Il libro della grazia speciale - libro VI

Santa Matilde di Hackeborn

Il libro della grazia speciale - libro VI
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CAPITOLO I: DELLA VITA AMMIRABILE DI SANTA METILDE VERGINE E MONACA DI HELFTA


Potremmo aggiungere molte altre cose, in lode e manifestazione di quanto Dio ha operato per mezzo di questa sua devotissima Serva, ma non vogliamo diffonderci di più per timore che il lettore non abbia a stancarsi per la prolissità e la molteplicità delle narrazioni.
Ciò che abbiamo scritto è ben poco in confronto di quello che abbiamo omesso. Unicamente per gloria di Dio ed utilità del prossimo pubblichiamo queste cose, perché ci sembrerebbe ingiusto serbare il silenzio, sopra tante grazie che Metilde ricevette da Dio non tanto per lei medesima, a nostro avviso, ma per noi e per quelli che verranno dopo di noi. Ma siccome non abbiamo detto nulla ancora della degna ed ammirabile vita di un'anima sì venerabile, conviene, prima di finire, dire in qualche maniera delle sue virtù, affine di presentarla come modello a quelli che vorranno camminare su le sue tracce.
Orbene, questa venerabile religiosa ebbe gran cura di custodire la verginità di cui aveva fatto voto fin dall'età di sette anni, con tale una perfetta purità di cuore che fin dall'infanzia si era guardata da ogni minimo peccato. I suoi confessori attestarono non aver mai conosciuto anime così pure ed innocenti come Metilde e sua sorella la Madre badessa. Perciò, dopo averle udito la confessione generale, il confessore non le impose di dire per penitenza che il Veni Creator. Un altro, in simile circostanza le diede per penitenza il Te Deum. Il maggior peccato della sua infanzia, e non lo ricordava mai senza gran dolore, era quello di aver detto una volta che vedeva un ladro nel cortile, mentre non vi era punto. Non si ricordava di aver detto avvertitamente nessun'altra bugia.
Meritamente dunque la paragoneremo, alle Vergini che seguono l'Agnello, poiché potrà seguirlo passo passo dovunque andrà. Per innalzarsi ad una tale sublimità della gloria suprema, l'indispensabile umiltà non le fece difetto più della verginale castità per la quale era unita, con tanta familiarità e dolcezza con l'Agnello verginale e purissimo.
Giustamente l'assimileremo pure ai nostri Padri nella religione, poiché per amore di Cristo disprezzò il mondo ed ogni fiore di mondana vanità, e così bene abbracciò la povertà, che rifiutava anche le cose necessarie. Unicamente in virtù dell'ubbidienza accettò una veste di qualche pregio: le sue altre vesti erano di vilissima qualità; le sue tuniche erano stracciate e rappezzate da ogni parte, mentre avrebbe potuto procurarsene altre a suo piacimento.
Metilde possedette con perfezione tutte le altre virtù religiose: la rinuncia alla propria volontà, il disprezzo di sé, la prontezza nell'ubbidienza, lo zelo nella preghiera. e nella divozione, l'abbondanza delle divo te lagrime, il godimento di un'assidua contemplazione.
Aveva talmente rinunciato a sé medesima ed era così bene immersa ed assorta in Cristo, che in conformità con ciò che si legge di San Bernardo, poco usava dei suoi sensi esterni. Perciò le accadeva talvolta di mangiare uova putride senza neppure avvedersene; l'odorato delle vicine se n'accorse più volte. Ostinatamente rifiutava di toccare alla carne; quelli che conoscevano le sue abitudini gliela mettevano davanti ed ella ne mangiava senza saperlo; ma il sorriso degli ospiti la faceva accorta del suo inganno.
Ella distribuiva la dottrina con tanta abbondanza che non si è mai visto nel monastero ed abbiamo, ahimé! gran timore che non si vedrà mai più nulla di simile. Le suore si riunivano intorno a lei per sentire la parola di Dio, come presso un predicatore. Era il rifugio e la consolatrice di tutti, ed aveva, per dono singolare di Dio, la grazia di rivelare liberamente, i segreti del cuore di ciascuno. Molte persone, non solo nel Monastero, ma anche estranei, religiosi e secolari, venuti da lontano, attestavano che questa santa vergine li aveva liberati dalle loro pene e che non avevano mai provato tanta consolazione come presso di lei. Compose inoltre ed insegnò tante orazioni che se venissero riunite, eccederebbero il volume di un salterio.
Fu talmente provata da dolori e da infermità che giustamente si può associarla ai Martiri; inoltre, affliggeva il suo corpo con durissime penitenze onde ottenere la salvezza dei peccatori. Una volta, nei giorni che precedono la quaresima, sentì che il popolo cantava vane e cattive canzoni; infiammata dallo zelo di Dio e compresa da compassione, cosparse il suo letto di pezzi di vetro e di altri acuti frammenti e, per offrire almeno al Signore una riparazione, vi si rivoltolò sino a rimanerne tutta lacerata, a segno che il suo sangue scorreva da ogni parte, e per il dolore non poté per molto tempo né giacere, né sedersi.
Nel tempo della Passione del Signore, era talmente commossa che non poteva parlarne senza lagrime. Spesse volte quando la sua conversazione aveva per argomento la Passione o l'amore di Gesù Cristo, s'infiammava di tale fervore che il suo viso e le sue mani apparivano di fuoco. Questo ci porta a credere che più d'una volta ella abbia in ispirito vérsato il suo sangue per amore di Gesù.

Al pari di quegli uomini eletti che furono gli Apostoli, i quali servivano Gesù Cristo notte e giorno, ne ascoltavano gli insegnamenti pieni di dolcezza e godevano della sua presenza, questa divota discepola di Cristo, con gli occhi dell'anima contemplava Dio a faccia a faccia, e veramente ogni giorno fruiva con Lui di una soave conversazione. Come discepola e figlia prediletta, da Lui medesimo era istruita in tutto quanto aveva desiderio o necessità di sapere; era infatti, continuamente unita al Signore e gli aveva fatto della sua volontà un'offerta così perfetta, che dopo la sua professione, come ella medesima riferì, non ebbe mai in nessuna circostanza; altra volontà che il beneplacito di Dio.
Le parole del Vangelo erano per lei un alimento meraviglioso ed eccitavano nel suo cuore sentimenti di tale dolcezza che sovente per l'entusiasmo non poteva terminarne la lettura e talvolta cadeva in deliquio. Il modo con cui leggeva quelle parole, era così fervente che in tutti eccitava la divozione. Così pure, quando cantava in coro, era tutta assorta in Dio, trasportata da tale ardore che talvolta manifestava i suoi sentimenti con i gesti, distendendo le mani od elevandole verso il cielo. Altre volte, come rapita in estasi non sentiva quelli che la chiamavano o la muovevano ed a mala pena riprendeva il senso delle cose esteriori.

