Il libro della grazia speciale - libro III

Santa Matilde di Hackeborn

Il libro della grazia speciale - libro III
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CAPITOLO I: L'ANELLO ORNATO DI SETTE PREZIOSE GEMME

Un giorno, quella Vergine di Cristo, non sentendo in sé la presenza del suo Diletto, si abbandonava ai più vivi desiderii di ritrovarlo; ed Egli ad un tratto le apparve col suo divi n Cuore aperto come la porta di una casa grande, la quale aveva il pavimento di oro ed era. di forma rotonda onde significare l'eternità di Dio. Il Signore stava nel mezzo. e l'anima vicina a Lui e sembravano discorrere di molte cose.
Mentre si cantava nella messa: “Et tibi reddetur votum in Ierusalem: E visi renderà il voto in Gerusalemme”, ella pensava quanti voti i Santi avessero offerto al Signore in questo mondo. La Beata Vergine Maria e tutte le Vergini avevano offerto la castità; i Martiri, il loro sangue prezioso; gli altri Santi, molte fatiche e devozioni; laonde Metilde si rattristava di non aver nulla da offrire al Signore; ma la Beata Vergine comparve alla sua destra e le donò un anello d'oro che la Santa diede subito al Signore, il quale graziosamente lo accettò e se lo pose al dito. Tuttavia nell'intimo del suo cuore, l'anima sospirava dicendo: “Ah! se Egli volesse darmi il suo anello in segno di fidanzamento!”. Le pareva che sarebbe bastato che il Signore si fosse degnato di darle al dito anulare qualche dolore che volentieri avrebbe sopportato per tutti t giorni della sua vita in memoria del suo mistico sposalizio con Cristo,
Il Signore le disse: “Ti dono un anello ornate di sette pietre, ne attaccherai la memoria a sette falangi delle tue dita.
1° - “Ti ricorderai di quel divino Amore che abbassandomi dal seno di mio Padre, mi indusse a cercarti, faticando come uno schiavo per trentatrè anni. Quando fu vicina l'ora delle nozze, dall'amore del mio Cuore fui venduto come prezzo di un banchetto dove donai me stesso come pane, carne e bevanda. Durante un tal convito, io fui pure l'organo e la chitarra con le dolci parole cadute dalle mie labbra, mentre mi resi simile ai giullari per rallegrare i commensali, vale a dire, mi abbassai sino ai piedi dei miei discepoli.
2° - “Ti ricorderai che al modo dei giovani eleganti, dopo questo banchetto, incominciai una meravigliosa danza, quando, cadendo tre volte per terra, feci quasi tre salti tanto violenti che, bagnato di sudore, versai gocce di sangue. Con questa danza rivestii tutti i miei compagni d'arme d'un triplice abito, ottenendo loro la remissione dei peccati, la soddisfazione per le loro anime e la partecipazione alla mia divina. glorificazione.
3° - “Ti ricorderai di quell'umile amore che mi piegò verso il bacio della mia sposa, quando Giuda ardì darmi quel bacio. Il mio Cuore in quel momento risentì tale un amore che se il traditore si fosse pentito, della anima sua, per questo bacio, avrei fatto la mia sposa. Allora a me univo tutte le anime predestinate fin dall'eternità alle nozze divine.
4° - “Ti ricorderai quali canzoni ferirono le mie orecchie per amore della sposa, quando comparsi davanti al giudice e sentii tante false accuse contro di me.
5° - “Ti ricorderai di quali ornamenti fui rivestito per tuo amore: prima presi là veste bianca, poi fui vestito di porpora e di scarlatto e fui coronato d'una ghirlanda vermiglia, cioè della corona di spine.
6° - “Ti ricorderai come ti abbracciai quando fui legato alla colonna, dove dai tuoi nemici ricevetti per te tante diverse percosse.
7° - “Ti ricorderai in qual modo io mi accostai alletto nuziale della Croce. Come un fidanzato lascia i suoi abiti ai ballerini, così abbandonai le mie vesti ai soldati e il mio corpo ai carnefici. Poi, per darti dolci abbracci stesi le braccia sino ai crudeli chiodi, cantando nella camera dell'Amore sette canzoni di meravigliosa soavità. Infine, aprii il mio Cuore, perché tu vi entrassi, quando, pigliando il sonno dell'Amore, per te spirai su la Croce”.
Dopo ricevuto questo insegnamento, le parve che parecchie persone della Congregazione si avvicinassero al Signore e gli offrissero dei danari d'oro che significavano la loro buona volontà. Ma dal petto del Signore, uscì una fiamma che mise tosto in fusione il danaro di ciascuna, onde formarne un fiore che da sé si poneva sul petto di quella che ne aveva fatto l'offerta.

CAPITOLO II: LA ROSA SBOCCIATA SUL CUORE DEL SIGNORE, SIMBOLO DELLA LODE DIVINA.

Celebrando si la santa messa, Metilde vide il Signore il quale le diceva: “Andiamo in fondo al deserto”. Subito le parve di fare un lungo cammino in compagnia del Signore: ella lo teneva, per così dire, tra le braccia e gli rivolgeva queste parole: “Io vi lodo e vi esalto nella vostra eternità, immensità, bellezza, giustizia, verità, ecc.”.
Arrivarono così in una vasta e deliziosa solitudine; alberi regolarmente piantati, con i loro rami più alti formavano come un tetto sopra le loro teste, mentre il verdeggiante suolo offriva foro un tappeto di fiori sul quale il Signore si degnò di sedersi. L'anima allora, sotto la figura di una cerva, passeggiò nel prato portando al collo una catenella composta di anelli d'oro e d'argento; questa catenella, era saldata al Cuore del Signore, per significare l'amore di Dio e l'amore del prossimo senza del quale nessuno può unirsi a Dio.
L'anima volendo glorificare Dio, gli disse: “Signore infinitamente amabile, insegnatemi dunque a lodarvi”. Il Signore rispose: “Mira il mio Cuore”. Una magnifica rosa di cinque foglie, la quale sembrava sbocciata sul Cuore del Signore, ne coperse tutto il petto. “Loderai i miei cinque sensi figurati da questa rosa” disse il Signore.
Metilde intese che doveva lodare Iddio, in primo luogo, per quello sguardo d'amore che sempre Egli tiene fisso su l'uomo a guisa d'un Padre rispetto ad un suo unico Figlio. Dio non ha lo sguardo severo ma sempre benevolo, perché vivamente desidera che l'uomo continuamente abbia ricorso a Lui.
In secondo luogo, per quell'attenzione così minuta e così delicata con cui inclina il suo orecchio verso l'uomo, dilettandosi del minimo sospiro e gemito dell'uomo più che di tutti i concerti angelici.
In terzo luogo, per quello squisito profumo che il Signore ha nascosto nel suo amore per eccitare l'uomo a cercare in Lui le sue delizie. Chi potrebbe infatti, dilettarsi nel Bene Vero, se Dio non lo prevenisse? Pérciò si dice nella Scrittura: Le mie delizie sono di stare coi figli degli uomini (Prov., VIII, 31).
In quarto luogo, per il gusto soavissimo che Egli annette alla santa messa, dove Lui medesimo si fa per l'anima soavissimo cibo. Non è forse in questo banchetto che incorpora a sé l'anima in una intimità così profonda che, tutta assorbita da Dio, ella diventa in verità cibo di Dio?
Da ultimo, per il senso del tatto nel quale Egli risentì dolori così crudeli, quando l'Amore su la Croce conficcò i chiodi nelle sue mani e nei suoi piedi, e la lancia nel suo costato. L'anima della Santa si trovò allora come trapassata su la Croce, nella persona di Cristo, da un incomparabile dolore; e da quel momento dimorò sempre stretta contro i piedi, le mani e il dolcissimo Cuore del suo Signore, nel gaudio di tanto amore che neppure per mi momento avrebbe potuto scordarsi di Lui.

CAPITOLO III: DEL MODO DI LODARE IL SIGNORE

Un'altra volta, mentre soffriva per una grave malattia, Metilde disse al Signore: “Come è povero il mio spirito in questo momento! lo non sono capace né di lodarvi, né di pregarvi”.
Il Signore si degnò di risponderle: “Tu puoi lodarmi in questi termini: Gloria a Voi, dolcissima, nobilissima, luminosissima, sempre tranquilla ed ineffabile Trinità. Io unirò la parola Dolcissima, alla mia divina dolcezza; Nobilissima alla mia sovreminente nobiltà; Luminosissima alla mia inaccessibile luce; Tranquilla al mio riposo eternamente libero da qualsiasi turbamento; Ineffabile alla mia inesprimibile bontà. Io medesimo presenterò nel modo più gradito questa lode all'adorabile Trinità”.

Metilde vide di nuovo il Signore circondato di inenarrabile splendore e sul suo petto scintillava una lastra d'argento, brillante adornata di cesellature, le quali rappresentavano le sofferenze sopportate dai Santi per suo amore. I loro mèriti, le loro dignità, e persino i loro pensieri, parole, ed atti anche minimi, compiuti o sofferti; tutto questo complesso distintamente si scorgeva, perché non fecero mai per suo amore cosa tanto piccola che non abbia un premio eterno, e per sempre glorificano Dio per tutti i suoi doni. Contemplando questa meraviglia, l'anima disse: “O dolcissimo ed amabilissimo mio Signore, in quale occupazione debbo esercitarmi onde meglio piacervi?” - “Nella lode” rispose il Signore. Essa ripigliò: “Allora, insegnatemi come possa lodarvi degnamente”.
Il Signore le insegnò tre modi di lodarlo, i quali sono come tre forti squilli di tromba: “Tu mi loderai, disse, nella Onnipotenza del Padre, per la quale nel Figlio e nello Spirito Santo Egli opera secondo il suo volere: nessun essere creato, per quanto sia grande la sua capacità, può comprendere un tal mistero.
“Loderai la inscrutabile Sapienza del Figlio, Sapienza ch'Egli comunica pienamente e con una inalterabile libertà, al Padre ed allo Spirito Santo, mistero così profondo che da nessuna creatura, né in cielo né in terra, può essere compreso.
“Loderai la benignità dello Spirito Santo ch'Egli abbondantemente comunica al Padre e al Figlio secondo ogni suo volere; ed alla quale nulla di quanto esiste può pienamente partecipare”.
L'anima, mentre si esercitava a colpire in questo modo il Cuore del suo Diletto e a lodarlo, sentì questo primo squillo risuonare nel cielo intero.
Il Signore continuò: “Il secondo squillo o la seconda maniera, sarà di lodarmi per tutte le grazie ed i doni che dalla mia infinita bontà fluirono e fluiscono su la Madre mia piena di grazie e ricolmata di beni più di ogni creatura. Inoltre mi loderai per tutti i favori concessi ai Santi che già godono della presenza della mia Divinità e mi contemplano con giubilo, riconoscendomi come la fonte di ogni bene.
“Il terzo squillo sarà di lodarmi per i doni e le grazie che diffondo sopra tutti gli uomini, sopra i buoni che in tal modo vengono santificati e fortificati; sopra i peccatori ch'io invito alla penitenza perché con infinita misericordia aspetto che facciano il bene; e,d anche su le anime che la mia grazia libera ogni giorno dal purgatorio per introdurle nei gaudi del Paradiso”.
Per la prima lode, Metilde credette bene recitare l'Antifona: Tibi decus ecc.: A Voi l'onore e l'impeto, a Voi gloria e potenza, a Voi lode e giubilo nei secoli eterni, o Dio, beata Trinità!
Per la seconda: Te jure laudant etc.: Giustamente, o beata Trinità, tutte le vostre creature Vi lodano, Vi adorano e Vi glorificano.
A Voi lode, a Voi gloria, a Voi - azione di grazie.
Per la terza: Ex quo omnia, ecc.: Da Lui ogni cosa, per Lui ogni cosa, in Lui ogni cosa, a Lui gloria nei secoli, a Voi lode!
Dopo questo, il gioiello che adornava e copriva il petto del suo Diletto si divise nel mezzo e l'anima, secondo il suo desiderio, penetrò nel dolce Cuore di Cristo, nel quale divenne un solo Spirito col suo Diletto, e poté vedere e gustare ciò che all'uomo non è possibile esprimere.

