Il libro della grazia speciale - libro I

Santa Matilde di Hackeborn

Il libro della grazia speciale - libro I
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CAPITOLO I: NELLA FESTA DELL'ANNUNCIAZIONE DELLA BEATA MARIA VERGINE


Nella festa dell'Annunciazione, quella Vergine di Cristo, mentre nella orazione ricordava con grande amarezza i suoi peccati, vide sé stessa tutta coperta di cenci come di un mantello, e le vennero in mente queste parole: E la giustizia sarà cingolo dei tuoi reni (Isa. XI, 5). Si mise a pensare cosa farebbe mai quando il Dio di Maestà, cinto di giustizia, le sarebbe comparso nella sua divina Onnipotenza per domandarle conto delle Sue negligenze. Quanto più l'uomo è santo davanti a Dio, tanto più si reputa vile ed inferiore a tutti; quanto più nella sua coscienza è mondo dal peccato, tanto più teme e paventa di incorrere nella disgrazia del suo Dio.

Penetrata da tale vivissima contrizione, Metilde vide il Signore Gesù seduto sopra un altissimo trono, in atteggiamento di ineffabile dolcezza. A questa vista la cenere di cui era coperta scomparve, ed ella si trovò davanti al suo Signore, rivestita di uno splendore lucente come oro. Riconobbe allora che la vita santissima e le opere perfettissime di Cristo avevano supplito a tutto il bene che essa aveva trascurato e che tutta la sua imperfezione era stata riparata dalla sublime perfezione del Figlio di Dio.

Quando Dio lascia riposare sopra un'anima lo sguardo della sua misericordia e si china verso quella per averne pietà, tutte le colpe di lei vengono gettate in un eterno oblio.
Ricevuto così il prezioso dono della remissione di tutti i suoi peccati, Metilde, pienamente rassicurata, tutta accesa di santo ardore, si mise a riposare in seno al suo diletto Gesù, moltiplicando le testimonianze di, affetto per il suo Signore e scambiando con Lui parole di ineffabile tenerezza.

Allora ella vide uscire dal Cuore del signore uno strumento di musica di cui si servì per celebrare le lodi di Dio; pregandolo pure che volesse Lui medesimo essere a sé stesso la propria lode. E subito udì la voce del suo amato Gesù che cantava quest'antifona: Laudem dicite Deo nostro omnes Sancti ejus; Date lode al nostro Dio, voi tutti, suoi Santi (Apoc., XIX, 5). Meravigliandosi ella che il Signore cantasse queste parole, le venne divinamente ispirato che in questa parola: Laudem, Lode, Dio loda sé stesso in sé medesimo senza fine, con lode perfetta. In quell'altra: Dicite, Dite, conobbe che Dio, dal tesoro della sua divina potenza, dona all'anima il potere d'invitare tutte le creature del cielo e della terra a lodare il loro Creatore. Nelle parole: Deo nostro, Al nostro Dio, intese come il Figlio, in quanto uomo, onori e riverisca il Padre che Egli chiama Mio Dio e vostro Dio (Joan., XX, 19). Infine, in quelle parole Omnes sancti ejus, Tutti i suoi santi, conobbe che tutti i Santi in cielo e su la terra, sono santificati da Gesù Cristo sommo Santificatore.

Quella pia vergine vide pure la Madre di Dio alla destra del Figlio suo, ornata di una lunga cintura d'oro da cui pendevano cembali di oro lucentissimo. La Vergine Santissima percorreva tutti gli ordini angelici ed il coro dei Santi, i quali toccando quei cembali ne traevano armoniosi suoni. In tal modo tutti lodavano Dio per Metilde per i doni e per le grazie che la Maestà di Dio le aveva così largamente conferite ed ella pure, con tutte le sue forze, ne benediva il Signore con loro.


Il Signore avendo chiamato Metilde vicino a sé, posò le sue divine mani su le mani di quella sua sposa, donandole tutte le fatiche e tutte le opere della sua santa Umanità. Poi applicò i suoi propri occhi dolcissimi su gli occhi della sua diletta, donandole così il merito dei suoi santissimi sguardi e delle copiose lagrime versate nel corso della sua vita mortale. Applicò pure le sue divine orecchie alle orecchie di essa, donandole il merito del suo udito. Imprimendo le sue labbra vermiglie su la bocca di lei, le fece dono di tutte le sue parole di lode, di azione di grazie, di preghiera e persino di quelle dei suoi discorsi pubblici, in supplemento delle negligenze da lei commesse. Infine il Signore unì il suo dolcissimo Cuore al cuore della sua diletta, e in tal modo le donò il frutto di tutto il suo esercizio di meditazione, di divozione e di amore, arricchendola in grande abbondanza di tutti i suoi propri beni.
A questo modo, quell'anima, tutt'intera incorporata con Gesù Cristo e, tutta liquefatta nel divino amore come cera nel fuoco, ricevette il sigillo della divina somiglianza e divenne col suo Diletto una medesima cosa.
Mentre nella messa si leggeva il vangelo, Missus est, Metilde vide l'Arcangelo Gabriele che sollecito scendeva in Nazaret verso la Beatissima Vergine, portando il vessillo regio coperto di lettere d'oro. Una innumerabile moltitudine di angeli lo seguiva e tutti ordinatamente si fermarono intorno alla casa dove stava la gloriosa Vergine. Dopo gli Angeli, venivano gli Arcangeli, poi le Virtù e così tutti i cori angelici, disposti in modo che ciascun ordine formava come un muro dalla terra al cielo intorno a quella casa benedetta.


Comparve infine il Signor Gesù, più bello di tutti i figli degli uomini, uscendo come lo Sposo dalla camera nuziale, circondato dagli ardenti Serafini che sono gli spiriti più vicini alla Divinità. Tutta la corte celeste circondava il Signore e la Beata Vergine, come di un muro che si innalzava dalla terra sino alla volta dei cieli.
Intanto il Signore, in piedi presso il vessillo dell'Arcangelo, sotto la forma di un fidanzato nel fiore di brillante giovinezza, aspettava in silenzio che l'Arcangelo avesse rispettosamente presentato alla Vergine il suo messaggio.
Quando la Beata Maria, dal profondo abisso della sua umiltà ebbe dato questa risposta: Ecco l'Ancella del Signore, mi sia fatto secondo la vostra parola, d'un tratto lo Spirito Santo, sotto la forma di una colomba, con le ali spiegate della divina dolcezza, entrò nell'anima della Beata Vergine, coprendola della sua ombra e rendendola feconda per generare il Figlio di Dio.
Divina maraviglia operata dallo Spirito Santo! Benché carica del prezioso tesoro per cui era madre, Maria conservò intatto quell'altro tesoro per il quale chiamasi Vergine.
È così la Vergine Immacolata fu fatta Madre di Dio-Uomo; e lo Spirito Santo fu l'unico testimonio di quest'opera a Lui tutta propria.


Giunta l'ora del regale banchetto in cui la Santa doveva ricevere il Diletto dell'anima sua comunicandosi col sacramento del corpo e del sangue di Cristo, ella sentì queste parole: Tu in me, o Sposa mia, ed io in te; e in eterno non ti abbandonerò mai.
Ma essa altro non desiderava che di lodare Iddio; perciò il Signore le donò il suo Cuore Divino sotto il simbolo d'una coppa d'oro meravigliosamente ornata, dicendole: “Con questo mio divin Cuore tu sempre mi loderai. Va dunque ad offrire a tutti i Santi il liquore di vita che si contiene nel mio Cuore, affinché ne siano felicemente inebriati”.
Metilde subito si avvicinò agli Angeli e presentò loro il calice della salvezza; gli Angeli non bevettero, ma nondimeno ne restarono saziati.
Dopo, la Santa offrì la coppa ai Patriarchi ed ai Profeti: “Ricevete, disse, Colui che tanto avete desiderato ed aspettato per sì lungo tempo; fate che io pure con tutta la mia forza, giorno e notte, lo brami, lo desideri e per Lui sospiri”.


Agli Apostoli presentò pure la preziosa coppa dicendo: “Ricevete Colui che avete amato con tanto ardore e fate che l'ami anche io sopra ogni cosa e dal più profondo del mio cuore”.
Poi ella si rivolse ai Martiri dicendo: “Ecco Colui per amor del quale avete versato il vostro sangue ed abbandonato il vostro corpo; alla morte; ottenetemi ch'io spenda tutte le mie forze nel servirlo”;
In seguito, Metilde si accostò ai Confessori: “Ricevete ancor voi, disse loro, Colui per il quale tutto avete sacrificato disprezzando le delizie di questo mondo, fate ch'io pure disprezzi per Lui i beni terreni e salga verso le cime d'ella religiosa perfezione”.


Infine con grande letizia si portò verso le Vergini e disse loro: “Ricevete la celeste bevanda del divin Cuore di Colui al quale avete consacrata la vostra verginità; fate ch'io perseveri nella castità dell'anima, e del corpo e ottenetemi in ogni cosa un perfetto trionfo”.
Nel coro delle Vergini Metilde ne scorse una che da poco tempo era defunta.
Si riconobbero perché su la terra avevano vissuto in una stretta e vicendevole familiarità, ed ella le domandò se ogni cosa lassù fosse davvero come aveva detto mentre era ancora vivente quaggiù. “In verità, rispose la vergine defunta, tutto è perfettamente come dicevo, ma ora ho trovato il centuplo di quanto mi era stato detto su la terra”.
Dopo aver fatto il giro della intera Corte celeste, Metilde ritornò presso il Signore e gli riconsegnò la coppa d'oro. Egli prese questa coppa e la depose nel cuore della sua diletta, la quale si trovò in tal modo col suo Dio felicemente unita.


CAPITOLO II: IL CUORE SANTISSIMO DELLA BEATISSIMA VERGINE


Nel tempo dell'Avvento, desiderando Metilde offrire i suoi omaggi alla Beatissima Vergine, il Signore le disse:
Saluta, figliuola mia, il Cuore verginale di mia Madre, per la sovrabbondanza di tutti i beni che l'hanno resa così soccorrevole per gli uomini;  quel Cuore così puro che per il primo emise il voto di Verginità;  quel Cuore umilissimo, perché per la sua singolare e profonda umiltà ella meritò di concepire per opera dello Spirito Santo; quel Cuore pieno di divozione e di ardenti desiderii, a segno che mi attirò in sé;  quel Cuore così infiammato d'amore per Dio e per il prossimo; quel Cuore che così fedelmente conservò in sé medesimo tutti gli atti della mia infanzia e della mia giovinezza; quel Cuore che nella mia Passione fu trapassato da stimmate così vive per cui non perdette mai più la memoria dei miei patimenti; quel Cuore fedelissimo, a segno che diede il proprio consenso all'immolazione del suo unico Figlio per la redenzione del mondo; quel Cuore che intercedeva senza posa per il bene della Chiesa nascente; quel Cuore infine tutto dedicato alla contemplazione, impetrando agli uomini, per i suoi meriti, abbondantissime grazie”.


CAPITOLO III: LA VOCE DEL SIGNORE


Nella domenica seconda di Avvento, mentre si cantava la messa: Populus Sion, a quelle parole dell'introito: Il Signore farà sentire la Voce della sua gloria, quella vergine desiderò sapere cosa sia questa voce della divina gloria e il Signore le disse: “La voce della mia gloria si fa sentire quando l'anima pentita piange i suoi peccati più per amore che per timore, e in tal modo merita di sentire da me le parole del perdono: Ti sono rimessi i tuoi peccati, va in pace. Non appena l'uomo sente un vero dolore ed una sincera contrizione per i suoi peccati, gli rimetto tutte le sue colpe e lo ricevo nelle mie braccia come se mai non avesse peccato.
“La voce della mia gloria risuona ancora quando l'anima a me unita nell'orazione intima, ossia nella contemplazione, ode da me questa dolce voce: Vieni, amica mia, mostrami il tuo viso. (Cant. II, 14).
“Inoltre è pure la voce della mia gloria quella che nell'ora della morte dolcemente invita l'anima ad uscire dal suo corpo per entrare nell'eterno riposo, con queste dolci parole: Vieni, eletta mia; tu sarai il mio trono, perché ho desiderato la tua bellezza.
“Infine, nel dì del giudizio, quando convocherò i miei eletti destinati fin dall'eternità agli splendori del regno celeste, la voce della mia gloria dirà: Venite, voi che siete benedetti dal Padre mio, ricevete il regno che vi fu preparato fin dall'origine del mondo.
(Matth., XXV, 34).


CAPITOLO IV: PERCHÈ LA FACCIA DEL SIGNORE SIA ASSOMIGLIATA AL SOLE.


Il sabato delle quattro tempora dell'Avvento, pregando quella santa vergine per tutti quelli i quali con tutto il cuore desiderano di vedere la faccia del Signore, vide il Signore nel mezzo del coro. Egli stava in piedi e, coi raggi ardentissimi della sua divina faccia più radiosa di mille soli, illuminava ciascuna delle Suore presenti. Ella gli domandò perché il suo volto avesse preso l'aspetto del sole:
Perché il sole, rispose il Signore, ha tre proprietà nelle quali mi rassomiglia: riscalda, feconda e rischiara. - Il sole riscalda: così quelli che a me si avvicinano s'infiammano di amore, ed i loro cuori nella mia presenza si fondono come la cera davanti al fuoco. Il sole rende feconde le piante, così la presenza della mia divina faccia rende l'anima vigorosa e feconda nelle buone opere. Il sole illumina e risplende, parimenti chiunque viene da me è illuminato dagli splendori della mia divina scienza”.

In seguito, quella vergine ricordando il versetto: Come un gigante si slancio a correre la sua via (Ps. XVIII, 6), disse al Signore: “Mio Dio e mio Signore, cos'avete ispirato al profeta con queste parole?”
D'un tratto il Signore si mostrò nel cielo sotto la forma di un giovine di alta statura, di grande bellezza ed agilità, cinto di un nastro tessuto di seta rossa, verde e bianca e disse: “Colui che si accinge a percorrere una via lunga ed ardua: ha bisogno di cingersi in alto e strettamente perché le sue vesti non gli, siano d'ingombro nel camminare. La seta rossa è più solida che quella di altro colore: così la mia passione sorpassa ogni martirio; essa sorregge i Martiri di ogni tempo, comunicando loro forza e costanza. La seta bianca e quella verde hanno pure la loro solidità; così l'innocenza della mia Umanità e la santità della mia vita superarono qualsiasi innocenza e qualsiasi merito acquistato dagli uomini.
“Io mi strinsi in alto e fortemente con la cintura della mia Umanità passibile; la lunghezza della mia eternità, l'abbreviai dentro il breve spazio della mia vita umana; esultante per la gioia, mi slanciai, come un gigante nella sua forza, quando volli percorrere la difficile e gravissima via per compiere la redenzione del genere umano.
“Chi porta un gran tesoro, si cinge strettamente per non perderlo; così io pure quando portai quel prezioso tesoro che è l'anima dell'uomo, con più diligenza mi cinsi; vale a dire, portai nel mio proprio Cuore, in mezzo agli ardori del mio ineffabile amore, tutte le anime che dovevo redimere”.


Mentre le suore andavano alla santa Comunione, Metilde vide il Signore sotto l'aspetto di un Re magnifico che stava al posto del Sacerdote; alla sua presenza ognuna delle suore che si accostavano teneva in mano una lampada ardente la quale col suo splendore illuminava le loro facce. Lo Spirito Santo le fece intendere che quelle lampade erano il simbolo dei cuori, l'olio il simbolo della misericordia del divin Cuore, mentre la fiamma simboleggiava l'ardore dell'amore, perché il Santo Sacramento a quelli che lo ricevono comunica la pietà che porta ad ogni bene, e di più li infiamma del divino amore.


CAPITOLO V: NELLA SOLENNITÀ DEL SANTO NATALE


Nella vigilia della dolce Natività di Gesù Cristo Figlio di Dio, nell'ora in cui la Comunità si portava al Capitolo, Metilde vide una moltitudine di Angeli che a due a due, con fiaccole ardenti, accompagnavano ciascuna delle Suore. Il Signore comparve seduto al posto della madre badessa, sopra un trono di avorio donde impetuosamente sgorgava un fiume, di cui le limpide acque fecero scomparire ogni macchia dal viso delle suore quando recitarono il primo Miserere. Al secondo Miserere si avviarono tutte verso il Signore offrendogli le preghiere che a quell'ora facevano per la santa Chiesa. Al terzo Miserere, il Signore, di sua propria mano, alle anime di cui si faceva menzione nella preghiera delle suore, presentò un calice d'oro affinché ne bevessero, poi disse: “Io medesimo, ogni anno qui tengo questo solenne capitolo”.

Nella santissima notte della Natività di G. Cristo, parve a Metilde di trovarsi sopra un monte pietroso dove sedeva la Beata Vergine prossima al vergineo parto. Quando l'ora fu venuta, la Vergine Santissima venne inondata di una gioia e di una allegrezza ineffabile; la luce divina la circondò di uno splendore così vivo che incontanente ella si alzò piena di stupore, e si. prostrò sino a terra per offrire a Dio, con l'umiltà la più profonda, le sue azioni di grazie. Maria era così assorta per lo stupore, che non seppe ciò che in lei avveniva se non al momento in cui nel suo grembo ebbe il piccolo Infante più bello di tutti i figli degli uomini. Allora con un indicibile gaudio e con l'amore più ardente, se lo strinse tra le braccia e gli diede i primi tre dolcissimi baci della sua materna tenerezza. In virtù di questi tre baci, la Vergine venne elevata ad una unione con la SS. Trinità oltremodo superiore a qualunque unione possibile in una creatura umana eccettuata l'unione personale.
La vita spirituale, che in questo mondo sembra dura ed aspra, era figurata da quel monte ripido e pietroso che Cristo e la sua santa Madre salirono per i primi onde, dare agli uomini l'esempio della perfezione religiosa.
Metilde vedeva sé stessa come seduta vicino alla Beata Vergine e desiderava ardentemente di baciare lei pure l'amabile Infante; perciò la Vergine Madre dopo averlo ancora baciato e stretto sul proprio cuore con dolcissime parole, lo diede parimenti ai baci ed agli abbracci di quell'anima, la quale in un trasporto di amore se lo prese fra le braccia e amorosamente se lo strinse al cuore salutandolo con queste ardenti parole che non aveva mai pensate prima: “Vi saluto, o dolcissima sostanza del Cuore del Padre vostro, alimento e forza della mesta e languida anima mia. Vi offerisco in lode e gloria eterna tutto il midollo del mio cuore e dell'essere mio”.
Per ispirazione divina ella intese come il Figlio sia, per così dire, il midollo del Cuore di Dio Padre.
Il midollo è un alimento che riconforta, risana ed ha un gusto piacevole; così il Padre a noi ha dato il Figlio suo che è la sua potenza e l'espressione della sua misericordiosa dolcezza, affinché sia per noi protettore, medico e consolatore.
Il midollo è quel deliziosissimo gaudio che Dio solo può dare all'anima con l'infusione del suo amore, gaudio per cui essa disprezza ogni cosa terrena, gaudio al quale in nessun modo possono essere paragonati i godimenti del mondo, quando pure fossero tutti riuniti nel cuore di un uomo solo.
Dal volto del caro e divin Bambino risplendevano quattro raggi, i quali illuminavano le quattro parti del mondo; questi raggi erano il simbolo della vita santissima di Gesù Cristo e della sua dottrina che illuminò il mondo intero.

In quella medesima festa, durante la messa Dominus dixit ad me, che si celebra per ricordare ed onorare la nascita misteriosa ed ineffabile del Verbo nel seno di Dio Padre, parve a quella divota vergine di vedere l'Eterno Padre come un re potentissimo, seduto sopra un trono d'avorio, sotto un meraviglioso padiglione, Egli le diceva: “Vieni e ricevi il Figlio eterno ed unico del mio Cuore e comunicalo a tutti quelli che con divota gratitudine onorano in questo momento la sua eterna e sublime generazione”.
E Metilde vide uscire dal Cuore di Dio una luce che venne ad unirsi al suo proprio cuore sotto la forma di un piccolo Infante tutto radioso; ed ella lo salutò con queste parole: ­ “Salve o splendore dell'eterna gloria, proferente la luce dalla luce; Luce di luce, fonte dì luce, giorno che illumini il giorno”10. Poi portò a tutte le suore quell'Infante, il quale a ciascuna donò sé stesso senza cessare però di farsi portare sul cuore di Metilde,
Il dolce Infante si chinò sul petto di ognuna delle suore, e per tre volte parve succhiare il loro cuore, mentre dava loro il favore di un bacio delle sue labbra,
Per il primo bacio Egli succhiò i loro desiderii, per il secondo la loro buona volontà, per il terzo prese come un bene suo proprio tutta la fatica che avevano fatta nel canto, nei devoti inchini e negli esercizi di quella santa vigilia; tutto ciò Egli succhiò in sé stesso con quel dolce bacio.
Metilde riconobbe allora quanto sarebbe gradito a Dio che gli uomini, non ostante la loro incapacità per comprendere la divina ed ineffabile generazione del Figlio nel seno del Padre, volessèro nondimeno rallegrarsene nella fede ed esaltarla con le migliori lodi possibili.
Al Vangelo: Exiit edictum, le parve che Dio Padre le dicesse: “Va dalla Vergine Madre di mio Figlio; pregala di darti il Figlio suo con tutto quel gaudio che essa risentì quando lo generò, ed anche tutti i beni che questo Figlio unigenito da me ricevette per la salvezza della Madre sua e del mondo intero”.
Metilde portatasi subito dalla Vergine, trovò l'Infante adagiato nella mangiatoia e avvolto in fasce, il quale disse: “Sin dalla nascita io fui così legato e stretto in fasce che non potevo muovermi, per indicare che mi abbandonavo tutt'intero, coi beni che apportavo dal cielo, al potere dell'uomo ed al suo servizio; uno che è legato non ha più alcun potere, non può difendersi né impedire che gli si tolga il suo avere.
“Parimenti quando uscii da questo mondo, ero inchiodato sulla Croce, né potevo fare il minimo movimento, e questo dimostrava l'abbandono completo che facevo all'uomo di tutti i beni che avevo acquistati durante la mia vita mortale.
“Così la mia vita, le mie opere, i beni che possiedo come Dio e come Uomo e la mia Passione, tutto abbandono all'uomo; perciò l'uomo con piena fiducia può godere tutto quanto mi appartiene. Ed è mio sommo desiderio che i miei fedeli utilmente godano di tutti i miei beni e di tutte le mie grazie”.
Parve inoltre a quella pia vergine che l'Amore, sotto la figura di una vergine, sedesse vicino alla Beata Vergine Maria e l'anima gli disse: “O dolce Amore, insegnatemi a rendere un conveniente omaggio a questo nobilissimo Infante”.
L'Amore rispose: “Io fui il primo che me lo tenni nelle mani verginali; io lo avvolsi nelle fasce; insieme con sua Madre lo allattai nel mio purissimo seno e lo riscaldai sul mio cuore; insieme con sua Madre lo servii e ancora di continuo lo servo. Chi vuole servirlo degnamente mi prenda per compagno, ossia faccia tutte le sue opere in unione con quell'amore per il quale Dio assunse in sé stesso la natura umana, e a questo modo tutto ciò che farà, a Dio sarà gratissimo”.

PULSAZIONI DEL CUORE DI GESÙ CRISTO


Mentre si cantava nell'aurora la Messa: Lux fulgebit, Metilde ricevette ineffabili illuminazioni, e conobbe come il Figlio di Dio fosse la luce che aveva illuminato con la sua risplendente Natività l'intero universo e ciascun uomo in particolare; conobbe pure come in un bambino così piccolo abitasse la pienezza della Divinità e come la onnipotente virtù di Dio avvolgesse quel corpicino e lo sostenesse, ché senza di essa sarebbe stato, per così dire, annichilito; intese inoltre come in Gesù si trovasse nascosta l'inscrutabile sapienza di Dio, così grande nel Verbo adagiato nel presepio come nel medesimo Verbo regnante nei cieli; infine, ella vide come la dolcezza e l'amore dello Spirito Santo fossero infusi in quel piccolo Infante, tanto che da tale suprema conoscenza l'animo di Metilde provava sentimenti ineffabili, superiori ad ogni parola e ad ogni pensiero umano.


Metilde, o piuttosto l'anima di lei, preso l'Infante, se lo strinse fra le braccia e tanto strettamente contro il suo cuore che sentiva e contava i battiti del divin Cuore. Ora, questo Cuore dava come in un solo impulso tre vigorose palpitazioni, poi un battito leggero. Metilde se ne stupiva, ma l'Infante disse: “Il mio Cuore non batteva come quello degli altri uomini; dalla mia infanzia sino alla morte ha sempre pulsato come tu lo senti; ecco perché su la Croce spirai così in breve. Ma sappi che il primo battito provenne dall'onnipotente amore del mio Cuore, amore così grande che, nella mia mansuetudine e nella mia pazienza, vinsi le contraddizioni del mondo e la crudeltà dei Giudei. Il secondo battito provenne dall'amore sapientissimo, con cui governai me stesso e tutte le mie cose in una maniera infinitamente degna di lode; amore per il quale ordinai con sapienza tutto quanto vi è in cielo e in terra. Il terzo battito nasceva. da quel soavissimo amore di cui ero infiammato, a segno di trovare dolci le amarezze di questo mondo, amabile e piacevole persino quella morte amarissima che soffrii per la salvezza degli uomini. Il quarto e più debole battito è l'espressione della bontà che ebbi come uomo, per la quale comparivo amabile, socievole ed imitabile in tutti i miei atti”.
Avendo la Santa domandato al Signore perché fosse spirato così presto per i tre battiti del suo divino Cuore, il Signore le diede questa risposta: “Nell'istante medesimo in cui, nell'allegrezza della Santa Trinità, venne creata l'anima mia, l'adorabile Trinità, abbracciandola nel suo immenso amore, si diffuse in essa con la pienezza della Divinità e le fece dono di tutto quanto possedevano le tre divine persone. Dio Padre le diede la sua onnipotenza; la persona del Figlio, la sua increata sapienza; lo Spirito Santo, tutta la sua bontà, ossia tutto il suo amore; dimodochè l'anima mia possedeva per grazia tutto quanto la Divinità possiede per natura.


“In quella unione medesima, quel divino ed eterno desiderio che la Santa Trinità ebbe sempre di unire la natura umana alla Divinità per redimere l'uomo, infiammò l'anima mia di un ineffabile amore per il compimento dell'opera sua. Siccome d'altra parte, nella mia sapienza divina conoscevo pienamente e chiaramente la gloria della mia Umanità e tutto quanto le doveva capitare e in conseguenza la salvezza dell'uomo in tutta la sua ampiezza, ne concepivo una gioia divina, oltre ogni misura. L'amore benevolissimo che lo Spirito Santo aveva infuso nell'anima mia mi ispirò un'ardentissima brama della salvezza dell'uomo, a segnò che questa era per me un peso leggiero e dolce.
“Ma nel momento in cui fui concepito per opera dello Spirito Santo, vale a dire quando l'anima mia fu unita al mio corpo, l'onnipotenza dovette moderare questo divino desiderio, la sapienza temperare questa gioia, l'unzione della Spirito Santo mitigare un tal fervore nell'amare, affinché la mia Umanità potesse vivere nel tempo.
“Tuttavia nell'ora della mia morte, quella carità onnipotente, saggia e benigna, che faceva battere il mio cuore con tanto vigore, cedette la vittoria alla Divinità e diede libera corso al mia desiderio ed al mio gaudio.. Essa investì il mio Cuore di un amore sommo ed immenso, e separò l'anima mia dal mio corpo. Se non era l'azione di questa carità, nessun tormento fosse pur superiore a tutto quanto la mente dell'uomo saprebbe inventare, avrebbe potuto darmi la morte”.

Durante le preghiere segrete, il Signore le diede questa istruzione: “Quando si intona il Sanctus, ognuno reciti un Pater, pregando affinché con l'onnipotente, sapiente, dolce e benigno amore del mio Cuore, io lo prepari in modo che sia fatto degno di ricevermi spiritualmente nell'anima sua, ed io possa compiere in lui i miei eterni disegni, secondo tutto il mio divino beneplacito.

“Durante il Postcommunio, ognuno ancora ripeta questa versetto: Io ti lodo, o amore fortissimo; ti benedico, amore sapientissimo; ti glorifico, amore dolcissimo; ti esalto, amore sapientissimo; ti glorifico, amore dolcissimo; ti esalto, amore infinitamente buono; in ogni cosa e per tutti i beni che la tua gloriosissima Divinità e beatissima Umanità si è degnata di operare in noi per mezzo del nobilissimo strumento del tuo Cuore e che si opererà nei secoli dei secoli. Amen. - Ed io, quando. il Sacerdote darà la benedizione, lo benedirò in questo modo: “La mia onnipotenza ti benedica, la mia sapienza ti illumini, la mia dolcezza ti inebrii, e la mia benignità ti attiri ed a me ti unisca per sempre! Amen”.

In altro tempo, nella messa della Natività del Signore, parve a quella Vergine che sopra l'altare fosse cresciuto un albero. di meravigliosa grandezza, la cui altezza arrivava sino al cielo e la larghezza copriva tutto il circuito della terra; ed era piena di foglie e di frutti infiniti. L'altezza di quest'albero figurava la Divinità di Cristo, la larghezza denotava la sua vita perfettissima; i frutti significavano i beni immensi che provennero dalle sue opere e da tutti i suoi atti. Nelle foglie erano scritte in lettere d'oro queste parole: “Cristo incarnato, Cristo-uomo nato, Cristo. circonciso, Cristo dai Magi adorato, Cristo nel tempio presentato, Cristo battezzato, Cristo crocefisso”. E in tal modo tutta la vita di Cristo in quell'albero si trovava scritta.


