PARTE TERZA (2)

Beata Elisabetta Canori Mora

PARTE TERZA (2)
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62 – RIPARARE IL DANNO ETERNO DI TANTE ANIME

Il giorno 8 dicembre 1821, festa dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima sempre Vergine, nella santa Comunione, dopo aver ricevuto questo divino sacramento eucaristico, questo celeste pane di vita eterna, con profonda umiltà e con sincero affetto mi riconoscevo indegnissima di sì alto favore. Ero profondata nel proprio mio nulla, tutta intenta a piangere le gravi mie colpe e le enormi mie ingratitudini.

Io dicevo: tanto ingrata verso Dio e Dio tanto liberale e benefico verso di me. A confronto così dissonante si struggeva il mio cuore in lacrime d’amore, di gratitudine e di dolore per averlo tante volte offeso. Con fermo proposito promettevo al mio Dio di amarlo e servirlo con ogni fedeltà e con tutta l’ampiezza del mio povero cuore e con tutta l’estensione dell’anima mia.

Nel tempo che stavo così concentrata e che l’anima mia si deliziava con il suo Dio sacramentato, tenendolo nel mio petto lo stringevo al cuore con sommo affetto e mi compiacevo di offrirgli tutta me stessa senza intervallo, senza riserva. Nel tempo dunque che mi trattenevo in santi colloqui con il mio Dio, tutti diretti alla mia eterna salute, mi sento dire nell’intimo dell’anima: «Mira, o figlia, quanto è disprezzato il mio amore da questi uomini ingrati!». Volgo lo sguardo e vedo ad un tratto tutta le iniquità che inondano la terra, tutte le indignazioni che si commettono contro l’infinita maestà di Dio. Oh come restò la povera anima mia addolorata ed afflitta, che si annientò nel proprio suo nulla confondendosi altamente per vedere tanto offeso ed oltraggiato Dio. Tutte queste indignazioni io le vedevo molto da lontano, ma bene distinguevo un immenso popolo che, dato in preda alla dissolutezza e ad ogni sorta di iniquità, correvano tutti dietro alle loro passioni pervertendo le massime del santo Evangelo, mettendosi sotto i piedi la santa legge di Dio e i suoi santi comandamenti, calcandoli con sommo disprezzo e con orgoglio ben grande.

Vedevo Dio sdegnato per questo che, a mano armata, voleva punire la loro baldanza e la loro temerarietà e sfrontatezza. Mosso Dio dal suo giustissimo furore, con colpo di spada tagliente voleva nel mondo scaricare il funesto colpo dell’irritato suo sdegno col far piombare sopra questi temerari un severo castigo.

Aveva già misurato il colpo, quando la povera anima mia, spettatrice di questo funesto fatto, accesa di carità verso il mio prossimo, mossa dalla compassione, per non vedere una simile strage, piena di spavento e di terrore insieme, per vedere Dio sdegnato, ciò nonostante la fraterna carità vinse il grave mio timore. Spiccai quasi un rapido volo e mi presentai avanti al mio Dio, e con umilissima preghiera e profondissimo rispetto mi presentai genuflessa al suo augustissimo trono, il quale mi abbagliava la vista per la sua immensità, e così lo pregai: «Mio Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, abbiate pietà di noi, miseri peccatori. Protector noster, aspice, Deus, respice in faciem Christi tui. Mio Dio, Padre delle divine misericordie, non ci abbandonate al furore della vostra inesorabile giustizia, noi meritiamo il flagello, è vero, per la nostra iniquità, ma vi prego di ricordarvi che Gesù Cristo è morto in croce per noi».

62.1. Placai lo sdegno di Dio


Con queste ed altre simili parole terminavo la mia preghiera. Sopraffatta dalla fiducia negli infiniti meriti di Gesù Cristo, con santo ardire mi approssimavo a Dio, e ritenni il colpo già vibrato dalla mano onnipotente di Dio. Sospeso che ebbi il funesto colpo, mi prostrai ai suoi santissimi piedi. «Eccomi», gli dissi, «o mio Dio, Padre del mio Signore Gesù Cristo, eccomi prostrata avanti a voi, disponete di me come più vi aggrada, prendete sopra di me qualunque soddisfazione, ma placate il vostro giustissimo sdegno. Non castigate, non condannate questi uomini miserabili all’eterna morte, ma usategli misericordia. Vi prego di ricordarvi la preghiera che vi fece il vostro santissimo figliolo sopra la croce, che vi disse: Padre, perdona questi miserabili, che non sanno quello che fanno. Anche io, da miserabile peccatrice come sono, unita agli infiniti meriti di Gesù Cristo, vi dico: Pater dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt».

Con questi ed altri termini ed amorose espressioni placai lo sdegno di Dio, che si degnò sospendere un colpo così fatale e lacrimevole, mentre questo castigo che aveva vibrato Dio nel mondo, per molti abitanti di esso, non sarebbe stato solo temporale, ma sarebbe stato eterno. Motivo per cui il povero mio spirito ne ebbe tanta compassione, che in quel momento, per impedirlo, mi sarei fatta straziare dai più crudeli tormenti, senza più avere alcun riguardo di me stessa né al mio proprio interesse spirituale, per riparare il danno eterno di tante povere anime, che a migliaia sarebbero piombate all’inferno.

Quando tornai nei propri sensi, ricordai che il mio padre spirituale mi aveva comandato di non fare più offerte di patire senza il suo permesso. Mi trovai molto afflitta, dubitando di aver mancato alla santa obbedienza. Mi portai subito dal lodato mio padre spirituale, e piangendo gli feci il suddetto racconto, e gli dissi che in quel momento non ricordai l’obbedienza che mi aveva imposto, mentre il mio spirito era restato tanto sopraffatto dalla carità, e per non vedere tante anime eternamente perdute, io mi ero offerta di patire, per placare la divina giustizia, unendo la mia povera offerta a quella che fece Gesù Cristo Signore nostro sopra l’albero della croce.

A suo esempio il mio spirito è stato portato dalla sua carità a farmi fare questo sacrificio. In quel funestissimo momento non potei fare a meno di offrirmi, perciò le domando perdono, scusa se non l’ho obbedito.

«Figlia», mi rispose il suddetto padre, «non vi affliggete per questo, Dio come padrone vi ha fatto una sorpresa. State quieta che non avete disobbedito, perché conosco bene che vi deve essere in quel momento mancato il tempo alla riflessione. Dio vede il mio cuore, sa perché vi ho fatto questo comando. Io altro non desidero che voi facciate in tutto e per tutto la sua santissima volontà. Questi sono i miei sentimenti, state quieta e contenta».

Le sue parole molto mi consolarono e restò quieto e contento il mio spirito, ma la povera mia umanità di questa offerta ne sentiva tutto il peso, tutto l’aggravio, rappresentandomisi alla mente gli acerbi patimenti sofferti nelle altre due forti sanguinose battaglie, già sostenute con la potestà delle tenebre, e i molteplici supplizi che mi avevano fatto patire con tanta crudeltà e strazio, che mi credevo certamente di finire la vita.

62.2. Scusatemi, mio Dio!


Tutte queste riflessioni mi recavano un timore ben grande; dubitando della mia debolezza, dicevo fra me stessa: chissà se reggo la diabolica malizia, chissà che io non tradisca il mio Dio con l’arrendermi alle loro diaboliche suggestioni, o come farò mai? Piena di mestizia e di timore mi rivolsi al mio Dio e gli dissi: «Mio caro Padre, degnatevi di non abbandonare una povera vostra figlia, che in voi confida, in voi spera. Mi sono offerta a voi, è vero, per amore dei miei fratelli, che voi mi avete comandato di amare come me stessa. Se mi sono ardita levarvi il flagello dalla mano, spero di non essermi opposta al vostro divino volere, mentre io con le mie deboli forze non avrei al certo potuto fare la minima resistenza al vostro onnipotente braccio. E come potevo io fare a voi, mio onnipotente Signore, una simile resistenza? Io che sono un nulla? E che per i miei gravissimi peccati merito ogni momento di essere sepolta viva nell’inferno! Credo certamente che la vostra infinita bontà e misericordia abbia voluto trionfare sopra la mia viltà e debolezza; dunque, mio amorosissimo Dio, non vi sdegnate contro di me per la resistenza fattavi, mentre mi protesto che altro non voglio, altro non bramo che l’adempimento perfetto della vostra santissima volontà, unicamente a voi voglio piacere, in tutti i momenti della mia vita. Ah, Gesù mio amabilissimo, io mi rivolgo a voi, proteggetemi, difendetemi, ditemi se io sono in grazia vostra, se voi mi soccorrerete in tutti i miei bisogni. Ah, non mi abbandonate, per carità, al furore della divina giustizia, che vuole da me soddisfazione, quale soddisfazione le potrò dare io, che sono tanto scellerata e tanto peccatrice? Io, verme della terra, ho disarmato il suo braccio onnipotente. Ah Gesù mio, io mi confondo! Mi sono offerta a sostenere il suo sdegno, come farò io a sostenerlo? Dove mi nasconderò per non essere perseguitata dal suo giusto furore? Aiutatemi Gesù mio, aiutatemi per carità. Nascondetemi nella piaga amorosa del vostro sacratissimo costato. Intra vulnera tua absconde me, et ne permittas me separari a te. Ab oste maligno defende me».

62.3. Tu sei per me spada, scettro e corona


Fatta la suddetta preghiera, dette queste ultime parole, con viva fede, speranza e amore ardente, con profluvio di lacrime che a larga copia dagli occhi versavo, parte per il grave timore di vedermi perseguitata dalla divina giustizia, parte per il grande amore che sentivo verso Dio, compiacendomi di essere ancora da lui perseguitata, per dargli piacere, e così soddisfare pienamente la sua santissima volontà.

Piangevo ancora per vedermi assicurata nel cuore amorosissimo di Gesù Cristo, in questa piaga santissima l’anima mia si abbandonò, godendo una perfetta calma si sopì tutta in Dio, e dolcemente riposò nella speranza, nella fiducia che le comunicava il medesimo Dio.

Dopo essermi così dolcemente riposata ed insieme ricreata nell’amor santo di Dio, se ne stava il mio spirito in una perfetta tranquillità, godendo un intimo raccoglimento di tutte e tre le potenze dell’anima le quali stavano in perfetto silenzio tutte riposate ed intimamente unite in Dio; mentre stavo in questo perfetto e dolce riposo, così mi parlò Dio, a mia confusione ben grande, ecco le sue parole che per obbedienza le scrivo, profondata nel proprio mio nulla. «Figlia», mi disse, «diletta mia, amica mia, sposa mia, riposa in pace, non temere il furor dei tuoi nemici, chi ti potrà nuocere, chi ti potrà sovrastare, se io sono con te? Tu sei spada al mio fianco, sei scettro nella mia mano, sei corona nel mio capo...» A queste misteriose parole, si destò il mio spirito, senza però alterare la pace e la tranquillità che godeva, più col sentimento del cuore e con l’affetto dell’anima andavo nella mia mente considerando e contemplando le suddette misteriose parole.

«Mio Dio», diceva, «verità infallibile, come? io spada al vostro fianco, io scettro nella vostra mano, io corona nel vostro santissimo capo?». E con lacrime abbondantissime, mi umiliavo profondamente: «Mio Dio, io che sono la più indegna peccatrice che abita la terra e non merito che dal vostro augusto trono gettiate neppure un’occhiata sopra di me?». E piangendo dirottamente, mi trovai molto umiliata e mortificata, perché non distinguevo il senso delle suddette misteriose parole; ma un raggio di eterna luce rischiarò la mia mente e mi fece bene intendere il significato delle misteriose parole; e così tutta mi consolai ed ecco il sentimento che ne ebbi: «Le parole che udisti non tendono che alla mia gloria, mia diletta figlia, non ti rammaricare in te stessa, tu dubiti di troppo inoltrarti, hai ragione, l’umile tuo sentimento mi dà piacere, ma il tuo soverchio timore nasce perché non sai interpretare il giusto senso delle mie parole, ma riflettile bene, perché per mezzo della mia grazia, nel giusto senso le comprenderai».

E difatti così fu. Conobbi chiaramente che la spada a nulla vale per se stessa, se non quando è impugnata da una mano guerriera, che la sappia adoperare; uno scettro a cosa serve? solo si stima in mano di un potente sovrano; cos’è per se stessa una corona, nobilitata viene allor quando il sovrano lascia che cinga il suo capo regio o imperiale; sicché vengono questi ornamenti medesimi a nobilitarsi, ad ingrandirsi, per la nobiltà del personaggio che si degna di usarli.

Persuasa di questa verità, mi compiacqui altamente in Dio e nella medesima sua grandezza, compiacendomi e sprofondandomi nella mia bassezza, confessando con straordinario giubilo di essere un nulla dinanzi al cospetto di Dio, come ancora al cospetto del cielo e della terra, e di tutti gli uomini. Qual consolazione rechi alla povera anima mia la cognizione di questa verità, non mi è certo possibile poterlo spiegare, perché l’anima allora si trova nella vera sua proprietà e vera cognizione quando con giustizia conosce e confessa essere un vero nulla, e così viene a rendere tutto l’onore e la gloria all’immenso, all’incomprensibile Dio, per il quale la povera anima mia si strugge d’amore in lacrime per la compiacenza di conoscere il bene sommo che è Dio e in Dio.

Dal giorno 8 dicembre 1821 fino al giorno 23 del medesimo mese, il mio povero spirito l’ha passati in gravi patimenti ed affannose pene; ma queste medesime pene erano alleggerite dai conforti che mi venivano, di tratto in tratto, somministrati dalla grazia del Signore, specialmente nella quotidiana santa Comunione, assicurandomi Dio della sua speciale protezione e del suo aiuto, in tutti i miei travagli ad afflizioni di spirito di cui ne andava ricolmo. Così restava consolato e fortificato il mio spirito in tante e sì acerbe pene.

62.4. Dio mi si fece vedere sotto forma di Bambino


Il dì 25 dicembre 1821, vigilia del santo Natale, Dio si degnò di ricreare il mio spirito, ad un tratto sollevarlo da tutte le pene che aveva sofferto negli scorsi giorni, riempiendolo di gaudio celeste, facendomi godere un bene di paradiso, mi si fece vedere sotto la forma di Bambinello, tutto raggiante di splendida luce.

A vista così mirabile e divina, quanto mai restasse la povera anima mia sopraffatta da tanto splendore divino, io non so spiegarlo, quali fossero i miei accenti, quali fossero le mie parole non saprei dirlo, quali fossero gli affetti del povero mio cuore non so di certo rintracciarli, quali e quanti fossero i devoti miei sentimenti verso Dio, non so di certo manifestarlo. Mi umiliai, mi sprofondai nel proprio mio nulla, mi prostrai genuflessa ai suoi piedi, e in spirito e verità tutta al divino infante mi consacrai, tutta a Gesù Bambino mi donai, godendo di una vista sì amabile e cara, mi scordai affatto di tutte le miserie di questo basso mondo e di tutti gli abitanti di esso.

Godevo un vero paradiso di contento, che comunicato mi veniva da quella luce inaccessibile e divina. Quando godevo di questo grande bene inarrabile ed incomprensibile, fui sopraffatta da un santo timore di perderlo, ricordandomi di essere ancora viatrice su questa misera terra ed in pericolo di perdere questo gran bene, e perderlo ancora per sempre.

A questa riflessione qual fosse la pena mia a Dio solo è nota, mentre io non la so esprimere; una dirotta pioggia di lacrime dagli occhi versai, dalla pena che con affannosi sospiri, mi rivolsi al mio Bambinello Signore e gli dissi: «O Gesù mio, chi mi assicura di possedermi per sempre? Voi solo potete darmi questa sicurezza! Ah non tardate più di assicurare il mio povero cuore, voi ben conoscete quanto grande è la pena mia, ah, Gesù caro, vi prego, per l’amore che mi dimostrate nel vostro santo Natale, di darmi la sicurezza che io per sempre vi amerò, sì che vi voglio amare e amare per sempre, e per tutta l’interminabile eternità. Questa grazia la voglio, Gesù mio, non me la negate per carità, perché voi mi vedrete morire ai vostri santissimi piedi, per il grande desiderio che io sento di amarvi».

Con queste ed altre simili espressioni il mio povero cuore era tutto infiammato di santa carità, e così acceso del santo amore di Dio, che più non poteva contenerlo. Ero fuori di me stessa, ed in questa situazione andavo ripetendo: «Gesù mio, datemi la sicurezza di amarvi e di amarvi in eterno. E se per mia somma disgrazia non vi avessi ad amare per l’eternità, vi prego, vi supplico di levarmi la vita in questo momento che per pura vostra misericordia la povera anima mia vi ama e vi ama di cuore. Voi lo vedete, voi lo sapete se in questo momento vi amo! Vi prego di aver pietà del mio cuore, che già per il passato feriste del vostro santo amore».

Fatte queste espressioni, non potendo più reggere, né contenere l’amore e la santa carità che faceva dolce strazio del mio povero cuore, mi abbandonai in braccio del medesimo amore, acciocché facesse dolce scempio di me.

62.5. Ho scolpito nel tuo cuore il mio nome


In questo tempo fui rapita da dolcissimo sonno, e l’anima mia godeva una perfetta quiete di soavità ripiena; in questo tempo che dolcemente riposavo, tornai a vedere il divino infante, il mio caro Gesù, che nelle sue mani divine teneva il mio cuore. Scolpito in esso cuore vedevo a caratteri d’oro ed indelebili il nome santissimo di Gesù e sentivo dirmi: «Vivi sicura che, mi amerai, e mi amerai per sempre, ho scolpito nel tuo cuore il mio nome, non potrai dimenticarlo giammai».

Queste amorose parole furono per me di tanta consolazione, che restai pienamente contenta, rendendo infinite grazie al Signore, che si fosse per sua infinita bontà compiaciuto di appagare le ardenti mie brame, umiliandomi profondamente per la grazia ricevuta riconoscendomi affatto indegna, resi le dovute grazie al Signore.

Il giorno 27 dicembre 1821, avevo passato questi tre giorni in una perfetta quiete e in una pace di paradiso, godendo nell’anima una dolcezza tutta spirituale, mi sentivo tutta trasportata dal santo amore di Dio, non avendo altro pensiero che perfezionare la mia povera anima, per renderla così grata al suo amorosissimo Dio.

63 – ALLA SOMMITÀ DELLA GLORIA DI DIO


63.1. Comunioni sacrileghe

Mi portai in questa medesima giornata del 27 dal mio padre spirituale, il quale mi domandò come avevo passato la notte del santo Natale, e mi obbligò di manifestargli quanto mi era accaduto nello spirito. Io, per obbedienza, gli comunicai il surriferito fatto, il medesimo mi domandò se mi ero ricordata di raccomandare i poveri peccatori, io gli risposi: «Padre mio, mi sono dimenticata, in quei momenti, affatto di tutti; ho perfino dimenticato che gli uomini, che vivono in questo mondo, fossero capaci di offendere Dio, mentre in quei momenti altro non conoscevo che amore».

