dispiacere quando pianse che soddisfazione quando presunse 125. Lo dice anche il Salmo: Riempi i loro volti di vergogna e acclameranno al tuo nome, o Signore 126, cioè affinché tu sia fine per coloro che acclamano il tuo nome perché si ritenevano fine a sé acclamando al proprio.

Orgoglio e pretesto.
14. Più grave e degna di condanna è la superbia con la quale si pretende l'appiglio della scusa anche nei peccati palesi. È il caso dei progenitori. Ella disse: Il serpente mi ha ingannata e ho mangiato ed egli: La donna che mi hai data per compagna, proprio lei mi ha dato il frutto e ho mangiato 127. In nessuno dei due si avvertono la richiesta di perdono, l'invocazione di aiuto. Sebbene essi non neghino, come Caino 128, la colpa commessa, tuttavia la superbia presume di attribuire ad altri l'azione malvagia: la superbia della donna al serpente, quella dell'uomo alla donna. Ma è piuttosto vera l'accusa che la scusa, quando si ha l'evidente trasgressione del comando divino. Né si può dire che non trasgredirono perché la donna agì per istigazione del serpente e l'uomo per suggerimento della donna come se si dovesse preferire a Dio un essere a cui credere o acconsentire.

Gravità del primo peccato e pena adeguata.
15. 1. Dunque dall'uomo era stato disprezzato il comando di Dio che l'aveva creato, l'aveva ideato a sua immagine, l'aveva preposto agli altri animali, l'aveva stabilito nel paradiso terrestre, gli aveva concesso l'abbondanza di tutti i beni e della salute, non l'aveva gravato di molti, onerosi e difficili comandi, ma l'aveva agevolato con un solo comando molto facile e lieve a favore del dono salutare dell'obbedienza. Con esso ammoniva la creatura, cui conveniva una libera sottomissione, che Egli era il Signore. Alla trasgressione quindi seguì una giusta condanna e tale che l'uomo, il quale con l'osservanza del comando sarebbe divenuto spirituale anche nella carne, divenne al contrario carnale anche nella coscienza. Egli, che con la superbia si arrogava di esser fine a sé, fu abbandonato a sé dalla giustizia di Dio, però non in modo da essere completamente in proprio potere ma in discordia con se stesso e alle dipendenze di colui col quale si era accordato peccando. Così invece della libertà che aveva ambito sostenne una dura e abominevole schiavitù, perché morto di propria volontà nello spirito e destinato a morire contro volontà nel corpo, disertore della vita eterna e condannato anche alla morte eterna se la grazia non lo avesse liberato. Chi ritiene che tale condanna sia eccessiva o ingiusta certamente non sa valutare quanto grande sia stata la malvagità nel peccare in un caso in cui v'era tanta facilità di non peccare. Infatti come non a torto viene esaltata la sublime obbedienza di Abramo perché, con l'uccisione del figlio, gli fu imposta una prova molto difficile 129, così nel paradiso molto più grave fu la disobbedienza perché l'osservanza del comando non presentava difficoltà. E come l'obbedienza del secondo uomo è tanto più lodevole perché divenne obbediente fino alla morte 130, così la disobbedienza del primo uomo è tanto più esecrabile perché divenne disobbediente fino alla morte. Poiché era stata prestabilita una grande pena per la disobbedienza e imposta dal Creatore una facile osservanza, non si spiega abbastanza quanto grande male sia non obbedire in un caso di facile adempienza, data l'intimazione di un'autorità così alta e la minaccia di un tormento così spaventoso.

Disobbedienza e soggezione alla passione.
15. 2. Inoltre, per dirla in breve, come pena di quella disobbedienza fu data in cambio soltanto la disobbedienza. Non v'è altra infelicità per l'uomo che la propria disobbedienza contro se stesso in modo che voglia ciò che non può perché non volle ciò che poteva 131. Nel paradiso terrestre infatti, sebbene prima del peccato non gli fosse tutto possibile, non voleva ciò che gli era impossibile e quindi gli era possibile tutto ciò che voleva. Attualmente invece, come rileviamo nella sua discendenza e come conferma la sacra Scrittura, l'uomo è divenuto simile a un'ombra 132. Non si possono numerare le molte cose impossibili che egli vuole mentre egli non obbedisce a se stesso, cioè alla sua coscienza, e perciò anche la subalterna carne, alla sua volontà. Contro la sua volontà spesso la coscienza si agita, la carne prova dolore, invecchia e muore, e tutto ciò che soffriamo non lo soffriremmo contro volontà se il nostro essere fosse completamente in ogni facoltà sottomesso alla volontà. Ma la carne ha sempre qualche sofferenza che non le permette di essere sottomessa. Non interessa la provenienza. Il fatto è che per la giustizia di Dio Signore, al quale non abbiamo voluto essere sottomessi nell'obbedienza, la nostra carne, che era sottomessa, ribellandosi ci procura sofferenza, sebbene noi, ribellandoci a Dio, abbiamo potuto procurare sofferenza a noi, non a Lui. Egli infatti non ha bisogno della nostra prestazione, come noi abbiamo bisogno di quella del corpo, quindi è pena per noi il contraccambio che riceviamo e non per Lui l'azione che abbiamo compiuto. Inoltre le sofferenze che si considerano della carne sono dell'anima, sebbene nella carne e della carne. La carne da sé senza l'anima non soffre e non desidera. Quando si dice che la carne desidera o soffre, s'intende l'uomo, come abbiamo dimostrato 133, oppure una facoltà dell'anima su cui influisce lo stimolo della carne, o sgradevole per produrre dolore o dilettevole per produrre piacere. Ma la sofferenza carnale è per l'anima soltanto un contrasto proveniente dalla carne e una forma di urto al suo stimolo, come la sofferenza spirituale, che si denomina tristezza, è urto con quei fatti che sono avvenuti sebbene noi non volessimo. Spesso però il timore precede la tristezza perché anche esso è nell'anima e non nella carne. Invece non v'è un qualsiasi timore che, presente nella carne prima della sofferenza, preceda la sofferenza della carne. Una certa appetenza al contrario precede il piacere ed è avvertita nella carne come sua esigenza. È il caso della fame e della sete e di quella che in riferimento agli organi genitali si denomina libidine, sebbene il termine sia in genere di ogni desiderio sfrenato. Difatti gli autori classici hanno stabilito che l'ira non sia altro che la libidine di vendicarsi 134, sebbene l'uomo, anche se non si ha alcun sentimento di vendetta, si arrabbia con oggetti inanimati e spazientito spezza lo stilo che non scrive o la penna. Però anche questa, sebbene più irragionevole, è una determinata libidine di vendicarsi e da essa deriva in base a non saprei quale parvenza di contraccambio, per così dire, che chi fa il male sopporta il male. V'è dunque la libidine di vendicarsi che si denomina ira, v'è la libidine di possedere ricchezze che è l'avarizia, v'è la libidine di spuntarla a tutti i costi che è la caparbietà, c'è la libidine di vantarsi che si denomina ostentazione 135. Vi sono molte e svariate libidini, di cui alcune hanno un proprio nome, altre non l'hanno. Infatti non si può stabilire con esattezza come si denomina la libidine del dominare. Eppure anche le guerre civili attestano che influisce moltissimo sulle coscienze dei tiranni.