CAPITOLO VI: SAN GIOVANNI APOSTOLO ED EVANGELISTA


Nella festa di San Giovanni Apostolo ed Evangelista, mentre si suonava il Mattutino, parve a quella vergine che il Signor Gesù sotto l'aspetto di un fanciullo di dodici anni circa, con gioia svegliasse le suore. San Giovanni compariva pure nel dormitorio vicino al letto di una suora che a lui era molto divota.
Davanti al santo Apostolo un angelo di grande bellezza e maestà, dell'ordine dei Serafini, portava un lume, mentre una moltitudine di altri angeli, venuti ad onorare il santo Evangelista, con le loro lampade scortavano pure le suore fino al coro.
Le suore che ispirate dall'amore, si alzavano con allegrezza, ricevevano una gloria molto maggiore di altre che erano mosse solo dal timore. Ma il primo angelo che specialmente rendeva omaggio a san Giovanni perché questo apostolo quaggiù aveva amato il Signore di un amore serafico, aveva di più il potere di mantenere l'amore nel cuore di tutti quelli che amano questo Santo, in considerazione della tenerezza particolare di Cristo verso di lui. Per altro, lo Spirito di Dio eccita Lui stesso questo amore negli uomini.
Durante il Mattutino. san Giovanni percorreva il coro accostando un calice alle labbra di ciascuna delle suore, raccogliendo la divozione che mettevano nella santa salmodia. e con grande letizia l'offriva a Gesù Cristo. come un vino per Lui preparato.
Aveva Metilde gran desiderio di sapere quale fosse la ricompensa particolare del Signore verso Giovanni per avere scritto nel suo Vangelo su la Divinità di Gesù Cristo con maggior profondità che non gli altri evangelisti. Dio le fece questa risposta:
“Tutti i suoi sensi hanno ricevuto una certa quale superiorità: i suoi occhi vedono più chiaramente la luce inaccessibile della Divinità; le sue orecchie con più sottile intelligenza penetrano il dolce mormorio della voce divina; la sua bocca e la sua lingua gustano senza posa un delizioso sapore. ed il profumo che esce dalle sue labbra riempie tutto il cielo di soavità, a segno che ciascun Santo aspira dolcemente l'odore di Giovanni. Ma il suo cuore soprattutto arde di amore per Dio e con un, volo più libero e più sublime, penetra gli inscrutabili segreti delle divine profondità”.
Le parve inoltre di vedere la gloria di Giovanni, e in quella risplendere come stelle tutte le parole ch'egli scrisse su Cristo e la sua Divinità, poi tutte quelle che i Santi e i Dottori dissero o scrissero onde spiegare quel sacro testo. Le sembrava di vedere un sole raggiante attraverso un puro cristallo ornato di preziose gemme.
Metilde intese in seguito ciò che si canta di san Giovanni13: Lavit in vino stolam suam: Egli ha lavato nel vino la sua veste, e ciò significa che la sua veste di gloria porta un contrassegno particolare, perché egli si trovò sul Calvario, vicino a Cristo inchiodato su la Croce, con l'anima compresa da tale compassione che vi soffrì il martirio. In sanguine olivae pallium suum; Il suo mantello nel sangue dell'ulivo. In quella guisa che l'olio illumina, brucia e addolcisce, così splendeva in Giovanni il fuoco dell'amore unito ad una singolare mansuetudine e dolcezza.
Infine quella vergine presentò a san Giovanni, come ne era stata pregata, le orazioni di una persona che a lui era molto divota. San Giovanni le accolse con piacere: “Di tutto ciò che quella mi ha offerto, disse, io preparerò un convito per tutti gli eletti. Ma, e per lei medesima, domandò Metilde, non avete voi nessun messaggio?” Il Santo rispose: “Voglio essere il custode della sua verginità; in tutte le sue pene e tentazioni ella in me troverà un rifugio sicuro: nella sua morte poi l'assisterò, e presenterò l'anima sua senza macchia a Cristo suo Diletto”.

Metilde vide ancora San Giovanni riposare sul petto del Signore Gesù. La moltitudine dei Santi sembrava danzare intorno ad essi cantando al Signore un inno in onore di Giovanni. La Santa allora pregò il Signore d'insegnarle come potrebbe lei pure lodarlo per questo discepolo tanto da Lui amato.
Il Signore si degnò di rispondere: “Mi loderai: 1. a motivo dell'alta nobiltà della sua famiglia, perché egli era della mia stirpe, e sotto il cielo non ve n'è altra più nobile: 2. mi loderai perché dalle nozze lo chiamai all'apostolato; 3. perché venne scelto di preferenza agli altri apostoli per contemplare sul monte lo splendore della mia faccia; 4. perché nell'ultima cena riposò sul mio seno; 5. lo loderai perché più di tutti possedette l'intelligenza dei miei alti segreti? quindi Lui solo ebbe il merito. di scrivere per gli uomini la preghiera che feci nell'andare all'Orto degli Ulivi; 6. perché dalla mia Croce, con ispeciale amore gli affidai la Madre mia; 7. perché dopo la mia risurrezione lo illuminai così bene che, nella pescagione insieme coi discepoli, mi riconobbe prima degli altri, esclamando: È il Signore!; 8. perché in virtù di una più intima familiarità, gli rivelai i miei misteri, quando scrisse l'Apocalisse e quando per divina ispirazione disse: In principio era il Verbo, mistero prima di lui ignorato persino dai Profeti; 9. lo loderai perché bevette il veleno per confessare il mio nome davanti agli uomini; 10. lo loderai ancora per tanti miracoli e risurrezioni che operò nel mio nome; 11. lo loderai pure per quella dolce visita che gli feci nel suo ultimo passaggio, quando coi suoi fratelli lo invitai al mio eterno convito; 12. infine, perché lo ritirai dall' esilio della terra, liberandolo da ogni dolore e gli donai il gaudio dell'eternità.


Nella messa poi, durante il Vangelo, Metilde vide questo discepolo ritto vicino all'altare; egli teneva il libro davanti al sacerdote e dalla sua bocca tutte le parole del Vangelo uscivano come raggi di sole. Vide pure la Beata Vergine Maria in piedi dall'altra parte dell'altare; dagli occhi di San Giovanni partiva un raggio di meraviglioso splendore diretto al volto della Vergine. E come Metilde di ciò restava ammirata, Giovanni le disse: “Quando ero su la terra, io avevo tanto rispetto e tanta riverenza per la Madre del mio Signore, che non ardivo neppure mirare la sua faccia”.


CAPITOLO VII: NELLA NOTTE DELLA CIRCONCISIONE DEL SIGNORE


Nella notte santa della Circoncisione del Signore, mentre quella pia Vergine offriva a Dio le preghiere ed i divoti omaggi delle suore, pregandolo di dar loro la benedizione per il nuovo anno, il Signore rispose:
“Salute a voi e benedizione da Dio mio Padre, da me Gesù Cristo suo Figlio, e dallo Spirito Santo il quale è la santificazione di tutte le opere vostre.
“Io sono Colui del quale sta scritto: Gli anni tuoi non finiranno punto. Venite da me, voi tutti che avete sete di me. (Eccl., XXIV, 26). Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore. (Matth., XI, 29). Chiunque vuole ottenere il riposo del cuore e del corpo, bisogna sia umile e mansueto.
“Chi desidera rinnovare la sua vita, faccia come la sposa che brama ricevere dal suo sposo i regali del nuovo anno. Così l'anima fedele desideri di essere da me ornata di vesti nuove, onde nel corso dell'anno si presenti agli occhi di tutti con la magnificenza d'una regina.
“Mi domandi. dapprima la veste purpurea di una profonda umiltà; e come per umiltà io scesi dal cielo in terra, essa pure in ogni, circostanza si abbassi sino a ciò che è vile ed abietto.
“Mi domandi inoltre la veste scarlatta della santa pazienza; poiché io mi feci uomo per soffrire i tormenti e gli obbrobri, ella pure abbracci con pazienza ciò che le sembrerà difficile e penoso. Ricopra infine la porpora e lo scarlatto col mantello d'oro della carità; affinché, in unione con quell'amore che su la terra mi rese amabile e benigno verso tutti, si mostri sempre affabile e graziosa verso le sue sorelle ed il suo prossimo.
“Passato l'anno, domanderà che siano rinnovate queste vesti, vale a dire, si eserciterà sempre più nella pratica di queste virtù, come se le ricevesse di nuovo”.


Quella santa vergine pregò ancora il Signore di togliere da ciascuna delle suore tutto ciò che non gli piacesse; ed il Signore rispose: “Togliete dal vostro cuore ogni pensiero di superbia, di impazienza e di vanità mondana. Togliete dalle. vostre labbra ogni parola di detrazione, di vana compiacenza e di giudizio proprio. Nelle opere circoncidetevi dall'ozio, dalla pigrizia nel bene, da ogni trasgressione dei precetti di Dio e da ogni disobbedienza”. Queste parole del Signore le fecero intendere qual colpa si commetta nel giudicare il prossimo.
Chi porta un giudizio ingiusto, è colpevole come se avesse commesso il fallo che imputa al prossimo. Chi porta un giudizio giusto ma secondo il proprio sentimento senza conoscere le intenzioni di colui che ha commesso il male, è tanto colpevole in questo giudizio come quello che ha fatto il peccato; e se non farà penitenza, avrà il medesimo castigo.


CAPITOLO VIII: NELLA SOLENNITA DELL'EPIFANIA


Nella vigilia dell'Epifania, Metilde, secondo il suo solito, conversava col Signore nell'orazione, quando vide una porta immensa, e in questa porta cinque altre porte ornate di meravigliose sculture.
La porta grande figurava l'Umanità di Gesù Cristo. Le due porte in basso indicavano i piedi del Signore; su la colonna che li separava si leggeva questo versetto: Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed io vi solleverò.(Matth. XI, 28). Davanti a questa doppia porta stava una vergine di gran bellezza: era la Misericordia, la quale fece entrare Metilde. L'anima si trovò allora davanti al gi,usto Giudice il quale; placato dalla Misericordia, le diede il perdono di tutti i peccati e la rivestì dalla tunica dell'innocenza.
Rivestita di questa candida tunica, l'anima si avvicinò fiduciosa alle porte che si aprivano più in alto, le quali significavano le mani di Cristo. Su la colonna che stava tra queste due porte, ella lesse queste parole: Ricevete la gioia della vostra gloria (Ex.; IV, 36). Là vi era pure una giovane vergine: era la Benignità, la quale introdusse l'anima al cospetto del Re e l'arricchì di tutte le virtù.
Così ornata, con tutta confidenza l'anima si avvicinò alla porta più alta che indicava il dolcissimo Cuore di Gesù Cristo simile ad uno scudo d'oro forato in segno della vittoria che riportò nella sua Passione. Su la colonna davanti a questa porta, erano scritte queste parole: Avvicinatevi a Lui, siate illuminati, e il vostro volto non si coprirà di confusione. (Ps., XXXIII, 6). Là pure stava una vergine oltremodo superiore alle altre nella sua incomparabile bellezza. Era questa la Carità, che introdusse l'anima presso il suo dolce Sposo più bello di tutti i figli degli uomini. E lo Sposo ricolmò la sua diletta dei segni della sua tenerezza.
Nella notte santa, durante il responsorio: In columbae specie - Sotto la forma di colomba, ella vide il Signore rivestito di un abito candidissimo come la neve; e intese che nell'ora in cui Giovanni battezzò Cristo, avendo il santo Precursore udito la voce del Padre e veduto lo Spirito Santo sotto la forma di una colomba, vide pure il Signore glorioso sotto la forma in cui lo videro i tre discepoli nella Trasfigurazione sul monte.
Metilde desiderava sapere se Giovanni avesse ricevuto il battesimo di Cristo, poiché aveva detto: Io invece debbo essere da Voi battezzato. (Matth., III, 14). Il Signore esaudì il suo desiderio:“Nel toccarmi per immergermi nell'acqua, rispose, Giovanni da me ricevette il battesimo, perché l'aveva desiderato e ne aveva riconosciuto la necessità; gli conferii dunque il battesimo del cristiano e per ciò stesso la mia innocenza”.
Il Signore soggiunse: “Oggi ancora a tutti quelli che vengono battezzati nel mio nome, io comunico la mia innocenza per la quale sono fatti figli del Padre celeste: perciò mio Padre può dire di ogni battezzato: Questi è il mio figlio prediletto, mentre in lui si compiace come in un figlio carissimo. Che se l'uomo col peccato perde, questa innocenza, può ricuperarla mediante una sincera penitenza”.
Mentre si cantava: Ipsum audite: Ascoltatelo, quella divota vergine disse a Dio: “Mio Signore, che cosa dobbiamo noi udire dal vostro diletto Figlio?” il Signore rispose: “Ascoltate il mio unigenito Figlio che vi chiama: Venite a me, voi tutti che siete afflitti. Ascoltate i suoi insegnamenti: Beati i cuori puri. Ascoltate i suoi consigli: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna; Chi mi segue, non camminerà nelle tenebre. Ascoltate i suoi comandamenti: Il mio precetto è che vi amiate l'un l'altro. Ascoltate le sue minacce: Come avrete giudicato, così sarete voi medesimi giudicati; e ancora: Chi non porta la sua croce dietro di me, non può essere mio discepolo; e parimenti: Guai al mondo a motivo degli scandali!”

Dopo che la Santa ebbe ricevuto il corpo di Cristo, il Signore le disse: “Ecco, sposa mia, io ti dono l'oro, ossia. il mio divino amore; l'incenso, ossia tutta la mia santità e la mia divozione; infine la mirra, che, è l'amarezza della mia intera Passione. Tutti questi beni ti dono in proprietà, a segno che potrai offrirmeli come un bene che ti appartiene. All'anima che fa così, io rendo doppiamente il suo dono; e ogni volta che rinnova la sua offerta glielo rendo sempre duplicato”.
Così l'uomo riceve proprio il centuplo in questo mondo, nell'attesa della vita eterna che gli è. promessa per l'altro.
Ogni anno in questo giorno si potrebbe fare a Dio questa triplice offerta del suo divino amore, della sua purissima santità e del frutto della sua Passione.


CAPITOLO IX: NELL'OTTAVA DELL'EPIFANIA.


Nella Domenica nell'Ottava dell'Epifania. durante la messa In excelso throno, Metilde vide il Signor Gesù come un bel giovinetto di dodici anni; l'altare gli serviva come di trono regale, ed Egli diceva: “Eccomi con la mia virtù divina, pronto a sanare tutte le vostre piaghe”. Ma in pari tempo ella pensava nel proprio cuore: “Oh! se Egli offrisse per me una lode perfetta a Dio Padre, come sarei felice!”.
Il Signore le rispose: “Che cos'è il desiderio della divina lode, se non una specie di gemito dell'anima, la quale soffre di non poter mai lodare Iddio come vorrebbe? Orbene, i desiderii, la divozione, la preghiera. la buona volontà che l'anima prova di fare il bene sono parimenti gemiti dolorosi; e venendo io a supplire per me medesimo all'incapacità dell'anima, ne guarisco tutte le piaghe”.

Un'altra volta nella medesima domenica. il Signore le apparve di nuovo come un giovinetto di dodici anni rivestito di una tunica verde e bianca e quella divota vergine gli disse: “Perché, o Signore, aspettaste sino ai dodici anni a manifestarvi nel tempio e a sedervi in mezzo ai dottori per ascoltarli ed interrogarli? Certo, già eravate spesse volte andato al tempio secondo la consuetudine”.
Il Signore rispose: “Il motivo ne fu che. secondo il corso naturale delle cose, incominciai allora ad esercitarmi negli atti umani, facendo progressi di giorno in giorno nella sapienza benché fossi uguale al Padre nella sapienza eterna. Voi pure quando i fanciulli hanno dodici anni, dovreste istruirli in ogni sorta di bene e correggerli severamente delle loro colpe; se così faceste, molti non sarebbero perduti per la religione e per le cose spirituali”.
Metilde riprese: “Che significano i due colori della vostra tunica?” Il Signore rispose: “Il bianco significa la purezza verginale della mia vita santissima; il verde l'eterna freschezza con la quale sempre fiorisco in me stesso”.
“Amantissimo mio Signore e fratello, ripigliò la Santa, intercedete per me presso il vostro celeste Padre”: ed Egli subito stese le mani e rivolse al Padre questa preghiera: Le vostre collere passarono sopra di me, i vostri terrori mi turbarono. (Ps. LXXXV II,1 7). All'udire queste parole Metilde temette di essere vittima di qualche illusione diabolica, ma il Signore la rassicurò dicendo: “Sono io, proprio io quello che mitigai la collera del Padre celeste e col sangue mio riconciliai l'uomo con Dio; ma le sue collere passarono sopra di me, poiché non mi risparmiò quantunque fossi il suo unigenito Figlio, e mi diede nelle mani degli empi. Talmente placai la sua ira, che se l'uomo vorrà, non ne risentirà mai più i colpi”.

Dopo il Vangelo comparve una scala d'oro la cui sommità toccava il cielo e per la quale scendeva la Regina della gloria. La Vergine Santissima nelle sue braccia portava il divin Bambino e lo depose su l'altare. Le sue vesti erano tessute di un argento lucentissimo, cosparso di rose d'oro; mentre quelle del divino Infante erano di colore verde e rosso. All'elevazione dell'Ostia, il Sacerdote elevò l'Infante, e in seguito su l'Infante medesimo compì tutto ciò che i sacri riti prescrivono di fare sopra l'Ostia Santa.


CAPITOLO X: DELLA VENERAZIONE DELL'IMMAGINE DI CRISTO


Nella Domenica seconda dopo l'Epifania, in cui a Roma si espone alla venerazione dei fedeli l'immagine della faccia del Signore, mentre si cantava la messa Omnis terra, Metilde vide il Signore sopra un monte tutto fiorito, in un trono fatto di diaspro e ornato di oro e di rubini. Il diaspro rappresentava la eterna giovinezza della sua Divinità; l'oro il suo amore; i rubini la Passione ch'egli soffrì per amor nostro. Il monte era circondato di alberi magnifici coperti di frutti; le anime dei Santi riposavano all'ombra di questi alberi dove ciascuno aveva il suo padiglione d'oro, e tutti con gaudio deliziosamente si nutrivano di quei frutti.
Questo monte figurava la vita di Gesù Cristo; gli alberi, le sue virtù: la Carità, la Misericordia e tutte le altre.
Ogni Santo riposava sotto questo o quell'albero, a seconda che aveva imitato il Signore in tale o tal altra virtù. Colui che aveva imitato il Signore nella Carità, mangiava del frutto dell'albero della Carità; colui che aveva praticato le opere di misericordia, si nutriva dei frutti dell'albero della Misericordia; e così degli altri, secondo la loro virtù speciale.
Tutti i fedeli che con qualche prece particolare si erano preparati a venerare la Santa Immagine, si avvicinavano al Signore; portando su le loro spalle il carico dei loro peccati lo deponevano ai suoi piedi, e subito questi peccati si cambiavano in oro. Quelli che nel loro pentimento erano animati dall'amore, ossia sentivano maggior dolore per l'offesa fatta al Signore che non per la pena meritata dalle loro colpe, vedevano i loro peccati cambiati in monili d'oro. Coloro i quali avevano riscattato le proprie colpe con salteri e preghiere, le vedevano cambiate in anelli d'oro, simili a quelli che si usano negli sposalizi.
Le anime che, lottando con forza, avevano resistito alle tentazioni, ritrovavano le loro lotte sotto forma di scudi d'oro; quelle che si erano purificate dal peccato col castigare la loro carne sembravano trasformate in turiboli d'oro, perché la mortificazione sale davanti a Dio come un incenso di soavissimo odore.
Il Signore diede uno sguardo a tutte queste offerte e disse: “Che ne faremo noi di questi peccati così ben purgati ?.. Siano tutti bruciati nel fuoco dell'amore!”
Il Signore soggiunse: “Pongasi in ordine la mensa”. D'un tratto davanti al Signore comparve una mensa coperta di scodelle e di coppe d'oro, e la faccia del Signore, scintillante come il sole, in luogo di cibo riempiva queste scodelle e queste coppe dello splendore del suo volto. Tutti i presenti, genuflessi davanti a quella mensa, coperti a guisa di vesti dallo splendore della faccia divina, pigliavano i cibi e le bevande che formano la deliziosa refezione degli Angeli e dei Santi. Alle suore poi che in quel giorno non si erano accostate al Sacramento della vita, il Signore, per mezzo di San Giovanni l'Evangelista, mandò un cibo della sua mensa regale.
Accorriamo dunque con un santo ardore: a venerare quella dolcissima. faccia che, in cielo, sarà per noi tutto quanto potrà mai essere desiderato da qualsiasi umana ed angelicamente.
La Serva di Dio aveva insegnato alle suore in qual modo potevano portarsi in ispirito a Roma in quel giorno in cui si esponeva il volto del Signore. A questo fine dovevano recitare tanti Pater quante miglia vi sono tra Roma e il loro monastero.
A questo punto, dovevano confessare al Sommo Pontefice, vale a dire a Dio, tutti i loro peccati implorandone la remissione, è ricevere il corpo di Gesù Cristo. Poi, in quella medesima domenica nell'ora in cui sarebbero state libere di darsi all'orazione, usando di una preghiera dettata dalla Santa a questa intenzione, con umile rispetto dovevano adorare l'immagine di Cristo. Santa Metilde ebbe la visione di cui sopra dopo che le suore ebbero adottato questa pratica.

Metilde vide parimenti quattro raggi uscire da quella faccia del Signor Gesù che gli Angeli sono avidi di contemplare (I Petr. I, 12). Il raggio che veniva dall'alto della faccia del Signore illuminava tutti quelli che sono talmente uniti a Dio che, nella prosperità come nell'avversità, non desiderano altro che la volontà di Dio solo. Il raggio che veniva dal punto più basso splendeva su tutti i peccatori per chiamarli alla penitenza. Quello di destra investiva della sua luce tutti i predicatori che annunciano la parola di Dio; e quello di sinistra, quelli che servono il Signore con una perfetta e intera fedeltà.
Quella pia vergine si mise a pregare per tutti quelli che si erano raccomandati alle sue orazioni e che celebravano la memoria della dolcissima faccia del Signore, affinché potessero un giorno contemplarla in cielo. Il Signore le disse: “Nessuno di loro sarà mai separato da me”.
Vide poi la Santa venire dal Cuore di Dio verso l'anima sua una fune di cui si servì per attirare verso il Signore tutti gli astanti. Questa fune figurava l'amore che Dio aveva infuso con tanta abbondanza in quest'anima santa, la quale perché infiammata di tale ardentissimo amore, con gli esempi e con la dottrina attirava tutti a Dio.
Il Re della gloria stendendo sopra la sua diletta le mani. della sua onnipotenza, la benedì insieme con tutta l'assistenza, dicendo: “La luce del mio volto sia la vostra eterna allegrezza! Amen!”


CAPITOLO XI: DI SANT 'AGNESE


Nella festa della beatissima Agnese, quella Serva di Cristo vide questa santa vergine e martire, vicino all'altare, la quale con un turibolo d'oro ornato di. gemme preziose incensava le suore, riempiendo tutto il coro di un fumo di soavissimo odore. Comprese che quel turibolo figurava il cuore di Sant'Agnese; le gemme preziose, le sue dolci parole; e il fuoco, l'amore che acceso dallo Spirito Santo nel suo cuore ne consumava tutti i pensieri ed i desiderii, e con soavissimo odore rallegra ancora e diletta il cuore degli uomini che onorando Iddio meditano con divozione le deliziose parole della santa Martire.
Mentre nel Mattutino si cantava il responsorio: Amo Christum - Io amo Cristo, il Signore Gesù comparve a Metilde tenendo sant'Agnese abbracciata col Suo braccio destro.
Il Signore e la Beata Agnese portavano vesti di color rosso, dove si vedevano tessuti in lettere d'oro tutte le parole della Santa, e queste parole, dalle vesti del Signore emettevano raggi che facevano risplendere gli abiti di Agnese, a segno che il loro splendore si rifletteva dapprima sul Signore, poi nel corso e sopra tutta l'adunanza. Dal cuore di quelle che recitavano i Salmi con attenzione e divozione, partiva un raggio che attraverso il Cuore di Dio, raggiungeva il cuore di Sant'Agnese, dove scorreva come un delizioso liquore. Un tal simbolo. le fece intendere che la divozione e l'amore che ancora provengono dalle parole di Sant'Agnese e di tutti i Santi, sono come un sole ardente che fonde il ghiaccio e lo fa risalire come un fiume verso la sua sorgente. Così, l'omaggio dei cuori risale verso Dio. e ricolma i Santi di dolce allegrezza.

Siccome il testo dell'Ufficio richiamava di continuo le parole di Agnese, Metilde piena di tristezza si doleva col Signore perché, essendo sin dall'infanzia rivestita dell'abito religioso e fidanzata a Cristo, non lo aveva mai amato con tutto il cuore come quella Vergine beata.
Invece di risponderle, il Signore disse a sant'Agnese: “Donale, figlia mia, tutti i tuoi beni”.
Da tale parola, Metilde conobbe che Dio ai suoi Santi ha conferito il privilegio di far dono di tutto quanto Cristo ha operato in essi ed insieme di tutto quanto hanno sofferto per amor suo, a quelli dei loro divoti ed amici i quali lodano il Signore per loro e gli réndono grazie, ovvero onorano i doni di Dio in loro.
Quando sant'Agnese ebbe adempito il desiderio del Signore, Metilde nel colmo della sua gioia, supplicò la Regina delle Vergini di voler con sé lodare il suo divin Figlio e ringraziarlo: “Reciterai un'Ave Maria”, rispose la Santissima Vergine. Ma per divina ispirazione, Metilde si mise a cantare:
“Vi saluto nel nome dell'onnipotenza del Padre; Vi saluto nel nome della sapienza del Figlio; Vi saluto nel nome della bontà dello Spirito Santo, o dolcissima Maria, luce del cielo e della terra.
“Piena di grazia, la vostra pienezza fluisce sopra tutti quelli che vi amano.
“Il Signore è con voi; il Signore, Figlio unigenito del Padre e del vostro verginal cuore, vostro amico e Sposo dolcissimo.
“Voi siete benedetta fra tutte le donne, perché da noi avete allontanata la maledizione e ci avete procurato l'eterna benedizione.
“Il frutto delle vostre viscere è benedetto, essendo Egli il Creatore e Signore dell'universo, il quale tutto benedice e santifica ed ogni cosa vivifica ed arricchisce”.
Allora la Beata Maria Vergine le fece dono di tutti i suoi beni, persino della sua verginale maternità, affinché come ella è Madre di Dio per natura, così Metilde diventasse, per la grazia, madre di Dio in ispirito. Questo fece comprendere alla Santa che le anime le quali seguono la volontà divina, amandola ed adempiendola in ogni cosa, diventano veramente madri di Cristo secondo queste parole: Chiunque farà la volontà del Padre mio, quello è mio fratello, mia sorella e mia madre (Matth., XII, 50).

Vedendo la Santa il tenerissimo amore che Dio porta alle Vergini, e restandone ella stupefatta per riconoscenza ed ammirazione della Divina Pietà, il Signore le disse: “Le vergini, a preferenza degli altri Santi, hanno ricevuto tre speciali privilegi.
“Dapprima le amo più di ogni creatura; ed ecco perché la prima Vergine che mi ha consacrato la sua castità ha talmente infiammato il mio amore che, non potendo più contenermi, mi sono precipitato dal cielo per rinchiudermi tutto intero in lei.
“Per secondo privilegio le ho arricchite più di tutte le altre creature, perché ho dato loro in ispeciale proprietà tutti i miei beni e tutti i miei patimenti.
“In terzo luogo, glorifico le anime vergini più delle altre; quando, infatti, si avvicinano a me, rallegro il loro orecchio col dolce mormorio di un misterioso segreto, ed esse sole hanno la libertà di godere, a loro piacimento dei miei carissimi abbracci”.
Metilde domandò: - “O Dio dolcissimo, quali devono essere quelle felicissime Vergini che voi onorate di tali grazie?”
“Devono essere nobili, belle e ricche, rispose il Signore; una vera vergine scelta in tal modo per diventare mia sposa, deve essere nobile per l'umiltà; stimando se stessa come un nulla, si consideri come l'ultima delle creature, e desideri sinceramente. di essere disprezzata ed avvilita; quanto più s'immergerà nella umiliazione, tanto più apparirà gloriosa e nobile nella gloria, ed io aggiungendo la mia umiltà alla sua, le conferirò la più elevata delle nobiltà.
“La vergine deve pure essere bella, vale a dire paziente; la sua bellezza crescerà in proporzione della sua pazienza, perché ai suoi patimenti aggiungerò quelli della mia propria Passione; anzi onde portare al colmo la sua bellezza, le aggiungerò il divino splendore che dal Padre mio ricevetti prima della creazione del mondo.
“La vergine infine deve essere ricca nei meriti; raccolga il tesoro di tutte le virtù ed io vi aggiungerò le incomparabili ricchezze delle mie virtù che le procureranno là sovrabbondanza delle delizie eterne”.

Un'altra volta, mentre si cantava l'offertorio: Adducentur Regi Virgines - Le vergini saranno offerte al Re, Metilde pensava che cosa ella potesse offrire a Dio che gli fosse gradito.
“Chi mi offrirà, disse il Signore, un cuore umile, paziente e caritatevole, mi farà un dono graditissimo”.
“Qual è il cuore, riprese la Santa, abbastanza umile perché possa piacervi?”
Il Signore rispose: “Quello che trova la sua gioia nel vedersi disprezzato, afflitto ed immerso nell'avversità, godendo perché è degno di aggiungere qualche cosa alla mia Passione ed alle mie umiliazioni, e perché ha qualche cosa da offrirmi in sacrificio; costui è veramente paziente ed umile di cuore.
“Parimenti, colui che gode di tutto il bene che avviene al suo prossimo e si affligge delle disgrazie di lui come delle sue proprie, costui mi offre un cuore veramente caritatevole”..


CAPITOLO XII: DELLA PURIFICAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA


Nella notte santa della Purificazione di Maria, quella divota sposa del Signore, vide la gloriosa Vergine Madre che portava in braccio il regale Infante Gesù rivestito di una tunica azzurra ornata di fiori d'oro. Sul petto, intorno al collo ed alle braccia, Egli portava scritto il dolcissimo nome di Gesù.
“O dolcissima Vergine, disse la Santa, adornaste dunque in questo modo il Figlio vostro quando lo presentaste al Tempio?”
“No, rispose Maria; tuttavia lo presentai in dilettevole apparenza. Dal momento della sua nascita, con indicibile gaudio aspettavo quel giorno in cui potessi offrire a Dio Padre il Figlio suo, come l'Ostia graditissima che fu l'unica causa per cui Dio accettò tutte le Ostie offerte fino dal principio del mondo. Tali erano la mia divozione e la mia gratitudine quando lo presentai, che se la divozione di tutti i Santi si trovasse riunita nel cuore di un uomo solo, non potrebbe ancora paragonarsi alla mia.
“Ma a quella parola di Simeone: Una spada trapasserà l'anima tua, tutto il mio gaudio si convertì in dolore.
“Quante volte perciò, quando mi stringevo al seno il Figlio mio, quante volte, nella dolcezza della mia divozione, chinavo la mia testa su la sua, e versavo lagrime tanto abbondanti che il suo capo e il suo piccolo ed amabile volto rimanevano interamente bagnati da queste lagrime di amore! Molte volte pure gli ripetevo queste parole: “O salvezza e gioia dell'anima mia!”
Metilde guardava l'amabile infante con un desiderio sì ardente che la Madre del Re volle accontentarla e lo depositò nelle sue braccia. Nel colmo della gioia, la Santa volle stringere sul proprio cuore il divin Bambino, ma vano fu il suo sforzo, perché la visione era tutta spirituale e il Bambino era già scomparso.