Dotata dello spirito di profezia, più d'una volta predisse il futuro. Una signora trovavasi in gran timore per il suo marito, perché i suoi nemici gli preparavano un'imboscata, avendo deciso di aspettarlo su la strada e di tenerlo schiavo sicché non avesse consentito a liberare i loro prigionieri. Questa signora si raccomandò alla Serva di Cristo, ed ella dopo avèr pregato le rispose: “Ho visto il Signore, la sua mano era dura come l'osso, e diceva: “Non si può ferire questa mano; parimenti i suoi nemici non potranno fargli nessun male”. Dopo questa risposta, quella signora riprese fiducia, perché più volte aveva riconosciuto la verità delle parole di Metilde, e se, ne ritornò in pace. Appena era rientrata in città, che i nemici sopravvennero ed assediarono il suo castello, ma invano.
La medesima Signora un'altra volta raccomandò di nuovo alla Serva di Dio la salvezza del suo marito di cui i nemici erano ancora numerosi; Metilde con un tono profetico rispose: “Avversità e pericoli non gli mancheranno, ma il Signore lo preserverà dalla prigionia come dalle ferite”. Il fatto giustificò la profezia, perché quel signore scampò spesse volte, per miracolo, dal pericolo di cadere in mano dei suoi nemici.

Ed ora cosa diremo ancora? Non possiamo forse paragonarla agli Spiriti angelici? Unita su la terra con gli Angeli per un vincolo di stretta amicizia, raramente era priva della loro presenza, e ci sembra che abbia esercitato l'ufficio affidato a ciascuno dei loro cori.
Assomigliava agli Angeli, il cui ministero è di servire, poiché con la sua compiacente carità e là sua affabilità prodigava agli infelici la compassione, ai peccatori la preghiera, ai tiepidi lo stimolo della correzione, agli ignoranti le sapienti istruzioni.
Alla maniera degli Arcangeli, per molti col suo misericordioso intervento fu messaggera presso il Signore.
Non rassomiglia forse alla Virtù, poiché fu illustre modello di tutte le virtù?
Possiamo paragonarla alle Poteste perché: la onnipotente Maestà spesse volte si rimetteva nel suo potere e la rendeva oltremodo potente contro il demonio. Questi infatti, un giorno se ne lagnò dicendo ad altra persona in un'apparizione, che le orazioni di Metilde ogni giorno gli rapivano molte anime.
Metilde merita pure un posto a lato dei Principati, poiché, simile ad un principe della milizia celeste, si univa a sua sorella la venerabile Madre badessa, per governare il Monastero con grande sapienza e regolarità tanto nelle faccende temporali come nelle cose spirituali.
Si può con verità associarla con le Dominazioni. Sì, dominava sopra i propri sentimenti, dirigendoli tutti la Dio; dominava sul proprio cuore con una vigile e continua custodia; dominava sopra le proprie azioni, compiendole tutte per amore di Dio.
La serenità e la perfetta purità del suo spirito le meritano il nome di tranquillo e delizioso Trono del Signore. Piena di grazia, a chiunque venisse ad interrogarla significava come dovesse vivere e comportarsi, a segno che sembrava rendere oracoli con la bocca di Dio che in lei risiedeva.
Ai Cherubini si potrà giustamente paragonarla, perché immersa sovente nella fonte della sapienza e penetrando nelle profondità della luce, a guisa di un sole splendente nella Chiesa di Dio, con la scienza e la dottrina illuminava quelli che a lei ricorrevano. Sovente ci confidò che durante la salmodia recitata o cantata, il Signore, d'un tratto le dava l'intelligenza di verità a lei prima sconosciute.
Ma soprattutto ai Serafini conviene paragonare questa vergine angelica. Sovente, infatti, era unita immediatamente con l'Amore medesimo che è Dio; sovente Dio se la strinse con tenerezza sul suo Cuore infuocato, a segno che divenne con Lui un solo spirito di fuoco. Quando parlava di Dio il suo linguaggio era tutto grazioso; ma quando si trattava dell'amore, lo faceva con tanto ardore che ne restavano infiammati tutti quelli che la udivano. Perciò si può dire di Metilde come di Elia, che le sue parole ardevano come una fiaccola (Eccl. XLVIII, 1).
Nelle sue infermità era talmente mansueta, benigna, allegra e paziente in tutto, che rallegrava e consolava tutte le sorelle che la servivano o la visitavano. Aggravata di dolori estremi, era sempre allegra come se nulla fosse.
Non la si vedeva mai oziosa, ma sempre occupata o in lavori manuali, o nel fare orazione, o nell'insegnare o nel leggere.
Abbiamo scritto queste poche cose per lodare la Sua vita e paragonarla ai Santi, coi quali su la terra era unita così strettamente che frequentemente godeva della loro presenza, soprattutto nel giorno della loro festa. Ma nessuno pensi che sia sconveniente paragonare a tutti i Santi questa Vergine in questo tempo, in cui noi già vediamo la fine dei secoli, vale a dire la faccia di tutti i vizi e il disgusto da ogni bene.
San Gregorio, commentando Ezechiele, dice: “Dio si degna d'illuminare sempre più gli uomini con una conoscenza superiore e rivela sempre meglio i suoi segreti: col tempo si accresce l'intelligenza delle cose spirituali”: Richiamando questo passo di Daniele su la fine dei tempi: Molti passeranno e la scienza si moltiplicherà70, il santo Dottore aggiunge: “Mosè ne seppe più di Abramo; i Profeti più di Mosè; gli Apostoli più dei Profeti”. Davide attestava pure di sé stesso la medesima cosa dicendo: Io ho conosciuto e inteso le meraviglie di Dio, più di quelli che mi furono maestri e più dei miei antichi predecessori71.
Nelle vite dèi Padri si legge questa profezia su l'ultima generazione: “Gli uomini di quel tempo saranno negligenti, ma fra loro molti saranno tanto perfetti che saranno migliori di noi e dei padri nostri”.

