Il libro della grazia speciale - libro II

Santa Matilde di Hackeborn

Il libro della grazia speciale - libro II
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CAPITOLO I: IN QUAL MODO DIO INVITA L'ANIMA


Un giorno di sabato, mentre si faceva memoria della Vergine Madre di Dio, la Serva di Cristo desiderava di celebrarne le lodi, ma non ne trovava nessuna che fosse degna della Regina del cielo. Prostrata allora, come era solita, ai piedi di Gesù, le venne dato di scorgere uno zaffiro sul piede destro del Signore e una granata sul piede sinistro di Lui e se ne meravigliava. Egli le disse: “Come lo zaffiro ha la virtù di scacciare gli umori maligni41, così le mie piaghe scacciano dall'anima ogni veleno, purificandola dalle sue macchie. Come il granato rallegra il cuore dell'uomo, così le mie piaghe, dopo il perdono del peccato, danno la vera gioia”.
Rapita sopra di sé, Metilde vide in alto il Re della gloria con alla destra di Lui la sua Imperial Madre e sé stessa alla sinistra: abbandonandosi nel seno del suo Diletto, ella ascoltava il vigoroso e regolare battito del divin Cuore.
Ma le pulsazioni del divin Cuore risonavano come un invito rivolto all'anima in questi termini: “Vieni a pentirti. Vieni a riconciliarti. Vieni perché tu sii consolata. Vieni perché tu sii benedetta. Vieni, amica mia, a ricevere tutti i favori che l'amico può dare all'amico. Vieni, sorella mia, a possedere la eterna eredità che ti ho conquistata col mio proprio sangue. Vieni, sposa mia, a fruire. della mia Divinità”.
La Vergine Maria portava un manto color di zafferano, in cui erano tessute rose vermiglie e, in queste, altre rose d'oro meravigliosamente ricamate. Il color giallo significava l'umiltà per la quale la Beata Vergine si sottomise ad ogni creatura; le rose vermiglie, la costanza della pazienza con cui si conservò sempre mansueta e pacifica; le rose d'oro, l'amore per il quale l'unico movente di tutte le sue opere fu l'amor di Dio.
Sotto il manto, la Vergine portava una veste di color verde, ricamata pure di rose d'oro, la quale significava la perpetua fioritura delle sue sante virtù e delle sue opere buone. La tunica, d'oro puro e lucente, significava l'amore, perché come la tunica è più vicina al corpo, così l'amore sta nel cuore.
Metilde si mise a salutare l'illustre Vergine Maria per mezzo del Cuore del suo diletto Figlio, e in tal modo la lodava con più perfetta lode che lodare la potesse qualsiasi altra creatura vivente. Offriva inoltre le proprie lodi al Signore, volendo dedicare a Lui solo tutti i suoi canti, e non mai distogliere da Lui il suo pensiero nel tempo della divina lode.
Il Signore le disse: “Perché fate l'inchino dopo aver cantato un'antifona? Non è forse perché la grazia che Dio infonde nell'anima vostra sia ricevuta con lode e rendimento di grazie?”
E la Santa vide uscire dal divin Cuore una tromba che veniva verso il proprio cuore. Questa tromba, emblema della lode divina, era ornata di nodi d'oro i quali rappresentavano le anime beate che già in cielo lodano e glorificano Dio nei secoli senza fine.


CAPITOLO II: LA VIGNA DEL SIGNORE


Una domenica, durante il canto dell'Asperges, Metilde disse al Signore: “Mio Signore, che cosa adopererete per lavare. e purificare il mio cuore?” E il Signore chinandosi, l'andava accarezzando ed abbracciando con indicibile amore dicendo: “.Nell'amore del mio divin Cuore io ti laverò!”.
Egli aprì la porta di questo Cuore che è il tesoro dove sono rinchiuse le infinite dolcezze della Divinità, e la Santa vi entrò come in una vigna, nella quale vide un fiume d'acqua viva che scorreva dall'oriente all'occidente: e su le rive di questo fiume dodici alberi che portavano dodici frutti, i quali sono le virtù enumerate da San Paolo nella sua Epistola, cioè la carità, la pace, la gioia, ecc. (Gal., V, 22).
Quel corso d'acqua si chiamava il Fiume dell'Amore; l'anima vi entrò e ne fu lavata da tutte le sue macchie. Vi era pure in quel fiume una moltitudine di pesci dalle squame d'oro, i quali significavano le anime che amano Dio, perché distaccate da ogni piacere terreno si sono immerse nella sorgente di ogni bene, cioè in Gesù Cristo.
In questa vigna, inoltre, vi era una piantagione di palme di cui le une erano perfettamente dritte, mentre le altre erano piegate verso terra. Le palme dritte raffiguravano le anime che hanno disprezzato il mondo e i suoi fiori, per innalzare i loro pensieri verso le cose celesti; le palme piegate significavano invece, quei disgraziati che giacciono prostrati nella polvere dei loro peccati.
Il Signore, sotto la forma di ortolano, vangava la terra, e l'anima gli disse: “O Signore qual è l'istrumento con cui muovete la terra?”
“Il mio timore”, rispose il Signore. In certi posti la terra era dura, in altri era mobile: la terra dura significava i cuori induriti nel peccato, i quali non si ravvedono né per avvisi né per rimproveri; la terra mobile indicava i cuori ammolliti dalle lagrime e dalla sincera contrizione.
Il Signore disse: “La mia vigna, è la cattolica Chiesa. Durante trentatrè anni le dedicai le mie fatiche ed i miei sudori. Vieni a lavorare con me in questa vigna”. Metilde rispose: “In qual modo farò io questo?” ­ “Adacquandola”, riprese il Signore.
Prontamente l’anima corse verso il fiume, vi attinse un vaso d'acqua e se lo pose su la spalla; e siccome stentava a portarlo, il Signore le venne in aiuto, e subito il peso divenne leggiero. E il Signore disse: “Così, quando agli uomini do le mie grazie, quanto fanno o sopportano per me sembra loro dolce e leggiero; ma quando ritiro la mia grazia, tutto sembra loro pesante”.
Intorno alle palme, la Santa vide pure una moltitudine di angeli che formavano come Un muro di riparo; e questo significava che gli angeli circolano tra gli uomini ed intorno ad essi, per difendere la Chiesa di Dio.

Dopo ciò, il Divin Maestro le insegnò un modo di recitare il Miserere. Essa doveva dividere in quattro parti i venti versetti che lo compongono e dopo ogni gruppo di cinque versetti recitare l'antifona: “O beata et benedicta et gloriosa Trinitas, Pater ci Filius et Spiritus Sanctus, tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio ab omni creatura; miserere, miserere, miserere nobis!
O beata, o benedetta, o gloriosa Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, a Voi la lode, a Voi la gloria, a Voi l'azione di grazie da ogni creatura; Pietà, pietà, pietà di noi!
I primi cinque versetti dovevano essere recitati per i peccatori i quali, induriti nei loro delitti, non volevano convertirsi a Dio, affinché, in virtù della sua preziosissima morte, il Signore si degnasse di ricondurli ad una sincera penitenza. I cinque versetti seguenti, per i penitenti, onde ottenessero la remissione che desideravano e non ricadessero più nel peccato. I cinque versetti della terza serie, per i giusti che camminavano nella virtù e nelle opere buone, affine d'ottener loro lo. perseveranza. Gli ultimi cinque versetti, per le anime del purgatorio, acciocché giungessero presto al regno celeste, per godere la divinissima bevanda della Fonte eterna e regnare per sempre con Cristo e la sua dolcissima Madre.

CAPITOLO III: GLI ARDORI DELL'AMORE DEL SIGNORE


Durante la preghiera segreta, all'Elevazione dell'Ostia, il Signore le disse: “Eccomi: tutto mi abbandono in potere dell'anima tua con tutto il bene che si trova in me, affinché tu abbi il potere di fare di me tutto ciò che ti piacerà”. Ella non volle accettare, ma protestò di voler fare in ogni cosa la divina volontà; e il Signore le disse: “Sia in tuo potere di fare non già ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu!”. Ma l'anima, riconoscendo la volontà di Dio, gli rispose: “Io non desidero nulla per mio vantaggio, non cerco nulla, non voglio nulla se non che siate lodato da Voi stesso e in Voi stesso nel modo più perfetto che possiate essere lodato”.
Allora ella vide uscire dal seno di Dio un'arpa che aveva molte corde, la quale era il Signor Gesù e le corde erano gli eletti tutti che per l'amore sono una cosa sola con Dio. E quel sommo cantore che è Gesù, toccò l'arpa, e gli angeli fecero sentire una melodiosa armonia dicendo: “Lodiamo il Re dei Re, Dio uno e trino, che ti ha eletta per sua sposa e sua figlia”.
E tutti i Santi cantavano in Dio con un perfetto accordo: “Rendiamo tutti gloria a Dio Padre per quest'anima che Egli ha arricchita della Sua grazia! Dio sia benedetto!”.

 Svegliandosi una notte dal sonno, questa sposa di Cristo, e salutando con tutto il suo cuore il Signore, lo vide che dal palazzo del cielo a lei veniva. Egli applicò il suo divin Cuore sul cuore di lei, dicendole: “Nessuna ape nella primavera si getta tanto avidamente sui verdeggianti prati per succhiare i fiori dolci, come io sono pronto a scendere verso l'anima tua, quando mi chiami”.

 Sovente le accadeva, quando si trovava come incapace di divozione e di attenzione, di sentire il divin Cuore posarsi sul suo cuore come oro in fusione. L'approssimarsi di questo fuoco produceva in lei una tale dolcezza che presto ne restava tutta infiammata dell'amore che abitualmente la consumava.

 Un sabato, Metilde vide Gesù che dal cielo a lei si abbassava e con le braccia aperte si gettava nei suoi abbracciamenti, attirandola a sé così affettuosamente che tutta assorta in Dio, essa cadde in deliquio. Le suore dovettero portarla via dal coro come morta, perché il suo spirito era passato tutto intero in Colui ch'ella amava sopra ogni cosa.
Per una intera settimana la Santa risentì gli effetti della grande soavità di cui era stata inondata in quell'istante.

 Un giorno, mentre ella si chinava sul leggio, per il canto di una lezione, il più bello dei figli degli uomini; l'Infante Gesù, le comparve abbracciandola ed attirandola a sé, dimodochè essa non si rialzò senza grave difficoltà e a stento poté compiere il suo ufficio.

 Più volte, durante il Mattutino, le accadde di trovarsi così ripiena di Dio e di goderlo con tanta dolcezza che sembrava aver perduto ogni forza, a segno che non poteva cantare la sua lezione. Ma il Signore le diceva: “Va e canta; io ti aiuterò”. Essa allora cominciava con gran coraggio la lezione ed agevolmente la terminava.

 Una volta, mentre al Mattutino si leggeva il Vangelo Exsurgens Maria, il Signore l'investì di tanta grazia e dolcezza che, presa da svenimento, fu portata via dal coro come morta. Quando fu posta sul letto, domandò al Signore di svegliarla a tempo opportuno. Ed ecco che all'ora di Prima, ella vide davanti a sé come un celeste adolescente la cui presenza le riempì il cuore di tale dolcezza, che ne fu incontanente svegliata.

 Un'altra volta, mentre dopo il Mattutino per obbedienza era andata a riposare, quella divota Vergine vide il Signore seduto sopra un altissimo seggio con uno sgabello sotto i piedi. Egli le disse: “Riposati qui sui miei piedi, e dormi”. Metilde obbedì subito e pose il suo capo sui piedi del Signore con l'orecchio applicato sopra la piaga di quei sacratissimi piedi, e sentì quella piaga che bolliva come una caldaia sul fuoco. Il Signore le domandò: “Qual suono esce da questa caldaia bollente?”
Mentre la Santa cercava ciò che dovesse rispondere, il Signore riprese: “La caldaia bollente suona come se dicesse: Corri, corri. In tal modo l'ardente amore, per il quale il mio Cuore era sempre come bollente, mi stimolava dicendo: Corri, corri, di fatica in fatica, di predicazione in predicazione, di città in città; né mai permise ch'io riposassi fino a tanto che non ebbi compiuto tutto quanto era necessario per la tua salvezza”.