Mentre quella divota Vergine intonava l'Antifona: Hac est quae nescivit, udì i cori angelici che nell'aria con dolce armonia ne continuavano il canto; durante tutto il salmo Benedixisti, gli Spiriti celesti cantarono a vicenda quell' Antifona, dapprima gli Angeli, poi gli Arcangeli, i Troni, le Dominazioni, le Potestà e le Virtù. Ma quando venne la volta degli Angeli di fuoco, ossia dei Cherubini e dei Serafini, il canto divenne talmente soave che nessun'armonia terrena potrebbe venirgli comparata.
La Beata Vergine Maria stava in mezzo al coro col divino Infante in braccio; ed ecco che dalla terra apparve uno splendore la cui luce superava mille soli. La Vergine Madre sopra questo splendore depositò il suo dolcissimo Figlio. Quella luce sfolgorante rappresentava la Divinità; infatti, il Signore, quando era su la terra, Lui medesimo porta va sé stesso, perché la sua Divinità reggeva la sua Umanità.
La gloriosa Vergine portava sul capo un diadema regale sorretto da due angeli, e vi si vedevano, come cesellate nell'oro e in gemme preziose, le virtù ed i meriti, di tutti i Santi che furono servi divoti della Vergine Santissima. Da questo diadema di Maria, a modo di splendide perle, stillavano gocce di rugiada, figura della grazia che Dio diffonde sopra tutti quelli che con pietà onorano la sua vergine Madre.
Davanti a Maria stava l'Arcangelo Gabriele, con in mano uno scettro d'oro, nel quale si leggeva in lettere d'oro: Ave gratia plena, Dominus tecum: Vi saluto, o piena di grazia, il Signore è con voi. Questo fece intendere alla Santa che Gabriele, nei cieli è onorato con una particolare distinzione, perché per il primo rivolse alla Madre di Dio questa meravigliosa salutazione.
La Beata Vergine stava ancora alla destra del suo Figlio, con in mano un ciborio d'oro. Metilde pensava cosa mai potesse contenere quel vaso d'oro, e la Vergine le disse: “Contiene il liquore del divin Cuore, che voglio offrire al Figlio mio con tutto quel lavoro che si compie nel suo e nel mio servizio”.

La Serva di Cristo vide Simeone in piedi vicino all'altare, e dal cuore di lui usciva un triplice raggio in forma di arcobaleno; da ciò intese che quel profeta ebbe verso Dio un cuore umile, forte e fervente, tutto desideroso dell'onore e della gloria del Signore. Ella gli disse: “Ottenetemi un vero desiderio di essere liberata dal mio corpo e riunita a Cristo”. Simeone rispose: “È cosa migliore e più perfetta rimettere a Dio la tua volontà, e volere tutto ciò ch'egli vorrà”.
Infine, la Santa supplicò la Beatissima Vergine che volesse intercedere presso il Figlio suo per lei e per tutta la Comunità. La Vergine, inginocchiandosi, subito ne assecondò il desiderio.
Compiuto poi il Mattutino, Metilde mentre stava per intonare il Benedicamus insieme con le altre suore incaricate del canto, pregò di nuovo la Santa Vergine che lodasse suo Figlio a nome della Comunità. Allora la Regina dei cieli, con la sua voce più dolce, modulò questa strofa:

Iesu, corona Virginum,
Amor, dulcedo et osculum:


Gesù, corona, Amore, dolcezza e bacio delle Vergini!

E tutti gli Angeli ed i Santi che erano nell'aria cantarono dicendo:

Te laudamus in saeculum,
Quem amor fecit Virginis Filium;


Vi lodiamo in eterno, Voi che l'amore fece Figlio della Vergine!

Una luce sfolgorante parve illuminare tutto il coro, e Metilde intese che la Beata Vergine effettivamente lodava suo Figlio per le suore ed assieme con esse.
Tutto l'esercito degli Angeli e dei Santi con grande allegrezza risalì al cielo seguendo il Signore e cantando:

Hymnizate nunc superi
Pariterque resonate inferi:


Lodate e benedite l'Altissimo; o voi superni Spiriti, e voi parimenti della terra!


CAPITOLO XIII: VISIONE DEL MERAVIGLIOSO MONTE DEI SETTE PIANI


Nella domenica di Quinquagesima, detta Esto mihi, Metilde vide il Diletto dell'anima sua, il quale con la sua dolcissima voce le diceva: “Vuoi tu, sposa mia, dimorare meco sul monte per quaranta giorni e quaranta notti? - Volentieri, mio Signore, rispose ella, non voglio né desidero altro”. Allora il Signore le mostrò un alto monte che si stendeva dall'Oriente all'Occidente, con sette piani per i quali si ascendeva a sette fontane. Egli la prese seco. e raggiunse il primo piano che si chiamava: grado dell'umiltà; là vi era una fontana di cui l'acqua purificava l'anima dai peccati di superbia.

Ascesero al secondo piano chiamato grado della dolcezza; vi trovarono la fontana della pazienza che purificava l'anima dalle colpe di ira.
Raggiunsero il terzo grado che è quello dell'amore. dove scorreva una fontana in cui l'anima poteva purificarsi da tutti i peccati che avesse fatto per odio. In questo piano, Dio si fermò qualche tempo con quell'anima, la quale. si prostrò ai piedi di Gesù; ma la dolce voce di Cristo risuonò come la sinfonia d'un organo, dicendo: “Alzati, amica mia, e mostrami il tuo volto” (Cant., II, 14) e tutti gli Angeli insieme coi Santi, adunati su la sommità della montagna, cantarono all'unisono con Dio e in Dio il dolce epitalamio dell'amore. Quel canto era così dolce nella sua soave melodia che nessuna lingua umana potrebbe ripeterlo.
Salirono al quarto piano chiamato grado dell'obbedienza, dove si trovava la fontana della santità, la quale purificava l'anima da ogni colpa di disobbedienza.
Poi salirono al Quinto che è il grado della continenza, dove si vedeva la fontana della liberalità in cui l'anima si purificava dai peccati commessi per avarizia nell'usare delle creature senza l'intenzione di glorificare il Signore e di procurare il proprio spirituale progresso. ­

Giunsero al sesto piano, quello della castità, dove zampillava la fontana della divina purezza, di cui l'acqua purificava l'anima dai desiderii carnali. Là, quell'anima si vide rivestita di una veste candida come quella del Signore.
Infine arrivarono al settimo piano, quello della gioia spirituale; la fontana di questo piano si chiamava gioia celeste e purificava da tutte le. colpe commesse per accidia nelle cose spirituali. Orbene, questa sorgente non isgorgava con impetuosità come le altre, ma lentamente, a goccia a goccia, perché la gioia celeste da nessuno, in questa vita, può venire pienamente gustata; in questo mondo, l'anima ne riceve qualche goccia. ma è un nulla in confronto della realtà di quell'eterno ed immenso gaudio.

Il Diletto con la sua diletta ascesero poi su la sommità del monte, dove trovarono la moltitudine degli Angeli, simili ad uccelli che portavano campanelli d'oro dal suono argentino. Sul monte vi erano due magnifici troni.
Il primo era la sede della somma ed invisibile Trinità e ne uscivano quattro fiumi di acqua viva. Il primo fiume indicava la divina Sapienza che governa i Santi e fa che in tutto ne riconoscano ed adempiano con gioia la volontà; il secondo, la divina Provvidenza, la quale li sazia abbondantemente di tutti i beni nella eterna libertà. Il terzo fiume. rappresentava la divina sovrabbondanza che li inebria di ogni bene, a segno che i loro desiderii sono sempre inferiori alle ricchezze di cui sono colmati; il quarto infine, figurava le delizie per cui quelle beate anime vivono in Dio nella pienezza delle inebrianti delizie che non avranno mai fine, mentre Dio dai loro occhi asciugherà ogni lagrima (Apoc., VII, 7).
Sopra questo trono vi era un baldacchino in oro finissimo, ornato a profusione di gemme preziosissime; esso copriva tutto l'universo e figurava la Divinità; era un'opera regale fatta in verità per il Re dei cieli. Vi erano pure parecchi padiglioni per la dimora dei santi Patriarchi, Profeti, Apostoli, Martiri, Confessori ed infine di tutti gli eletti.

Il secondo trono era quello della Vergine Madre che stava vicino al Re, come a Regina si conviene. Questo trono era pure circondato da parecchi padiglioni destinati alle sante vergini che avevano seguito ed imitato la Regina Madre e come un corteo di onore sempre accompagnano la Vergine per eccellenza.

Alla vista del Re della gloria Gesù, seduto sul trono della sua imperiale magnificenza, e della Madre sua seduta alla destra di Lui, l'anima rapita di ammirazione davanti a quella gloriosa faccia su la quale gli Angeli tanto desiderano di gettare lo sguardo, si sentì svenire per la riverenza verso la santa Trinità e cadde prostrata ai piedi di Gesù.

Il Signore medesimo la rialzò e dolcemente l'attirò a riposare sul proprio seno quantunque ella avesse la frangia della veste alquanto lorda per una leggiera polvere, la quale vi si era attaccata poche ore prima a motivo di una preoccupazione momentanea; ma la Beata Vergine fece scomparire anche questa polvere.

La sposa di Cristo vide allora, davanti al trono, apparecchiata una mensa regale alla quale vennero invitate tutte le suore che in quel giorno ricevevano il corpo del Signore.
Il Figlio della Vergine venne Lui medesimo ad offrir loro il delizioso cibo del suo corpo adorabile, pane di vita e di salvezza; poi, il Diletto si prese un dolce riposo con quelle che lo amavano. Egli offrì loro anche il calice pieno del purissimo vino del sangue dell'Agnello immacolato che purifica i cuori da ogni macchia.
Dolcemente inebriate, le suore gustarono le gioie dell'unione divina e Dio disse a Metilde: “Ora dono me stesso all'anima tua con tutto il bene che sono e che posso dare; tu sei in me ed io sono in te; né mai sarai da me separata”.

Dopo questo regale banchetto, Metilde pregò la Beata Vergine che volesse lodare il suo divin Figlio per lei. Maria SS., accompagnata dal coro delle Vergini incontanente si alzò dal suo trono e magnificò il Figlio suo con una lode ineffabile.
I Patriarchi ed i Profeti lodavano essi pure il Signore, dicendo. con giubilo il Responsorio Summae Trinitati.

Il glorioso coro degli Apostoli cantava la antifona Ex quo omnia.

Essi infatti hanno riconosciuto su la terra Colui dal quale provengono tutti i beni, dal quale tutte le cose furono fatte in cielo e in terra, nel quale ogni bene è nascosto.
Parimenti, l'esercito vittorioso dei Martiri cantava: “Tibi decus, a Voi l’onore, ecc., mentre i Confessori facevano risuonare l'antifona Benedictio et claritas16.
Tra i Confessori Metilde distinse il beato Padre Benedetto rivestito di una tunica bianca frastagliata di ornati di colore vérmiglio; il bianco significava la sua verginale castità, il vermiglio indicava il suo martirio per re vittorie riportate con tante lotte per l'osservanza regolare e per il mantenimento dell'Ordine.

Meravigliandosi la Santa di non udire nessun canto degli angeli, il Signore le disse: “Tu canterai con gli Angeli”. E subito insieme con lei gli Angeli cantarono il responsorio: Te sanctum Dominum17.
Dopo questa visione Metilde disse al Signore:, “O unico mio Diletto in che cosa maggiormente vi compiacete Voi di essere dagli uomini conosciuto?= Nella mia bontà e nella mia giustizia, rispose il Signore; nella mia bontà con la quale tanto misericordiosamente aspetto gli uomini a penitenza e di continuo con la mia grazia li attiro al mio cuore. Ma quando non vogliono in alcun modo convertirsi, allora la mia giustizia mi obbliga a condannarli”.

“Ma, Signore, ripigliò Metilde, non mi dite nulla della vostra carità?”

“L'anima fedele, rispose il Signore, all'amico fa parte di tutti i suoi beni e gli rivela tutti i suoi segreti”.

Quella divota vergine pregò ancora il suo Diletto di insegnarle in qual modo ella potesse offrirgli qualche soddisfazione per gli oltraggi che in quei giorni Egli riceveva dai membri della - sua Chiesa; è il Signore le rispose: “Reciterai a questo fine trecento cinquanta volte l'antifona: Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio in sempiterna saecula, o beata Trinitas. A Voi lode, O Beata Trinità, a Voi gloria ed azioni di grazie, nei secoli sempiterni!”.

Un altro giorno, Metilde vide ancora in ispirito quel medesimo monte e vi, salì tutta sola. Arrivata al terzo piano, quello dell'amore, nell'acqua della fontana lavò tutte le sue macchie; dopo essersi fermata al sesto per rivestirsi della veste bianca, pervenne infine al settimo e vide il Signor Gesù su la sommità del monte. Egli la prese come per mano e l'innalzò sino a sé, dicendo: “Vieni, andiamo da queste parti”. Ed ella se n'andò sola con Lui solo, non vedendo altro che Gesù solo.
Arrivarono ad una casetta in argento trasparente come il cristallo. Intorno a questa, piccoli fanciulli vestiti di bianco giocavano e con grande letizia lodavano il Signore.
L’anima intese che i bambini morti prima dell'età di cinque anni stavano là in un'eterna allegrezza.

Incontrarono poi una casa fatta di pietre rosse tagliate. D'intorno vi era una moltitudine di anime vestite di porpora, le quali dolcemente cantavano; erano le anime di quelli che erano vissuti sia nella vedovanza, sia nello stato di matrimonio, ed anche la folla dei beati.

Giunsero ancora davanti ad una casa tagliata in un zaffiro rosso e circondata di una folla innumerabile di Santi vestiti di scarlatto. L'anima intese che erano queste le anime beate che, in questa vita, avevano combattuto contro il demonio per Gesù Cristo col quale in questo luogo si rallegravano senza fine.

Proseguendo il loro viaggio trovarono una casa in oro purissimo. Il Signore la mostrò alla sua diletta, dicendo: “È questa la casa della Carità, di cui sta scritto: Ti condurrò nella casa di mia madre, nella casa di quella che mi ha dato la luce (Cant. II, 4). Mia madre è la carità, ed io sono Figlio della carità”.

Da tali parole la Santa divinamente ispirata conobbe che la Vergine Maria, infiammata degli ardori dello Spirito Santo come di un celeste fuoco, aveva concepito il Figlio di Dio nel fervente amore dello Spirito Santo; in tal modo Cristo è figlio della Carità e la madre sua è la Carità. Quando furono entrati in questa casa, l'anima di Metilde si prostrò ai piedi di Gesù; ma Egli, affrettandosi a rialzarla, se la prese fra le braccia.
Tutte le persone che si erano raccomandate alle sue preghiere, le sembravano stare alla porta di questa casa, ed attaccarsi vivamente con ambo le mani ad una fune che saliva sino al Cuore di Gesù. Quest'immagine significava che le persone per le quali ella pregava, avevano parte a tutte le grazie divine.

Dopo che la Santa ebbe ricevuto il corpo del Signore. i Santi che circondavano la casa cantarono: Panem Angelorum manducavit homo: l'uomo ha mangiato il pane degli Angeli. Alleluia! Gli Angeli, alla loro volta dissero: Panem coeli dedit eis: Egli ha dato loro il pane del cielo. Unita col Diletto, Metilde in Lui e con Lui godeva la pienezza di ogni bene e la abbondanza delle eterne delizie, le quali cose in Gesù unicamente si trovano.


CAPITOLO XIV: NELLA DOMENICA DELLE PALME


Nella Domenica delle Palme, quella Serva di Cristo richiamava alla sua memoria le azioni compiute da Cristo in. quel giorno e provava il desiderio di conoscere ciò che le beate Maria e Marta avessero preparato per ricevere il Signore.
Subito le parve di essere a Betania nella loro casa; in una stanzetta appartata vi era una mensa, dove le sembrò di vedere seduto il Signore e lo interrogò sopra quanto Egli avesse fatto nella notte precedente al suo ingresso in Gerusalemme.
“Passai tutta quella notte in orazione; rispose il Signore; verso lo spuntar del giorno, riposai seduto per pochi istanti”. E soggiunse: “Mi preparerai nell'anima tua una casa simile a questa e in quella mi servirai”.
Su l'istante le parve che il Signore sedesse alla mensa e ch'ella medesima lo servisse.

Dapprima in un piatto d'argento Metilde servì al Signore del miele, ossia quel tenero amore che dal seno del Padre lo trasse sino al presepio quando i cieli stillarono il miele sopra l'intero universo.
Venne in seguito un cibo composto di viole, simbolo dell'umile vita di Cristo, il quale in questo mondo si sottopose ad ogni creatura.
In terzo luogo la Serva di Cristo apportò la carne dell'agnello, ossia di quell'agnello immacolato che toglie i peccati del mondo, Poi mise davanti al Signore il vitello ingrassato della grazia spirituale.
In quinto luogo portò il cerbiatto, ossia quel desiderio inestimabile col quale Gesti Cristo ogni giorno della sua vita correva verso la morte.
Ella servì inoltre del pesce arrostito, il quale significava Cristo medesimo nei dolori della sua Passione per nostro amore.
Infine, la Santa offrì pure il Cuore di Gesù Cristo, con vari profumi che significavano la pienezza di tutte le virtù, e versò a bere al Signore tre vini differenti: dapprima un eccellente vino bianco che figurava le fatiche di Cristo e dei suoi eletti durante la loro vita; poi un vino rosso, simbolo della Passione e morte di Cristo; il terzo era un vino puro e soavissimo il quale raffigurava l'effusione intima e spirituale della divina consolazione.
Ogni anima divota serve al Signore il medesimo banchetto spirituale, quando con gratitudine medita questi sacri misteri e divini benefizi offrendo al Signor Gesù lodi e benedizioni.

Nella notte seguente, mentre per una certa tristezza non poteva pigliar sonno, Metilde udì il coro degli angeli che cantavano: Getta nel Signore la tua inquietudine. Egli ti sostenterà;18 e il Signore comparve ritto davanti a lei, vestito di una tunica verde. Ella gli disse: “O amabilissimo Signore, perché portate Voi questo colore nel tempo della Passione?”
Il Signore rispose: “Sta scritto: Se così viene trattata la legna verde, cosa sarà di quella secca?” (Luc,. XXIII, 31).

Da queste parole Metilde intese che se Gesù che è la linfa di tutte le virtù, ha sofferto tali supplizi, quelli che sono come legna secca aridi in ogni bene, in verità non possono aspettarsi che i tormenti eterni.

Domandò allora in qual modo lo potesse lodare in quel tempo della Passione, e il Signore le mostrò le cinque dita della mano per insegnarle che lo dovesse lodare in cinque modi, e cioè benedire:
1 - l'onnipotenza infinita che per salvare l'uomo condannò all'impotenza il supremo Signore degli Angeli e degli uomini;
2 - l'inscrutabile sapienza per la quale Egli accettò di essere ritenuto insensato;
3 - la carità senza limiti, che lo fece ingiustamente odiare da quelli ch'Egli doveva salvare;
4 - la benignissima misericordia che lo indusse a lasciarsi condannare, per l'uomo, ad una morte così acerba;
5 - la dolcezza infinitamente soave per la quale soffrì le amarezze della più terribile delle morti.


CAPITOLO XV: IL NOME DI GESÙ - LE PIAGHE DEL REDENTORE


Il martedì della settimana Santa, durante la messa Nos autem19, (1) il Signore le disse: “Considera queste parole: In quo est salus. vita et resurrectio nostra - In cui si trova la nostra salvezza, la nostra vita e la nostra risurrezione. Nella Croce sta la vera salvezza; fuori di quella non v'è salvezza, secondo queste parole:

Nulla salus est in domo,
Si non crucem invenit homo,
Super liminaria.

Non v'è salvezza in una casa, se su la soglia della porta l'uomo non trova la Croce.

“Nell'anima in cui non v'è croce, ossia tribolazione, non v'è pazienza; e senza pazienza nessuna salvezza. Per mezzo della Croce venne data all'uomo la vera vita. Quando io, che sono la vita dell'anima, morii di amore su la Croce, allora diedi la vita all'anima morta per il peccato, concedendole che potesse vivere eternamente in me. Per mezzo della Croce venne pure concessa all'uomo la grazia di risuscitare mediante la penitenza tante volte quante muore per il peccato. Dalla Croce ancora la risurrezione della carne e la vita eterna”.
Siccome nell'Epistola si leggeva: Dio gli diede un nome che è sopra ogni nome; la Santa disse a Gesù: “Mio Signore, qual è questo nome sublime che dal Padre vi fu donato?”
“Salvatore di tutti i secoli, rispose il Signore; io, infatti, sono il Salvatore ed il Redentore di quanto vi fu, vi è e vi sarà. Sono il Salvatore di quelli che vissero prima della mia incarnazione; solo il Salvatore di quelli che vivevano, quando, essendomi fatto uomo, convivevo con gli uomini su la terra; sono il Salvatore di quelli che hanno abbracciata la mia dottrina e vogliono camminare su le tracce mie; e ciò sino alla fine dei tempi. È questo un nome degno di me, dal Padre a me solo destinato fin dall'origine del mondo, ed è al disopra di tutti gli altri nomi”.

Metilde rendeva grazie a Dio per le santissime piaghe di Gesù, pregando il Padre che si degnasse imprimere nell'anima sua tante ferite d'amore quante il Figlio suo ne ricevette nel suo corpo; il Signore le disse: “Quando l'uomo amorosamente geme ricordando la mia Passione, ogni volta sembra dolcemente accarezzare le mie piaghe con foglie di rosa di fresco sbocciata; quindi dalle mie ferite esce il dardo dell'amore il quale, penetrando nell'anima sua, la riempie di dolcezza e la ferisce per risanarla”.

Il mercoledì della settimana Santa, mentre si cantava la messa In nomine Domini, quella pia vergine disse al Signore: “Oh! se ne avessi il potere, o mio dolcissimo e fedelissimo. Amico, come davanti a Voi umilierei, con profonda riverenza, il cielo, la terra e l'inferno con tutte le creature!”.
E il Signore replicò: “Domandami ch'io compia in me stesso questo voto, perché in me è contenuta ogni creatura; e quando offerisco me stesso a Dio Padre in lode, ovvero in ringraziamento, è necessario che per me e in me io degnamente supplisca ad ogni difetto delle creature. Per altro, la mia bontà non può soffrir che rimanga inefficace il desiderio di un'anima fedele, quando essa di per sé stessa non possa effettuarlo”.


CAPITOLO XVI: L'ALBERO DELLA CROCE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO


Il giovedì della settimana Santa, cantandosi la messa Nos autem, Metilde vide in mezzo alla chiesa un albero magnifico, altissimo e così largo da coprire tutta la terra. Questo albero era crèsciuto a quel modo da tre virgulti sorti assieme dal suolo e i rami ne ricadevano verso la terra formando graziosi archi.
Sotto uno di questi rami si vedevano parecchi animali che si nutrivano dei frutti caduti dall'albero; significavano i peccatori e gli uomini che vivono come le bestie senza mai elevare la mente a ringraziare Colui dal quale proviene ogni bene.
Sotto un altro ramo v'erano uomini che mangiavano il frutto dell'albero; e la Santa in questi riconobbe tutti i membri della Chiesa, giusti e buoni.
Sul terzo ramo stavano degli uccelli che cantavano una bella melodia; e significavano le anime dei Santi i quali senza fine lodano il Signore.
Le anime del purgatorio comparivano pure come ombre a figura umana, e venivano a ristorarsi coi profumi dell'albero.
Certi uccelli neri tentavano di svolazzare intorno, ma un gran fumo, uscendo dall'albero, li respingeva lontano; e questi figuravano i demonii, e le tentazioni suscitate dagli uomini, di cui non si può meglio trionfare che ricordando la Passione di Cristo raffigurata da quel fumo.
Il sacerdote che celebrava sembrava rivestito e parato delle foglie del medesimo albero e intorno a lui pendevano i frutti sospesi ai rami. Questo significava che ogni persona la quale con amore onori la Passione di Cristo, nobilita le proprie virtù ed accresce il merito di tutte le sue buone opere.
I cuori dei fedeli, a guisa di lampade ardenti pendevano dai rami dell'albero e il liquore che alimentava la loro fiamma scorreva dall'albero medesimo. Nessuno, infatti, può amare la Passione di Cristo, a meno che da Dio ne riceva la grazia. La fiamma poi delle lampade simboleggiava il ricordo e il culto della Passione, che ognuno deve alimentare nel proprio cuore se vuole amare il Signore. La memoria di questa santa Passione alimenta sovrabbondantemente l'amore; perché nulla può in egual modo commuovere ed infiammare i cuori.


CAPITOLO XVII: DELLA PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO


Nel Venerdì Santo, Metilde inondata di grazie divine, disse al Signore: “O dolcissimo mio Dio, che cosa potrebbe fare l'uomo per compensarvi dell'amore con cui vi siete lasciato prendere e legare per suo amore?
- Che spontaneamente e liberamente si lasci parimenti legare per mio amore dalle catene dell'obbedienza.
- E quali lodi potrà offrirvi in compenso degli immondi sputi e dei crudeli schiaffi che avete ricevuto dai Giudei?
- In verità ti dico, che chiunque disprezza i suoi superiori mi sputa in faccia. Chi adunque vuol riparare questo oltraggio rispetti il suo superiore.
- E per gli schiaffi, quali azioni di grazie accetterete, o misericordioso Signore?
- Che si osservino con una stretta fedeltà le regole e gli statuti del proprio Ordine.
- E qual lode rendervi, o fedelissimo Amico, per il dolore che soffriste, quando il vostro capo regale venne coronato di spine così acute che il sangue velò la vostra amabile faccia, quella faccia dagli Angeli tanto desiderata?
- Chi resisterà con tutte le forze alle tentazioni, metterà nella mia corona tante gemme quante vittorie avrà riportate in mio nome.
- O Maestro, il più sapiente di tutti i maestri, come riparare lo scherno per cui foste, come un insensato, rivestito d'una tunica bianca?
- Con la fuga di ogni affettazione nei vestiti, non ricercando ornamenti, ma unicamente il necessario, senza nessun lusso, né pazza spesa,
- Quali azioni di grazie accoglierete Voi, o unico Bene del mio cuore, per essere stato crudelmente flagellato?
- Che l'uomo sia costante nel seguirmi con perfetta fedeltà e pazienza, tanto nell'avversità come nella prosperità.
- Che possiamo offrirvi, o mio Diletto, per le ferite dei vostri piedi inchiodati su la Croce?
- Che si pongano in me tutti i desiderii; e chi non sente buoni des1derii, abbia almeno la volontà di concepirne, ed io riceverò la buona volontà come l'opera.
- Che domandate per esservi lasciato inchiodare le mani su la Croce?
- Che ognuno si eserciti nelle opere buone, e che per mio amore eviti tutte le azioni perverse.
- Quali azioni di grazie, o unica dolcezza, vi si devono rendere per quella piaga d'amore che riceveste su la Croce quando l'Amore invincibile col suo dardo trapassò il vostro dolcissimo Cuore, dande uscirono per nostro rimedio il sangue e l'acqua; quando vinto dall'amore per la vostra sposa, siete morto di amore?
- Che l'uomo conformi sempre la sua volontà alla mia, e che la mia volontà gli piaccia in tutte le cose e sopra tutte le cose”.
Il Signore soggiunse: “Ti dico in verità, che se uno versa lagrime di divozione per la mia Passione, io le accetterò come se Egli l'avesse sofferta per me”.
- “O mio Signore, replicò Metilde, in che modo ottenere queste lagrime?”
“Ascoltami: pensa dapprima alla tenerezza con cui mi portai ad incontrare i nemici che, armati di spade e di bastoni, mi cercavano per mandarmi alla morte come un ladro e un malfattore; ed, io andai loro incontro come una madre ad un figlio ch'essa vorrebbe strappare ai denti dei lupi.
“Pensa ai crudeli schiaffi che mi davano; orbene, quanti schiaffi ricevevo, altrettanti dolci baci offrivo alle anime che, sino all'ultimo giorno, dovevano essere salvate dalla mia Passione.
“Mentre atrocemente mi flagellavano, offrivo per loro al Padre celeste una preghiera così efficace che molti si convertirono.
“Quando mi conficcavano nel capo la corona di spine, attaccavo alla loro corona tante gemme quante furono le spine che infissero nella mia carne.
“Quando m'inchiodavano su la Croce e mi dislogavano le membra a segno che si potevano contare le mie ossa e vedere le mie viscere, le mie forze, si esaurivano nell'attirare verso di me le anime di tutti i predestinati alla vita eterna, come avevo annunciato: Quando sarò elevato da terra, attirerò tutto a me. (Ioan., XXII, 32).
“Infine, quando la lancia mi aprì il costato, presentai, nel mio Cuore, la bevanda della vita a tutti quelli che in Adamo avevano sorbito la bevanda mortifera, affinché divenissero tutti figli della salvezza in me che sono la Vita”.

Dopo che ebbe ricevuto il corpo di Cristo la Santa udì il Signore che le diceva: “Vuoi tu sapere come ora io sia in te e tu in me?”
Nel sentimento della propria indegnità ella stava in silenzio, ma vide il Signore come un cristallo trasparente, e la sua propria anima come un'acqua pura e brillante che scorreva per tutto il corpo di Cristo. Mentre si trovava tutta compresa da ammirazione per questo favore e per la stupenda bontà di Dio, il Signore le disse: “Ricorda ti di ciò che scrisse San Paolo: Io sono l'ultimo degli Apostoli e indegno di essere chiamato apostolo: ma per la grazia di Dio sono quel che sono. (I Cor., XV, 9, 10). Parimenti, da te medesima tu non sei nulla, ma quello che tu sei, per grazia mia lo sei in me”.

Mentre, in seguito si faceva. secondo l'usanza, il seppellimento della Croce, Metilde disse al Signore: “Ora, o unico Diletto del mio cuore, seppellitevi in me e fate che io sia unita con Voi in un modo inseparabile”. Il Signore disse: “Sì, voglio seppellirmi in te; nel tuo capo voglio essere l'oggetto dei tuoi pensieri; voglio essere l'attività delle tue mani; voglio essere l'esercizio di tutti i tuoi sensi ed identificarmi con tutti gli atti tuoi”.

Un'altra volta. nella medesima cerimonia del Venerdì Santo, questa divota Vergine disse al Signore: “O carissimo mio Diletto, almeno la mia anima fosse d'avorio per darvi in sé stessa una onorevole sepoltura!” Il Signore rispose: “Io invece ti seppellirò in me: sopra di te, io sarò speranza e gioia; dentro, sarò la vita che ti vivificherà, la sostanza che rallegrerà e impinguerà l'anima tua. Dietro di te, sarò il desiderio di spronarti; davanti, sarò l'amore per attirarti e rapire l'anima tua. A destra, sarò la lode che renderà perfette le tue opere; a sinistra, il sostegno d'oro che ti sorreggerà nella tribolazione; sotto di te, sarò la base irremovibile che porterà l'anima tua”.

