PARTE SECONDA (3)

Beata Elisabetta Canori Mora

PARTE SECONDA (3)
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22 – DONATEMI LA PERFEZIONE O FATEMI MORIRE!


Dal dì primo febbraio 1815 fino al dì 6 del suddetto mese, il mio spirito si è trattenuto in conoscere i propri difetti, e nella cognizione di se stessa annientandosi, umiliandosi e confondendosi nel proprio nulla, piangendo amaramente le mie gravissime colpe, con abbondanti lacrime, che dalla grazia di Dio mi venivano compartite, per così purificare la povera anima mia.

Nelle orazioni e Comunioni dei suddetti giorni, si accresceva viepiù questa cognizione, e, detestando veracemente il mal fatto, desideravo ardentemente la perfezione. In questo tempo che il mio spirito si tratteneva in questi desideri, Dio gli dava a conoscere la differenza che passa dalle opere perfette alle imperfette. Oh, che gran diversità!

A questa cognizione, scolpivo chiaramente quanto sono lontana dalla vera perfezione, quando giustamente avevo ponderato qual fosse la vera perfezione, dando uno sguardo a me stessa, mi riconoscevo per la creatura più imperfetta, più ingrata che abita la terra; e, piangendo e sospirando amaramente, piena di fiducia nei meriti di Gesù, a lui mi volgevo piangendo dirottamente, lo pregavo incessantemente a volersi degnare di darmi la perfezione, la corrispondenza all’infinito suo amore, offrendomi a patire ogni qualunque pena per ottenere la grazia bramata.

Così andava dicendo la povera anima mia al suo Signore: «Mio Dio, mio amore, vi offro il sangue e la vita, donatemi il vostro amore, datemi la corrispondenza, donatemi la perfezione. Pongo ogni mia speranza in voi, mio bene, mio amore: o donatemi la perfezione, o fatemi morire! Scegliete a vostro talento quello che più vi piace. Gesù mio, vi chiedo la grazia per il solo vostro onore, per la vostra sola gloria. Rinunzio a tutti i vantaggi che mi porta il conseguimento della grazia; voglio diventar perfetta per potervi piacere. Gesù mio, non posso più soffrire di vedermi ingrata al vostro amore».

Intanto per parte di interna cognizione, lo spirito andava penetrando con somma apprensione quanto grande sia la mia ingratitudine, per non corrispondere alle tante grazie che mi va facendo Dio, per pura sua misericordia. Conoscendomi meritevole di mille inferni, chiedevo al mio Dio pietà e misericordia. In questa guisa si va struggendo la povera anima mia verso il suo amato bene, non cercando, non bramando altro che amore per pagare l’eterno amore.

22.1. Dio unì a sé la povera anima mia


Il giorno 6 del corrente mese di febbraio 1815 nella santa Comunione, così Giovanna Felice: dopo aver pianto amaramente i miei peccati, vennero meno le potenze dell’anima mia. Per il dolore della eccessiva contrizione, che mi compartiva Dio, perso ogni uso di ragione, credetti veramente di essere estinta.

Nel tempo che mi trovavo in questa situazione, mi apparvero molti santi Angeli, e presomi leggiadramente, mi condussero in luogo molto eminente, e fattomi intorno corona con sommo rispetto e modestia mi adagiarono sopra prezioso tappeto, posero sotto il mio capo preziosissimo cuscino, mi attorniarono di preziosi adornamenti. La povera anima mia nel vedersi così adornata si umiliava profondamente, e confessava sinceramente la sua viltà, e piena di ammirazione, domandò ai santi Angeli qual fosse il motivo di tanto adornarmi, mentre io mi riconoscevo, per i miei peccati, meritevole di mille inferni. Questi graziosamente mi fecero intendere che quegli adornamenti mi si dovevano per essere io consacrata a Dio, per mezzo dei santi voti e buoni propositi fatti, questi mi rendevano amica dell’Altissimo, che in quel ricco cuscino, che sosteneva il mio capo veniva significata la retta intenzione e la purità del cuore. Pieni di rispetto e riverenza, ammiravano in me la grande opera del Signore, lodavano il suo santo nome.

In questo tempo si aprirono i cardini del cielo, e rapidamente scese dalla sommità di questo l’eterno Dio, e con i suoi splendori investì la povera anima mia e la unì a sé, con ammirazione grande di quei beati spiriti, che furono spettatori di questo eccelso favore.

L’amante Signore mi fece intendere che mi fossi preparata a ricevere altra grazia molto distinta. Ricevuto che ebbe questo favore, la povera anima mia si accese di viva fiamma di carità, e sollevandosi verso l’amato bene, che con i suoi splendori l’aveva ferita, si struggeva tutta nell’ardente fiamma della sua carità, desiderando perpetuarsi con lui.