Il suddetto padre mi gridò e mi disse: «Così voi amate il vostro prossimo, che ve ne siete dimenticata? Io», mi disse, «vi comando di fare per i peccatori una forte preghiera al Signore, acciocché li illumini».

Con umile sommissione gli risposi che avrei fatto quanto mi comandava, e che da miserabile peccatrice, avrei fatto subito, per questi, la preghiera. Difatti, all’istante, mi portai in una chiesa, dove si celebrava la messa cantata, e pregai il Signore per i poveri peccatori, come mi aveva comandato il mio padre spirituale. Fatta la preghiera, così sento dirmi: «Mira, o figlia, come viene oltraggiato il mio amore da questi uomini ingrati, che sacrilegamente hanno la temerarietà di ricevermi, non per ossequiarmi, ma per dileggiarmi».

E difatti, fisso l’interno sguardo, e vedo, con somma mia pena ed orrore, tanti uomini con la bocca aperta e molto spalancata, con un palmo di lingua fuori della bocca, con i capelli dritti, con gli occhi stravolti e spaventati, a guisa di spiritati, sopra la loro lingua avevano l’impressione della sacrosanta particola, il loro aspetto era tanto spaventevole e brutto che faceva orrore; a questa vista così funesta, io ebbi proprio a morire dalla pena e dallo spavento, che mi cagionò un male tanto grande nell’anima e nel corpo, che credevo di morire in chiesa; ma, per misericordia di Dio, dopo qualche poco di tempo, potei tornare alla mia casa, accompagnata da una delle mie figlie, che si credeva di non potermici condurre, perché parevo un cadavere, per il gran male che avevo sofferto.

Il resto della giornata lo passai un poco in piedi, e un poco sopra il letto, non potendo reggere la grave afflizione e travaglio di spirito, al riflesso delle tante e gravi offese che riceve il Signore da tanti uomini ingrati.

Tre giorni restò afflitto il mio spirito e cagionevole ancora il mio corpo per questo fatto, ma poi il Signore, per sua infinita bontà, tornò a dare la calma e la pace al mio spirito, col dissipare questa funesta vista, così cessò la grave mia afflizione. E così potei iniziare il nuovo anno 1822 in somma tranquillità di spirito, non avendo altro pensiero che di perfezionare la povera anima mia con l’acquisto delle sante virtù, non avendo altro desiderio che di prepararmi alla morte. Bramando di lasciare questa spoglia mortale, il mio spirito altro non cerca che di tornare al suo principio e al suo fine, che è Dio: questo desiderio mi fa perdere ogni altro pensiero, e ogni altro qualunque desiderio. Mi pare propriamente di vivere in questo mondo in un duro esilio, mi pare di essere fuori del mio centro, altro non desidero che di terminare i miei giorni nella pace del Signore, per potermene tornare donde ne ebbi origine.

Ah, sì, al mio Dio, per poterlo amare e incessantemente ringraziare e benedire per tutta l’interminabile eternità, affidata alla sua divina grazia e nei suoi infiniti meriti.

63.2. Sentimenti dopo la comunione

Il dì 6 gennaio 1822, dopo la santa Comunione, si raccolse e tutto si concentrò il mio spirito, alla considerazione di aver ricevuto un Dio d’infinita maestà, tutta in se stessa si annientava la povera anima mia, e sprofondata nel proprio suo nulla, si umiliava profondamente davanti al suo Signore sacramentato, stringendolo amorosamente nel mio petto, versando grande copia di lacrime d’amore e di tenerezza, alla riflessione che un Dio d’infinita maestà non avesse orrore di trattenersi con un’anima tanto miserabile e peccatrice come è la mia.

63.3. Il tempio della mia anima

Nel tempo che ero sopraffatta dallo stupore, alla considerazione dell’infinita bontà di Dio, che mi arrossiva e confondeva per la mia grande viltà e scelleratezza, sentivo ancora grandissima pena che un Dio d’infinita maestà si trattenesse in luogo tanto vile ed abbietto, quanto è la povera anima mia.

Il mio Dio, per sua infinita bontà, si degnò di sollevarmi da questo profondo annientamento, che mi recava tanta pena e tanta afflizione. Così si degnò Dio di parlare alla povera anima mia, che stava gemendo fra mille affanni e pene: «Figlia», mi disse Dio, «figlia amata, figlia, solleva la tua mente, rallegrati con l’infinita mia bontà. Dà uno sguardo all’anima tua: io l’ho formata mio tempio, mia abitazione, osserva, quale edificio io la formai». A queste parole, fisso lo sguardo della mente e vedo un tempio, un edificio così bello, che io non ho termini per poterlo spiegare, non so se tempio o edificio possa chiamarsi cosa così bella, che con parole non si può spiegare, io la chiamerò opera grande della mano onnipotente di Dio, procurerò, per mezzo della grazia del Signore, di fare di questo edificio che io vidi, la descrizione, alla meglio che potrò, ma conosco bene che mi mancano i giusti termini per poterlo indiziare.

Questo era un fabbricato quadrato ed insieme rotondo, dentro il quale vi erano innalzate e stabilite preziose colonne, di una pietra tanto bella che io non saprei a qual pietra assomigliarla. Erano queste colonne nel numero di dodici, erano così ben disposte in simmetria, che io restai incantata nel rimirarle; il cornicione di questo fabbricato era tanto bello che non so descriverlo. La sommità di questo non aveva soffitto, ma era tutto aperto che si vedeva il cielo in molta vicinanza. Ma il più bello, il più nobile, il più vago ed amabile che vi era in questo luogo era Dio medesimo che, con grande magnificenza, si tratteneva nel mezzo del suddetto tempio, nella cui sommità se ne stava assiso sopra la sua gloria, sostenendosi senza alcun punto di appoggio.

Qual meraviglia, quale stupore, quale contento arrecò al mio cuore, vedere il mio Dio assiso sopra la sua gloria, nel mezzo del tempio, sostenendosi da se stesso, con la sua onnipotenza. Ben si avvide Dio dello stupore che ne aveva concepito il mio spirito restato estatico nel vedere tanta magnificenza: «Non ti stupire, o figlia», mi disse Dio io non ho bisogno di un sostegno, né di punto di appoggio; ma io sono il sostegno stesso!».

A queste parole, illuminato il mio spirito da questa verità, mi umiliai profondamente e, con grande copia di lacrime, confessai la mia grande ignoranza.

Una moltitudine si santi angeli si trattenevano ai piedi di quelle colonne, stavano tutti genuflessi, con sommo rispetto e riverenza, lodando e benedicendo Dio, mostrando insieme la loro ammirazione nel vedere l’opera del Signore. Il mio spirito, non meno di questi spiriti celesti, si annientava e umiliava profondamente, sopraffatto da tanta magnificenza, sentivo un amore grande verso il mio Dio e insieme di dolore, per averlo offeso.

Nel tempo che mi struggevo in lacrime, per i santi affetti che uniti insieme facevano prova di levarmi la vita in ossequio al mio Dio, io non so come fosse, né saprei certamente ridirlo, stando in questi umili ossequi e profondo abbassamento di tutta me stessa, mi trovai alla sommità della gloria di Dio, ai suoi piedi santissimi, sotto la forma di tenera agnelletta. Da qual timore fui sopraffatta nel vedermi tanto vicina al mio Dio, che piena di santo timore mi nascondevo fra gli splendori della sua medesima gloria, per non essere da Dio, né dai santi angeli, osservata, tanto era il mio abbassamento, annientamento e propria cognizione, che in mezzo a tanta magnificenza altamente mi confondevo e profondamente mi umiliavo; ma come questo favore non bastasse a dimostrarmi l’amore che mi porta Dio, benché io ne sia tanto indegna ed immeritevole, volle per eccesso della sua infinita bontà, volle farmi un altro favore, ed è che, presa nelle sue santissime braccia la piccola agnelletta, la strinse amorosamente al castissimo suo seno, dopo averla così teneramente abbracciata, la bendò con le sue mani e la condusse con lui, portandola nelle sue santissime braccia, le fece trapassare i cieli, io niente vedevo, per essere così bendata nell’intelletto, ma godevo un bene nell’anima tutto proprio di paradiso, una profonda umiltà, una semplicità di spirito, una purità di mente, un’ardente carità verso il mio Dio, che non ho termini per poterlo spiegare.

Si degnò Dio di attingere l’agnelletta in certe preziose acque e di propria mano lavarla, e poi condurmi in altro soggiorno, così mi disse: «Figlia, ringrazia l’infinito mio amore che gratuitamente in questo giorno ti fa degna di sì alto favore, sappi che ti degno di passare ad un alto grado di perfezione».

63.4. Così per nove giorni, poi…

Si trattenne la povera anima mia in questo felice soggiorno nove giornate, godendo un bene tutto spirituale e santo, benché dell’amenità di questo bellissimo luogo io non ne godevo che i soli buoni effetti, per essere stata da Dio bendata nell’intelletto, perciò mi mancava la vista e la cognizione di vedere e speculare l’amenità di questo amenissimo luogo, ma questo non privava l’anima mia di goderne in se stessa i buoni effetti di un puro e santo amore, tutta mi struggevo in santi affetti verso l’amoroso mio Signore, riconoscendomi indegnissima di questi eccelsi favori, passati i suddetti nove giorni, essendo il giorno 26 gennaio 1822. Mancarono alla povera anima i buoni effetti che fino ad allora aveva goduto, e fui sopraffatta da una penosissima desolazione di spirito, il mio intelletto fu oscurato da tenebre densissime, che più non sapevo dove fossi, né dove mi trovassi; mi pareva di aver perduto il mio Dio, piangevo, mi affliggevo, facevo al mio Dio umile ricorso, ma questo non bastava, perché non si faceva da me ritrovare, andava ogni giorno più crescendo a dismisura la mia pena, aggiungendosi a questa pena un grande timore di perdere il mio Dio, e perderlo per sempre. Questo timore era la mia pena maggiore, che mi portava quasi ad agonizzare, e rendeva l’anima all’ultima desolazione. In questo stato di grave afflizione, si giungeva un altro timore, mi pareva che il demonio mi avesse tramato una forte insidia, per la quale dubitavo di essere vittima di questo nemico con l’acconsentire alle sue perverse suggestioni, in questa maniera mi andavo struggendo e consumandomi nell’afflizione, dubitando ogni momento di fare qualche grave offesa al mio Dio, in questo stato di cose altro non facevo che ricorrere umilmente a Dio, trattenendomi lungamente in orazioni, sebbene queste orazioni erano ripiene di affanni e di amarezze; perché, se mi trattenevo a considerare l’infinita bontà di Dio, vieppiù mi affliggevo al riflesso della mia grande ingratitudine; se meditavo la passione di Gesù Cristo, questa mi rimproverava la mia cattiva corrispondenza, sicché mi pareva sempre di essere perseguitata giustamente dalla divina giustizia.

Oltre a ciò altri affanni e pene che mi facevano propriamente agonizzare, si aggiungeva a queste pene un grandissimo desiderio di possedere Dio e possederlo per sempre. Io lo speravo negli infiniti meriti di Gesù Cristo, ma dicevo a me stessa: «Anima mia, e chi ti assicura di corrispondere alla grazia, senza la quale corrispondenza non puoi certamente salvarti? Osserva quanto già ne abusasti, a quante grazie tu non hai corrisposto! E potrà Dio più soffrire tanto eccesso di tua ingratitudine? Sarà obbligato di certo a condannarti all’inferno per tutta l’eternità».

A tutti questi riflessi, qual funesto quadro mi si presentava alla mente, non è spiegabile, tutte le ingratitudini usate verso il mio Dio facevano prova di levarmi la vita. Per l’eccessivo dolore piangevo dirottamente le mie ingratitudini, le detestavo di vero cuore e con proposito fermo e stabile promettevo di non dare a Dio mai più il minimo disgusto; ma tutto questo non giovava a rendere contento il mio cuore, mesto e dolente, che, sopraffatto da una profonda mestizia, dubitava ogni momento di fare qualche grave offesa a Dio.

Esaminavo rigorosamente la mia coscienza, e non trovavo alcuna cosa che mi gravava, mentre dei peccati, dopo averli confessati nella sacramentale confessione, trovavo di averli sempre pianti e detestati di vero cuore con vero proposito di morire mille volte, che tornare ad offendere Dio; cercavo ancora quali fossero i miei desideri, e trovavo che non sono che di piacere al mio Dio e di adempire, in tutti i momenti della mia vita, la sua santissima volontà, vivendo tutta abbandonata al suo divino beneplacito, questi erano nelle mie orazioni i sentimenti più frequenti e venivano da me ratificati nella giornata con molta frequenza.

Eppure, chi lo crederebbe? il mio povero spirito non ne trovava alcun sollievo, trovava solo pene, afflizioni, travagli e angustie.

63.5. Così Dio parlò alla sua «agnella»

Cosicché dal dì 16 gennaio 1822 fino al primo febbraio del medesimo anno, vale a dire 15 giorni, stette in questa desolazione il mio spirito; il giorno 2, festa della purificazione di Maria Vergine santissima, Dio si degnò di sollevarmi da questa gravissima angustia, col compartirmi un favore celeste che tranquillizzò in un momento il mio povero spirito, afflitto e desolato.

Dopo la santa Comunione, si concentrò il mio spirito, e fu ad un tratto tutto assorto in Dio, in questo tempo, mi trovai in un luogo quanto mai bello e delizioso, che io non so descrivere la sua bellezza, in questo luogo vedevo Dio che si compiaceva e deliziava con la povera anima mia, che sotto la forma di agnelletta tornai a rivedere.

Questa la vedevo tutta risplendente e bella, al collo teneva legata una leggera catena d’oro intarsiata di gemme preziose d’infinito valore. Dio si degnava di tenerla presso di sé, per mezzo di questo nobile e prezioso legame, a sé l’univa, appresso di sé la conduceva, compiacendosi di vederla tanto vicina a lui. Così Dio prese a parlare con la sua agnella: «Rallegrati, o mia diletta, allontana da te il soverchio timore, non vedi che con vincolo indissolubile sei unita a me, non potranno giammai i tuoi nemici separarti da me; vivi sicura. amami con fedeltà: ché il tuo amore saprò abbondantemente premiare nel tempo e nell’eternità».

A queste amorose parole la povera anima mia si annientò in se stessa, e con lacrime abbondantissime, proruppe in accenti di amore ardentissimo verso il suo buon Dio e di umiltà profondissima, confessando la propria miseria e la propria viltà. Attribuendo questo speciale favore all’infinita bontà di Dio, riconoscendomi affatto indegna delle sue divine misericordie.

Per tre giorni restò impresso nella mia mente questo favore ricevuto da Dio, e nell’anima ne godetti i buoni effetti. In questi tre giorni, nella santa Comunione, tornavo a vedere la stessa cosa, che Dio, per sua bontà, teneva l’anima mia al suo fianco sotto la forma di agnella, la quale vedevo che in quel luogo vagava di qua e di là, per godere l’amenità del delizioso luogo in cui si trovava. La vedevo sempre fissa, rimirando il suo divino pastore, per timore di perderlo di vista e per non privarsi del piacere che sentiva nell’anima di godere la sua amabile presenza, che nel cuore mi destava un amore puro e santo che allontanava ogni desiderio, ogni pensiero mondano e sensibile; questi tre giorni li passai tutta assorta in Dio.

63.6. Persi di vista il mio Dio

Passati i tre giorni, perdetti la vista del mio Dio, niente più vidi, niente più capivo della situazione dell’anima mia. Oh Dio, qual pena! Non è esprimibile! Ecco, tutto ad un tratto, si trovò il mio spirito in folte tenebre, in questa penosa sottrazione, con somma premura andavo cercando il divino mio pastore, fra gemiti e pianti, affannosi sospiri. Andavo fra selve, monti e boschi, raminga cercando il mio amato pastore; ma, per quante diligenze facessi, non lo potevo rintracciare, mi affliggevo, amaramente piangevo, per avere così rapidamente perduto il mio amato tesoro. Dubitavo di aver dato a lui qualche disgusto, piangevo dirottamente, rimproverando me stessa per averlo perduto di vista, ne incolpavo la mia negligenza, la mia cattiva corrispondenza. Ah sì, a questa ne davo la colpa: «Avete ragione», dicevo, «avete ragione, o mio Dio, di abbandonarmi! Confesso umiliata la mia ingratitudine. Deh, Gesù mio, perdonatemi per carità, prendetevi qualunque soddisfazione, castigatemi come volete, ma fatevi dalla povera anima mia trovare. Io non reggo senza vedervi. Io ho perduto l’intima vostra presenza, per carità scopritevi al mio intelletto. Ditemi dove siete nascosto. Dove siete andato tanto lontano da me».

Con una canzoncina amorosa, sfogavo il mio dolore, ne pongo qui varie strofette:

Piango, né può giammai finire il pianto mio, finché il mio caro Dio, non giungo a ritrovar. Dove, mio ben, tu sei?Ove da me ne andaste lontano, e mi lasciasti misera senza te. Dove mi porto, o guardo, orrore io vedo e sento, tutto mi fa spavento, tutto mi è pene e dolore, mi strazia e non mi uccide, spietata ognor la morte e chiuse ohimè le porte, scampo non trovo più. E se per me non mai,vi fosse, o Dio, perdono, sappi che tua pur sono e sempre tua sarò. Ti amo, sebben mi vedo nemica agli occhi tuoi, fuggimi quanto vuoi, sempre ti seguirò.

63.7. Breve riposo per il mio spirito

Fatte queste ed altre simili esclamazioni, mi davo in preda al dolore, acciò facesse crudo scempio di me; in questa afflittissima situazione, si trovò il mio spirito per lo spazio di nove giornate, cioè dal giorno 6 febbraio 1822 fino al dì 15 del suddetto mese. Furono per me, questi nove giorni, molto dolorosi, che non ho termini di poterlo spiegare. Ma vostra paternità reverendissima, molto bene sa e m’insegna, cosa mai sia questa sorta di patimenti spirituali, che si può dire per verità che a Dio solo sono noti, potendoli accrescere e diminuire a suo piacimento. Questi portano l’anima ad un patire sopra le proprie forze, essendo questo un patire fuori dai propri limiti, che non si può manifestare, e senza una grazia speciale e soprannaturale del Signore non si potrebbe reggere, ma si andrebbe a soccombere se non nell’anima almeno nel corpo. Passato il giorno nono di questi gravi patimenti, essendo propriamente derelitta del tutto, il Signore si degnò per la sua infinita bontà sollevarmi da queste pene.