Un'altra volta ancora, nella medesima notte del Venerdì Santo, nell'orazione Metilde disse al Signore: “O dolcissimo mio Signore, che posso offrirvi in compenso dell'amore con cui in questa notte per me vi lasciaste prendere e caricare di catene?”
“Donami il desiderio e la buona volontà, rispose il Signore. Ecco due cordoni di seta a mezzo dei quali dolcemente mi legherai all'anima tua, perché il cuore pieno di buona Volontà e pronto ad ogni bene, facilmente mi ritiene in sé stesso. I pensieri inutili che d'improvviso gli sopravvengono non sono colpe, a meno che accorgendosene vi si fermi volentieri e con deliberazione”.
Il Signore soggiunse: “Quando mi abbandonai nelle mani degli empi, mi legarono le mani e fecero di me tutto ciò che vollero; ma non poterono legare la mia lingua. lo solo ebbi il potere d'incatenarla dimodochè non proferisse nessuna parola che non fosse necessaria. Parimenti, benché l'uomo possa parlare bene o male, ei deve regolare le proprie parole in modo che non ne dica mai nessuna che offenda o turbi il suo Prossimo”.

Verso l'ora di Prima, mentre Metilde considerava che a quell'ora il Signore era Comparso davanti al Preside per essere giudicato, Egli le disse: “Vieni con me al giudizio”, quindi la condusse seco davanti al Padre celeste, e tutte le creature si misero a deporre contro di lei.
I Serafini l'accusavano d'aver spesse volte con la tiepidezza spento in sé medesima il divino amore, mentre il suo cuore ne era stato infiammato dal divin Cuore.
I Cherubini la rimproveravano perché non aveva diretta la propria vita secondo la luce della divina conoscenza che le era stata comunicata meglio che a tanti altri.
I Troni portavano contro di lei l'accusa d'aver, con pensieri inutili, disturbato il Re pacifico che nell'anima di lei aveva stabilito il suo trono.
Le Dominazioni dicevano che non aveva obbedito con la conveniente riverenza al loro Re il Signore Iddio.
I Principati si lagnavano perché non aveva rispettato in sé stessa e negli altri quella divina nobiltà che l'uomo possiede in virtù della sua somiglianza con Dio.
Le Potestà l'accusavano di non aver professato il timore riverenziale dovuto alla divina Maestà.
Le Virtù si lagnavano perché non aveva praticato, come si conveniva, le divine virtù.
Gli Arcangeli dicevano che non aveva prestato sufficiente attenzione ai soavi colloqui di Dio e che aveva mancato di inviare al Diletto, a mezzo dei Ministri ch'Egli le deputava, i dolci mormorii del suo amore.
Gli Angeli le muovevano querela perché aveva abusato dei loro servigi.
La Beata Vergine le muoveva querela, lei pure, per le infedeltà verso il dolcissimo Figlio di Dio, divenuto fratello di lei per la sua nascita temporale.
Gli Apostoli l'accusavano di negligenza nel seguire i loro insegnamenti; i Martiri le rinfacciavano la sua ripugnanza nel sopportare le pene e le infermità; i Confessori l'accusavano di tiepidezza nella sua vita religiosa e nei suoi esercizi spirituali; le Vergini le rimproveravano la sua freddezza per il loro amabilissimo Sposo.
Infine tutte le creature si unirono per protestare contro il cattivo uso che aveva fatto di esse tutte.
Allora, il benignissimo Gesù disse al Padre suo; “Per tutte le querele mosse Contro Metilde risponderò io medesimo, perché debbo confessare che sono preso d'amore per lei”.
Dio Padre disse al Figlio suo; “Ma chi vi ha costretto a tanto? La mia libera scelta, rispose Gesù, perché l'ho eletta come mia per l'eternità.”.
Allora quell'anima, piena di fiducia nel credito di un tale difensore, lo prese nelle sue braccia e disse a Dio:
“Vi presento, o Padre adorabile, vi presento il Vostro amabilissimo Figlio che vi ha già pagato tutti i miei peccati di superbi. Vi presento il Vostro mansuetissimo Figlio che vi ha già soddisfatto per tutti i miei peccati di rabbia. Vi presento il Vostro Amatissimo Figlio, l'amore del vostro Cuore; Egli ha pienamente supplito ai miei peccati di odio. La sua illuminata liberalità ha compensato i miei peccati di avarizia; il suo santo zelo ha riparato la mia tiepidezza; la sua perfetta astinenza ha supplito alle mie intemperanze. La purezza della sua innocentissima vita ha pagato tutti i miei peccati di pensieri, di parole e di opere; la sua obbedienza sino alla morte, ha cancellato le mie disobbedienze. Insomma, la sua perfezione ha riscattato tutte le mie imperfezioni.
“Siate dunque placabile, o Padre santo, sopra la mia iniquità, in virtù di quest'Ostia tanto degna e a Voi tanto gradita; e per la Vostra clemente pietà rimovete da me la vostra indignazione e ricevetemi nella vostra sempiterna grazia”.

Nell'ora di Terza, Metilde vide il Signore circondato di luce e di gloria; dalla pianta dei piedi sino al vertice del capo, il suo corpo sembrava coperto di ornamenti preziosi, affine di compensarlo di aver sofferto per noi la barbara flagellazione nella Passione. Egli portava pure sul capo una corona intrecciata di fiori così belli e variati, che mai se ne videro di simili. Orbene, Cristo aveva Egli stesso formato questa sua corona per mezzo dei dolori di capo che la Santa di recente aveva sofferto per più di quaranta giorni.

Nell'ora di Sesta, essa vide il Signore che portava la sua Croce. La Comunità arrivava, e ciascuna delle suore caricava la Croce del Signore di un ramo che figurava le sue proprie pene personali. Gesù tutto accoglieva con bontà e ne caricava la sua Croce con pazienza e con gioia; tuttavia tutte le suore in pari tempo, lo aiutavano a portare la Croce.
Verso l'ora di Nona, il Signore le comparve nella sua gloria e nella sua maestà, portando una collana d'oro ornata di una scudo nel quale si distinguevano tutti i supplizi della sua Passione. Questo stemma che copriva il petto del Signore, nella parte superiore aveva un candidissimo giglio e nella parte inferiore una rosa vermiglia. Questo scudo significava la vittoriosa Passione del Signore; il giglio, la sua innocenza; la rosa, la sua suprema pazienza.

Accostandosi, le suore alla santa comunione, il Signore a ciascuna diede il suo divin Cuore tutto ripieno di, aromi di un odore soavissimo. Tali aromi, a guisa di viti novelline, come fiori freschissimi, uscivano da ogni parte di quel Cuore sacratissimo e gli davano l'aspetto di un bel mazzo di fiori. Ciascuna delle suore nell'accostarsi al Signore, riceveva dalle mani di Lui uno scudo simile a quello che portava Lui stesso; e questo ornamento, posto sul loro petto, vi brillava con un meraviglioso splendore. A tale vista, Metilde conobbe che Cristo ai suoi fedeli ha conferito la vittoria che riportò nella sua Passione, onde sia per loro riparo e fortezza contro ogni sorta di nemici.

Quando venne il suo turno di baciare la Croce, Metilde alla piaga dei piedi per divina ispirazione, disse: “Ecco, o Signore, in Voi depongo tutti i miei desiderii e li conformo ai vostri affinché pienamente purificati e perfettamente santificati, non si fermino mai più alle cose terrestri”.
Alla piaga della mano destra il Signore le disse: “Nascondi qui tutta la tua vita spirituale, affinché le negligenze che puoi aver commesse, siano da me riparate”.
Alla mano sinistra: “Metti qui le tue pene e le tue afflizioni, perché al contatto con le mie sofferenze si addolciscano e davanti a Dio diffondano un gratissimo profumo, in quella guisa che una veste impregnata di muschio o d'altre essenze ne diffonde l'odore, e che un boccone. di pane inzuppato nel miele riceve la soave dolcezza di quello”.
Alla piaga. del Cuore: “In questa piaga di amore, così vasta che abbraccia il cielo, la terra e tutto quanto contengono, applica il tuo amore al mio divino amore, affinché divenga col mio un solo e medesimo amore, come il ferro arroventato è:una medesima. cosa col fuoco”.

Nell'ora dei Vespri, Metilde vide il Signore che, deposto dalla Croce, riposava in seno alla Beata Vergine Maria, la quale le diceva: ­ “Vieni a baciare le piaghe salutari che il mio dolcissimo Figlio ricevette per tuo amore.
“Imprimi tre baci sul suo benignissimo Cuore, rendendogli grazie per l'effusione presente, passata e futura che da quel Cuore emana sopra di te e su gli eletti tutti.
“Nel baciare la piaga della sua mano destra, gli renderai grazie perché quella mano viene ad aiutarti e a cooperare a tutte le tue opere buone; nel baciare quella della sua mano sinistra, lo ringrazierai perché in quella trovi sempre un sicuro rifugio.
“Bacia pure la piaga del suo piede destro, ringraziandolo. dell'ardente desiderio che lo spinse a correre dietro a te per tutto il tempo di sua vita. Bacia quella del suo piede sinistro perché vi troverai la remissione di tutti i tuoi peccati.
“Ti occorrono pure unguenti per imbalsamare il Diletto dell'anima tua; il primo sia l'olio di oliva che significa la misericordia, quindi ti eserciterai con maggiore assiduità nelle opere di misericordia; il secondo sia l'olio di mirra, vale a dire che per amore di Dio sopporterai le infermità e le tribolazioni con gioia, costanza e fedeltà; infine il terzo sarà olio di balsamo, il quale significa che riceverai tutti i doni di Dio con gratitudine, unicamente per sua gloria, non desiderando né sperando nulla per te medesima, ma facendo li tutti ritornare, con purezza di intenzione, verso Colui che è la fonte e l'origine di tutti i beni”.

Verso l'ora di Compieta, la Beata Vergine Maria le disse ancora: “Ricevi il Figlio mio onde seppellirlo nel tuo cuore”. E subito la Santa vide il proprio cuore sotto forma di un sarcofago d'argento, che aveva il coperchio d'oro. L'argento significava la purezza del cuore; e l'oro, quell'amore che trattiene e custodisce Dio nell'anima. Mentre le sembrava di seppellire Dio in questo sepolcro del proprio cuore, udì il Signore: “Qui, nel tuo cuore, diceva, sempre mi troverai; ti assicuro la vita eterna per te e per tutti quelli per i quali oggi hai pregato”.

Chi desidera rinnovare spesso la memoria della Passione del Signore, può recitare sette volte, ogni venerdì, a guisa di ore canoniche, il Salmo XXIX, Exaltabo te, Domine, quoniam suscepisti me; in fine dell'anno avrà detto tanti versetti quante sono le piaghe che Cristo ha ricevute nel suo proprio corpo20. Legga inoltre, se può, uno dei racconti della Passione nel Vangelo, e renda speciali azioni di grazie a Dio che ci diede la piaga del suo piede sinistro, come un bagno salutare; quella del suo piede destro, come un fiume di pace; quella della sua. mano sinistra, come un torrente di grazie; e quella della sua mano destra, come un rimedio per la guarigione delle anime. Infine, renda azioni di grazie perché la ferita del suo dolcissimo Cuore fece zampillare sopra di noi l'acqua vivificante e il vino inebriante, ossia, il sangue di Cristo e l'infinita abbondanza d'ogni bene”.

Avendo un giorno Metilde domandato al Signore cosa gli piacesse di più nell'uomo, ne ebbe questa risposta:
“Ciò che mi piace di più è la cura di considerare con profonda riconoscenza e di meditare con una costante memoria tutte le virtù che praticai su la terra; tutte le pene e le ingiurie che sopportai durante trentatrè anni; poi l'afflizione nella quale passai la mia vita, gli affronti che mi vennero inflitti dalle mie creature, e infine la mia amarissima morte su la Croce per l'amore dell'uomo di cui redensi l'anima onde farne la mia sposa col prezzo del mio prezioso sangue.
“Per tutti questi benefizi ciascuno abbia tanto amore e riconoscenza come se per lui solo io avessi sofferto tutti i miei dolori”.

CAPITOLO XVIII: RISURREZIONE E GLORIFICAZIONE DI GESÙ CRISTO


Nella santa notte della Risurrezione di Nostro Signore, quella Serva di Cristo lo vide che riposava nel sepolcro; divinamente ispirata conobbe che nella Risurrezione il Padre alla Umanità di Cristo aveva conferito tutta la sua divina potenza; il Figlio le aveva comunicato quella glorificazione che eternamente riceve dal Padre, e io Spirito Santo in quella aveva diffuso ogni sua dolcezza; bontà e amore. Perciò il Signore disse a Metilde:
“Nella mia Risurrezione, il cielo, la terra e tutta la creazione si posero al mio servizio”.
Ella gli domandò: “In che modo il cielo vi serviva?”
“Tutti gli spiriti Angelici erano ai miei ordini”, rispose il Signore.
Incontanente le sembrò di vedere presso il sepolcro una moltitudine di angeli, che circondavano il Signore come di un muro dalla terra sino al cielo.
Quella vergine allora disse: “Quale inno vi cantarono allora gli Angeli, poiché nella vostra nascita avevano intonato il Gloria in Excelsis?”
Il Signore rispose: “Cantarono: Sanctus, Sanctus, Sanctus, Santo, Santo, Santa! Orsù, giubiliamo tutti assieme e rallegriamoci! Lode all'Altissimo Dio, nei cieli! Tale fu il canto degli Angeli di cui ti riferisco, non le parole, ma il senso”.
Metilde vide pure tutta la Comunità intorno al Signore, il quale, dal suo Cuore lasciava dardeggiare dei raggi che penetravano in ciascuna delle suore; poi Egli stese la mano sopra ciascuna di loro e comunicò loro la sua propria gloria dicendo: “Ecco: vi dono la chiarezza della mia Umanità glorificata: la conserverete con la purezza del cuore, con la dolce unione tra voi e con la vera pazienza, e nel giorno del giudizio vi glorierete di presentarmela”.

Mentre la Comunità faceva la visita al sepolcro, quella divota vergine, nel fervore del suo cuore, disse a Dio: “Ah! mio Diletto che siete eletto tra mille e l'Amante del mio Cuore, insegnatemi Voi con quali unguenti io possa imbalsamarvi”.
Il Signore disse: “Prendi quella inenarrabile dolcezza che fin dall'eternità dal mio divin Cuore scorreva nel Padre e nello Spirito Santo; ne farai del vino. Prendi quella dolcezza di cui il cuore verginale di mia Madre fu penetrato più di qualunque altro cuore; ne comporrai un miele squisito. Prendi pure quella divozione che prima della mia Passione mi tratteneva in un fervente desiderio e in un ardentissimo amore; ne farai un balsamo prezioso”.
E subito le parve di avere in mano un vaso pieno dei. più meravigliosi profumi, d cui si. servì per ungere il Signore secondo il desiderio del divin Cuore; poi ne baciò le piaghe vermiglie, come veri medicamenti per l'anima sua.

Dopo la precedente visione, il Signore mostrò. a quella vergine una casa superba, vasta ed elevata, nella quale ve n'era un'altra più piccola fatta di legno di cedro e rivestita all'interno di lamine di argento; nel mezzo risiedeva il Signore. Agevolmente ella riconobbe che questa casa era il divin Cuore, perché più d'una volta l'aveva già vista in tale forma.
La piccola casa situata nella grande, figurava l'anima, la quale è immortale come il legno dei cedri è incorruttibile; aveva la porta ad Oriente, chiusa con un chiavistello d'oro dal quale pendeva una catenella d'oro che andava ad attaccarsi al Cuore medesimo del Signore, in tal modo ché mentre si apriva la porta, pareva che quella catenella commuovesse il Cuore del Signore.
La Santa intese che questa porta indicava il desiderio dell'anima, e il chiavistello la sua volontà; ma la catenella figurava il desiderio di Dio, il quale sempre previene ed eccita il desiderio dell'anima, e l'attira a sé.
Il Signore le disse: “In tal modo l'anima tua è sempre rinchiusa nel mio Cuore, ed io nel tuo. Ma quantunque tu mi contenga dentro di te così bene che ti sono più intimo di quello che tu sii intima il te medesima; tuttavia il mio Cuore è tanto alto ed elevato sopra l'anima tua da sembrare ch'essa non possa giungere fino a Lui. la qual cosa viene indicata dall'altezza e dalle dimensioni della casa grande che hai vista”.

Metilde pregava pure il Signore. che si degnasse di prepararla a ricevere il suo preziosissimo Corpo.
“Prima di comunicarti, disse il Signore, esaminerai con gran cura la stanza della tua anima ber vedere se le sue pareti sono sporche o l'intonaco in disordine. Nel lato orientale, considererai se sei stata zelante o negligente in tutto ciò che riguarda Dio: nella lode, nell'azione di grazie, nella preghiera, nell'osservanza dei comandamenti. Nel lato meridionale; esaminerai in qual modo sei stata divota verso mia Madre e tutti i Santi; penserai se hai approfittato dei loro esempi e dei loro insegnamenti. Nel lato occidentale, osserverai con attenzione se sei andata avanti o indietro nel bene, se sei stata obbediente, umile, paziente nel sopportare le ingiurie, fedele nell'osservare le regole e gli statuti; esaminerai se hai combattuto e vinto i tuoi difetti. Dal lato di tramontana, osserverai se sei stata fedele verso la Chiesa intera; come ti sei comportata col tuo prossimo, se l'hai amato con intera carità, ed hai considerato come tue le sue pene; se hai pregato divotamente per i peccatori, per le anime dei fedeli e per tutti quelli che sono nel bisogno. E se sopra qualcuno di Questi punti troverai qualche macchia o qualche fallo. ti applicherai a ripararlo con la penitenza e la soddisfazione”.
Subito dopo questa divina lezione, l'anima entrò in quella casa e vi si gettò ai piedi del Signore che si degnò di rialzarla e, attirandola sul proprio seno, la baciò tre volte dicendole:“Ti do il bacio di pace, da parte della mia onnipotenza, da parte della mia sapienza, da parte della mia irremovibile bontà”.

Durante la Messa Resurrexi il Signore la colmò di carezze e le disse: “Sì, eccomi, e sono ancora con te: Et adhuc tecum sum, per dimorarvi sempre. Tu hai posto la tua mano sopra di me: Posuisti super me manum tuam, vale a dire hai fissato sopra di me l'intenzione che dirige tutte le tue opere”; poi soggiunse molte altre parole meravigliose ed ineffabili.
Stupita di una sì estrema bontà, l'anima voleva per riverenza allontanarsi da Dio; ma Egli l'attirò più vicino ancora, e le disse: “Andiamo, resta con me affinché io sia con te e vi goda le mie delizie”.
Mentre si cantava il Gloria in excelsis, la Santa si augurava di poter ringraziare Iddio per questi nuovi favori; ma il Signore le disse: “Tu sai che sta scritto: La lode alle cose terrestri, la gloria alle cose celesti. Se adunque tu vuoi lodarmi, lo farai in unione con quella gloria di cui mi onora Dio Padre con lo Spirito Santo nella sua onnipotenza; in unione con quella gloria sublime di cui io medesimo nella mia inscrutabile sapienza, glorifico il Padre e lo Spirito Santo, mentre questa divina Persona nella sua immutabile bontà, esalta il Padre e me stesso in un modo degnissimo”.
Dopo Terza, Metilde, benché si sentisse troppo debole a segno di non poter usare neanche del bastone, pregò le Suore di condurla al seguito della processione, Ella vide allora il Signor Gesù, rivestito della dalmatica come un diacono, con in mano un vessillo di color rosso; Egli andava camminando con ciascuna come con lei. E pensando ella perché mai il Signore comparisse sotto la forma. di diacono a lato di ogni persona, Egli stesso si degnò di rispondere: “Come il diacono all'altare serve il Sacerdote, così assisto Dio mio Padre, pronto ad eseguire tutti i suoi ordini. Di più, mai nessun diacono nel suo ministero fu tanto zelante, quanto io sono fedele nel servire le anime”.

Nei Vespri, mentre si cantava l'antifona Regina coeli, la Santa vide nel coro la Beata Vergine in piedi; alla destra di lei stava il suo verginal Figlio rivestito di abiti ornati di trifogli e di risplendenti scudi.
Intese Metilde che i trifogli figuravano l'altissima ed adorabile Trinità: un Dio solo che in Cristo abita in modo sostanziale. Essa conobbe pure che gli stemmi, con la punta in basso e la parte larga in alto, simboleggiavano l'amarezza della vita e della Passione di Cristo la quale su la terra fu di breve durata, mentre la gioia e la gloria ch'Egli ne acquistò brilla in cielo in una maniera sempre più splendente, poiché il suo trionfo prosegue di secolo in secolo.
Il Signore portava inoltre una corona da cui pendevano vari stemmi sui quali brillavano lucide croci da ciascuna delle quali uscivano cinque raggi.
Il Signore disse: “Ecco, io voglio in questa sera offrirvi un banchetto composto di cinque vivande. Dapprima vi servirò il mutuo gaudio che in questo giorno si diedero a vicenda la mia Umanità e la mia Divinità; poi il gaudio che risentii quando, in compenso dell'amarezza della mia Passione, l'amore fece trasalire tutte le mie membra con le sovrabbondanti delizie della sua dolcezza. Vi servirò pure il gaudio che provai quando presentai al Padre mio, come un pegno preziosissimo, l'anima mia assieme con tutte quelle da me redente; e quell'altro gaudio che mio Padre mi diede nel comunicarmi il pieno potere di onorare, arricchire e ricompensare gli amici miei ch'io mi acquistai col prezzo di tanti stenti. Infine, l'ultimo di questi cibi sarà il gaudio che provai quando il Padre al mio regno eterno associò le anime da me redente perché siano per sempre mie coeredi e convittrici della mia mensa.
“I Re della terra dopo un banchetto, si separano dagli amici che vi erano invitati, io invece ammetterò i miei amici in quella medesima dimora dove abito io stesso. Se adunque uno mi ricorderà quei cinque gaudi Speciali, per il primo le darò fin da questo mondo, se lo desidererà, il gusto della mia Divinità, per il secondo, il dono di conoscermi; per il terzo, nell'ora della morte presenterò l'anima sua al Padre mio: per il quarto, l'assocerò al frutto della mia Passione e dei miei patimenti; infine, per il quinto, gli darò l'amabile società dei miei Santi”.

LODI PER I CINQUE GAUDI DI NOSTRO SIGNORE NELLA SUA RISURREZIONE


Lode, adorazione, grandezza, gloria e benedizione a Voi, Gesù Re buono, per quell'ineffabile gaudio che risentiste quando, nella vostra Risurrezione, la vostra Umanità dal Padre ricevette la divina chiarezza, e a tutti gli eletti, in sé stessa e nella sua Divinità, donò la eterna glorificazione; per quell'ineffabile gaudio vi prègo, o amatissimo Mediatore tra Dio e gli uomini, di conservarmi illesa, onde possa. per la grazia vostra conseguire quella gloria che allora mi avete donata, e di cui prenderò possesso nel giorno del giudizio. Amen,
A Voi, o mio buon Gesù, lode, adorazione, grandezza, gloria e benedizione, per quel gaudio ineffabile che risentiste nella vostra Risurrezione, quando l'inestimabile carità la quale dal seno di Padre vi aveva attirato in questo mondo ed assoggettato alle pene ed alle miserie umane, ricolmò il vostro corpo di una gioia e di una allegrezza incomparabili, come su la Croce lo aveva abbandonato a dolori intollerabili. Per questo gaudio, vi prego, o amantissimo Mediatore tra Dio e gli uomini, di darmi il lume dell'intelletto affinché io conosca l'anima mia ed in ogni tempo sappia ciò che a Voi sia accetto.
A Voi, o buon Gesù, lode, adorazione, grandezza, gloria: e benedizione, per quell'ineffabile gaudio che la vostra anima santissima risentì, quando si presentò a Dio Padre, come prezzo e pegno di eterna redenzione, felicemente accompagnata dall'immensa moltitudine delle anime beate uscite dal Limbo. Per questo ineffabile gaudio vi prego, o amantissimo Mediatore tra Dio e gli uomini, che nell'ora della mia morte siate il pegno che riscatti l'anima mia e il prezzo che paghi ogni mio debito. Fate che mi sia placabile il Padre Vostro, Giudice d'infinita equità, e conducetemi con gaudio al suo cospetto.
A Voi, o buon Gesù, lode, adorazione, grandezza, gloria e benédizione, per quell'ineffabile gaudio che risentiste quando Dio Padre vi diede il pieno potere di premiare, arricchire ed onorare, secondo la magnificenza della vostra liberalità, i vostri amici e compagni d'arme, che con tanto trionfo liberaste dalla potenza del demonio. Per questo ineffabile gaudio, vi prego, o amantissimo Mediatore tra Dio e gli uomini, di farmi partecipe di tutte le vostre fatiche e delle vostre opere, come della vostra beata Passione e della vostra gloriosa morte”.
A Voi, o buon Gesù, lode, adorazione, gloria e benedizione, per quell'ineffabile gaudio che provaste quando Dio Padre vi diede tutti i vostri amici in eterna eredità, e che fu compiuta quella volontà che avevate espressa in questa preghiera così benigna: “Voglio, o Padre, che dove sono io, là siano pure quelli che mi avete dati” (Joan. XVII, 24), dimodochè per sempre possiedano quel gaudio e quel bene perfetto che siete Voi medesimo. Per questo ineffabile gaudio, vi prego, o amabilissimo Mediatore tra Dio e gli uomini, di concedermi la beata società dei vostri eletti, affinché con loro io possieda Voi, la mia gioia ed il mio unico Bene, quaggiù e nell'eternità. Amen.

Metilde in seguito pregò il Signore perché, in quel sentimento di gioia per il quale Egli aveva reso grazie a Dio Padre per l'immortalità conferita alla sua Umanità nell'ora della sua Risurrezione, si degnasse di offrire anticipatamente all'Eterno Padre, azioni di grazie per quella medesima immortalità di cui lei pure sarebbe dotata nella risurrezione futura.
Il Signore si degnò dirle: “È appunto questo ch'io fo presentemente per te e per ciascuno dei miei tanto volentieri come per me stesso, perché considero la gloria dei miei membri come la mia propria gloria: l'onore che si rende loro mi procura una gratissima gioia come se fosse reso a me stesso; e l'anima per la quale durante la sua vita terrestre compio la lode e l'azione di grazie, ne riceverà in cielo una gloria ed una beatitudine speciale”22.

Mentre ella ancora pensava quale fosse quella glorificazione della Santa Umanità di cui il Padre aveva dotato il Figlio suo nella Risurrezione, il Signore con bontà le disse: “Il Padre glorificò il mio Cuore con darmi ogni potere in cielo e su la terra, affinché io fossi onnipotente come Uomo, come lo ero in quanto Dio. Ho dunque il potere di premiare, onorare ed innalzare i miei amici, e insieme quello di attestar loro il mio amore, secondo la mia libera volontà. La glorificazione dei miei occhi e delle mie orecchie è questa ch'io posso vedere e conoscere sino al fondo ogni necessità ed ogni tribolazione dei miei fedeli, e sentire, onde esaudirti, tutti i loro gemiti e desiderii e le loro preghiere. A tutto il mio corpo ancora è stata data questa gloria che come nella Divinità io sono in ogni luogo, così parimenti nella mia Umanità sono dovunque voglio con tutti gli amici miei e con ciascuno di loro, la qual cosa nessuno, per quanto sia potente, ha mai potuto né mai potrà fare”.

CAPITOLO XIX: NELLA SECONDA FESTA DI PASQUA


Nel secondo giorno di Pasqua, mentre si leggeva il Vangelo: Rimanete con noi23, quella divota vergine disse al Signore: “O mia unica dolcezza, dimorate con me, ve ne prego, perché il giorno della mia vita declina verso la sera”.
“Io resterò con te, replicò il Signore, come un padre col suo figlio, ti farò parte della celeste eredità che ti acquistai col mio prezioso sangue, e di tutto ciò. ch'io feci per te su la terra durante trentatrè anni: tutto questo lo riceverai in proprietà:
“Resterò ancora con te come un amico col suo amico: chi ha trovato un amico fedele, presso di lui cerca un rifugio in tutte le sue. necessità e non lo abbandona punto; così in me che sono l'amico fedele, troverai un rifugio sicuro; nella tua debolezza tu potrai sempre affidarti a me, ché in tutto fedelmente ti aiuterò.
“Dimorerò pure con te come lo sposo con la sua sposa: fra loro non può esservi separazione se non in caso di infermità; orbene, se ti infermerai, io che sono il più perito dei medici ti guarirò dei tuoi mali; epperò tra noi non vi sarà mai separazione, ma indissolubile ed eterna unione.
“Infine, resterò con te come un viandante col suo compagno; se uno dei due porta un carico troppo pesante, subito l'altro gli porge la mano e ne divide con lui il peso: io pure sarò così assiduo a portare con te tutti i tuoi carichi che ti sembreranno sempre leggieri”.
Metilde allori si ricordò che il Signore altra volta le aveva detto: “Ti dono l'anima mia come compagna e come guida: in essa tu puoi aver fiducia; se sarai triste, ti consolerà, e sarà per te in ogni occasione una amica fedele”. Disse dunque al Signore: ­ “Ahimé! mio Signore, vita dell'anima mia e mia dolcissima guida, perdonatemi, perché troppo raramente ho associato alle mie opere questa nobilissima compagna, né in tutte le cose mie ho ricercato come dovevo il suo aiuto!”.
“Ti perdono, ripigliò il Signore, e l'anima mia resterà con te sino al termine della tua vita. Allora ti riceverà, ti darà i medesimi sentimenti con cui morendo su la Croce raccomandai lo spirito mio nelle mani del Padre mio, e in tale unione ti présenterò al Celeste Padre”.
Dopo questa promessa del suo Diletto, Metilde si mise a pregare per una sua amica fedele, affinché il Signore le facesse parte di questi medesimi beni. E in quell'istante vide quella persona in presenza di Cristo il quale le prendeva le mani e le conferiva la proprietà di tutti quei beni.

Essendo inoltre dal proprio cuore portata a lodare altamente il Signore per tutti questi benefizi, lo pregò che preparasse alla sua celeste famiglia qualche magnifico banchetto. Incontanente vide i preparativi di uno splendido convito, e il Signore vestito di un abito nuziale di color verde cosparso di rose d'oro. Egli le diceva: “Io sono una rosa nata senza spine, eppure da quante spine non fui io ferito!”.
La famiglia celeste del Signore portava vesti simili a quelle del Signore medesimo.
Essendo le nozze preparate, il Signore domandò: “Chi vuol tenere il posto del giullare?” E subito prendendo l'anima di Metilde nelle sue divine mani la fece danzare.
A quella vista i commensali ne provarono un nuovo aumento di gaudio e ringraziarono il Signore della graziosa amabilità che dimostrava verso quell'anima; ma Metilde stringendo il suo Diletto con abbracciamenti d'intima carità, lo condusse davanti alla mensa d'egli invitati e vide allora una luce di uno splendore meraviglioso che emanando dalla divina faccia di Cristo, illuminava tutta la Corte celeste e si diffondeva in tutte le coppe di quella mensa regale.
In tal modo lo splendore dell'amabile faccia del Signore era la sazietà degli eletti, la loro gioia e la loro voluttà; perché in se stesso il Signore dona loro una sazietà senza noia, una gioia senza fine, con eterni trasporti di allegrezza.