La libidine e i suoi impulsi.
16. Sebbene dunque la libidine sia relativa a molti impulsi, quando si usa il termine, se non si aggiunge il tipo d'impulso, di solito si offre alla mente quello con cui sono eccitate le parti che esigono pudore. Essa non solo si aggiudica tutto il corpo e non solo nella zona periferica ma anche nel profondo, ed eccita tutto l'uomo mediante la passione dell'animo in stretta commischianza con l'impulso della carne in modo che ne deriva quel piacere che è il più stimolante dei piaceri sensibili. Così nell'attimo stesso in cui si giunge all'acme vengono quasi travolte l'attenzione e la presenza della coscienza a se stessa. Supponiamo un amico della saggezza e delle gioie sante che tira avanti la vita da marito ma, come ha notato l'Apostolo, sa conservare il proprio corpo nella onestà e nel decoro, non nella dissolutezza del piacere, come i pagani che non conoscono Dio 136. Non preferirebbe egli, se fosse possibile, procreare figli senza la libidine? Avverrebbe che anche in questo obbligo di generare la prole gli organi creati allo scopo si conformerebbero alla coscienza, come tutti gli altri assegnati alle rispettive funzioni, perché mossi dal consenso della volontà e non dall'ardore della libidine. Ma neanche coloro che si dilettano di questo piacere sono eccitati, quando vogliono, agli accoppiamenti coniugali o agli atti disonesti della lussuria. Talora l'impulso reca disagio perché non desiderato, talora delude chi spasima e mentre la sensualità ribolle nella coscienza rimane fredda nel corpo. In tal modo con strano risultato la libidine non solo non è in funzione del desiderio di aver figli ma neanche della libidine di soddisfare i sensi. Inoltre, mentre indivisa il più delle volte resiste alla coscienza che la inibisce, talora essa stessa si scinde in sé e dopo avere eccitato la coscienza, essa stessa si inibisce dall'eccitare il corpo.

Libidine e nudità.
17. Giustamente si prova pudore soprattutto di questa libidine e giustamente si considerano oggetto di pudore quegli organi che essa stimola o inibisce con una propria prerogativa, per così dire, e non del tutto in base a una nostra autodeterminazione. Non furono così prima del peccato dell'uomo. Si dice infatti nella Scrittura: Erano nudi e non si vergognavano 137 e non perché la propria nudità fosse loro sconosciuta ma non era ancora invereconda. Non ancora la libidine stimolava quegli organi al di là di un'autodeterminazione, non ancora la carne con la sua disobbedienza forniva una testimonianza a rimproverare la disobbedienza dell'uomo. Certamente non furono creati ciechi, come suppone la massa ignorante. Infatti l'uomo vedeva gli animali ai quali impose il nome 138, e della donna si legge: Vide che il frutto dell'albero era buono come cibo e gradevole alla vista 139. Dunque i loro occhi erano dischiusi, ma non erano aperti a riguardo, cioè non attenti a conoscere che cosa si accordava loro con l'abito della grazia finché non seppero che i loro organi reagivano alla volontà. Venuto a mancare lo stato di grazia, affinché la disobbedienza fosse colpita da una pena corrispondente si realizzò negli stimoli del corpo una vergognosa novità per cui la nudità divenne sconveniente. Il fatto li fece attenti e li rese vergognosi. Ecco perché, dopo che violarono il comando di Dio con una palese trasgressione, si dice di loro nella Scrittura: Si aprirono gli occhi di entrambi, si accorsero di esser nudi, intrecciarono foglie di fico e se ne fecero delle fasce da campo 140. Dice: Si aprirono gli occhi di entrambi, non per vedere perché vedevano anche prima, ma per distinguere fra il bene che avevano perduto e il male in cui erano caduti. Perciò anche l'albero, posto per operare tale discernimento se veniva toccato per mangiarne contro il comando, da questa evenienza ricevette l'appellativo di albero della scienza del bene e del male. Se si prova il fastidio della malattia diviene più manifesto il godimento della salute. Si accorsero dunque di essere nudi, denudati di quella grazia per cui avveniva che la nudità del corpo non li facesse vergognare perché non c'era la soggezione al peccato che resistesse alla loro coscienza. Conobbero dunque uno stato che con un destino migliore avrebbero ignorato se, prestando fede e obbedienza a Dio, non avessero compiuto un'azione che li costringeva a sperimentare quale danno arrecano la mancanza di fede e la disobbedienza. Quindi vergognosi a causa della disobbedienza della propria carne, castigo quasi testimone della loro disobbedienza, intrecciarono foglie di fico e se ne fecero delle fasce da campo, cioè dei grembiuli con cinto per i genitali. Alcuni traduttori infatti hanno interpretato grembiuli con cinto. Fasce da campo è certamente una parola latina e si usava perché i giovani, che si addestravano nudi nei campi di Marte, coprivano le parti che esigono pudore. L'opinione pubblica chiama appunto fasciati da campo quelli che portano grembiuli con cinto. Quindi la verecondia copriva per vergogna l'organo che la libidine per disobbedienza stimolava contro la volontà punita per la colpa della disobbedienza. Da ciò tutti i popoli, giacché provengono da quel ceppo, hanno l'istinto ingenito di coprire le parti che esigono pudore al punto che alcuni stranieri neanche ai bagni le denudano ma le lavano assieme agli indumenti che le coprono. Perfino nei brulli deserti dell'India, sebbene alcuni attendono a filosofare nudi e sono perciò denominati i sofisti del nudo, per i genitali usano tuttavia indumenti di cui sono privi per il resto del corpo.