 Essendo una volta contristata e mesta, si rifugiò nel Signore con la preghiera, secondo il suo solito, offrendo gli il suo cuore e la sua volontà di soffrire per amor di lui non solo la sua pena attuale, ma ancor tutte quelle che le potessero accadere. Il Signore, chinandosi con bontà verso di lei, le offrì a baciare la sua bocca vermiglia.
Ma l'anima essendosi accorta che il Signore non aveva la barba, cominciò a pensare se Dio Padre gli avesse dato una speciale ricompensa per aver sofferto che durante la sua Passione gli fosse strappata la barba. Il Signore le disse: “Io, Creatore di ogni cosa, non ho bisogno di nessun premio: il mio premio sei tu. Tu sei quella che il Padre Celeste mi ha data come sposa e figlia”.
L'anima esclamò: “Ma come mai, o amantissimo mio Signore? In me non v'è nulla di buono!”. Il Signore riprese: “È un puro effetto della mia bontà: ma in te ho posto le delizie del mio Cuore”.


CAPITOLO IV: IL SIGNORE LE APPARVE SOTTO LA FORMA DI BAMBINO E DI DIACONO


Un'altra volta, il Signore Gesù le comparve sotto la forma di un fanciulletto di cinque anni, cui ella disse: “Mio Signore, perché comparite in tale età?” Il divin Fanciullo rispose: “Tu hai adesso cinquant'anni, io ne ho cinque. Il mio primo anno vale per i tuoi primi dieci anni; il mio secondo anno vale per i tuoi, sino ai vent'anni; il mio terzo anno, per i tuoi sino al trentesimo; il mio quarto e il mio quinto anno, per i tuoi anni sino al quarantesimo ed al cinquantesimo. Così tutti i tuoi peccati saranno cancellati, i tuoi anni santificati, e tutta la tua vita dalla mia sarà perfezionata”.
Il Fanciullo, in piedi, guardava le sue divine mani. Metilde se ne meravigliava, ma il Signore le disse: “L'uomo guarda spesso le sue mani, io pure dalla mia infanzia sino al tempo della mia Passione, ogni giorno pensavo alla mia morte, e anticipatamente vedevo tutto quanto doveva accadermi”. Era questa una lezione per insegnarle che è buona cosa per l'uomo ricordarsi spesso della morte e dell'avvenire.

 Metilde vide un giorno il Signore Gesù, in piedi presso l'altare, rivestito della dalmatica, con una croce brillante sul petto, e gli disse: “Amato mio Signore, perché vi mostrate in tal modo?” Egli rispose: “Il diacono serve all'altare; cosi io col sacerdote e nel sacerdote opero quanto egli fa ~.
La Santa continuò: “Che significa quella croce sul vostro petto?” La parte superiore di questa croce, rispose il Signore, indica il mio amore al quale tutto bisogna sacrificare; e la parte inferiore, l'umiltà per la quale l'uomo per amor mio si sottomette ad ogni creatura; il braccio destro significa il timor di Dio che bisogna conservare nella prosperità, e il braccio sinistro, la pazienza nel sopportare le avversità per mio amore. Se uno porta questa croce nel suo cuore con la memoria continua di queste virtù, in premio quando l'anima sua avrà lasciato il suo corpo, avrà per sempre nel mio Cuore la sua felicissima dimora”.

CAPITOLO V: IL FLAGELLO DEL SIGNORE, CONSOLAZIONE NELLE TENTAZIONI


Quella pia Vergine vide un giorno il Signore in piedi che teneva nelle mani un flagello d'oro e la minacciava; subito si prostrò a terra per baciare il flagello del Signore. Questi le fece intendere che bisogna ricevere con riconoscenza tutto ciò che viene da Dio, l'avversità come la prosperità. Tuttavia il Signore la rialzò e la rivestì di una tunica rossa tutta piena di fori, poi le disse: “In tal modo, nella Passione il mio corpo venne tutto perforato dalle ferite e talmente straziato che dalla pianta dei piedi sino al vertice del capo non vi era in me nessuna parte che fosse sana”. Questa visione le raffigurava che una dolorosa malattia stava per colpirla.
Vide ancora il Signore con un calice d'oro ch'Egli nascondeva dietro di sé. Questo le fece intendere ch'essa non vedeva né gustava ancora la dolcezza che Dio le avrebbe poi concessa, perché questa dolcezza restava nascosta in Dio, dal quale provengono tutti i beni.

 Il demonio molestava sovente quella Serva di Dio con tentazioni violente, come per altro usa con tutti quelli che sono devoti al Signore. Un giorno dunque in cui Dio le aveva fatto una grazia speciale ed un segnalato benefizio il tentatore si presentò mentre ella si trovava alla presenza del Signore, e gettò nel suo cuore il timore e la tristezza col dubbio se il dono che aveva ricevuto venisse proprio da Dio. Stanca ed afflitta, Metilde si precipitò ai piedi del Signore Gesù, lamentandosi per l'infedeltà del proprio cuore, e gli disse: “Ecco quel dono, o mio Signore; io ve l'offro per vostra eterna gloria e lode, e vi domando che se non viene da Voi, non mi sia mai più offerto, perché per amor vostro volentieri mi rassegnerò a restar priva d'ogni dolcezza e consolazione”.
Ma il Signore, chiamandola col suo nome, le rispose: “Non temere, mia diletta Metilde; per la virtù della mia Divinità ti giuro che questo timore e questa tristezza non ti nuoceranno; al contrario, ti santificheranno e ti disporranno alla mia grazia. Se queste afflizioni non venissero a temperare la letizia del tuo cuore, questo si scioglierebbe sotto il torrente delle delizie che l'inondano; non ti meravigliare dunque che sii molestata da tali pensieri quando ti trovi alla mia presenza, poiché il demonio ebbe l'ardimento di tentare anche me stesso quando per tuo amore ero sospeso su la Croce”.

 Un'altra volta, mentre era eccessivamente, turbata, quella Serva di Cristo si rifugiò presso il suo fedele difensore. Subito Cristo le apparve, sotto la figura d'un bellissimo giovane che la conduceva all'altare. Ella intese allora che il Signore voleva essere il suo difensore presso il Padre per tutte le sue colpe di opere e di omissioni. Egli le diede pure per sostegno una specie di bastone che significava la sua Umanità; ma la Serva di Cristo si meravigliò che quel bastone fosse dritto senza pomo per appoggiarvi la mano. Il Signore le disse: “Vi metterò la mia propria mano per sorreggerti. Ormai quando ti darò consolazioni nella tristezza tu saprai che riposi su la mia mano; ma quando nella tua. tristezza non sentirai alcuna consolazione, saprai che ho ritirato la mia mano, e allora ti accosterai a me stesso con cuore fedele”.

CAPITOLO VI: IL DESIDERIO DELLA CONFESSIONE


La Santa, volendo un giorno confessarsi e non trovando confessore, ne rimaneva molto afflitta, perché non ardiva ricevere il Corpo del Signore senza aver ricevuto il sacramento della penitenza. Nell'orazione si dolse col Signore, sommo Sacerdote, per le proprie negligenze e le proprie colpe. Il Signore l'assicurò subito della remissione di tutti i suoi peccati. Rendendogli grazie, la Santa gli disse: “O dolcissimo mio Dio, e ora che ne è dei miei peccati?”
Il Signore rispose: “Quando un Re potente viene ad alloggiare in qualche luogo, prontamente si pulisce la casa perché nulla offenda i suoi sguardi: ma se il Re è già vicino, dimodochè non si abbia tempo di gettar lontano le immondezze, si procura di nasconderle in qualche cantuccio donde poi si porteranno fuori. Così, quando tu hai il desiderio e la volontà sincera di confessare i tuoi peccati e di non commetterli più, ai miei occhi sono cancellati a segno che non li ricordo più, benché tu debba poi ritrattarli col farne l'accusa nella confessione. La tua volontà e il tuo desiderio di evitare il peccato quanto è possibile, sono come un legame che rende più stretta la tua unione con me per il patto di una indissolubile alleanza”.
Tuttavia, ella era ancora esitante per varii pensieri, perché si riteneva indegna di accostarsi all'imperial banchetto offerto dal Re dei Re; pensava da una parte come avrebbe ardito, senza la confessione, ricevere un dono sì magnifico; d'altra parte sperava di ricavarne conforto e consolazione. Il Signore infine le disse: “Pensa dunque che ogni desiderio di possedermi viene da me ispirato, in quella guisa che gli scritti e le parole dei Santi procedono e procederanno sempre dal mio Spirito”.
Ella intese così che lo Spirito Santo le aveva ispirato quel suo desiderio di ricevere il Corpo di Gesù Cristo; perciò la sua fiducia si rianimò e il suo cuore riprese un coraggio tale che le pareva impossibile incontrare ancora qualche ostacolo al suo desiderio.
Non appena ebbe riacquistata la sua fiducia, Metilde udì i cori degli angeli che cantavano con gioia in cielo: Confirmatum est cor virginis: Il cuore della vergine è stato fortificato. Si accostò dunque al delizioso banchetto del corpo e del sangue di Cristo e il Signore le disse: “Vuoi sapere in qual modo io sia nell'anima tua?” Ella se ne reputava indegna, tuttavia non voleva null'altro che la volontà di Dio. Allora essa vide uscire da tutte le proprie membra un meraviglioso splendore a guisa dei raggi del sole. Questo le fece intendere l'azione della divina grazia nell'anima sua, e fu per lei un indizio sicuro della divina bontà a suo riguardo.

CAPITOLO VII: IL DIVINO AMORE


Un'altra volta, nell'amarezza del suo cuore Metilde ripensava al tempo che Dio le aveva concesso e che ella aveva inutilmente speso, come pure ai doni di Dio che nella sua ingratitudine aveva consumati senza profitto; ma l'Amore le disse: “Non turbarti, io soddisferò tutti i tuoi debiti e supplirò per tutte le tue negligenze”. Benché ciò le sembrasse un gran favore, tuttavia ella non poteva consolarsi, tanto era afflitta per aver sciupato doni così preziosi, come di non aver amato con sufficiente ardore quel Dio che tanto la aveva amata e beneficata, quel Dio per tutti sempre fedelissimo.
Il Signore le disse: “Se turni sei perfettamente fedele, tu devi aver molto più caro che l'Amore ripari le tue negligenze piuttosto che ripararle da te medesima, perché così l'amor mio ne avrà la gloria e l'onore”.

 Un'altra volta, l'Amore la circondò di una veste risplendente come il sole. Si avanzarono allora tutti e due, vale a dire l'Amore e l'anima, sino alla presenza di Cristo, dove si fermarono come due bellissime vergini. L'anima vivamente. desiderava di avvicinarsi di più ancora, perché quantunque contemplasse la divina Faccia nella sua maestà, non era ancora soddisfatta. Questo sentimento eccitava la sua maraviglia, ma pure cresceva sempre.
Il Signore con la sua mano fece un segno e subito l'Amore prese l'anima e la condusse così vicino al suo unico Salvatore da potersi chinare presso la piaga del suo Cuore. L'anima in quel dolcissimo Cuore attinse a lunghi sorsi dolcezza e soavità, cosicché le sue amarezze si cambiarono in consolazioni e i suoi timori in sicurezza; inoltre ella pigliò in questo sacratissimo Cuore un frutto delizioso e lo portò alle sue labbra, e questo frutto significava la lode eterna che procede dal Divin Cuore, perché ogni lode di Dio fluisce da questo Cuore il quale è principio e fine di ogni bene.
Vi colse poi un secondo frutto, quello dell'azione di grazie, perché l'anima non può nulla se non è da Dio prevenuta.
Il Signore le disse: “Da te io desidero ancora un frutto migliore degli altri”. L'anima rispose: “E qual è, o unico mio Diletto, quale è dunque questo frutto?” - “Che tu deponga in me ogni desiderio del tuo cuore”. Ella riprese: “Come farò, o mio unico Diletto?” ­ L'Amore tutto compirà in te”.
L'anima in un trasporto di riconoscenza esclamò: “Sì, sì, Amore, Amore, Amore! ”.
“Il mio Amore sarà la madre tua, riprese il Signore; e come il bambino succhia il latte dal seno della madre sua, così tu, nel seno di questa Vergine succhierai la consolazione interiore e l'inenarrabile soavità. Questa Vergine ti nutrirà, ti disseterà e provvederà a tutte le tue necessità come fa una madre per la sua unica figliuola”.
Un giorno, stando in orazione, quella divota vergine ardentemente desiderava il Diletto dell'anima sua; ad un tratto la virtù divina la trasse talmente a sé che pareva a lei di sedere a lato del Signore. E il Signore stringendo l'anima al suo Cuore in un dolcissimo abbraccio, la riempì della sua grazia con una straordinaria abbondanza. Sembrava a Metilde che dalle sue membra uscissero come rivoli che scorrevano in tutti i Santi. Questi, tutti ripieni di un nuovo e speciale gaudio tenevano in mano i loro cuori in forma di lampade ardenti. L'olio che bruciava in queste lampade era il dono che Dio aveva fatto a quell'anima, e i Santi con grande riconoscenza ed allegrezza ne offrivano per lei le loro azioni di grazie,