CAPITOLO II: ULTIMA INFERMITÀ DI SANTA METILDE


Quest'umile e divota Serva di Nostro Signore Gesù Cristo, questa tenera madre e dolce consolatrice di noi tutti, di cui abbiamo scritto in questo piccolo libro, dopo aver passato cinquantasette anni nella vita religiosa, praticando in sommo grado tutte le virtù, venne per tre anni colpita di continui dolori che l'avviarono verso la sua fine.
Infatti, nella penultima domenica (dopo la Pentecoste) Si iniquitates72, mentre questa eletta di Dio per l'ultima volta prima della sua morte aveva ricevuto il vivificante sacramento del corpo e del sangue di Gesù Cristo, una persona di grande pietà e divozione vide, davanti all'inferma, Gesù Cristo, il quale con molta tenerezza diceva a Metilde: “Onore e gioia della mia Divinità; corona e premio della mia Umanità, delizia e riposo del mio Spirito, vuoi tu ora venir meco e dimorare sola con me? Non sarebbe forse questa la soddisfazione del tuo desiderio come del mio?”
Ella rispose: “Signor mio Dio, più che la mia salvezza desidero la vostra gloria. Perciò, ve ne supplico, lasciate ch'io adempia ancora coi patimenti ciò che, per essere io debole creatura, ho trascurato nelle vostre lodi”.
Il Signore accolse favorevolmente questa risposta e disse: “Perché tu hai fatto questa scelta, avrai ancora con me questo tratto di somiglianza: Io accettai volontariamente e sopportai i patimenti della Croce e la morte per la gloria di Dio Padre e la salvezza del mondo. Come ogni mio patimento attraversò il Cuore del divin Padre mio, così le tue sofferenze e la tua morte penetreranno sino al fondo del mio Cuore e contribuiranno alla salvezza del mondo intero”.
Un'altra persona sentì pure che il Signore la chiamava in questi termini: “Vieni, eletta mia, colomba mia, mio campo fiorito dove trovo tutto ciò che desidero; mio bel giardino dove il mio Cuore gusta le sue delizie, dove fioriscono le virtù, si innalzano gli alberi delle opere buone e scorrono le acque delle devote e frequenti lacrime; giardino che fu sempre aperto ad ogni mia volontà. In te io mi ritiro quando i peccatori irritano la mia collera, della tua acqua mi inebrio onde dimenticare le ingiurie che mi vengono fatte”.

 Il Signore si rivolse allo spirito di una persona che stava pregando e le diede l'incarico di avvertire Metilde onde si preparasse a ricevere l'Estrema Unzione; assicurandole da parte di Dio, che in virtù di questo salutare Sacramento, Colui che è il più vigilante degli amici se la prenderebbe in seno onde metterla al sicuro da ogni colpa: Così, un pittore quando abbia finito un quadro, veglia con cura perché questo non venga macchiato dalla polvere.

I SANTI, AL MOMENTO DELL'UNZIONE, LE DIEDERO IL FRUTTO DEI LORO MERITI


Venne rivelato a tre persone che il Signore medesimo era presente, sotto forma di un nobile fidanzato, per conferire alla sua eletta quel sacramento di vita. Una di quelle, nel momento in cui il Sacerdote faceva l'unzione su gli occhi dell'inferma, vide che il Signore rivolgeva alla Santa uno sguardo che compendiava tutta la tenerezza di cui il suo divin Cuore era stato mai commosso per lei. Poi, in un raggio di luce divina, le comunicò tutto lo splendore dei suoi santissimi occhi con tutte le loro operazioni. Sembrava allora che dagli occhi dell'inferma scorresse un olio profumato proveniente dalla sovrabbondante misericordia di Dio. Questo dava ad intendere che il Signore, per i meriti di Metilde, a tutti quelli che l'avrebbero invocata con fiducia, avrebbe dato largamente il soccorso della sua consolazione. Un tal dono, la Santa l'aveva meritato con la bontà e la carità verso tutti.
Quando le vennero fatte le altre unzioni, il Signore le comunicò parimenti le azioni che, Egli aveva fatte per mezzo di ciascuno dei suoi sensi. Ma, all'unzione delle labbra, questo Amante geloso diede alla sua sposa un bacio della sua bocca, più dolce del miele: e nel medesimo tempo le comunicò tutto il frutto ossia tutti i meriti della sua sacratissima bocca.
Alle Litanie: mentre si recitava questa invocazione: Voi tutti, Santi Cherubini e Serafini, pregate per lei, quella persona vide i Serafini ed i Cherubini che si scostavano, per così dire, con grande riverenza ed allegrezza, onde offrire tra di loro il posto che conveniva a questa eletta di Dio. Pensavano senza dubbio che avendo ella condotto sulla terra, nella pratica della santa verginità, una vita non solamente angelica, ma più elevata ancora, perché dalla sorgente medesima di ogni sapienza, con i Cherubini, aveva attinto le acque dell'intelligenza spirituale, e nelle strette del suo amore aveva come gli ardenti Serafini abbracciato Colui che è fuoco consumante (Deut. IV, 24), era giusto che occupasse un posto tra quegli Spiriti che più delle altre creature sono vicini alla divina Maestà.
Ciascun Santo, quando nelle Litanie veniva invocato il suo nome, con profondo rispetto si alzava tutto lieto e piegava le ginocchia deponendo nel seno di Dio i suoi meriti, come un ricchissimo dono che il Signore faceva alla sua diletta per accrescerne la gloria e la felicità.
Terminate le unzioni, il Signore, con tenerezza prese l'inferma nelle sue braccia e ve la sostenne per due giorni, in modo che la piaga del suo dolcissimo Cuore era applicata contro le labbra della inferma, la quale da quel divin Cuore sembrava trarre il suo respiro e in Lui rinviarlo.


CAPITOLO III: DEL GRANDE FERVORE DEL SUO ZELO PER TUTTI GLI UOMINI


Era dunque vicina per Metilde l'ora felice in cui il Signore aveva decretato di dare alla sua eletta, dopo tante sofferenze nelle malattie, il sonno tranquillo dell'eterno riposo.
Nella feria terza73, vigilia di santa Elisabetta, prima di Nona74 si vide chiaramente che entrava in agonia. La Comunità, devotamente radunata, aspettava con tristezza la partenza di questa dilettissima sorella, e l'assisteva con le sue preghiere.
Una delle suore, rapita in un ardente trasporto di divozione, vide l'anima di lei sotto la forma di un'elegante giovinetta che stava davanti al Signore e respirava attraverso l'apertura della sacratissima piaga del dolcissimo Cuore di Lui. Il divin Cuore, sotto l'impulso della sua bontà e della sua illimitata tenerezza, ad ogni respiro che riceveva, versava i flutti di grazia di cui traboccava, sopra tutta la Chiesa e in modo speciale sopra gli astanti.
Quella che vedeva queste cose conobbe che ciò avveniva perché la beata inferma, per dono di Dio, si era sempre con divota intenzione conservata piena di fervente zelo per il bene di tutti, vivi e morti.
Il Signore, in virtù dei meriti di lei fece allora una larga distribuzione dei doni della sua grazia.