Vergogna nel lecito e nell'illecito piacere.
18. C'è dunque un'azione che si compie con l'impulso di tale libidine. Ebbene, non solo negli atti di violenza carnale, per i quali si cercano luoghi nascosti onde sfuggire alle sentenze dell'umana giustizia, ma anche nella relazione con le meretrici, indecenza che la città terrena permette, sebbene si commetta un atto che nessuna legge civile vieta, eppure la libidine, anche se impunita perché liberalizzata, evita di mostrarsi in pubblico. Le stesse case di prostituzione poi per naturale riserbo hanno assicurato la segretezza, e l'impudicizia ha potuto eludere i limiti della interdizione legale più facilmente di quanto la mancanza di pudore può non tener conto della esigenza di celare la prostituzione. Però anche i disonesti la considerano disonestà e sebbene la pratichino non osano mostrarla in pubblico. Ma come? L'accoppiamento coniugale che, secondo le regole dei contratti matrimoniali, si compie per procreare i figli, anche esso, sebbene lecito e onesto, richiede un letto non visto da testimoni oculari. E il marito, prima che cominci ad accarezzare la moglie, fa uscire i servi, gli stessi pronubi e tutti coloro che una qualsiasi occorrenza aveva autorizzato ad entrare. Il più grande scrittore della lingua latina 141 dice che tutte le azioni oneste vogliono esser poste in mostra 142, cioè tendono ad esser conosciute, eppure questa onesta azione tende tanto a esser conosciuta che, se è veduta, provoca rossore. Tutti sanno quale rapporto si abbia tra gli sposi per procreare figli perché, per compiere quell'atto, si prende moglie con tanta pubblicità. Tuttavia quando si compie l'atto per generare figli, neanche ai figli, se vi sono già i nati da quella coppia, è permesso di esser presenti. Questa buona azione dunque a tal punto richiede il lume dell'intelligenza da schivare quello della vista. Avviene perché si compie un atto che è conveniente secondo natura ma in modo che è anche concomitante il vergognarsene per castigo.

Ira, concupiscenza e ragione.
19. Quindi anche i filosofi che si accostarono di più alla verità hanno sostenuto che l'ira e la concupiscenza sono inclinazioni viziose perché si muovono con disordinata agitazione anche a quegli atti che la saggezza proibisce e perciò hanno bisogno di coscienza e ragione che le freni. Presentano questa terza attività dell'anima come situata in un grado più alto per moderare le altre affinché, dietro il suo imperativo e con la loro sottomissione, nell'uomo si possa mantenere l'onestà in ogni attività. Essi ammettono che anche nell'uomo saggio e sobrio queste attività sono traviate, sicché la coscienza dominando e contenendo le freni e le distolga da quegli oggetti a cui sono portate per disonestà e le riconduca a quegli oggetti che sono consentiti dalla norma della saggezza. Ad esempio, richiami l'ira all'esercizio della giusta repressione, la concupiscenza al dovere di prolificare. Queste inclinazioni, dico, nel paradiso terrestre prima del peccato non erano traviate. Non si muovevano a qualche atto contro la retta volontà sicché fosse necessario guidarle, per così dire, con le briglie della ragione. Perciò il fatto che ora sono disordinate e regolate da coloro che vogliono vivere sobriamente, onestamente e religiosamente reprimendole e contrastandole, alcune più facilmente, altre più difficilmente, non è normalità proveniente dalla natura ma debolezza dalla colpa. Inoltre il pudore non occulta i moti dell'ira e degli altri impulsi che si compiono con parole e gesti, come occulta quelli della concupiscenza che si compiono con gli organi genitali. Ciò è dovuto esclusivamente al motivo che nei primi non sono gli impulsi a eccitare le parti del corpo, ma la volontà quando si accorda con gli impulsi perché essa domina nel loro porsi in atto. Se un individuo parla adirato o anche picchia qualcuno, non potrebbe farlo se la lingua e la mano non fossero in qualche modo mosse dalla volontà e queste membra, anche senza l'impulso dell'ira, sono mosse dalla volontà. Al contrario la concupiscenza ha in certo senso talmente asservito a un suo diritto gli organi genitali che non possono eccitarsi se essa manca e se non si manifesta spontaneamente o perché stimolata. Per questo esige il pudore, per questo, suscitando la vergogna, schiva lo sguardo dei presenti. Un individuo sopporta più volentieri una moltitudine di persone che osservano se egli si adira ingiustamente con un altro, che un colpo d'occhio di uno solo anche quando legittimamente si unisce alla moglie.