CAPITOLO IV: TRE COSE CHE L'UOMO DEVE AVERE NELLA MENTE

Il suo Maestro che è l'ottimo sopra tutti i maestri, le diede ancora questa lezione: “Ti insegnerò tre cose che ogni giorno mediterai nell'anima tua e ne conseguirai grandi beni.
“Dapprima, ricordati con azione di grazie quali benefizi siano stati per te la creazione e la redenzione. Ti creai a mia immagine e somiglianza; per te mi feci uomo e dopo aver sofferto innumerevoli tormenti, per tuo amore mi sottoposi alla morte più amara.
2. - “Ricordati con pari gratitudine dei benefizi che ti ho fatti dalla tua nascita fino a quest'ora. Infatti, per una speciale predilezione; ti chiamai fuori del mondo; molte volte mi abbassai verso l'anima tua, la riempii, l'inebriai della dolcezza della mia divina grazia; l'illuminai con la scienza e l'infiammai di amore. Inoltre, ogni giorno nella santa messa vengo da te, pronto a compiere tutti i tuoi desiderii e le tue volontà.
3. - “In una lode piena di azioni di grazie penserai ai beni che eternamente ti darò in cielo, dove ti colmerò di doni oltremodo superiori a tutto quanto puoi sperare ed anche immaginare.
“Ti dico, in verità, che provo immensa compiacenza quando gli uomini con fiducia aspettano da me cose veramente grandi.
“Chiunque crederà che dopo questa vita lo ricompenserò oltre i suoi meriti, e anticipatamente me ne offrirà le sue azioni di grazie, costui mi sarà tanto gradito che tutto quanto avrà sperato gli sarà dato in una misura infinitamente superiore al suo merito.
“È impossibile che l'uomo non consegua ciò che crede e spera; è dunque vantaggioso aspettare da me cose grandi e fidarsi di me”.
L'anima replicò: “O dolcissimo Signore, se vi piace così tanto che gli uomini confidino in Voi, che cosa dovrò dunque credere della vostra ineffabile bontà?”
Il Signore rispose: “Tu devi credere con certa speranza, che dopo la tua morte, ti riceverò come un Padre accoglierebbe un suo carissimo figlio, e che mai nessun Padre dividerà un'eredità col suo figlio con tale equità come io ti farò partecipe di tutti i miei beni e ti darò anche me stesso.
“Ti riceverò come un amico riceve l'amico suo più tenero, ed avrò con te un'intimità che sorpasserà tutto quanto i migliori amici hanno mai potuto sperimentare. Non fu mai visto amico così fedele che qualche volta non abbia dato o non possa dare all'amico qualche dispiacere; io invece sono fedele, sono la Fedeltà essenziale, né mai potrò fare agli amici miei nessun inganno e nessun torto.
“Ti riceverò ancora come lo sposo riceve la sposa unicamente amata; nella mia accoglienza, vi saranno tali dolcezze e delizie, che mai nessuno sposo tanto dolcemente accarezzò la sua diletta sposa. Al torrente medesimo della mia Divinità io ti inebrierò”.
E l'anima disse: “Che cosa darete Voi a quelli che avranno fede in queste promesse?”
“Darò loro un cuore riconoscente, disse il Signore, affinché ricevano tutti i miei doni con gratitudine. Darò loro un cuor tenero perché mi amino fedelmente. Darò loro un cuore che sappia lodarmi alla maniera dei cittadini del cielo, i quali, lodandomi nell'amore, sempre mi benedicono”.

CAPITOLO V: LODE ALLE SINGOLE MEMBRA DI CRISTO - LA CONFESSIONE

Una notte, mentre quella divota vergine con preghiere e meditazioni si preparava alla santa Comunione. le parve di trovarsi in piedi alla presenza del Signore. Il sentimento del suo cuore la inclinava alla lode e il Signore le disse: “Rimirami, e loda i lineamenti perfetti delle membra del mio corpo.
“Loda il mio capo, cioè la mia Divinità, perché sta scritto: il capo di Cristo è Dio. (I Cor., XI, 3). “Loda la mia fronte, cioè la mia pace e la mia imperturbabile tranquillità, perché nella fronte dell'uomo appare il suo turbamento.
“Loda i miei occhi, ossia lo splendore della mia. Divinità e la mia Provvidenza che a tutto pensa.
“Loda le mie orecchie inclinate con tanta misericordia verso le suppliche e le miserie umane, che neppure un solo gemito, né il più leggiero sospiro può passare senza essere da me. udito.
“Vedendo la linea retta del mio naso, loda l'inflessibile rigore della mia giustizia, la quale sempre manterrà le sue giuste sentenze.
“Per le mie nari, loda l'amenità delle mie delizie, perché per l'anima amante nessun profumo uguaglierà mai quello del mio amore.
“Per la mia bocca, comprendi la mia sapienza che tutto ordinò con perfezione e soavità.
“Per il mio mento, considera quella umiltà per la quale dal più alto dei cieli mi abbassai nel seno della Vergine.
“Per il mio collo, considera la generosità della pazienza con cui portai il peso non solo dei peccati di quel tempo, ma di tutti i delitti che si commetteranno sino alla fine dei secoli.
“Lodami per aver portato la Croce su le mie spalle.
“Per il mio dorso lodami perché sopportai i crudeli dolori della flagellazione.
“Per il mio Cuore, esalta l'amore e la suprema fedeltà che dimostrai agli uomini.
“Per le mie mani e le mie braccia, lodami per le opere e le fatiche della mia. Umanità a pro della salvezza del mondo.
“Per i miei fianchi, lodami per l'incredibile dolore che in quelli risentii e che fu uno dei miei più gravi dolori quando per te fui steso su la Croce.
“Per i miei ginocchi, lodami per la mia divozione nella preghiera.
“Per i miei piedi, loda gli ardenti desiderii nei quali tutti i giorni della mia vita mi affaticai per la salvezza degli uomini.
“Pensa pure alla sete delle anime vostre che mi divorò quaggiù, durante tutta la mia vita”.

Se uno confessa volentieri i suoi peccati, e teme di non essersi confessato bene, senza però trovare nella sua coscienza nulla che non abbia confessato, faccia a Dio la predetta confessione di lode. E se conoscerà di aver mancato in qualche punto, lo confessi a Dio. In tal modo, quando con le sue lodi esalta la Divinità, riconosca la propria colpa di non aver avuto per Dio tutta la riverenza conveniente; di aver tante volte macchiato in sé medesimo l'immagine di Dio, occupando la sua memoria in oggetti terreni ed inutili, o applicando con vana curiosità la sua ragione alla sapienza umana e dilettandosi nelle cose caduche e vili.
Quando esalta gli occhi della chiaroveggenza divina, deplori di aver rivolto verso le cose di quaggiù i suoi sensi e le sue facoltà di cui doveva usare per crescere nella scienza di Dio. Quando loda le orecchie della divina Misericordia si scusi di non aver prestato tutta la debita attenzione alla parola di Dio, e di non aver dato ascolto alle preghiere del suo prossimo. E quanti peccati commessi con la bocca! Mormorazioni, parole vane ed inutili, inopportuno silenzio rispetto alla parola di Dio ed alla dottrina, o talvolta nella preghiera e nel canto. Quel giogo di Cristo che accettò nel santo Battesimo, quante volte ha voluto scuoterlo rifiutandosi di. sopportare le contrarietà e le pene?
E quel giogo della santa Religione, accettato per Dio ed alla presenza dei Santi, non l'ha forse sprezzato, sottraendosi all'obbedienza, o tralasciando nella sua negligenza di fare quanto doveva secondo la sua professione?
Quando si ricorderà la crudeltà con cui Gesù Cristo fu flagellato, si riconoscerà colpevole di non aver castigato la sua carne, di aver ceduto per pigrizia alle voglie del suo corpo e di averlo troppo delicatamente nutrito.
Il suo cuore ha peccato quando non ha amato Dio con tutte le sue forze, quando invece di meditare la legge divina, si. è lasciato trascinare dai pensieri inutili; le sue mani hanno peccato nel commettere il male ed astenersi dal bene, specialmente col trascurare le opere di misericordia é di carità. I suoi piedi spirituali, i quali figurano gli affetti, li ha più volte macchiati rimovendoli da Dio, quando non ha aspirato a Lui ed alle cose celesti con tutte le sue forze.

CAPITOLO VI: METILDE RESPIRA NEL DIVIN CUORE – LE CREATURE LODANO DIO

Un giorno, essendosi soverchiamente stancata nel canto, come spesso la accadeva; Metilde si sentì quasi svenire. Le parve allora che traesse tutto il suo respiro dal Divin Cuore e quindi potesse continuare a cantare, non già per le sue proprie forze, ma quasi per divina virtù. Per altro era solita lodare il Signore con tutte le sue forze e con amore tanto fervente che le sembrava non si sarebbe mai fermata quando pure nel cantare avesse dovuto esalare l'ultimo respiro. Per una tale unione col divin Cuore sembrava che cantasse con Dio e in Dio.
Il Signore le disse: “Tu sembri in questo momento prendere nel mio Cuore il tuo respiro; così pure chiunque sospirerà per me d'amore o di desiderio, prenderà il suo respiro non in sé medesimo, ma nel mio divin Cuore, a guisa di un mantice che in sé non contiene soffio alcuno se non in quanto lo attira dall'aria”.

Durante il canto del Benedicite omnia opera Domini Domino, quella pia Vergine desiderava sapere quale gloria Dio ricevesse da questo invito alla lode rivolto a tutte le creature. Il Signore rispose: “Quando si innalza questo cantico o qualche altro simile per convocare le creature alla divina lode, esse arrivano tutte spiritualmente alla mia presenza, come persone viventi, le quali mi glorifichino per tutti i miei benefizi fatti a chi canta o a tutti gli uomini in generale”.
Non vi è motivo per rifiutarsi a credere che le cose possano presentarsi davanti a Dio come persone viventi, poiché nulla è impossibile a Colui che chiama ciò che non è come ciò che è, (I Cor., I, 28), ed al cospetto del quale nessuna creatura è invisibile (Hebr., IV, 13). Conviene piuttosto ammirare come il nostro misericordioso Signore esaudisca i nostri voti e si degni di mettere la sua onnipotenza al servizio dei minimi desiderii dell'anima che lo ama, persino in ciò che sorpassa le forze naturali dell'uomo.

CAPITOLO VII: BONTÀ DEL SIGNORE.

L'angelo del Signore apparve un giorno a quella Sérva di Cristo, e offrì al Signore un oggetto che sembrava aver preso nel cuore di lei. Metilde provò un vivo desiderio di sapere ciò che l'angelo avesse potuto trovare in lei, perché in quel giorno per verità non si sentiva né divozione né fervore speciale. Le venne allora mostrato che quell'oggetto era una carta su la quale erano scritte col suo sangue queste parole: Dio è fedele e senza nessun'ingiustizia, e più sotto: Preferirei morire piuttosto che separami da Voi col peccato. Orbene, in quella medesima mattina, con questi due pensieri ella aveva respinto le tentazioni del nemico. L'angelo le disse; “Ecco ciò che hai pensato oggi. Orbene, sappi che ogni qual volta, nel combattere pensieri o desiderii cattivi, l'uomo si propone di preferire la morte al peccato, questa volontà subito è gradita a Dio come se l'intenzione fosse seguita dall'atto medesimo”.
Prostrandosi allora ai piedi del Signore, Metilde si dolse quasicchè avesse passato tutto il tempo della sua vita vivendo inutilmente, e si offrì al suo Diletto disposta a stare su la terra per soffrire, fosse pure sino al dì del giudizio, tutti i dolori e tutti i patimenti possibili.
Il Signore le disse: “Onde riparare le tue negligenze e il tempo perduto, saluta il mio Cuore nella sua divina bontà, perché Egli è la sorgente è la fonte di ogni bene. Saluta il mio Cuore nella sovrabbondanza della grazia che Egli sparse, sparge e spargerà per sempre sopra i Santi e sopra le anime di tutti gli eletti. Saluta quell'acqua piena di dolcezza che tante volte dal mio Cuore infinitamente buono sgorgò nell'anima tua e la inebriò nel torrente delle mie divine delizie”.

Avendo Metilde salutato dal più intimo del suo cuore il Diletto dell'anima sua, le venne risposto: “Quando tu mi saluti, io ti rendo il saluto; quando mi lodi, io lodo me stesso in te; quando tu mi rendi grazie, io stesso rendo grazie a Dio Padre in te e per mezzo di te”.
“Mio Diletto, disse la Santa, qual è dunque quel saluto che Voi rivolgete all'anima mia? Io non lo sento”.
“Il mio saluto, rispose il Signore, non è altro che il mio tenero affetto. Ecco una madre che tiene il suo bambino su le ginocchia, e gli insegna le parole che deve dirle; il bambino ripete ciò che ha sentito, ma benché sia guidato non tanto dai suoi propri sentimenti quanto dalla lezione ricevuta dalla mamma, questa prova tanto piacere nel sentire dalla bocca di lui quelle parole infantili che volentieri lo premia con un bacio. Così io pure, insegno ad un'anima per divina ispirazione e per un movimento d'amore, come debba offrirmi i suoi omaggi; e quando lo fa, io accetto questi omaggi con. tutta la mia paterna tenerezza, e in compenso la saluto con la mia grazia, benché non si accorga di questo favore.
“Le opere, prive di gusto per l'uomo, possono tuttavia piacere a Dio.
“Sappi che se uno loda o prega Dio, o fa qualche altra azione senza sentire in sé nessun gusto, Dio, nel quale nulla cresce né decresce perché è per sempre immutabile, tuttavia gusta quell'opera e l'accetta pure volentieri.
“Il Signore Iddio non è mai commosso verso la sua creatura. se non per un movimento di cui la causa sta in Lui medesimo e nel suo amore.
“Ciò che inclina Dio ad accarezzare l'anima con dolcezza, facendola liquefare col suo amore, non è altro che il proprio beneplacito e il vantaggio dell'anima medesima; ma quando essa non prova più nessun gusto, Egli le fa, per così dire, un'accoglienza migliore, perché desidera talvolta mettere alla prova la fedeltà di quelli che lo amano”.