Ella vide ancora nel Cuore di Dio una bellissima vergine, che, portava alla mano un anello ornato di un magnifico diamante col quale premeva senza intermissione sul Cuore del Signore. L'anima domandò a questa vergine perché percuotesse in tal modo il divin Cuore; essa rispose:
“Io sono l'Amore; e questo diamante indica il peccato di Adamo. In quella guisa che il diamante non si può spezzare senza sangue, così la colpa di Adamo non ha potuto essere cancellata senza la santa Umanità e il Sangue di Gesù Cristo.
“Quando Adamo ebbe peccato, io intervenni e presi in me tutta la sua colpa; poi percuotendo senza posa il Cuore di Dio, onde inchinarlo alla misericordia, non gli lasciai più nessun riposo finché non trassi dal Cuore del Padre il Figlio di Dio per deporlo nel seno. della Vergine Madre.
“Quando poi la Vergine, attraverso i monti della Giudea si portò a salutare Elisabetta, il beato Giovanni, nel seno di sua Madre, fu riempito per la presenza di Cristo, di una gioia così grande che non poté mai più sentire nessun gaudio terreno.
“Io riposi nel presepio il Figlio di Dio avviluppato in fasce; poi lo condussi in Egitto. Dopo, lo inclinai verso tutto ciò che Egli fece e soffrì per l'uomo in un indissolubile patto di amore”.
L'anima domandò: “Dimmi, te ne prego, in tutto ciò che Cristo sopportò per noi, quando soffrì di più?” L'Amore rispose: “Quanto inchiodato su la Croce fu talmente disteso che tutte le sue membra erano dislogate e si potevano contare. Chiunque gli renderà grazie per questo dolore, gli renderà un servizio così gradito come se sopra tutte le sue piaghe applicasse il più soave unguento. Egli accetterà come un grato refrigerio l'azione di grazie per la sete della salvezza dell'uomo che Egli provò su la Croce. Chi gli renderà grazie per essere stato inchiodato su la Croce, sarà come se lo liberasse dal patibolo e da tutti i suoi dolori”.

L'Amore disse inoltre all' anima: “Entra nel gaudio del tuo Signore”. A quèste parole ella fu letteralmente rapita in Dio; in quella guisa che una goccia d'acqua versata nel vino non può più esserne distinta, così quell'anima, felice, assorta in Dio, divenne un medesimo spirito con Lui. In questa unione, l'anima si annientava in sé medesima, ma Dio, confortandola, le disse: “Io diffonderò in te tutti i beni che l'uomo possa, contenere; in te moltiplicherò i miei doni”.
L'Amore disse pure: “Riposati nel Cuore di Colui che ti ama, affinché tu non sii mai inquietata nella prosperità: qui riposati nella memoria dei benefizi del tuo Diletto, affinché non sii mai disturbata nell'avversità”.

CAPITOLO VIII: IL SIGNORE L'ADORNA DELLE SUE VIRTÙ


Un giorno, mentre si cantava il salmo, Laudate Dominum de coelis, a queste parole: Et aquae omnes quae super coelos sunt laudent nomen Domini (Ps., CXL VIII, 4); Le acque che sono sopra i cieli lodino il nome del Signore”, Metilde disse al Signore: “Quali sono, o Signore, le acque di cui si canta in questo salmo, poiché non vi è goccia d'acqua che non vi dia una lode speciale?”
“Quelle acque, rispose il Signore, sono le lacrime che da tutti i Santi furono versate, lagrime d'amore, di devozione, di compassione, di contrizione”.
E Metilde d'un tratto vide un'acqua limpidissima, che figurava le lagrime dei beati e scorreva sopra un letto d'oro purissimo, cosparso a guisa di sabbia di perle e di preziose gemme; in queste erano raffigurate le virtù dai Santi praticate su la terra: preghiere, veglie, digiuni ed altre opere sante. Una moltitudine di pesci trastullandosi si agitavano in quelle acque e significavano i desiderii che innalzano l'anima a Dio ed insieme i gemiti ed i sospiri che attirano Dio verso l'anima. Infatti, tutti i Santi del cielo, contemplano in Dio le loro virtù e le loro opere buone per l'aumento del loro gaudio e delle delizie dei loro cuori, quantunque ciascuno di loro non sia personalmente ornato, che delle proprie virtù.

Metilde si dolse poi col Signore di non aver celebrato con sufficiente divozione il giorno del suo mistico sposalizio e di non aver pensato a Lui con tutta quella fedeltà che la sposa deve usare verso il suo unico Sposo; ma Egli la rivestì dell'abito delle sue virtù, più perfette, le mise in capo un diadema d'oro e col braccio scoperto la strinse: negli abbracci della più intima carità.
L'anima si meravigliava che il Signore si comportasse con lei con tale familiarità, e il Signore le disse: “Sappi, figliuola e sposa mia, che tra me e te non v'è nessun'ombra; né io mai ti celerò cosa alcuna di tutti i miei misteri”.
Metilde vide pure milioni di Angeli che riverenti stavano davanti al loro Re, mentre il Signore diceva all'anima: “Io li metto tutti al tuo servizio”. Ma ella desiderò che tutto il loro ministero intorno a sé medesima non avesse altro scopo che la lode e la gloria dell'unico suo Diletto. Incontanente gli Angeli misero il loro cuore in comunicazione col divin Cuore e fecero risuonare un canto così melodioso che nessuna lingua potrebbe esprimerlo.
Il divin Cuore si aprì; il Signore vi attirò Metilde e ve la rinchiuse, dicendo:
“La parte alta del mio Cuore sarà per te la soavità del divino Spirito che sempre farà stillare su l'anima tua la sua rugiada con avido desiderio, alza gli occhi verso di Lui, apri la bocca ed aspira la dolcezza della divina grazia, secondo la parola del salmo: Os meum aperui et attraxi spiritum: Ho aperto la bocca ed ho aspirato lo spirito.
“Nella parte inferiore troverai il tesoro di tutti i beni, e la copia abbondantissima di tutto quanto può desiderarsi.
“Nella parte orientale, tu scoprirai la luce della vera scienza, per conoscere tutta la mia volontà ed adempirla perfettamente.
“Nella parte occidentale, vedrai il Paradiso delle delizie eterne dove starai sempre con me alla mia mensa”.
In quell'istante comparve una mensa apparecchiata, coperta di candidissima tela. A questa mensa sedeva il Signore e l'anima lo serviva con gran letizia, ponendogli davanti numerosi cibi che significavano i vari doni di Dio; perciò rendeva alla munificenza di Dio altrettante azioni di grazie, quanti erano i cibi che, apportava su la mensa di Lui.
Metilde disse al Signore: “Mio Diletto, qual vino vi offro io quando prego per i vostri amici?” - “Il vino più generoso, rispose il Signore, il vino che rallegra il mio Cuore, secondo quanto sta scritto: Il vino rallegra il cuore dell'uomo” (Ps. CIII, 15). - “E quando prego per i peccatori?” continuò Metilde. ­ “Allora rispose il Signore, tu mi offri un vino puro e più dolce del miele e del suo favo, perché tu preghi per i miei nemici già posti in istato di dannazione, affinché mi conoscano”. - “E quando prego per le anime del Purgatorio?” - “Tu mi offri allora un vino che rallegra il mio Cuore, disse il Signore, poiché preghi per quelli che sono oggetto della mia benevolenza, affinché io possa liberarli al più presto dalle loro pene”.
Metilde disse ancora al Signore: “Amabilissimo mio Signore, con quale ardente desiderio vorrei adesso offrir vi il mio cuore!” Il Signore, senza indugiare, prese quel cuore nelle sue mani e respirò il dolce profumo che ne esala va come da una rosa profumata. “Qual profumo potete mai trovare in questo cuore, disse l'anima, dove, nulla vi è di buono?”
“Poiché sono nell'anima tua, rispose il Signore, da te emana il mio buon odore”.
Per concludere, il Signore le disse: “Nella parte occidentale (del mio divin Cuore) v'è la lunghezza dei giorni, l'eterna pace, e il gaudio senza fine. Nella parte di tramontana, tu troverai la perpetua sicurezza in faccia agli avversari tuoi, né di questi alcuno potrà prevalere contro di te”.

CAPITOLO IX: IL SIGNORE LE DÀ IL SUO CUORE IN PEGNO DELLA VITA ETERNA.


Nel mercoledì di Pasqua, mentre, essa intonava la messa Venite benedicti, si sentì inondata di un insolito ed ineffabile gaudio e disse al Signore: “Oh fossi almeno una di quelle anime che da Voi udranno questa dolcissima parola!”
Il Signore le rispose: “Siine proprio certa. In pegno ti do il mio cuore; lo terrai sempre con te, e nel giorno in cui adempirò il tuo desiderio, me lo riconsegnerai in testimonio.
“Ti dono pure il mio Cuore come casa di rifugio, affinché nell'ora della tua. morte non si apra davanti a te nessun'altra via fuorché quella del mio Cuore, dove verrai a riposarti per sempre”.
Questo dono fu uno dei primi che la santa ricevette da Dio; perciò da quel momento essa concepì una somma divozione al Sacro Cuore di Gesù Cristo, e quasi ogni volta che il Signore le compariva, ella da quel divin Cuore riceveva qualche grazia speciale, come è manifesto in molti luoghi di questo libro. Perciò Metilde ripeteva spesso: “Se si dovessero scrivere tutti i beni che dal benignissimo Cuore di Dio mi furono donati, non basterebbe un volume grosso come quello del Mattutino”.

CAPITOLO X: CRISTO COMPIE PER LEI LE LODI DOVUTE A DIO PADRE.


Un giorno, dopo aver ricevuto il santissimo Corpo di Gesù Cristo, Metilde cantava a Dio le sue azioni di grazie e pregava Gesù, Sposo dell'anima amante, che si degnasse di offrire, Lui medesimo, a Dio Padre lodi di amore per un. dono tanto inestimabile. Ella lo vide subito che riverentemente si presentò davanti al Celeste Padre e degnamente ne esaltò la Maestà con queste parole: Caetus in excelsis te laudat caelicus omnis, et mortalis homo; et cuncta creata simul: Tutta l'assemblea celeste ti loda negli alti cieli, e ad un tal concerto si uniscono l'uomo mortale e tutte le creature.
Per le parole: l'Assemblea celeste, ella conobbe che il Signore attirava in sé stesso, l'armonia della lode universale dei cieli.
Per le seguenti: l'uomo mortale, intese che vi univa l'intenzione di tutti i mortali; e per le ultime, tutte le creature, che condensava, per così dire, in sé stesso l'essenza di tutto ciò che è creato, onde celebrare le lodi di Dio Padre. In tal modo, davanti al Padre suo Egli faceva risonare per lei la lode da parte dei cieli, della terra e dell'inferno.

 Chinata sul seno del suo Diletto, Metilde sentì tre pulsazioni risonanti nelle intime profondità del divin Cuore. Nella sua maraviglia, desiderava sapere cosa ciò significasse, e il Signore le disse: “Questi tre battiti indicano tre parole che dico all'anima che mi ama: la prima è questa: Vieni, cioè separati da ogni creatura; la seconda, Entra, con fiducia, come una sposa; la terza, Nel letto nuziale, vale a dire nel mio divin Cuore”.
Da queste tre parole, ella intese come Dio mandi il suo invito a ciascun eletto, mentre questo si trova ancora in mezza alle creature, affinché rinunciando con libera e perfetta volontà alle delizie che nelle creature potrebbe trovare, al Signore unicamente si applichi con tutta divozione. Il Signore suggerisce la confidenza affinché, simile alla sposa che non teme di venire respinta, l'eletto si accosti sempre a Lui con ferma fiducia ed entri nel letto nuziale del suo divin Cuore, nel quale abbondano e sovrabbondano le delizie di quella beatitudine che il cuore dell'uomo è impotente persino a desiderare.