I Cinici e la concupiscenza.
20. I filosofi denominati dai cani, cioè i cinici, non la videro così perché proferirono contro l'umano pudore non altro che un parere da cani, cioè sudicio e sfacciato. Dicono cioè che poiché è onesto l'atto che si compie con la moglie, non ci si deve vergognare di farlo in pubblico e non schivare l'accoppiamento coniugale in qualsiasi strada o piazza. Tuttavia il naturale pudore ha superato il pregiudizio di questo errore. Riferiscono che qualche volta l'ha fatto il vanaglorioso Diogene perché s'illudeva di rendere più famosa la sua scuola se nel ricordo degli uomini fosse inchiodata questa sorprendente sua spudoratezza. In seguito tuttavia dai cinici si smise questo uso e fu più efficiente il pudore di far vergognare gli uomini dei propri simili che l'imbroglio di pretendere che gli uomini si comportino come i cani. Quindi io suppongo che colui o coloro, ai quali si attribuiscono gli episodi, abbiano piuttosto simulato agli occhi degli uomini, i quali non sapevano che cosa avveniva sotto le coperte, i movimenti dell'atto coniugale anziché riuscire a provare il diletto, dato l'imbarazzo per la presenza di altri. In questo caso i filosofi non si vergognavano di apparire come vogliosi dell'atto carnale, mentre la concupiscenza si vergognerebbe di esternarsi. Sappiamo che anche adesso ci sono i filosofi cinici. Sono quelli che non solo indossano il pallio ma portano anche la clava. Però nessuno di loro osa farlo perché, se alcuni lo osassero, non dico che sarebbero seppelliti dalle pietre scagliate da lapidatori ma certamente sarebbero coperti dagli sputi di coloro che scaracchiano loro addosso. Dunque la natura prova vergogna di questa forma di concupiscenza e giustamente se ne vergogna. Nella sua disobbedienza che ha asservito gli organi genitali soltanto ai suoi impulsi e li ha sottratti al potere della volontà si rivela abbastanza che cosa sia stato corrisposto alla prima disobbedienza dell'uomo. Era conveniente che la pena apparisse soprattutto in quell'organo con cui si propaga la specie umana perché da quel primo grande peccato fu mutata in peggio. Nessuno può svincolarsi dalla sua stretta salvo che con la grazia di Dio si espia personalmente la colpa che, siccome tutti erano in uno solo, fu commessa a danno di tutti e punita dalla giustizia di Dio.

Libidine e prolificazione.
21. Non dobbiamo credere dunque che quegli sposi, collocati nel paradiso terrestre, avrebbero adempiuto l'ordine che Dio benedicendoli rivolse loro: Prolificate, aumentate di numero e riempite la terra 143 mediante la libidine perché, vergognandosi di essa, si coprirono i genitali. Questa forma di libidine è sorta dopo il peccato. La specie umana innocente, perduto dopo il peccato il controllo a cui obbediva tutto il corpo, la sperimentò, la controllò, se ne vergognò, la coprì. La benedizione, impartita alla coppia, che gli sposi prolificassero, aumentassero di numero e riempissero la terra, sebbene sia rimasta anche dopo che trasgredirono, fu data prima che trasgredissero affinché fosse noto che la procreazione dei figli spetta all'onore del connubio, non al castigo del peccato. Ma ora uomini, certamente ignari della felicità del paradiso terrestre, ritengono che non fosse possibile generare se non mediante l'impulso che hanno sperimentato, cioè la libidine, sebbene si può osservare che ne arrossisce perfino l'onestà del matrimonio. Alcuni lo affermano perché non ammettono affatto e per mancanza di fede scherniscono la sacra Scrittura, il passo cioè, in cui si dice che dopo il peccato i progenitori arrossirono della nudità e che furono coperti i genitali. Altri invece, sebbene l'accettino e la onorino, interpretano la frase: Prolificate e aumentate di numero, non secondo la fecondità fisica, perché si usa tale espressione anche in senso allegorico nel passo: Mi hai fatto aumentare in virtù nella mia anima 144. Anche nella frase della Genesi che segue: E riempite la terra e dominatela 145, per terra intendono la carne che l'anima riempie con la sua presenza e su cui domina quando aumenta in virtù. Soggiungono anche che senza la libidine, la quale dopo il peccato si manifestò, se ne ebbe coscienza e vergogna e fu coperta, neanche allora sarebbero nati i bimbi, come non lo possono attualmente, e che non sarebbero nati nel paradiso terrestre ma fuori, come difatti avvenne. Quindi, dopo che ne furono scacciati, si congiunsero per aver figli e li ebbero.