CAPITOLO VIII: IL SACRO CUORE, FIAMMA ARDENTE - UNIONE CON CRISTO

Una notte, non potendo pigliar sonno, quella pia vergine disse al Signore: “Oh! quanto sarebbe buono e adatto per conversare con Voi, questo tempo di silenzio!”
Il Signore rispose: “Non ti troverai giammai in mezzo a tanta moltitudine, che tu non possa essere sola con me se con tutto il cuore a me ti rivolgerai”. Ed ella vide come una corona in forma di ciborio che dal cielo scendeva sul suo giaciglio e sembrava composta di perle rosse e bianche. Quelle rosse significavano il sangue di Gesù Cristo, il quale fu sparso con tanta profusione come se fosse stato di nessun valore; le bianche rappresentavano la sua vita santa ed innocente: Il Signore si mostrò pure nel mezzo della corona; e concesse all'anima i suoi dolci abbracci rivolgendole ineffabili parole. Il volto del Signore risplendeva come lampo di una luce di fuoco e Metilde intese subito che dall'irradiamento medesimo di questa divina faccia le anime ricevono come in prestito la loro bellezza e il loro splendore.
Ella vide pure il Cuore del Signore aperto e largo circa due palmi; il suo aspetto era quello di una fiamma ardente piuttosto che di un braciere; il suo colore era meraviglioso mentre la sua forma sfidava ogni descrizione. Il Signore le disse: “È mia volontà che i cuori di tutti gli uomini siano accesi del fuoco dell'amore”.

Quando una persona è sola, elevi senza posa il suo Cuore verso Dio, conversi con Lui e lo desideri dal più intimo dell'anima sua, mandando verso di Lui profondi sospiri. Questo conversare continuo con Dio accenderà nel suo cuore il divino amore.
Quando si trova in compagnia di altri, conservi la sua mente, per quanto è possibile, diretta verso Dio e volentieri parli di Lui. In questo modo accrescerà sempre più il fuoco dell'amore tanto in sé stesso quanto negli altri. Inoltre, faccia tutte le sue azioni per Dio e per la sua lode; per amore di Dio fugga prontamente ogni cosa che a Lui possa dispiacere, riceva volentieri ogni cosa avversa e tutto sopporti con pazienza.

Il Signore le diede pure questa istruzione: “Quando ti darò qualche grazia, lascerai da parte tutte le altre cose, disimpegnandoti di tutto, onde di tale grazia tu possa godere e fruire più liberamente e più speditamente; perché in quell'ora non potrai fare cosa migliore.
“Quando reciti un salmo o qualche preghiera che i Santi cantarono su la terra, essi pregano tutti con te e per te; quando mediti o conversi con me, tutti i Santi rallegrandosi mi benedicono”.

Durante la sua preghiera, quella Serva di Cristo disse al Signore: “Ho mille volte desiderato di scendere nella profondità della terra, e di là farvi sentire i miei gemiti”.
Il Signore rispose: “A che ti servirebbe? Dovunque tu sii con i tuoi sospiri, tu mi attiri in te. Il cuore umano non può vivere senz'aria; così l'anima che non vive del mio spirito, è morta.
“Nel cuore dell'uomo vi sono tre aperture: una per respirare, un'altra per ricevere il cibo, una terza per somministrare le forze a tutto il corpo. Così pure il cuore dell'anima ha tre porte. Per la prima attira a sé il mio divino Spirito che mantiene la sua vita. Per la seconda rinnova le sue forze per mezzo della parola di Dio, la quale gli viene data, come il più solido degli alimenti, con la predicazione e le Sacre Scritture. Per la terza, dà vigore alle sue membra per mezzo delle opere di carità; ora, siccome l'anima non ha membra; la sua carità deve esercitarsi sui membri della Chiesa ch'essa considererà come sue proprie membra. In tal modo ella presenterà a Dio lodi ed azioni di grazie per i buoni; preghiere per il progresso degli imperfetti e la conversione dei peccatori, per gli afflitti onde siano consolati, e per le anime del purgatorio onde siano purificate - e meritino di essere invitate ai gaudi del Cielo”.

CAPITOLO IX: “CRISTO VIVE IN ME” - UNIONE COL SIGNORE

Un giorno, quella divota ancella di Cristo rendeva grazie al Signore per l’opera della nostra Redenzione e, mentre era arrivata a quell'articolo in cui lo ringraziava di essersi degnato per noi di ricevere il battesimo di Giovanni, il Signore le disse: “Io ti voglio battezzare”. Nel medesimo istante, un'acqua abbondantissima con impetuosità zampillò dal divi n Cuore e inondò l'anima di Metilde. Il Signore soggiunse: “Voglio essere la tua madrina. Le madrine istruiscono le loro figlie spirituali, ti insegnerò adunque tre cose.
“La prima, che devi sopportare ogni pena spirituale e corporale, non per te, ma per me, - come s'io la soffrissi in te”.
“La seconda, che riceverai con gaudio e riconoscenza tutti i servizi e benefizi altrui, come se il prossimo li facesse a me e non a te.
“La terza che devi vivere per me così completamente che tu possa attribuire a me stesso, e non a te, tutto il complesso dei tuoi atti, dimodochè, in una. parola, ormai tu non sii che una veste di cui mi copra io medesimo e sotto la quale io possa ordinare è compiere tutte le tue azioni”44.

Durante una messa solenne, la Santa si era sentita indolente e sonnolenta e con tristezza si dolse col Signore della propria negligenza. Egli le disse: “Se tu non trovassi in te nulla che ti dispiacesse, come riconosceresti la mia bontà?”
Metilde si ricordò allora di una persona di cui conosceva le pene e si mise a pregare per lei; il Signore le diede una risposta adatta allo stato di quella. Tra altre cose le disse: “E perché dunque non vorrebbe ricevere ciò che sono disposto a darle? Io le offro volentieri tutta la vita innocente e santissima che passai su la terra; la prenda e con quella supplisca a ciò che le manca”.
Metilde ripigliò: “Se voi ci amate al punto che possiamo appropriarci tutto quanto è vostro, o dolcissimo Signore e mio Dio, ditemi che dobbiamo fare”.
Il Signore rispose: “Offrite a Dio Padre tutti i vostri desiderii, le vostre intenzioni e le vostre preghiere unendo tutto ai miei desiderii ed alle mie preghiere. Quest'offerta ascenderà verso Dio e a Lui sarà accetta come una sola offerta con la mia, in quella guisa che vari aromi gettati assieme sul fuoco producono un solo fumo il quale dritto sale al cielo,
“La preghiera offerta in unione con la mia preghiera è veramente accetta a Dio come il profumo di un incenso prezioso. Benché ogni preghiera penetri nel cielo, non ha il medesimo valore se non è unita con la mia, né sarà da Dio accettata con tanta gratitudine.
2. - “Adempite tutti i vostri lavori e le vostre azioni in unione con le mie fatiche e con le mie opere. Per questo mezzo le opere dell'uomo sono sommamente nobilitate, come il rame fuso con l'oro perde, per così dire, la sua natura propria per assumere il valore di quel prezioso metallo. Un pugno di frumento gettato sur un mucchio di frumento sembra moltiplicarsi; così le opere dell'uomo, le quali per sé stesse sono un nulla, si accrescono quando vengono congiunte con le mie, ed il loro valore ne viene moltiplicato.
3. - “L'uomo su la mia vita regoli i suoi movimenti, le sue forze, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue parole, tutta la sua vita insomma; questa ne resterà ringiovanita e nobilitata come un bel uccello che rinnovasse le sua giovinezza volando da un clima umido o da un'aria pestifera, ad un'atmosfera sana e vivificante. In tal modo l'uomo terreno, passando dalla sua prima vita ad una vita tutta nuova, diventerà tutto celeste e si eleverà all'unione con me”.
Dunque, fratelli miei cari, riceviamo con profonda riconoscenza questa preziosissima degnazione della divina pietà, questo sublime favore della divina nobiltà, ed appropriamoci la santissima vita di Cristo per supplire a tutto ciò che manca ai nostri meriti. Sforziamoci, secondo il nostro potere, di renderei simili a Lui con le nostre virtù; questa sarà la nostra suprema gloria nell'eterna beatitudine. Qual maggior gloria, infatti, che di avvicinarci, per una certa somiglianza, a Colui che è il Candore dell'eterna luce!

CAPITOLO X: LE MEMBRA DI CRISTO SONO SCINTILLANTI SPECCHI

Metilde un giorno vivamente si doleva con la Beata Vergine Maria per un impedimento che pensava di aver incontrato nel servizio del Signore. “Fatti avanti, le rispose la Santissima Vergine,.,e tieniti riverente davanti a mio Figlio”. Queste parole le fecero subito intendere che, quando nel servizio di Dio sorge qualche impedimento per causa del contegno altrui verso di noi, ovvero per causa di nostre personali disposizioni provenienti da fatti esterni, da desideri o da reminiscenze, impedimento insomma di qualunque natura, dobbiamo accoglierlo come un messaggero del Signore. Dobbiamo dunque, in tal caso, portarci con riverenza davanti a Lui, e rinviare, per così dire, verso il Signore un tale impedimento con la lode e l'azione di grazie.
La Serva di Dio vide allora due specchi posti su le ginocchia del Signore; altri specchi erano pure su le vesti di Lui; sul suo petto poi vi era uno specchio così lucente che sembrava comunicare a tutti gli altri il suo splendore. Quest'immagine significava che le membra di Gesù Cristo, nelle loro azioni, risplendono per noi come specchi, perché le opere di Cristo procedono dal suo Cuore per l'amore.
I suoi piedi cioè i suoi desiderii, sono oltremodo rilucenti agli occhi nostri e ci fanno conoscere quanto i nostri passi siano lenti nelle cose divine e spesso inutili nelle cose umane. ­
Le ginocchia di Cristo sono specchi di umiltà; moltissime volte si piegarono per noi nella preghiera e si abbassarono sino a terra, come quando lavò i piedi agli Apostoli. Là possiamo riconoscere la nostra superbia, la quale ci impedisce di umiliarci, mentre non siamo che cenere e polvere.
Il Cuore di Cristo è per noi lo specchio di ardentissimo amore, in cui possiamo conoscere come il nostro cuore sia tiepido per Dio e per il prossimo.
Le mani di Cristo sono per noi specchi di opere buone e sante, e in quelle possiamo conoscere quanto siamo negligenti nell'operare il bene e pronti invece nel trasgredire i comandamenti di Dio e i doveri del nostro Stato.
La bocca di Cristo è per noi lo specchio, di soavi discorsi di lode e di azione di grazie, e vi possiamo conoscere la vanità delle nostre parole e le nostre negligenze nella preghiera e nella divina lode.
Gli occhi del Signore sono per noi specchi della verità divina; da quelli possiamo conoscere le tenebre della nostra infedeltà, le quali si oppongono in noi alla conoscenza della Verità.
Le orecchie del Signore sono specchi di obbedienza; infatti, quanto Cristo fu pronto sempre all'obbedienza verso il Padre suo, 'altrettanto adesso è sempre attento alle nostre - preghiere e sempre inclinato ad esaudirle, perciò possiamo riconoscere la nostra disobbedienza e la durezza del nostro cuore rispetto alle necessità dei poveri.

CAPITOLO XI: PER VIVERE SECONDO IL BENEPLACITO DEL SIGNORE E RIPARARE LE PROPRIE NEGLIGENZE.

Un giorno, dopo la comunione, Metilde desiderava sapere ciò che il Signore volesse da lei; subito le parve di trovarsi in un campo tutto sparso di. rose e di gigli, di viole e di mille altri graziosi fiori. Le rose rappresentavano i Martiri; i gigli le Vergini; le viole e gli altri fiori simboleggiavano le Vedove e tutti i Santi.
Vi era pure un magnifico campo di frumento, dove il Signore stava seduto, come rinchiuso dai quattro lati. nel frumento. La Serva di Cristo intese che il campo significava tutto il frutto che l'Umanità di Gesù Cristo aveva procurato alla Chiesa. Usignoli e allodole, emettendo dolcissimi canti, svolazzavano attorno al Signore: gli usignoli significavano le anime accese di amore, e le allodole quelle che compiono le loro buone opere con gioia e mansuetudine.
Le parve pure che una colomba prendesse il suo riposo in seno al Signore, simbolo delle anime rette le quali con un cuore semplice accolgono i doni del cielo, né discutono le opere di Dio, né giudicano quelle degli uomini; in tali anime soprattutto, il Signore grandemente si diletta.
Desiderando sapere dome dovesse condurre la propria vita. Metilde vide che la vita di Gesù Cristo su la terra ebbe quattro caratteri che poteva considerare per imparare a regolarsi nella propria condotta.
Cristo dapprima fu fervente di cuore; così ella a suo esempio, doveva quando si trovasse sola, tener sempre la sua mente rivolta a Dio, considerando, sia la Sua Divinità, sia le opere della Sua santa Umanità, oppure le operazioni di Dio nei suoi Santi, o le grazie che la divina Misericordia le aveva già concesse.
Cristo inoltre fu mansueto ed affabile con tutti; così ella doveva mostrarsi sempre amabile ed affabile; né offendere mai nessuno con parole mordenti, occupandosi unicamente delle azioni di Nostro Signore e dei Santi e di ciò che può essere vantaggioso al prossimo.
Cristo, in terzo luogo, fece sempre opere utili, nel risanare tanto i corpi quanto le anime; così ella doveva applicarsi con gran cura ad operare in ogni cosa con un cuore allegro e prudente, per la gloria di Dio e la salvezza del prossimo.
Cristo infine fu supremamente paziente nelle persecuzioni e nei dolori; così doveva essa pure tenersi libera da ogni asprezza nelle pene e di fronte alle ingiurie. Nel pascolo la pecora sovente fa sentire il suo belato; ma quando viene condotta alla morte, davanti al carnefice tace. Così l'anima fedele deve essere timorosa quando non risente nessuna pena, ma nel tempo della tribolazione tenersi pienamente sicura.