Ero in orazioni nella mia cappella, circa le ore cinque della notte, vale a dire un’ora e mezza prima della mezzanotte, tutto d’un tratto Dio si degnò di sollevare il mio spirito, e per via di intelligenza mi diede a vedere il cammino che aveva fatto il mio spirito in quelle nove giornate di patimenti. Mi consolò col farmi vedere che era già terminato per me questo scabrosissimo cammino, e che era ormai giunta l’ora di dare al mio spirito, affaticato e stanco, un breve riposo. Come difatti seguì. Adesso, alla meglio che potrò, darò ragguaglio di quanto seguì nel mio spirito, e dei buoni effetti che sperimentai nell’anima. Mi accingo dunque a raccontare il fatto, alla maggior gloria di Dio, e per obbedire alla vostra paternità reverendissima, che mi ha comandato di scrivere, invoco l’aiuto dello Spirito Santo per potermi spiegare.

63.8. Un tesoro di immenso valore

Il dì 15 febbraio 1822, mi trattenevo in cappella ad orare, come già dissi, si sollevò ad un tratto il mio spirito e da perfetta quiete fui sopraffatta. In questo tempo vidi il mio spirito che stava in un’orrida foresta, tutta intralciata di montuosi boschi e solitarie selve, che il solo vedere luogo così deserto e afflittivo intimoriva il mio cuore. La maggior pena era sentirsi in quel solitario luogo, lo strepitio ed il ruggito di molti animali feroci le cui grida facevano terrore; questi animali feroci, io ben conoscevo, erano i miei spietati nemici, che tutti congiurati contro di me, cercavano a tutti i costi di spaventarmi, perché avessi retrocesso il cammino, e non mi fossi più inoltrata. In questo solitario luogo vedevo il mio spirito tremare, ramingo, negletto, vestito di bianca e rozza tonaca, nelle mani portava un tesoro di grande valore, che cercava con ogni diligenza di custodire e mettere in salvo, mentre i miei nemici cercavano di involarlo dalle mie mani: lo vedevo dunque tutta sollecitudine affrettarsi per il dritto sentiero, per rendere sicuro questo tesoro dalle mani dei nemici. Obbligato era il mio spirito di portarlo allo scoperto e nelle proprie mani, a vista dei propri nemici, senza poter loro occultare un tesoro di s’immenso valore. Questo mi pare che voglia significare, al mio sciocco parere, che 1’anima non può occultare ai suoi nemici di amare il suo tesoro che è Dio, deve dunque portarlo allo scoperto, che come nelle mani, a fronte dei suoi nemici, e dalle loro insidie, dove l’anima, in questo penoso cammino, fidarsi puramente di Dio e con frequente ricorso pregarlo di abbreviare questo penoso cammino, che se fosse più lungo, di certo, l’anima non potrebbe reggere e andrebbe a pericolo di morire, per i gravi patimenti che, senza una grazia speciale di Dio, non si può a questa sorta di patimenti sopravvivere. Vedevo dunque il mio spirito affaticato e stanco, per il laborioso viaggio che aveva già fatto. Era ancora tutto grondante di gelido sudore, per le pene sofferte, ciò nonostante, non curando la propria fatica, affrettava il passo, camminando con molta celerità teneva sempre fisso lo sguardo nel suo amato tesoro, dubitando ad ogni passo, che dai suoi nemici non gli venisse rapito.

63.9. La maggiore consolazione: vedere Dio

Ma buono fu per me, che Dio per sua bontà, mosso a compassione, dall’alto di un monte, poco distante, mi si fece vedere, applaudendo con somma gioia, il mio spirito, che tanto si fosse affaticato, per amor suo, mi diede a vedere che era già in salvo. Il resto del video che mi restava da fare era breve, e lo vedevo tutto scortato dagli angeli santi, i quali mi facevano coraggio a non aver timore dei miei nemici, mentre loro vigilavano alla custodia dell’anima mia. Erano in quel luogo per difendermi dalle insidie dei miei nemici. La cortese esibizione di queste milizie angeliche, l’impegno che mostrarono questi celesti personaggi di difendermi, e custodirmi dai miei nemici, questo fu per me di molta consolazione. Ma la maggiore mia consolazione fu di vedere Dio medesimo, tutto cinto di luce, che da quel monte scendeva con sommo giubilo, il quale si fece incontro alla povera anima mia per abbracciarla. A vista così esuberante di amore, a eccesso di sì straordinaria carità di un Dio di infinita maestà, la povera anima mia, sopraffatta da questo eccesso di bontà, cento e mille affetti insieme vennero ad assalire il mio cuore. L’amore, il rispetto, la riverenza, l’umiltà profondissima, l’annientamento di tutta me stessa. Alla sua divina presenza si prostrò la povera anima mia, genuflessa ai suoi santissimi piedi tutta dolente e compunta, altro non cercava dal suo Dio che il perdono dei suoi gravi peccati e la grazia di amarlo con fedeltà nel tempo e nell’eternità. Ma Dio, dimentico affatto di tutti i miei trascorsi, acceso del suo santo amore, abbracciò il mio spirito e dolcemente lo fece nel suo castissimo seno riposare, mostrando i suoi purissimi affetti verso l’anima mia, non meno, ma assai più che un amoroso padre, che va incontro ad un’amata sua figlia, che abbia fatto, per amor suo, un lungo e penoso viaggio. E chi mai potrà ridire, qual gaudio di paradiso, sperimentò il mio cuore! Oh, come ad un tratto cessarono tutte le mie pene! Un torrente di dolcezza divina, scorreva nel mio spirito, che mi faceva godere un bene inenarrabile. La celeste consolazione fu permanente in me, per molti giorni.

63.10. Ti porterò sulle mie spalle

Il dì 7 marzo 1822, mi trattenevo in orazione molto profonda, quando ad un tratto il mio spirito si trovò alla sponda di un grande lago, le cui acque erano tutte spumacciose e lezze, che facevano orrore al solo mirarle. Io conoscevo bene, che questo grande torrente lo dovevo passare, e non sapevo come dovevo fare. Mi sentivo struggere il cuore, mancandomi la maniera ed il mezzo per fare ciò. Ero per questo tutta mesta e dolente, ricorrevo al mio Dio con fervide preghiere acciò mi aiutasse. Fatta questa preghiera, mi si presentò il grande patriarca san Giuseppe, il quale con voce piacevole, così mi disse: «Figlia, perché tanto ti rattristi? Temi tu di passare quelle acque? Ah, non ti affliggere per questo, perché io sopra le mie spalle ti tragitterò da questa all’altra sponda, altro non devi fare che sostenerti sopra le mie spalle, in questa guisa non patirai naufragio».

Dopo dette queste parole, disparve il grande patriarca, lasciando nel mio cuore un’indicibile consolazione ed una ferma speranza nella sua cordialissima esibizione. Umilmente lo ringraziai, caldamente mi raccomandai alla valevolissima sua protezione, ciò nonostante, sentivo tutto il peso della mia grave tribolazione, trovandomi immersa nelle folte tenebre dell’intelletto, uno smarrimento sentivo nello spirito, che mi rendeva afflitta e mesta, dubitando di annegare in quelle spumacciose acque. Non mi mancava per questo la fiducia nel santo patriarca, ma ne andavo meditando le sue parole. Dicevo fra me stessa: «Mi ha detto «sostieniti sopra le mie spalle che io ti tragitterò da questa all’altra sponda», dunque, io devo da me sostenermi? E come farò mai, io che sono tanto debole e miserabile? E se mi manca la forza di sostenermi, io sarò perduta per colpa mia? Perché sostenersi sopra le altrui spalle, se corri il pericolo di cadere? Dunque io non sono sicura di scampare questo pericolo. E difatti, è così, perché non mi ha detto san Giuseppe che mi avrebbe portato sopra le sue braccia, allora sarei stata sicura, ma mi ha fatto ben intendere che ci vuole la mia cooperazione».

A questa riflessione, piena di timore, mi rivolgevo al mio Dio, e lo pregavo con calde lacrime a darmi aiuto per sostenermi ferma ed immobile sopra le spalle del santo patriarca, per così scampare il grave pericolo che mi sovrastava, di annegare in quel precipitoso torrente. Ogni giorno andava crescendo il mio timore e maggiore si faceva sempre più la mia pena.

63.11. Il timore di perdere il mio Dio

In questo stato di affanni e pene passai dodici giornate, vale a dire dal giorno 7 marzo fino al giorno 19, festa del santo patriarca, nel qual giorno mi trovai con indicibile contento tragittata all’altra sponda di quel funestissimo e pericolosissimo lago. E così mi trovai fuori da questo pericolo, per la quale grazia resi infiniti ringraziamenti al Signore e al mio grande protettore san Giuseppe.Ma non cessarono per questo le pene mie e le mie gravi afflizioni, perché mi trovai sola, raminga, in una solitaria campagna senza veruno che mi additasse il giusto sentiero di quella. Piangevo, pregavo il mio Dio di non abbandonarmi in questa mesta solitudine. «Degnatevi», gli dicevo, «mio amorosissimo Dio, di aver pietà di me, misera peccatrice; mostratemi la strada che mi conduce a voi, io sono del tutto smarrita in questa vostra campagna; mio sommo bene, mio sommo amore, voi lo vedete! Voi lo sapete che io non amo altro che voi, mio Dio. Io vi cerco con tanta ansietà e non vi trovo. Eppur io vi sento in me, nel tempo stesso in cui non vi vedo il cuor mio pur vi possiede, mi pare certo che voi siete con me. Ma questa cognizione era nel mio spirito molto occulta, era momentanea e non durevole, mentre appena l’anima andava per rallegrarsi di stare unita con il suo Dio, più non lo trovava, né lo sentivo in me. In questo tempo mi sentivo proprio struggere d’amore verso di lui, che ben spesso il mio spirito era sopraffatto da un deliquio di santo amore, che mi alienava dai propri sensi, per la passione amorosa e dolorosa insieme, perché ad ogni istante temevo di perdere il mio Dio. Questo è un martirio dell’anima tanto afflittivo che non ci sono termini sufficienti di poterlo spiegare. Nobile è per se stesso questo patire, ma tanto afflittivo che non si può spiegare. L’anima per questo perde ogni impressione sensibile ed umana, perde ogni gusto, ogni sollievo sensibile, ogni premura, ogni umana cura, ma tutto le si rende insipido e senza gusto, tutte le cose del mondo più non conosce, e che più per questa anima mia più non vi fossero, vivendo dimentica affatto di tutto il sensibile, solo le sue premure tutte sono di rintracciare l’amato suo Dio, pensa solo di andare appresso al suo Signore, qual perduto amante.

Mi trattenevo dunque in questa vasta ed amena campagna, ma la sua amenità io non curavo, solo il mio Dio io ricercavo, in questo solo, tutto occupato era il mio cuore, ma il peggio era che in questo soggiorno, ora si faceva notte ed ora giorno; di tratto in tratto era sopraffatto il mio intelletto da folte tenebre e, per conseguenza, perdevo affatto la vista e l’intelligenza di ogni cosa e mi trovavo del tutto smarrita. In questo stato di cose ricorrevo alla fervida preghiera, tramandando dal cuore infuocati sospiri, i quali tutti li inviavo per rintracciare il sommo mio bene, servendomi ancora delle strofe dei salmi del divino ufficio, per così dimostrare a Dio la mia ambascia e la mia grave afflizione. Gemevo, languivo in mezzo a tanta pena, senza però la minima perturbazione, ma cara e grata mi era questa mia pena che non l’avrei cambiata con tutto l’oro del mondo, e né con tutte le sue false consolazioni.

64 – MI INVITÒ ALLE SUE DIVINE NOZZE


64.1. Patire per la vostra gloria


Si trattenne il mio spirito in questa dolorosa situazione dal giorno 19 marzo 1822 fino al giorno 25 del medesimo anno 1822, festa dell’Annunciazione di Maria Vergine Santissima. In questa santa giornata, Dio si degnò trasferire il mio spirito in un ameno giardino di soavità ripieno, dove il mio spirito si ricreò. In questo luogo si degnò Dio di parlare al mio cuore con termini così eloquenti e sublimi, mostrandomi con questi il suo particolare amore. Mi diede ancora a conoscere, per mezzo di scienza infusami, cose molto alte e sublimi, che la mia bassa mente non sa spiegare, né manifestare. Posso solo dire di aver provato un’indicibile consolazione tutta propria di paradiso, che invigorì il mio spirito, abbattuto da tanto patimento sofferto negli anzidetti giorni, come ancora il mio corpo per le pene sofferte. Era sì impallidito e smorto e molto indebolito nelle forze, che alle volte mi pareva restasse estinto. Ancora il mio corpo partecipò di questo divino favore per il quale si rinvigorì nella forza. Ma questo bene fu poco durevole, mentre in questo ameno giardino non si trattenne il mio spirito che per soli tre giorni, nei quali ricevetti dei distinti favori dal mio Dio; ma, per avere trascurato lo scrivere, non posso darne alcuna contezza, né posso farne alcuna dimostrazione.

Passati i tre giorni suddetti, il mio spirito fu chiamato a soffrire altre ambasce, altre afflizioni mentali che non saprei come spiegarle. Queste facevano agonizzare la povera anima e per conseguenza ne pativa anche il corpo, ma questo patimento non era per me gravoso, ma dolce e soave, benché ne sentissi tutto il peso di queste mentali afflizioni. Mio appassionato Gesù, voi sapete per prova cosa sia mortalmente patire, voi ne foste il maestro, io sono la miserabile peccatrice vostra scolara indegnissima, voi insegnatemi a patire questa sorta di pene, ditemi, o mio amore, qual fosse la pena tale che voi soffriste nell’orto di Getsemani, ditemi voi qual fu la vostra pena nelle vostre agonie mortali, quando dall’albero della croce diceste le misteriose parole, da quale afflizione era sopraffatto il vostro santissimo spirito. Mio afflitto Gesù, vi prego, per questi acerbissimi interni patimenti che martirizzavano la vostra mente divina, ad aver compassione di me misera peccatrice, con l’insegnarmi questo per me nuovo modo di patire, ad onore e gloria vostra. Degnatevi, Dio mio, di non abbandonarmi in questo nuovo e doloroso conflitto. Così esclamavo, così pregavo in mezzo a tanti affanni e martiri.

64.2. Non la chiamare nube importuna


Così passai il resto della quaresima, stette il mio spirito in questa afflizione mentale per lo spazio di dieci giorni, vale a dire dal giorno 18, giovedì di passione, fino alla domenica di Resurrezione che fu il 7 di aprile 1822.

In questa giornata di gaudio e di letizia, ricevetti dal mio Dio un distinto favore, che compensò molto bene tutto quello che avevo patito e sofferto negli scorsi giorni. Oh! infinita bontà di Dio, che non si fa vincere di cortesia, ma con soprabbondanza di perfetta carità viene a compensare il mio patire, L’amor suo verso di me viepiù mi innamora e mi obbliga di fare di tutta me stessa un perpetuo sacrificio alla sua maggior gloria, abbandonandomi in tutto e per tutto al suo beneplacito.

Alla meglio che potrò e saprò, descriverò il fatto che mi seguì. Tutto ad un tratto Dio si degnò rapire il mio spirito in una maniera molto particolare e distinta, mi trovai in un istante tutta assorta in Dio. Illustrate furono in un momento le potenze dell’anima mia da un raggio di luce inaccessibile, in un istante mi trovai vicino a Dio. Oh, come si sprofondò il mio spirito nel proprio suo nulla, quanto mai si umiliò davanti al suo Dio. In questo profondo abbassamento, in cui mi ero sprofondata ed annientata per vedermi tanto vicina all’immensità di Dio, mi sentivo rapire il cuore di dolcezza di paradiso, un torrente di gaudio inondava il mio cuore, che mi faceva languire d’amore alla vista dell’oggetto amato. Ma nel tempo in cui godevo di questo grande bene, una candida nube mi privò di questa amabilissima vista. Questa candida nube venne tutta a circondare il mio spirito, in una maniera per la quale mi trovai come dentro questa medesima nube senza più vedere, né sentire cosa alcuna, priva affatto di quella bella vista che pocanzi godevo, più non vedevo quella luce suprema, nella quale io scorgevo il mio amorosissimo Dio, «Oh nube importuna, – dicevo perché dentro di me mi racchiudi? – perché mi privi dell’amabile vista del sommo mio bene?».

Ma intanto, da soave riposo fu sopraffatto il mio spirito e nell’intimo del mio cuore intanto portavo scolpita l’immagine del mio signor Gesù Cristo, al quale consacravo tutta me stessa, riposando nel suo divino beneplacito, e con amore santo e puro tutta a lui mi donavo. Nel tempo in cui stavo in questo dolce riposo, il mio Dio la nobile sua voce mi fece sentir: «Figlia», mi disse, «importuna la nube, non la chiamare, ma chiamala apportatrice dei miei più alti favori. E non ti avvedi che io, quale artefice geloso, dei miei lavori, mi servo di questa per occultare il nobile lavoro che sto facendo in te? questa serve a te da custodia e a me serve per introdurti nei più reconditi luoghi la dove io mi compiaccio di mostrare l’eccesso del mio divino amore».

A queste divine parole, il povero mio spirito si umiliò profondamente. Confessando la mia ignoranza avanti al mio Dio e umilmente gli domandai perdono piangevo ancora di tenerezza e di gratitudine, vedendomi piena di tanti demeriti e nonostante tanto favorita da Dio. A questo riflesso si accese una fiamma di carità tanto grande nel mio cuore, che non la potevo contenere, che mi faceva amare Dio con tanta purità e semplicità e vivo affetto, che non lo posso spiegare, provando nell’anima un bene vero di paradiso, che mi faceva languire di santo amore.

64.3. Un dolce martirio


Passai le tre feste della Santa Pasqua in un continuo rapimento di spirito, mentre Dio, per sua bontà, nella santa Comunione, tornava ad illustrare con i suoi splendidi raggi, la detta nube ed il mio spirito si trovava non solo illuminato, ma ricolmo di santi affetti verso Dio, e Dio si degnava favorirmi dei suoi più teneri e casti abbracciamenti; la povera anima mia intanto si struggeva, si liquefaceva, si stemperava d’amore al dolce calore di quel sole divino, che tutta intera possedeva e penetrava l’anima mia, questo bene fu in me poco durevole, perché passate le tre feste della Santa Pasqua, il giorno 10 di aprile, improvvisamente mancò il bel sole di giustizia di illuminare la detta nube, per conseguenza il mio spirito restò affatto privo di luce, e mi trovai coperta di tante tenebre senza sapere (se) dove ero, se dove mi trovavo.