La prima coppia e l'incremento della specie.
22. Noi non dubitiamo affatto che il prolificare, l'aumentare di numero e il riempire la terra secondo la benedizione di Dio è un dono del matrimonio che Dio istituì dal principio, prima del peccato dell'uomo, creando il maschio e la femmina. La diversità del sesso si manifesta anche nel fisico. All'atto creativo di Dio seguì la sua benedizione. Infatti la Scrittura dopo le parole: Li creò maschio e femmina, soggiunge immediatamente: E Dio li benedisse dicendo: Prolificate e aumentate di numero e riempite la terra e dominatela 146, e il resto. Queste parole si possono interpretare non impropriamente in senso allegorico. Tuttavia i sessi maschile e femminile non si possono intendere come qualcosa di analogicamente affine in un solo individuo, perché in lui altro è la coscienza che regola e altro il fisico che è regolato. Ma come molto chiaramente appare nei corpi di sesso diverso, è una grande assurdità negare che il maschio e la femmina sono stati creati affinché, generando i figli, incrementino la specie, aumentino di numero e riempiano la terra. Il Signore non fu interrogato sullo spirito che domina e sul fisico che obbedisce, o sulla coscienza che regola e sulla passione che è regolata, o sulla energia contemplativa che si eleva e sull'attiva che è sottoposta, o sul puro pensiero e sulla facoltà sensitiva, ma esplicitamente sul vincolo matrimoniale, con cui l'uno e l'altro sesso sono in intimo rapporto, e precisamente se è lecito per un qualche motivo ripudiare la moglie. Poiché a causa della insensibilità del cuore degli Israeliti Mosè permise che si consegnasse la denuncia di divorzio, egli rispose con le parole: Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e saranno due in una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi 147. È stabilito dunque che maschio e femmina sono stati ordinati in principio come al presente, e cioè che si vedono e si riconoscono due individui di sesso diverso e che si considerano uno solo o a causa dell'accoppiamento o dell'origine della femmina che è stata tratta dal fianco del marito. Anche l'Apostolo, in riferimento a questo primo modello che per divina istituzione ha preceduto gli altri, ammonisce tutti singolarmente affinché i mariti amino le mogli 148.

Procreazione anche senza il peccato.
23. 1. Chi afferma che i progenitori non si sarebbero accoppiati e non avrebbero generato se non avessero peccato, in definitiva afferma che fu indispensabile il peccato dell'uomo per ottenere un gran numero di eletti. Se non peccando rimanevano soli - giacché, come alcuni sostengono, se non peccavano, non potevano generare -, il peccato fu necessario affinché di onesti non rimanessero soltanto due ma un gran numero. È assurdo pensarlo. Si deve piuttosto ritenere che il numero degli eletti richiesto per costituire la città santa, anche se nessuno peccava, sarebbe stato eguale a quello che ora, per la grazia di Dio, si seleziona dalla moltitudine dei peccatori fino a che le creature esistenti nel tempo generano e sono generate 149.

Libidine e coscienza.
23. 2. Quindi quell'accoppiamento, degno della felicità del paradiso terrestre, se non vi fosse stato il peccato, avrebbe generato figli da amare senza la libidine di cui vergognarsi. Ma attualmente non v'è un caso somigliante con cui far comprendere quel che poteva verificarsi allora. Tuttavia non deve sembrare incredibile che quel solo organo potesse senza la libidine esser sottomesso alla volontà giacché attualmente molti le sono sottomessi. Ora, quando vogliamo, muoviamo senza resistenza mani e piedi ai gesti che con tali arti si devono compiere e con la scioltezza che costatiamo in noi e negli altri, soprattutto negli artigiani di qualsiasi lavoro manuale, per il quale un più disinvolto allenamento si è aggiunto ad addestrare un'indole più debole e lenta. Dobbiamo dunque ammettere che quegli organi avrebbero potuto prestarsi, come gli altri, con sottomissione agli uomini ad un cenno della volontà per la procreazione dei figli, anche se fosse mancata la libidine che è stata corrisposta al peccato della disobbedienza. Cicerone nei libri sullo Stato, trattando dei poteri e notando una corrispondenza dell'argomento con la natura dell'uomo, ha affermato che, in considerazione della facilità nell'obbedire, si comanda alle membra del corpo come a figli, invece le funzioni pervertite della coscienza vanno represse, come schiave, con un comando più rigido 150. E sì che per natura la coscienza è considerata superiore al corpo, eppure comanda al corpo più facilmente che a se stessa. Tuttavia ci si deve tanto più vergognare di questa forma di libidine, della quale stiamo parlando, perché la coscienza incagliata in essa non riesce più ad imporre a se stessa di non provare piacere e tanto meno al corpo in modo che la volontà e non la libidine stimoli gli organi che suscitano pudore. Se così fosse, neanche lo susciterebbero. Attualmente la coscienza si vergogna che le opponga resistenza il corpo, il quale per inferiore costituzione le è subordinato. Nelle altre inclinazioni, quando la coscienza resiste a se stessa, prova minor vergogna perché quando è vinta da se stessa, è essa che si vince. Avviene però con danno del dovere e dell'onestà perché è vinta da impulsi che devono essere subordinati alla ragione e quindi da impulsi che sono anche suoi, perciò, come è stato detto, è vinta da se stessa. Quando la coscienza si vince ordinatamente perché i suoi movimenti irrazionali sono sottomessi al giudizio della ragione, se anche essa è sottomessa a Dio, è di una encomiabile virtù. Si ha tuttavia minor motivo di pudore quando la coscienza non si obbedisce perché impedita dai suoi impulsi disordinati che quando il corpo, il quale è altro da essa e le è sottoposto e la cui costituzione non vive senza di essa, non cede al suo volere e al suo comando.