CAPITOLO IV: DI UN VAPORE CHE SEMBRAVA USCIRE DALLE MEMBRA DELL'INFERMA


Recitandosi l'orazione: Ave Iesu Christe, a queste parole: Via dulcis: Dolce via, il Signor Gesù, Sposo delle anime che lo amano, sembrò diffondere le ricchezze della sua Divinità su la strada in: cui stava per camminare quella sua sposa, onde attrarla più dolcemente a sé.
La Santa nella sua agonia non diceva che queste parole: “O buon Gesù! O buon Gesù!”, manifestando così che aveva nel più intimo del suo cuore Colui del quale il nome le ritornava continuamente su le labbra, in mezzo a crudeli dolori dei quali i suoi gesti attestavano la violenza.
Frattanto, ognuna delle Suore le faceva le sue raccomandazioni, affidandole i propri bisogni e quelli delle persone care. La Santa, non potendo più parlare, rispondeva con debolissima voce: “Volentieri”, oppure “Sì”, mostrando così con quale sentimento presentasse tutte le loro domande al Diletto suo Signore. Nell'ultimo momento, non potendo articolare nessuna parola, tuttavia continuava ad esprimere la sua tenerezza verso le sorelle e gli amici spirituali, levando amorosamente verso il cielo gli occhi o le mani.
La medesima persona di cui sopra, vide innalzarsi dai membri più sofferenti di quella beata inferma una specie di leggero vapore che penetrava nell'anima di lei e la purificava, la santificava e la disponeva alla beatitudine eterna. Ma quella persona si propose di tener segreta questa visione per la paura di attirare sopra di sé l'attenzione; da quanto diremo si vedrà come un tal proposito fosse contrario alla volontà di Dio, perché é gloriosa per lui la rivelazione delle sue parole (Tob. XII, 7); Egli ha detto pure nel Vangelo: Ciò che sentite con l'orecchio, predicatelo sopra i tetti (Matth. X, 27).
Infatti, durante i Vespri, Suor Metilde, di felice memoria, sembrò di nuovo così vicina a spirare che la Comunità, richiamata dal coro, omise i suffragi onde recitare presso l'inferma le preci d'uso. Ma durante questo tempo, quella persona di cui sopra, malgrado l'applicazione dei suoi sensi interni, non poté veder nulla di ciò che facesse il Signore rispetto alla sua eletta; dovette quindi rientrare in sé medesima, riconoscère la sua colpa e cancellarla col pentimento; poi promise a Dio di rivelare, per gloria di Lui e per consolazione del prossimo, tutto ciò che Egli si sarebbe ancora compiaciuto di manifestarle.
Dopo Compieta, per la terza volta la morte di Metilde sembrò imminente. Allora la medesima persona, rapita in ispirito, vide di nuovo l'anima dell'inferma sotto la forma di una graziosa ed amabile giovinetta, adorna di nuovi splendori per le sofferenze che in quel giorno aveva sopportate. In un rapido slancio l'anima della moribonda si gettava al collo del Signore Gesù, suo Sposo, stringendolo in un amoroso abbraccio, e simile ad un'ape che vola da un fiore all'altro, raccoglieva una voluttà speciale in ciascuna delle piaghe del Signore.
Durante la recita del responsorio: Ave Sponsa Virginum, Regina, Rosa sine spina, la Regina delle Vergini, la Rosa senza spine, Maria Madre di Dio, veniva a preparare sempre più l'anima dell'inferma al godimento delle delizie della Divinità.
Il Signor Gesù prese i meriti della sua immacolata Madre Vergine, ne formò una, specie di gioiello arricchito di splendenti gemme, e lo sospese al collo dell'inferma, donandole come alla Verginale Madre sua, lo speciale privilegio di essere chiamata vergine ed insieme madre; perché per un casto amore ella aveva generato nel cuore di molti una costante memoria del Signore.

CAPITOLO V: CRISTO IN UN MODO AMMIRABILE SALUTA QUELL 'ANIMA BEATA


Al Mattutino nella notte di Sant'Elisabetta, il volto dell'inferma si alterò completamente. Non si aspettava più che il suo ultimo sospiro; il Mattutino venne interrotto e la Comunità in tutta fretta si radunò di nuovo intorno alla Santa.
Il Signore, apparve nello splendore della sua divina virtù, sotto la forma di uno sposo coronato di gloria e di onore, adorno dello sfolgorante fulgore della sua Divinità. Con isquisita tenerezza disse alla moribonda queste parole: “Ora, o mia diletta; ti esalterò davanti ai tuoi prossimi, cioè davanti alla tua Congregazione che tanto mi è cara”. Poi salutò quell'anima veramente o beata in una maniera misteriosa, superiore all'intelligenza umana, inaudita fin dal principio dei secoli; la salutò per tutte le piaghe del suo sacratissimo corpo (di cui si dice che siano cinquemila quattrocento novanta)75. Da ciascuna di queste piaghe simultaneamente emanavano una dolce armonia, un benefico vapore, un'abbondante rugiada ed una deliziosa luce. Il Signore che si nascondeva, per così dire, sotto queste diverse forme, chiamava l'anima e la salutava come di passaggio.
Ora, quella dolce, armonia oltremodo superiore a quella degli organi più perfetti, ricordava tutte e singole le parole che l'eletta di Dio, durante la sua vita, aveva rivolte al Signore per la propria consolazione o al suo prossimo per amore di Dio. Queste parole che nel divin Cuore avevano fruttificato al centuplo, attraverso ciascuna delle piaghe di Gesù Cristo, ritornavano come premio alla eletta medesima.
Quel vapore meraviglioso significava i suoi desiderii della gloria di Dio e della salvezza del mondo per la gloria di Dio e secondo il desiderio medesimo di Dio; quei desiderii, coi loro molteplici effetti venivano pure dati in premio alla eletta di Dio per mezzo delle piaghe del Signore.
Quell'abbondante rugiada esprimeva il suo amore per Dio e per le creature per amore di Dio. Per le piaghe del Signore, questo amore ritornava a fortificare la sua anima e a procurarle ineffabili delizie.
Da ultimo, quella sfolgorante luce significava le sofferenze del corpo e dell'anima ch'ella aveva sopportate dall'infanzia sino a questo giorno, le quali erano superiori alla capacità naturale della creatura; ma nobilitate per la loro unione con la Passione di Gesù Cristo, all'anima dell'eletta conferivano la santità e la rendevano atta alla divina gloria.
Tuttavia, l'eletta avendo gustato un certo riposo nel godimento di quelle celesti delizie, non morì ancora, ma continuò ad aspirare verso i beni ineffabili che il suo divino Sposo le preparava.
Il Signore intanto con generosa abbondanza diffondeva su tutte le astanti la rugiada della sua divina benedizione, dicendo: “Mosso dalla mia propria benignità, ho risentito in me stesso una grande letizia nel mio cuore, vedendo tutti i membri di una Comunità che mi è tanto cara assistere a questa mia ammirabile trasfigurazione. N e riceveranno nei cieli, davanti a tutti i miei Santi, tanto onore quanto ne ebbero i miei tre Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, i quali di preferenza agli altri, scelsi perché fossero testimoni della mia Trasfigurazione sul monte”.
La persona che aveva il favore di questa visione disse allora: “Signore, come mai que­sta dolce benedizione e quest'abbondante effusione di, grazie possono giovare alle persone che interiormente non le gustano?”
Il Signore si degnò rispondere: “Quando un uomo dal suo padrone riceve la concessione di un orto dove abbondano alberi fruttiferi, non può, conoscere il gusto dei frutti di queste piante prima del tempo della loro maturità. Così, quando diffondo sopra qualcuno il dono della mia grazia, egli non percepisce nessun diletto interiore prima di aver rotto per così dire, con la pratica delle virtù esteriori, la dura scorza dei diletti terreni sotto la quale meriterà di trovare e di gustare l'armandola della soavità interiore”.
Dopo aver ricevuto quella salutare benedizione del Signore, la Comunità ritornò in coro per terminare il Mattutino.