Dopo questo, Metilde pregava ancora il Signore che le volesse insegnare come potesse vivere ad ogni istante secondo il suo beneplacito.
Il Signore disse: “Ogni mattina, nell'alzarti mi offrirai il tuo cuore, affinché io lo riempia del liquore del mio amore. Nella messa, starai con me come in un convito dove tutti si riuniscono niuno eccettuato, ma nel quale tutti partecipano alla spesa, cioè apportano il contributo delle loro preghiere. lo che sono il Signore, nella messa guarisco le piaghe di tutti con la liberalità della mia divina Maestà; rimetto i peccati; arricchisco di virtù quelli che ne sono privi é consolo tutti gli afflitti.
L'anima disse inoltre: - “Signore, che fate Voi quando io prego e recito i Salmi?”
“Ascolto, rispose il Signore; quando tu canti, io accordo la mia voce con la tua; quando tu lavori io riposo e quando più con attenzione e fede tu attendi al tuo lavoro, tanto più è dolce il mio riposo in te. Quando tu prendi il tuo cibo, io lavoro, perché mi nutro di te e tu ti nutri di me; infine quando tu dormi, io veglio e ti custodisco”:

OFFRIRE A DIO IL PROPRIO CUORE

Il Signore le disse ancora: “Al mattino nell'alzarti, saluterai il Cuore tenero e forte del tuo dolcissimo Amante, perché da Lui senza fine, in cielo e in terra, sempre proviene e proverrà ogni bene, ogni gaudio, ogni felicità. Ti sforzerai con tutte le tue forze di unire ed infondere il tuo cuore in quel Cuore divino, dicendogli: “Lode, benedizione, gloria e salute al vostro dolcissimo e benevolissimo Cuore, o Gesù mio fedelissimo amante! Vi ringrazio per la custodia fedele di cui mi avete circondata in questa notte, in cui non avete cessato di offrire per me a Dio Padre le azioni di grazie e gli omaggi di cui gli sono debitrice.
“E ora, o mio unico Amore, vi offro il mio cuore come una rosa di fresco sbocciata, la cui bellezza possa in tutta la giornata attirare i vostri sguardi e con la sua fragranza allietare il vostro Cuore.
“Ve lo offro altresì come una coppa nella. quale possiate bere le vostre proprie dolcezze con le azioni che vi degnerete di compiere in me in questa giornata.
“Ve lo offro come una melagrana che sia degna col suo squisito sapore di comparire  nel vostro regale festino, affinché possiate assorbirlo e transustanziarlo in Voi medesimo, così bene che per l'avvenire si senta felice dentro il vostro divin Cuore. Vi prego di dirigere in quest'oggi tutti i miei pensieri, le mie azioni e la mia volontà secondo il beneplacito della vostra benignissima volontà.
“Farai poi il segno della croce, dicendo; Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; Padre Santo in unione con l'amore del vostro amabilissimo Figlio, vi raccomando il mio spirito; le quali parole tu ripeterai pure al principio di ogni tua azione, nell'entrare nel coro, nell'intonare le Ore e quando vorrai pregare. Fatto questo, abbi fede e confidenza in Dio che non lascerà senza frutto nessuna delle tue azioni.
“Alla divina Sapienza affiderai la tua vita interna ed esterna, pregandola che ti illumini onde tu intenda oltrechè la mia volontà, anche tutto ciò che può esserle accetto.
“Alla divina Misericordia affiderai le tue orecchie, affinché ti conceda di intendere tutto quanto sentirai in quella giornata, né permetta che tu veda o senta nulla di male.
“Alla divina Fedeltà raccomanderai le tue labbra, pregandola di diffondere in te il gusto del suo spirito che riempia tutto quanto dirai in quel giorno, affinché la tua bocca non si apra che per la lode e l'azione di grazie, é la divina Fedeltà ti custodisca da ogni colpa.
“Affiderai le tue mani alla divina Clemenza, affinché unisca le sue opere alle tue, onde le santifichi e le renda perfette, tenendole custodite da ogni male.
“Raccomanderai il tuo cuore al divino Amore affinché lo nasconda nel suo divin Cuore e l'infiammi, a segno che non possa più gustare né gaudio né diletto terreno.
“Nella messa, offrirai di nuovo il tuo cuore a Dio, affinché prima delle preghiere segrete45 sia purificato, distaccato da ogni umana preoccupazione, e così sia preparato per ricevere le effusioni del divino Amore, le quali presto traboccheranno su tutti gli astanti”.

Durante la messa, la Serva di Cristo vide il Cuore di Gesù Cristo sotto il simbolo di una lampada trasparente come il cristallo più puro e ardente come la fiamma. Questa lampada da ogni parte lasciava traboccare la sua incomparabile dolcezza la quale, più soave del miele, penetrava i cuori di tutti i divo ti astanti. Il fuoco significava l'ardore di quel divino amore che portò Cristo ad offrire sé stesso per noi a Dio Padre su l'altare della Croce. La dolcezza diffusa negli astanti significava la sovrabbondanza dei beni e della felicità che Egli ci ha data nel suo divin Cuore.
Sì, in Cristo veramente possediamo tutto quanto può esserci salutare ed utile, vale a dire, la lode e l'azione di grazie, la preghiera, l'amore, il desiderio, la soddisfazione, infine tutto quanto può compensare le nostre negligenze.
Un'altra volta, quella divota vergine pregava per una persona, la quale domandava qual cosa il Signore potesse accettare in riparazione delle sue negligenze, e dallo Spirito Santo ricevette questa risposta: “Reciti tre volte ogni giorno il Laudate Dominum omnes gentes.
“Nel primo, all'alba, essa prenderà il fanciullo Gesù per mano e lo presenterà a Dio Padre con le opere della sua infanzia, onde supplire a tutto il bene che ha omesso quando era bambina.
“Il secondo Laudate, lo dirà alla messa, e pigliando il Signore Gesù come Sposo dell'anima sua, si scuserà davanti a Dio Padre, di non aver reso a questo divino Sposo quella corrispondenza di fedeltà e di tenerezza e tutta quella riverenza che gli sono dovute. Ricorderà i benefizi che da Lui ha gratuita­mente ricevuto, pe1rchè, mentre era vile e povera, Egli si degnò di arricchirla dei suoi beni. Infine, offrirà a Dio Padre l'ardentissimo amore e le virtù che contrassegnarono la giovinezza di Cristo.
“Alla sera, dirà il terzo Laudate Dominum; pigliando il Signor Gesù con tutta la sua vita perfettissima, lo presenterà a Dio Padre per riparare le sue negligenze, e chiederà che per mezzo di Lui, le siano supplite tutte le proprie imperfezioni.
“Inoltre, se vuole ricuperare completamente tutto quanto ha perduto e tutto quanto ha fatto di male o con negligenza, si accosti sovente al nobilissimo e degnissimo sacramento del Corpo di Cristo, il quale contiene in sé tutti i beni ed ogni grazia”.

CAPITOLO XII: LA SANTA MESSA

Metilde, al pensiero della sua personale miseria, disse al Signore “Ahimé, quale trista e miserabile Sposa non avete mai in me, o mio Signore! Non ardirei certo portare quell'anello che è segno di fedeltà, se non l'avessi ricevuto da Voi stesso!”
Il Signore le mostrò un anello grande abbastanza per contenere assieme il Signore e l'anima; e in quello brillavano sette gemme preziosissime. L'anima intese che queste gemme significavano sette maniere speciali con cui il Signore viene a noi nella Santa Messa.
Egli scende dapprima con tale una umiltà che non v'è creatura tanto vile verso cui non si inchini, purché essa lo desideri.
Viene con la pazienza perché non v'è peccatore, non v'è nemico ch'Egli non sopporti e non assolva, purché lo trovi pentito.
Viene con tanto Amore che alla sua presenza il cuore, più freddo e più ostinato può infiammarsi e, fondersi di amore, purché consenta a non opporvi resistenza.
Viene con una liberalità tanto generosa che non v'è povero il quale non possa esservi, magnificamente arricchito.
Viene per donare sé stesso a tutti sotto la forma di un alimento così dolce, delizioso e forte, che ogni malato ed ogni affamato possono trovarvi la sanità e la piena sazietà.
Viene con tale uno splendore che non v'è cuore cieco e tenebroso, il quale dalla sua presenza non possa essere purificato ed illuminato.
Viene, infine, così pieno di santità e di grazia, che l'uomo più vile d'animo e meno devoto può scuotere allora il suo torpore e infiammarsi di divozione.

Un giorno, non consentendole la sua debolezza l'andare più oltre, Metilde dovette fermarsi nel chiostro per ascoltare la messa; ma. ne gemeva e si doleva con Dio quasi fosse abbandonata.
Il Signore subito le disse “Dove sei tu, là sono anch'io”.
La Santa domandò. se vi fosse difetto alcuno che offendesse la coscienza nell'udire la messa soltanto da lontano.
“Conviene essere presente, rispose il Signore; ma, se non è possibile, bisogna cercare di essere vicino almeno in modo da udire le parole; l'Apostolo, infatti dice: La parola di Dio è viva, efficace e penetrante. La parola di Dio vivifica l'anima, diffonde in lei il gaudio spirituale, come si vede nei fedeli e nelle persone semplici che, senza intendere ciò che leggono, ne risentono un gaudio spirituale dal quale vengono eccitate alla penitenza. La parola di Dio fa che l'anima produca virtù reali ed opere buone; perché la penetra per illuminarla.
“Quando l'infermità, o l'obbedienza, o qualche causa ragionevole impedisca ad una persona di assistere alla messa, non importa dove stia, io sono con lei”.
Metilde ripigliò: “O Signore, ditemi ora qualche cosa della messa che viene ora celebrata, perché l'anima mia ne venga spiritualmente consolata”. Il Signore le rispose: “Ecco, si cantano i tre Agnus Dei. Nel primo, mi offro per voi a Dio Padre con la mia umiltà e la mia pazienza. Nel secondo, mi offro con tutta l'amarezza dei miei patimenti onde essere là vostra riconciliazione. Nel terzo, mi offerisco con tutto l'amore del mio divin Cuore, per supplire a tutti i beni che, mancano agli uomini.
“E sappi quanto farò per chi sente la messa con zelo e divozione: nell'ultima sua ora, per consolarlo, difenderlo, e formare per la sua anima un corteo d'onore, gli invierò tanti nobili Spiriti della mia celeste corte, quante saranno le messe che avrà sentite su la terra”.

Un'altra volta, nell'andare alla messa, Metilde vide il Signore scendere dal cielo, tutto vestito di bianco, dicendo: “Quando gli uomini vanno in chiesa, si preparino con la penitenza, percuotendosi il petto e confessando i loro peccati; in questo modo potranno portarsi incontro alla mia divina luce e riceverla in sé medesimi. Questa luce viene appunto rappresentata dalla fulgente bianchezza delle mie vesti”.

CAPITOLO XIII: COME SI DEBBA SCUOTERE IL TORPORE E IL SONNO

Un giorno d'estate, quella pia e divota Vergine che sempre con ardore aspirava verso le cose celesti, vide parecchie suore indolenti e sonnacchiose durante la messa. Animata dallo zelo della giustizia e insieme da un sentimento di pietà, disse al Signore: “Ah! Signore Iddio, che cosa è dunque l'uomo? 'Quanto è debole e miserabile, poiché persino durante i santi Misteri non può trattenersi dal sonnecchiare!”.
Il Signore disse: “Se si pensasse alle gioie del paradiso o almeno alle pene dell'inferno, ben si scaccerebbe il sonno”.
“Ma quelli che non hanno forza sufficiente, ripigliò la Santa, come Se la caveranno?”
“Se uno avesse un amico carissimo, disse il Signore, sarebbe dolentissimo di essere privato dalla sua familiarità. Così chi riflettesse ch'io sono l'amico infinitamente tenero e fedele, il quale a chiunque si avvicina a me scopro segreti così degni che pienamente accontentano ogni desiderio ed ogni volontà di sapere, sarebbe giustamente eccitato a cercare in me le sue delizie.
“Se si pensasse alla soavità con la quale posso saziare i cuori; se si sapesse quanto sia potente chi mi possiede e quanto perciò sia libero, col partecipare alla mia libertà, per adempiere senza ostacolo ciò che vuole, ti assicuro che si scaccerebbe il sonno”.