Al dolce Figlio della Vergine siano lode ed onore per un tal, banchetto!


CAPITOLO XX: NELL'OTTAVA DI PASQUA


Nel giorno dell'ottava della Risurrezione di Cristo, quella pia vergine vide di nuovo la casa di cui si è già parlato sopra24.
Stava per entrarvi, quando scorse su la porta, due angeli in piedi con le ali distese in alto, in modo che, toccandosi nella loro estremità, producevano un canto dolce come quello dell'arpa; questo canto esprimeva il gaudio dei cori angelici all'arrivo di quest'anima, la quale, appena entrata, cadde prostrata ai piedi del Signore e ne salutò, baciandole, le piaghe vermiglie.
Ella giunse sino alla piaga del Cuore, e lo vide tutto spalancato, mentre ne uscivano fiamme come quelle di un'ardente fornace.
Il Signore l'accolse con bontà: “Entra, le disse, percorri il mio divin Cuore in lungo e in largo: la sua lunghezza rappresenta l'eternità della mia bontà; la sua larghezza l'amore e il desiderio ch'ebbi sempre della tua salvezza. Percorri questa lunghezza e questa larghezza, e rivendica come tua proprietà, tutto il bene che troverai nel mio Cuore perché è veramente tuo”. E il Signore soffiando le disse: “Ricevi il mio Spirito Santo”. Allora quell'anima felice, ripiena dello Spirito Santo, vide da tutti i suoi membri uscire come dei raggi di fuoco di cui ciascuno andava a toccare qualcuna delle persone per le quali ella aveva pregato.
Dopo la comunione le sembro che il suo proprio cuore si fondesse con quello dél Signore come una massa d'oro liquefatto in un sol pezzo, e Gesù le disse: “Così il tuo cuore sarà sempre aderente al mio, a seconda del tuo desiderio e del tuo piacere”.


CAPITOLO XXI: NELLA SOLENNITÀ DELL'ASCENSIONE.


Nel giorno della gloriosa Ascensione di Cristo, parve alla Santa di trovarsi sopra un monte dove le apparve l'Amore, sotto la forma di una bellissima Vergine rivestita di un manto verde. Questa Vergine disse all'anima: “Io sono quella che tu hai visto in quel grande splendore nella notte della Natività di Cristo. lo ho condotto il Figlio dal seno del Padre sino in questo mondo terrestre; io pure ora l'ho esaltato sopra tutti i cieli”. All'udire queste parole l'anima per un istante restava come interdetta, ma l'Amore soggiunse: “Non temere, tu vedrai cose più grandi ancora”.
D'un tratto le vesti dell'Amore cambiarono aspetto e presero un meraviglioso fulgore, coprendosi di un graticcio d'oro di cui ogni quadrato portava l'immagine del Re, con questa iscrizione: Colui che era sceso è risalito sopra i cieli. (Eph., IV, 10). Tutte le opere della nostra redenzione erano meravigliosamente ricamate in queste diverse immagini.
Il Signor Gesù parve ornato di vesti simili a quelle dell'Amore, eccettuato che nei suoi graticci non si scorgeva più l'immagine sua, ma l'Amore! la Carità vi sedeva come una Regina.
In tal modo Dio era rivestito di sé stesso, poiché Dio è Carità e la Carità è Dio. E l'Amore, prendendo Dio nelle sue braccia, lo innalzò dicendo: “Tu sei quello in cui unicamente potei pienamente dimostrare la virtù della mia potenza”.
L'anima domandò a quella Vergine cosa fossero quelle braccia capaci di trasportare il Signore, e l'Amore rispose: “Le mie braccia sono la mia. onnipotenza e la mia volontà. Tutto io posso fare, ma tutto ciò che posso fare non è sempre espediente; perciò la mia inscrutabile sapienza ordina e dispone tutte le mie opere”.
Una gran moltitudine di santi apparve pure in quel luogo. Giovanni Battista, Giuseppe, padre putativo del Signore, e Simeone che ricevette Cristo nel Tempio; vi occupavano i primi posti; tutti salivano col Re.
La Beata Vergine, Madre del Signore, comparve anch'essa sul monte, rivestita di un manto simile a quello dell' Amore, ma la sua tunica era di col or rosso. Ella disse all'anima: “Immensi dolori sopportai con mio Figlio e per causa di mio Figlio, e tutti li sopportai in silenzio e con pazienza. Offrivo pure al Signore preci continue a favore della Chiesa nascente, e spesse volte lo inclinai ad una speciale misericordia. Così ancora, Egli non può sottrarsi ai desiderii dell'anima che lo ama, e ne risulta che, su la terra, quest'anima esercita sul Signore maggiore influenza che se già fosse in cielo”.
L'anima domandò alla Beata Vergine quale gaudio ella avesse provato nell'Ascensione del Figlio suo. “Conobbi allora, rispose Maria, l'allegrezza e la beatitudine che avrei ricevuta nella mia assunzione”.

Il Signor Gesù, ascendendo con ineffabile giubilo, arrivò davanti al Padre e gli presentò racchiuse in sé stesso, le anime di tutti gli eletti, tanto di quelli che erano ascesi con Lui, come quelle degli eletti futuri, con tutte le loro opere, i loro patimenti ed i loro meriti.
Anche quelle che, per il momento, erano in istato di peccato, in Cristo comparivano nella forma in cui saranno più tardi in cielo. Tuttavia, le anime amanti e pazienti risplendevano nel Cuore del Signore con un decoro speciale, mentre le altre risplendevano, secondo il loro posto, nelle altre membra del suo corpo25.

Il Padre celeste accolse il Figlio suo coi massimi onori e disse: “Ecco, io ti dono quelle sovrabbondanti delizie che tu avevi, per così dire, abbandonate nel discendere su la terra di esilio; vi aggiungo il pieno potere di comunicarle senza, riserva a tutte quelle anime che ora tu mi presenti con te”.
Il Signor Gesù offrì a Dio padre la povertà, gli obbrobri, le umiliazioni, i dolori, tutti gli stenti e le opere della sua Umanità, come nuovo e gratissimo dono che in cielo non era ancora comparso, benché anticipatamente in Dio fosse già previsto. L'Eterno Padre attirò a sé questo dono e l'unì alla sua Divinità, così intimamente come se Egli stesso avesse tutto sopportato nella sua propria persona.
Il Signore Gesù offrì pure allo Spirito Santo tutto il profumo dell'amore di cui era stato consumato il suo Sacratissimo Cuore con ardori senza pari, e i sette doni del medesimo Spirito con il loro frutto plenario, perché solo in Cristo lo Spirito Santo Operò coi suoi doni in una maniera assolutamente perfetta, secondo questa parola di Isaia: “Lo Spirito del Signore riposerà sopra di Lui, spirito di sapienza, ecc. (Isa., XI, 3).
Agli spiriti angelici Egli fece dono del latte della sua Umanità, di cui gli Angeli non avevano ancora avuto l'esperienza; questo latte era una abbondantissima dolcezza nella sua deliziosa Umanità in aumento del loro gaudio e del1a loro gloria.
Ai Patriarchi ed ai Profeti, il Signore offrì un liquore delizioso che soddisfece tutti i loro desiderii, poi li fece riposare in sé medesimo.
Rispetto ai santi Innocenti ed a quelli che erano morti per la verità, Egli abbellì e nobilitò i loro patimenti, coprendoli, per così dire, dell'oro prezioso della sua gloriosa Passione e morte!
Alle umane creature, come agli Apostoli ed agli altri fedeli, Egli fece moltissimi doni, comunicando loro l'interna consolazione con la conoscenza delle cose spirituali e l'amore fervente.
In seguito, il Signore rivolto all'anima le disse: “Ascesi al cielo come un glorioso trionfatore e portai con me tutte le tue gravezze”. Da tali parole Metilde intese che i bisogni e le pene di tutti gli uomini sono presenti al Signore, e che, combattendo Egli stesso, in noi e per noi gloriosamente trionfa.
Il Signore soggiunse: “Come dissi ai miei discepoli, Dio Padre diede alla mia Umanità il potere di fare ogni mia volontà in cielo e in terra; di rimettere agli uomini i loro peccati; di preservarli da ogni male, inchinando verso di loro la mia Divinità secondo la loro indigenza”.
L'anima si prostrò ai piedi del Signore per adorarlo e rendergli grazie, ma Egli si degnò di rivolgerle ancora la parola e le disse: “Alzati, Regina mia, poiché tutte le anime unite al mio amore saranno Regine”.

Continuando a conversare col Signore, l'anima gli disse: “Perché, o amabilissimo Iddio, il pensiero della morte non mi causa alcuna letizia mentre altri aspettano questa ora con trasporti di allegrezza?”
“Questo, rispose il Signore, è un effetto speciale del1a mia bontà; perché se tu desiderassi la morte, attireresti il mio divin Cuore con tanta dolcezza che non potrei rifiutartela”.
Metilde ripigliò: “Perché, dunque molti, anche provetti nella perfezione, hanno un così gran timore della morte? Ed io pure che sono una miserabile, mi spavento al pensiero di morire?”
Il Signore disse: “Il timore della morte viene dalla natura, perché l'anima ama il corpo e freme d'orrore di fronte all'amarezza della separazione. Ma tu, di che mai avrai paura, poiché hai ricevuto il mio Cuore in pegno d'immortale alleanza, come casa di rifugio e di eterna dimora?

Nello stesso giorno, mentre si cantava il responsorio Omnis pulchritudo26, quella divota vergine in un trasporto di amore esclamò: “Mio Signore, la Vostra Ascensione ci ha privati della vostra bellezza!”.
“Mai più, replicò con bontà il Signore, perché io rimango e dimorerò sempre con voi, nella mia bellezza e nella mia forza, nella mia lode, nella mia gloria e nel mio amore”.
Nella processione, mentre si cantava: Et benedixit eis, Egli li benedisse, la Santa vide in aria, sopra l'abbazia una mano mirabilmente bella che benediva la Comunità mentre il Signore diceva: “La benedizione che io diedi allora ai miei discepoli è eterna, né mai vi sarà tolta”.
Sentendo una volta recitare nella Messa questa orazione: “Infirmitatem nostram respice, quaesumus, cmnipotens Deus, etc.”, quella divota vergine desiderava sapere qual frutto si possa ricavare da quelle parole: L'Incarnazione ecc. il Signore le disse: “Questa orazione mi ricorda le opere che feci per la redenzione dell'uomo; la parola Incarnazione, mi ricorda la carità che mi indusse a diventare fratello dei leoni e compagno degli struzzi come sta scritto di me27. I leoni indicano i cuori superbi; gli struzzi, i cuori induriti dei Giudei coi quali, per amore, ho pur vissuto come un amico ed un fratello.
“La parola Gloriosa Passione mi ricorda fa fedeltà che dimostrai ai miei nemici; mentre mi infliggevano una morte crudele, io con vivissima istanza pregavo per loro il mio celeste Padre.
“Quell'altra: Morte preziosa, mi ricorda a qual prezzo davo me stesso per l'uomo, quando su l'altare della Croce, mi offrivo al Padre mio come Ostia gratissima, pagando in tal modo tutto il debito dell'Umanità.
“La parola: Risurrezione, mi fa memoria del grande onore che feci agli uomini quando risuscitai il mio corpo dal sepolcro, in pegno della loro futura risurrezione; mi ricorda pure l'alta dignità che conferii agli uomini nell'unirli a me come membra al loro Capo in una eterna alleanza.
“La quinta parola: Ascensione, mi ricorda che sono divenuto l'Avvocato degli uomini e il loro Mediatore presso il Padre. Un avvocato o intendente fedele raccoglie con gran cura i redditi del suo padrone, e quando vi scorge qualche deficit, vi supplisce coi propri beni. Così pure, io presento al Padre, centuplicandole, le opere buone degli uomini e, se in qualcuna trovo qualche difetto, vi supplisco io medesimo onde possa presentare la loro anima al Padre mio, ma arricchita davanti ai Santi d'innumerevoli beni”.


CAPITOLO XXII: LE LAGRIME DI AMORE DEL SIGNORE


Un giorno Metilde sentì leggere nel Vangelo che il Signore aveva pianto; ed era preoccupata di questo pensiero. Ma Egli le disse: “Ogni volta che, su la terra, pensavo a quella ineffabile unione per la quale sono uno con Dio Padre, la mia Umanità non poteva trattenere le lagrime. Al ricordo di quell'inestimabile amore che, traendomi dal seno del Padre, mi aveva fatto prendere in isposa la natura umana, la mia Umanità non poteva tralasciare di versare abbondanti lagrime”.
“Dove sono dunque, ripigliò Metilde, quelle lagrime che solo l’amore fece scorrere dai vostri occhi?”
Il Signore rispose: “Esse occupano un posto speciale nel mio Cuore, come un tesoro preferito che si custodisce in luogo sicuro”.
“Mi avete detto altre volte, continuò la Santa, che queste lagrime d'amore erano state assorbite nel vostro Cuore come in un focolare”. - “Questo è vero, riprese il Signore, perché nella fornace del mio Cuore furono assorbite come gocce d'acqua gettate in un braciere; tuttavia non sono state consumate, ma le conservo nel più intimo del mio Cuore”.

Ella, vide ancora il Signore che apriva la piaga del suo dolcissimo Cuore, mentre le diceva: “Considera quanto sia immenso il mio amore: se vorrai conoscerlo bene, in nessun luogo lo troverai espresso più chiaramente che nel Vangelo. Nessuno ha mai sentito esprimere sentimenti più forti e più teneri di questi: Come mi ha amato mio Padre, cosi io vi ho amati. (Joan. XV, 9). Vi sono pure altre parole ch'io dissi al Padre, ve ne sono altre simili ch'io dicevo ai miei discepoli mentre li colmavo di benefizi”.


CAPITOLO XXIII: NELLA VIGILIA DELLA PENTECOSTE


Nella santa vigilia dell'amabile festa della Pentecoste, mentre quest'umile Serva del Signore aspirava a dedicarsi tutta allo Spirito Santo perché questa divina Persona abitasse in lei, il Signore le disse:. “Lo Spirito Santo operò tre cose negli Apostoli: per la prima operazione, li infiammò del divino amore e li trasformò in tal modo che, invece di essere timidi, deboli e pieni di amar proprio come erano prima, si dimostrarono forti a segno che non paventarono più nulla, neppure la morte; da quel giorno stimarono invece  come una gloria ed una fortuna l'essere perseguitati per amore di Dio.
“In secondo luogo, in quella guisa che il fuoco purifica il ferro e se lo assimila, così lo Spirito Santo purificò gli Apostoli da ogni macchia e in sé medesimo pienamente li santificò.
“In terzo luogo, come all'oro puro nel crogiuolo la forma dà la sua figura precisa, così lo Spirito Santo, per così dire, fece scorrere in Dio gli Apostoli liquefatti dal fuoco del suo amore, onde dar loro la forma dell'immagine divina, acciocché in essi si vedesse in atto quel detto del salmo: Io l' ho detto, voi siete dei. (Ps., LXXXI, 6).
“Così pure, chi desidera ricevere lo Spirito Santo, con viva istanza gli domandi di compiere nell'anima sua queste tre operazioni: cioè che lo Spirito Santo lo renda forte contro ogni male e disposto ad ogni sorta di bene, liberandolo dal timore naturale di soffrire, sino a fargli accettare le avversità con gioia per amore di Dio; inoltre, domandi allo Spirito Santo la remissione dei suoi peccati affinché, interamente liquefatto dal fuoco del divino amore, meriti di immergersi in Dio ed in tale beata unione diventi simile a Lui.
“Lo Spirito Santo diede pure da bere agli Apostoli in tre coppe, dimodochè non senza ragione il popolo credette ch'erano ubriachi. Dapprima li riempì in tal modo del vino dell'amore che, simili ad uomini ubriachi, dimenticavano sé stessi, non cercando più né onori né vantaggi materiali, ma unicamente la gloria di Dio. Dopo, versò loro il vino della consolazione e della dolcezza divina, a tal segno che non provavano più gusto per nessuna gioia né consolazione terrena. In terzo luogo, li inebriò di un nettare divino, che è l'amore delle cose celesti, rendendoli come insensati, a segno che nel desiderio e nell'amore di cui erano infiammati verso Dio, avrebbero affrontato mille morti per unirsi al Signore.
“L'anima fedele deve pure domandare allo Spirito Santo che le dia questo vino del divino amore, il quale produrrà in lei l'oblio di sé e il disprezzo di ogni onore e di ogni vantaggio che non interessi la gloria di Dio. Domandi ancora la pienezza della soavità dello Spirito Santo, affinché non si compiaccia mai in nessuna terrena delizia; e preghi di essere infiammata di tale amore per le cose celesti e spirituali che aspirando a Dio con tutto il cuore consideri per nulla la morte ed ogni patimento”.

Nel medesimo giorno, durante la celebrazione dell'Ufficio, Metilde vide il Re della gloria, il Signor Gesù, seduto in chiesa con una moltitudine di Angeli e di Santi. Dal suo Cuore partivano altrettanti raggi quanti vi erano Santi presenti, e verso ciascuno di loro si dirigeva la punta di uno di quei raggi. Mentre si cantava il Vinea facta est, quella divota vergine di Cristo disse al Signore in un trasporto di amore: “Oh! piacesse a Dio che il mio cuore fosse. sempre una vigna eletta secondo il vostro Cuore!”
- “Io posso fare, rispose il Signore, tutto quanto potresti desiderare”.
E su l'istante la Santa vide dentro il suo proprio cuore il Signore che vi passeggiava come in una magnifica vigna, e una moltitudine di angeli a guisa di un muro la circondavano e la difendevano. Nella parte orientale quella vigna produceva un vino dolce e chiaro, il quale significava i frutti delle opere che l'uomo offre a Dio nella puerizia. Verso tramontana il vino era rosso e forte, e figurava la lotta che l'uomo nella sua adolescenza sostiene per resistere ai vizi, alle tentazioni ed alle potenze nemiche. Nella parte di mezzodì, il vino era caldo ed eccellente, in segno degli atti di virtù che l'uomo, nella forza dell'età, compie per amore. Infine ad occidente, si trovava un vino generoso come il nettare, per esprimere i desiderii con cui, nella vecchiaia, l'uomo aspira con tutte le sue forze verso Dio e verso il cielo, e pèr significare anche le pene e le tribolazioni che non mancano mai in quella età.
Le venne poi rivelato che l'uomo giusto è la vigna di Dio perché il Signore trova le sue delizie in colui che, dall'infanzia sino alla morte, santamente vive per lui. Ma essa aveva pure osservato in mezzo alla vigna una fontana presso la quale era seduto il Signore. Dal sacratissimo Cuore di Gesù, come da una sorgente, l'acqua scorreva rapida verso quella fontana, nella quale Egli sembrava attingerla per riversarla su quelli che desideravano di essere spiritualmente rigenerati. Sopra quella fontana erano scolpiti sette stemmi o scudi meravigliosamente cesellati che rappresentavano i setti doni dello Spirito Santo; questi, infatti, sono giustamente rappresentati sotto la forma di scudi, perché nessuno potrà pienamente possederli senz'aver valorosamente combattuto.

Mentre si cantava: Rex sanctorum angelorum: Re dei Santi Angeli, le parve che, il Signore andasse processionalmente al fonte battesimale, avendo alla sua destra Giovanni l'Evangelista ed alla sinistra Bartolomeo, favore concesso a questi due Apostoli per la loro singolare purezza d'anima e di corpo. Pietro e Giacomo il Minore camminavano in testa al corteo in ragione della dignità vescovile che li distinse tra gli altri Apostoli.
La gloriosa Vergine Maria comparve pure alla destra del Figlio suo; la sua veste era d'oro, ornata di piccole sfere le quali senza posa si muovevano ed erano il simbolo degli incessanti desiderii ch'ella ebbe per il maggior bene della Chiesa nascente.
Dal divin Cuore scaturiva una limpidissima fonte di acqua viva.
Frattanto l'anima, rivolgendosi alla Madre del Signore, la pregò di ottenerle di essere in questa fonte purificata da ogni peccato.
La Beata Vergine si degnò di prenderla subito fra le sue braccia e di accostarla al divin Cuore, dimodochè l'anima poté baciarlo persino cinque volte.
Al primo bacio, ella si sentì mondata da ogni macchia; al secondo, le venne concessa la pace del Signore; al terzo, come una amica carissima ricevette il dono di spirituali delizie; ma al quarto, essa fu rapita nel divi n Cuore dove riconobbe tutti gli eletti ed ogni creatura.
Il Signore allora le disse: “Che cosa desideri, o potresti ancora desiderare? Ecco: ti appartiene il bene assoluto, Omne bonum, il cui possesso forma la gioia del cielo e della terra; ora dividi coi Santi, a tuo piacimento, questo bene che è il tuo bene”28. (1)
E Metilde, avendo con indicibile gaudio abbracciato il Signore, s'affrettò a portare questo bene alla Santissima Vergine dapprima, poi ai Santi tutti.
Nel quinto bacio, le parve di sedere col Signore ad una mensa riccamente imbandita, partecipando con Lui al medesimo banchetto.
Infine il Signore le disse: “Tu devi ogni giorno baciare il mio Cuore in queste cinque maniere. Considera come fa una madre con la sua figlia dilètta: al mattino ne osserva il volto e se vi trova qualche macchia, subito la lava via; poi ne orna il capo con una corona; terzo: spinta dal suo affetto la bacia teneramente; quarto, la introduce nella sua camera e le mostra i suoi tesori; quinto, le offre una buona refezione. Nel medesimo modo, io ricevo nella mia grazia l'anima che viene da me spinta dalla penitenza; cancello tutte le sue macchie; dopo, le impongo sul capo una bella corona, quando l'adorno di varie virtù. A questo modo in lei mi compiaccio, e non potendo più trattenere il mio ardentissimo amore, glielo attesto coi miei abbracci. Quando sia in tal modo ammesso alla mia familiarità, le dimostro per esperienza le ricchezze delle mie delizie; infine le do per cibo l'alimento più squisito, cioè il Sacramento del mio corpo e del mio sangue.

CAPITOLO XXIV: NELLA SOLENNITÀ DELLA PENTECOSTE


Nel santo giorno della Pentecoste, mentre si intonava la messa Spiritus Domini, Metilde sentì una voce che le diceva: “Ascolta, anima mia, e sta nell'allegrezza, perché se Dio ha riempito l'universo della sua visita; tu non ne sarai esclusa”. Tuttavia ella disse a sé stessa: “Queste parole non vengono da Dio, ma dall'anima mia che così consola sé stessa”.
E il Signore subito replicò: “Queste parole vengono da me, poiché l'anima tua è mia e l'anima mia è tua. Si legge di Gionata e di Davide che le loro anime furono agglutinate l'una all'altra; così, e più fortemente ancora, l'amore ha congiunto l'anima tua alla. mia, come oggi stesso ti dimostrerò”.
Incontanente due ali bianche vennero date all'anima, ed essa volò in alto verso una gran luce, dove fermò il suo volo e riposò. E un angelo del Signore avvicinandosi la salutò con riverenza, dicendo: “O nobile vergine, preparati, ché il tuo fidanzato sta per venire. ­ Non so come apparecchi armi, rispose l'anima, perché se dovrò comparire degnamente ornata, non altri che il Diletto dèll'anima mia potrà ornarmi per Lui a suo beneplacito”.
In quell'istante il Re della gloria si presentò sotto forma di un brillante fidanzato, e la rivestì di un abito bianco, dicendo: “Ricevi la veste della mia innocenza, te la dono come eterno ornamento”. Egli le mise inoltre una veste di color vermiglio dicendo: “Questa l'ho tessuta coi miei patimenti e insieme coi tuoi dolori”.
L'Amore stava parimenti davanti al Signore, in forma di una Vergine, alla quale il Signore, guardandola dolcemente, disse: “Tu sei ciò che sono io”.
Accorgendosi allora l'anima di essere priva di mantello, l'Amore subito stese il suo manto, e ne coprì insieme Dio e l'Anima, la quale in tal modo sembrava vestita dell' Amore medesimo. Il manto dell'Amore il quale, di sotto, era di vari colori, aveva tanta ampiezza che bastava a coprire tutti gli abitanti dell'universo; e l'Amore disse: “Quanti fili vi sono nel tessuto del mio mantello, altrettante consolazioni dono il quelli che vengono da me”.
L'anima intanto si fondeva nel suo Diletto e le sembrava di essere divenuta un solo spirito con Lui. Ed Egli le disse: “Ora, comanda ciò che ti piace”.
“O mio Signore, rispose quella, a me non si addice il tono del comando; ma se avessi qualche potere, vorrei eccitare tutte le creature a consacrare alla vostra gloria la loro forza, la loro scienza e la loro bellezza”.

Mentre all'offertorio si cantava: Tibi offerent reges munera: I Re vi offriranno i loro doni, quella divota vergine disse al Signore: “Che cosa vi offrirò, o Diletto del mio cuore? Non ho nulla che possa piacervi! I secolari vi donano una parte dei loro beni terrestri; i religiosi offrono sé medesimi con la loro intera dedizione”.
Il Signore si degnò rispondere: “Offrimi il tuo cuore in cinque maniere e mi avrai fatto il regalo più gradito. Dapprima presentamelo con un'intera fedeltà, come il pegno del nostro fidanzamento, pregando che l'amore del mio Cuore lo purifichi da ogni colpa commessa per infedeltà: Inoltre, l'unico tuo piacere sia di darmelo come un prezioso gioiello, disponendoti a rinunciare per me a tutti i piaceri che potresti gustare in questo mondo. In terzo luogo, me lo offrirai come una corona composta con tutti quegli onori che potresti ottenere quaggiù ed anche nell'altra vita, affinché io solo sia la tua gloria e la tua corona. Me lo offrirai ancora come una coppa d'oro in cui io beva la mia: propria dolcezza, e infine come un vaso prezioso in cui troverò un cibo squisito, cioè me stesso, da prendere come alimento”.

Un'altra volta, in questo medesimo giorno, il Signore Gesù le apparve nel coro, rivestito di un mantello d'oro, ossia dell' Amore. Egli si accostò alle Suore e dal suo Cuore più dolce del miele, inviò a ciascuna lo Spirito Santo sotto la forma di un'aura profumata e soavissima.


CAPITOLO XXV: NELLA FESTA DELLA SS. TRINITÀ


Nel giorno della S. Trinità, Metilde, mentre si trovava in orazione, desiderava che i Santi tutti e tutte le creature offrissero alla somma ed adorabile Trinità benedizioni e lodi per tutti i suoi benefizi. D'un tratto venne rapita in ispirito e portata davanti al trono della gloria, dove vide la beata Trinità sotto il simbolo di una viva fonte esistente da sé stessa senza principio, e contenente in sé ogni cosa; questa fonte scorreva meravigliosamente senza mai diminuire, e così andava ad adacquare e fecondare l'intero universo.
Frattanto, liquefatta dall'Amore, l'anima fluiva per così dire nella Divinità, la quale a sua volta si effondeva in lei, ricolmandoli di ineffabili delizie.
Durante questo tempo di unione con Dio, quell'anima distintamente udì molte parole e fra altre queste: “Ecco: con la mia onnipotenza sei divenuta onnipotente, e se vorrai sempre ciò che voglio io, sarai sempre unita alla mia onnipotenza. La mia impenetrabile sapienza ti ha pure attirata; a questa divina sapienza tu sarai sempre unita, se ti compiacerai di tutte le mie opere e di tutti i miei giudizi. Il mio amore ti ha tutta investita e si è talmente diffuso in te che tu sembri amarmi non col tuo amore, ma col mio proprio amore; in tale unione tu sarai aderente a me per sempre”;

Accostandosi alla santa Comunione, Metilde sentì una gioia spirituale così straboccante che ne rimase stupefatta; e il Signore le disse: “Va, comunica il tuo gaudio a tutti i Santi”. Ella si avvicinò dapprima alla santissima Vergine Maria e le fece parte della sua allegrezza, dicendo: “O graziosa Vergine, onde accrescere la vostra gloria, vi comunico l'immenso gaudio del mio cuore. - Ed io, rispose la Santissima Vergine, ti dono tutta l'allegrezza che provai più di qualsiasi altra creatura, in cielo e su la terra”.
Dopo, Metilde fece parte della sua gioia agli Apostoli che le risposero: “E noi, ti doniamo tutte le consolazioni che provammo presso il nostro dolce Signore e Maestro, e specialmente quella che Egli ci concesse col chiamarci dalla morte all'eterna vita”. Poi ai santi Martiri, i quali l'accolsero dicendo: “Noi ti doniamo la gioia che il suo amore ci fece trovare nel fuoco, nel ferro e in mille morti, diverse”.
Quando arrivò ai confessori, questi dissero: “E noi pure ti facciamo parte di tutto il godimento che sentimmo nell'amore di Cristo in mezzo alle fatiche ed alle austerità”.
Da ultimo, Metilde comunicò il suo gaudio alle Vergini, le quali le risposero: “Noi ti facciamo parte di quell'allegrezza che, per una prerogativa speciale, possediamo in Dio nostro Sposo”. Allora, le sembrò che il godimento di Dio procurasse alle Vergini delizie superiori a quelle degli altri Santi e che i flutti della Divinità sopra di esse scorressero con una singolare dolcezza; perciò comprese quanto siano vere queste parole:

“Lauda manna virginale,
Manna novum et regale,
Quod nulli sapit hominum
Nisi palato virginum”.

Loda la manna verginale, manna nuova e regale, che a nessun uomo viene data, perché dalle Vergini solo è gustata.

Nel coro delle Vergini, ella scorse la sua dilettissima sorella, la badessa di venerata memoria, e la vide ornata di virtù come una regina. Vide pure un'altra delle sue sorelle, Luitgarda, morta nel fiore dell'età, vergine amabile davanti a Dio ed agli uomini. Luitgarda era rivestita di un'ampia tunica, bianca come la neve, ornata di lamine d'oro; ella prese sua sorella per mano e la condusse davanti al trono di Dio, cantando quel detto della Sapienza: “Questa è più bella del sole e dei cedri più sublime - Speciosior Sole, et Cedris sublimior”.