CAPITOLO VI: LA SANTA TRINITÀ ED I SANTI SALUTANO L'ANIMA


Durante il canto del dolcissimo responsorio O Lampas, l'anima dell'inferma comparve nell'atto di intercedere con fervore per la Chiesa in presenza della Santissima Trinità.
Dio Padre dolcemente la salutò cantando queste parole: “Ave, electa mea! Salve, eletta mia, che per gli esempi della tua soave vita sei chiamata lampada della Chiesa, perché tu spargi torrenti di olio, vale a dire, torrenti di preghiera sopra tutta la superficie del mondo!”.
Il Figlio di Dio dolcemente a sua volta cantò: “Gaude, Sponsa mea! Rallegrati, o mia Sposa, che in verità sei chiamata Rimedio della grazia, Medicina gratiae, perché le tue sante preghiere meriteranno in grande abbondanza la grazia a quelli che l'hanno perduta”.
Lo Spirito Santo pure cantò: “Ave, Immaculata mea! Salve, o mia Immacolata; tu sarai chiamata Alimento della fede, Nutrimentum fidei, perché la fede verrà accresciuta e portata alla sua perfezione in tutti quelli che piamente crederanno alle opere spirituali che ho compiute nel segreto dell'anima tua”.
L'onnipotenza del Padre le comunicò inoltre il potere di custodire sotto la sua sicura protezione quelli che, spaventati per la umana fragilità, non ardiscono affidarsi con pieno abbandono alla divina bontà. Lo Spirito Paraclito che viene chiamato Fuoco consumante, le comunicò il potere di attingere nella divina carità gli ardori necessari per le anime tiepide. Infine il Figlio di Dio le concesse in unione con la sua santissima Passione e Morte, il potere di risanare le anime che marciscono nel peccato.
E la moltitudine dei Santi Angeli la innalzò con grande onore davanti a Dio, cantando ad alta voce: Tu Dei saturitas, oliva fructifera, cuius lucet puritas et resplendent opera: Tu sei quella che sazia Dio, ulivo carico di frutti, di cui brilla la purezza e risplendono le opere.
Per le parole Brilla la purezza gli Angeli lodavano in modo speciale quel tranquillo riposo che il Signore si era compiaciuto di prendersi nell'anima sua. Le parole: Di cui le opere risplendono, celebravano in modo particolare l'intenzione purissima, e degna di lode che informava tutte le sue azioni. Infine, i Santi tutti si misero a cantare: “Deus palam omnibus revelavit justitiam etc., Dio davanti a tutti ha manifestato la sua giustizia, ecc.


CAPITOLO VII: IL SIGNORE MARAVIGLIOSAMENTE PREPARA QUELL’ANIMA ALLA GLORIA CELESTE


Durante il Prefazio della messa cantata, Gesù, come uno sposo nel fiore della giovinezza, rivestito di nuova gloria, con infinita tenerezza prese nelle sue mani sì delicate il mento della sua sposa, rivolgendo il di lei volto contro la sua divina faccia, dimodochè Egli sembrava direttamente aspirare nella sua Divinità l'alito dell'inferma. Pose pure i suoi divini occhi in faccia agli occhi dell'inferma e li illuminò col raggio meraviglioso della sua Divinità. Il Signore adunque beatificava per così dire quell'anima, illuminandola e santificandola nella fede; in tal modo la disponeva alla beatitudine della gloria futura.
Intanto la persona che vedeva queste cose in ispirito76, intese che la Santa non sarebbe tolta da questa terra finché la virtù divina non ne avesse completamente consumate e annichilite tutte le forze; simile ad una goccia d'acqua gettata in un vino generoso ella doveva prendere quel sapore che manca ad ogni natura umana ed immergersi nell'abisso della Divinità, affine di diventare un solo spirito con Dio.
Dopo l'ora di terza, Metilde distese le gambe e posò i suoi piedi come quelli del Signore su la Croce, il piede destro sul piede sinistro. Una delle persone che l'assistevano, rimise quel piede a lato dell'altro; ma la moribonda vigorosamente lo ritirò e lo pose di nuovo sul piede sinistro, manifestando così che non operava a caso, ma per un sentimento di divozione, affinché, portando la somiglianza col suo unico Diletto persino nell'attitudine del suo corpo, meritasse di divenire simile a Lui nella gloria. La Santa, in riconoscenza della crocifissione che all'ora di sesta il Signore aveva sopportata per amor nostro quando le sue mani ed i suoi piedi erano stati inchiodati su la Croce, all'ora di sesta stese volontariamente i suoi piedi offrendo così un sacrificio di lode. Allora il Signore, come un amico pieno di tenerezza, sembrò rianimare. con le sue carezze le membra quasi irrigidite dell'agonizzante.

CAPITOLO VIII: COME SE NE VOLÒ E FU RICEVUTA NEL DIVIN CUORE


Giunse infine l'ora da Metilde tanto sospirata. Già spoglia, per così dire, di tutto ciò che è umano e perfettamente disposta ad arbitrio del suo Diletto, questa tenera sposa stava per lasciare il carcere della carne onde entrare nella camera nuziale del suo regale Sposo.
Le suore si erano appena alzate dalla mensa; la Madre del Monastero era giunta la prima con parecchie suore presso l'inferma, quando il volto di questa d'un tratto prese un'espressione di ineffabile tenerezza, segno di grande consolazione interiore. Arrivando tutte le sue amatissime sorelle in Gesù Cristo, la moribonda con l'espressione e l'amabilità del suo volto, poiché non poteva più farlo con le parole, sembrava volerle invitare a congratularsi seco per gli inestimabili benefizi che aveva ricevuti dal suo Signore.
Allora il Dio di Maestà, fonte di delizie, unica soavità dell'anima che lo ama, fece splendere intorno alla sua sposa e penetrare in lei la luce della Divinità. Poi quel sommo Cantore, con la sua divina voce i cui accenti sono ben superiori ad ogni armonia celeste, volle incantare la sua Filomela77 che tante volte aveva attirato il suo divin Cuore per la sua tenera divozione più che per l'incanto della sua voce. Egli le cantò: Venite vos, benedicti Patris mei etc. Venite, o voi che siete i benedetti dal Padre mio, venite a ricevere il regno, indi le ricordò l'insigne favore che le aveva fatto otto anni prima quando, dicendo queste medesime parole, le aveva dato il suo. divin Cuore come pegno d'amore e di sicurezza. Il Signore, salutandola con tenerezza le disse dunque: “E il mio pegno dov'è?”
A queste parole Metilde con ambe le mani aperse il proprio cuore, posto in faccia al Cuore aperto del suo Diletto. Il Signore applicò il suo Sacratissimo Cuore sopra quello della sua sposa, e, assorbendola tutt'intera per la virtù della sua Divinità, l'associò alla sua gloria.
Anima beata! Ora ricordati di quelli che serbano la tua memoria! Le tue sante preghiere ci ottengano qualche goccia delle sovrabbondanti delizie che godi presso il tuo Diletto col quale altamente ti rallegrerai, essendo con Lui un solo spirito! Amen.