Dopo dolci colloqui con Dio, Metilde udì dal Signore queste parole: “Io sono tuo, sono in tuo potere, conducimi dove vorrai”. Ella lo condusse in coro verso le suore alle quali Egli attestò il suo tenero affetto, come se a ciascuna facesse un regalo. Domandò al Signore cosa avesse dato loro. - “Il soffio del mio Spirito”, disse il Signore.
“Qual profitto ne ricaveranno?” ripigliò Metilde.
“Il soffio del mio Spirito, continuò il Signore, fa risentire all'anima una certa dolcezza dalla quale nasce il gusto di Dio. Se l'anima vuole prestarsi e disporsi a ricevere di più, verrà anche la riconoscenza. Se praticherà la riconoscenza, così che non riceva dono alcuno da Dio senza risentirne una speciale gratitudine, con vigoroso ardore si porterà al bene e così avverrà che, camminando ogni giorno sempre più nella virtù, si troverà infine nell'abbondanza di ogni bene”.

CAPITOLO XIV: LA SANTA COMUNIONE

Un giorno, Metilde doveva accostarsi alla Comunione e non si riteneva degna, né preparata a dovere. Il Signore le disse: “Eccomi, io mi dono tutt'intero a te per essere la tua preparazione”; così dicendo pose il suo Cuore nel cuore della Santa, appoggiando il suo capo sul capo di quella. Metilde disse allora:
“Mio Signore, per lo splendore del vostro volto, illuminate la faccia dell'anima mia”.
Il Signore rispose: “Che cosa è la faccia dell'anima tua?” La Santa non rispondendo nulla, il Signore continuò: “La faccia dell'anima tua è l'immagine della Santa Trinità; quest'immagine, l'anima tua deve senza posa contemplarla sul mio volto come in uno specchio, onde vedere se non vi si trovi alcuna traccia di peccato”.
Da queste parole Metilde intese che sé qualcuno occupa la sua memoria in pensieri terreni e inutili, macchia nell'anima sua l'immagine divina.- Così pure chi applica il suo intelletto alla sapienza ed alle curiosità mondane, imbratta pure la faccia dell'anima propria. Chi si mette in disaccordo con la volontà divina, chi ama altra cosa fuorché Dio e si diletta nelle cose terrene, guasta in sé stesso l'immagine di Dio. Poiché l'anima schiava del corpo, contrae numerose macchie al contatto con le cose terrene, è necessario che sovente e specialmente quando sta per ricevere il Sacramento del Signore, l'uomo contempli il suo volto in quello specchio luminoso ed inalterabile che è la faccia del Signore.
Se la sposa è bella, il suo colorito è bianco e roseo: con la frequente confessione l'anima conserva la sua bianchezza; il costante ricordo della Passione v'i aggiungerà la freschezza della rosa.

Un'altra volta, prima di comunicarsi, quel. la divota vergine disse al Signore: “Ah! dolcissimo mio Dio, insegnatemi a prepararmi al regale banchetto del vostro Corpo e del vostro Sangue adorabile”. Il Signore replicò: “Che cosa fecero i miei discepoli quando li mandai a preparare la Pasqua che, nella sera prima della mia Passione, dovevo mangiare con loro?” D'un tratto, le parve di trovarsi in una casa meravigliosa e grande, dove vide una mensa d'oro coperta d'una tovaglia e di ricche stoviglie d'oro.
E il Signore disse: “Questa casa significa l'immensità della mia liberalità, la quale accoglie trionfalmente chiunque a quella si raccomandi. Chi vuole comunicarsi può rifugiarsi presso la mia clemente generosità, la quale lo accoglierà con materna bontà e lo proteggerà contro tutti i pericoli. La mensa è l'amore; chi deve comunicarsi si accosti all'Amore, e l'Amore sicuramente, con la partecipazione di tutti i suoi beni, arricchirà ogni povertà dell'anima indigente. La tovaglia è la mia tenerezza, la quale a guisa di stoffa è soffice, ossia affabile, soave ed oltremodo inclinata verso l'uomo. Nella mia tenerezza la creatura troverà un rifugio sicuro, perché il pensiero della mia mansuetudine e della mia misericordia la renderà audace per ottenere tutto quanto è necessario alla sua salvezza”.
Su la mensa comparve un agnello più bianco della neve, il quale col piede toccava, l'un dopo l'altro, ciascuno dei vasi e delle coppe di quella mensa; e subito si riempivano di cibi e di bevande divine.
L' Agnello era Cristo, unico cibo e vera refezione delle anime.
In quella casa, il servizio era fatto da due bellissime Vergini, le quali si chiamavano Misericordia e Carità. La Misericordia faceva da portinaia, e dopo introdotti quelli che arrivavano, li metteva a posto alla mensa; la Carità serviva i commensali e con grande liberalità versava da bere a tutti gli 'invitati.

Un giorno, nel mettere il segnale per avvertire la suora sacrestana che intendeva comunicarsi, Metilde disse al Signore: “Scrivete il mio nome nel vostro Cuore, o amabilissimo Signore, ed iscrivete pure nel mio cuore a ricordo perpetuo il vostro dolcissimo nome”.
Il Signore disse: “Quando ti accosti alla Comunione, ricevimi come se tu possedessi tutti i desiderii e tutto l'amore di cui un cuore umano possa essere acceso; in tal modo ti accosterai col più grande amore possibile. Ed io, da te accetterò questo amore, non come si trova in realtà nel tuo cuore, ma come se fosse tanto ardente come sarebbe il tuo desiderio”.

Un'altra volta, mettendo ancora il medesimo segnale, ella disse di nuovo: “Signore, scrivete il mio nome nel vostro Cuore”. E tosto le sembrò che il Signore portasse sul petto parecchie lettere d'oro ornate con sette gemme preziose; vide la prima lettera del proprio nome e ne intese il significato. La prima di queste gemme, indicava la purezza del cuore; la seconda, l'assiduo ricordo della vita e delle parole di Cristo; la terza, l'umiltà; la quarta, l'adempimento delle buone opere; la quinta indicava la pazienza nelle avversità; la sesta, la speranza; la settima infine, l'amore delle cose celesti. Con queste virtù, come di tante preziose gemme deve essere ornato chi si accosta alla santa comunione.

La Santa, prima della comunione, era solita meditare con maggior cura la Passione di Gesù Cristo. Se talvolta avesse trascurato questa pia pratica, temeva di aver mancato gravemente, perché il Signore aveva detto: Fate questo in mia memoria (Luc. XI, 19). Perciò, dopo aver pregato il Signore di spiegarle il senso di quelle parole, per ispirazione dello Spirito Santo le intese in questo modo: Vi sono tre cose da commemorare al momento della comunione. La prima è quell'eterno amore con cui Dio ci amò prima ancora che avessimo ricevuto l'esistenza. Egli prevedeva i nostri difetti e la nostra perfidia, tuttavia si degnò di crearci a sua immagine e somiglianza; e noi dobbiamo rendergliene grazie.
La seconda è quell'immenso amore che trasse il Figlio di Dio dal seno delle ineffabili delizie, che. godeva nella gloria del Padre, per abbassare la sua infinita maestà sino al fondo della miseria che ereditiamo dal nostro primo padre Adamo. La fame, il freddo, il caldo, la stanchezza, la tristezza, i disprezzi, i patimenti t la più ignominiosa delle morti, tutto Egli sopportò con una pazienza ineffabile onde liberarci da tutte le nostre miserie.
La terza è quell'inscrutabile amore con il quale il Signore, ad ogni momento, con paterna bontà ci mira e ci guarda, si prende cura di noi e ci protegge, cosicché Colui che è il nostro. Creatore, Signore e Redentore, sta sempre dinanzi all'Eterno Padre come nostro dolcissimo fratello, intercedendo per noi e trattando i nostri interessi come avvocato e fedelissimo ministro.
Queste tre cose dobbiamo ricordar sempre, ma specialmente quando ci accostiamo al celeste banchetto che il nostro dolcissimo Amore ci ha lasciato come il testamento perenne delle sue indicibili tenerezze.

Avendo pregato per una persona che si doleva con lei di risentire poca divozione quando si comunicava, Metilde da parte del Signore le diede questa istruzione: “Quando vorrai comunicarti, se ti sentirai il cuore tiepido nella preghiera, e privo di amore e di desiderio, griderai con tutto il tuo cuore verso Dio e gli dirai: Traetemi dietro a voi; cammineremo all'odore dei vostri profumi (Cant. I, 3).
“A questa parola Traetemi, penserai quanto sia vigoroso ed immenso quell'amore che trascinò il Dio Onnipotente all'ignominioso supplizio della Croce; quindi ecciterai in te il desiderio che Colui il quale disse: Quando sarò elevato da terra, attirerò tutto a me, attiri a sé. il tuo cuore e ti faccia correre nell'amore e nel desiderio, all'odore dei tre aromi usciti dal nobilissimo abisso del suo Cuore onde profumare il cielo e la terra.
“Il primo di questi aromi è un'acqua di rosa, che l'amore sul fornello della carità ha distillato da quella nobilissima rosa che sta sul petto del Signore. Userai di questo profumo per lavare la faccia dell'anima tua; e se, dopo un serio esame, troverai in te qualche macchia di peccato, pregherai perché sia lavata in quella fonte di Misericordia in cui fu purificato il ladrone su la croce.
“Il secondo aroma è quel vino rosso del nobile sangue che il torchio del divino Amore fece zampillare su la Croce e che dalla vermiglia piaga del divin Cuore uscì insieme con l'acqua; pregherai perché la faccia dell'anima tua da questo vino sia colorita e fatta bella, affinché tu possa degnamente accostarti a questo gran banchetto.
“Il terzo aroma è l'eminentissima e copiosissima dolcezza del divin Cuore, la quale neppure nell'amarezza della morte poté subire diminuzione alcuna. Lo chiamano balsamo; è superiore ad ogni altro profumo aromatico e può guarire tutti i languori dell'anima. Prega perché questo profumo, sia diffuso nel tuo cuore, affinché l'anima tua gusti e senta quanto sia dolce il Signore; e così s'impingui, si dilati e si incorpori. in Colui che con tanto amore si è dato a te.
“Che se non risentirai ancora soavità alcuna, tu pregherai perché il tuo fedele e tenero Amante si degni di non prendersi nausea della tua accidia, ma voglia riscaldare in sé medesimo la tua freddezza, ed Egli solo sia glorificato in tutte le tue opere, quaggiù e per l'eternità”.

Pregando Metilde per una persona che aveva paura di accostarsi troppo frequentemente alla santa Comunione, il Signore le rispose:
“Quanto più è frequente la comunione, tanto più l'anima si purifica, in quella guisa che il corpo tanto più si fa mondo quanto più frequentemente viene lavato. Quanto più una persona si comunica, tanto più io opero in lei, ed ella opera in me, dimodochè, le sue opere diventano più sante. Quanto più affettuosamente una persona si comunica, e tanto più profondamente si immerge in me; quanto più penetra nell'abisso della mia Divinità, tanto maggiormente l'anima sua si dilata e si fa capace della Divinità, in quella guisa che l'acqua quando sovente scorre sur un terreno, vi scava un letto più profondo in cui l'acqua può scorrere sempre più abbondante”.

Mentre una suora inferma stava per comunicarsi, Metilde vide Gesù, il Dio di Maestà, come uno sposo pieno di giovinezza, seduto sur un alto trono davanti al letto dell'ammalata. Quando il sacerdote depose la santa Ostia su le labbra di quella, Gesù Cristo medesimo: pane di vita ed inesauribile alimento degli Angeli, si donò tutt'intero a quell'anima, offrendole da baciare la sua bocca vermiglia ed aprendo le braccia per accoglierla. Così quell'anima beata, come una bianca colomba, divenne talmente una cosa sola col Diletto, che non si scorgeva più in lei che Dio solo.

Mentre pregava per una persona che, per tiepidezza e leggerezza, tralasciava sovente di ricevere il corpo di Gesù Cristo, la vide in presenza del Signore e udì queste parole: “Carissima mia, Egli le diceva, perché mi fuggi tu?”
Metilde si meravigliò che una parola così amabile fosse rivolta a quella persona; ma il Signore ripigliò: “In tutti i giorni della sua vita, la chiamerò con questo nome”.
Metilde concepì il timore che dopo la morte essa perdesse un tale nome, ma il Signore ripigliò di nuovo: “Questo nome le resterà in eterno”.
E l'anima di quella persona le apparve, davanti a Dio sotto la forma di una bellissima vergine verso la quale il Signore si volgeva dicendo: “Approssimati con la fiducia nella Onnipotenza del Padre che ti riconforti; nella Sapienza del Figlio che ti illumini; nella benignità dello Spirito Santo che ti riempia di soavità”.