CAPITOLO XXVI: NELLA VIGILIA DELLA FESTA DI S. PIETRO


Nella vigilia dei santi Apostoli Pietro e Paolo mentre nel Vangelo si leggévano queste parole: Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di questi? Metilde venne presa da un rapimento e le parve di essere in presenza del Signore il quale le diceva: “Io interrogo pure anche te; rispondi nella sincerità della tua coscienza. C'è al mondo qualche cosa che ti sia talmente cara che tu non consentiresti, se fosse lecito, ad abbandonarla per amor mio?”
La Santa rispose: “Voi sapete, o mio Signore, che se tutto il mondo, con tutto ciò che contiene, fosse mio, subito per vostro amore tutto abbandonerei”.
E il Signore accolse questa volontà come se, essendo padrona del mondo intero, realmente l'avesse lasciato.
Il Signore l'interrogò una seconda volta: “C'è forse fatica alcuna, giogo od obbedienza che tu non vorresti portare per mio amore?” Ella rispose: “Oh no! mio Signore, io sono pronta a tutto sopportare per vostro amore”.
Il Signore continuò: “C'è pena tanto grave che tu rifiuteresti di soffrire per mio amore?” Ella rispose: “Mio Signore, in Voi e col Vostro aiuto io sono pronta a sopportare ogni patimento”. E il Signore gradì queste tre risposte come se realmente essa con l'opera le avesse tutte compiute.
Infine il Signore ripigliò: “Io ti affido tre sorte di persone. Dapprima i fanciulli innocenti e semplici, i quali sono raffigurati nell'innocenza dell'agnello; tu li istruirai e li disporrai a conoscermi e ad amarmi. In secondo luogo, quelli che sono addolorati e disprezzati, essi pure sono figurati nella mansuetudine dell'Agnello; tu li consolerai e porgerai loro tutto quell'aiuto che sarà in tuo potere. Infine, ti affido tutta la Chiesa, raffigurata nella pecora la quale è così utile all'uomo; COn desiderii costanti e con assidue preghiere la presenterai senza posa agli occhi della mia misericordia”.


CAPITOLO XXVII: DI SANTA MARIA MADDALENA


Nella festa di santa Maria Maddalena, le parve che il Signore attraversasse il coro tenendo santa Maddalena dolcemente abbracciata. A questa vista, non mancò di rimaner sorpresa a motivo di queste parole: “La purezza è quella che avvicina a Dio (Sap. VI, 20), ma il Signore le disse: “L'intensità dell'amore ch'ella ebbe per me su la terra è la misura della sua unione con me in cielo”.
Metilde ripigliò: “O dolcissimo Signore, insegnatemi come io debba lodarvi in questa vostra amante”.
“Lodami, rispose il Signore, per le cinque ferite che l'Amore le fece durante la mia Passione.
“Mentre ero sospeso su la Croce e vicino a spirare, questa mia amante, vedendo che la morte stava chiudendo quegli occhi che sì sovente si erano con misericordia abbassati sopra di lei, ebbe il cuore trafitto come da una freccia.
“E quando la morte si avvicinò alle mie orecchie, le quali tante volte avevano ascoltato le sue preghiere, il suo cuore, mosso da compassione, ricevette una nuova ferita tanto più profonda perché essa vedeva pure il dolore e le lagrime della Madre mia ch'ella teneramente amava per causa mia.
“Quando vide le mie labbra, le quali avevano pronunciato per lei tante dolci parole per sua istruzione e consolazione, specialmente queste: La tua fede ti ha salvata, va in pace (Luc., VII, 50); quando vide queste labbra pallide e chiuse nell'immobilità della morte, di nuovo fu trapassata dalla spada..
“Quando poi vide il mio Cuore, il quale sempre più infiammava il suo ogni volta che mi vedeva, quando lo vide aperto dalla lancia, l'amore le fece una ferita ancor più profonda.
“Infine, quando vide ch'ero morto, io che ero la sua vita, la sua gioia e tutto il suo bene, senza del quale le pareva di non poter vivere; quando mi vide morto e chiuso nel sepolcro, l'anima sua, per l'ardore del suo amore, sembrò annichilirsi in un ineffabile dolore”.

Un'altra volta, nella festa della medesima Santa, Metilde la vide in piedi alla presenza del Signore, col cuore tutto infiammato e radioso come un sole la cui luce si spandeva in tutto il suo corpo. Ella conobbe che questo fuoco nel cuore di Maria Maddalena fu divinamente acceso quando il Signore le rivolse la sua prima parola: I tuoi peccati ti sono rimessi; e questo fuoco prese in lei tanta forza che da quel momento, tutte le sue azioni e tutti i suoi pensieri si cambiarono come in fuoco.
Da questo fatto, Metilde conchiuse che l'anima infiammata dall'amore accresce in sé stessa l'incendio dell'amore con tutti i suoi pensieri, con le sue parole, le sue azioni e le sue pene, le quali tutte si cambiano in fuoco come legna gettata sul braciere. E se getta nel fuoco altre materie combustibili, come per esempio i peccati veniali, il fuoco tutto consuma e tutto riduce a nulla. L'anima in tal modo diventa tutta di fuoco, a segno che quando lascerà il suo corpo, gli spiriti maligni, non potranno in nessun modo avvicinarla.
Quelli che non sono infiammati di questo fuoco del divino amore non sentono i loro atti consumarsi in quel modo; e di più, il male che commettono, nell'ora della morte sarà per loro un gravissimo peso,

Parve ancora a quella pia vergine che dai piedi del Signore sorgessero due alberi verdeggianti coperti di bellissimi frutti, simbolo dei frutti di penitenza che santa Maria Maddalena raccoglieva e graziosamente donava a tutti quelli che a lei si rivolgevano. Quest'immagine le fece conoscere come santa Maria Maddalena ai piedi del Signore ottenesse il privilegio di concedere a tutti quelli che l'avrebbero invocata il dono di una vera penitenza. E Maddalena le disse: “Chiunque renderà grazie a Dio per le lagrime che versai ai piedi di Cristo, per l'opera buona che feci lavando Con le mie mani quei piedi divini ed asciugandoli coi miei capelli; chiunque renderà grazie per l'amore di cui il Signore allora infiammò il mio cuore a segno che non potevo più amar nulla fuorché Lui; se chiederà in pari tempo le lagrime di una penitenza sincera e l'infusione del divino amore, stia certo che il Signore, nella sua bontà, per i miei meriti esaudirà la sua do:manda; voglio dire che Dio gli rimetterà, prima della sua morte, tutti i péccati che avrà commessi e di più lo farà progredire nel suo amore”.


CAPITOLO XXVIII: NELLA FESTA DELL' ASSUNTA


Nella vigilia della gloriosa Assunzione della dolcissima Vergine Maria, quella Serva di Cristo, stando in orazione, si trovò come in una casa dove la Beata Vergine stava riposando sur un piccolo letto coperto di candidissima tela. Metilde le disse: “Come mai, o Madre Verginale, avete potuto soffrire una infermità, poiché, come crediamo, eravate esente dalle angosce della morte?”
“Mentre pregavo, rispose Maria, ripassando nella mia mente i grandi benefizi di cui Dio mi ha ricolmata, mi trovai tutta accesa di un ineffabile desiderio di vedere il mio Dio e di essere con Lui.
“Un tale ardore serafico tanto si accrebbe che le forze del mio corpo mi abbandonarono, a segno che dovetti mettermi su questo giaciglio.
“Vennero ad assistermi tutti i cori angelici. I Serafini mi apportavano l'amore, accendendo vieppiù in me questo divino fuoco. I Cherubini mi portavano la luce della scienza, dimodochè l'anima mia anticipatamente vedeva le grandi maraviglie che il mio Signore, mio Figlio e mio Sposo, stava per compiere in me. Che lo Spirito delle tenebre, esclamai, non venga al mio cospetto, acciocché non avvenga che per la sua presenza si offuschi in qualche parte questa celeste luce29.
“I Troni can una calma perfetta, conservavano in me il riposo nel quale godevo di Dio. Le Dominazioni mi assistevano col rispetto che i principi osservano verso la Regina, madre del loro Re. Con la loro presenza, i Principati impedivano che nessuna di quelli che mi avvicinavano avesse a dire o fare cosa che potesse turbare la tranquillità dell'anima mia. Le Potestà tenevano le squadre dei demonii ad una rispettosa distanza e impedivano tutti i loro attacchi. Le Virtù, vestite e adornate delle mie virtù, mi formavano intorno una fedelissima guardia d'onore. Gli Angeli e gli Arcangeli, col loro contegno, a tutti i presenti insegnavano a servirmi con riverenza e devozione”.
Metilde vide inoltre in ispirito gli Angeli che formavano come un muro di riparo attorno alla gloriosa Vergine e i Serafini che camminavano nell'ardente respiro della Vergine come sotto il soffio dello zeffiro. Ma avendo veduto, vicino alla Beata Vergine, san Giovanni l'Evangelista, ella gli disse: “Per quell'offerta che faceste a Cristo nell'acconsentire, per suo amore, a separarvi dalla sua Madre, ottenetemi, vi prego, di sapere rinunciare ad ogni cosa per amore di Lui, onde possa amarlo con tutto il cuore”.
E Giovanni rispose: “Trovavo tante consolazioni nelle parole della Madre del mio Signore, che non udii mai da lei nessuna parola la quale non fosse causa per il mio cuore di qualche gaudio speciale”.

Durante la notte santa, Metilde stava in coro e le parve di vedere di nuovo la Beata Vergine riposare sul suo giaciglio. Le venne dato di intendere che la suprema grandezza della Maestà infinita si chinava verso l'abisso profondo di umiltà del cuore della Madre di Dio e l'inondava dei torrenti delle sue divine delizie, a segno che l'anima sua santissima tutta si trasformava in Dio.
In tal modo l'anima della santissima Vergine senza nessun dolore e con ineffabile gioia si separò dal suo corpo e volò lietissima su le braccia di suo Figlio a riposare con tenero amore sul di Lui Cuore, in mezzo ai festanti applausi di tutti i Santi, i quali l'accompagnarono sino al trono dell'altissima Trinità.
Come Dio Padre la ricevesse in sé medesimo nel più tenero sentimento della sua paternità, nessuna creatura potrebbe mai esprimerlo. Nessuna mente creata potrà mai pensare con quale filiale riverenza la impenetrabile Sapienza la insediasse alla propria destra, sul sublime trono della sua gloria. Lo Spirito Santo la ricolmò del suo amore, della sua bontà, della sua soavità e di tutti i suoi doni con tale abbondanza che la pienezza di questi doni si rifletté sopra tutta la Corte celeste. I Serafini, i quali dall'istante della loro creazione già ardevano nel focolare medesimo della Divinità; agli ardori della verginale carità di Maria si accesero di un nuovo fuoco. I Cherubini, ripieni della divina scienza, furono come illuminati da una nuova luce. Tutti gli ordini degli Angeli e dei Santi, per la gloria di una sì gloriosa Regina, conseguirono un accrescimento di amore, di allegrezza e di ricompensa. La Santissima Trinità, diffondendosi in Lei con la pienezza della Divinità, talmente l'investì che, essendo ella ripiena della pienezza di Dio, ciò che sembrava facesse era l'opera di Dio piuttosto che là sua propria. Dio vedeva con gli occhi di Maria, sentiva con le sue orecchie, e per le sue labbra celebrava, onde glorificarsi. Lui medesimo, le lodi più dolci e più perfette: Il Signore, insomma, godeva e si compiaceva nel cuore della Vergine come nel suo proprio Cuore.

La Regina della gloria stava dunque alla destra del suo Divin Figlio, portando su le proprie vesti degli specchi scintillanti, dove in modo meraviglioso si riflettevano i meriti dei santi. Perciò tutti gli eletti, Con immensa gioia, venivano davanti al suo trono a contemplare ognuno i propri meriti, per cui facendo risonare nuovi concerti di lode, in Dio dolcissimamente giubilavano.
I Patriarchi ed i Profeti, considerando i loro desiderii, le loro nobili virtù, la familiarità con cui avevano conversato con Dio su la terra, riconoscevano la superiorità su tutti questi punti, della Beata Vergine Maria, perché era manifesto che aveva posseduto virtù più sublimi, desiderii più ardenti e quindi una più intima familiarità col suo Dio.
A questo modo tutti gli ordini dei santi, avvicinandosi alla loro volta e considerando i loro meriti nella Beata Vergine, con grande allegrezza ammiravano come in ogni modo fosse loro oltremodo superiore. Infatti, era chiaramente manifesto che, tra gli Apostoli nessuno era rimasto più fedele a Cristo, né meglio ne aveva conservato le parole.
Tra i Martiri Maria compariva pure la più forte e la più costante; tra i Confessori, la più illuminata, e la più capace di illuminare con la parola e con l'esempio; tra le Vergini, non solo era la più pura e la più santa, ma la prima delle Vergini e modello delle religiose perfette.
La più mansueta tra i mansueti, la più misericordiosa tra i misericordiosi, la più umile tra gli umili, la più perfetta tra i perfetti, Maria dall'eccellenza dei suoi meriti fu elevata, al di sopra di tutti i Santi.
La Beata Vergine esclamò: “Chiunque vuole essere esaltato ed onorato più degli altri, si stimi come l'ultimo di tutti! Chiunque vuole essere il più ricco, si spogli di ogni volontà propria. Chiunque vuole conseguire l'onore supremo, si studii di praticare tutte le virtù!”.
Durante il canto del responsorio Salve, Maria30, Metilde disse alla Beata Vergine: “Avessi in mio poterei cuori delle creature tutte! Vi saluterei, o dolcissima Vergine, con tutto il loro amore e con tutte le loro forze”.
“Inchinati, rispose la Vergine, sopra il Cuore del mio dolcissimo Figlio, il quale contiene in sé medesimo ogni creatura nella sua perfetta integrità; e per mezzo di Lui degnamente mi saluterai”.
Metilde pregò allora per una persona affinché la Beata Vergine le venisse in aiuto nell'ora della morte. Maria si degnò di rispondere; “Mi preghi per quel fervore col quale l'anima mia volò in Dio come la scintilla nel suo focolare e al divin Cuore aderì come leggiera piuma tratta da una forza invincibile. Mi chieda un desiderio così fervente che, nell'ora della morte, libera da ogni impedimento, festante se ne voli a Dio. L'assisterò io stessa col mio aiuto e Con la mia protezione, e lo stesso favore userò a tutti quelli che in questo luogo mi servono”.

Un'altra volta, Metilde pregava ancora per una persona che aveva gran divozione ai gaudi della Madre di Dio. Ella vide allora quell'anima davanti alla Beata Vergine la quale le donava una magnifica collana, che aveva cinque fili pendenti come corni; la Beata Vergine disse: “Nel fare memoria dei miei gaudi, si fermi a cinque considerazioni.
“Dapprima, mi saluti nell'ineffabile gaudio che provai nel contemplare l'inaccessibile luce della santa Trinità, dove come in un tersissimo specchio vidi l'eterno amore col quale Dio mi amò e a preferenza di ogni creatura, mi scelse per Madre e Sposa sua; conobbi pure quel piacere con cui in me sommamente si compiacque ed in ogni servizio ch'io gli resi nel mondo.
“Nel secondo luogo mi saluti nella pienezza di quel gaudio di cui furono ripiene le mie orecchie per il tenero saluto che mi venne rivolto dal mio amabilissimo Figlio, Padre e Sposo, quando amorosamente mi accolse secondo la grandezza della sua onnipotenza, i disegni della sua sapienza e l'immensità del suo amore, cantandomi con la sua dolcissima voce il più sublime e più armonioso inno del suo amore.
“In terzo luogo, mi saluti nella pienezza di quel gaudio che l'anima mia provò quando ricevette il dolce bacio col quale la Divinità sparse in me le sue divine delizie con tale abbondanza che dalla ridondanza del mio gaudio i cieli vennero inondati di un torrente di nuova beatitudine; di più, non v'è su la terra né mai vi sarà nessun miserabile, nessun uomo perverso ch'io non possa rendere partecipe della mia pienezza, purché egli lo desideri.
“In quarto luogo, mi saluti nel gaudio che la mia anima provò quando fu infiammata del fuoco dell'amore divino, e liquefatta dalla dolcezza del divin Cuore. Allora Dio versò in me la pienezza del suo amore, perché io ne godessi quanto fu mai possibile a creatura; e nei miei ardori la moltitudine dei santi attinse una nuova maniera di fervore e di amore.
“Infine, mi saluti nell'ineffabile gaudio che risentii quando lo splendore della Divinità investì tutto il mio corpo del suo luminoso splendore, dimodochè per la mia presenza dalla mia gloria il cielo ricevette una nuova luce ed il gaudio dei Santi acquistò un nuovo accrescimento”.

Metilde fece alla Beata Vergine questa domanda: “Mia Signora, cosa è la bocca dell'anima? - La bocca dell'anima, rispose Maria, è un desiderio simile ad un'apertura spalancata. Dio ispira senza posa un tal desiderio di sé stesso; é in pari tempo lo colma secondo l'intensità della sete e del diletto che l'anima ne prova”.

In quel medesimo giorno, mentre la Comunità si accostava alla santa Comunione parve a quella pia vergine di vedere il Signore seduto ad una gran mensa assieme con la Vergine Madre. Le suore che avevano già fatto la comunione ad un'altra messa erano pure sedute a questa mensa, alla quale gli Angeli rispettosamente conducevano quelle che si comunicavano. Ora, il Signore dava a ciascuna un pezzetto di pane diviso in cinque bocconi, ciò che fece comprendere a Metilde che, nel giorno della comunione, ognuno deve offrire un banchetto al Signore applicandosi a queste cinque cose:
1. - lodare Dio per quanto è possibile, in unione con la gloria che Cristo rendette al Padre suo con le sue opere e con le sue lodi, e quindi compiere tutte le proprie azioni per amore e gloria di Dio;
2. - in unione col sentimento di gratitudine per il quale Cristo prese la natura umana e in unione con l'amore per cui rese grazie a Dio quando ci fece il gran benefizio della Eucaristia, passare la giornata della comunione in un sentimento di profonda riconoscenza;
3. - moltiplicare i santi desiderii, affinché l'anima non resti vuota, per così dire, in presenza di un tanto ospite;
4. - proporsi di fare tutte le proprie azioni, in quel giorno, a vantaggio del mondo intero;
5. - proporsi pure di aiutare, con le proprie azioni e le proprie pene, le. anime dei fedeli trapassati.
Dio le fece conoscere ancora che quattro cose gli piacciono molto nei religiosi: i pensieri casti, i santi desiderii, la dolcezza nel conversare e le opere di carità.


CAPITOLO XXIX: UNA MESSA E UNA PROCESSIONE CELEBRATA DAL SIGNORE


Nel tempo in cui, durante la vacanza della sede episcopale, i Canonici molestavano la Congregazione in occasione di interessi temporali e gettavano persino l'interdetto sul monastero, Metilde, nel giorno dell'Assunzione della Beata Vergine provò un gran dolore per essere priva del Corpo del Signore. Frattanto, mentre l'anima sua ardeva del più vivo desiderio, le parve che il Signore medesimo rasciugasse le sue lagrime e prendendole le mani, le dicesse: “Oggi vedrai cose meravigliose”.
Quando dunque il sacerdote avrebbe dovuto, secondo l'uso, intonare per la processione il responsorio Vidi speciosam, le sembrò che tutta la Comunità si mettesse in fila per la processione al seguito del suo Signore e della di Lui Santissima Madre.
Il Signore portava un vessillo bianco e rosso; la parte bianca era ornata di rose d'oro, e la parte rossa di rose d'argento:
La processione fece il giro del chiostro sino al coro, e di là ritornò in chiesa dove il Signore si apparecchiò a celebrare Lui medesimo la messa, rivestendosi della pianeta rossa e dei paramenti pontificali.
San Giovanni Battista doveva leggere l'Epistola, perché per il primo si era rallegrato per il gaudio della Beata Vergine, esultando nel seno di sua madre. San Giovanni l'Evangelista doveva leggere il Vangelo, perché era stato il custode della gloriosa Vergine. San Giovanni Battista e san Luca come ministri servivano il Signore all'altare, mentre san Giovanni l'Evangelista assisteva la Beata Vergine.
Maria stava a destra dell'altare, ornata di una veste splendente come la luce del sole, e portava in capo una corona arricchita di gemme incomparabili.
Nel momento in cui tutti i Santi presenti incominciarono la messa solenne Gaudeamus, la Beata Vergine si avviò verso l'altare ed offrì a suo Figlio un gioiello d'oro, tagliato come un cristallo purissimo; questo gioiello portava incastrate molte gemme lucenti come specchi dove la Santissima Vergine contemplava il riflesso di tutte le sue virtù. Ora, questo meraviglioso gioiello, in forma di scudo, copriva tutto il petto del Signore; e in quello la Beata Vergine Maria contemplava sé stessa come in uno specchio. La messa proseguì sino all'ultimo Kyrie eleison, poi il Signore con voce alta intonò il Gloria in excelsis, dicendo: “Della gioia del mio Cuore a tutti vi offro di gustare la gloria”.
All'offertorio, le suore le quali avevano reso speciale omaggio alla santissima Vergine, si avanzarono per offrire degli anelli d'oro che il Signore accettò e si mise alle dita.
Il Sommo Sacerdote e Pontefice Gesù, quando ebbe cantato il Prefazio sino alle. parole: Cum quibus et nostras voces, disse ai Santi: “Cantate tutti, cantate”.
E tutti cantarono: Sanctus, Sanctus, Sanctus; ma la voce della Beata Vergine era; la più soave e chiaramente si distingueva, in mezzo a quelle dei Santi.
Giunto all'istante sacro dell'elevazione dell'Ostia, il Signore che in pari tempo è Sacerdote e Vittima, parve elevare l'Ostia rinchiusa in un ciborio d'oro coperto di un velo, e questo figurava che il santissimo sacramento è oscuro per ogni intelletto sia umano sia angelico.
Dopo il Pax Domini, una mensa venne eretta; il Signore vi sedette, e la sua Madre vicino a Lui. L'intera Comunità si accostò alla mensa e ciascuna delle suore inginocchiata, per così dire, sotto il braccio della Beata Vergine, ricevette il Santissimo Sacramento dalla mano del Signore. La Beata Vergine teneva una coppa d'oro sotto il costato semi­aperto del Figlio suo, e ciascuna delle suore con una cannuccia d'oro vi attingeva quel dolce liquore che emanava dal costato del Signore.
Finita la messa, il Signore con la sua mano diede la benedizione, e a ciascuna delle sue dita si vedevano gli anelli d'oro di cui sopra, simbolo del suo mistico sposalizio con le vergini sue spose. I rubini che brillavano in quegli anelli esprimevano che il suo sangue appartiene specialmente all'ornamento delle Vergini.


CAPITOLO XXX: DI SAN BERNARDO ABATE


Nella festa dell'insigne Dottore San Bernardo, mentre in suo onore. si cantava la messa In medio Ecclesiae, quella diletta di Gesù pensando a queste parole, cercava di penetrarne il significato.
Il Signore, il quale abbassa il suo sguardo sopra i suoi eletti, illuminò l'anima di lei con un raggio della sua divina scienza. “Il mezzo della Chiesa, le disse, è l'Ordine di San Benedetto; esso sorregge la Chiesa come una colonna sopra la quale poggia tutta la casa, perché è collegato non solo con la Chiesa universale, ma pure con tutti gli altri Ordini. È collegato coi suoi Superiori, vale a dire col Papa e coi Vescovi, per il rispetto e l'ubbidienza che presta loro; e con gli altri religiosi per il suo insegnamento il quale dà, la forma della vita perfetta, poiché tutti gli altri ordini in qualche punto imitano quello di S. Benedetto. I buoni ed i giusti in quello trovano consiglio ed aiuto; i peccatori vi trovano compassione insieme e copia di mezzi per emendarsi e per confessare i loro peccati; le anime del Purgatorio vi trovano l'assistenza di sante preghiere. Infine, quest'Ordine offre ai viandanti l'ospitalità, mantiene i poveri, solleva gl'infermi, nutre quelli che hanno fame e sete, consola gli afflitti e prega per la liberazione delle anime dei fedeli defunti”.
In questo centro, In medio Ecclesiae, il Signore aperse la bocca di San Bernardo già singolarmente prevenuto dalle benedizioni della divina dolcezza. Lo Spirito Santo lo riempì con tale una sovrabbondanza che, a guisa di un vento impetuoso il quale nella violenza sfonda le porte, Bernardo, sotto l'impulso dello Spirito Santo e del fuoco della sua carità; diffuse in tutta la Chiesa la dottrina che gli era divinamente ispirata. Et implevit cum Dominus spiritu sapientiae et intellectus: E il Signore. lo riempi dello Spirito di sapienza e d'intelligenza: San Bernardo fece tesoro di tutte le ineffabili conoscenze che ricevette dallo Spirito Santo; ne diffuse in grande abbondanza, ma più ancora ne conservò per sé medesimo.

Metilde domandò al Signore: “O Diletto dei mio cuore, qual è dunque quella veste di gloria di cui la Scrittura spesse volte dice che avete rivestito i vostri Santi?” E subito ella vide San Bernardo con una veste meravigliosa, tessuta di bianco, di verde, di rosso e di oro; la luce dél sole risplendendo attra­verso questi colori dava loro una trasparenza e una morbidezza meravigliosa.
“Ecco, disse il Signore: ecco quella veste di gloria, tessuta con la mia bianca innocenza e col folto fogliame delle mie sovrane virtù, tinta con la porpora del mio sangue e indorata col ferventissimo mio amore; lo splendore del sole, il quale tanto vi risplende, è la Divinità, la quale, condusse a perfezione tutte le opere della mia Umanità. Con questa veste io orno tutti i miei Santi, perché con la mia innocenza, con lo splendore delle mie virtù e con l'amorosa mia Passione, ho compiuto la gloria di tutti”.
 
L'Amore, sotto le forme di una bellissima Vergine stava in piedi alla destra di San Bernardo, e dovunque egli andava, lo accompagnava, in segno del merito per cui ebbe il privilegio di essere infiammato del divino amore e di accendere in tanti cuori questo amore con le parole e con gli scritti. Insomma il cielo intero dai suoi discorsi sembrava ornato di preziose gemme.


CAPITOLO XXXI: NELLA NATIVITÀ DELLA GLORIOSA VERGINE MARIA


Nell'avvicinarsi di quella festa in cui la gloriosa Vergine, a guisa di risplendente aurora, fece il suo ingresso in questo mondo, quella devota Serva di Cristo nella orazione domandò alla Regina della gloria che cosa dovesse recitare in onore di lei. La benigna Vergine subito le comparve dicendo:
“Reciterai tante Ave Maria quanti sono i giorni che passai nel seno di mia madre (cioè duecentosettantasette). Poi ti congratulerai con me per la felicità che provo nel vedere e conoscere il gaudio che la Santa Trinità riceve dalla compiacenza che da tutta l'eternità ebbe in me, e specialmente nel giorno della mia nascita. In quel giorno tanto si rallegrò che la sovrabbondanza del suo gaudio si riversò sul cielo, su la terra e su tutte le creature, le quali, senza saperne la causa, provarono tutte mia grande e insolita allegrezza.
“In quella guisa che un, artefice godendo di intraprendere un'opera magnifica, mette tutta la sua cura nel farne il disegno e anticipatamente, nella gioia del suo cuore, contempla l'opera sua: così l'adorabile Trinità si dilettava e si rallegrava, volendo ch'io fossi un'immagine perfetta in cui si manifestasse tutta l'arte meravigliosa della sua sapienza e della sua bontà, mentre sapeva che l'opera sua in me non sarebbe mai stata depravata.
“Infine, si degnò prevenire la mia nascita e la mia infanzia, con tanta allegrezza che ogni atto della mia puerizia pareva nel suo cospetto come un dilettevole gioco che rapiva i suoi sguardi, secondo queste parole: Ludens coram eo omni tempore: Con Lui mi deliziavo in tutti quei giorni trastullandomi dinanzi a Lui. (Prov., VIII, 30).
“In secondo luogo, mi ricorderai quel gaudio che risento nel vedere che Dio mi ama più di ogni creatura, a segno che per amor mio più volte perdonò al mondo, anche prima ch'io fossi nata. Nell'eccesso di questo amore. Egli anticipò la mia nascita e mi prevenne con la sua grazia nel seno di mia madre.
“In terzo luogo, mi ricorderai quel gaudio che provo per avermi Iddio degnissimamente amata sopra tutti gli uomini e tutti gli angeli. Nell'istante medesimo in cui l'anima mia venne unita al mio corpo, Dio mi riempì dello Spirito Santo, conservandomi completamente pura dal peccato originale, e con questo privilegio unico di santificazione, mi elesse per suo santuario, affinché, essendo io rosa senza spine, la mia aurora splendesse sul mondo come la Stella del mattino”.
La capigliatura della Beata Vergine Maria sembrava di una meravigliosa bellezza. Mentre Metilde ardiva accarezzare, questa chioma morbida come delicatissima seta, la Vergine le disse: “Tu puoi toccare i miei capelli; quanto più li accarezzerai, tanto più diventerai bella. I miei capelli simboleggiano le mie innumerevoli virtù; toccarli vuol dire imitare queste virtù, e in tal modo crescere sempre più in bellezza e in gloria”.
“Regina delle virtù, riprese Metilde. ditemi, ve ne prego, quale fu la prima virtù che praticaste nella vostra infanzia?”
“L'umiltà, l'obbedienza e l'amore, rispose la Vergine; fui così umile fin dall'infanzia, che non mi preferii mai a nessuna creatura, e così obbediente e sottomessa ai miei genitori che non mai in cosa alcuna li contristai.
Siccome fin dal seno di mia madre io ero ripiena dello Spirito Santo, ero talmente ben disposta che amavo tutto ciò che è bene e con inesprimibile piacere abbracciavo la pratica di ogni virtù”.
In quella santa notte, durante il canto del responsorio; Stirps Jesse31, Metilde vide la gloriosa Vergine sotto la forma di un albero magnifico, il quale si estendeva sopra l'intero universo. Quest'albero aveva lo splendore e la trasparenza di uno specchio; le sue foglie d'oro rendevano una soavissima armonia; nella sua sommità si vedeva un fiore delizioso che ombreggiava il mondo e lo riempiva di meravigliosi profumi.
La gloriosa Vergine disse: “Il mio Dio è in me; in me loda sé stesso ed in modo meraviglioso in me pasce sé stesso”.

Alla messa, mentre, nella prosa Ave praeclara32 si cantava la strofa Hinc manna verum, le parve che la Beata Vergine fosse seduta in mezzo alla Comunità, portando un bellissimo fanciullo di cui le braccia erano ornate di braccialetti d'oro e di gemme preziosissime. Questo le fece intendere che il Signor Gesù soffrì nelle braccia dolori eccessivi quando, dopo che ebbe portato la Croce, vi fu inchiodato e vi rimase sospeso a lungo.
Mentre si cantava: Ora virgo; Pregate, o Vergine, rendeteci degni di questo pane celeste, la Vergine Madre elevò in alto l'Infante, dai cui piedi scorreva sopra tutta la Comunità come un liquore balsamico.
Durante la strofa: Fac dulcem fontem: Fateci gustare questa dolce sorgente, le parve che la Beata Vergine prendesse sotto il suo manto tutti gli astanti e li applicasse al Cuore del suo divin Figlio dicendo: “In questa fonte cambierete in dolcezza ogni vostra amarezza. e trionferete di tutte le vostre tentazioni”.
In seguito, mentre Metilde pregava perché la Congregazione fosse confermata nei santi suoi propositi, il Signore le disse: “Se le suore vorranno rimanere a me fedeli, io non le abbandonerò giammai”.