Discorso sulla libidine e oscenità.
23. 3. Alcune membra sono moderate dal dominio della volontà perché senza di esse quelle che sentono lo stimolo indipendentemente dalla volontà non possono compiere il gesto che le placa. Invece la pudicizia si conserva non col perdere ma con l'inibire il diletto peccaminoso. Se la colpa della disobbedienza non fosse stata punita col castigo della disobbedienza, certamente nel paradiso terrestre i rapporti matrimoniali non avrebbero subito, ovviamente a favore della volontà e disfavore della libidine, questa resistenza, questo contrasto, questo conflitto di volontà e libidine, ma con gli altri organi sarebbero stati sottomessi alla volontà. Così l'organo genitale avrebbe sparso il seme sul campo creato a tal fine come attualmente la mano lo sparge sul terreno 151. Ora il pudore ci contrasta se intendiamo trattare più diffusamente l'argomento e ci spinge in nome del suddetto decoro a chiedere scusa alle caste orecchie. Allora non v'era ragione per farlo. Un libero linguaggio poteva esprimersi, senza il timore di oscenità, in tutti i significati che sono oggetto di pensiero in relazione agli organi genitali. Non vi sarebbero state parole da considerare oscene ma qualsiasi cosa si dicesse sull'argomento sarebbe stata decorosa come ciò che si dice quando parliamo delle altre parti del corpo. Chi dunque con intenzioni licenziose intraprende la lettura di questo libro cerchi di evitare una cattiva azione e non la natura delle cose, accusi gli atteggiamenti della propria immoralità e non le parole suggerite da una esigenza. In esse un lettore o uditore morigerato e pio troverà un motivo per scusarmi perché ribatto la miscredenza che discute non della fede in fatti non avvenuti ma della conoscenza di fatti avvenuti. Legge senza adontarsi queste mie parole chi non freme contro l'Apostolo che rimprovera le orribili turpitudini delle donne perché esse hanno cambiato il rapporto naturale in un rapporto che è contro natura 152. Questo si dice soprattutto perché io non alludo, come egli fa, a una biasimevole indecenza attuale ma evito, come lui, parole oscene nell'esporre, quanto è possibile, gli atti relativi all'umana generazione.

Libidine e volontà.
24. 1. Dunque con gli organi genitali, mossi dalla volontà e non eccitati dalla libidine, l'uomo avrebbe fornito il seme per la prole, la donna l'avrebbe ricevuto tutte le volte e nella misura che occorreva. Infatti non muoviamo ad arbitrio soltanto le membra che si articolano con ossa poste in connessione, come le mani, i piedi, le dita, ma anche quelle che si snodano con muscoli flessibili. Quando vogliamo, le muoviamo scuotendole, le allunghiamo stendendole, le pieghiamo voltandole, le induriamo stringendo, come sono quelle che nella bocca e nel viso la volontà muove nei limiti del possibile. Inoltre pure i polmoni, i più flessibili di tutti gli organi interni, esclusi i midolli, e per questo protetti dalla cavità del torace per ispirare ed espirare, per emettere e modulare la voce, come i mantici dei fabbri e degli organi, secondano il volere di chi soffia, respira, parla, grida, canta. Tralascio che è connaturato ad alcuni animali che, se in un punto qualsiasi del pelame di cui tutto il corpo è coperto avvertono qualcosa che si deve scacciare, soltanto in quel punto scuotono con un fremito della pelle non solo le mosche che vi si posano ma anche i dardi che vi si conficcano. Il Creatore ha avuto il potere di accordare agli animali che volle un atto che all'uomo è impossibile. Dunque anche l'uomo ha potuto esigere dagli organi inferiori l'obbedienza che ha perduto con la propria disobbedienza. A Dio non è stato difficile foggiarlo in maniera che nel suo fisico soltanto dalla volontà avesse l'impulso anche quella parte che attualmente lo ha soltanto dalla libidine.

Eccezionale dominio sul corpo.
24. 2. Sentiamo parlare della costituzione di alcuni individui molto differente dalle altre e che desta stupore anche per la eccezionalità perché essi riescono a ottenere dal corpo gli effetti che vogliono e che gli altri non riescono assolutamente a ottenere e a stento li credono quando ne sentono parlare. Vi sono alcuni che muovono le orecchie, una o tutte e due. Altri, malgrado la testa immobile, fanno scivolare sulla fronte tutta la capigliatura per tutta l'estensione della massa dei capelli e la respingono indietro a piacimento. Altri, dopo aver palpato un po' il diaframma, traggono fuori come da un sacchetto la porzione intatta che preferiscono dei cibi incredibilmente numerosi e vari che hanno trangugiato. Altri ancora imitano e modulano la voce degli uccelli, degli animali e di parecchi altri uomini, in modo tale che se non si scorgono, non è possibile distinguerli. Alcuni dall'intestino emettono senza cattivo odore a piacimento numerosi suoni al punto che sembrano cantare anche con quell'apparato. Io stesso ho conosciuto personalmente un tale che era solito sudare quando voleva. È noto che alcuni piangono quando vogliono e versano lacrime a profusione. Molto più incredibile è l'esperienza che parecchi colleghi nel sacerdozio hanno fatto recentemente. V'è stato nella diocesi di Calama un prete di nome Restituto. Era frequentemente pregato di fare una certa esperienza da coloro che desideravano conoscere di presenza un avvenimento straordinario. Quando acconsentiva, all'udire le parole d'un uomo che sembrava lamentarsi, si estraniava dai sensi e giaceva molto simile a un morto, al punto da non sentire minimamente se alcuni lo pizzicavano o pungevano. Talora veniva scottato col fuoco accostato alla pelle senza alcuna sensazione di dolore se non in seguito a causa della bruciatura. Dal fatto che, come se fosse morto, non respirava più, si poteva dedurre che il corpo era immobile non perché reagiva ma perché non aveva sensazioni. Confessava poi che udiva come di lontano le voci degli uomini se parlavano distintamente. Quindi anche ora in alcuni individui, sebbene conducano questa vita travagliata nella carne soggetta a morire, il corpo in maniera eccezionale è sottomesso in parecchi movimenti e disposizioni fuori del normale corso della natura. Non v'è ragione dunque per non credere che, prima del peccato della disobbedienza e della condanna a dover morire, le membra dell'uomo fossero sottomesse senza libidine alla volontà dell'uomo per la procreazione dei figli. L'uomo fu lasciato a se stesso perché ha abbandonato Dio per essere fine a sé e non obbedendo a Dio non ha potuto obbedire neanche a se stesso. Ne deriva la più palese infelicità, perché con essa l'uomo non vive come vuole. Se vivesse come vuole, si riterrebbe felice, ma non lo sarebbe neanche così se vivesse disonestamente.