CAPITOLO IX: DELLA GIOIA E DELL' AUMENTO DEI MERITI DEI SANTI


Mentre si faceva la ordinaria commemorazione per la defunta, il Signore comparve seduto nella Maestà della, sua gloria, ricolmando di dolci carezze quell’anima beata che riposava nel suo seno.
Mentre si recitava il Subvenite, Sancti Dei etc., gli Angeli si alzarono con gran riverenza. Non avevano più. ormai da ricevere l'anima di Metilde, poiché Dio l'aveva già accolta con tanto onore e con tanta magnificenza; ma piegarono il ginocchio davanti al Signore, come fanno i Principi, davanti all'Imperatore che li investe del loro feudo. Poi ricevettero i loro meriti che il giorno prima avevano offerto per accrescere quelli della diletta di Cristo; ma questi meriti venivano loro resi raddoppiati, per così dire o meravigliosamente rialzati dall'uso che Metilde ne aveva fatto. I Santi avevano fatto la medesima offerta quando nelle Litanie era stato invocato il loro nome.
Quella che aveva questa visione pregò quell'anima di ottenere a ciascuno dei suoi particolari amici ciò che gli mancasse, per quel sentimento di affezione ch'ella aveva avuto per loro in questo mondo.
L'anima rispose: “Adesso, nella luce della verità riconosco chiaramente che la mia tenerezza per quelli che amavo su la terra a paragone dei sentimenti da cui verso di loro è animato il divin Cuore è appena come una goccia d'acqua rispetto all'Oceano. Veggo pure l'incomprensibile, ma sapientissima ragione per la quale Dio lascia che l'uomo conservi certi difetti che l'umiliano e lo esercitano, ma lo, fanno progredire ogni giorno più nella via della salvezza. Non avrei dunque il minimo pensiero di cambiare un iota a ciò che dalla onnipotente sapienza e dalla bontà sapientissima del mio dolcissimo e diletto Signore viene decretato per ciascuno, secondo il divino beneplacito. Di fronte alle disposizioni così bene ordinate dalla divina misericordia, non posso che effondermi in lodi ed azioni di grazie”.

CAPITOLO X: MODO DI PREGAR DIO PER I MERITI DI QUESTA VERGINE


L'indomani, durante la messa Requiem aeternam comparve l'anima della defunta e sembrava mettere una cannuccia d'oro tra il divin Cuore e ciascuno di quelli che l'avevano circondata di devozione e di affezione, affinché potessero da quel sacratissimo Cuore attirare in sé tutto quanto desideravano. Orbene, l'imboccatura di questa cannuccia era pure in oro, affine di lasciar passare le parole della seguente preghiera e per un tal mezzo attirare la divina benevolenza.

Devota preghiera da recitarsi spesso per ringraziare il Signore dei favori concessi a questa vergine.

“Per l'amore che vi ha indotto a ricolmare di tanti benefizi la vostra diletta Metilde (oppure chiunque dei vostri eletti, o di cui avreste ricolmato qualsiasi uomo capace di riceverli), per tutti quei favori che concederete ancora su la terra e nei cieli, esauditemi, o benignissimo Signore Gesù Cristo, per i meriti di lei e per quelli di tutti i vostri eletti”.
All'elevazione dell'Ostia, sembrò che quell'anima beata desiderasse di essere offerta in pari tempo a Dio Padre, in lode eterna, per la salvezza del mondo. Perciò il Figlio di Dio che non respinge mai i desiderii di quelli che lo amano. l'attrasse tutta a sé e la presentò con sé a Dio Padre, poi elargì l'effetto salutare di questo sacrifizio raddoppiato da tale unione, a tutto il cielo, alla terra e al purgatorio.


CAPITOLO XI: È UTILE NELLA MESSA PRESENTARE COME OFFERTA, PER LE ANIME, I MERITI DI GESÙ CRISTO E DEI SANTI


Durante la messa seguente, la Santa apparve come rinchiusa nel divin Cuore, usando di questo Cuore come di una lira di cui toccava quattro corde, dalle quali emanava una deliziosa melodia a quattro parti: canto di lode, di azioni di grazie, di tenero lamento e di preghiera. In questo modo suppliva alle négligenze di quelli che in quel momento cantavano le sue esequie ed anche di quelli che su la terra avrebbero avuto piacere di celebrarle, se avessero conosciuto i doni gratuiti che Dio aveva depositati nell'anima sua.
All'offertorio le venne domandato che cosa le avesse ottenuto quell'offerta dei meriti di Gesù Cristo e dei Santi, come ella faceva per le anime a questo punto della messa. Per tutta risposta, la Beata s'inchinò e sembrò inviar giù delle ceste ripiene di scatolette ch'ella presentava alle anime detenute in varii luoghi di pena. Con grande letizia ogni anima prendeva la sua scatoletta e non appena l'aveva aperta, che liberata da ogni pena, se ne andava in un luogo di ameno riposo.
Le ceste che scendevano presso le anime significavano le virtù di Metilde; le scatolette indicavano le medesime virtù messe in atto; per esempio: l'umiltà effettiva, la bontà, la compassione ed altre simili.
Poiché Metilde mandava ogni cesta in qualche luogo particolare del purgatorio, le anime che vi si trovavano detenute e che, su la terra, avevano praticato qualche cosa di quella virtù speciale, partecipavano ai meriti della Santa e tosto dalla pena passavano alla felicità.
In tal modo, per mettere il colmo al gaudio ed alla gloria della sua diletta, il Signore portò ai portici del Paradiso una moltitudine di anime. Quelle poi che, non avendo ancora soddisfatto interamente la divina giustizia, non potevano riunirsi coi cittadini del cielo, vennero per divina degnazione ammesse nelle amene regioni di un beato riposo.