CAPITOLO XXXII: GLI UOMINI ASSOCIATI CON GLI ANGELI NELLA GLORIA


Prima della festa di San Michele, la Serva di Cristo, trovandosi in unione familiare con Dio e avendogli chiesto quali omaggi dovesse rendere agli Angeli, ricevette questa risposta: “Dirai in loro onore il Pater noster nove volte, secondo il numero dei cori angelici”. Essa li recitò, e volle offrirli al suo Angelo custode nel giorno medesimo della sua festa, affinché li presentasse lui medesimo agli altri spiriti celesti.
Ma il Signor Gesù le disse con una specie di malcontento: “A me devi lasciare questo compito, perché adempierlo sarà per me cosa graditissima; sappi che ogni offerta che a me si affida arriva in cielo nobilitata dalla mia mediazione e trasformata con gran profitto, come un denaro che fosse gettato in una massa d'oro in fusione più non apparirebbe ciò che era, ma sarebbe divenuto come oro”.
Metilde vide poi un vasto scalone d'oro composto di nove gradini; la moltitudine degli angeli vi aveva preso posto: gli angeli nel primo gradino, gli arcangeli nel secondo e così di seguito, ogni ordine angelico occupando il proprio gradino. Per divina ispirazione Metilde intese che questo scalone simboleggiava la vita degli uomini.
Così nella Chiesa di Dio, chiunque adempie il proprio ufficio con fedeltà, umiltà e divozione; chiunque per piacere a Dio presta assistenza ai pellegrini o ai poveri e compie verso il prossimo tutti i doveri della carità, sarà posto al primo gradino a livello degli Angeli.
Quelli che si applicano più intimamente a Dio con la preghiera e la divozione, dando inoltre al loro prossimo istruzione. consiglio ed aiuto saranno nel secondo gradino con gli Arcangeli.
Quelli che generosamente praticano la pazienza, l'obbedienza, la povertà volontaria, l'umiltà e tutte le altre virtù, saranno nel terzo gradino con le Virtù.
Coloro che resistono ai vizi ed alla concupiscenza e disprezzano il demonio e le sue suggestioni, riceveranno il loro premio nel quarto gradino assieme con le Potestà.
I Prelati della Chiesa che amministrano con sapienza il loro ufficio, notte e giorno attendono alla salvezza. delle anime, e con gran cura fanno fruttificare i talenti che Dio ha loro affidati, riceveranno per le loro fatiche il regno della gloria nel quinto gradino, assieme con i Principati.
Quelli che, con sommissione e rispetto si inchinano davanti alla divina Maestà, e rendono, per la gloria di Dio, onore al loro prossimo; così pure quelli che, ricordandosi di essere creati ad immagine di Dio, si sforzano di rendersi a lui conformi, tenendo la carne sottoposta allo spirito ed elevando la loro anima verso le cose celesti, esulteranno nel sesto gradino, con le Dominazioni.
Coloro i quali si dedicano ad un'assidua contemplazione e con la tranquillità dello spirito conservano la purezza del cuore, offrendo a Dio una dimora pacifica e si possono chiamare il Paradiso di Dio, secondo queste parole: Le mie delizie sono distare coi figli degli uomini, e queste altre: Io passeggerò dentro a loro e vi dimorerò (II Cor. VI, 16); costoro si troveranno nel settimo gradino insieme con i Troni.
Quelli che sono superiori agli altri nella scienza e nella conoscenza e di cui lo spirito illuminato ha la fortuna di contemplare Dio a faccia. a faccia, costoro fanno rifluire verso la fonte di ogni sapienza ciò che vi hanno attinto onde insegnare ed illuminare il loro prossimo, perciò staranno nell'ottavo gradino, in compagnia dei Cherubini.
Coloro che amano Dio con tutto il loro cuore e con tutta la loro mente, s'immergono perfettamente in quell'eterno fuoco che è Dio medesimo, e diventano infine così simili a Lui che lo amano, come ne sono amati, di un amore veramente divino; amano ogni cosa in Dio e per Dio, e considerano i loro nemici come amici; nulla può separarli da Dio, nulla può fermarli, perché quanto più accanita è la guerra che il nemico muove contro di loro, tanto più si fortificano nell'amore, di cui il loro cuore è tutto infiammato; abbracciano anche gli altri con tale carità che, se fosse possibile, li renderebbero tutti perfetti nell'amor di Dio; oltre le colpe proprie, piangono i vizi ed i pecca ti altrui, perché amano e ricercano unicamente la gloria di Dio e non la loro propria: costoro staranno nel nono gradino vicini a Dio con i Serafini; occuperanno, quindi il primo posto, perché fra i Serafini e Dio non vi sono altri spiriti.

Durante la messa, Metilde vide una moltitudine di Angeli; ognuno dei quali, in forma di bellissimo giovane, stava davanti a quella tra le vergini, che gli era affidata, Alcuni portavano scettri fioriti, altri fiori d'oro; quando la Comunità faceva un inchino, su quel fiore applicavano le loro labbra in segno di pace eterna. Così fecero gli Angeli durante tutto il tempo della messa. Ma quando le Vergini si accostarono al banchetto del Re dei cieli, ciascun Angelo vi conduceva quella di cui era protettore e il Re, nella sua gloria ineffabile, teneva il posto del sacerdote; sul suo petto splendeva un gioiello ornato di un bel albero il quale si divise, e da quel dolcissimo Cuore in cui sono rinchiusi tutti i tesori della sapienza e della scienza, scorreva un purissimo rivolo in cui tutte quelle che si accostavano al divin banchetto, si inebriavano del torrente. delle divine delizie.


CAPITOLO XXXIII: LA FESTA DI OGNISSANTI


Nella vigilia della festa di tutti i Santi, per causa di un lavoro che le era stato affidato dall'obbedienza, Metilde non poté arrivare alla messa se non al momento dell'Elevazione; nel suo cuore provava gran tristezza perché non aveva da offrire al Signore altro che il suo ritardo.
Il Signore le disse: “Non credi tu ch'io abbia il potere di pagare i tuoi debiti?”
“Oh sì! Signor mio, rispose Metilde, io ho piena fiducia nel vostro potere”.
Il Signore riprese: “Non sono forse io di un valore così grande da supplire anche alle tue omissioni ?”
“Ma sì, o Signore, disse la Santa, so bene che a Voi nulla è impossibile”.
“Dunque, disse il Signore, risponderò completamente di tutto davanti a mio Padre. Tuttavia prega pure i diversi cori dèi Santi che offrano per te i loro meriti: i Patriarchi ed i Profeti, il loro desiderio dell'Incarnazione; gli Apostoli, la loro fedeltà nel perseverare con me nelle mie tribolazioni ed i loro viaggi attraverso il mondo per predicare la fede e conquistarmi un popolo fedele; i Martiri, la pazienza con cui versarono il loro sangue per amor mio; i Confessori, la eroica santità per la quale, con le parole e con le opere, mostrarono la via della vita; le sante Vergini la castità e l'integrità per cui meritarono di stare più vicine a me”.

Durante il Mattutino, quella divota vergine vide il Re della gloria seduto sur un trono di cristallo trasparente, ornato di coralli rossi. Alla sua destra stava la Regina del Cielo, seduta sur un trono di zaffiro ornato di perle bianche. Metilde in quel cristallo del trono regale riconobbe l'inestimabile purezza della Divinità, nei coralli il sangue vermiglio dell'Umanità del Verbo; nello zaffiro, quel cielo che è il Cuore della Madre di Dio ornata delle finissime perle della sua verginale purezza.
Mentre si cantava il versetto del secondo responsorio: Ora pro populo, la Madre della gloria, alzata si dal suo trono, piegò le ginocchia e parve pregare il Re suo Figlio per la Congregazione. Ogni coro dei Santi prendeva lo stesso atteggiamento quando l'uffizio faceva menzione di loro.
Durante l'ottava lezione, la gloriosa Vergine si alzò di nuovo con l'innumerabile schiera delle sante Vergini; ed ecco da quel divin Cuore dove sono, rinchiusi i tesori di ogni beatitudine, uscire una triplice funicella di color d'oro, la quale dopo attraversato l'amabilissimo cuore della Vergine Madre, si estendeva a ciascuno dei cuori delle Vergini e così trapassando di una in l'altra il cuore di tutte, dal cuore dell'ultima ritornava a penetrare nel Cuore medesimo del Signore. Quella triplice funicella nel suo percorso aveva tracciato un meraviglioso circolo dal quale si trovava esclusa la moltitudine dei due sessi che non era stata elevata al sublime dono della verginità. Questa moltitudine formava come un secondo coro attorno al, primo; i santi Angeli, separati dall'uno e dall'altro, formavano un terzo coro. Ma da tutte le anime di questa moltitudine, tanto come da quelle delle Vergini, s'innalzava un concerto melodioso come la gran voce degli organi.
Questa celeste melodia significava che non v'è azione per quanto piccola compiuta sulla terra, come lode, azione di grazie, preghiera, atto o parola e persino di semplice pensiero, che non abbia la sua risonanza eterna a lode di Dio ed aumento del gaudio dei Beati. Questo le ricordò quanto sta scritto: Là risuonano di continuo gli strumenti dei santi: e ancora: Lodatelo coi timpani e nei cori, ecc. Quella triplice funicella, uscita dal divin Cuore le parve significare l'amore dell'adorabile Trinità, ossia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo che, per la mediazione della degnissima Madre di Dio, riempie di una speciale soavità gli innamorati cuori delle Vergini, affine di unirle a sé; e ciò viene pure al: testato dalla Scrittura. con queste parole: L'incorruzione avvicina a Dio. (Sap., VI, 20).

Nella messa solenne, durante il canto del Vangelo, la Serva di Cristo, secondo il suo costume di fare domande al Signore, gli disse: “Che volete voi ch'io faccia al presente, o dolce mio Diletto?”
“Quello che ti ho detto ieri”, rispose il Signore.
Metilde si ricordò che il giorno prima il Signore le aveva detto di pregare l'assemblea dei Santi di offrire doni per lei, quindi si disponeva ad ottenere questa grazia, ma il Signore disse: “Io medesimo prevengo tutti i Santi, e presento per te la mia offerta a Dio Padre. Gli offrirò dapprima il tempo che passai nel seno della Vergine mia Madre; quei nove mesi in cui riposai come lo sposo nella camera nuziale, li offrirò per quel tempo in cui, tu pure, dimorasti nel seno di tua madre, ma ancora macchiata dal peccato originale e incapace di ricevere la grazia. Poi offrirò la mia santissima natività per la tua nascita, in cui tu eri per me una straniera, perché non ancora rigenerata nel fonte battesimale. Offrirò la mia innocentissima infanzia e la mia prima giovinezza, per le ignoranze dei tuoi primi anni; lo zelo ardente della mia adolescenza e della mia gioventù per riparare le tue negligenze in quell'età. Infine offrirò il complesso della mia santissima e perfettissima vita e della mia amorosa Passione, per tutte le tue colpe e debolezze, affinché tutti i tuoi difetti da me e in me siano suppliti”.
Dette queste cose, il Signore delle virtù, accompagnato dalla celeste milizia, s'avanzò per disporre l'offerta sopra un altare magnificamente decorato di sculture che sembravano opere di un'arte sovrumana. Metilde intese che là stava nascosto l'infinito ed inestimabile tesoro della suprema ed incomprensibile Divinità, e che le sculture di questo altare simboleggiavano i benefizi di Dio nella loro ineffabile varietà la quale sorpassa l'intelligenza umana.
A quell'altare si saliva per tre gradini: il primo era d'oro, perché nessuno può venire a Dio senza la carità; il secondo, di colore azzurro, indicava la meditazione delle cose celesti; il terzo, di colore verde, esprimeva la verdeggiante intenzione della divina lode, perché le nostre azioni devono essere animate dall'intenzione di lodar Dio molto più che dal. desiderio del nostro vantaggio e della nostra salvezza.
Verso il momento della comunione Metilde, in mezzo ai cori sopraddetti vide mia mensa rotonda magnificamente imbandita. Sotto la specie sacramentale dell'Ostia, il Signore diede il suo corpo e il suo sangue prezioso a tutta la Comunità seduta con Lui a questa mensa. Poi, come un re magnifico, per il ministero dei Principi celesti Egli fece a tutte un dono regale.
Colei che vide queste cose attestò che un tal dono era proprio conforme a ciò che Dio, in questa medesima festa, aveva detto ad un'anima divota alla quale in pegno di amore speciale, aveva promesso di dare a ciascuna della Comunità mille anime, vale a dire che le pie preci delle suore dovevano liberare mille anime per ciascuna dai vincoli del peccato e farle entrare nel Regno dei cieli.

In questa medesima festa, Metilde pensava quale lode potesse offrire al Signore in onore dei Santi; il Signore le disse “Lodami perché io sono la corona di tutti i Santi”33. Subito ella si mise a benedire e a lodare con tutto il suo cuore la santissima. È sempre adorabile Trinità che si degna di essere la corona e la mirabile dignità dei Santi. Inoltre, le offrì le sue lodi per la singolare prerogativa dell'aureola che forma la corona dei Vergini nella beatitudine.
Ella vide sul capo della gloriosa Vergine Maria e di tutti i Santi una corona di un prezzo inestimabile, di cui lo splendore sorpassava ogni espressione; vide pure come Dio sia l'aureola speciale della beata Vergine Maria e di tutte le Vergini. Le parve che quest'aureola fosse come una ghirlanda piena di nodi a tre a tre uniti insieme, uno dei quali era rosso, l'altro bianco e il terzo di color d'oro.
Il rosso richiamava insieme. con la Passione di Cristo tutte le pene ed avversità sofferte dalle Vergini; chiunque vuole custodire senza macchia la sua verginità, non vi riesce se non con fatica e con, molte tribolazioni. L'oro indicava il mutuo amore di Cristo e delle Vergini, perché le anime veramente vergini naturalmente amano Colui al quale hanno votata la loro perfetta castità. Infine il nodo di perle bianche significava l’innocenza e la purissima verginità di Cristo. La disposizione dei nodi a tre a tre esprimeva perfettamente, che le Vergini, più quegli altri Santi, possiedono quei tre doni che sono la familiarità, l'amore e la soavità nascoste per loro nel Signore,
Quantunque tutta la gloria cui giungono i Santi provenga dal sangue di Cristo, dalla sua innocenza e dalle sue altre virtù; quantunque ogni anima beata sia onorata della dolce familiarità del Signore; tuttavia la prerogativa speciale delle Vergini è di godere di quei tre beni in quel Dio che realmente si è fatto il loro Sposo, con una intimità, una gioia ed una sazietà sconosciute agli altri,
Sotto i nodi arrotondati per intessere la corona, Metilde intese che si nascondeva un bene che non ha prezzo né nome, il quale neppure i Santi del Cielo possono intendere a sufficienza per esprimerlo. A dire il vero, questo bene, nessuno lo conosce se non chi l'ha ricevuto, come sta scritto: Nemo scit nisi qui accipit. (Apoc., II, 17).

Durante la santa notte, la Serva di Cristo, celebrando col massimo fervore le lodi della Santissima Trinità, in un'estasi vide un'acqua viva, più risplendente del sole, la quale aveva in sé la sua sorgente, si alimentava in sé medesima e diffondeva dappertutto una squisita e salutare freschezza. Il bacino di questa fontana era in pietre durissime e preziose; la, fontana, senza nessuna opera umana, da sé stessa muoveva le sue acque e con abbondanza le versava per tutti.
Quel bacino di granito significava l'Onnipotenza del Padre; il moto delle acque che scorrevano da sé, significava la Sapienza increata del Figlio, il quale, secondo il suo beneplacito, si diffonde su tutti e si comunica a ciascuno come vuole. La dolce freschezza delle acque indicava la bontà infallibile dello Spirito Santo. L'aria salubre mantenuta dalla fontana significava che Dio è la vita di ogni creatura. Senz'aria pura l'uomo non può vivere; parimenti nessuna creatura vive senza Dio.
Intorno alla fontana e poggiate sul bacino medesimo, s'innalzavano sette colonne ornate di capitelli di zaffiro. Da queste colonne, sette getti versavano acque tranquille su gli Angeli, sui Profeti, su gli Apostoli, sui Martiri, sui Confessori e su le Vergini; il settimo ed ultimo si spargeva su tutti gli altri Santi. Allora, saziati del ben,e supremo, i Beati spiravano assieme un delizioso profumo che tutti, l'uno dall'altro, aspiravano con una mistica e santa avidità; questo dava ad intendere che i Santi, per un movimento di inesauribile benevolenza, si comunicano a vicenda il loro gaudio e tutti i beni che possiedono in Dio.


CAPITOLO XXXIV: SANTA CATERINA VERGINE E MARTIRE


Nella festa di quella Vergine privilegiata fra tutte che è Santa Caterina, questa santa apparve a Metilde tutta avviluppata in un manto coperto di ruote d'oro, il quale nella sommità aveva due mani parimenti d'oro che ne contenevano insieme le due falde. Quelle mani significavano la felice ed indivisibile unione di Dio e dell'anima.
La Serva di Cristo salutò con riverenza Caterina con l'antifona Ave, Virgo speciosa 34 poi le disse: “Vene prego, insegnatemi cosa significhino quelle parole che cantiamo: Cujus vultum et decorem concupivit Dominus ­ Il Signore ha desiderato il tuo volto e la tua bellezza35. Che cos'è questo volto che il Signore in Voi ha desiderato?”
Santa Caterina rispose: “Il mio volto è l'immagine dell'adorabile Trinità che il Signore in me ha desiderata, perché non l'ho mai guastata con gravi peccati. La mia bellezza è quello splendore e quella dignità che Cristo diffonde sopra i suoi fedeli, ornando li della ricca porpora del suo sangue.
“Orbene, sappi che questo splendore si rinnova e si accresce ad ogni santa comunione; chi si comunica una volta raddoppia questo splendore; ma chi si comunica cento e mille volte, altrettanto aumenta questa bellezza dell'anima sua”.

Avendo Metilde pregato santa Caterina per una persona a lei divota, quella Santa rispose: “Le dirai che reciti in mio onore il Laudate Dominum omnes gentes e l'antifona Vox de coelis 36. Una voce dal cielo si fece sentire: Vieni, mia diletta, vieni; entra nella camera nuziale del tuo Sposo; ciò che tu domandi, ti è concesso; quelli per cui tu preghi, saranno, salvati. Mi ricorderà così il gaudio che provai quando Cristo, mio Re e mio Sposo, in questo modo mi chiamò. Infatti, quando sentii questa voce, il mio cuore tanto si accese d'amore e mi liquefai in una tale allegrezza che tutto l'orrore della morte svanì per me”.

CAPITOLO XXXV: L'ULTIMO DEI SANTI


Un sabato, durante il canto della sequenza Mane prima sabbati, alla strofa Ut fons37: Egli è la fonte di ogni bontà, Lui che ti ha lavata da tutte le tue colpe; pregalo che ci purifichi noi pure e ci dia il perdono, a noi suoi servi e tuoi clienti, Metilde rifletteva su gli ammirabili ed innumerevoli doni già usciti da questa fonte di ogni bene, e che ne sgorgano ancora continuamente.
Il Signore le disse: “Vieni e considera il più piccolo di quelli che sono nel cielo, allora tu conoscerai la Fonte della Misericordia”: Essa si domandò subito dove lo avrebbe trovato e come l'avrebbe. riconosciuto.
Ed ecco presentarsele davanti un uomo vestito di verde, con crespi capelli ed occhi cisposi, di piccola statura e tuttavia di un volto straordinariamente bello e regolare.
“Chi sei tu?” disse Metilde.
E lui: “Su la terra ero un ladro, un malfattore; non ho mai fatto nulla di bene”.
“Allora, replicò la Santa, come sei tu entrato qui nel gaudio?”
Ma lui: “Il male che facevo, non lo facevo per cattiveria, ma come per abitudine e non conoscendo nulla di meglio, perché così ero stato educato dai miei parenti. Nell'ultimo momento il pentimento mi ottenne la divina misericordia. Ho passato cento anni nel luogo delle pene; vi ho sofferto molti tormenti, ed ora, unicamente per la gratuita bontà di Dio, sono stato introdotto qui, nell'eterno riposo”.
Allora quell'uomo, per una specie di trasmissione, a quella che vedeva queste cose comunicò i beni che Dia nella sua misericordia aveva posti in lui; e ciò gli procurava gran letizia.
Metilde in tal modo, nel più piccolo dei Santi, conobbe cosa sia la Fonte della Bontà.
Se Dio tali cose ha operato in uno che non aveva fatto nulla di bene, cosa non compirà nei suoi Santi che sono ricchi di virtù?

CAPITOLO XXXVI: SAN BARTOLOMEO


Metilde, nella festa dell'apostolo San Bartolomeo, vide questo Santo in una gloria meravigliosa e, davanti a lui, una croce d'oro. Pensando ella ciò che potesse significare questa croce, il Signore le disse: “È questa la croce di cui ho parlato nel Vangelo: Chi vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua (Matth. XVI, 24). La parte superiore della Croce indica la speranza e la confidenza con le quali vengono a me quelli che per mio amore rinunciano a sé stessi ed alle cose proprie; il braccio destro è l'amore del prossimo; il braccio sinistro la pazienza nelle avversità; la parte inferiore è la previdenza che fugge tutto quanto potrebbe allontanare l'anima da Dio. Orbene, questo mio diletto discepolo, avendo, al mio seguito ed a mia imitazione) portato con perfezione la sua croce, questa gloriosamente rialza ora la dignità che gli ho conferita in premio.
Essendole così manifestata la gloria sì grande di questo Apostolo, Metilde desiderava lodar Dio nei suoi Santi per la gloria che Egli dà a quelli che lo amano. Il Signore graziosamente si degnò di istruire in questo modo la sua divota discepola: “Loda la mia bontà verso i Santi, disse, perché ho dato loro una beatitudine così completa. che non solo sovrabbondano di beni, ma veggono ancora il loro gaudio accrescersi per la felicità dei loro fratelli. La beatitudine degli altri procura a ciascuno dei Santi maggior godimento che gli onori resi ad un figlio unico ne procurino alla madre sua, e che il trionfo e la gloria di un figlio ne procurino a suo padre. Per effetto di un'amabile carità, ogni Santo gode del merito di tutti gli altri come se fosse suo proprio.
“Nelle feste dei Santi, fu puoi dunque lodarmi per averli eletti da tutta l'eternità. Questa elezione in loro è talmente confermata che quando siano eletti per la eterna beatitudine, anche se su la terra cadano in gravi peccati, io in loro non veggo più che la gloria alla quale giungeranno.
“Puoi lodarmi inoltre per l'invito al Regno della gloria ch'io rivolgo loro da vero amico. Chi ardirà mai avvicinarsi alla mia divina Maestà senza che io lo inviti e lo attiri a me?
“Puoi lodarmi infine per la bontà con. cui lealmente divido cori loro il mio regno. Tutti li ho costituiti come sono io, Re e Regine; e procuro che regnino con tanto gaudio e tanta gloria che sembrano aver ricevuto non già la metà del mio regno, ma il regno tutto intero.
“Puoi altresì dar lode ai Santi per il gaudio con cui si rallegrano perché ora mi conoscono e veggono che li ho amati da tutta l'eternità e graziosamente li ho eletti per una tale felicità. Nessuno può scorgere i sentimenti che muovono il cuore del suo amico, come i miei eletti ricevono il potere di penetrare fino al fondo più intimo del mio Cuore é di risentire con indicibile gaudio l'affetto e l'amore che porto loro.
“Puoi ancora dar lode ai Santi per la deliziosa soavità che gustano nel lodarmi e benedirmi perché vedono la mia carità verso di loro. Infine, perché hanno tutti la piena libertà della loro volontà e possono operare con liberalità in tutto ciò che vogliono”.

Si possano inoltre onorare i Santi:
1) per quella gloriosissima, splendidissima e deliziosissima dimora per loro preparata fin dall'eternità; ossia; perché dimorano dove sta il Signore, come eredi del suo Figlio Unigenito e con Lui hanno il loro posto nel più profondo del cuore del Padre;
2) per l'effusione così dolce per la quale Dio li ha inondati delle sue divine delizie e per quel trasporto di gratitudine col quale a Dio rinviano le delizie di cui sono ricolmati;
3) per l'insigne onore che Dio fa loro nell'invitarli alla sua mensa, onde nutrirli a sazietà, senza nessun possibile disgusto, dello splendore del suo amabile volto ed inebriarli nel torrente della divina voluttà oltre i loro desiderii;
4) per la fedelissima loro rimunerazione, perché non fecero cosa tanto piccola, né sacrificio, né rinuncia per amor di Dio, che non sia da Lui ricordata e gelosamente conservata per essere premiata oltre ogni loro merito;
5) per l'eterna gratitudine nella quale sono certi che la loro gloria mai non verrà meno, ma durerà in eterno con un perpetuo aumento di gaudio e di ricompensa.


CAPITOLO XXXVII: NELLA FESTA DELLA DEDICAZIONE DELLA CHIESA


Nella festa della Dedicazione, durante la Messa, al canto del versetto Deus cui adstant Angelorum chori - O Dio al cui cospetto stanno i cori degli Angeli, - Metilde vide in ispirito la Gerusalemme celeste e il trono di Dio in quella. Questo trono era di tali dimensioni che si estendeva dall'alto dei cieli sino al profondo dell'inferno: sotto si vedeva una leva potente che schiacciava tutti i dannati. La Serva di Cristo intese che questa leva significava la giustizia divina che con tanta equità da Dio ha separato gli empi.
La celeste Gerusalemme era fabbricata di pietre preziose e viventi che sono i Santi; ed ogni Santo nelle mura appariva con tutti i suoi meriti, come un'immagine in un lucido specchio.
Davanti. al trono stavano tutti gli Angeli secondo il loro ordine e la loro dignità.
Desiderando Metilde di giungere sino al suo Diletto, gli Angeli con ammirabile condiscendenza la presero in mezzo a loro, e la fecero salire fino agli Arcangeli, questi la condussero sino alle Virtù.
Passando in tal modo attraverso tutti i cori Angelici, Metilde pervenne sino al trono del suo Diletto e, cadendo ai suoi piedi, gli disse: “Saluto i vostri sacratissimi piedi coi quali, come un gigante, esuberante per amore ed inestimabile desiderio, percorreste la via della nostra redenzione e della nostra salvezza”. Poi rese grazie per i benefizi che aveva ricevuti ai piedi del suo Salvatore.
Dopo, disse al Signore: “Che cosa debbo ora domandare, poiché in quest'oggi siamo invitati a pregare, con la sicurezza di essere esauditi?”38
Il Signore rispose: “Domanderai dapprima per te la remissione di tutti i tuoi peccati, perché è questo ciò che vi è di più salutare per l'uomo ed il miglior mezzo per ottenere il vero gaudio. Infatti, chiunque veramente pentito confessa i suoi peccati, o almeno si getta ai miei piedi con la sincera volontà di confessarli per ottenerne il perdono, è certo di riceverne piena remissione, purché abbia nel suo cuore un sentimento talmente umile da essere disposto ad abbassarsi, per mio amore, sotto ogni creatura”.
Alzandosi allora Metilde, vide il Signore seduto sul suo trono, con le braccia distese. Ed Egli diceva: “Su la Croce, sono rimasto con le braccia distese sino alla mia morte; ora sto ancora con le braccia aperte davanti al Padre mio, in segno che sono sempre pronto ad abbracciare chiunque venga a me. V'è qualcuno che desideri un tal favore? Se è disposto a soffrire ogni avversità per amor mio, questo è segno che è già pervenuto a questo abbraccio.
“V'è qualcuno che aspiri al mio bacio? Se può rendere a sé stesso la testimonianza che in tutto ama la mia volontà e che questa sommamente gli piace, è segno che è già pervenuto al mio bacio.
“Chiunque vuole che ascolti ed esaudisca le sue preghiere, deve essere pronto ad ogni obbedienza, perché è impossibile che le preghiere dell'uomo obbediente non siano accolte dal Padre mio”.
Mentre si cantava il responsorio Benedir, Metilde vide tutte le virtù in quel responsorio nominate come personificate da Vergini in piedi davanti a Dio. Una di loro più bella delle sue sorelle, teneva in mano un coppa d'oro, dove le altre Vergini versavano un liquore profumato che quella offriva al Signore. Meravigliata di un tale spettacolo, la Serva di Cristo, desiderava di comprenderne il significato.
Il Signore le disse: “Questa Vergine è l'obbedienza: sola mi presenta da bere, perché l'obbedienza contiene in sé le ricchezze delle altre virtù e il vero obbediente necessariamente deve possederle tutte: dapprima la sanità dell'anima, vale a dire che non si grava da nessun peccato mortale; poi l'umiltà, poiché si sottomette in tutto, ai suoi superiori. Il vero obbediente possiede pure la santità e la castità, poiché conserva la purezza del corpo e del cuore; le virtù gli sono necessarie per essere forte nelle opere buone e vittorioso nelle lotte contro il male. Altre virtù ancora convengono all'obbediente: la fede, senza della quale nessuno può piacere a Dio; la speranza che ci fa tendere a Dio; la carità verso Dio come verso il prossimo; la bontà che si mostra mansueta ed affabile per tutti; la temperanza, che elimina tutto il superfluo; la pazienza, che trionfa delle avversità e le rende utili e fruttuose; infine la disciplina religiosa, per la quale ognuno osserva strettamente la propria regola”.

Metilde pregò per una persona che trovava troppo penosa la sua carica, ed essa la vide presso Dio tra quelle Vergini, e udì che il Signore le diceva: “Perché mai canti per me così di mala voglia, poiché io canterò per te con tanta buona grazia nell'eternità? Il canto d'un sol giorno per obbedienza, mi diletta di più che tutti i possibili canti eseguiti per volontà propria”.

Udendo un'altra volta cantare il responsorio Vidi la Gerusalemme celeste ornata e composta con le orazioni dei Santi39, pénsava in che modo potesse la città essere ornata e composta di orazioni.
Il Signore le disse: “Questa Città è convenientissimamente ornata di quattro sorte di orazioni come di oro e di gemme preziose. La prima è quella degli eletti, i quali con un cuore umile e contrito domandano che sia loro perdonato ogni peccato; la seconda è quella dei tribolati che implorano aiuto e sollievo; la terza è quella della fraterna carità che prega per le necessità e le miserie del suo prossimo; questa terza sorta di orazione a Dio è molto accetta e grata, formando pure un prezioso ornamento per la celeste Gerusalemme. La quarta sorta di orazione è quella dell'anima che per puro amor di Dio intercede per tutta la Chiesa e per ciascuno in particolare come per sé stessa; e questa orazione risplende nella Gerusalemme celeste e l'abbellisce a guisa di un nuovo e splendentissimo sole”.