Felicità tra volere e potere.
25. Se riflettiamo più attentamente, soltanto l'uomo felice vive come vuole ed è felice soltanto l'uomo onesto. Ma anche l'uomo onesto non vive come vuole se non giunge a quello stato in cui non possa più morire, errare, soffrire e sappia con certezza che sarà così per sempre. Lo ambisce la natura e non sarà pienamente e completamente felice se non avrà raggiunto ciò che ambisce. Ora però l'uomo non può vivere come vuole, poiché perfino il vivere non è in suo potere. Vuol vivere ma è condizionato a morire. Dunque l'uomo non vive come vuole perché non vive quanto vuole. E se vorrà morire, non può vivere come vuole perché vuol morire. E se volesse morire, non perché non vuol vivere ma per vivere nella felicità dopo la morte, non ancora vive come vuole ma soltanto quando con la morte giungerà alla felicità che vuole. Ma supponiamo che un tale vive come vuole perché si è imposto e si è ingiunto di non volere ciò che non può e di volere ciò che può secondo la massima di Terenzio: Poiché non è possibile che avvenga ciò che vuoi, devi volere ciò che puoi 153. Costui non è felice per il fatto che sopporta di essere infelice. La felicità non si possiede se non se n'è innamorati. Inoltre se si ama e si possiede, è indispensabile che sia amata in modo più eminente di tutti gli altri beni, perché in riferimento ad essa si deve amare ogni altro bene che si ama. Ma se è amata quanto merita - perché non è felice colui dal quale la felicità non è amata quanto merita -, è impossibile che non la desideri eterna chi la ama veramente. Sarà felicità se sarà eterna.

Felicità senza libidine nel paradiso terrestre.
26. Viveva dunque l'uomo nel paradiso terrestre come voleva finché volle ciò che Dio aveva comandato. Viveva beandosi in Dio perché da lui buono anche egli era buono. Viveva senza indigenza perché aveva il potere di vivere sempre in quello stato. C'era il cibo per saziare la fame, la bevanda per smorzare la sete, l'albero della vita perché la vecchiaia non lo stroncasse. Nessun fattore di soggezione alla morte nel corpo o dal corpo recava inquietudine alle sue facoltà. Non si temevano malattie nell'organismo, insidie dall'ambiente. V'erano piena salute nel fisico, sicura serenità nella coscienza. Come nel paradiso terrestre non v'erano caldo e freddo così in chi lo abitava non avveniva lo scontro della volontà buona con l'ambizione o il timore. Non v'erano assolutamente né tristezza né frivola allegria. Una gioia schietta era resa stabile da Dio perché per lui ardeva l'amore che proviene da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera 154. Vigevano tra gli sposi un reciproco rapporto di fedeltà proveniente da un amore onesto, la concorde applicazione della mente e del corpo e l'osservanza senza difficoltà del comandamento. La svogliatezza non infiacchiva l'uomo nell'inazione, il sonno non lo molestava contro voglia. Non dobbiamo quindi ritenere che in condizioni così favorevoli e da individui così felici non si potesse procreare la prole senza la morbosità della libidine. Riteniamo al contrario che gli organi genitali, come le altre parti, ricevevano l'impulso ad arbitrio della volontà e che il marito poteva unirsi alla moglie senza lo stimolo sensuale della vampa lussuriosa nella serenità dell'anima e senza la perdita dell'integrità del corpo 155. È una esperienza che oggi non si può verificare. Però si deve ritenere che se non un turbolento ardore agitava quegli organi ma li usava, come converrebbe, un volontario dominio, anche così il seme virile poté esser calato nell'utero della moglie, salva l'integrità dell'organo femminile. Anche oggi, salva l'integrità dell'utero di una ragazza, viene emesso il flusso mestruale di sangue. Identico è il percorso con cui il seme viene immesso, il flusso emesso. Come infatti per il parto non il gemito di dolore ma il pieno sviluppo del feto avrebbe allargato l'utero della donna, così per la fecondazione e il concepimento non lo stimolo libidinoso ma un atto della volontà avrebbe congiunto i due sessi. Stiamo parlando di atti che ora esigono pudore e perciò sebbene congetturiamo, quanto è possibile, quali potessero essere prima che esigessero pudore, tuttavia è indispensabile che la nostra argomentazione sia piuttosto moderata dal riserbo che ci rimprovera anziché agevolata dalla competenza nel dire che ci è di poco aiuto. Intanto neanche coloro che potevano hanno sperimentato quel che sto dicendo. Infatti, essendo stato già compiuto il peccato, subirono la cacciata dal paradiso terrestre prima che si unissero con serena decisione nell'atto di procreare. Non si comprende quindi come attualmente, quando si rammentano questi fatti, si offre alle facoltà dell'uomo soltanto l'esperienza di una inquieta libidine e non l'ipotesi di un sereno atto di volontà. Ne consegue che il pudore trattiene dal parlare sebbene non manchi l'assunto cui pensare. Tuttavia a Dio onnipotente, creatore sommo e sommamente buono di tutti gli esseri che aiuta e ricompensa la volontà buona, abbandona e condanna la cattiva, che dispone al fine l'una e l'altra, non mancò certamente il disegno di completare, anche dal genere umano soggetto alla condanna, il numero esatto, prestabilito nella sua sapienza, dei cittadini della sua città. Li ha prescelti con la grazia e non per i loro meriti poiché il genere umano in massa era stato condannato nella sua origine viziata e ha mostrato ai riscattati che cosa loro accordava la grandezza della sua clemenza non solo riguardo a se stessi ma anche ai non riscattati. L'uomo infatti riconosce di essere stato sottratto al male non per una bontà dovuta ma gratuita, quando diviene esente dalla sorte in comune con quegli uomini con cui avrebbe avuto in comune la condanna. Perciò Dio ha creato gli uomini, anche se previde che avrebbero peccato perché poteva mostrare in loro e da loro che cosa meritava la loro colpa, che cosa era donato dalla sua grazia e che sotto di Lui, creatore e ordinatore ai fini, il pervertito disordine dei colpevoli non pervertiva l'ordine universale.