 Provando Metilde un veemente desiderio di sentire il modo con cui la voce del Figlio di Dio intona le lodi di Dio Padre, il Signore le disse: “La mia voce adesso ancora dice questa sola parola: Fiat, Sia fatto! perché la:mia voce è la forza e la virtù della. mia divina volontà. Con questa sola parola furono creati il cielo, là terra e il mare e tutto quanto essi contengono; tale è la testimonianza della Scrittura, poiché è detto: Fiat lux, Che la luce sia! Fiat firmamentum, che il firmamento sia ! ecc! Sola la mia divina volontà regge tutto quanto esiste in cielo e su la terra. Da un cenno della mia volontà dipendono totalmente la lode, la gioia e la beatitudine dei Santi”.

CAPITOLO XI: IL CUORE DEL SIGNORE LE APPARE SOTTO LA FORMA DI UNA LAMPADA


Durante una santa messa, mentre diversi pensieri le impedivano di fruire della divina consolazione, Metilde supplicò la Vergine Maria, mediatrice fra Dio e gli uomini, che volesse ottenerle la presenza del suo Figlio diletto. Certo per l'intervento della Beata Vergine, ella vide il Signore Gesù, Re della gloria, seduto sur un trono sublime, trasparente come un puro cristallo. Dalla parte anteriore di questo trono uscivano due limpidi rivoli, di cui uno significava la remissione dei peccati, e l'altro la consolazione spirituale; le quali grazie durante la messa, per la virtù della divina presenza, ad ogni uomo vengono concesse in una maniera più facile.
Verso l'oblazione dell'Ostia Santa, il Signore, lasciando quel trono, parve elevare con le sue proprie mani, il suo dolcissimo Cuore, simile ad una lampada lucentissima, piena e traboccante. La lampada, infatti, traboccava con tanta veemenza che larghe gocce ne cadevano da ogni parola; tuttavia, la sua pienezza non ne soffriva diminuzione alcuna. Questo faceva intendere che dalla pienezza del Cuore di Gesù gli uomini possono tutti o ricevere la grazia più che sufficiente ad ognuno secondo la propria capacità, senza che quel Cuore cessi dal sovrabbondare in sé stesso di beatitudine, perché quantunque la comunichi largamente non ne soffre alcun detrimento.
Ella vide inoltre che i cuori di tutti gli astanti sotto forma di lampade, erano con una specie di funicella attaccati al Cuore del Signore. Certune di queste lampade apparivano dritte, piene di olio ed ardenti; altre invece sembravano vuote e rovesciate. Le lampade che bruciavano dritte figuravano le anime che assistevano alla messa con desiderio e devozione; mentre le lampade rovesciate significavano quelle che nella messa trascuravano. di innalzarsi a Dio con divota attenzione. Metilde allora, compresa da un immenso desiderio di vedere il suo cuore totalmente immerso nel divin Cuore, se lo vide tosto portato su dal mezzo degli altri ed immerso in quel Cuore come un pesce nelle acque.
Le sue devote supplicazioni si volsero subito ad ottenere dal Signore che le insegnasse da quali disposizioni dovesse essere animato il suo cuore così immerso nel Cuore di Lui, onde perseverasse sempre in questa unione benedetta. In quel medesimo istante vide il divin Cuore come cangiato in una gran casa d'oro; ora il Signore passeggiava in mezzo al suo proprio Cuore come in uno splendido ed amenissimo palazzo. Nella sua ammirazione pensava come ciò potesse avvenire, quando sentì il Signore che le diceva: “Hai tu dunque dimenticato questa parola del Salmo: Perambulabam in innocentia cordis mei, in medio domus meae; Nell'innocenza del mio cuore, io passeggiavo in mezzo alla mia casa? E chi può mettere questo in atto se non io? Nessuno è innocente per sé medesimo, fuorché io solo”.
Metilde vide pure in quella casa quattro bellissime Vergini, in cui riconobbe le quattro grandi virtù di Umiltà, Pazienza, Dolcezza e Carità. Quest'ultima rivestita di un abito verde, superava in grazia le altre sue sorelle. Vedendola in tale abito e ricordandosi che la Carità ad un altra persona di beata memoria si era già mostrata con un manto verde, la Santa domandò al Signore perché la Carità comparisse spesso con questo colore. - “La Carità, le rispose il Signore, con la sua virtù fa rinverdire molti tronchi disseccati, cioè i peccatori, e fa che portino pure frutti di opere buone; quindi a buon diritto porta il color verde”. E soggiunse: “Sforzati di entrare nell'intimità di queste Vergini e di ottenerne l'amicizia, se vuoi restare con me in questa casa e godere della mia presenza.
“Quando la vanità tenterà di indebolire il tuo cuore, ricordati della forza della Carità la quale mi trasse fuori dal mio riposo nel seno del Padre, per abbassarmi nel seno della Vergine, mi avviluppò in povere fasce, mi adagiò nel presepio, mi costrinse a subire tante fatiche nelle mie predicazioni, e infine mi trasse a morire della più amara ed ignominiosa morte.
“Parimenti, quando l'orgoglio ti molesta, ricordati della mia umiltà, per la quale non mai mi insuperbii nei miei pensieri come nelle mie parole, nel mio contegno come nelle opere, ma in ogni circostanza diedi l'esempio della più perfetta. umiltà.
“Se ti assale l'impazienza, ricordati della pazienza che serbai nella povertà, nella fame, nella sete, nei miei viaggi, di fronte alle ingiurie ed agli obbrobri, soprattutto in faccia alla morte.
“Nelle tentazioni di ira, abbi memoria della mia mansuetudine con coloro che odiavano la pace; io fui pacifico e mansueto a tal segno che dal Padre mio anche per i miei crocefissori ottenni il perdono. Dopo aver esercitato sopra di me crudeltà sì inaudite che nulla sembrava potervisi aggiungere, nell'eccesso del loro furore ardirono ancora: digrignare i denti contro di me; e allora appunto mostrai loro tale bontà di cuore, come se non fossero stati miei nemici.
“In tal modo potrai con le mie virtù trionfare di tutti i vizi”.

CAPITOLO XII: LA VISIONE DEL ROVO – I NOVE CORI DEGLI ANGELI E IL GIUSTO


Per la morte del giovine Signore Conte, B., la Comunità era andata in processione davanti al corteo funebre; e la Serva di Dio, aveva preso molto piacere nel contemplare la vasta pianura della campagna. Più tardi, siccome per la malattia non poteva né dormire né alzarsi per pregare, il Signore le apparve vestito di bianco, dolcemente consolandola delle sue pene e delle sue infermità. Ma ella disse al Signore: “Mio Signore, se mi fosse almeno permesso di andare a passeggiare in quella pianura che attraversai poco tempo fa!” Il Signore rispose: “Non sai tu il proverbio volgare: Orecchie ha il bosco e occhi la pianura?” E soggiunse: “Il bosco ha orecchie perché se due persone siedono presso un roveto per discorrere, quelli che passano potranno udirle”.
D'un tratto apparve un rovo magnifico, largo e folto, formato di virgulti che salivano ben dritti. Il Signore sedeva con Metilde sotto questo rovo, di cui i giovani rami sembravano essere le virtù di Dio: sapienza, benignità, giustizia, misericordia, carità ed altre, tutte connaturali al Signore. Tutte infatti, simili all'ulivo, sono sempre in fiore, verdeggianti e fiorite in nuovi polloni.
L'anima abbracciò il ramo della giustizia, dicendo al Signore: “Mi conviene abbracciare adesso con riconoscenza questo ramo, poiché Voi mi mettete alla prova con la vostra giustizia, nel mandarmi pene e tribolazioni”. Ma questo ramo le parve essere Dio medesimo; perciò se lo tenne strettamente abbracciato, e si mise a lodarlo con queste parole: “Io ti lodo, o sole di giustizia; ti lodo, o splendore di giustizia, ecc.”. In quel mentre, dal Divin Cuore uscì un fiume, il quale si diffuse sopra di Lei e investendola tutt'intera, dissipò la sua tristezza a segno che non ne rimaneva traccia. Il Signore le. disse: “Ecco il rovo di cui, parla la Scrittura: “Emissiones tuae paradisus: Le tue espansioni sono un paradiso”.
Attorno a questo rovo stavano gli Angeli, i loro cori l'avevano circondato come di nove circoli.

Il Signore disse all'anima: “Ecco ciò che si legge nella Scrittura: “Quae habitas in hortis, amici auscultant: O tu che abiti nei giardini, i tuoi amici ascoltano” (Cant. VIII, 13).
Per divina ispirazione l'anima conobbe il modo con cui gli Angeli assistono il giusto, in rutto il bene che compie.
“Quando uno legge i Salmi od altre parti della Scrittura, oppure si dedica a qualche opera buona, gli Angeli sono presenti per assisterlo.
“Quando nell'orazione conversa con Dio, oppure ascolta la parola di Dio, ovvèro parla dì Dio, è assistito dagli Arcangeli.
“Se medita su le virtù di Dio, su la sua potenza, la sua sapienza, la sua bontà, la sua giustizia, la sua misericordia, la sua longanimità, la sua carità, e quando si sforza per quanto è possibile d'imitare queste virtù, le Virtù, sono al suo servizio.
“Quando l'uomo, pensando all'ineffabile e sublime divinità, trema davanti a Dio e a Lui umilmente si sottomette, è assistito dalle Potestà.
“Ma quando nel suo cuore esalta la nobiltà e la grandezza della Divinità, quando pensa a quella Maestà infinita che si è degnata di creare l'uomo a sua immagine e somiglianza, operando per lui cose sì grandi; quando, a motivo della riverenza e dell'amore che Dio dimostra per l'uomo, egli pure rispetta ed ama tutti gli uomini, è servito dai Principati.
“Che se, con inchini, genuflessioni e prostrazioni, adora Dio, è assistito dalle Dominazioni.
“Quando poi l'uomo, nella tranquillità del suo cuore, medita su le grandezze e perfezioni di Dio, è servito dai Troni.
“Se è illuminato dalla conoscenza di Dio, se si eleva nella contemplazione sino a considerare i divini misteri, i Cherubini sono i suoi ministri.
“Ma quando l'anima, attingendo nel Cuore di Dio un ardente amore, ama Dio col proprio amore di Dio, e in Dio e per Dio ama tutti gli uomini, i Serafini esercitano il loro ministero presso di lei”.

 Il Signore le disse ancora: “Vuoi tu ora sapere cosa significhino queste parole: La pianura ha occhi? - Quando due persone camminano in una gran pianura, possono vedersi da lontano. Se queste due persone si amano a vicenda, senza dubbio cercheranno di raggiungersi al più presto, Quando il cervo e la cerva si sono riconosciuti anche à gran distanza nella campagna, con quale rapidità non si corrono incontro? Così l'anima che mi ama e mi desidera, mi attira a sé, anche con un sospiro solo, più presto che non la parola venga alle labbra.
“Nella pianura ancora, i viandanti e gli stranieri riparano le loro forze. Così pure quando l'anima vive da straniera in questo mondo e custodisce il suo cuore libero da ogni attacco alle cose terrene, io l'invito spesso al mio banchetto.
“Nella pianura si raccolgono pure dei fiori. Così nell'anima santa ornata di desiderii tanto variati come l'aspetto dei campi fioriti, io colgo questi desiderii, ne intrecciò una corona che pongo sul mio capo, sino al giorno in cui l'anima si presenterà lei medesima a me e le riconsegnerò quella corona”.