La pace non mancava al mio cuore, ma tutta rassegnata alla volontà del mio Dio, che avesse permesso di farmi passare dalla luce alle tenebre in questa dolorosa situazione lodavo e benedicevo Dio, ma nel mio cuore provavo un dolce martirio, che tutta mi consumava in santi affetti, desiderando di rintracciare quella luce che avevo perduta, qual pena sia passare dalla luce alle tenebre, ognuno lo può immaginare, ma questa luce da me perduta non era sensibile, ma divina, e per conseguenza, molto maggiore e senza paragone era la mia pena, che io non posso di certo spiegarlo; solo a Dio è noto certa sorta di patimenti, che noi non possiamo spiegare. Nove giorni mi trovai in queste folte tenebre, cioè dal giorno 10 aprile 1822 fino al giorno 19 del detto anno.

64.4. Entra e riposa nel casto mio cuore


Il di 19 aprile 1822, primo giorno della novena del patrocinio del gran patriarca san Giuseppe, dopo la santa Comunione, per mezzo della detta nube, dove ancora dimora il mio spirito, per mezzo di un raggio divino, fu ad un tratto tutta illuminata la candida nube e sollevata al cielo da benefico vento e da una aurea celestiale di paradiso. Venne sospinta e portata fino al cielo empireo, dolcemente era questa nube da questo benefico venticello innalzata, e da luce inaccessibile era invitata e necessitata a viepiù inoltrarsi negli ampi spazi della divinità.

La nube intanto, così chiamata e necessitata, negli ampi spazi si ritrovò, in quell’istante il mio spirito ebrio di santo amore, si ritrovò; che cosa bella io vidi mai! Giammai veduta da me, non posso esprimere, non posso dire le cose magnifiche che io vidi dell’infinita beltà di Dio non posso esprimere, non posso dire non vidi mai cose così belle e mai provai uguale dolcezza, che mi stemperava il cuore di santo amore.

L’anima intanto unita a Dio lasciò il mio corpo del tutto privo di forza e di calore, per la forte impressione della divina comunicazione, che credevo proprio di morire.

L’amore di Dio io non potevo più contenere, la piena intanto dei santi affetti non potevo più comportar. Mi chiama e richiama il diletto Signore, Risponde l’anima: «Mio Dio, mio amore, confusa io sono dall’alta tua bontà». Il dolce invito per umiltà volevo ricusare.

Ma torna a chiamarmi l’amante Signore, Oh Dio, non mi regge in petto il cuore, di ricusar il suo invito: «Mio Dio, dimmi dove vuol che io venga? Ebria d’amore, il tuo invito accetto di tutto cuore». Così mi rispose l’amante Signore, senza parole, ma l’anima intende le sue espressioni, per intelligenza e per amore. Così mi chiamò: «Amata colomba, gradita mia sposa, Vieni al mio talamo. Entra e riposa nel casto mio cuore».

Oh dolce speme, oh dolce unione, oh santi affetti ditelo voi che io non reggo a tanto amore! Oh unione perfetta di due cuori insieme, in quel momento in un solo cuore il santo amore li trasformò.

Io non sapevo più se ero in me stessa, restai sopraffatta dallo stupore lo non sapevo più se il cielo, o la terra, fosse oramai la mia abitazione, Sentivo solo trasportato il mio cuore da puro e santo amore, che per ventiquattro ore, non fui più capace della naturale sensazione, benché facessi tutto il possibile per occultare quanto era passato nel mio spirito. Sono passati più di tre giorni ora che scrivo, e ancora nei propri sensi non posso del tutto rinvenire, ma un dolce sonno mi occupa il cuore.

L’amore, l’amore mi fa dormir ma l’anima intanto non dorme, sta desta, e tutta unita al suo Signor. Altro non cerca, altro non brama che di stare unita alla sua volontà, nauseando ogni desiderio ed ogni pensiero di questo mondo mortale. Lo sguardo in Dio fisso ritiene per esser pronta ad ogni suo cenno di puntualmente sempre obbedir.

Passati già sono non solo i tre giorni, ma altri sei giorni e ancora nei sensi non posso del tutto ritornar, un dolce sonno mi tiene occupata, una pace interna che mi rapisce 1’anima e il cuore. L’amore, l’amore mi fa languire, io più non reggo, mi par di morire, mio Dio, aiutami il tuo santo amore a sostenerlo non reggo a tanto amore mio Dio. Io chi sono? Una vilissima creatura tanto amata da te, oh qual confusione è questa per me! Io mi inabisso davanti la divina tua maestà, solo il tuo onore e la tua gloria mi protesto di solo amar.

Nella santa Comunione si aumentava ogni giorno più questo riposo, godendo un bene molto copioso, tutto amoroso, ma senza vedere, senza sapere, solo sentendo la voce del mio Signore che intimamente mi parlava così, con queste ed altre simili espressioni, che io non so rintracciare: «L’amata sen dorme, deh non la svegliate e non la turbate, quel sonno di amor, giace, e riposa in pace di amore L’amante suo cuore unito con me».

A queste espressioni si umiliava e annientava il mio cuore ebrio d’amore, proseguiva a dormire. Questo riposo, questo raccoglimento così intimo, durò nel mio spirito quindici giorni, cioè dal dì 19 aprile fino al giorno 5 maggio 1822. Il giorno 6 detto, tornai nella naturale sensazione, e mi destai da questo dolce e fruttuoso riposo.

Dal dì 6 maggio fino all’l di giugno 1822 il mio spirito sostenne molte tribolazioni e angustie di spirito, desolazioni, smarrimenti afflittivissimi, aridità, desolazione in maniera che non sapeva fare orazione, sicché passai il mese di maggio in un vero purgatorio, mentre le mie orazioni e operazioni altro non erano che distrazioni e pensieri che mi affliggevamo il cuore.

64.5. Simboli misteriosi


Il dì 1 giugno 1822, giorno della Santissima Trinità, dopo la santa Comunione, si concentrò tutto ad un tratto il mio spirito, in questo tempo mi parve di trovarmi in un luogo quanto mai bello, dove il mio spirito fu rivestito dalle sante virtù morali e teologali, venne purificato da un’ardente carità, si serviva intanto lo spirito di queste sante virtù per sollevarsi verso il suo Dio, con atti di profonda umiltà, di rispetto, di venerazione, di stima, di adorazione ed altri atti interni che somministrati mi venivano dalla stessa grazia di Dio, che così andava disponendo la povera anima mia purificandola da ogni imperfezione. Da questo luogo passò il mio spirito in altro luogo più alto e più sublime, dove all’anima le furono messi tre misteriosi segnali: un manipolo, di grande valore, un ringolo di prezzo inestimabile la cui bellezza non si può descrivere, un velo bianco molto risplendente che dalla testa mi copriva tutta fino ai piedi, il sinistro braccio mi fu armato di forte scudo.

Tralascio per un momento il racconto, e faccio la spiegazione di questi misteriosi segnali, per obbedienza del mio padre spirituale.

Il manipolo significa la virtù della fede, con la quale l’anima viene a fare tutte le sue operazioni; lo scudo significa la virtù della speranza, con la quale l’anima si difende, e si rende forte ed invincibile, tutta affidata nei meriti infiniti del Redentore divino, suo fedelissimo sposo. Il velo significa la virtù della carità, che copre l’anima dal capo fino ai piedi, per così dimostrare che tutto fa in virtù dell’amore il quale la rende bella e gradevole, avanti al divino cospetto. Il cingolo significa la virtù della castità, che le cinge i lombi e la rende pura e casta. I due fiocchi del medesimo cingolo significano la virtù della santa umiltà, queste due virtù sono per se stesse tanto congiunte ed immediate; che l’una sta congiunta all’altra, come il cingolo è unito ai due fiocchi, i quali sono il suo ricco ornamento. I due fiocchi vengono a denotare i due alti pregi di questa santa virtù.

64.6. Una stessa cosa con Dio


Proseguo il racconto. Dopo che Dio, per pura sua bontà, mi aveva così adornata, si degnò compiacersi dell’anima mia, nella sua compiacenza chiamò l’anima a sé e le donò un’agilità prodigiosa che mi rese in quell’istante capace di sollevarmi fino al cielo. Lo spirito penetrava con tanta sottigliezza, e agilità che liberamente andava al suo Dio, che fortemente la chiamava, e intimamente la toccava, con la divina sua grazia, così la sollevava e la rapiva e l’invitava alle sue divine nozze. Cosa mai dirò di questo sublime favore?

Non ho al certo termini di poterlo spiegare, per essere io ignorantissima, non ho maniera di poterlo manifestare. Con molta maggior forza tirava e sollevava Dio l’anima mia, di quello che un gran masso di calamita tiri ed unisca a sé un leggero ferro, ma l’anima mia unita al suo Dio perdeva affatto la sua proprietà, e per mezzo di trasformazione diveniva una stessa cosa con il suo Dio.

Dopo aver goduto di questo bene sommo, inarrabile ed incomprensibile, che non si può a qualunque bene paragonare, l’anima mia si ritrovò tutta raggiante di luce, e in luogo di trovarsi gli anzidetti ornamenti, si trovò che Dio l’aveva rivestita di un abito molto più bello, e gli aveva donati altri tre misteriosi segnali.

Questi erano uno scettro, che mi trovai nella sinistra mano, di una bellezza incomprensibile, nella destra mano mi trovai un bastone di comando, che io non so descrivere né paragonarlo, per essere cosa misteriosa e divina, una risplendente corona che cingeva la mia fronte; mi spiego: questi adornamenti non li vedevo nel mio corpo; ma bensì ne vedevo adorna l’anima mia, che in sembianza di leggiadra giovinetta la vedevo.

Nel vedere l’anima mia così bella e così adorna, piena di stupore mi rivolsi al mio Dio e con profonda umiltà così gli dissi: «Mio amorosissimo Dio, questi adornamenti non convengono ad una peccatrice che sono io. Io sono piena di rossore e di confusione, al riflesso dell’enorme mia ingratitudine ed iniquità; punitemi piuttosto, Dio mio, in luogo di favorirmi con tante grazie, perché queste vostre grazie, altamente mi confondono. Che voi Dio mio non lo vedete? Che voi non lo sapete che io altro non faccio che abusare delle vostre grazie, altro non faccio che oscurare la vostra gloria con tanta mia ingratitudine»? A questa verace riflessione, detti in un dirottissimo pianto, sprofondandomi nel proprio mio nulla. Ma l’infinita bontà di Dio, non volle vedermi così afflitta e addolorata in una giornata così solenne, che si era degnato di favorirmi con grazia così grande e particolare, prese dunque a consolarmi con dolci parole, e mi fece intendere quanto grande sia l’amore che porta all’anima mia, e che l’amor suo oltrepassa la mia viltà e miseria e mi rende degna dei suoi divini favori, mi spiego, ancora, quali fossero quei tre doni che aveva fatti all’anima mia, cioè lo scettro, il bastone, la corona.

Questa spiegazione la passo sotto silenzio, perché mi pare sarà molto più conveniente di farla vostra paternità reverendissima, per così risparmiarmi la confusione di manifestare i tratti amorosi di un Dio amante di me, povera e miserabile sua creatura, che con tutta ingenuità mi confesso per la più vile creatura che abbia la terra essendo io peggiore assai di tutti i demoni dell’infermo per i miei gravissimi trascorsi, come sono ben noti a vostra paternità reverendissima

La prego dunque di non obbligarmi di fare di questi misteriosi segnali la descrizione, e questo lo domando per carità, perché troppo confondono e umiliano il povero mio spirito.

Questa comunicazione mi tenne assorto lo spirito per molti giorni, e il mio corpo restò tanto estenuato nelle forze che, appena potevo reggermi in piedi, mancandomi perfino la voce, e poca o niente cognizione avevo delle cose sensibili, e di tratto in tratto ero alienata dai sensi. In questa situazione stetti per lo spazio di dieci giorni, che mi ridussi pallida e smorta che pareva avessi sofferto una grave malattia.

Tanto era dolcemente chiamato il mio spirito da Dio, che il mio corpo pareva incadaverito per i continui languori d’amore che mi comunicava lo Spirito divino.

65 – LE CHIAVI DEL PURGATORIO


Passati i sopraddetti dieci giorni, vale a dire dal dì 2 giugno 1822 fino all’11 detto, passò il mio spirito a soffrire vari patimenti, particolarmente per essere l’anima chiamata da particolare cognizione dei propri peccati e di basso concetto di se stessa, conoscendo al vivo la mia propria viltà e miseria mi disfacevo in lacrime amarissime di dolore di avere tanto offeso Dio; questa cognizione mi rendeva odiosa a me stessa mi aborriva, mi vilipendiava, mi umiliava, mi confondeva, conoscendo tanto male in me che mi affannava, mi occupava il cuore in guisa che mi pareva di morire; questa cognizione, questo patimento però non mi faceva perdere la santa confidenza in Dio, ciò nonostante provavo un dolore, un’afflizione che mi faceva proprio agonizzare, alle volte avevo bisogno di distrarmi da questo affannoso pensiero, perché mi pareva di morire.

65.1. Insegnamenti di san Giovanni Battista


In questa situazione si trattenne il mio spirito 11 giorni, vale a dire dal giorno 13 fino al dì 24 giugno 1822, festa del grande precursore santo Giovanni Battista, mio grande protettore ed avvocato.

Nella santa Comunione si concentrò tutto ad un tratto il mio spirito, in questo tempo mi parve trovarmi in una vasta e deliziosa campagna, dove vedevo San Giovanni Battista che mi invitava a salire un alto monte e mi diceva che non mi fossi fermata a godere dell’amenità di quella fiorita campagna, ma che mi fossi compiaciuta di salire l’alpestro monte, che lui mi avrebbe in questo cammino scortata e guidata dalle parole del Santo, l’anima mia lasciò l’amena pianura e obbediente intraprese a salire l’altissimo monte alpestro, andando appresso al Santo che si era fatto mio condottiero, in questo arduo cammino.

Non lasciava il Santo in questo faticoso cammino di dare all’anima santi insegnamenti riguardanti le celesti dottrine facendomi conoscere le vane apparenze dei beni transitori di questo basso mondo, e mi faceva comprendere il pregio grande dei beni eterni.

Alle sue parole si infiammava il mio cuore di carità verso Dio, in guisa tale, che mi mancano i termini di poter spiegare i mirabili effetti che provavo in me di grazia sì grande; umili grazie rendevo al Santo per avermi istruita ed insieme riempita di carità. I suoi santi insegnamenti io non so ridire, mentre per via d’intelligenza, io comprendevo il suo misterioso parlare, mi fece conoscere quanto ancora mi devo umiliare per avere ricevuti da Dio tanti favori.

Quando fui alla sommità del monte, mi fece vedere quanto l’anima mia per virtù di Dio, si trova distante dalla massa del mondo e quanto si trova vicina a Dio. «Mira», mi disse il Santo, «deh, mira quanto è grande l’infinita bontà di Dio verso di te. Vedi quanto lungi sei da quel vile e basso mondo che contiene tanti viventi, che altro non cercano che le cose vilissime della terra, Dio fu prodigo verso di te. Approfittati della sua particolare grazia, corrispondi fedele all’infinito suo amore, non vedi a quale alto grado ti sublimò?».

Alle sue parole l’anima mia profondamente si umiliò, e restò come estatica fuori di se stessa. Vedendo il mondo che io abito, tanto lontano da me, lo vedevo migliaia di miglia lontano e come sotto i miei piedi, mentre il monte dove io mi trovavo era altissimo, quasi vicino al cielo. Terminato il santo colloquio, mi additò una celletta che era sopra quel monte, dico celletta perché mi manca il termine proprio, e non saprei a qual cosa paragonarla per essere cosa misteriosa e divina. Questo era un luogo di sicurezza per l’anima, dove i nemici, né le proprie passioni mi potevano molestare, questa era tutta di pietra lavorata in maniera che si rendeva impenetrabile. Vi era una piccola porticella, il Santo prima di farmi entrare in essa, mi fece vedere molti angeli che al di fuori la custodivano, poi mi fece entrare nella suddetta e di propria mano chiuse a chiave la porta, facendomi così intendere che non è in mia libertà il sortire da essa.

Nell’entrare in quella beata solitudine intesi ricrearmi lo spirito da dolcezza, e da soavità celestiale e divina, che mi fece ardere ad un tratto il cuore di puro e santo amore. La celletta per essere al di sopra tutta aperta e senza tetto, l’anima mia godeva i benefici influssi del cielo, mi spiego: godeva in qualche maniera la vicinanza di Dio e dei beni celestiali, i quali beni tenevano assorto il mio spirito, in guisa che, per lo spazio di tre giorni non fui capace di cosa alcuna sensibile, mi regolavo per mezzo della medesima grazia di Dio di operare per abito senza la riflessione sensibile, sebbene in questi casi me la passo chiusa nel mio oratorio privato, sortendo da esso, per la pura necessità, servendomi del mezzo termine di sentirmi incomodata.

65.2. Mi pareva di essere la creatura peggiore


Passati i suddetti tre giorni all’anima mia le fu comunicato un particolar lume di propria cognizione e di basso concetto di se stessa, unito ad una contrizione dei propri peccati, caricandomi ancora dei peccati altrui, forse commessi per colpa mia; trovandomi in questa dolorosa situazione, altro non facevo che piangere amaramente chiedendo perdono al mio Dio, che conoscevo di averlo tanto offeso e oltraggiato. Ammirando l’infinita sua bontà, che si fosse degnato di non precipitarmi all’inferno, come meritano le gravi mie colpe, ma quello che più mi affliggeva e rendeva implacabile il mio dolore era nell’osservare d’essere tanto beneficata dal Signore. Dopo tanta enorme gratitudine, i benefici di Dio, le sue misericordie queste erano quelle che facevano maggiore il dolore mio, queste sì che mi affliggevano e mi contristavano a un segno tale, che mi pareva che non vi fosse creatura più vile di me, peggiore di me, e che la mia ingratitudine fosse peggiore assai di tutti i demoni dell’inferno.

Lascio immaginare a vostra paternità reverendissima a quale eccesso arrivò il mio dolore; questa angustia, questa pena, può chiamarsi un cumulo evidente di pene, che non possono manifestarsi, questa pena però non toglieva all’anima mia la santa fiducia in Dio, solo riempiva di amarezza il mio cuore e così mi struggeva la contrizione, mi confondevo, mi umiliavo, odiavo me stessa, per vedermi tanto ingrata al mio amato Creatore e Redentore. In questa dolorosa situazione si trattenne il mio spirito per lo spazio di tre giorni.