Un'altra persona era tentata allo stesso modo, perché nell'accostarsi a quel Sacramento di vita, di cui tuttavia nessuno può giudicarsi degno, ella sempre temeva di esserne indegna in un modo tutto speciale; Metilde pregò per lei con fiducia ed ebbe questa risposta: “Si accosti sovente a me, ed ogni volta la riceverò come una vera regina”. Da queste parole, quella persona tentata, restò molto consolata e ne ringraziò il Dio di bontà.

CAPITOLO XV: IN QUAL MODO IL CUORE DELL'UOMO SI UNISCA AL CUORE DEL SIGNORE

Avendo Metilde ricevuto il Sacramento del santissimo Corpo di Gesù Cristo, dopo dolci colloqui le parve che il Signore le pigliasse il cuore e lo stringesse al suo divi n Cuore talmente che non facessero più che un sol cuore. Ed Egli le disse: “È mia volontà che i cuori degli uomini mi siano uniti coi loro desiderii in modo che la creatura non desideri più nulla, ma disponga tutte le sue aspirazioni secondo il mio Cuore. Così, quando due venti soffiano insieme non si distinguono più, ma spirano un'aria sola.
“La creatura deve parimenti, essermi unita nelle sue azioni. Quando, per esempio, vuole procurarsi le cose necessarie al corpo, come il cibo, il sonno, le vesti ed altre cose simili, dica nel suo cuore: “Signore, in unione con l'amore per cui avete creato per me queste cose o questa comodità, e ne avete usato Voi medesimo per l'onore del Padre vostro e per la salvezza degli uomini, io benché peccatore indegno d'ogni vostro bene, l'accetto per vostra eterna lode e per la necessità del mio corpo.
“Riceva ancora le cure ed i servizi che gli altri le prestano in unione con l'amore dal quale sono animati a gloria di Dio, e al fine di ottenere ché si santifichino e ricevano il premio della loro carità.
“Nel fare una cosa per ubbidienza, dica: “Signore, in unione con quell'amore per cui vi degnaste di lavorare con le vostre proprie mani e ancora, lavorate senza posa nell'anima mia, adempirò questo compito che mi imponete, per la vostra gloria e per l'utilità del mio prossimo. E perché Voi avete detto: Senza di me non potete far nulla, vi prego che questo atto sia unito e compiuto insieme con la vostra perfettissima azione e così sia perfetto, a guisa di una goccia d'acqua, la quale essendo caduta in un gran fiume naturalmente ne segue tutta la corrente”.
“Infine, l'unione deve compiersi per l'accordo della volontà, vale a dire che l'anima voglia tutto ciò che voglio io, nell'avversità come nella prosperità.. Due metalli preziosi fusi assieme nel crogiuolo non possono più separarsi; così, per l'amore l'uomo diventa uno spirito solo con me, ciò che è in questa vita il punto più alto della perfezione e della virtù”.

CAPITOLO XVI: COFANO A TRE SCOMPARTIMENTI, SIMBOLO DEL CUORE UMANO

Un'altra volta, dopo aver ricevuto il Corpo del Signore, Metilde vide davanti a sé un cofano meravigliosamente decorato di oro e di preziose gemme; nell'interno era bianco. e diviso in tre parti. In alto conteneva vasi d'oro; nel mezzo ricche vesti; in basso una sorta di. cibo delicatissimo. Tale cofano era simbolo del cuore umano ripieno di virtù e di opere buone.
I vasi d'oro posti nel compartimento più in alto rappresentavano i cuori dei Santi, sempre disposti a ricevere la grazia dello Spirito Santo. Dobbiamo imitarli nel preparare i nostri cuori a ricevere noi pure la divina grazia. Il colore bianco. dell'armadio significava che l'anima, se vuole piacere a Dio, deve custodirsi pura e libera da tutto ciò che è terreno, e da ogni preoccupazione rispetto alle azioni altrui.
Le azioni di Gesù Cristo nella sua Umanità erano rappresentate dalle ricche vesti poste nella seconda parte del cofano. Ve n'erano di quattro sorte: vesti di porpora, ornate di trifogli d'oro; abiti verdi, con ricami di rose d'oro; vesti azzurre, cosparse di stelle d'oro; infine vesti rosse, decorate con gigli pure d'oro.
E come nella sua ammirazione la Santa pensava quale fosse il significato di queste vesti, ricevette dal Signore questa risposta: “Tu sceglierai per me una veste secondo il desiderio del mio Cuore. Quando loderai la mia infanzia, la quale in sé conteneva tutta la maestà della Trinità, mi darai la veste di porpora ornata di trifogli d'oro; quando farai memoria della mia adolescenza, mi coprirai con la tunica viola ricamata di rose d'oro, la quale rappresenta le delizie della mia Divinità ch'io sono venuto a comunicare agli uomini secondo queste parole: Le mie delizie sono di stare coi figli degli uomini. - Io che sono Figlio di Dio con tutta la pienezza della Divinità, mi feci figlio della Vergine, figlio dell'uomo, ed alla Vergine Madre mia, ed a lei sola, pienamente comunicai le delizie della mia Divinità”.
Metilde disse: “Perché, amabilissimo Signore, durante la vostra vita sì pochi uomini hanno goduto queste vostre delizie?” ­ “Non le potevano gustare prima ch'io le avessi acquistate, per così dire, con la mia Passione e Morte”, rispose il Signore. - “Che significano, Signore, continuò Metilde, le vesti rosse?” - “La mia Passione, disse il Signore, tutta rosseggiante di sangue; i gigli d'oro esprimono la mia innnocentissima morte; quando ne farai memoria, tu mi coprirai con tali vesti”.
La santa disse ancora: “Che cosa significano quei cibi posti nella parte inferiore del cofano?” Il Signore rispose: “Il sapore delle grazie e le delizie che l'anima in questo mando può gustare nel sacramento dell'Eucaristia, dove veramente si contiene ogni grazia ed ogni dolcezza. L'uomo che riceve questo sacramento mi nutre ed io, lo nutro”.
L'anima ripigliò: “Ma, perché mai, o Signore, questo cibo viene posto nella parte più inferiore del cofano? - Perché io, sono a te più intimo di tutto quanto può esservi di più intimo”, concluse il Signore.

CAPITOLO XVII: LE ORE CANONICHE

Quella pia Serva di Cristo; dopo aver sentito un giorno predicare su le nozze, disse al Signore: “Ahimé! O mio tenero Sposo, quale sposa infedele non sono mai io per Voi ogni giorno! Non vi ho mai dimostrato il mio amore di sposa, come ne ero in dovere verso di Voi, mio vero Sposo!”. Il Signore subito le comparve in una gloria ineffabile e deliziosa, dicendo: “L'uso talvolta porta che dopo un viaggio dello sposo in un lontano paese, al ritorno gli sposi rinnovino le loro nozze. Bisogna che faccia così anch'io. Per l'anima che ama, un giorno solo lontano da me è più penoso di mille anni di separazione per una sposa della terra”. Egli pose dunque il suo divin Cuore sul cuore della sua diletta, dicendole: “Oramai il mio Cuore è tuo e il tuo è mio”, e con un dolce abbraccio in cui mise tutta la sua forza divina, attrasse talmente quest'anima che non sembrava più che uno Spirito solo con Lui.
La Santa disse ancora al Signore: “La sposa abitualmente produce dei frutti per il suo sposo; qual frutto, o valoroso mio Sposo, potrò io presentarvi?” - “Ogni giorno, rispose il Signore, mi darai sette frutti: dapprima, durante la notte quando ti alzerai, per riverenza verso l'amore che mi spinse carico di catene nelle mani degli empi e mi rese obbediente fino alla morte; disporrai il tuo cuore ad obbedire in quella giornata a tutto quanto
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ti sarà ingiunto, anche a costo di qualche atto eroico come ne fanno i Santi.
“Verso Prima, per riverenza verso quella umiltà con la quale, come agnello dolcissimo, mi lasciai trascinare davanti ad un giudice iniquo, ti sottometterai, per causa mia, ad ogni creatura, pronta ad eseguire i lavori più umili e vili.
“All'ora di Terza, per causa di quell'amore per il quale volli essere disprezzato, sputacchiato e saziato di obbrobri, ti stimerai degna di essere da tutti umiliata e vilipesa.
“All'ora di Sesta, crocifiggerai il mondo a te stessa e te al mondo, pensando ch'io, tuo Amante, per amor tuo fui inchiodato su la Croce; perciò le delizie e le dolcezze del mondo siano per te amare come una croce.
“All'ora di Nona, morrai al mondo e ad ogni creatura, dimodochè l'amarezza della mia morte divenga per il tuo cuore talmente dolce che ogni creatura ai tuoi occhi sia vile e disgustosa.
“Verso l'ora dei Vespri, in cui fui deposto dalla Croce, penserai con. gioia, che dopo morte, per tutti i tuoi travagli troverai nel mio seno un felice riposo.
“All'ora di Compieta, parimenti, penserai a quella beatissima unione in cui, divenuta con me uno spirito solo, con somma intimità godrai perfettamente di me medesimo. Questa unione quaggiù incomincerà con la concordia tra la mia volontà e la tua nella gioia come nelle contrarietà, e giungerà al suo perfetto compimento, in quella gloria che non avrà mai fine”.

Chi vuol devotamente cantare le Ore, stia attento a tre cose. Dal principio sino ai salmi, lodi ed esalti l'abisso di umiltà in cui dall'alto dei cieli la suprema Maestà si abbassò scendendo in questa valle di miserie. Con tale umiltà il Dio degli Angeli si fece fratello e compagno degli uomini; più ancora, si fece il loro umile servitore, secondo quanto ha detto Lui medesimo: Non sono venuto per essere servito, ma per servire (Matth. XX, 28). Per onorare questa umiltà, si inchini con divozione.
Durante i salmi, esalti l'inscrutabile Sapienza di Dio, la quale si degnò di conversare con gli uomini e di istruirli Egli medesimo, con discorsi ed avvertimenti. Con gli inchini gli renda grazie per la dottrina e le dolci parole emanate dal suo Cuore, attraverso le sue divine labbra. Renda grazie ancora per tutti gli oracoli dei Profeti, per le predicazioni ed i discorsi dei Santi, avendo essi. parlato sotto l'ispirazione dello Spirito Santo. Ringrazi inoltre per ogni divina influenza esercitata su l'uomo dalla grazia spirituale secondo il beneplacito della divina volontà.
Dopo i salmi sino alla fine delle Ore, esalti la dolce benignità che si manifestò in tutto ciò che il Signore fece e soffrì, e renda grazie per tutti i desiderii, preghiere ed altre opere buone che Egli. compì per gli uomini. Offra poi azioni di grazie in modo speciale per tutto ciò che fece e soffrì in ciascuna delle ore.
Il Signore comparve una volta alla sua Serva durante le ore del sonno. Ella gli domandò, tra altre cose, se ciò che si dice dei vizi che non v'è peccato così leggiero il quale non sia aggravato dall'abitudine, sia vero anche delle virtù, dimodochè queste acquistino davanti a Dio maggior merito con la pratica abituale.
Il Signore rispose: “Non v'è atto buono, per quanto piccolo, che davanti a Dio non compaia grande, quando venga praticato con costanza”.
L'anima ripigliò: “Quale sarebbe il minimo bene, nel quale l'uomo possa più frequentemente esercitarsi con profitto?”
Il Signore disse: “Quello di recitare le Ore con attenzione e divozione; non già che questo sia un atto di poco valore, ma perché il minor bene che si possa fare è di adempiere il proprio dovere.
“Nel dar principio alle Ore, si dica dunque col cuore ed anche con le labbra: “Signore in unione con quella divina intenzione con cui su la terra Voi in onore del Padre Vostro osservaste le Ore canoniche, io adempio questa Ora in vostro onore”. Poi, per quanto si può, non si presti più attenzione a nulla fuorché a Dio. E quando una tal pratica frequentemente ripetuta sarà diventata un'abitudine, questo esercizio sarà sì sublime e sì nobile davanti al Padre mio, che sembrerà uno stesso esercizio insieme col mio”.
In seguito, il Signore essendole ancora comparso nella orazione, ella gli domandò se davvero Egli avesse celebrato le Ore su la terra. Il Signore si degnò di rispondere: “Non le recitai al vostro modo; tuttavia in quelle ore, io rendevo omaggio a Dio Padre. Tutto quanto si osserva dai Cristiani, lo inaugurai io medesimo, come, per esempio, il Battesimo. Osservai e compii queste cose per i cristiani, santificando così e rendendo perfette le opere dI quelli che credono in me. Perciò dissi a mio Padre: Mi santifico per loro, affinché essi pure siano santi in me (Joan., XVIII, 19).
“Nelle sette Ore canoniche, voi fate memoria di ciò che. soffrii in quelle Ore medesime: io pure, nella mia sapienza, prevedevo tutto ciò che dovevo soffrire, come attesta l'Evangelista dicendo: Perciò Gesù sapendo tutto ciò che doveva accadergli (J. XVIII, 4)”.