Metilde disse allora al Signore: “Mio Signore, quale colpa ho io. commesso per essermi compiaciuta nel mirare intorno a me la bellezza di quella vasta campagna?” Egli rispose: “Tu hai fatto cosa contro l'obbedienza e hai distratto da me il tuo pensiero; inoltre hai tralasciato di pregare per l'anima di quel defunto”. Ella riprese: “Insegnatemi, o amatissimo Signore, come dobbiamo comportarci in simile circostanza”.
Nell'uscire dal coro, rispose il Signore, ripeterete il versetto: Deduc me, Domine, in via tua et ingredere in veritate tua, Laetetur cor meum et timeat nomen tuum;. Conducetemi, o Signore, nella vostra via ed entrerò nella vostra verità. Che il mio cuore si rallegri nel timore del vostro nome. (Ps. LXXXV, 11). Uscendo così con un sentimento di timor di Dio, mi prenderete per compagno del vostro cammino a guisa di un robusto bastone per vostro aiuto.
“Quando sarete fuori, con la mia destra benedirete le case, le strade e tutto ciò che incontrerete, e tutto sarà benedetto. Quando uno ha concepito qualche vana letizia, il suo cuore ne resta aggravato; mentre chi concepisce il mio timore non avrà tristezza, ma possederà il vero gaudio.
“Avvicinandovi al corteo funebre, potrete pensare a quella processione del giudizio finale, quando tutti, dopo aver ripigliato il proprio corpo, mi verranno incontro, mentre io pure circondato dagli Angeli e dai Santi, con ineffabile gloria e maestà, mi porterò ad incontrarli.
“Inoltre pregherete per l'anima del defunto, affinché se si trova nelle pene, venga al più tosto sciolta da ogni impedimento e, riunita a me ed ai miei Santi, diventi degna della futura glorificazione, onde possa in quel tremendo giorno présentarsi a me con gioia ed onore”.

CAPITOLO XIII: LA CUCINA DEL SIGNORE.


La liberalità del Signore aveva fatto a Metilde un dono magnifico. Riconoscendo la propria indegnità, ella disse con un umile disprezzo di sé stessa: “O Re generosissimo, a me non si addice un dono di tal valore. Io sono indegna perfino di lavare le stoviglie nella vostra cucina!
Il Signore con bontà replicò: “E che cosa sarebbero la mia cucina e le mie stoviglie che vorresti lavare?”
Non sapendo che rispondere, Metilde tacque. Ma il Signore che talvolta solleva una difficoltà, non già per ottenerne una soluzione, ma per dare qualche insegnamento, risolvette la questione per mezzo di una visione ch'Egli spiegò in questo modo: “La mia cucina è il mio divin Cuore; la cucina, infatti, è un luogo comune aperto a tutti, agli schiavi come alle persone libere; così pure, il mio Cuore è continuamente aperto a tutti e disposto a dare a ciascuno ciò che può essergli grato: Il capo di questa cucina è lo Spirito Santo, di cui la inestimabile soavità riempie senza posa il mio Cuore con una riboccante liberalità. Le mie stoviglie sono i cuori dei Santi e dei miei eletti, i quali continuamente ricevono di questa inebriante sovrabbondanza del mio divin Cuore”.
Metilde scorse d'un tratto la Beata Vergine Maria in piedi presso il Signore, con la moltitudine degli Angeli e dei Santi. Gli Angeli, sembravano trarre dal loro petto i loro cuori sotto la forma di scodelle d'oro e presentarli alla liberalità del Re. E ognuno sembrava tosto riempirsi di divina voluttà nel torrente che in grande abbondanza sgorgava dal sacratissimo Cuore; poi, traboccanti a loro volta, i cuori dei Santi facevano rifluire questo torrente verso la sorgente, ossia verso il Cuore del Signore.
“Ricorri al purissimo Cuore della verginale Madre mia, le disse il Signore; là potrai lavarti, dedicandoti all'azione di grazie ed esaltando quella nobile fedeltà con la quale, più di ogni altra creatura, in tutte le sue azioni ella mi restava fermamente o piuttosto inseparabilmente unita. Quell'acqua in cui ti sarai lavata, la berrai per il desiderio e lo zelo nell'imitare mia Madre; similmente ti comporterai rispetto ai cuori di tutti gli altri Santi, esaltando sempre con divozione le loro virtù e imitandole con umiltà, secondo il tuo potere. In tal modo potrai felicemente giungere a godere della loro società nella gloria”.

CAPITOLO XIV: L'ANIMA SI ANNIDA NEL CUORE DEL SIGNORE


Un'altra volta, dopo la Santa Comunione, il Signore le disse: “Ecco, io sono in te, e tu in me, immersa nella mia onnipotenza come il pesce nell'acqua”. - “O mio Signore, rispose Metilde, i pesci sono sovente presi nella rete o tratti fuori dell'acqua, e se ciò accadesse anche a me?”
Il Signore riprese: “Tu non potrai, figliuola, essere tratta fuori di me. Ti farai un nido nel mio divin Cuore. - Quale sarà questo nido?” disse l'anima. - L'umiltà, rispose il Signore, l'umiltà ben custodita nei doni e nei favori che ricevi da me; tieniti sempre inabissata in una sincera umiltà”.
L'anima continuò: “I pesci si moltiplicano nelle acque: quale sarà il mio frutto?”
Il Signore si degnò rispondere: “Quando tu mi offri al Padre celeste per il gaudio e la gloria dei Santi, il loro gaudio ed i loro meriti si moltiplicano, come se mi ricevessero corporalmente su la terra. Ecco quale sarà il tuo frutto”.
L'anima si pose a riflettere come ciò potesse applicarsi ai Patriarchi ed ai Profeti che su la terra non avevano,mai ricevuto il Corpo di Cristo; ma il Signore le disse: “Ciò che gli Apostoli possedettero nella realtà, i Patriarchi ed i Profeti lo possedettero per la fede e la speranza: perciò questo frutto a loro appartiene cosi veramente come agli Apostoli”.


CAPITOLO XV: L'ANIMA DI METILDE TRAPASSATA DA UN DARDO D'AMORE - LA CROCE


Essendo una volta Metilde rapita in estasi, le parve di trovarsi in una casa di meravigliosa bellezza, in cui riconobbe subito il Cuore di Cristo, perché più di una volta, come già si è visto, vi era entrata allo stesso modo.
Prostratasi a terra, trovò sul pavimento una gran Croce e su quella si distese. Ed ecco che dal mezzo di quella croce usci un dardo in oro molto affilato, il quale trapassò l'anima di Metilde da una parte all'altra, poi essa udì dal Signore queste parole: “Tutto quanto vi è sopra la terra non potrebbe formare il gaudio dell'anima: la salvezza e la gloria suprema consistono nelle pene e nelle tribolazioni”.
Tuttavia l'anima risentiva tristezza ed ansietà, perché udiva la voce del suo unico Diletto, ma non poteva vederlo. Mentre ella lo cercava con ardente desiderio, Egli le comparve davanti vestito di un abito di seta rossa, e prendendole la mano, le parlò con gran dolcezza. Ma l'anima, accorgendosi dell'estrema morbidezza della veste del Signore, domandò. ciò che potesse significare; il Signore le disse: “In quella guisa che una stoffa di seta è molle e delicata, così ogni pena e tribolazione è soave per l'anima che ama veramente il suo Dio”.
“Così sarà, riprese Metilde, nel principio della sofferenza, giacché l'anima è allora nel primo vigore del suo amore: ma quando la pena aumenterà, allora diventerà grave ed insopportabile”.
Il Signore rispose: “Senza dubbio! ma quando uno possiede una veste di seta ornata di oro e di pietre preziose, non la getta via perché è pesante, né per questo la aborrisce: la considera invece come più distinta e più preziosa. Così, l'anima fedele. non rifiuterà punto la pena per il motivo che diventa troppo acerba, perché nel patire tutte le sue virtù vengono ad essere nobilitate ed il suo merito si accresce all'infinito”.
Era questa visione il presagio di una malattia che doveva capitarle poco tempo dopo, cioè nell'Avvento, tempo questo ch'ella sempre celebrava con gran divozione ed ardenti desiderii. In quel tempo venne colpita da dolori acutissimi; ma ciò che le dava maggiore pena, era di non poter portarsi al coro né compiere le sue ordinarie devozioni.

CAPITOLO XVI: INFERMITÀ DI METILDE


Secondo le consolazioni e le dolcezze che il Signore diffonde nell'anima che lo ama, Egli moltiplica pure per lei i dolori e le infermità, come spesso si vede in quest'anima fedele. Una volta, infatti, per più di un mese ella soffrì d'un male di capo così forte che non poteva né pigliar sonno né aver alcun riposo. In pari tempo si trovò priva di ogni grazia, di ogni dolcezza e di ogni visita divina, dimodochè con calde lagrime sovente si lagnava di non aver più nessun pensiero di Dio che la consolasse. Giunse infine ad una tale tristezza che talvolta con accorati gridi chiamava il suo Dio, il suo Diletto; e la sua voce addolorata si udiva in tutta la casa.
Dopo sette giorni passati in un tale eccesso di desolazione, il Signore di bontà, il quale è sempre vicino a quelli che hanno il cuore trafitto, l'inondò di consolazioni così abbondanti che sovente, dal Mattutino all'ora di Prima e da Prima all'ora di Nona, rimaneva con gli occhi chiusi e come morta, tutta assorta nel godimento del suo Dio.
Durante questo tempo, il misericordioso suo Signore le rivelava le meraviglie dei suoi divini segreti e la rallegrava con la sua dolce presenza a tal segno che, non potendo tener nascosta la sua santa ebbrezza, persino agli ospiti ed ai forestieri Metilde manifestava quella grazia interna che per sì lungo tempo aveva tenuta nascosta. Ne avvenne che molti le diedero l'incarico di raccomandare a Dio le loro intenzioni; e a tutte queste persone, secondo ciò che Dio si degnava di manifestarle, ella rivelava i desiderii dei loro cuori. Varie persone con grande letizia ne rendettero grazie al Signore.
Fu durante questa malattia che Dio le tolse con la morte la sua dolcissima sorella, madre badessa di venerata memoria. Ma essa riconosceva che Dio l'aveva compensata oltre ogni misura di questa pena e delle sue altre tribolazioni, col concederle il favore di vedere quest'anima ogni volta che voleva e di contemplarne l'abbondante ricompensa.
Tuttavia, siccome si lagnava ancora d'aver perduto il sonno a causa di questo dolore di capo, chi l'assisteva pensò ch'essa vaneggiasse per la malattia, perché non sembrava far altro che sonnecchiare. La sua intima confidente le domandò dunque ciò che facesse con gli occhi chiusi durante le lunghe ore in cui restava immobile, e la Santa rispose: “L'anima mia si compiace con delizia nel godimento di Dio, nuotando nella Divinità come il pesce nell'acqua o l'uccello nell'aria. Tra l'unione dei Santi con Dio e quella dell'anima mia, non v'è differenza se non che loro godono nell'allegrezza ed io nella sofferenza”.