CAPITOLO XXXVIII: NELLE ULTIME DOMENICHE DOPO LA PENTECOSTE


Nella domenica ventesima dopo la Pentecoste, sentendo nel Vangelo queste parole: Amico mio, perché siete entrato qui senza l'abito nuziale? (Matth. XXII, 12), quella divota vergine disse al Signore: “Mio Diletto, qual è quest'abito senza del quale nessuno potrà venire alle vostre nozze?”
Il Signore le mostrò subito un abito meravigliosamente tessuto di porpora, di bianco é di oro, dicendole: “Ecco l'abito nuziale, composto della candidezza di un cuore puro, della porpora dell'umiltà e dell'oro del divino amore. Chiunque vuole portare quest'abito, deve avere un cuor puro, ossia non permettere volontariamente che vi entri nessun pensiero cattivo; poi giudicare benevolmente di tutto quando vede e sente. Si sottometta con dolcezza ed umiltà ai suoi superiori ed anche ad ogni creatura onde piacere a Dio. Ami Dio con tutta l'anima sua, disprezzi ogni creatura a confronto col Creatore, e sia disposto a rinunciare a qualunque cosa che potesse allontanarlo da Dio”.

Nella domenica ventesima seconda dopo la Pentecoste, mentre. si cantava la messa Dicit Dominus 40, il Signore le disse: “Se vuoi rassomigliare a me come una figlia benamata, imitami in queste parole: Io nutro pensieri di pace e non di afflizione; applicati ad avere un cuore tranquillo e pensieri pacifici; non contendere con nessuno, ma sii arrendevole sempre con pazienza ed umiltà. In quella guisa che io esaudisco quelli che m'invocano, così tu pure dimostrati benevola e favorevole a tutti. Lavora a liberare tutti gli schiavi, vale a dire porgi aiuto e consolazione agli afflitti e a quelli che sono tentati”.


CAPITOLO XXXIX: LA B. V. MARIA E LE SUE SETTE ANCELLE


Un giorno, durante la messa Salve sancta Parens, Metilde, mentre salutava Maria Santissima pregandola che le ottenesse il perdono dei suoi peccati, vide la Beata Vergine al cospetto del Signore. Cadendo ai piedi di lei, ne toccò l'orlo delle lunghe vesti che scorrevano sino a terra e con quelle si asciugò il volto. Poi alzandosi, le parve di essere circondata da Parecchie vergini, e come desiderava conoscerle, la Beata Vergine le disse: “Queste vergini furono le mie Ancelle su la terra.
“La prima è la Santità, la quale mi servì fin dal seno di mia madre dove mi riempì dello Spirito Santo.
“La seconda è la Prudenza, la quale nell'infanzia mi preservò da qualsiasi atto puerile che non fosse conforme alla volontà di Dio.
“La terza è la Castità, la quale mi servì nell'ora in cui l'Angelo mi salutò ed è l'amore di questa che mi suggerì la risposta ch'io gli feci.
“La quarta e l'Umiltà per la quale divenni madre di Dio mentre mi protestavo sua serva.
“La quinta è la Carità, la quale dal seno del Padre trasse il Figlio di Dio nel mio seno. Il cuore delle altre madri, durante la loro grossezza talvolta soffre deliqui per causa del dolore; il mio cuore invece non isvenne mai se non per l'eccesso dell'amore. Come il cervo desidera le fontane, così io desideravo di contemplare l'Infante che portavo nelle mie viscere.
“La sesta Vergine è l'attenta Diligenza la quale mi servì in tutta là mia condotta nella nascita del Figlio mio, e mi fece compiere pienamente verso di Lui la volontà del Padre.
“La settima è la Pazienza: questa fu al mio servizio dalle prime ore dell'esistenza del Figlio mio sino alla ultima ora della sua Passione.
“Inoltre il santo e filiale Timor di Dio fu il mio fedele assistente, né mai lasciò che i miei piedi avessero a sdrucciolare”.
Metilde allora disse: “Mia Signora, ottenete anche a me queste virtù. - Avvicinati a mio Figlio, rispose la Vergine, e chiedile a Lui medesimo”. Il Signore era seduto su un trono sorretto da due colonne ornate di zaffiri incastrati nell'oro. L'anima si prostrò ai suoi piedi e lo supplicò che le volesse concedere quelle virtù e non solo a lei, ma pure a tutti quelli che ancora si trovassero nel tempo della prova. Il Signore parve acconsentire alla sua preghiera ed assegnò al suo servizio quelle Vergini che erano presenti. La Serva di Cristo si accorse che ciascuna teneva in mano una piccola lancia, la quale significava la costanza indispensabile per resistere ai vizi. Attorno a queste lance erano sospesi dei cembali in oro che appena si agitavano rendevano un suono dolcissimo per le orecchie del Signore. Questi cembali significavano le vittorie che l'anima riporta con la resistenza ai pensieri disordinati, vittorie che piacevolmente risuonano alle orecchie di Dio
Metilde vide poi tutto intorno moltitudini di Angeli e di Santi, e il Signore disse: “Tutti questi, tutte queste migliaia. che stanno qui presenti, saranno difensori di quelli che per me combatteranno contro le insidie del nemico”.

CAPITOLO XL: LA VERA SANTITÀ


Un sabato, cantandosi la messa Salve sancta Parens, Metilde salutò la Beata Vergine pregandola di ottenerle una vera santità. La gloriosa Vergine rispose: “Se tu desideri la vera santità, sta vicina al Figlio mio; Egli è la Santità, medesima che santifica ogni cosa”.
Pensando Metilde come potesse ciò fare, la benignissima Vergine le disse ancora: “Applicati alla sua santa Infanzia, pregando che, per la sua innocenza, siano riparate le colpe e le negligenze della tua infanzia. Applicati alla sua fervente adolescènza la quale fiorì in ardentissimo amore a segno che in Lui solo il divino Amore ebbe sufficiente materia, affinché la tiepidezza e l'accidia della tua gioventù per quella sia riparata. Unisciti a tutte le sue divine virtù, acciocché le tue ne siano nobilitate e sublimate.
“In secondo luogo, tieniti vicina al Figlio mio, col dirigere a Lui i tuoi pensieri, le tue parole e le tue azioni, affinché Egli che non è mai caduto in fallo, cancelli tutto quanto in te travasi d'imperfetto.
“In terzo luogo, tieniti vicina al Figlio mio come la sposa presso lo sposo, il quale, coi suoi beni, le dà il vitto ed il vestito, mentre essa per amar di lui ne ama ed onora la famiglia e gli amici. In tal modo, l'anima tua si nutrisca del Verbo di Dio come del migliore alimento, e si copra e si orni delle sue delizie, vale a dire degli esempi ch'Egli porge ad imitare. Unisciti pure alla sua famiglia, voglio dire ai Santi, amali, loda Dio per loro, e spesse volte inviali al Diletto perché lo lodino insieme con te. Così ti farai veramente santa, secondo quanto sta scritto: Col santo tu sarai santo (Ps. XVIII, 26), come una giovane diventa regina associandosi alle sorti del Re”.

Nella sequenza Ave Maria, mentre si cantava: Salvatoris Christi Templum exstitisti ­ Voi siete stata il Tempio di Cristo Salvatore, la Serva di Cristo disse alla gloriosa Vergine: “Intercedete per me, Voi che foste in verità il Tempio di Dio più glorioso, più radioso e più gradito”. Allora, la santissima Vergine, prendendola per mano, la condusse ad una casa magnifica, altissima, costruita in pietre tagliate, senza nessuna finestra eppure molto illuminata nell'interno, con una piccola porta di diaspro di notevole spessore chiusa con una catena d'oro.
Questa casa raffigurava la gloriosa Vergine medesima: le pietre quadrate indicavano che i quattro elementi di cui l'uomo è formato, in Maria erano in perfetto equilibrio: l'altezza e l'illuminazione indicavano la sua altissima contemplazione e la sua scienza perfettamente luminosa. La porta esprimeva la sua misericordia sempre aperta a chiunque si presenti: il di aspro rosso, la sua ammirabile pazienza; la catena d'oro, il suo amore. La Beata Vergine disse: “Se tu desideri diventare casa di Dio in questa maniera, praticherai le suddette virtù”.
La gloriosa Vergine nella mano destra portava quattro anelli d'oro ornati di preziosissime gemme, e pose questa sua mano in quella di Metilde dicendole: “Per queste gemme tu trionferai di ogni genere di tentazioni: dell'orgoglio, della rabbia, della lussuria, della pigrizia. Se ti senti gonfia dalla superbia, opponile la mia santa umiltà; se l'ira ti molesta, ricordati della mia mansuetudine, perché fui la più mansueta delle creature; se l'impurità ti perseguita, abbi ricorso alla mia santissima castità; se sei tentata di pigrizia, rifugiati presso il mio ardentissimo amore. Così respingerai tutti gli assalti e le insidie del nemico”.


CAPITOLO XLI: LE SETTE CORONE DELLA BEATA VERGINE MARIA


Durante la messa Salve sancta Parens, Metilde vide la Beata Vergine Maria con il capo ornato di una corona i cui fiori erano inclinati verso la terra. Il suo manto di porpora era coperto di corone d'oro, le quali pendevano pure verso la terra e delle quali ciascuna aveva il suo significato. La corona del capo indicava l'unione con Dio, più perfetta in Maria che in nessun'altra creatura. Quella che ornava le sue spalle portava questa iscrizione: Madre di Dio e degli uomini. La terza corona, posta all'altezza del petto, portava queste parole: Regina degli Angeli. La quarta: Gioia di tutti i Santi. La quinta: Conforto dei miseri. La sesta: Rifugio dei peccatori, e la settima: Consolatrice dei vivi e dei morti. I fiori di tutte queste corone avevano la punta rivolta al basso, per esprimere che la Vergine Maria si degna di chinarsi verso i figli degli uomini, in virtù appunto dei doni e dei benefizi di cui Dio l'ha colmata.
Avendo la Santa pregato per varie persone affidate alle sue cure, la Beata Vergine le disse: “Se un uomo rallegrato dal vino si dimostra più liberale d'un uomo sobrio, quanto più sarò sovranamente liberale io che nella somma dolcezza del Divin Cuore ad ogni istante bevo in abbondanza il dolcissimo vino della suprema Divinità?”

Un sabato, durante il canto del responsorio Ave Virgo singularis, la Beata Vergine Maria le apparve davanti all'altare e in faccia di lei stava San Gabriele. Ad una tale visione, Metilde cadde ai piedi della Vergine, supplicandola di ottenerle il perdono d'un peccato di mormorazione che aveva commesso meno per malizia che per il desiderio di porgere sollievo ad una persona irritata. Ma la Beata Vergine Maria, prendendole la mano, disse: “Fa voto al Figlio mio di non mai più commettere una tal colpa” - “Voi medesima, o tenera Madre, rispose Metilde, ottenetemi questa grazia”.
Mentre si cantava il versetto “Auro vestiris intus” due raggi uscirono dal Cuore semi­aperto della Beata Vergine, illuminando i due lati del coro. Venne quindi ispirata Metilde di salutare il Cuore della gloriosa Vergine Maria nelle sette circostanze in cui quel Cuore santissimo si mostrò per noi più amante e benefico di qualunque altro eccettuato il Cuor di Gesù. Dapprima la salutò nel suo desiderio della nascita di Cristo, desiderio che sorpassò quello dei Patriarchi e dei Profeti; poi, nell'amore ardentissimo ed umilissimo per cui venne scelta a Madre di Dio; terzo, in quella dolcezza con la quale con tanta tenerezza allevò il piccolo infante Gesù; quarto, nella sua attenzione a conservare le parole di Cristo; quinto, nella sua imitazione della pazienza di Gesù sofferente; sesto, nelle sue assidue preghiere per la Chiesa nascente; settimo nel compito che ogni giorno adempie in cielo, mentre appoggia le nostre suppliche presso il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Mentre Metilde faceva l'inchino al Gloria Patri, la gloriosa Vergine che le stava di fronte, si inchinava pure nella medesima maniera sino alle ginocchia. E come la Santa se ne meravigliava, le fu rivelato che la Santissima Vergine, essendo elevata sopra ogni creatura, sopra tutte era pure maggiormente grata per tutti i doni di Dio.
Quando si cantò: Salve, Regina nobilis, la Beata Vergine Maria comparve di nuovo, tenendo su le braccia il piccolo Infante, avviluppato in fasce e attaccato alla verginale poppa: essa stette in tale atteggiamento davanti a quella che cantava il versetto: Omnia pascentem, Lui che nutre ogni creatura.
Nel responsorio seguente, a queste parole: Agnosce cui proebueris ulnas - Riconosci Colui che portasti su le tue braccia, la Vergine innalzò le braccia, elevando l'Infante al di sopra della sua testa, come per mostrare che a tutti ella manifesta il Dio-Uomo.

Un sabato ancora, desiderando Metilde godere della presenza della Beata Vergine, durante il responsorio Regali le parve di vedere tutti i cori degli Angeli avvicinarsi alla Vergine Maria, per esprimerle il desiderio di quest'anima amante e supplicarla umilmente di esaudirla. Perciò, al canto della parola Ostende, gli Angeli dissero: “Oh sì! venite, Signora!” Poi a ciascun gruppo delle note della melodia, gli Arcangeli, le Virtù, le Potestà, i Principati, le Dominazioni, i Troni, i Cherubini, per turno, ripetevano il medesimo invito. Quando fu compiuto il canto di queste parole: Ostende te, Maria: Mostratevi o Maria; i Serafini presero arditamente la Vergine e con tutti gli Angeli l'accompagnarono sino in mezzo al coro.
La Santa frequentemente ebbe il favore di una tale visione.


CAPITOLO XLII: DEI GAUDI DELLA BEATA VERGINE MARIA.


Una volta, durante un'apparizione della Beata Vergine, Metilde la pregò di insegnarle il modo di onorarla in quel giorno. La Beata V. Maria le diede questa risposta: “Onorami per quel gaudio che provai quando il Figlio mio, uscendo dal Cuore di suo Padre, venne come uno sposo nel mio seno, esultando come un gigante onde percorrere la sua via.
2) “Onorami per quel gaudio che provai quando, uscendo dal mio seno. verginale, Egli divenne per me un figlio di dolcezza e di allegrezza. Gli altri figli apportano alla loro madre dolore e tristezza; ma il Figlio di Dio, essendo la dolcezza medesima, a me sua Madre apportò solo gaudio e soavità.
3) “Onorami per quel gaudio che provai nell'offerta dei Magi, quando, in tal modo Egli divenne per me un Figlio di onore, perché, nel corso dei secoli, nessuna madre giammai fu onorata con simili doni nella natività di un suo figlio.
4) “Onorami per il gaudio che provai nell'offrire al Tempio il Figlio mio. Là, Egli fu per me un figlio di purezza e di santità. Le altre madri venivano al tempio onde essere purificate; io invece, non avendo bisogno di purificazione, vi ricevei un aumento di santità.
5) “Onorami perché nella sua Passione, mi fu fatto Figlio di tristezza, di dolore, di redenzione.
6) “Perché nella sua Risurrezione, mi divenne Figlio di gioia e di allegrezza.
7) “E infine perché, nella sua Ascensione, Egli fu per me un Figlio di maestà divina e di regale dignità.


CAPITOLO XLIII: L'AVE MARIA


Un sabato, durante la stessa messa Salve sancta Parens, la Serva di Cristo disse alla Beata Vergine Maria: “Se potessi salutarVi, o Regina del cielo, col più dolce saluto che il cuor dell'uomo abbia mai composto, lo farei volentieri”.
La gloriosa Vergine subito le comparve, portando sul suo petto scritta in lettere d'oro la Salutazione angelica, e disse: “Nessun Uomo ha mai trovato un saluto più sublime.
“Nessuno può farmi un saluto più dolce che usando con riverenza della parola: Ave che Dio Padre mi rivolse, confermando così con la sua onnipotenza ch'io fossi libera da ogni macchia di peccato. Dal canto suo, il Figlio di Dio mi illuminò con la sua divina sapienza, facendo di me una stella brillante per rischiarare il cielo e la terra: questo è indicato dal mio nome di Maria, il quale significa Stella del mare. Lo Spirito Santo infine, mi investì della sua divina dolcezza e mi riempì di grazia in tal modo che tutti quelli che cercano la grazia per la mia mediazione, la trovano, ed è ciò che esprimono queste parole: Gratia plena: Piena di grazie.
“Le parole Dominus tecum: Il Signore è con te, mi ricordano l'ineffabile unione e l'operazione compiuta in me dalla Trinità intera, quando prese una parte della sostanza della mia carne onde unirla alla natura divina in unità di persona, dimodochè Dio si fece uomo e l'uomo fu fatto Dio. Quale soave gaudio io abbia provato in quell'ora, non vi è creatura che possa mai averne la piena esperienza.
“Con queste parole “Benedicta tu in mulieribus: Siete benedetta fra tutte le donne”, tutto quanto vive, con ammirazione riconosce e pubblica che sono benedetta sopra ogni creatura tanto del cielo come della terra.
“Con queste altre: “Benedietus fructus ventris tui: Benedetto il frutto del vostro seno”, viene benedetto ed esaltato il frutto eccellentissimo e preziosissimo del mio seno, il quale vivifica, santifica e benedice ogni creatura in eterno”.


CAPITOLO XLIV: L'AVE MARIA PRIMA DELLA COMUNIONE


Un giorno, nella sua meditazione dopo il Mattutino, le venne il dubbio se il giorno prima avesse recitato la Compieta della B. Vergine. Tutta contristata, confessando al Signore la sua negligenza, si mise a compiere quell'ufficio; poi recitò cinque Ave Maria che era solita dire prima di accostarsi alla comunione.
Con la prima Ave Maria, ricordava alla Vergine Santissima quel solenne momento in cui nella sua verginale purezza, come le era stato annunciato dall'Angelo, concepì il Figlio suo, il quale dalle sue regali dimore venne attirato sin nell'abisso dell'umiltà di Maria; e dopo, chiedeva alla Vergine gloriosa che le ottenesse la purezza della coscienza e la vera umiltà.
Con la seconda Ave Maria, ricordava alla Vergine Santissima quel felice momento in cui, preso fra le sue braccia il Figlio suo, e vedendolo per la prima volta nella sua Umanità lo riconobbe per il suo Dio. Con questa Ave Maria chiedeva di ottenere la vera conoscenza di Dio.
Con la terza Ave Maria, le ricordava come fosse stata pronta in ogni tempo a ricevere la grazia, né mai vi avesse posto ostacolo, pregandola che le volesse ottenere un cuore sempre aperto alla divina grazia.
Con la quarta, le ricordava la divozione e le azioni di grazie, con cui su la terra ella riceveva il Corpo del suo diletto Figlio, riconoscendo meglio di ognuno la salvezza di cui Egli è la sorgente per gli uomini, e pregava la Beata Vergine che le ottenesse la vera gratitudine.
Con la quinta, le ricordava l'amorosa accoglienza che le fece il Figlio suo quando la richiamò a Lui, pregandola di ottenerle per quel momento in cui sarebbe lei pure ricevuta nell'eternità una grazia di gaudio; e inoltre la pregava di ottenerle la grazia di andare alla comunione con letizia spirituale, perché se l'uomo conoscesse la salvezza che gli proviene dal Corpo di Gesù Cristo, ne morrebbe di gioia.
Allora Metilde ebbe la visione della Beata Vergine Maria la quale la strinse nelle sue braccia; ma di nuovo si mise a rimproverarsi la sua negligenza e a pensare se nella sera precedente avesse recitato la Compieta. ­ “Poiché non sai d'averla omessa, le disse la Vergine, davanti a mio Figlio è come se non vi sia stato alcun difetto”.

CAPITOLO XLV: VARII MODI DI SALUTARE LA BEATA VERGINE


Durante una messa Salve sancta Parens, in cui quella divota vergine desiderava ancora salutare la Beata Vergine, il Signore le disse: “Saluta mia Madre in unione con tutte le creature”. Mentre pensava come potesse ciò fare, vide venire dal mezzodì, i Serafini che portavano delle candele accese. Per ispirazione divina; intese che quegli Spiriti venivano a servirla e ad aiutarla, perché potesse insieme con loro salutare la Beata Vergine. Infiammata di ardore serafico, salutò dunque la dolcissima Vergine in quell'amore con cui ella aveva amato Dio più ogni altra creatura. Questo amore incomparabile, durante la Passione del suo unigenito Figlio aveva preso tanta forza da vincere e superare ogni umano affetto. Infatti, mentre ogni creatura si doleva per la morte del Figlio di Dio, sola la Vergine, immobile e lieta, stando con la Divinità, volle che il Figlio suo fosse immolato per la salvezza del mondo.
Comparvero poi i Cherubini, portando degli specchi; e ciò le fece intendere in qual modo si debba, insieme con loro, salutare la Beata Vergine nella luminosissima innocenza di cui ella sola aveva goduto su la terra e che l'aveva disposta a contemplare in cielo, più chiaramente di ogni creatura, l'inaccessibile luce della Divinità.
I Troni portavano un trono d'avorio, ciò che le fece intendere quanto tranquillo e pacifico fosse il riposo di Dio nell'anima di sua Madre; perché da nessun evento umano, neppure dalla fuga in Egitto né dal ritorno, ella poté menomamente essere turbata.
Le Dominazioni apportavano una corona d'una meravigliosa bellezza, ornata di candidissime e graziosissime teste umane. Questo significava che alla Vergine soprattutto siamo debitori della nostra redenzione.
I Principati apportavano uno scettro con ghirlande di fiori. E questo le fece intendere che dove va insieme con questo coro angelico esaltare la gloriosa Vergine per avere conservata pura dalla più leggi era macchia, nell'anima sua, l'immagine di Dio che ella ci rappresenta più degnamente di qualsiasi creatura.
Le Potestà erano armate di spade, le quali significavano quel supremo potere che Dio ha dato alla Beata Vergine, in cielo e su la terra; potere che si esercita sopra ogni creatura e in particolare sopra i demonii, i quali tremano alla presenza di Maria, a segno che non ne possono neppure sopportare il nome.
Le Virtù portavano delle coppe d'oro dove il Signore giocondamente beveva sé stesso; Metilde da ciò intese che la pratica delle virtù prepara gli uomini alle effusioni della Divinità, la quale nelle anime virtuose si diffonde ed opera con le sue grazie. Con questi Spiriti essa doveva salutare la gloriosa Vergine, come più di ogni altra creatura piena di grazie e di virtù.
Gli Arcangeli portavano un magnifico velo di cui ricoprirono il Signore ed insieme la Madre sua. Questo raffigurava la stretta intimità che può esistere tra Dio e l'anima, intimità di cui la Santissima Vergine, su la terra, ebbe il favore più di ogni creatura.
Gli Angeli prestavano il loro servizio attorno al Re, e ciò le fece intendere che doveva, insieme con quegli Spiriti, benedire e lodare la Madre di Dio per avere quaggiù servito il suo divin Figlio come la più fedele e la più devota delle ancelle.
Dopo i cori angelici, vennero i Patriarchi ed i Profeti portando degli scrigni d'oro accuratamente chiusi; ciò indicava l'oscurità delle loro profezie che furono adempiute da Cristo e dalla Vergine, e di cui il senso nascosto ci venne svelato dallo Spirito Santo.
Gli Apostoli portavano libri magnificamente decorati, per simboleggiare l'insegnamento della fede che fecero risonare fino all'estremità della terra; ma la serenissima Vergine fu di gran lunga ad essi superiore sia nella dottrina, sia nell’esempio di tutte le virtù.
I Martiri tenevano con la mano destra uno scudo e con la sinistra una rosa; queste sono le insegne della vittoria e della pazienza: e sono proprie di quelli che versarono il sangue per il nome e l'amore di Cristo. Tuttavia la gloriosa Vergine fu superiore a tutti i martiri nella costanza e nella pazienza.
I Confessori offrirono turiboli e vasi pieni di un meraviglioso e delizioso profumo il quale significava la loro, divozione ed il loro amore per la preghiera; ma in questo pure la devotissima Vergine fu a tutti superiore.
Le Vergini portavano gigli d'oro in Onore della Vergine Madre, perché Maria fu quella che fece germogliare quaggiù il preziosissimo giglio della verginità.
Infine, tutti i Santi, il cielo, la terra e tutto il creato furono chiamati e si chinarono verso Metilde per venire in suo aiuto. e insieme con lei salutare la dolcissima Madre di Dio per sempre degna di ogni lode.

Venne in mente un giorno a questa Serva di Cristo di non aver mai, in tutti i giorni della sua vita, servito la Madre di Dio con sufficiente divozione. Tutta contristata, pregò il Signore che le concedesse di onorarla in avvenire con maggior fervore; in tal modo però che non ne risentisse alcun impedimento nella sua amorosa unione con Lui medesimo.
Metilde vide allora il Signor Gesù e la sua regale Madre seduti assieme su, di un altissimo trono. Egli diceva alla Madre sua: “Alzatevi, Madre mia, e lasciate il posto a quell'anima”. Metilde, spaventata a queste parole, temette di essere vittima di qualche illusione; ma il Signore le disse: “È verità, è verità, non ti sei ingannata, tu non sei mai stata vittima di nessun'illusione in queste visioni”.
E nelle braccia della Vergine Maria, la Santa venne elevata e portata agli abbracci del suo Diletto; il Signore la ricevette con una stupenda affabilità, e le fece accostare le labbra al suo divin Cuore, dicendo: “Ormai qui attingerai tutto quanto desideri di consacrare a mia Madre”. E questa divota Vergine sentì che nell'anima sua cadevano a guisa di gocce di un'acqua celeste, questi saluti a Maria, i quali le erano sconosciuti:
“Vi saluto, o illustrissima Vergine, in quella dolcissima rugiada che, dal Cuore della Santissima Trinità,si diffuse in voi fin dall'eternità, a motivo della vostra beata predestinazione! Vi saluto, o santissima Vergine, in quella dolcissima rugiada che dal Cuore della santissima Trinità scese sopra di voi in virtù della vostra felicissima vita! Vi saluto, o Vergine nobilissima, in quella dolcissima rugiada che dal Cuore della santissima Trinità si diffuse ,in voi, in virtù della dottrina e della predicazione del Vostro dolcissimo Figlio! Vi saluto, o Vergine amantissima, in quella dolcissima rugiada che la Santissima Trinità diffuse in voi nell'amarissima Passione e nella morte del Figlio vostro! Vi saluto, o Vergine veneratissima, in quella dolcissima rugiada, che dal Cuore della santissima Trinità si diffuse in voi; vi saluto nella gloria e nel gaudio con cui ora vi rallegrate in eterno, voi che di preferenza a tutte le creature della terra e del cielo, foste eletta prima ancora della creazione del mondo! Amen”.

Un'altra volta, scusandosi Metilde davanti a Dio di non aver mai amato la Vergine Santissima. quanto avrebbe dovuto e di non averla abbastanza onorata e servita, il Signore le disse: “Per riparare questa negligenza, loderai mia Madre per l'incomparabile fedeltà che conservò durante la sua vita, col preferire in tutte le sue azioni la mia volontà alla sua. Esalterai poi la fedeltà con cui si trovò sempre presente ogni volta che ebbi bisogno del suo aiuto, Osserva bene che arrivò fino a risentire nell'anima sua tutto quanto io soffrivo nel mio corpo. Magnificherai inoltre la grandezza di quella fedeltà con la quale ella ancora mi serve in cielo, lavorando per me alla conversione dei peccatori ed alla liberazione delle anime. Per la sua intercessione si sono convertiti innumerevoli peccatori; e molte anime, che la mia giustizia nella sua equità destinava alle pene eterne, ne furono salvate dalla sua misericordia; moltissime pure per lei vennero liberate dal fuoco del purgatorio”.

Un'altra volta, mentre gemendo ella confessava ancora alla gloriosa Vergine Maria la medesima negligenza che era stata commessa da altra persona, la Madre di Dio le diede il Cuore di Gesù Cristo sotto la forma di una lampada ardente, dicendole: “Io ti dono il degnissimo e nobilissimo Cuore del Figlio mio dilettissimo, affinché quella persona me l'offra insieme con la perfetta fedeltà ed il sommo amore che Egli mi ha dimostrato e mi dimostrerà senza fine; mi faccia questa preziosa offerta per tutte le sue negligenze nel mio servizio, e la sua colpa sarà ampiamente riparata”.

CAPITOLO XLVI: TRE “AVE MARIA” PER OTTENERE L'ASSISTENZA DELLA GLORIOSA VERGINE MARIA NELL'ORA DELLA MORTE


Mentre Metilde pregava la gloriosa Vergine Maria di degnarsi assisterla con la sua presenza nell'ultima sua ora, la Santa Vergine le rispose: “Te lo prometto; ma tu a questo fine, reciterai ogni giorno tre Ave Maria. Con la prima, ti rivolgerai a Dio Padre, il quale, nella sua suprema potenza esaltò l'anima mia sino a costituirmi la prima dopo Dio in cielo e su la terra; e gli chiederai ch'io ti sia presente nell'ora della tua morte per confortarti e scacciare lontano da te ogni potenza nemica.
“Con la seconda Ave Maria ti rivolgerai al Figlio di Dio che, nella sua inscrutabile sapienza, mi dotò di una tale pienezza di scienza e di intelligenza che godo della santissima Trinità con una conoscenza superiore a quella di tutti i Santi. Tu gli domanderai pure che, per questo splendore per cui divenni un sole tanto radioso da illuminare il cielo intero, io riempia l'anima tua, nell'ora della tua morte, dei lumi della fede e della scienza,dimodochè tu sii libera da ogni ignoranza e da ogni errore.
Con la terza, ti rivolgerai allo Spirito Santo, il quale inondandomi del suo amore mi diede tale un'abbondanza di dolcezza, di bontà e di tenerezza che Dio solo ne possiede più di me, e gli domanderai ch'io ti sia presente nell'ora della tua morte, per diffondere nell'anima tua la soavità del divino amore. Così potrai trionfare dei dolori e dell’amarezza della morte, a segno che li vedrai cambiati in dolcezza e allegrezza”.

Una volta dopo aver letto il Vangelo Stabat juxta crucem, quella divota Vergine in un trasporto di amore, disse al Signore: “Raccomandatemi, o Signore, alla Madre vostra come a lei raccomandaste Giovanni il vostro prediletto”.
Tosto il Signore; assecondando un tal desiderio, la rimise nelle mani di sua Madre dicendo: “Vi affido quest'anima, o Madre mia, come vi affiderei le piaghe mie. Se mi vedeste davanti a voi giacente e ferito, vorreste certo curarmi e guarirmi: così, sollecitamente confortate e consolate quest'anima in tutte le sue pene. A voi l'affido come prezzo - di me stesso, affinché vi ricordiate quanto mi sia preziosa, poiché per suo amore non dubitai di sottopormi alla morte. Ve la raccomando come l'oggetto nel quale ho posto tutte le delizie del mio Cuore, poiché: Le mie delizie sono di stare coi figli degli uomini”.
L'anima disse allora: “O Signore, non vorrete Voi usare lo stesso favore a tutti quelli che vi desiderano?” Egli rispose: “Sì, perché non fa distinzione di persone”.


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