CAPITOLO XII: NEL GIORNO DELLA SUA MORTE NESSUN'ANIMA CADDE NELL'INFERNO


Ciò che abbiamo detto sopra rispetto alla liberazione delle anime del purgatorio, venne pure rivelato a due altre persone. Ma una terza persona ebbe davanti a Dio la certezza che nel giorno del beato transito di Metilde, per la sovrabbondante bontà del Cuore di Gesù Cristo neppure un'anima cristiana era caduta nell'inferno.
Questo vuol dire che i peccatori defunti in quel giorno, per i meriti di quest'anima beata così cara a Dio, ottennero la grazia del pentimento; e quei peccatori ch'erano perversi ed induriti a segno di non voler corrispondere alla mozione della grazia, per volontà di Dio non morirono in quel giorno.
Il Signore, nel giorno di una tale solennità e di una letizia così grande per il suo Cuore non volle pronunciare nessuna sentenza dì maledizione.


CAPITOLO XIII: SI DEVE INNANZITUTTO, RICERCARE LA LODE DIVINA, E CELEBRARLA CON INTENZIONE PURA


Durante una messa, Metilde apparve lieta in un dolce riposo negli abbracci del Signore; ma, quella persona che la vedeva desiderando rivolgerle la parola, il Signore aprì le sue braccia per dare a quell'anima beata un po' di libertà. Quella persona la vide allora circondata di una gloria ineffabile e ornata di una veste di cristallo le cui faccette scintillavano come fulgide stelle o come lucenti specchi.
Questi meravigliosi cristalli erano incastrati in un cerchio d'oro, e attraverso i medesimi si vedevano rubini, smeraldi ed altre gemme di colori e forme diverse. Quella veste era foderata con seta tessuta con le virtù e le opere buone di quell'anima beata.
Il cristallo indicava pure le sue opere, mentre l'oro di cui era circondato significava la carità che le aveva accompagnate.
Le gemme preziose figuravano le virtù di Gesù Cristo alle quali la Santa aveva unito le sue, poiché non faceva nessun'azione senza conformarsi alle intenzioni di Gesù Cristo.
Essendosi la beata alzata in piedi, la sua veste si. distese in tutta la sua ampiezza ed ella vi si rimirò, per così dire, mentre lo splendore di quella bastava a diffondere nel paradiso una luce nuova, e la soave armonia dei suoi abiti cristallini risonava attraverso il cielo e tutto quanto vi è contenuto.
Quella che aveva il favore di questa visione le domandò quale. fosse il suo principale desiderio rispetto alla Congregazione.
La Beata rispose: “Desidero soprattutto la lode del mio Signore, il quale mi ha talmente glorificata ed esaltata oltre il mio merito, che tutto ciò che mi ha dato sembra un effetto della sua gratuita bontà. Perciò molto gradisco che gli offriate senza posa delle lodi per me. Egli mi ha trasportato nella schiera di quei Santi nei quali maggiormente si compiace con le maggiori delizie e riceve le lodi più sublimi”.
Quella persona ripigliò: “E in che modo noi potremo lodare Dio in voi?”
“Tutto quanto voi fate, rispose la Beata, tutto facevo io pure su la terra. Dunque, per dir tutto in una parola, fate le vostre azioni in unione con quella intenzione pura e quell'amore perfetto con cui tutto io facevo per la gloria di Dio e la salvezza dèl mondo.
“Quando, per esempio, entrate nel coro per adorare o per cantare, pensate alla purezza ed al fervore in cui io ero tutta dedicata a Dio e studiatevi di imitarmi meglio che potete.
“Così pure quando vi date al riposo nel sonno, pensate all'intenzione pura ed all'ardente carità con cui io accettavo i sollievi utili al mio corpo ed usavo delle creature. E così per tutto il resto.
“Fate dunque tutte le vostre azioni in lode del mio Diletto e troverete la salvezza”.
Quella persona domandò ancora: “Che cosa ne ricavate dalla lode. che noi rivolgiamo a Dio per Voi?”
La Beata rispose: “Un abbraccio e un bacio che rinnovano tutto il mio gaudio”.

La medesima persona vide allora tre raggi che uscivano dal divin Cuore e passando attraverso quell'anima beatificata, si dirigevano su tutti i Santi. Illuminati e rallegrati, i Santi si misero a lodare per lei il Signore, dicendo: “Vi lodiamo per la incantevole bellezza della vostra Sposa, per l'amabile compiacenza che in lei godete e per l'unione perfetta che l'ha resa una cosa sola con Voi”.
E siccome quella persona vedeva pure quali delizie queste lodi procurassero al Signore, gli disse: “Perché, o mio Signore, vi compiacete così tanto nell'essere lodato in quest'anima?”
“Perché durante la sua vita, rispose il Signore, ella soprattutto desiderò il mio onore; e poiché sempre conserva questo desiderio, io la sazierà con la mia incessante lode”.


CAPITOLO XIV: SICUREZZA CONCESSA A QUELLI CHE NE CELEBRARONO LE ESEQUIE


Nel giorno della sepoltura, durante il canto del responsorio Libera me Domine, la Beata comparve in atto di chiedere al Signore con ardenti supplicazioni che di tutti quelli che erano presenti alle sue esequie, nessuno incorresse nella morte, eterna, ed ella ottenne per tutti la promessa di tale completa sicurezza.
Durante il responsorio Regnum mundi78, alle parole Quem vidi, la Beata si mise pure a cantare dicendo:“Si, l'ho visto nella sua Divinità Colui che su la terra tante volte considerai con gli occhi della mente; Quem amavi, che amai con tutte le mie forze; In quem credidi, nel quale credetti con tutto il mio cuore; Quem dilexi, che fu l'oggetto prediletto di tutti i miei affetti”.
Poi voltandosi verso la Comunità, disse: “Vi prego tutte che sempre cantiate e ripetiate volentieri questo responsorio, perché Dio Padre ne gode, Dio Figlio vi trova un gradito saluto e Dio Spirito Santo vi si compiace con infinite delizie. Per qual motivo, Dio vi ha trasmesso per mezzo di Suor M. l'ordine di cantarlo così, se non perché Egli prova un ineffabile gaudio nell'udire la vostra voce?”
Mentre poi si cantava il responsorio Surge virgo. Ella comparve in piedi davanti al Signore, ornata come una Regina, si precipitò nelle braccia del Signore e riposò la sua testa sul Sacro di Lui Cuore. E il Signore le disse: “Gioia e delizia del mio Cuore, tutti i miei beni sono tuoi: secondo il tuo desiderio esaudirò tutti quelli che sono presenti al tuo funerale, e li assisterò in tutte le loro necessità”.


CAPITOLO XV: NOSTRO SIGNOR GESÙ CRISTO AMA I SUOI E NEL SUO AMORE LI CASTIGA.