Pregando per una persona che si doleva con lei di dire sovente le Ore senza divozione e con distrazioni, Metilde ricevette da Dio questa risposta: “Aggiunga sempre in fine delle Ore queste parole: Signore, siate propizio a me peccatore, oppure queste: Agnello dolcissimo, abbiate pietà di me: con l'intenzione di riparare in questo modo la sua negligenza”.
Metilde ripigliò: “Ma se dimenticasse di osservare questa pratica in fine di ciascuna Ora?” Il Signore rispose: “Se non si ricorda di dire questa preghiera dopo tutte le Ore, la dica almeno sette volte al giorno, non importa in qual momento, onde supplire alle sue negligenze.
“Se queste parole: Signore, siate propizio a me peccatore ebbero tanta efficacia da meritare al pubblicano la remissione di tutti i suoi peccati, perché non otterrebbero a chiunque il perdono delle sue negligenze? La mia Misericordia non è forse oggidì tanto clemente come in quel tempo?”

CAPITOLO XVIII: DOMANDARE AL SIGNORE CHE CI CONSERVI LA FEDE

Se uno raccomanderà a Dio la sua fede nel modo seguente, otterrà la grazia di essere preservato negli ultimi suoi momenti da ogni tentazione contro la vera fede.
In primo luogo, il cristiano raccomandi la sua fede alla Onnipotenza del Padre, pregandolo che per la virtù della sua Divinità voglia fortificarlo per modo che non possa mai allontanarsi dalla vera fede. Poi la affidi all'inscrutabile Sapienza del Figlio di Dio, pregandolo che lo illumini con gli splendori della sua divina scienza dimodochè non sia mai sedotto dallo spirito di errore. Infine, si raccomandi alla benevolenza dello Spirito Santo, supplicandolo perché la propria fede non operi mai che per amore alla presenza di questo divino Spirito, affinché all'ora della morte l'anima sua sia consumata nella perfezione.

CAPITOLO XIX: SUL MODO DI ADDORMENTARSI

Metilde, un giorno, vide l'anima sua nel seno del Signore sotto la forma d'una piccola lepre addormentata con gli occhi aperti e disse: “Signore mio Dio, datemi l'istinto di questo animale, affinché quando il mio corpo si addormenta, il mio spirito vegli per Voi”.
“Si dice, rispose il Signore, che la lepre rumini e dorma con gli occhi aperti: così nell'andare a prendere il tuo riposo, ruminerai questa strofa:
Oculi somnum capiant,
Cor ad te semper vigilet,
Dextera tua protegat
Famulos qui te diligunt.
Gli occhi piglino sonno; il cuore a te sempre vegli; e la tua destra difenda i tuoi servi che ti amano46.
“Oppure penserai a Dio e con Lui parlerai; se uno si addormenterà. in questo modo, il suo cuore veglierà sempre per me. Che se nel sonno gli capitasse qualche male, tuttavia non sarà separato da me.
“All'ora del sonno, l'uomo mandi un sospiro, come dal fondo del mio Cuore, in unione con quella lode che da me derivò in tutti i Santi, onde supplire a quella lode che ogni creatura è in dovere di offrirmi.
“Sospiri ancora in unione con quella gratitudine che i Santi, attingendo nel mio Cuore, mi dimostrano per i doni a loro concessi.
“Sospiri inoltre per i suoi propri peccati e per quelli del mondo intero, in unione con quella compassione che mi indusse a portare sopra di me i delitti di tutti.
“Sospiri desiderando affettuosamente tutto il bene che è necessario agli uomini per la gloria di Dio e per la loro utilità personale, in unione col divino desiderio che ebbi su la terra per la salvezza del genere umano.
“Da ultimo, sospiri in unione con tutte le preghiere che dal mio divin Cuore fluiscono in quello di tutti i Santi, per la salvezza degli uomini, dei, vivi e dei morti. Se uno desidererà che ogni suo respiro nel sonno mi sia gradito come un incessante sospiro, meriterà ch'io lo riceva come tale, perché non posso rifiutar nulla ai desiderii dell'anima che mi ama”.

CAPITOLO XX: CRISTO ACCORRE AL GEMITO DEL MISERO

Un giorno di festa, mentre la Comunità si accostava alla comunione, quella Serva di Cristo, giacendo a letto inferma e in una grande aridità di spirito, gemeva con Dio nell'intimo del suo cuore; vide allora il Signore alzarsi con fretta dal suo trono dicendole: Per causa della miseria degli indigenti e dei sospiri del povero, ora mi alzerò (Ps., XI, 6).
A suo esempio, tutti i Santi si alzarono ed offrirono a Dio, per la consolazione di quest'anima, tutti i servizi che gli avevano resi quaggiù e tutto quanto ad eterna lode vi avevano sofferto.
Di più, il Signore. Gesù offrì pure a Dio Padre tutto ciò che gli appartiene, dicendo: “Io porrò l'oppresso nel Salutare, vale a dire, in me stesso e per me stesso adempirò i suoi desiderii”; e in tal modo rese a Dio Padre per lei degne lodi.
La luce divina le fece intendere che ogni qual volta l'anima afflitta manda i suoi sospiri verso Dio, sia per lodarlo, sia per ottenere qualche grazia, subito i Santi si alzano, lodano Dio tutti assieme per quell'anima, e le ottengono la sospirata grazia. Se geme per i propri peccati, essi le implorano perdono. Né ciò basta per Gesù Cristo; Egli si alza pure e dice: “Io la porrò in salvo; vale a dire soddisferò io medesimo e da me stesso il suo desiderio; a Dio Padre offrirò le mie lodi per lei, e in tal modo largamente supplirò a tutto quanto ella può desiderare”.
Dopo averla così illuminata, il Signore le disse: “Poiché anche un solo sospiro viene da me così favorevolmente accolto, come mai nell'anima del povero potrà rimanere ancora qualsiasi tristezza?”

Un'altra volta, come essa nel suo desiderio gemeva di nuovo presso il Signore, Egli le disse: “Che cosa hai tu ancora? Ogni volta che tu gemi, mi attiri in te, perché mi sono fatto tutto a tutti e in tutte le cose. Per acquistare l'oggetto più piccolo ed insignificante, non fosse che un filo o un fuscellino di paglia, non basta la sola volontà; ma per possedermi, basta una sola intenzione, ed anche un solo gemito”.

CAPITOLO XXI: CRISTO NELL'ANIMA RINFRESCA GLI ARDORI DEL SUO DIVIN CUORE

Una volta Metilde, piena di tristezza, si doleva di vedersi inutile perché, a motivo dell'infermità, non poteva osservare i regolamenti dell'Ordine; ma il Signore le disse: “Ah! vieni al mio soccorso! Lasciami rinfrescare in te l'ardore del mio divin Cuore!”
Da tali parole la Santa comprese che l'anima la quale liberamente e volentieri sopporta le pene del cuore, la tristezza, l'abbattimento ed ogni genere di tribolazioni, in unione con l'amore per cui Gesù Cristo su la terra sopportò le afflizioni, le pene, e infine una morte ignominiosa; intese, diciamo, come quest'anima offra al Signore in sé medesima un rinfresco per l'ardore del divin Cuore.
Infatti, non è forse Cristo sempre alla ricerca della salvezza dell'uomo? Non potendo più soffrire in sé stesso, si degna di supplire coi diletti amici che a Lui con fedele amore aderiscono. La sua Passione giovò al mondo intero, non solo agli uomini del suo tempo ma a tutti quelli che crederanno in Lui sino alla. fine dei secoli; in tal modo le sofferenze e le tribolazioni di quelli che lo amano, contribuiranno al merito dei giusti, al perdono. dei peccatori ed alla felicità eterna dei defunti.
E quando entrerà in cielo quell'anima che su la terra sarà stata il rinfresco del divin Cuore, volerà dritto verso il Cuore di Dio; penetrata dalla Divinità come da un'unzione preziosa, ella andrà ad ardere con ciò che avrà sopportato per amore di Cristo, nella fiamma di questo Cuore tutto infiammato. Come un profumo fragrantissimo e un balsamo preziosissimo, ella in tutto il cielo diffonderà la soavità del suo odore, dal quale i Santi riceveranno accrescimento di gaudio e di delizie. È questo ciò che viene espresso nel salmo: Ti unse Iddio, Iddio tuo, con olio di letizia a preferenza dei tuoi compagni (Ps. XLIV, 8).

CAPITOLO XXII: QUANTO È PREZIOSA PER IL SIGNORE L'ANIMA DELL'UOMO

Una volta, mentre si cantava questo versetto: “Dulcem vocem audient justi: I giusti sentiranno una dolce voce, quella Serva di Cristo si ricordò di un pegno che Dio altre volte le aveva dato, e gliene rese grazie con dolcissima effusione.
Il Signore le disse: “Io sonò il tuo pegno, e tu sei il mio”.
Ma la Santa pensava come mai essendo sprovvista di ogni merito, potesse essere il pegno di Dio; e il Signore continuò: “Tutti gli uomini sono come un pegno depositato nelle mie mani, perché tutti sono obbligati a rifondermi il prezzo della mia morte, secondo queste parole dell'Apostolo: Mortificate le vostre membra che sono su la terra (Col., III, 5). Ogni uomo, infatti, deve mortificare ciò che in lui vi è di vizioso, affinché prima della morte o almeno al momento della morte, libero da ogni peccato, possa restituirmi con gaudio il mio pegno il quale non è altro che l'anima sua.
“Ma gli uomini spirituali sono, in un modo più speciale, i miei ostaggi, avendoli io chiamati a una gloria singolare e sovreminente. Ogni volta che mi offrono la loro volontà in qualche opera difficile ed ardua, si presentano a me come un pegno decorato di un nuovo ornamento. lo mi comporto come un uomo il quale, conservando presso di sé qualche cauzione di un suo amico, ogni volta che la guarda l'arricchisce di oro e di preziose gemme”.

Durante la messa, quella divota vergine vide una volta il Signore su l'altare sotto la figura di un'aquila d'oro, e pensò subito che in quella guisa che il volo dell'aquila è il più elevato e il suo sguardo è il più penetrante; così l'aquila divina penetra sino alla profondità del cuore umile.
Le parve pure che quell'aquila avesse il becco ricurvo e una lingua dolcissima. Il becco significava i discorsi del Signore che trapassano il cuore con la divozione, mentre la lingua figurava la loro dolcezza. L'aquila nella sua preda cerca sempre n boccone migliore, ossia il cuore, così Dio desidera sempre il nostro cuore e la dolce offerta che possiamo fargliene.

Un'altra volta Dio le disse: “Nulla mi procura delizie come il cuore degli uomini, eppure raramente ne posso godere! Ho tutti i beni in abbondanza, non mi manca che il cuore degli uomini, e sovente me lo rifiutano”.

CAPITOLO XXIII: COME ESERCITARE LA PROPRIA MEMORIA INTENZIONI


Quella pia vergine pregava un giorno il Signore che si degnasse farle il dono di averlo sempre presente alla memoria del proprio cuore. Il Signore le mostrò il suo divin Cuore come una casa. L’anima, svolazzando come una colomba, entrò in quel Cuore amantissimo e vi trovò un mucchio di frumento. Il Signore le disse: “Quando la colomba trova del frumento in grande quantità, non porta via tutto, ma sceglie quei pochi granelli che le piacciono. Così devi fare anche tu; quando sentirai o leggerai la parola di Dio, la tua mente non potrà ritener tutto; raccoglierai tuttavia alcune parole onde ripassarle nella memoria e penserai: “Vediamo, in questa lettura che cosa ti insegna o ti prescrive il tuo Diletto?”

Nel medesimo giorno udì alla messa il Vangelo: Simile est regnum coelorum thesauro: Il regno del cielo è simile ad un tesoro; e disse al Signore: “Mio dolcissimo Maestro, che cosa debbo notare in questo Vangelo, secondo quanto mi avete suggerito?”
Il Signore rispose: “Che cosa è un tesoro? Un tesoro è composto di oro, di argento e di pietre preziose. L'oro indica l'amore, l'argento significa le opere buone, le gemme significano le virtù. L'argento è un metallo sonoro: così le buone opere rendono un suono dolcissimo alle mie orecchie. Se uno compierà opere buone dicendo a sé medesimo: Il tuo Dio si fece umile e si degnò di abbassarsi nelle opere basse e servili, tanto più tu che sei un vile omuncolo, devi essere umile e sottomesso; io ne scriverò il ricordo nel mio Cuore e nulla potrà mai cancellarlo. Analoghi pensieri si possono pure avere nella pratica delle altre virtù e così fare tutte le proprie azioni in mia memoria”.