65.3. Voglio che quest’anima vada in paradiso


Il dì 28 giugno 1822, vigilia dei gloriosi apostoli santi Pietro e Paolo, terzo giorno della suddetta mia afflizione, mi portai a fare la santa Comunione in San Carlo alle Quattro Fontane, dove vidi, dopo essermi comunicata, una lapide nuova, poco distante da dove mi ero posta in ginocchio, senza mia volontà, gli occhi in quella lapide mi si fermavano, più volevo ritirarli, viepiù la vista sulla lapide si fermava, fui dunque obbligata a leggere contro la mia volontà, e leggo: qui riposano le ceneri di Carolina Alvarez. Pensai che questa fosse una donna anziana, di vecchia età, che avesse in vita frequentato la suddetta chiesa, e per sua devozione lì stessa sepolta; formato questo pensiero, così sento dirmi con voce mesta e dolente: «Non sono vecchia come tu credi; ma sappi che sono di giovanile età, sovvengati chi io sono pure in vita mi conoscesti! leggi con attenzione che mi rammenterai». Torno a leggere con riflessione la lapide e ben conobbi esser questa la figlia del celebre scultore Alvarez che cinque anni or sono abitava incontro alla mia casa e per conseguenza questa figliola la conoscevo, sapevo ancora che era passata all’altra vita l’anno 1821, nella sua giovanile età di anni 16 o 17. Supponendo che già stesse in paradiso, così io le dissi: «Anima benedetta, che già sei in cielo, prega per me, misera peccatrice». Così mi rispose la suddetta: «Sappi che ancora sono dalla giustizia di Dio ritenuta in purgatorio, da te aspetto il suffragio e la liberazione da questo orrido carcere! La tua preghiera molto mi può giovare, impégnati per me presso l’altissimo Dio, perché io possa andarlo presto a godere per tutta l’interminabile eternità, se mi ottieni questa grazia io ti prometto di ottener grazia da Dio per Anna, tua figlia».

A queste parole intesi tutto commuovermi lo spirito, e piangendo così le risposi: «E che cosa posso farti io, anima benedetta, che sono tanto miserabile e peccatrice, che devo confessare, a mia confusione, che sono la creatura più vile della terra?». Proseguendo a piangere, non sapevo cosa dovevo fare per liberare questa anima, trovandomi tanto sprofondata nel mio proprio nulla; pensai di parlare, quella mattina medesima, al mio padre spirituale, sicché lo feci chiamare e tornai per la seconda volta in confessionario, e gli raccontai quanto mi era accaduto.

Il lodato padre, vedendomi piangere, e sentendo da me che non sapevo come fare per aiutare questa anima con voce grave così mi disse: «Fatevi coraggio che se voi conoscete di essere una peccatrice, non vi dovete smarrire per questo, avete i meriti di Gesù Cristo, in questi dovete avere tutta la fiducia. Presentatevi all’eterno Padre, chiedetegli questa grazia in nome del suo santissimo Figliolo, e per gli infiniti suoi meriti, e non abbiate paura che non solo questa anima potete liberare dal purgatorio, ma anche mille, se vuole, e andate che siete una sciocca. Io» mi disse, «vi comando che preghiate per questa anima che domani voglio che se ne vada in paradiso. Veramente siete una sciocca che non vi sapete approfittare della grazia che vi fa il Signore, ricordatevi che più volte si è degnato di consegnarvi le chiavi del purgatorio, dite dunque a Gesù Cristo che ve le ridia per scarcerare questa anima, ditegli che questo è il comando del vostro confessore, ditegli che, se gli piace vi faccia fare questa obbedienza, chiedetelo a Dio per la sua infinita carità, vedrete che non vi negherà la grazia».

Alle parole del mio padre ad altro non pensai che di puntualmente obbedirlo, col fare quanto mi aveva comandato. In quel giorno mi diedi tutto il carico di suffragare questa anima, visitando la Via Crucis ed altre preghiere e mortificazioni; pregai ancora il principe degli apostoli per essere la sua vigilia. La mattina, festa del suddetto principe san Pietro, nella santa Comunione, la quale feci in suffragio della detta anima, si concentrò il mio spirito tutto in Dio, in questo tempo così mi intesi parlare dalla suddetta, ma senza vederla: «Ti rendo infinite grazie tra poco me ne vado al paradiso, sarò sempre memore della tua carità, torno a prometterti di ottenere da Dio grazia per Anna, tua figlia, non dimenticherò i miei genitori, ai quali spero ottenere la misericordia. Pregherò ancora per il tuo padre spirituale, al quale devo la sollecita mia liberazione dal Purgatorio, per il comando che ti ha imposto».

Circa un’ora e mezza dopo viepiù si concentrò il mio spirito, e mi parve trovarmi in quell’anzidetta celletta, collocata sopra quell’altissimo monte, come già dissi. Da questa altura vidi la bella anima di Carolina Alvarez che se ne volava al cielo in mezzo ad un bello splendore di chiarissima luce; ma quello che osservai con mio stupore fu di vedere che portava un bello scapolare trinitario, tutto risplendente, con la croce rossa e turchina, lunga e larga quanto era lo scapolare. Domandai come le convenisse quel nobile segnale, mi fu risposto per essersi Dio degnato di annoverare questa anima sotto il glorioso stendardo dell’ordine Trinitario per avere il di lei padre consegnato il suo cadavere ai Padri Trinitari con molto affetto di devozione e per altri motivi che per prudenza si tacciono. Fu il mio spirito invitato a ringraziare la Santissima Trinità, per avergli compartito questo favore; finalmente si sollevò al cielo quella benedetta anima così risplendente di gloria, così ne perdetti la vista, restando nel mio cuore un giubilo di Paradiso, che mi durò un’intera giornata. Questa vista sollevò il mio spirito a contemplare l’infinita bontà di Dio e le sue infinite perfezioni, l’infinito suo amore verso di noi, poveri figli di Adamo. Si internò tanto il mio spirito in questi sentimenti, che per tre giorni continui mi tennero fuori dai propri sensi, perché ogni giorno più si accresceva in me la cognizione delle perfezioni di Dio, che l’anima fu tanto penetrata dal santo amore di Dio, che credevo di perdere la vita.

Dio mi dava tanta attività e forza d’amore, che per mezzo della sua divina grazia tanto l’anima si inoltrò, che arrivò a lottare con il santo amore di Dio.

Oh, chi sapesse spiegare questo fatto, potrebbe arrivare in qualche maniera a manifestare quanto mai sia grande l’amore che Dio porta a noi miseri mortali! Ma io sono molto ignorante, e per conseguenza insufficiente affatto di poterlo spiegare, perché mi mancano i giusti termini di poterlo manifestare, ma la povera anima mia ne prova in sé i buoni effetti, di queste divine, scienze che le vengono dettate dalla divina sapienza, per le quali viene l’anima a fare certe operazioni soprannaturali e quasi divine, per la partecipazione che Dio fa di sé all’anima. Queste operazioni sono per me del tutto nuove, per essere digiuna affatto di queste celesti dottrine.

65.4. Sopraffatta dallo Spirito del Signore


Questo divino favore mi tenne assorta per tre giorni, vale a dire dal giorno 30 giugno fino al 3 luglio 1822, volevo occultare i buoni effetti che cagionò nell’anima mia questo favore, lasciando di copiare dal giornale quanto sarò per dire, che a bella posta avevo tralasciato di trascrivere, ma per comando espresso del mio padre spirituale, torno a riprendere il filo del mio racconto e lo termino per obbedire.

Sopraffatta l’anima dallo Spirito del Signore, si lascia guidare dove esso vuole, abbandonandosi tutta al suo divino beneplacito, sicché lo Spirito del Signore la conduce, la guida, l’innalza, la fa penetrare, l’ammaestra, la fa amare, la fa umiliare, la fa inabissare nel proprio suo nulla; così in queste occasioni l’anima mia viene ammaestrata e penetrata dal santo amore, ma in questa divina scuola, prima si pratica il bene, e poi se ne ha la cognizione, in maniera che prima ne godo i buoni effetti e poi ne ho la cognizione.

Queste illustrazioni seguono in me, senza prevenzione, senza meditazione, in guisa tale che io non so mai né come principiano né come finiscono, né come questi favori vadano a terminare; non sono che spettatrice di quanto va seguendo nel mio spirito, godendone i mirabili effetti, in anticipazione della cognizione.

Questi distinti favori sono, in vero, molto disdicevoli in me, che sono piena di miserie e peccati, e non possiedo l’ombra della virtù, io veramente ne resto stupefatta e piena di rossore, nel vedere Dio che tanto mi favorisce, e mi ama, io non so a che attribuirlo, stolta che sono, vado dicendo fra me stessa: questi sono i frutti del merito infinito di Gesù Cristo. Ah Gesù mio, riprendo vigore, e mi rallegro in voi, mio sommo bene, ma torno a guardare me stessa, e mi confondo. Vorrei corrispondere a tanto amore, ma confesso che non lo so fare, questa mia cattiva corrispondenza è il mio continuo martirio, ah Gesù mio nascondetemi nella piaga amorosa del vostro santissimo costato.

Con queste ed altre espressioni l’anima mia si riposava dolcemente in Dio, affidata nei suoi meriti, godevo una pace di paradiso. Terminati i suddetti tre giorni, improvvisamente si cambiò la luce in tenebre, e il povero mio spirito se ne restò pacificamente in mezzo a tanta oscurità, in quelle dense tenebre, volevo sollevare il mio cuore a Dio, e non potevo, perché mi mancava l’intelligenza e la cognizione; cercavo il mio Dio e non lo trovavo, qual pena sia mai questa di passare dalla luce chiarissima alle più folte tenebre, non è in vero possibile il poterlo manifestare, mentre l’anima teme, in questo stato, di offendere il suo Dio.

66 – PADRE AMANTE E DIO DI MAESTÀ INFINITA


In questa afflittiva situazione si trattenne il mio spirito per lo spazio di otto giorni, vale a dire dal 4 fino all’11 del detto mese di luglio 1822. La mattina del dì 13 nella santa Comunione, per mezzo di un raggio di luce, Dio per sua bontà si fece ritrovare dalla povera anima mia, e come potrò io spiegare i santi affetti dell’anima verso il suo Dio? Questa si trattenne qualche tempo con il suo Dio, quale affettuosa fanciulla, che ritrova il caro padre suo, a braccia aperte gli andò incontro, e con molte lacrime di tenerezza e di amore si prostrò genuflessa ai suoi piedi santissimi, ringraziandolo che si era fatto ritrovare, lo adorai quale Dio di maestà, lo venerai qual padre amante, con lui sfogai gli amorosi affetti del mio cuore, mi trattenevo con lui qual tenera figlia che si compiace nel caro padre suo, e il mio Dio con me si tratteneva con tanto trasporto d’amore, che io non lo posso spiegare; passò dunque l’anima mia in santi colloqui con il caro padre suo, questo si faceva con una purità e semplicità di spirito, che io non lo saprei spiegare.

Passai poi tutta la giornata in santo raccoglimento, la sera prima di andare a riposare mi trattenevo nel mio oratorio, in orazioni, secondo il mio solito, intesi ad un tratto intimamente chiamarmi dal mio Dio, in un modo molto particolare, che io non so spiegare, va l’anima rapidamente a questo tocco interno di Dio, che la obbligò, che la necessitò ad andare dove lui la chiamava; restò intanto il mio spirito estatico, e non sapeva il perché, solo sapeva di stare con il suo Dio.

Molto volentieri sarei restata in orazione tutta la notte, ma non avendo il permesso dal mio padre spirituale non volli arbitrarmi di restare tutta la notte, come ancora per avere le forze molto deboli. Dopo essermi un poco trattenuta, andai a riposare, senza però perdere la divina impressione, io non so dire se il mio riposo naturale, sonno potesse chiamarsi, mentre riposava il corpo, ma stava desto il mio cuore e nell’intimo dell’anima godevo un bene molto particolare.

La mattina mi destai, e non sapevo se in questo mondo ancora mi trovavo, tanto era grande il raccoglimento interno e la pace del cuore, che ancora conservavo. L’amore non mi faceva capire dove mi trovavo, se dentro o fuori dal corpo fosse ancora il mio spirito, procuravo di scuotermi e di destarmi, per quanto potevo, ma il mio spirito era tutto occupato nel rendere umili grazie al suo Dio; ma io non sapevo il perché.

In questo tempo intesi una melodia di armoniche voci, che più che mai sopivano il mio cuore, così sentivo cantare da voci dolci e amabili, ma io il giusto senso non sapevo interpretare.

Ecco le loro parole: Os iusti meditabitur sapientiam et lingua eius loquetur iudicium, lex Dei eius in corde ipsius: et non supplantabuntur gressus eius.

Da questi armonici canti mi avvidi di avere, in quella santa notte, ricevuto grazie da Dio, io sapevo di avere goduto un grande bene nell’anima, ma non sapevo qual fosse la grazia che mi aveva compartita il mio Dio.

66.1. Prese particolare possesso dell’anima mia


La mattina, vale a dire il giorno 14 luglio 1822, nella santa Comunione, il Signore mi manifestò la grazia, il favore che mi aveva compartito ed era di avere preso un particolare possesso dell’anima mia. Ma siccome io sono in queste divine scienze ignorantissima, in luogo di consolarmi, non poco mi rattristai, volgendomi piena di lacrime a Gesù Cristo, che stringevo affettuosamente nel mio petto, per averlo ricevuto nella santissima Comunione, così gli dissi: «Ah Gesù mio, io non capisco come va questa cosa, io fino dai primi momenti che mi donai tutta a voi, per mezzo della vostra santa grazia, vi donai tutta me stessa e vi feci assoluto padrone dell’anima mia, vi donai la mia volontà, la mia libertà, il mio arbitrio e tutto quanto sono, nell’anima e nel corpo; e questa offerta, sono ormai più di venti anni che io l’ho fatta di tutto cuore, come dunque mi dite adesso che avete preso particolare possesso dell’anima mia? Gesù mio, che non ne siete stato finora il padrone? Questa cosa veramente mi affligge, ditemi, Gesù mio, per carità, non mi avete voi sempre posseduta? Eppure posso dire che in venti e più anni non è passato giorno che io questa offerta non l’abbia ratificata, mediante la vostra santa grazia».

Piangevo e mi affliggevo non poco, per non distinguere il giusto senso della grazia ricevuta; ma Gesù Cristo non volle vedermi così afflitta, prese a consolarmi e mi fece intendere che sempre mi aveva posseduta, ma che in quella notte si era, per sua bontà, compiaciuto in modo speciale nell’anima mia, per via d’intelligenza mi diede a conoscere cosa significava questo particolare e speciale possesso che si era compiaciuto di prendere nell’anima mia, sicché ricevuta questa cognizione, umilmente confessai la mia ignoranza, e dall’afflizione, il mio Dio mi fece passare ad una consolazione celestiale e divina, che mi fece umilmente ringraziare, lodare, benedire il Signore.

Presento questi fogli a vostra paternità reverendissima, acciò li esamini, la prego di osservare per minuto, se queste cose che seguono nell’intimo dell’anima mia, vi sia illusione o inganno del demonio, la prego per carità di manifestarmelo con ogni libertà, per quiete della povera anima mia, che tutta al suo savio parere e consiglio si affida.

Quando scrive per ubbidienza niente le è permesso di celare per umiltà. Sia lodata la Santissima Trinità, che tanto ama le sue immagini, santificate col prezioso sangue di Gesù Cristo. Sino al 14 luglio 1822 inclusive.

66.2. Dissapori con una figlia


Dal giorno 14 luglio 1822 fino al 31 detto. Ebbi molto a soffrire di pene interne ed esterne: interne per molte oscurità e aridità di spirito, esterne per diversi travagli e disgusti ricevuti da parenti, e da altre persone, che cercavano di sollevarmi una delle mie due figlie, col biasimare la mia condotta, facendole credere che il mio vivere ritirato dal mondo, era l’ostacolo al suo collocamento matrimoniale, dandole a credere ancora, che vi era chi l’aveva richiesta; ma, atteso il mio vivere ritirato, aveva ricusato di apparentarsi con me.

La semplicetta credette quanto le dissero, e molto se ne afflisse, per questo oggetto sentiva dello sdegno contro di me e della mia condotta, e non si avvedeva che questa era una larva del demonio, per mettere in discordia e in confusione la mia casa, e così da un paradiso di pace, divenisse una Babilonia di confusione; ma come piacque a Dio, la figliola mi manifestò quanto le avevano detto, come ancora il dissapore e lo sdegno che sentiva verso di me, per questo racconto che le avevano fatto i parenti, con molte lacrime la figliola mi narrò il tutto, chiedendomi umilmente perdono, mi disse che, per quanta resistenza faceva per discacciare questo pensiero, questo dissapore che sentiva contro di me, viepiù questo dissapore, questo sdegno la molestava contro sua voglia.

Il Signore mi fece la grazia di ascoltare tutto il suo ragionamento con molta tranquillità di spirito e serenità di volto, assicurandola che io sentivo una grande carità verso di lei, e non mi trovavo offesa punto dal suo racconto, mentre chiaramente conoscevo essere questa una forte tentazione del demonio alla quale lei doveva resistere; le dissi ancora molte altre cose che tranquillizzarono il suo spirito. Nonostante le suddette angustie, non mancò il mio Dio, per sua bontà, in questo tempo di consolarmi e compartirmi delle grazie, segnatamente a vantaggio delle anime sante del Purgatorio.

66.3. La vicenda del monaco certosino


Un fatto riporto, per obbedire al mio padre spirituale, che me ne ha fatto un assoluto comando. il racconto lo faccio per extensum, per essere questa l’obbedienza che mi ha imposto.

Il lodato mio padre in Gesù Cristo, nel mese di maggio del 1822 ricevette una lettera dalla Spagna, dove veniva informato da un amico che il suo fratello certosino si trovava malato di un’infermità di petto e che erano quattro mesi che guardava il letto, e per l’estrema debolezza non aveva potuto scrivere di proprio pugno, che il suddetto si era dato ad una profonda malinconia, non permettendogli le indebolite sue forze né di leggere, né di scrivere, né di recitare il divino ufficio, e che si trovava in una grande desolazione di spirito, temendo della sua eterna salute.

Il mio padre spirituale mi fece sentire la lettera, che gli aveva scritto l’amico del suo fratello certosino, mi disse di raccomandarlo al Signore, che se era in piacere della volontà di Dio l’avesse fatto guarire.

Il suddetto mio padre volle celebrare la santa Messa nel mio oratorio privato, per il suo fratello infermo, io unii al suo santo sacrificio la povera mia Comunione, il Signore, per sua bontà, mi fece intendere che il suddetto infermo sarebbe morto. Nel partire dalla mia casa, il mio padre spirituale tornò a dirmi che avessi pregato per il suo fratello, io gli risposi che non facesse speranza sopra la vita del suo fratello, perché il Signore mi pare se lo voglia portare in paradiso.