Più tardi, nella festa di Santa Caterina, Metilde sembrò attraversare il coro in compagnia del Signore e dirigere il canto come usava mentre era ancora vivente. Quella che vedeva queste cose ne fu sorpresa, ma l'anima beata le disse: “Quando in coro io cantavo gruppi di note ascendenti, i miei desiderii si sforzavano sempre di trascinare i vostri cuori verso Dio, in alto; nelle note discendenti, io volevo invéce far scendere la grazia sopra di voi; e questo è ciò che ancora continuamente desidero”.
Quella persona le domandò: “Avete qualche cosa da dire alle suore?”
“Rallegratevi, rispose quella, rallegratevi cordialmente nel vostro diletto! Il mio amore per voi è tenero e attento come quello di una madre per il figlio unico ch'essa si tiene sempre in seno, onde preservarlo da ogni pericolo.
“Così, Dio nel suo amore desidera che sempre a Lui siate unite, e, non ve ne stacchiate giammai. Se voi lo abbandonaste, Egli vi manderebbe qualche croce per ricondurvi a Lui. Una madre con la verga castiga il suo fanciullo se corre lontano da lei e cade; così gli insegna a non allontanarsi. Una madre si diletta delle parole amabili e tenere del suo bambino; ma il vostro Sposo ben altrimenti desidera udire dalle vostre labbra certe parole che penetrano sino al fondo del suo Cuore. Fatevi coraggio, e dategli sempre tutto il vostro cuore, perché Egli è per voi Padre, Signore, Sposo, Amico e per voi sarà tutto in ogni cosa”.
A tali parole quella persona diede questo , senso: Poiché il Signore è Padre, a Lui dobbiamo affidare ogni nostro bene; poiché è Signore, in Lui dobbiamo porre la nostra speranza; poiché è Sposo, dobbiamo amarlo con tutto il cuore e con tutta l'anima; poiché è Amico, a Lui possiamo con intera confidenza esporre le nostre pene e le nostre necessità e da Lui solo dobbiamo aspettarci la consolazione.

CAPITOLO XVI: AMORE DEL SIGNORE PER L' ANIMA DELLA BEATA SUOR METILDE.


Nel trentesimo giorno, quella persona vedendo ancora l'anima di Metilde di beata memoria, l'interrogò in merito alla sua gloria.
La Beata rispose: “Il mio merito e la mia gloria! L'occhio non li ha visti, l'orecchio non li ha uditi, il cuore dell'uomo non li ha compresi”.
A tali parole, quella persona fu rattristata, ma per consolarla l'anima beata le disse: “Non affliggerti, sorella carissima; quando un bambino vuole abbracciare il padre suo e non lo può fare per la sua piccola statura, il padre tenero e compassionevole si china finché il bambino possa gettargli le braccia al collo e baciarlo. Così il dolce Signore si degna di chinarsi verso l'anima che lo ama e con paragoni rivelarle gli invisibili ed ineffabili segreti del cielo.
“Venni dunque trasportata nella Divinità, unita alla Divinità, in tal modo che sono, per così dire, potente della sua potenza, sapiente della sua sapienza, buona della sua bontà, arricchita, insomma, di, tutti quei beni che sono in Dio.
“Perciò tutto quanto avei:e fatto per me in questi trenta giorni, preghiere, azioni di grazie ed altre opere buone, tutto dal Signore, tutto assolutamente è stato gradito come se l'aveste fatto per Lui medesimo ed Egli ha esaudito le vostre preci secondo il beneplacito. della sua volontà.
“Sappiate pure che tutte le preghiere che faceste con divozione e fiducia presso la tomba della sorella mia diletta) saranno esaudite: che se l'oggetto della vostra domanda non sarà per il vostro bene, la clemente bontà di Dio lo cambierà in un altro per voi migliore e più utile”.
Quella persona, le disse ancora: “Tutte le anime degli eletti hanno esse con Dio quella beata unione di cui avete detto?”
“Certo, rispose la Beata: ma vi è una differenza fondata sul grado dei meriti: le une sono superiori nella liberalità, altre nella conoscenza, e così del rimanente”.

CAPITOLO XVII: QUEST'ANIMA PER LE SUE VIRTÙ IN QUALCHE MODO RASSOMIGLIA ALLA BEATA VERGINE MARIA


Durante la messa, la gloriosa Vergine Maria apparve alla medesima persona, la quale ardì domandarle se quell'anima beata avesse con Lei qualche tratto di somiglianza. La benigna Vergine rispose:“Sì, mi rassomiglia, e soprattutto per le sette virtù seguenti:
“Dapprima si è distinta per l'umiltà; perché si stimava come un nulla, né preferiva sé medesima a nessuno; perciò Dio l'ha elevata al pari dei più grandi tra i Santi.
“Secondo: per la purezza del suo cuore e l'innocenza della sua vita, ciò che l'ha associata ai Santi più vicini a Dio e di cui l'occhio è dotato di una più chiara visione.
“Terzo, per il suo amore fedele il quale le valse la sovrabbondanza del bene migliore che un'anima possa possedere, cioè gaudio, allegrezza, onore e beatitudine.
“Mi rassomiglia in quarto luogo, per il desiderio che ebbe della gloria di Dio, nel cercare con tutte le sue forze di promuovere la lode divina; perciò il suo posto è fra quelli che con maggiori delizie celebrano le lodi di Dio ed il Signore accetta come offerto a sé medesimo ogni omaggio, ogni azione di grazie che su la terra si rende alla sua Diletta; e inoltre, vuole compiere quei desiderii ch'ella non poté effettuare.
“In quinto luogo, per la misericordia e la compassione che le hanno meritato l'onore di essere potente per aiutare tutti i suoi umili clienti.
“Sesto, per la sua bontà. e riconoscenza; perciò il Signore ha stabilito in Lei una specie di fontana, di cui le traboccanti acque procurano ai Santi una allegrezza particolare di cui benedicono il Signore.
“Infine, mi rassomiglia per l'unione intima, con la quale ha meritato di godere col Signore di una familiarità speciale. Ella gode pure della prerogativa di esaudire tutti quelli che invocheranno Dio in nome di quel mutuo amore con cui il Signore l'ha prediletta, e con cui ella ha amato il suo Signore”.
La gloriosa Vergine soggiunse: “Da quel giorno in cui Dio vi tolse la vostra Madre badessa Gertrude che voi. amavate come l'anima vostra, Egli vi ha raccomandate a me nella fede e nell'amore che l'hanno indotto ad eleggermi come sua Madre: perciò tutto il mio zelo è impegnato nell'onorarvi come si conviene a spose del mio divin Figlio. Ed ora che vi ha tolta la vostra consolatrice (S. Metilde); Egli vi ha dato di nuovo sé stesso con tutto ciò che Egli è, onde sia il vostro Consolatore”.
Sia Egli benedetto nei secoli dei secoli! Amen.