Scorgendo un giorno una colomba nel suo nido, Metilde disse al Signore: “Ah, mio Diletto! in qual nido potrei riposarmi nel meditare?” Il Signore rispose: “Riunisci queste due estremità: l'altezza della mia suprema Divinità e la profondità della tua bassezza, e riposati in questi pensieri come l'uccello nel suo nido, riflettendo soprattutto alla grandezza della divina Maestà. Non discende forse la mia Maestà sino alla bassezza quando per l'effusione della grazia penetra sino al midollo dell'anima tua e ti unisce a me con una felice unione?”
Metilde usava in questo modo consultare il Signore a proposito di, tutte le sue azioni anche minime e volgari, cercando in ogni cosa il beneplacito della divina volontà.
Ella, un giorno, vide un'altra persona fare un atto di cui rimase scandalizzata, ma subito riconobbe la sua colpa e la confessò al Signore il quale le disse: “Quando ti capiterà di vedere qualche atto disordinato o scandaloso, mi loderai per la nobiltà di tutti gli atti miei. Quando vedrai qualcuno darsi alla superbia, mi loderai nella profondità della mia umiltà per cui mi sottoposi a tutti, benché fossi il Signore di tutti. Quando vedrai qualcuno trasportato dalla collera, mi loderai per la mansuetudine per cui davanti ai miei giudici comparii come un agnello; quando vedrai qualcuno darsi all'impazienza, mi loderai per la mia pazienza nel sopportare tutti. In tal modo, tutto quanto potrà dispiacerti, tutto supererai per mezzo mio, perché tutto quanto vedrai in me, sommamente ti piacerà”.

Un'altra volta il Signore le disse: “Cercami nei tuoi cinque sensi, a guisa di un ospite che, aspettando l'arrivo di un amico carissimo, guarda per le porte e per le finestre onde vedere se l'amico aspettato infine non arrivi; così l'anima fedele deve cercarmi senza posa per mezzo dei suoi sensi che sono le finestre dell'anima.
“Se vede cose belle ed amabili, pensi quanto sia bello, amabile e buono Colui che le ha fatte, e subito si elevi verso il Creatore dell'universo.
“Quando sente qualche melodia soave o qualche discorso piacevole, dica a sé stesso: Oh! quanto sarà dolce quella voce che un giorno mi chiamerà; quella voce che a tutte le voci comunica armonia e soavità ! E quando udrà conversazioni o letture, stia attenta se oda qualche cosa in cui possa ritrovare il suo Diletto.
“Parimenti se parlerà, questo sia per la gloria di Dio e la salvezza dei suoi fratelli. Nel cantare o nel leggere avrà. questo pensiero: “Vediamo, con questo versetto o con questa lettura cosa mi dice o mi préscrive il mio Diletto?
“In tutto adunque, l'anima fedele cerchi il suo Diletto affinché gusti la soavità delle divine dolcezze. Usando dell'odorato o del tatto, si comporti allo stesso modo, ricordandosi quanto sia soave lo Spirito di Dio e quanto saranno dolci i suoi baci ed i suoi divini abbracci.
“Ogni cosa piacevole deve dunque richiamarle la memoria delle delizie nascoste in Dio, il quale creò ogni bellezza ed ogni diletto affinché conoscessimo la sua bontà e ci portassimo al suo amore.
“L'anima deve comportarsi come lilla buona madre di famiglia che aiuta nel lavoro il suo caro fanciullo e non gli lascia sopportare da solo nessuna fatica. Così, la mia sposa fedele deve avere l'intenzione di soccorrere la S. Chiesa, nella quale Dio sempre agisce; di offrire al Signore, per quanto è in suo potere, le lodi, le azioni di grazie e le preghiere che gli verrebbero offerte da tutte le creature insieme, se queste fossero fedeli; e infine tutto il servizio che da, ognuna in particolare dovrebbe essergli reso. Inoltre, sia disposta a sopportare tutte le pene, tutte le tribolazioni e tutte le fatiche che mai siano state sofferte per amore di Dio”.

CAPITOLO XXIV: DELL' OBBEDIENZA E DEL TIMORE. IL CORPO E L'ANIMA

Metilde, vedendo un giorno la portinaia scomodata durante la messa per l'arrivo di ospiti, ne ebbe compassione e pregò per lei. Il Signore le disse: “Ogni passo che uno fa per obbedienza, è come un danaro che deposita nelle mie mani per accrescere la somma dei suoi meriti.
Metilde ripigliò: “Dolcissimo mio Dio, ben doloroso per me non poter seguire la comunità per causa della mia malattia; tuttavia ve ne rendo grazie, perché così almeno sono libera da tante occupazioni”.
Il Signore le disse: “Quando eri occupata negli uffici comuni, tu temevi sempre di essere disturbata nella tua, vita spirituale e nell'uso del dono che hai ricevuto; adesso temi di ricevere da chi ti assiste cure maggiori di quanto sia richiesto dalle tue infermità; in tal modo l'uomo giusto conserva il timore in tutto quello che fa, come si dice di Giobbe al quale resi questa testimonianza che su la terra non v'era uomo simile nel timor di Dio e nella fuga del male: “Verebar omnia opera mea: Temevo per tutte le mie azioni (Iob., IX, 28)”.

Un'altra volta, il Signore le disse: “L'opera migliore e più utile in cui l'uomo possa far uso della sua bocca è la lode di Dio e la frequente conversazione con Lui, ossia l'orazione. Gli occhi non possono far nulla di più lodevole che di versare lagrime d'amore o di leggere la Sacra Scrittura, e le orecchie, nulla di migliore che di ascoltare volentieri la parola di Dio e di tenersi pronte ad udire gli ordini dei Superiori. L'opera migliore delle mani è di innalzarle al cielo in una preghiera pura, oppure di tenerle occupate a scrivere o a lavorare. Ciò che vi è di migliore per il cuore è di amare e desiderar Dio con fervore e di pensare dolcemente a Lui nella meditazione. Per l'esercizio di. tutto il corpo, le genuflessioni, le prostrazioni e le opere di carità saranno di grande utilità”.

Il Re della gloria, Cristo le apparve un giorno in alto, circondato di uno splendore indicibile, nella pienezza del suo gaudio, vestito di un abito d'oro con colombe ricamate, e ricoperto d'un manto rosso. Questo abito era aperto dai due lati, per indicare che l'anima dappertutto ha libero accesso presso Dio.
Il mantello rosso significava la Passione di Cristo che gli è sempre presente, e che Egli offre: Il Padre suo, intercedendo senza posa per l'uomo. Le colombe esprimevano la semplicità del divin Cuore, di cui i sentimenti sono sempre immutabili, benché la creatura così frequentemente manchi di fedeltà verso di Lui.
Tuttavia l'anima che si sentiva a grande distanza dal Signore pensava a queste. parole del Profeta: Da lungi soltanto il Signore mi è apparso? (Jer., XXX, 3). Il Signore le rispose: “Che cos'importa? Dovunque tu sei, là è il mio cielo. Che tu dormi, che tu mangi o che tu faccia qualsiasi altra azione, io sempre dimoro in te”.

Come Ella pensava cosa fosse il suo corpo, il Signore le disse: “Il tuo corpo non è che un sacco di nessun pregio, il quale avvolge un cristallo contenente un liquore prezioso. In quella guisa che un tale sacco si custodirebbe con precauzione, senza gettarlo di qua o di là, così l'uomo, a motivo dell'anima contenente il liquore della divina grazia e l'unzione dello Spirito Santo, deve rispettare il proprio corpo e vigilare sui propri sensi, affine di non vedere, né sentire, né udir nulla che possa far sì che l'unzione spirituale della grazia divina si spanda al di fuori, e così il mio Spirito che regna nell'anima sua, ne venga scacciato”.

CAPITOLO XXV: IL GIARDINO E GLI ALBERI DELLE VIRTÙ

Una volta, dopo di essersi confessata ed aver adempita la penitenza, Metilde pregò la gloriosa Vergine Maria che volesse intercedere per lei presso il Signore. E le parve che la Beata Vergine la conducesse in un giardino delizioso piantato di bellissimi alberi trasparenti e brillanti come cristalli illuminati dal sole. Metilde domandò di essere condotta verso l'albero della Misericordia di cui Adamo era stato privo così a lungo.
Orbene, questo albero immenso, dai rami elevati, aveva le radici in un terreno d'oro; i suoi fiori ed i suoi frutti erano pure d'oro e dal medesimo sgorgavano tre fiumi, dei quali il primo era destinato a purificare, il secondo a pulire, il terzo a dissetare. Sotto quell'albero stava prostrata in, adorazione la beata. Maria Maddalena; presso di lei, in ginocchio, Zaccheo adorava pure il Signore. Metilde si portò in mezzo a questi due santi, onde adorare lei pure e domandar perdono.

Ella vide un altro bell'albero di cui l’altezza significava la lunga pazienza di Dio; le sue foglie erano d'argento, ed i suoi frutti, rossi e rinchiusi in una scorza dura ed amara, rassomigliavano a dolCissime mandorle. Vi era pure un. albero così basso che la mano agevolmente poteva toccarne i rami; sotto il soffio del vento si chinava verso tutti e così significava la Mansuetudine del Signore; non portava frutti perché le sue foglie. di un verde più vivo che quello degli altri alberi, possedevano la medesima virtù dei frutti.

La Santa vide ancora un albero d'un aspetto delizioso simile al puro cristallo. Le sue foglie d'oro portavano tutte un anello scolpito e i suoi frutti, bianchi come la neve, erano tanto piacevoli al tatto come al gusto; questo significava la fulgidissima purezza della natura divina che il Signore desidera comunicare a tutti. Quest'albero s'aprì e il Signore vi entrò unendosi all'anima in una intimità che le sembrò una vera effettuazione di queste parole del salmo: L' ho detto, siete dei. Sotto quest'albero germinavano la rosa, la viola, lo zafferano, l'erba chiamata benedetta. Il Signore con infinita delizia si compiaceva tra questi fiori, cioè, nella carità, nell'umiltà, nell'azione di grazie per cui la creatura si conserva disposta a dire in ogni cosa sia lieta sia disgustosa: Benedetto sia il nome del Signore! ringraziando e benedicendo Dio in ogni tempo e in ogni circostanza.

CAPITOLO XXVI: L'ESAME PRIMA DELLA CONFESSIONE

Prima della confessione dobbiamo, con l'esame dello stato della nostra coscienza, spogliarci spiritualmente, come Cristo si spogliò prima di essere flagellato e crocifisso. Poiché Cristo venne spogliato per essere colpito dai flagelli, l'uomo può bene spogliarsi per ricevere la correzione.
Bisogna inoltre considerare il proprio volto nello specchio delle virtù di Gesù Cristo. La creatura guarderà la propria umiltà nello specchio dell'umiltà divina, onde vedere se non ha macchiato la sua faccia con la superbia. In quello della pazienza di Cristo, vedrà se non trovi in sé qualche macchia di impazienza. Nello specchio dell'obbedienza di Cristo, esaminerà se la propria faccia non porti tracce di disobbedienza. In quello della carità di Cristo, vedrà se ha adempito il dovere dell'amore verso i maggiori, cioè verso i Superiori; se è stata affabile con gli uguali, mansueta con gli inferiori.
Che se l'anima sopra questi punti o sopra altri ancora, trova su la propria faccia qualche cosa di riprensibile, si sforzi di lavarlo con la dolcissima pezzuola dell'Umanità di Gesù Cristo, nostro fratello, il quale è tanto misericordioso che a tutti perdona i peccati quando siano confessati bene. Abbia cura di non asciugare le macchie in una maniera troppo ruvida, ossia senza considerare. la bontà divina, perché se il viso venisse sfregato con troppa violenza, invece di essere pulito, ne rimarrebbe sfigurato.

CAPITOLO XXVII: LA CASTITÀ DELLA GLORIOSA VERGINE

Avendo sentito in una predica esaltare la castità della Beata Vergine, Metilde si mise a pregare questa Madre verginale che le ottenesse la perfetta castità dell'anima e del corpo.
Le parve che la Beata Vergine si tenesse davanti al Signore e prendesse nel divin Cuore un abito bianco per donarglielo. Ma quando la Santa volle rivestirsene, da destra e da' sinistra sbucarono truppe di demonii che volevano impedirle di mettersi quell'abito. Ella invocò la Vergine Maria pregandola che venisse in suo aiuto; d'un tratto vide la soccorrevole Vergine che la copriva dalla sua ombra, mettendosi davanti ai demonii, e questi sparirono. Quando fu rivestita di quell'abito; pregò la gloriosa Maria che le volesse insegnare come potesse conservarlo senza macchie e ne ricevette questa risposta: “Sta attenta, perché né dai tuoi occhi, né dagli altri sensi qualche cosa cada sul tuo abito, e che le tue mani non tocchino nulla che possa lordarlo”. Da queste parole intese che bisogna levar gli occhi da ogni vanità né mai fermarli con troppa attenzione su le persone; e che non bisogna concedere all'odorato nessun piacere che possa distogliere da Dio.
Quanto alla bocca, lorda singolarmente l'anima se pronuncia parole vane e soprattutto parole leggiere, oppure di mormorazione o di menzogna.
Le mani la macchieranno pure se saranno impiegate in lavori che non abbiano per iscopo la gloria di Dio e l'utilità del prossimo.