La notte del 28 maggio, vale a dire 25 giorni prima della morte del suddetto infermo, ecco cosa seguì nel mio spirito: stavo orando nel mio oratorio, poco dopo la mezzanotte, il mio spirito era tutto raccolto in Dio, godendo nell’intimo dell’anima un riposo, una quiete, una pace propria di paradiso, tutto ad un tratto mi parve di vedere da lungi il suddetto infermo, in una situazione molto afflittiva e dolente. Mosso il mio spirito dalla compassione, mi rivolgo al mio Dio, e con umile sentimento di carità lo prego di mandarmi a consolare, a confortare l’infermo.

Questa preghiera la feci con tanto fervore e fiducia, che il Signore, per sua bontà, mi accordò la grazia: «Va’», mi disse il mio Dio, «va’ qual messaggera di pace. A mio nome di’ al mio servo che presto sarà con me in paradiso, per segno di questa verità io gli donerò pace, tranquillità e unione perfetta al mio divino volere, e una certa speranza di godermi per tutta l’interminabile eternità».

Ricevuta l’ambasciata, in senso molto migliore di quello che io ho saputo scrivere, attesa la mia grande ignoranza, ad un tratto mi parve di trovarmi nella camera dell’infermo, si avvicinò il mio spirito al suo piccolo letto e fece l’ambasciata, per la quale lo spirito dell’infermo esultò in Dio, e pieno di gaudio celeste fece i suoi cordiali ringraziamenti all’Altissimo; quanto grandi fossero i suoi ringraziamenti verso il suo Dio, per avergli compartita la suddetta grazia, non mi è possibile poterlo ridire.

Con il mio spirito si mostrò molto grato, per avergli portato questa consolante nuova, mi promise di raccomandarmi alla Santissima Trinità.

Ritornata in me stessa, mi trovai tutta aspersa di lacrime, per la tenerezza di questo fatto, proseguii a lodare, benedire e ringraziare il Signore di tutto l’accaduto. La mattina seguente, riflettendo a quanto era seguito nel mio spirito la notte, disprezzai questo fatto, e non ebbi coraggio di manifestarlo al mio padre spirituale, prendendo questa cosa per una alterazione della mia fantasia; come ancora tacqui il suddetto fatto, per non affliggere il mio padre per la vicina morte del suo santo fratello.

Dissi fra me stessa: «con la lettera che riceverà, lo saprà». E difatti il mio padre mi scrisse un biglietto, dove mi diceva che aveva ricevuto la lettera che il suo fratello il 12 di giugno 1822 era passato all’eternità. La lettera lo notiziava che quindici giorni prima della sua morte aveva acquistato una pace, una tranquillità imperturbabile, ed erano terminate tutte le sue desolazioni ed afflizioni, rendendo il suo spirito a Dio nella pace del Signore, aveva fatto una morte da santo.

Il mio padre spirituale, ricevuta la lettera della morte del suo fratello, all’Ave Maria, mi scrisse un biglietto secco secco, senza accennarmi, né punto né poco, la santa morte che aveva fatto il suo fratello, mi scrisse solo tre righe che tali e quali qui trascrivo:

Il mio fratello certosino il 12 morì, se si trova in purgatorio e non sorte domani alla mia messa, sarete grandemente castigata. Dio vi benedica!

Proseguo il racconto. Letto il biglietto, subito mi ritirai nel mio oratorio, chiedendo lume al Signore, acciò mi avesse fatto conoscere lo stato di questo defunto. Il Signore, per sua bontà, mi fece intendere essere di già gloriosa la sua anima in cielo.

Fu tanto forte questo sentimento, che non potei per questa anima santa fare in quella notte il minimo suffragio, nonostante il mio spirito non restava appagato di questa sola notizia, tornai a pregare il Signore e così gli dissi: «Mio Dio, a me non basta questa sola notizia, per assicurarmi della verità».

Così intesi intimamente rispondermi: «Domani mattina, alla Messa del tuo padre spirituale, ne avrai tutta la sicurezza».

Mi porto dunque la mattina in chiesa, ad ascoltare la santa Messa del suddetto mio padre. Il Signore, per sua bontà, mi diede a vedere la gloria grande che godeva l’anima di questo suo servo, ma perché il grande splendore della sua gloria il mio spirito non poteva contenere, mi diede il mio Dio a vedere il solo albore del suo splendore.

Questo bastò per farmi provare una consolazione di spirito tanto grande, che non ho termini di poterlo esprimere: il suo splendore era assai più bello di quello che sia bello il sole nello spuntar nel bel mattino, assai più, e senza paragone più bello.

Oh come tutta si ricreò la povera anima mia per mezzo di questo bello splendore, la mia mente fu sollevata da celesti pensieri, la dolcezza e la soavità inondava il mio cuore e mi faceva lodare e benedire il mio Dio, ammirando l’infinita sua bontà.

Questo bene fu durevole in me per vari giorni, mentre quando mi ponevo in orazione, ricordevole dell’accaduto fatto, tornavo a godere un bene nell’anima molto grande, che mi univa al mio Dio.

66.4. La contemplazione della passione e morte di Gesù


Nel mese di settembre 1822, come già dissi nei precedenti fogli, il mio spirito fu chiamato da Dio a meditare, a contemplare la passione e morte di Gesù Cristo.

Molto si internò l’anima in questi dolorosi misteri, che più volte credetti di morire, mentre Dio, per sua infinita bontà, mi partecipava in parte le pene sofferte nella sua santissima umanità, come sarebbe l’angustia, l’affanno, la tristezza che provò il suo spirito santissimo nell’orto del Getsemani; il mio spirito nel compassionare le sue pene, per via di compassione ed intima unione, era chiamato da Dio a partecipare, a patire simili ambasce, simili pene, unite a certe cognizioni intellettuali e divine, che la povera anima mia era sollevata sopra se stessa e veniva inebriata di puro e santo amore.

Quanto fosse fruttuosa all’anima mia questa orazione, io non ho termini di poterlo spiegare, ma tanto era buona questa orazione per la salute dell’anima, tanto era pregiudizievole per la salute del corpo, mentre per gli interni ed esterni patimenti il mio corpo s’indebolì tanto nelle forze, che sono ridotta un cadavere in piedi, la continua occupazione che il mio spirito ha con il suo Dio mi fa odiare me stessa e la società, mentre l’occupazione interna mi impossibilita ogni sorta di conversazione e trattenimento sociale, benché lecito ed onesto; ma siccome io non mi ritrovo in un deserto e sono necessitata di conversare con il mio prossimo, questa per me è una grandissima pena, fuggo più che posso la compagnia altrui, altro non amo che la solitudine, per conversare con il mio Dio. La solitudine la chiamo «il mio paradiso in terra»; il mio spirito, quando si trova in compagnia, sta sempre in stato di violenza, a tal segno che ne soffre anche il corpo, che si leva tutto in un gelido sudore per la pena che patisce.

Il povero mio spirito non trova più alcuna soddisfazione terrena, solo trattare con il suo Dio gli piace, e in Dio e con Dio resta pienamente contento e soddisfatto.

Questo non deve recare meraviglia, mentre noi vediamo tutto giorno che gli amanti del secolo vanno perduti dietro ai loro amori e, se sono colpiti dal genio e dalla passione, si fanno servi, schiavi dell’oggetto che amano, dimenticando la loro stima, la loro reputazione, le ricchezze, gli onori, la roba, non trovando più in tutto questo la loro soddisfazione, altra consolazione non trovano che di stare con l’oggetto che amano, e se tanto può l’affetto terreno, qual meraviglia recherà a chi legge che la povera anima mia, colpita dal santo amore, sia perduta amante di un Dio che la creò? e con lo sborso del suo preziosissimo sangue la riscattò?

Ah, sì, tutto poco sarà. Benché potessi per amore del mio Dio milioni di volte sacrificare me stessa con i più acerbi tormenti, questo sarebbe onore per me e non corrispondenza, mentre conosco che, per quanto mai io potessi fare e patire, non potrò giammai corrispondere ai tanti benefici e all’infinito amore che porta Dio, per sua bontà, alla povera anima mia peccatrice.

Tutto questo che ho detto e sono per dire, valga solo per glorificare il mio amorosissimo Dio, e per sempre più confondere l’anima mia nel profondo della santa umiltà e nel basso concetto di me stessa; conoscendomi, per mezzo della grazia di Dio, di essere la creatura più vile, più peccatrice che abita la terra: questa verità è per me tanto certa e sicura, che la confesso con tutta l’ingenuità del mio cuore, avanti a Dio e agli angeli ed i santi del paradiso, avanti a tutti gli uomini che abitano la terra, che io sono la creatura più vile, più miserabile che abita la terra.

Di questa chiara cognizione che mi dona Dio, per sua bontà, io lo ringrazio continuamente e lo prego incessantemente di levarmi prima la vita, se mai per mia grande disgrazia avesse a mancarmi questa chiara cognizione, questo umile sentimento che lo tengo tanto caro quanto tengo cara l’anima mia.

67 – DUE MESI A MARINO


67.1. Un sudore mortale


Proseguo a narrare quanto seguì nel mio spirito il mese di ottobre e novembre del 1822. Fui obbligata di partire da Roma e andare al paese di Marino, per motivo di una malattia sofferta da una delle mie due figlie, il medico mi ordinò che l’avessi portata fuori di Roma, che la mutazione dell’aria l’avrebbe ristabilita in salute. A questo oggetto portai in Marino il giorno 17 di settembre, da dove scrivo questi fogli.

La villeggiatura di quarantasei giorni non alterò il mio metodo di vita, tanto nel vitto quanto nell’orare, come ancora nella solitudine, mentre la chiesa e la casa era tutto il mio diporto; chiusa nella mia camera, me la passavo il più delle volte nell’amata mia solitudine orando, e quando il dovere mi portava di andare a far visite, ovvero riceverle, questo lo facevo a grande stento e con somma mia pena e fatica, per le continue interne chiamate che faceva Dio all’anima mia, non potendo corrispondere agli interni sentimenti che mi comunicava il mio amante Signore, il mio spirito pativa grande pena, ed intanto sudava sudor di morte per la violenza che faceva allo spirito del Signore, per il timore che non si avvedessero quanto seguiva in me.

Ciò nonostante il più delle volte restavo alla presenza degli altri come sbalordita, senza intendere cosa si dicesse; l’interna violenza che io facevo per non far distinguere cosa passava nell’intimo dell’anima mia, questo mi costava veramente grande pena; sicché la villeggiatura in parte, è stata per me un martirio lento, dico in parte, perché per grazia di Dio godevo molta libertà nella casa dove fui alloggiata con le mie due figlie.

67.2. Mi ferì il cuore poi me lo rapì


Riprendo il filo del racconto. Dio, per sua infinita bontà, proseguiva con interne illustrazioni a farmi contemplare la passione e morte del suo divino figliolo, e il frutto che ne riportava l’anima mia era un eccessivo dolore dei propri peccati, piangevo amaramente la mia cattiva corrispondenza ai tanti benefici ricevuti, una chiara cognizione della propria mia viltà, che mi faceva umiliare fino al profondo del mio nulla.

Questi interni lumi mi facevano ardentemente bramare il santo amore di Dio, per così corrispondere con fedeltà; ma, conoscendo che da me niente posso, pregai il Signore, con molte lacrime e ferventi preghiere, acciò si degnasse inviarmi un dardo della sua divina carità, simile a quello che mi donò in principio della mia conversione. Così gli dicevo umilmente: «Mio buon Dio, replicate il colpo alla durezza del mio cuore, non basta un sol colpo di amore. Sì, mio Dio, replicate il colpo con maggior forza e vigore; sono venti anni che mi colpiste il cuore con dardo prodigioso del vostro santo amore; mio Dio, un altro colpo ci vuole all’indurito mio cuore, acciò tutto s’infiammi del vostro santo amore!».

Con queste ed altre simili espressioni, che mi venivano suggerite dal vivo desiderio di corrispondere, fedele al mio Dio, mi stemperavo di amore in lacrime di gratitudine, sperando, dalla sua infinita bontà, di ottenere la grazia. Pregavo ancora Maria santissima ad essere mia mediatrice.

Non furono vane le mie speranze, né andarono a vuoto le povere mie preghiere. La grande Madre di Dio si degnò esaudirmi, e mi ottenne il dardo di amore tanto da me desiderato.

Il giorno che correva la festa del Santissimo Rosario, il dì 8 ottobre 1822 mi ero preparata nei giorni antecedenti a questa festa con ritiro, orazioni, lacrime e altre piccole mortificazioni.

La mattina della festa, nella santa Comunione, mi apparve Maria santissima e mi recò la felice nuova, che in quella mattina stessi preparata che avrei ottenuto la grazia; qual fosse il mio contento a questa felice nuova, ognuno lo può immaginare, quanto grandi fossero ancora i miei umili ringraziamenti, verso questa divina Madre, non posso esprimerlo.

Si raccolse viepiù il mio spirito, e circa due o tre ore dopo questa divina ambasciata, fu il mio spirito come da mano invisibile trasportato in un altissimo luogo di luce ripieno, vedo dall’alto dei cieli scendere Gesù Cristo, corteggiato da una moltitudine di angeli. Il divino Signore con volto piacevole e maestoso, tutto raggiante di luce, alla povera anima mia rivolto, pieno di piacevolezza ed amore, l’anima intanto sorpresa da sì bella vista, fu sopraffatta da santo timore, si sprofondò nell’abisso del suo nulla alla presenza del suo divino Signore, e piena di confusione e di rossore, per vedermi in mezzo a tanta magnificenza, non poteva contenere lo splendore che tramandava il mio divino Signore, mi balzava in petto il cuore per il contento, ma il rispetto, la venerazione, la stima intimorivano il mio cuore.

Ecco che ad un tratto cento e mille affetti insieme assalgono il mio cuore, e in deliquio di amore cadde distesa l’anima mia ai piedi santissimi del suo divino Signore.

Quando caduta mi vide, distesa ai piedi suoi, con dolce strale di amore prima ferì il mio cuore e poi me lo rapì.

Io tutta di amore mi accesi, in mezzo a mille affanni, per il desio di amore. Allora unita mi vidi al nobile suo splendore, l’anima piena di luce unita al suo divino amore, più non si distingueva, neppur si conosceva l’anima dal suo Dio, ma una stessa luce pareva insieme a lui. Di nobili e santi affetti sentivo ripieno il cuore. L’amore, l’amore, l’amore, Dio mi faceva amar! Lo amavo? sì lo amavo, in maniera così perfetta, che, annientata in me stessa, rendevo onore e gloria al mio amante Signore.

Di più non posso dire, mi mancano i termini di potermi spiegare, parla più il silenzio, che ogni eloquente espressione, mentre non si può comprendere da noi l’amore grande che Dio porta a noi miseri mortali.

Questo favore tenne assorto il mio spirito per molti giorni.

67.3. Risoluta di morire crocifissa


Il dì 14 ottobre 1822, dopo la santa Comunione fu il mio spirito favorito dal Signore, con altra grazia, si concentrò il mio spirito tutto ad un tratto in se stesso, umiliandosi profondamente; in questo tempo, per mezzo di interna illustrazione, fu chiamato da Dio a contemplare i divini misteri della nostra redenzione. Ecco una grande luce che sollevò il mio spirito, e con dolce attrazione a sé lo attrasse, e con sé lo condusse in una grande altezza, voglio dire altezza di penetrazione e di intelligenza, benché a me pare in questi casi di trovarmi di persona in luoghi altissimi, non più ricordando il mondo sensibile.

Attratto dunque il mio spirito da questa divina luce, dolcemente mi conduceva, e viepiù mi inoltrava nel suo maggior splendore, e sempre più si accresceva nell’anima l’intelligenza e la cognizione, quando ad un tratto vidi in mezzo allo splendore il mio bene crocifisso. Ebbra di santo amore, l’anima verso il suo amato bene si slanciò e così le parlò:

«Amato mio, soccorrimi, deh, non mi abbandonare, ti prego, Gesù mio, di unirmi alla tua divina umanità, io risoluta sono di morire crocifissa con te, Gesù mio, umilmente ti abbraccio al mio cuore, fortemente ti stringo per non separami giammai da te, mi riconosco indegna di simile favore, ma il nobile tuo cuore son certa che non mi sdegnerà, cosa sono per dire».

Il crocifisso Signore, con trasporto di amore, così mi parlò: «Aperi mihi cor tuum, soror mea, amica mea, columba mea, immaculata mea, veni». E con dolce attrazione, tirò a sé il mio spirito, e così stretta ed unita al lato del crocifisso Signore, l’anima mia si ritrovò, dal sacro suo costato dolcissimo liquore nell’anima tramandò; oh nobile bevanda di soavità ripiena, sì nobile, sì cara, cosa al certo più rara di questa non si dà. Questa riempì il mio cuore di sublime amore e di profondissima umiltà che io non so spiegare. In dolci e santi affetti passò l’anima mia nella divina compagnia del crocifisso suo bene. La divina luce viepiù si faceva maggiore, che il mio Redentore io non lo vidi più. Immersa in quell’inaccessibile luce, io mi ritrovai allora ripiena di vittoria e di sante virtù, di umile sentimento, sopraffatto fu il mio cuore dal dolore e dall’amore, credevo di morire. Altro non posso dire, mi mancano i termini per potermi di più spiegare. Questa comunicazione mi tenne per più giorni assorta in Dio.

67.4. Non ho mai visto cosa più bella


Digressione. Prima dell’anzidetto fatto per vari giorni antecedenti a questo favore, il mio spirito era nella santa orazione chiamato in una solitudine a contemplare di proposito la passione e morte del nostro Signore Gesù Cristo, di maniera che l’anima mia la vedevo in questo solitario luogo sotto la sembianza di vaga e leggiadra giovanetta, come un’ombra tutta risplendente e bella, questa teneva nelle sue mani l’immagine del suo bene crocifisso, teneva il suo sguardo fisso in quello, e con matura riflessione andava ponderando le di lui pene.

Tutta si struggeva di amore in lacrime, stringeva nelle sue mani e al cuore il crocifisso suo bene, compassionava intimamente i suoi dolori, si offriva ad imitare i suoi esempi, facendo molte proteste ed altri atti di virtù, che mi suggeriva la devozione e l’amore.