 Durante questa malattia, sopravvenne la Quaresima ed ella risolvette di ritirarsi in ispirito nel deserto col Signore. In quella notte le parve di esservi in realtà, e domandò al suo Signore dove desiderasse, passare quella prima notte. Egli le indicò un albero magnifico ma tutto incavato, chiamato l'Albero dell'umiltà e le disse: “Qui passerò la notte”; e subito entrò nella cavità dell'albero.
“Ed io dove andrò, esclamò Metilde”.
“Non puoi tu, rispose il Signore, volare sul mio seno e riposarti come fanno gli uccelli?”
Incontanente parve a quell'anima di essere un uccellino che volava verso il seno del Signore, dove tranquillamente prese il suo riposo. - “Misericordioso Signore, disse, mettetemi sul capo il vostro dito, perché io possa addormentarmi”.
“Ma quando gli uccelli vogliono dormire, riprese il Signore, si mettono la testa sotto le ali”.
- “Signore, quali sono le mie ali?”
- “Il tuo desiderio sempre ardente è una ala rossa; il tuo amore sempre vigoroso e crescente è un'ala verde; e la tua speranza, per cui senza posa sospiri verso di me, è un'ala gialla come l'oro”.
Quella pia Vergine vide che dal divin Cuore stillavano piccole gocciole, le quali essa avidamente raccoglieva e ne sentiva un'ineffabile consolazione quale sino a quell'ora non aveva mai prova fa.
In quel momènto le parve che arrivasse san Pietro medesimo grandemente sorpreso che il Signore di, Maestà si degnasse abbassarsi a tal punto verso quell'anima. E il Signore disse: “Perché meravigliarti, Pietro? Non sai tu che i primi figliuoli e gli ultimi sono i più cari ? Voi, che foste i miei apostoli, foste i miei primogeniti ai quali dimostrai tutta la mia tenerezza, e in me trovaste il perfetto compimento di tutti i vostri desiderii”.
Ma qui lo spirito di Metilde fu rapito in cielo dove vide il Signore seduto all'Oriente e, col Signore, sua sorella di felice memoria la madre badessa, circondata da tutti i membri della Congregazione, defunti e vivi. Ai più leggieri movimenti della defunta, tutte le anime che da lei erano state governate su la terra, facevano udire una melodia così deliziosa che la Corte celeste ne risentiva un nuovo gaudio: queste anime sembravano volare attorno alla badessa come uno sciame di bianche colombe.
I santi angeli presentarono a Dio le opere meritorie di tutte queste anime onde accrescere la felicità della detta badessa, la quale pregava per la sua Congregazione, dicendo: “Padre santo, conservate nel vostro nome quelle che mi avete date”. Il Signore rispose: “La tua volontà è la mia, nell'innocenza le custodirò da ogni male”.
Al Figlio quell'anima beata diceva:. “Vi domando che siano una sola cosa in Voi come siamo noi”, cioè con un'intera e piena volontà siano in tutto unite a Dio, come a Lui sono uniti i Santi in cielo. Il Figlio disse: “Il tuo desiderio e il mio desiderio: io sono in esse, ed esse sono in me; perfezionerò e confermerò in me tutte le loro opere”.
Ella pregò inoltre lo Spirito Santo, dicendo: “Santificatele nella verità, degnatevi di essere il loro Consolatore”. E lo Spirito Santo si degnò rispondere: “Il tuo gaudio è il, mio gaudio; le consolerò e le custodirò”.
Dopo le predette cose, Metilde, pregando anch'essa per la Congregazione, sentì nel firmamento del cielo un suono dolcissimo; era lo strepito delle discipline che in quel momento le suore prendevano per la salvezza degli uomini: A questo rimbombante suono, i santi angeli danzavano applaudendo, mentre i demonii che cruciano le anime, fuggivano lontano e le anime erano liberate dalle loro pene e le catene dei loro peccati si spezzavano.

CAPITOLO XVII: IL SIGNORE LE PROMETTE DI RIVESTIRLA DI SÈ MEDESIMO


Un'altra volta, mentre per il mal di capo non poteva pigliar sonno, quella divota vergine, pregò il Signore di mostrarle almeno un luogo dove potesse trovare un po' di riposo. Egli le presentò i quattro fori delle sue piaghe, ordinandole di scegliere la dimora che le sarebbe più gradita. Ella non volle fare nessuna scelta, ma se ne rimise alla divina bontà perché si degnasse fissarle una dimora secondo il suo beneplacito. Il Signore le indicò la piaga del suo Cuore dicendo: “Ecco, entra e riposati qui”.
La santa con molto gaudio subito penetrò nel Cuore di Dio, e le parve di avere tanti guanciali di seta quante punture di dolore risentiva nel capo.
“Diletta mia, le disse il Signore, in questa festa di Pasqua, voglio rivestir ti io stesso e di me stesso”. Ella non intendeva il senso di queste parole, perciò il Signore riprese: “Non sai tu che la seta è filata dai vermi? Orbene, di me sta scritto: Sono un verme e non un uomo (Ps., XXI, 6); io dunque dalle viscere della mia misericordia trarrò per te delle vesti; e le porteremo assieme se non potrai portarle di per te sola. Sinora, infatti, mi hai fedelmente servito nei travagli; ora ti sforzerai di servirmi nell'esercizio delle virtù di cui ti ho dato l'esempio, e ciò che per te sarà troppo grave, lo porterò con te, né ti mancherà il mio aiuto”.

CAPITOLO XVIII: LA FONTE DELLA MISERICORDIA


Un'altra volta, quella divota vergine, s'informò del luogo ove avesse da passar la notte in orazione col Signore. - “Ai piedi di questa montagna deserta”, rispose il Signore, e ve la condusse. Le mostrò la Fontana della Misericordia, presso la quale vi era una coppa d'argento.
Il Signore le disse: “Fa bere l'acqua di questa sorgente a chi tu desideri”.
Metilde replicò: “Mio Signore, fatelo Voi per me, perché io non ne sono quasi capace, tanto mi sento debole ed inferma”. I santi Angeli, accostandosi in sua vece a quella fonte, offrirono da bere dapprima alla gloriosa Vergine Maria per l'accrescimento della sua beatitudine. E mentre essa beveva, ogni goccia nella sua bocca risonava in una maniera così armoniosa che i cittadini della celeste Gerusalemme ne trasalivano con uno speciale giubilo. Diedero da bere anche ai Patriarchi, ai Profeti, agli Apostoli, ai Martiri, ai Confessori, alle Vergini, alle Vedove, a quelli che si erano santificati nello stato del matrimonio e a tutti i cittadini del Cielo. E sempre ogni goccia che veniva assorbita, dava un soavissimo suono in lode a Dio, come abbiamo detto rispetto alla Vergine Maria.
Dopo, gli Angeli diedero da bere di quella sorgente della Misericordia alla Chiesa militante. Dapprima al Signore Apostolico (il Papa), ai Cardinali, agli Arcivescovi, ai Vescovi ed a tutti i Religiosi, poi all'Imperatore, ai Re, ai Principi, ai Giudici ed ai Pastori delle anime, in una parola, a tutti quelli che vivevano su la terra; e infine alle anime del Purgatorio. Tutti veramente bevevano di quella fonte, ma non tutti nel bere di quell'acqua facevano sentire quel dolce e soave suono come gli eletti della Chiesa trionfante.
A compimento, il Signore, Egli medesimo, ai membri della Chiesa trionfante, e a quelli della Chiesa militante, presentò da bere un nettare che dal suo Cuore scorreva in una piccola coppa formata con le preghiere della sua Serva.

 La notte seguente, condotta di nuovo in ispirito a quella fonte della Misericordia, Metilde vide che ne usciva la vena abbondantissima dell'acqua dell'umile riconoscenza, la quale bolliva e dopo attraversato il Cuore di Gesù Cristo ritornava ancora purissima verso la sua sorgente. E questo deve intendersi nel seguente modo: poiché i doni di Dio sono variati e non tutti gli uomini hanno la medesima grazia, perciò v'è hi divisione dei doni; ognuno deve dunque con gran cura attendere a quel dono che Dio gli ha conferito, e a Dio farlo risalire con la riconoscenza, stimandosi indegno di ogni grazia e persino della vita. Ognuno se ne dimori nella propria abiezione e sempre dica come Giacobbe: Minor sum, Domine, cunctis miserationibus tuis: Non merito, o Signore, la vostra pietà. Nessuno deve desiderare per sé medesimo maggiori doni, se non per la gloria di Dio: ma ritenga per certo che tutto quanto avviene di lieto o di triste, tutto sempre viene dall'estrema carità di Dio per la sua creatura. Perciò, tutti i doni che si ricevono da Dio, bisogna con riconoscenza, in unione di azioni di grazie con Gesù Cristo e attraverso il suo sacratissimo Cuore, farli risalire sino a Dio da cui proviene ogni bene.

 Un'altra volta, essa vide il Signore Gesù seduto in alto alla destra della divina Maestà e occupato a rimettere i peccati. Le suore con cuore contrito ed umiliato, venivano a confessarsi; il Signore Gesù abbracciava ciascuna col suo braccio destro e annientava in sé medesimo tutti i peccati confessati, dimodochè sembrava che quelle colpe non ci fossero mai state. Quando ciascuna era così purificata, Egli la presentava al Padre celeste che l'avvolgeva in uno sguardo benevolo, dicendole: “La destra del mio Giusto ti ha ricevuta in perfetta riconciliazione”.


CAPITOLO XIX: BONTÀ DEL SIGNORE NELLA MALATTIA DELLA SUA SERVA


Durante la sua malattia, mentre si doleva con Dio perché non poteva recarsi al coro né compiere nessun'opera buona, le parve che il Signore col suo braccio sinistro la tenesse abbracciata in tal modo che la piaga del suo. dolcissimo Cuore si applicasse sul cuore della sua diletta. E il Signore le disse: “Quando sei ammalata ti abbraccio col mio braccio sinistro, ma quando sei sana ti abbracciò invece col destro. Sappi perciò che quando tu sei abbracciata col braccio sinistro, sei più vicina al mio Cuore”.

Dopo quaranta giorni di malattia e di dolori di capo, le sembrò infine di trovarsi di nuovo col Signore nella campagna fiorita ed ella gli disse: “O dolcissimo mio sposo, datémi la vostra benedizione, come faceste col vostro servo Giacobbe”. Il Signore con bontà la benedì con la mano, dicendole: “Sii sana di corpo e di anima”; e d'un tratto ella sentì calmarsi i suoi dolori.
Nella sua gioia pregò la Santa Vergine e tutti i Santi di lodare insieme con lei il Diletto dell'anima sua per questo benefizio.
E tutti, dopo che la Beata Vergine ebbe incominciato, fecero risuonare nuovi canti di lode per i benefizi che quell'anima da Dio aveva ricevuti.
Da quel momento la Serva di Cristo si trovò meglio; ma non si ristabilì completamente; nondimeno vacava agli esercizi spirituali con tanto ardore che le sue forze non vi potevano bastare.

Un'altra volta, Metilde con azioni di grazie pensava alla potenza del divino Amore che dal seno del Padre fece scendere Cristo nel seno della Madre Vergine. Il Signore le disse: “Eccomi, io mi abbandono in potere dell'anima tua come tuo schiavo, affinché tu faccia di me quanto vorrai. In quella guisa che un prigioniero non può far nulla senza l'ordine del suo padrone, così io sarò ai tuoi comandi”.
Metilde con una profonda gratitudine ascoltò tali parole di una sì grande accondiscendenza, poi pensò che cosa dovesse domandare alla bontà del Signore. Era vicina la solennità di Pasqua; dal principio dell'Avvento, fuorché nella vigilia e nella Natività di Cristo, per i suoi incessanti dolori, non le era stato possibile recarsi al coro; non aveva dunque nessun desiderio più veemente che quello della sanità.
Tuttavia, nella sua perfettissima fedeltà verso Dio, rispose al Signore: “O il più dolce, il più caro Diletto dell'anima mia, quando pure io potessi ricuperare adesso tutto il vigore e tutta la sanità che mai abbia avuta, non lo vorrei punto. Ciò che voglio unicamente, è di non essere mai in disaccordo con la vostra volontà, ma di voler. sempre con Voi tutto quanto vorrete e farete per me, sia penoso, sia piacevole”.
Incontanente le parve che il Signore l'abbracciasse col suo braccio sinistro e le piegasse il capo sul proprio petto, dicendo: “Poiché tu vuoi tutto ciò che voglio io, terrò sempre l'anima tua abbracciata, attirerò in me tutti i dolori del tuo capo e li santificherò con le mie sofferenze”.
Si potrebbero scrivere molte cose sopra ciò che avvenne durante quella malattia; ma le omettiamo, perché nelle sue relazioni spesso interrotte o scritte a brani, la Santa, come ebbe a dichiarare, spesso sopprimeva ciò che vi era di migliore. “Tutto ciò che vi riferisco, diceva, non è che un soffio di vento in confronto di ciò che non posso esprimere con le parole”. Talvolta parlava con voce così bassa che non potevamo intenderla bene. Ma, non abbiamo aggiunto nulla a ciò che abbiamo veramente udito ed accuratamente conservato, a lode di Dio e per utilità del prossimo.