Uomo e tentatore nella prescienza di Dio.
27. Quindi i peccatori, angeli e uomini, non riescono a impedire le grandi opere del Signore eccellenti in tutte le sue determinazioni 156 perché Colui, che con onnipotente provvidenza assegna le competenze a ogni essere, sa ordinare ai fini non solo i buoni ma anche i cattivi. Dio poteva far rientrare nei fini l'angelo cattivo, condannato impenitente a causa del peccato dovuto al primo atto della volontà cattiva, in modo che perdette definitivamente la volontà buona. Ha permesso perciò che da lui fosse tentato il primo uomo creato retto, cioè di volontà buona. L'uomo buono era così conformato che affidandosi all'aiuto di Dio poteva vincere l'angelo cattivo. Sarebbe stato vinto invece se, considerandosi fine a sé, avesse con orgoglio abbandonato Dio creatore che era suo aiuto. Avrebbe compiuto quindi una buona azione con la volontà retta aiutata da Dio e una cattiva azione con la volontà pervertita che abbandonava Dio. Anche l'affidarsi all'aiuto di Dio non gli era possibile senza l'aiuto di Dio, ma non per questo l'uomo non aveva la possibilità di declinare questi benefici della grazia rendendosi fine a sé. In senso analogico non è possibile vivere in questo corpo senza il contributo degli alimenti, ma ciascuno ha la possibilità di non vivere nel corpo, come fanno i suicidi. Così anche nel paradiso terrestre non era possibile viver bene senza l'aiuto di Dio ma era possibile viver male, però con la scomparsa della felicità e la conseguenza di una giusta condanna. Essendo dunque Dio consapevole della futura caduta dell'uomo, perché non avrebbe dovuto lasciarlo tentare dalla malvagità di un angelo cattivo? Sapeva certamente che sarebbe stato sconfitto, nondimeno prevedeva che il diavolo a sua volta sarebbe stato sconfitto dall'umana discendenza con il soccorso della sua grazia a maggior gloria degli eletti. Quindi a Dio non era occulto il futuro e con la prescienza non costrinse alcuno a peccare. L'esperienza fece conoscere alla creatura intelligente, angelica e umana, che venne più tardi, la differenza che esiste fra la propria presunzione e la protezione di Dio. È temerario credere o pensare che Dio non avesse la possibilità d'impedire che l'angelo e l'uomo cadessero nel peccato, ma ha preferito non sottrarre la decisione alla loro possibilità e così mostrare quanto male comportasse la loro superbia, quanto bene la sua grazia.

Prerogative delle due città.
28. Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l'amor di sé fino all'indifferenza per Iddio, alla celeste l'amore a Dio fino all'indifferenza per sé. Inoltre quella si gloria in sé, questa nel Signore. Quella infatti esige la gloria dagli uomini, per questa la più grande gloria è Dio testimone della coscienza. Quella leva in alto la testa nella sua gloria, questa dice a Dio: Tu sei la mia gloria anche perché levi in alto la mia testa 157. In quella domina la passione del dominio nei suoi capi e nei popoli che assoggetta, in questa si scambiano servizi nella carità i capi col deliberare e i sudditi con l'obbedire. Quella ama la propria forza nei propri eroi, questa dice al suo Dio: Ti amerò, Signore, mia forza 158. Quindi nella città terrena i suoi filosofi, che vivevano secondo l'uomo, hanno dato rilievo al bene o del corpo o dell'anima o di tutti e due. Coloro poi che poterono conoscere Dio, non lo adorarono e ringraziarono come Dio, si smarrirono nei propri pensieri e fu lasciato nell'ombra il loro cuore stolto perché credevano di esser sapienti, cioè perché dominava in loro la superbia in quanto si esaltavano nella propria sapienza. Perciò divennero sciocchi e sostituirono alla gloria di Dio non soggetto a morire l'immagine dell'uomo soggetto a morire e di uccelli e di quadrupedi e di serpenti e in tali forme di idolatria furono guide o partigiani della massa. Così si asservirono nel culto alla creatura anziché al Creatore che è benedetto per sempre 159. Nella città celeste invece l'unica filosofia dell'uomo è la religione con cui Dio si adora convenientemente, perché essa attende il premio nella società degli eletti, non solo uomini ma anche angeli, affinché Dio sia tutto in tutti 160.
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online
Acquista la Bibbia per la Scrutatio dalla Libreria del Santo
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online