Passai in questo rapimento di spirito sette giorni, vale a dire dal giorno 14 ottobre 1822 fino al giorno 21 del medesimo mese; nel qual giorno 21 fu il mio spirito nuovamente favorito dal Signore con grazia specialissima, la qual grazia mi sembra molto difficile il poterla in scritto manifestare. Vivo quieta però, per averla di già comunicata a voce a vostra paternità reverendissima, giacché Dio permise che, quando mi seguì questo fatto, vostra paternità si trovasse di persona in Marino, e così io ebbi la consolazione, per mia quiete, di narrargli nello stesso giorno il fatto che mi era accaduto nello spirito nel tempo della santa orazione.

Vostra paternità reverendissima mi fece coraggio e per mia quiete mi assicurò essere questo un favore molto particolare, che mi aveva compartito Dio per sua infinita bontà. Ricordo ancora che mi comandò che avessi scritto il suddetto favore, da Dio ricevuto; ed io le risposi che mi si rendeva impossibile il poterlo scrivere, perché mi mancava la maniera di poterlo esprimere. Ciò nonostante, per non mancare alla santa obbedienza, mi accingo a scrivere, invocando lo Spirito del Signore, acciò mi dia la grazia di poterlo fare a maggior sua gloria. Mio Dio trino ad uno, datemi grazia di manifestare le vostre incomprensibili misericordie, illuminate il mio intelletto, acciò possa ridire quanto sono grandi le vostre grazie, i vostri favori, che vi degnate compartire alla povera anima mia peccatrice, e peccatrice ben grande, per avervi mancato di fedeltà e per la mia cattiva corrispondenza.

Mio Dio, mi umilio avanti a voi e confesso di essere quella che sono, peccatrice ben grande, nonostante i vostri divini favori, ah sì, mio amorosissimo Dio, vi prego di convertirmi una volta da dovero e farmi per mezzo della vostra divina grazia corrispondere con fedeltà, fino all’ultimo respiro della mia morte.

La sola sostanza del fatto scrivo, perché non mi riesce di poter spiegare. Il giorno 11 ottobre 1822. Dio, per sua infinita bontà, sollevò il mio spirito e lo condusse nei suoi divini tabernacoli, cosa più bella non vidi mai, né giammai provai dolcezza uguale. Questa è un’unione tanto perfetta, che non ci sono termini sufficienti di poterlo spiegare, valga il silenzio dove le mie forze non possono arrivare. Io più di tanto non posso, non so manifestare, valga quel poco che ho detto, per obbedire a vostra paternità.

67.5. Un solo cuore


Passo a narrare un altro fatto seguitomi. Il dì primo novembre 1822, festa di tutti i Santi, il mio spirito fu sollevato da Dio con un ratto divino, mi trovai ad un tratto con lo spirito in una grande altezza; mi vidi tutta circondata di luce, il mio spirito lo vedevo sotto forma di leggiadra donzella, ma quasi un’ombra questa appariva, tanto leggiadra e bella, che non posso descriverlo.

La vedevo tutto fervore, che altro non faceva che adorare profondamente il suo Creatore, il suo Redentore, il suo Dio, che riconosceva per mezzo di quella luce inaccessibile. Umilmente lo adorava, l’ossequiava e ardentemente lo amava e con trasporto di amore apprezzativo, a lui tutta si donava, compiacendosi nella sua divina volontà; sentivo nel mio cuore un aborrimento totale a tutti i beni transitori della terra, un odio santo di me stessa, e un desiderio grande di patire per amore di Dio.

Spiegava, intanto, la fortunata donzella i santi suoi desideri al suo Signore, il quale, con piena gratitudine li riceveva, e sovrabbondando l’anima di maggiori illustrazioni, se la stringeva al suo castissimo e amorosissimo cuore. Andavano intanto crescendo a dismisura i santi affetti ad entrambi i cuori, ma quanto dissimili l’uno dall’altro! Oh cuore divino, quanto grandi fossero le tue fiamme, io non posso al certo esprimerlo. Ah sì, questo divino fuoco fece ardere, fece bruciare il povero mio cuore di santa carità e più non si distingueva per la partecipazione, per la perfetta unione di questo sacro fuoco; il mio cuore ardeva in mezzo a quella fiamma viva, di santa carità, in guisa tale che di due cuori un sol cuore si formò, in questo tempo restò la mia volontà unita tanto perfettamente alla divina volontà che l’anima mia perdette ogni suo volere.

Ridotta l’anima in questo stato di perfezione, per mezzo della grazia di Dio, venne a possedere le sante virtù morali e teologali; Dio, per sua bontà, si compiacque di adornarla con i sette suoi doni, e allora questa donzella comparve a dismisura assai più bella di prima, Dio con trasporto di amore, allora, per poterla meglio vagheggiare, la fece salire sopra un trono; ma non so se trono questo possa chiamarsi, ma mi spiegherò alla meglio, invocando il divino aiuto, acciò dia lume alla mia mente, per poter dire cose che io non vidi giammai, e non so come denominarle, né a che paragonarle, né come ridirle. Mentre mi manca la maniera di potermi esprimere, mi mancano le figure dimostrative per potermi spiegare.

68 – IL PURGATORIO SI SPOPOLÒ


68.1. Mi fece arbitra delle sue misericordie


Prendo a raccontare il fatto, lasciando per un momento il mio spirito in quella situazione poc’anzi detta, mentre questo fatto che sono per raccontare seguì immediatamente dopo il surriferito favore.

Quasi come a Dio non bastasse la dimostrazione della sua grande carità verso la povera anima mia, gliene volle dare un’altra prova, per sempre più confonderla ed umiliarla.

Ecco che in mezzo a quella luce inaccessibile vedo un masso d’oro e d’argento, quanto mai bello, tutto lavorato con intagli e lavori finissimi, conoscevo benissimo esser questa opera del divino artefice; una cosa così bella che io non so descrivere, il mio spirito restò estatico e pieno di stupore nel vedere cosa così sorprendente e bella.

Questo bellissimo masso d’oro e d’argento finissimo e lucidissimo, era ancora intarsiato di pietre preziosissime, questo masso d’oro era fatto a forma di altare triangolare, ma non so se altare possa denominarsi, non so spiegarmi altrimenti, non so dire di più. Questo non aveva alcun ornamento né di fiori, né di candelieri, ciò nonostante era in tutto così maestoso e bello che non si può spiegare, rendeva devozione, rispetto, venerazione e stima.

Nel tempo che il mio spirito stava tutto ossequioso, umiliandosi profondamente avanti al suo Dio, ecco, in questo tempo, tre principi della corte celeste, con tre incensieri, che vennero ad incensare con profondo rispetto quel sacro altare.

Il loro incenso tramandò tanto odore soave, che l’anima mia, dalla grande fragranza del celestiale odore, mancò e cadde in amoroso deliquio. Mi sentivo in questo tempo stemperare il cuore di puro e santo amore, mi rivolgevo verso il mio Dio, e con dolci espressioni gli mostravo il mio amore.

Quando rinvenni da questo amoroso e santo deliquio, senza avvedermene senza mia volontà, sopra quell’altare mi trovai, tutta circondata da quel fumo di incenso di soavità ripieno. La povera anima mia, in mezzo a questa magnificenza, sentiva viepiù accrescere in me stessa il lume di propria cognizione, sicché mi umiliavo viepiù, e dolcemente mi lamentavo, con l’amato mio bene, che tanta confusione mi facesse provare col tanto innalzarmi senza alcun merito, quasi come se ne trovasse offesa.

A questi sentimenti dell’anima, Dio corrispondeva con somma compiacenza, e la tirava a sé con tanta forza e violenza, questo seguiva per mezzo di una luce inaccessibile e tanto penetrante che ad un tratto tutta mi assorbiva e intimamente a sé mi univa, e così veniva l’anima mia a perdersi in Dio, perdendo la sua proprietà.

Terminata questa divina unione tornai alquanto in me stessa, senza perdere il grande bene che godevo ancora nell’anima; in quel momento ricordai che si dava principio in quella santa giornata all’ottavario dei fedeli defunti, mi rivolsi con somma premura ed impegno verso il mio Dio e lo pregai con fervente preghiera e con calde lacrime ad usare misericordia con le anime defunte. «Mio Dio», gli dissi, «degnatevi di darmi la chiave di quell’orrido carcere, come altre volte vi siete degnato darmi, perché io sento un desiderio grande di scarcerare dal purgatorio quelle anime sante, vi supplico di questa grazia per gli infiniti meriti della vostra passione e morte».

Questa offerta bastò per ottenere la grazia, per essere di valore infinito. All’istante il mio Dio, per sua infinita bontà, si degnò concedermi quanto bramavo, mi fece arbitra delle sue misericordie; ma l’anima, in luogo di approfittarsi liberamente della grazia, domandava al suo Dio, con umile sentimento, cosa doveva fare, e non ardiva neppure alzare gli occhi della mente, ma mi trattenevo genuflessa avanti al suo divino cospetto, trovandomi ancora sopra del detto altare, il quale altare, se non erro, mi pare che sia denotato il dono dell’orazione.

68.2. Presto saranno con me in paradiso


Riprendo il filo del racconto. Mi trattenevo, dunque, piena di timore, avanti al divino cospetto, non sapendo cosa dovevo fare: «Va’», mi disse Dio, «presentati a quel carcere a mio nome, reca a quelle anime la consolante nuova che presto saranno con me in paradiso».

In quell’istante apparvero tre santi angeli, i quali accompagnarono l’anima mia all’orrido carcere del purgatorio. L’anima mia la vedevo sotto la forma di un’ombra chiarissima, tutta risplendente di luce, si approssimò dunque l’anima a quell’orrido carcere in compagnia dei tre santi angeli, e recai, da parte di Dio, a quelle sante anime la consolante nuova della loro prossima liberazione.

Non mi è possibile il ridire l’esultazione, il gaudio, la consolazione di quelle sante anime, e quanto mai grandi fossero i loro ringraziamenti e le lodi che ne resero all’infinita misericordia di Dio.

Questo fatto mi seguì la mattina. Il giorno dopo il pranzo mi portai alla chiesa e stetti in orazioni più di tre ore, pregando per le anime purganti; in questo tempo il mio Dio si degnò mostrarmi il trionfo della sua misericordia verso le anime purganti.

Vidi dunque quelle sante anime che a schiere, a schiere, accompagnate dai loro santi angeli custodi, gloriose e trionfanti se ne salivano al cielo.

In tutti i giorni dell’ottavario, seguì lo stesso, anzi in nove giorni, perché il duomo di Marino incluse un’altra giornata di esposizione in suffragio dei fedeli defunti, sicché in nove schiere può dirsi che si spopolò il purgatorio!

Vista più bella di questa non vi può essere, che dimostri più al vivo l’infinita misericordia di Dio, e il trionfo grande degli infiniti meriti del sangue preziosissimo di Gesù Cristo.

La vista di questo trionfo rese il mio spirito estatico, di maniera che nei detti giorni era il mio corpo tanto alienato dai sensi, che dalla chiesa mi portavo a grande stento alla casa di mia abitazione, che restava poco distante, strascinando il mio corpo, alla meglio che potevo.

Mi chiudevo subito nella mia camera, e, per quanto potevo, mi rendevo invisibile a tutti, mentre per queste interne comunicazioni il mio corpo pareva un cadavere in piedi, che faceva compassione a chi lo mirava.

Supponevano le padrone di casa dove io abitavo, che mi sentissi molto male di salute, ed io lasciavo che lo credessero, così molto meglio veniva occultata la vera cagione, che mi aveva in quello stato ridotta. Nella mia camera me la passavo in orazioni, più o meno ero alienata dai sensi, il mio spirito tutto rapito ed assorto in Dio, di maniera tale che non conoscevo più di abitare il mondo.

68.3. Lontana dal mondo


All’11 di novembre 1822 terminò la nostra villeggiatura, tornai in Roma con le mie due figlie, essendoci trattenute in Marino 45 giorni.

Dall’11 novembre fino al 7 dicembre 1822, il mio spirito in questo tempo sperimentò i buoni effetti di questi distinti favori, in questi giorni Dio si degnò farmi godere nell’intimo dell’anima un riposo, una quiete, uno straordinario raccoglimento, unito ad una presenza di Dio tanto amabile e cara che non ho termini di poterlo spiegare. Questa presenza di Dio cagionava nell’anima mia una profonda umiltà, un annientamento di me stessa, un bassissimo concetto di tutta me; questa umile cognizione mi faceva trattenere alla presenza di Dio, con santo amore e santo timore. Così passai i detti giorni.

Il dì 8 dicembre 1822, festa dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima, mi accostai alla santa Comunione con molto raccoglimento di spirito, ma non fu di più. Passate circa tre ore dopo la santa comunione, tutto ad un tratto Dio si degnò sollevare il mio spirito ad una elevata contemplazione (io non so se questo favore possa chiamarsi contemplazione).

Mi dava dunque il mio Dio a vedere il suo divino splendore, per cui veniva illustrata la mia mente, e il mio intelletto restava tutto occupato in Dio, la mia volontà era tutta unita e medesimata in Dio. Nel trovarmi immersa in questo grande bene, domandai dove si trovasse il mio spirito, che tanto bene godeva, Dio per sua infinita bontà si degnò mostrarmi la situazione del mio spirito, e con parole me lo fece intendere: «Mira», mi disse, «o figlia mia dilettissima, l’amore mio verso di te fin dove giunse! Ti ha separato affatto dalla massa degli uomini, ti ha sollevato sopra questo monte, dove ora si trova l’anima tua, per solo conversare con me!». Altro punto ammirativo.

Tornò con trasporto d’amore a ripetere: «Mira, deh mira, o mia figlia carissima, quanto lontano si trova dal mondo sensibile l’anima tua».

Ed infatti io vedevo il mio spirito in un altissimo monte, molto lontano dal mondo, anzi separato affatto, ma in grande lontananza vedevo il misero mondo con i suoi seguaci immersi nelle crapule e nel libertinaggio, segnatamente li vedevo camminare senza fede, senza religione, conculcando la santa legge di Dio e i santi suoi comandamenti.

Questa cognizione riempiva il mio cuore di pena e di affanno, che mi amareggiava quel bene che io godevo in me stessa, perché ero sollecitata dall’amore del mio prossimo, sicché facevo per questi molte ferventi preghiere; la vista di questi infelici affliggeva grandemente il mio cuore, che in mezzo a tanto bene che godeva in me particolare si convertiva in una grave afflizione di spirito, al giusto riflesso del disonore che questi miseri fanno all’infinita bontà di Dio, e al danno che cagionano a loro stessi.

68.4. Sopra un altissimo monte


Portato il mio spirito da queste riflessioni, venivo a patire un male tanto eccedente, che mi faceva patire l’anima e il corpo, che credevo di finire la vita, per l’interna angustia non potevo più reggermi in piedi, se non a grave stento e fatica; passavo le ore intere nel mio oratorio, semiviva e posso dire quasi morta, avevo fatto il viso cadaverico, che faceva pena a chi mi guardava, conoscevo benissimo che non potevo più reggere; ma, come a Dio piacque, per sua bontà, per non vedermi perire in siffatta angustia, trasportò il mio spirito in un altro monte più eminente e molto più separato da questo mondo sensibile, che il mio spirito trasportato che fu in questo luogo, al momento ne perdette affatto l’idea funesta, questo mi seguì la notte del Santo Natale 25 dicembre 1822.

Questo monte altissimo, dove si trova il povero mio spirito, come già dissi, per averlo condotto Dio di propria mano, questo monte dunque, lontano dai rumori del mondo, e per la sua eminenza l’anima si trova vicina a Dio, si trova spogliata affatto di ogni sua proprietà, unita perfettamente alla volontà divina, che in questa sola volontà del suo Dio trova tutta la sua compiacenza, tutto il suo gaudio, tutta la sua felicità e in questa dolcemente riposa.

In questo santo monte l’anima non soffre né tentazioni, né concepisce alcun desiderio, ma solo tiene il suo sguardo fisso in Dio, pascendosi, deliziandosi nella sua santissima volontà.

In questo santo monte la povera anima mia era illuminata, confortata e favorita da Dio con particolari favori; ma tutto questo grande bene seguiva in me con grave patimento di spirito, e con grande detrimento della mia salute temporale, perché questa sorta di orazione, per essere soprannaturale, l’anima mia tanto si assottiglia per la celeste penetrazione, che Dio le comparte, che lo spirito, portato dalla divina intelligenza, penetra fuori di ogni idea naturale e così viene a patire moralmente e fisicamente l’anima e il corpo; ma questo patire è di tanto gaudio e di tanta consolazione all’anima e al corpo, che altamente me ne compiaccio e ne rendo le dovute grazie al mio Signore.

Pativo con straordinario giubilo, trovandosi così occupato il mio spirito con il suo Dio, non avevo più quella sollecitudine di pregare per i peccatori.

68.5. Vi comando di pregare per i peccatori


Detti ragguaglio al mio padre spirituale di quanto seguiva nel mio spirito, e la nuova situazione in cui aveva Dio, per sua bontà, posto l’anima mia; gli dissi ancora che trovandosi l’anima, in questo alto monte, tanto occupata per se stessa in Dio, non sentiva più quel forte impegno di prima per i peccatori, avendo in questo santo luogo perduto affatto la memoria di tutte le cose sensibili della terra, e di tutte le sue miserie spirituali e temporali.

Il mio padre spirituale, prudentemente, così mi rispose: «Non mi fa meraviglia che in questa situazione non vi ricordiate le miserie della terra, né le cose sensibili di essa, né le offese che si fanno a Dio, questo lo comprendo, e ne conosco la giusta cagione, ciò nonostante io vi comando che preghiate per i poveri peccatori. Ditelo a Gesù Cristo che questa è l’obbedienza che vi impone il vostro padre spirituale, ditegli che vi dia grazia di obbedire».

Io gli risposi: «Padre, questa preghiera porta con sé il sacrificio, perciò io, da miserabile quale sono, mi offrirò a patire per la conversione dei peccatori».

Mi rispose: «Non voglio assolutamente che voi vi offriate a patire volontariamente, la sola preghiera dovete fare, badate bene di non offrirvi a nessun patimento senza il mio permesso; dite a Gesù Cristo che voi non avete licenza di fare nessuna offerta di voi medesima».

Io gli risposi: «Farò quanto mi comanda vostra paternità».

Secondo il solito, mi ritirai nel mio oratorio e mi posi in orazioni. Stando in mezzo ad un interno raccoglimento, era il mio spirito tutto assorto in Dio, quando così presi a parlare con il mio Dio: «Mio Dio, mio Signore, assoluto padrone del cielo e della terra, mio Creatore, mio Redentore, in cui credo fermamente e spero dalla vostra infinita bontà il perdono di tutti i miei gravissimi peccati; ah Signor mio, Dio mio, degnatevi di perdonare ancora tutti i poveri peccatori, fratelli miei, vi raccomando la santa Chiesa».