CAPITOLO XX: COME L'ANIMA PREPARI NEL SUO CUORE UNA CASA PER IL SIGNORE


Un sabato, durante la messa Salve sancta Parens, ella disse - al Signore: “Oh, se potessi per vostro amore, o Dio amabilissimo, esaltare la vostra gloriosa Madre con le mie lodi e offrirle per onorarla i doni più splendidi che mai nessuna regina abbia ricevuti!”.
Il Signore tosto fece segno a due Angeli, come per farsi portare qualche oggetto. Essi se n'andarono e riportarono una specie di sacchetto bianco che deposero davanti al Signore. Questo sacchetto conteneva le buone opere di Metilde. Tra altri gioielli, il Signore prese una croce d’oro che figurava le sofferenze; scelse inoltre un magnifico giglio che attaccò sul proprio petto a guisa di ornamento.
Ma l'anima, rapita dalla dolcezza di questa scena, disse al suo Signore: “O Diletto del mio Cuore, come vorrei di questo mio cuore formare il dono più ricco e più degno di Voi”.
Il Signore rispose: “Non potrai mai trovare un dono che mi sia più gradito di una piccola casa formata nel tuo cuore, affinché io vi abiti continuamente e vi trovi le mie delizie. Questa casa non avrà che una sola finestra da cui parlerò e distribuirò agli uomini i miei doni”.
Ella intese che questa finestra figurava le sue proprie labbra di cui doveva usare per distribuire la parola di Dio e per istruire o consolare quelli che si fossero rivolti a lei.


CAPITOLO XXI: ANCORA IL DIVINO AMORE


Metilde una volta pregava il Signore che le volesse dare qualche cosa che l'eccitasse ad una continua memoria di Lui. Il Signore le disse:
“Ecco, io ti dono gli occhi miei, affinché con quelli tu veda ogni cosa; ti dono le mie orecchie perché con quelle tu intenda tutto ciò che senti; ti dono la mia bocca perché per suo mezzo tu proferisca tutto ciò che dici nel parlare, pregare o cantare; ti dono il mio Cuore, perché per lui tu pensi tutte le cose, per lui tu ami ed ami pure tutte le cose per mio amore”.
A queste ultime parole, la Serva di Cristo si sentì tutta attirata al Signore e a Lui intimamente unita, a segno che le sembrava di vedere con gli occhi di Dio, udire con le orecchie di Dio, parlare Con la bocca di Dio e infine non aver più altro cuore che il Cuore di Dio.

Il Signore le disse ancora: “Quanto più ti allontanerai dalle creature rinunciando alle consolazioni che ne potresti ricevere, tanto più sarai sollevata all'altezza inaccessibile della mia maestà. Quanto più la tua carità si estenderà su le creature con la compassione e la misericordia verso tutti, tanto più sarai strettamente e con tenerezza circondata dalla mia incomprensibile larghezza. Quanto più col disprezzo di te medesima ti umilierai sotto ogni creatura, tanto più ti sprofonderai in me e con maggior dolcezza ti inebrierai al torrente della mia Divinità”.

 Una volta, mentre cercava con, ardore il Diletto dell'anima sua, il quale non solamente esaudisce ma si degna prevenire il desiderio del povero, lo udì cantare con voce dolce e forte questo invito: “Veni, dilecta mea ad me; Vieni da me, o mia diletta!”. La voce del Signore era così forte che tutto il cielo ne risonò sin nelle sue profondità. Metilde intese che le estremità dei cieli figuravano le anime che lietamente applaudivano alla voce del Signore.
L'anima così invitata si presentò tosto e si tenne in piedi alla presenza del Diletto seduto sur un trono meraviglioso ed elevatissimo. Le colonne di questo trono erano di ambra, i capitelli di smeraldo e le basi di zaffiro. Lo smeraldo significava la giovinezza dell'eternità e lo zaffiro la nobiltà ed il pregio della Divinità.
L'Amore, sotto la figura di una bellissima vergine, passeggiava intorno al trono dove sedeva Cristo e cantava: Gyrum coeli circuivi sola: Feci sola il giro del cielo (Eccl. XXIV, 8).
Da queste parole Metilde conobbe come solo l'Amore avesse potuto rendere schiava l'onnipotenza della divina Maestà rendere pazza, per così dire secondo il giudizio umano, l'inscrutabile Sapienza e spargere in effusioni tutta la sua soave bontà. Solo l'Amore poté vincere i rigori della divina Giustizia e cambiarli in mansuetudine, onde abbassare il Signor della gloria sino nell'esilio della nostra miseria.
Nelle parole seguenti: Et in fluctibus maris ambulavi: E camminai nelle onde del mare; ella intese che tanto prima della Legge come sotto la Legge e sotto la grazia, tutti quelli che per amore si conservarono fedeli a Dio nelle loro tribolazioni, per la forza dell'amore trionfarono di tutte le avversità e di tutti i vizi.
E l'Amore continuava a cantare: Audit eum in gyro sedis etc.: Essa sente intorno al trono. Metilde intese come i Santi ora cantino le opere grandi dal Signore compiute in loro, cioè la loro elezione per la sua inscrutabile sapienza, la loro gratuita giustificazione accompagnata dal dono della grazia, la loro liberazione da ogni miseria per quell'amore potente e forte che convertì in vantaggio della loro salvezza non solo tutti i beni, ma anche tutti i mali. Dio accetta questa lode dai Santi tanto volentieri come se non avessero ricevuto da Lui tutti questi beni, ma li avessero da sé medesimi, e nondimeno a Lui solo ne dessero la gloria.

 Sembrò ancora a quella divota vergine che l'Amore stesse alla destra di Dio, e dal Divin Cuore uscisse un istrumento melodioso rivolto verso il cuore di questa vergine: era un salterio con dieci corde, il quale ricordava h parole del salmo: Vi loderò sul salterio di dieci corde (Ps. XXXII, 2). Nove di queste corde rappresentavano i nove cori angelici nei quali è ordinato il popolò dei Santi. La decima corda rappresentava il Signore medesimo Gesù Cristo, Re degli Angeli e santificatore di tutti i santi. L'anima allora prostrata davanti al Signore, leggermente toccò la prima corda e lo lodò con queste parole43: Te Deum Patrem ingenitum: Voi, o Dio Padre, non generato; alla seconda corda continuò: Te Filium unigenitum: Voi, o Figlio, unico generato; alla terza: Te Spiritum Paraclitum: Voi, Spirito Santo Paracleto; alla quarta corda disse: Sanctam et individuam Trinitatem: Santa ed indivisibile Trinità; alla quinta: Toto corde et ore confitemur: Noi vi esaltiamo col cuore e con la bocca; alla sesta: Laudamus: Vi lodiamo; alla settima: Atque benedicimus: Vi benediciamo; all'ottava: Tibi gloria: A voi gloria; alla nona: In saecula: Per i secoli dei secoli.
Ma su la decima corda ella non poté nulla cantare, perché non poteva raggiungere la suprema altezza di Dio.

 Dopo, ella vide sul petto del Signore uno specchio trasparente nel quale appariva una faccia d'uomo rassomigliante al disco della luna. Nella sua sorpresa, pensava cosa ciò potesse significare, ma il Signore le disse: “Ciò ti serva di istruzione”. Metilde capì che Lui solo è l'eterna Sapienza indicata dagli occhi, sapienza che sa tutto, che sola conosce e vede perfettamente Sé medesima, sapienza che da nessuna creatura può essere compresa. “Chi t'insegna così?” riprese il Signore. “Voi stesso, o Distributore di tutti i beni, rispose la Santa, Voi che all'uomo insegnate la scienza e ispirate ogni sapienza”.
Nel considerare la bocca di quella faccia meravigliosa, Metilde capì che Dio è incomprensibile nella sua onnipotenza e che il cielo e la terra riuniti non bastano a lodarlo pienamente; Lui solo può essere una lode adeguata a sé medesimo, Lui che conosce l'estensione dell'amore con cui dona sé stesso all'anima amante, e ogni giorno su l'altare offre sé stesso a Dio Padre come vittima per la salvezza dei fedeli, in un mistero nascosto persino alle profonde investigazioni dei Serafini, dei Cherubini e di tutte le Virtù dei cieli.
Il Signore parlò di nuovo, dicendo: “E questo, chi te lo ha insegnato?” Ella rispose: “Voi, o Maestro migliore di tutti i maestri, Autore di ogni bontà, vera luce che illuminate ogni uomo che viene al mondo”.
Così dicendo quell'anima si chinò sul petto del suo carissimo Signore, lodandolo con trasporto ed affetto, con tutte le sue forze, in Lui e per mezzo di Lui medesimo. Quanto più lo lodava unendosi a Lui, tanto più svaniva in sé medesima sino a trovarsi annientata. Come la cera si fonde alla presenza del fuoco, così Metilde si liquefaceva, per così dire, e veniva assorta in Dio, felicemente unita con Lui e a Lui attaccata, diremo, col vincolo di una unione indissolubile. Questo stato le faceva desiderare che tutti, in cielo e in terra, fossero partecipi della grazia divina, perciò prese la mano del Signore e con quella tracciò un segno di croce grande abbastanza per abbracciare il cielo e la terra. Questo atto, che accrebbe il gaudio degli abitanti del cielo, procurò pure perdonò ai colpevoli, consolazione agli afflitti, forza e perseveranza ai giusti, ed alle anime del Purgatorio sollievo e liberazione.

CAPITOLO XXII: COME SI DEBBONO CONFIDARE A DIO LE PROPRIE PENE - GLORIA DEI SANTI E DELLE VERGINI


Un'altra volta, mentre quella divota vergine pensava che la sua malattia la rendeva inutile e che le sue pene restavano senza frutto, il Signore le disse:
“Deponi nel mio Cuore tutte le tue pene, ed io darò loro la perfezione più assoluta che la sofferenza possa possedere. In quella guisa che la mia Divinità attirò a sé i patimenti della mia Umanità e li fece suoi, così io trasferirò le tue pene nella mia Divinità, le unirò alla mia Passione, e ti renderò partecipe di quella gloria da Dio Padre conferita alla mia santa Umanità in compenso di tutte le sue sofferenze. Consegna dunque all'Amore ogni tua pena, dicendo: “O Amore, a te commetto tutte queste mie pene con quella intenzione con cui me le hai apportate dal Cuore di Dio, e ti prego che tu le riporti nel divin Cuore perfezionate da una somma riconoscenza.
“Quando desidererai lodarmi e che la malattia te lo impedirà, pregherai perché io esalti e benedica Dio Padre per le tue pene, come feci su la Croce, in mezzo ai miei propri patimenti. Ringrazierai con la gratitudine con cui lo ringraziai di aver decretato la mia Passione per la salvezza del mondo; amerai con l'amore col quale tutto soffrii volentieri e con animo libero e pronto.
“La mia Passione ebbe frutti infiniti in cielo e su la terra; così le tue pene e le tue tribolazioni, se me le offrirai e le unirai alla mia Passione, saranno grandemente fruttuose per te e per tutti; a segno che agli eletti procureranno maggior gloria, ai giusti nuovi meriti, ai peccatori il perdono, ed alle anime del purgatorio l'alleggerimento delle loro pene. Che cosa, infatti, può mai esservi, che il mio divin Cuore non possa commutare in meglio, poiché ogni bene in cielo e in terra proviene dalla bontà del mio Cuore?”
Il Signore le mostrò tutti gli ordini dei Santi con la loro gloria e le loro inestimabili dignità, dicendo: “Ecco quanto la bontà del mio Cuore ha operato nei Profeti, negli Apostoli e in tutti i Santi. Quanto degnamente ho compiuto le loro opere, e con quanta bontà le ho premiate oltre il loro merito!”
Mentre in tal modo con grande letizia considerava la gloria dei Santi, la Serva di Cristo vide con ammirazione il Coro delle Vergini, e rapita dalla loro bellezza e dalla loro beatitudine più che da quella degli altri Santi, disse al Signore: “Ah ! mio Signore, poiché per un amore gratuito date tanti onori alle Vergini, di temi, vi prego, qual è la maggiore delizia che trova te in esse?”
Il Signore rispose: “Ah!, tu vuoi comprendere le cose più grandi, e non sei neppure capace di comprendere in questa vita le più piccole! Tuttavia te ne dirò qualche cosa: Dio mio Padre ama ciascuna vergine in tal modo che ne aspetta la venuta con gaudio maggiore che mai Re aspetti la fidanzata del suo unico Figlio, dalla quale spera qualche legittimo erede.
“Appena risuona nel cielo questa nuova: Ecco una Vergine! tutte le dignità del cielo si muovono coli giubilo; e appena ella entra in cielo, i suoi passi negli atri celesti risuonano con dolcissima armonia per tutto il cielo. Perciò tutti i Santi con indicibile trasporto ed allegrezza le vanno incontro cantando in sua lode: Quam pulchre graditur! Quanto sono belli i tuoi passi, o nobile principessa!(Cant. VII, 1). Io pure mi affretto ad andarle incontro, invitandola con queste parole: Vieni, amica mia! Vieni mia sposa! Vieni a ricevere la corona. (Cant., IV, 3). E la mia voce allora talmente si estende che risuona nel cielo intero, e penetra gli Angeli ed i Santi i quali diventano come organi che rispondono agli accenti della medesima.
“Arrivata alla mia presenza, la vergine guarda sé stessa nei miei occhi come in uno specchio. Noi ci contempliamo così l'un l'altro in un dolce rapimento. Poi, in un amoroso abbraccio, io imprimo me stesso in lei, la riempio e la penetrò di tutt'intera la mia Divinità. Qualunque sia il suo stato, io sembro essere tutt'intero in tutte le sue membra, e reciprocamente l'attiro in me, cosicché la si vede dappertutto gloriosa in me stesso. Di più, io stesso. divento la sua corona, degno ornamento della sposa legittima ch'io voglio esaltare.
“Lo Spirito Santo pure la penetra della sovrabbondanza della sua dolcezza e della sua bontà, di cui ella resta impregnata a guisa di mollica di pane immersa nel vino puro, e così diviene amabile a segno che rapisce tutti gli abitanti del cielo”.