Con questa, ed altre espressioni pregai per i bisogni di santa Chiesa e per i peccatori. Fatta la preghiera, l’anima mia si sopì in Dio. Stando in questo dolce riposo, mi furono presentati molti travagli, croci e tribolazioni e mi fu fatto intendere che se volevo ottener grazie per la santa madre Chiesa e per i peccatori dovevo assoggettarmi a patire.

L’anima ricordevole di quanto mi aveva detto il mio padre spirituale: «Mio Dio», dissi, «ben volentieri mi assoggetterei a qualunque patimento, ma voi lo sapete che l’obbedienza mi proibisce di offrirmi a patire».

Così intesi rispondermi: «Lo so che il tuo direttore te ne ha fatto il divieto, ma sappi però che questa obbedienza non ti assenta di fare la mia volontà, alla quale tu sei tanto unita e congiunta».

A queste parole l’anima mia si umiliò profondamente, e tutta si rassegnò alla divina volontà.

Riferii al mio padre spirituale quanto mi era accaduto nelle orazioni, il quale così mi rispose: «Non vi è dubbio che quanto io vi ho comandato non toglie che voi dobbiate adempiere la volontà di Dio, Lui sa perché vi ho fatto questo comando, io non mi oppongo, fate dunque la volontà di Dio, che sono contento».

Questa fu la determinazione del mio padre spirituale che prese sopra dell’anima mia di abbandonarla al divino beneplacito. Staremo a vedere cosa Dio determinerà, e a suo tempo ne darà riscontro.

69 – HO PERDUTO IL MIO DIO!


Dal dì 25 fino al dì 31 dicembre 1822, il mio spirito è stato godendo in questi sei giorni un bene molto grande, mentre l’anima, in questo altissimo monte, godeva la vicinanza di Dio, sempre fisso teneva il suo sguardo in Dio, per ogni dove mi volgevo, trovavo il mio amorosissimo Dio, era sempre presente a me in una maniera molto particolare.

Oh cara mia sorte, oh degnazione ammirabile di un Dio amantissimo dell’anima mia! Trattenersi con me? trattenersi dentro di me! fuori di me, e di tutta circondarmi ed unirmi in qualche maniera alla sua immensità, che posso dire, senza alcun dubbio, che in questi sei giorni il mio spirito fu tutto assorto in Dio, senza capire le cose sensibili della terra, tanto era l’anima mia occupata e fissa in Dio, che i sentimenti del corpo erano tutti attratti in maniera che quel poco che agivo non era che per abito, sebbene in questi casi me la passo tutta la giornata e buona parte della notte, nel mio oratorio privato, senza farmi vedere, fuori di un caso di necessità e occorrenza della propria famiglia, secondo l’obbligo del mio stato.

Passati i suddetti sei giorni, tutto ad un tratto mancò questa bella vista e tutto questo grande bene che godeva l’anima mia, e mi trovai in un momento tutta ricoperta di folte tenebre, senza più distinguere dove mai io fossi, dove mai io mi trovassi. Qual pena sentivo in me, più non vedevo il mio carissimo Dio, piangendo dirottamente, lo cercavo e non lo trovavo.

«Oh mio Dio, quale inaspettato avvenimento è questo per me», dicevo, «quando meno me lo aspettavo, voi vi siete partito da me. Oh bel sole di giustizia, parevami al certo di essere tutta inabissata nel vostro divino splendore, e che mai potessi più perdervi di vista, speravo di avervi trovato per non perdervi mai più, mio Dio, e come mai in un tratto sono passata della luce inaccessibile alle più folte tenebre. In questo buio io niente vedo, niente distinguo, sento opprimermi il cuore, mio amorosissimo Dio, deh per pietà, datemi aiuto, soccorso per carità. Ma viepiù la pena a dismisura opprimeva il mio cuore e il santo amore faceva amoroso scempio di me.

Andavo per sollevare la mente verso il mio Dio, e ne ero respinta; piangevo amaramente, riconoscendomi meritevole di questo castigo. Cresceva in me il desiderio di ritrovare il mio Dio, e viepiù si addensavano le folte tenebre, e così sempre più si faceva maggiore la mia pena; in questo stato così afflittivo ricorsi alle sante virtù della fede, della speranza, della carità, con molto fervore dicevo: «Oh sante virtù, voi additatemi il mio Gesù, io ho perduto il mio Dio, per mezzo vostro io lo voglio ritrovare; Gesù mio, voi mi avete meritato queste sante virtù con lo sborso del vostro preziosissimo sangue, dunque comandate a queste sante virtù che favoriscano la povera anima, non vedete in che stato deplorabile io sono ridotta? Gesù mio, spero certo da voi questa grazia».

69.1. Fede, speranza e carità


Non furono vane le mie speranze, né andarono a vuoto le mie suppliche e le mie lacrime, che in molta copia versavo; mercé la misericordia del mio Dio, puntualmente mi favorirono queste sante virtù teologali, ma me le donò in un grado molto eccellente ed elevato, che potei esercitare gli atti più sublimi di fede, di speranza, di carità.

Queste sante virtù mi additarono il mio Dio, l’anima dunque virtualmente ritrovò il suo Dio, e tutta in Dio si riposò, ma senza vederlo, solo in virtù della fede che mi assicurava con ogni certezza, sicché l’anima mia con infallibile sicurezza si abbandonava e si riposava tutta in Dio, in virtù della fede, questo è un atto molto meritorio per l’anima e tanto caro a Dio, che altamente se ne compiace, perché rende a Dio molta gloria e molto onore, ma peraltro dobbiamo confessare che questi atti di virtù, tanto eminenti ed eccellenti, non si possono da noi praticare senza una grazia speciale di Dio, sicché la povera anima mia altamente se ne confonde, dopo di aver praticato sì eccellenti virtù, si umilia profondamente e ne rende la più affettuosa grazia al suo Dio, confessandomi affatto incapace di esercitare questi atti di virtù.

L’anima dunque, per rendere onore e gloria all’amato suo bene, si compiaceva di proseguire a stare in quelle folte tenebre, ed intanto, con la grazia del Signore, si andava esercitando in queste sante virtù teologali, non trascurando ancora l’esercizio delle altre virtù, non desiderando altro che di piacere e compiacere il mio Dio, non curando più me stessa, né il mio grave patire, ma solo abbandonata al beneplacito dell’amato mio bene.

69.2. Il mio Dio si prende gioco di me


Vedendomi il mio Dio tutta anelante ed ebbra del suo santo amore, in mezzo a quelle folte tenebre, altamente se ne compiaceva, e si prendeva gioco di me.

In mezzo a quelle folte tenebre, dall’anima si faceva vedere con tanto splendore e bellezza che l’anima ne restava rapita ed innamorata ad un segno, che non poteva più contenere se stessa, sicché non camminava, ma volava per approssimarsi all’amato suo Dio, che con tanta ansietà fino allora aveva cercato con tanta fatica e stento. Ma che, quando credeva di raggiungerlo, nuovamente si nascondeva, lasciando nell’anima maggior brama di possederlo. Si accendeva viepiù in me la fiamma della divina carità, e questa faceva crudo scempio di me, e l’anima mia, piena di fortezza e costanza, sempre più con sommo ardore, in mezzo a quelle folte tenebre, cercava il mio Dio. Di qual tempra sia questa sorta di patimenti non si può di certo spiegare. Senza la grazia speciale di Dio non si resiste, perché è così crudo e sensibile il patire, che può chiamarsi un forte martirio, che non si può spiegare. Mentre Dio dona all’anima un desiderio veementissimo di congiungersi, di unirsi con lui, di medesimarsi con lui, tanta è l’intelligenza ed il rapimento che le comparte, che necessita l’anima di aspirare a questa perfetta unione; intanto Dio, per compiacenza, suscita nell’anima un amore tanto grande che la strugge e consuma per amore dell’amante e le rende altamente afflitto il cuore.

Ogni giorno si accrescevano a dismisura le pene, le angustie nel desolato mio spirito. Compartendomi Dio per sua bontà tanto lume di propria cognizione, che odiavo me stessa, e mi pareva di essere odiosa a Dio, ai santi, agli angeli, agli uomini.

Oh Dio, qual pena è mai questa, che non si può spiegare, che portava l’anima mia ad un doloroso conflitto; altro non facevo che pascermi di amarissime lacrime e di affannosi sospiri, sopraffatta dalle pene e dal dolore, che mi riduceva quasi ad agonizzare.

Una notte stando in queste orazioni così penose per accrescimento delle mie pene, vidi il mio spirito sopra quel monte anzidetto, che camminava in mezzo a quelle folte tenebre; un piccolo splendore lo scortava e gli additava il cammino dell’erto monte, camminava con molta attenzione appresso al piccolo splendore, per il timore di non perdersi in mezzo a quelle folte tenebre.

Il mio spirito lo vedevo per mezzo di quella piccola luce, ed era tutto vestito di candide vesti, ma quello che mi recò gran pena fu di vederlo vestito goffo e poco attillato, erano questi bei vestimenti tutti risplendenti.

Questa vista mi consolò, ma non restò pago il mio cuore, perché l’importunità delle vesti mi parve che volesse significare la mia negligenza nell’operare, sicché per questo molto mi afflissi, e piangendo dirottamente chiedevo perdono al Signore e lo pregavo incessantemente di darmi la grazia di corrispondere alle tante sue divine misericordie e a tanti suoi favori.

Non sto qui a dire le lunghe preghiere che facevo, le lacrime che versavo, gli affannosi sospiri che il mio cuore inviava verso il suo Dio, mentre in mezzo a quelle folte tenebre non distinguevo se Dio era con me, se io ero in grazia sua; qual pena recasse questa dubbiezza al mio cuore, non posso al certo esprimerlo. Sentivo intanto un amor grande verso Dio, ed una necessità di amarlo.

Questa è un’amorosa prova che Dio fa all’anima, e l’anima mia molto bene lo distingueva, e viepiù si accendeva di santo amore, il quale faceva crudo scempio di me, e così martirizzava l’anima e il corpo. Questo doloroso conflitto durò 33 giorni: dal 31 dicembre 1822 fino al dì 3 febbraio 1823. Sicché il mese di gennaio lo passai in queste gravissime afflizioni.

Tralascio il dire come Dio, per sua infinita bontà, mi sollevò da queste gravi angustie, riservandomi a darne riscontro in altro cartolaro. Intanto prego vostra paternità reverendissima di esaminare questo, che umilio e soggetto al savio suo parere e consiglio, per quiete della povera anima mia, la quale sempre dubita di essere ingannata dal demonio: protestandomi avanti al mio Dio, di aver scritto questi fogli a sua maggior gloria, e per obbedire vostra paternità, che me l’ha comandato.

69.3. Una chiamata improvvisa


Il dì 3 febbraio 1823, la notte stava ragionando con le mie due figliole di cose indifferenti, non lasciavo intanto di soffrire le mie interne pene e le mie gravi angustie di spirito, quando improvvisamente sento un tocco interno della divina grazia, ma tanto forte e violento, che mi trasse in un subito fuori dei propri sensi, per la forte chiamata il mio corpo si levò in gelido sudore.

Io non capivo il significato di questa improvvisa chiamata; in questo tempo mi sopraggiunse un forte svenimento, le figlie, avvedutesi di questo mio male, volevano adagiarmi sopra il letto, ma io le dissi: «Non posso, conducetemi al mio oratorio!». Come di fatto fecero. Una delle figlie stette un poco di tempo a vedere come io mi sentivo, essendomi avviticchiata in terra, perché non mi potevo reggere altrimenti; la suddetta mi mise una sedia, perché mi sostenesse, mi voleva portare dei cuscini, perché mi appoggiassi, ma io la ringraziai e le dissi che fosse andata pure a fare le sue incombenze, che mi avesse lasciata in libertà, che stesse quieta, che io mi sentivo bene.

Obbedì la figliola, mi lasciò in libertà. Chiusa nel mio oratorio, l’anima mia se ne andò al suo Dio, che così fortemente la chiamava: «Mio amorosissimo Dio», diceva l’anima, «cosa volete da me, io non v’intendo!». In questo tempo si sopì in Dio l’anima mia, ed il Signore dolcemente così la chiamò, e la destò da quel soave sonno: «Giovanna Felice del mio cuore», mi disse, «perché tanto ti affliggi? E non vedi che il divino aiuto è nelle tue mani? Di che temi, di che paventi? Se io sono con te, chi sarà contro di te? chi ti potrà nuocere? chi ti potrà sovrastare?».

A queste amabilissime parole, qual mi restassi io non so dirlo, perché in quel momento che il mio Dio si degnò manifestarsi all’anima, ad un tratto passai dalle afflizioni ad una consolazione tanto grande che non posso spiegarlo, passai dalle folte tenebre alla risplendente luce. L’anima intanto, vedendo il suo Dio, ebria di amore, con affettuose parole, così rese a parlare, umiliandosi profondamente con sommo rispetto, così gli dissi: «Mio Dio, mio Signore, padrone assoluto del cielo e della terra, mio Creatore, mio Redentore in cui credo fermamente, da cui spero tutto il mio bene, vi amo, sì, vi amo, mio Dio, mio Signore, vi amo più di me stessa, oh quanto sono contenta! oh quanto è grande la mia consolazione di avervi pur ritrovato una volta! oh quanto è stato crudo il mio esilio! Io lungi da voi? e voi lungi da me? Mio Dio, io più non vi sentivo in me, ciò nonostante mi sentivo viepiù innamorata, appassionata di voi, mio Dio, mio amore, mio tutto, il vostro santo amore ha fatto crudo scempio di me. Ah Gesù mio, non sia più così, non vi nascondete più agli occhi della mia mente, non vedete a che stato mi ha ridotto il vostro amore! Ah, Gesù mio, abbiate pietà di me, adesso che vi siete fatto da me ritrovare, non vi separate più da me: Ne permittas me separari a te». Con queste ed altre simili espressioni, che non mi dà l’animo di poterle manifestare, perché in questi casi cento e mille affetti insieme assalgono il mio cuore, perché prodotti sono dalla grazia del Signore. Lascio per un momento il mio spirito con il suo Dio, sfogando il suo ardente amore, e ricevendo dal suo amato bene i più distinti favori della sua divina carità.

69.4. Appoggiata a un bellissimo bastone


E prendo a raccontare cosa vidi in quello spazio di tempo che sarà stato di circa due ore e più, di dunque in questo tempo il mio spirito in mezzo a quelle folte tenebre, che rischiarate venivano dalla suddetta luce, vedevo il mio spirito che si affrettava a camminare per l’interna chiamata avuta dal suo Dio; lo vedevo vestito nella medesima maniera anzidetta, vestito di candide vesti, ma queste erano mal messe e senza attillatura. Camminava con molta celerità e speditezza, a cagione di un bellissimo bastone che teneva nella mano destra, sul qual bastone lo spirito si appoggiava e si sosteneva, e così si rendeva abile a camminare velocemente.

Io restai molto ammirata nel vedere il mio spirito che camminava così velocemente; in questo tempo così intesi dirmi: «Non ti rechi meraviglia la celerità del suo cammino, non vedi che il divino aiuto è nelle sue mani, sotto il simbolo di quel forte bastone! Giovanna Felice, rallègrati e non ti rattristare, non fissare il tuo sguardo negli abiti più o meno attillati, il camminare è quello che ti giova. Affréttati dunque, e non ti perdere d’animo; dalle tenebre passerai alla luce. Mira, o figlia, fin dove vuol condurti il mio amore».

Dette queste parole, fisso lo sguardo della mente e vedo un sommo splendore che tutta mi circondava e mi medesimava in Dio, per partecipazione godevo un bene essenziale, non so spiegare se fuori di me stessa, o dentro di me stessa, perché il mio spirito io più non lo distinguevo, tanto era in Dio medesimato ed intimamente unito; non so spiegare di più. Ne lascio a vostra paternità reverendissima il decidere, se io con giusti o ingiusti termini, mi sono spiegata, come ancora se queste siano opere dello Spirito del Signore, ovvero larve del tentatore.

69.5. Un monte la cui sommità arriva al cielo


Riprendo il filo del racconto. Dopo essere stata per qualche tempo godendo di questo bene inarrabile, che non so dire qual spazio di tempo fosse, tornai in me stessa ritenendo in me i buoni effetti, mi trovavo ancora tutta assorta in Dio, e quasi come in un nuovo mondo, tanto per il favore ricevuto, come ancora per trovarmi sgombra da quelle folte tenebre. In questo tempo fu nuovamente chiamata l’anima da Dio, il quale si degnò farmi vedere un monte altissimo, la cui sommità arrivava al cielo. Era questo monte ricoperto di languida luce, ma era tanto erto e dritto che sembrava impossibile il poterlo salire. Io lo guardavo con ammirazione, ed intanto riflettevo alla grande difficoltà di poterlo salire, ciò nonostante questi ostacoli, io sentivo in me un santo desiderio di intraprendere quell’arduo cammino, ma bilanciavo le mie deboli forze, e sempre più si sembrava non solo difficile, ma affatto impossibile di intraprendere un sì laborioso viaggio.

Stando io in questo forte contrasto, non sapevo cosa risolvere, ma il mio Dio si degnò di sciogliere tutte le mie difficoltà, così prese a parlare il mio buon Signore: «Figlia carissima, non bilanciare le tue forze; ma, tutta affidata alla mia onnipotenza, potrai con facilità salire l’erto monte, il mio divino aiuto mai ti mancherà. Io sarò sempre con te e tu felicemente arriverai fino alla sommità del monte santo dove io ti aspetto per coronarti d’immortalità, questa sarà un’opera per me di gloria e di onore, e per te di gran merito».

A queste parole la povera anima mia profondamente si umiliò, e con voce flebile e tremante così rispose: «Mio Dio, dove mi volete voi condurre? Che non mi conoscete, che sono la creatura più vile, più ingrata che abita la terra? Come volete che l’anima mia, contaminata da tante miserie e peccati, possa salire questo monte santo, che hanno calcato i vostri fedelissimi servi che ora vi godono in paradiso? Ah, non son degna, mio Dio, di tanto onore. Cosa potete sperare da me, povera e vile vostra serva, voi lo vedete, Dio mio, Signore mio, che io altro non faccio che disonorare la vostra divina maestà, con le mie replicate ingratitudini! Ah Signore, abbiate riguardo al vostro onore, alla vostra gloria, la quale mi è più cara che il proprio mio vantaggio».

Fondata in questi umili e giusti sentimenti, piangevo dirottamente e sospiravo, in luogo di consolarmi stavo tutta mortificata, stetti due giorni in questa situazione.

Ero tutta assorta in Dio conservando nel mio cuore questi umili sentimenti, in santo raccoglimento, lodavo e benedicevo il mio Dio, che si degnava favorirmi con la sua divina grazia, nonostante il mio gran demerito.