Un giorno che Metilde rendeva grazie a Dio per i grandi benefici che ne aveva ricevuti, il Signore le disse: “Rendi grazie anzitutto per tutto ciò che ho dato a mia Madre ed agli Angeli”.
Metilde obbedì subito rendendo grazie perché Dio, fin dall'eternità, aveva eletto Maria, santificandola nella sua origine medesima; poi ancora perché nell'infanzia e nella giovinezza l'aveva talmente custodita che non conobbe mai peccato e per ispirazione dello Spirito Santo l'aveva condotta ad emettere per la prima il voto di perfetta castità. Dopo che ella ebbe fatta questa lode, il Signore riprese: “Di tutto quanto è creato in cielo e su la terra, non amo nulla come la purezza verginale”.
Metilde disse: “O Signore, se è così, ditemi quali sono le Vergini così pure da meritare le vostre preferenze”.
Il Signore disse: “Quelle che non furono mai macchiate né dalla volontà né dal desiderio di perdere la loro verginità”. Allora, disse Metilde, che faranno quelle che sono colpevoli di negligenza?”
“Si purifichino, rispose il Signore, con la penitenza e la confessione; così entreranno con gaudio nella compagnia delle vergini perfettamente pure. Ma non potranno risentire quelle delizie più intime che traboccano dai torrenti della mia Divinità”.

 La Regina delle Vergini le comparve una volta rivestita di un mantello d'oro, in cui erano ricamate delle colombe rosse, due a due, rivolte l'una verso l'altra, le quali tenevano nel becco un verdeggiante giglio. Metilde intese che quel mantello d'oro significava l'ardentissimo. amore di cui la Vergine Maria fu sempre accesa per il Signore, mentre le colombe rosse raffiguravano molto bene la sua pazienza invariabile in tutte le avversità, come quella d'una dolce colomba. Il giglio rappresentava il nobile e magnifico frutto delle sue virtù e delle sue opere. Per stringere il suo mantello, la Vergine portava un cingolo d'oro da cui pendevano anelli, essi pure d'oro, attaccati l'uno all'altro con catenelle, e ornati di rubini. Questi anelli significavano la caparra dello sposalizio di tutte le Vergini che sono unite a Dio col voto di castità. Essi erano in quel modo sospesi al cingolo della Madre del Signore, perché la benigna Vergine, per amore conserva con cura materna i pegni che appartengono a quelle sue divo te serventi che sono le vergini: a ciascuna nel giorno della loro morte ella rimette le arre immacolate che le furono affidate in presenza del Signore. Il colore dei rubini significava che il Re della gloria, Gesù Cristo Sposo delle Vergini, adorna del suo proprio sangue le arre delle vergini sacre.

CAPITOLO XXIII: CRISTO SI RIVESTE DELLE PENE DA NOI SOPPORTATE E LE OFFRE AL PADRE SUO


Nel tempo che la malattia di Metilde era più penosa, il Signor Gesù Cristo venne a rivestirla di un abito bianco, stretto da un cingolo tessuto di seta verde con ornati d'oro, del quale le estremità pendevano sino alle ginocchia.
Tutta meravigliata, la santa desiderava sapere ciò che questo significasse, e il Signore glielo spiegò dicendo: “Ecco, io mi rivesto delle tue sofferenze. Il cingolo indica che tu sei circondata di dolori che ti arrivano sino alle ginocchia. lo stesso assorbirò in me tutti questi patimenti; io stesso in te li S'offrirò. In tal modo ne farò un'offerta graditissima a mio Padre, perché sono uniti alla mia Passione. Sino all'ultimo sospiro sarò con te e non lo renderai se non nel mio Cuore dove riposerai per sempre. Riceverò allora l'anima tua nella mia casa con tale amore che tutte la corte celeste ne sarà rapita di ammirazione”.

Durante quella malattia, una volta dopo essersi comunicata, quella pia vergine disse al Signore: “Ahimé! o dolcissimo mio Dio, come mai ho potuto invitarVi nell'anima mia, non avendo fatto prima né orazione né bene alcuno?”
Il Signore si degnò rispondere: “Mio Padre opera sempre sino a quest’ora, e opero io pure (Ioan., V, 12); il Padre mio con la sua potenza compie in te un'opera alla quale non basterebbero le tue forze; io, con la mia sapienza, compio in te un'opera che supera la tua intelligenza; e lo Spirito Santo, per la sua immensa bontà, compie in te un'opera che non puoi ancora né sentire né gustare”.

CAPITOLO XXIV: CRISTO CONSIDERA COME FATTI A SÈ MEDESIMO I SERVIZI RESI ALLA SUA SERVA.


Metilde accoglieva di mala voglia i servizi che altre le rendevano, perché temeva di ricevere troppo sollievo; se ne lagnò dunque col Signore, dal quale ricevette questa risposta:
“Non temere, né turbarti, perché io veramente sopportò ciò che tu soffri; quindi considero come rese a me stesso quelle cure che si prestano a te e le premierò come se le avessi ricevute io medesimo. Tutti quelli che con tenera compassione ti assisteranno nella tua morte, commuoveranno il mio Cuore tanto come se mi avessero seguito nella mia Passione prendendo parte ai miei dolori. Quelli poi che con pietà assisteranno al tuo funerale, faranno un'azione del medesimo valore che se mi avessero onorato nella mia sepoltura”.
Mentre quella pia vergine pregava per la consorella che la serviva, il Signore le apparve con una cintura tutta guarnita di anelli d'oro che Egli le mostrò dicendo: “Ecco i passi che quella suora ha fatti per il tuo servizio; davanti a me avranno tutti un premio eterno insieme con tutte le altre gentilezze che ti avrà usate”.
Il Signore la raccomandò all' Amore perché ne prendesse cura e la servisse nella sua malattia. Ella allora intese che l'Amore serve utilmente all'anima in tre modi. Dapprima presenta fèdelmente a Dio tutti gli interessi affidati all'anima. Inoltre conserva preziosamente nello scrigno del divin Cuore tutto quanto quest'anima gli rimette, ed alla sua uscita da questo mondo, glielo renderà accresciuto e nobilitato. Da ultimo, le porge aiuto nelle fatiche e nelle tribolazioni; la sorregge nel bene e la difende contro il male. Perciò, quando uno si sente meno devoto, freddo nell'amore, lontano da Dio, invochi l'Amore, lo prenda come messaggero incaricandolo di ottenergli la grazia o lo zelo della divozione; così pure, incarichi l'Amore di custodire tutto il bene che potrà fare, onde ritrovarlo poi grandemente migliorato. In ogni stento ed in ogni tribolazione, ognuno chiami l'Amore in suo aiuto, perché con l'Amore l'uomo non prova né fatica nel lavoro né avvilimento nell'avversità.

CAPITOLO XXV: IL TRONO DI DIO E I NOVE CORI ANGELICI


Mentre si scriveva questo libro all'insaputa della Santa, questa sentì. un giorno, durante la Messa, una voce che chiamò col suo nome la persona cui ella ordinariamente rivelava i suoi segreti. La voce soggiunse: “Quale sarà, pensi tu, la sua ricompensa per ciò che ha scritto?” Meravigliata e stupita, Metilde interrogò la sua intima amica onde sapere se scrivesse quanto le confidava. L'amica si scusò del suo meglio non volendo nulla confessare, e le disse che interrogasse piuttosto il Signore.
L'indomani, mentre Metilde salutava la Beata Vergine Maria dopo l'Ufficio Salve sancta Parens, il Signore le disse: “Sta in silenzio; prendi tutto ciò che ti do e sta contenta di goderne”. Malgrado queste parole, ella restava sospesa e ripeteva le sue domande; ma se ne rimproverò pensando che l'obbedienza vale meglio del sacrificio (I Reg. XV, 22), e non ardi andare più avanti.
Ed ecco d'un tratto apparire due angeli che la portavano in alto. Mentre si reputava indegna di un tale divino favore, gli angeli dicevano: Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre (Ps. XLIV, 11). A queste parole la Santa intese che quando Dio si degna di elevare un'anima ad una contemplazione profonda, quella deve porre nell'oblio la propria persona e persino i suoi peccati, onde più speditamente attendere a Dio e puramente dedicarsi a quelle cose che le vèngono rivelate.
Gli angeli la condussero sino ad una casa splendida e spaziosa, dove vide i nove cori angelici ordinati gli uni sopra gli altri in una maniera tanto ammirabile quanto inesplicabile, perché formavano, per così dire; una figura come di tartaruga. In cima, sopra il coro dei Serafini, stava il trono di I)io, e vicino v'era quello della Beata Vergine Maria. Metilde vide allora come le gerarchie celesti a vicenda si rimandassero il proprio raggio le une alle altre. In tal modo, il raggio di amore infiammato, uscendo da Dio, si portava direttamente sui Serafini, donde passava in tutti gli altri cori. I Serafini comunicavano dunque agli altri Cori la luce direttamente infusa che avevano ricevuta.
L'anima, portandosi ai piedi del Signore, lo salutò dal più profondo del cuore e il Signore le disse: “Ecco ch'io ti do la mia pace, affinché nessuna inquietudine t'impedisca di venire a me”. Ella, infatti, era stata talmente rattristata, che per una intera settimana le era stato impossibile di unirsi al Signore nell'intima pace del cuore.
Ricordando le parole che aveva udite il giorno prima, domandò al Signore se veramente la sua confidente avesse scritto qualche cosa, e se quella tal voce meritasse attenzione. Il Signore rispose: “Non avere né timore né fastidio; lascia che faccia ciò che fa; io stesso sarò il suo cooperatore ed il suo aiuto”.

Senza più oltre inquietarsi, Metilde pregò: il Signore che le volesse insegnare come dovesse salutare la Beata Vergine. Egli, mostrandole il suo Cuore; le rispose: “Qui tu riceverai quanto ti occorre per salutare la Madre mia”.
E tosto l'anima volò come un uccellino verso il costato del Signore e nel divin Cuore prese parecchi granelli bianchi come la neve e simili alla manna, per andare a depositarli nel Cuore della Beata Vergine Maria. Ogni granello esprimeva una gioia speciale della Beata Vergine.
Durante le preghiere segrete; mentre ricordava alla Madre di Dio il gaudio che quella Vergine Santissima risentiva per la sua unione con Dio più intima di quella d'ogni creatura, vide il Signore e la Madre sua chinarsi l'uno verso l'altro in un lungo bacio. E il Signore disse all'anima: “Questo bacio apparterrà per sempre a te e a tutti quelli che saluteranno mia Madre o me stesso nell'unione che abbiamo assieme; essi avranno la fortuna di essere con me indissolubilmente uniti”.

 Desiderando Metilde sapere dove si trovasse allora l'anima della Suor M... la vide nel coro dei Serafini, sotto la forma di un uccello che volgeva il suo volo direttamente verso la faccia del Signore, ciò che ricordava la conoscenza di cui su la terra quella suora più delle altre era stata illuminata.
In fine della Messa, il Signore, diede all'anima. a guisa di benedizione quattro baci, e l'assicurò, con ineffabili parole, che non sarebbe mai da Lui separata.