Oh, la dolce impressione che ricevette il mio cuore in questa unione! Questa fu una disposizione alla segnalata grazia che era per compartirmi il mio Signore. In mezzo a questo incendio il mio spirito restò in somma quiete. In questo tempo mi apparve la bella anima della signora Anna Maria, ammantata di splendida luce, il suo volto manifestava la sua purità, la sua carità. Oh, quanto era mai bella! Graziosamente mi parlò e mi disse che avessi amato Dio, che ne era ben degno per il grande amore che mi porta, e che preparata mi fossi a ricevere dall’infinito suo amore una grazia ben grande. Ciò detto disparve, lasciando nel mio cuore una gioia, un contento molto grande.

22.2. La profonda ferita dell’amore


Il dì 7 febbraio 1815, così racconta di sé la povera Giovanna Felice. Nella santa Comunione fui trasportata in luogo molto eminente, mi fu permesso di penetrare i preziosi gabinetti del Re supremo. Lui stesso si degnò farsi incontro all’anima mia, per accompagnarla nel suo tabernacolo, per unirla a sé dolcemente. Che cosa sublime! che cosa eccelsa è mai questa!

Introdotta che fu l’anima mia nel tabernacolo del Signore, fu sopraffatta da sublime virtù. Poco e niente so spiegare i mirabili effetti che produssero in me queste sublimi virtù. Al momento fui rivestita di giustizia, che mi rendeva per partecipazione simile all’amato mio bene, per parte di scambievole compiacenza divenne l’anima mia una stessa cosa con lui.

Il dì 7 febbraio 1815, ultimo giorno di carnevale, così Giovanna Felice; il giorno dopo il pranzo mi portai a santa Maria Maggiore a visitare il SS. Sacramento esposto, mi trattenni due ore e mezzo. In questo tempo il mio spirito fu nuovamente condotto nei segreti gabinetti del supremo Re. Introdotta che fui in questo prezioso luogo, che non so descrivere per la sua sublimità, l’anima mia, ebria di amore, tutta ansiosa cercava, per gli ampli spazi di questo divino luogo, l’amato suo bene.

Tanto era profonda la ferita dell’amore, che nelle surriferite unioni aveva ricevute dal dolce strale dell’amato, che mortalmente l’aveva ferita, dico mortalmente ferita, perché l’anima mia morta ad ogni altro bene, non solo terrestre, ma ancora celeste, non sapeva prendere alcuna compiacenza in questo vastissimo, magnificentissimo luogo, ma qual cerva ferita, bramosa solo della perenne fonte del Salvatore, a lui solo erano rivolte le mie premure, il mio cuore non restò appagato né per la magnificenza del luogo, né per il grande onore che ricevetti da quei felici abitatori, che tutti a piena voce si congratulavano con me, lodando e benedicendo il Santo dei santi, miravano l’anima mia qual trionfo dell’infinita misericordia, e pieni di gioia invitavano le gerarchie angeliche a lodare e benedire il Signore, Dio degli eserciti; ma l’anima mia neppure in queste sonore lodi prendeva compiacenza, ma tutta assorta in Dio, cercava l’occhio del bel sole di giustizia.

«Mio Dio», diceva l’anima mia, «a me non basta vedere i vostri splendori; ma desidero e voglio essere stemperata, liquefatta dai cocenti raggi di voi, bel sole di giustizia!».

Intanto l’anima mia andava struggendosi di amore verso l’amato suo bene, e, non potendo più sostenere la forza dell’amore, si adagiò sopra prezioso sgabello. Ecco dunque che è apparso il divin Salvatore, circondato da molte schiere angeliche, tutto amore verso di me si andava approssimando. L’anima mia, alla vista del suo diletto, si andava liquefacendo di amore, e, annientata in se stessa, fu sopraffatta da amoroso deliquio.

22.3. Un prezioso anello


In questo tempo che l’anima mia era in questa situazione, l’amante Signore pose sopra di me preziosi vestimenti di color bianco, adorni di preziose gioie, pose sopra il mio capo candido e lungo manto, tutto trasparente di luce, pose al mio collo preziosa collana, e sopra al mio capo preziosa corona. Dopo avermi così adornata, guardandomi amorosamente, fissava sopra di me le sue caste pupille, donò all’anima mia una purità angelica.

Nel vedermi così adorna e così pura, preso da veemente amore, sollecitamente a me si approssimò, e percuotendomi dolcemente: «Surge», diceva, «surge amica mea et veni!».

A questo invito l’anima mia, con somma agilità, andò appresso al suo diletto. Oh, amor grande ed infinito! e chi lo crederebbe? Stese il suo braccio destro, e si degnò appoggiare l’anima mia, e amorosamente la condusse nel prezioso suo tabernacolo, dove, alla presenza di immense schiere angeliche, si degnò donare all’anima mia prezioso anello, per così stringere con questa indissolubile matrimonio. Si levò poi dal suo collo preziosa collana e la pose al mio collo, e levando dal mio la collana che già mi aveva donato, la pose sopra il suo, mi fece intendere che questo cambiamento di collane dimostrava l’unione delle nostre volontà, e promettendo di concedermi quanto sono per domandargli, mi fece passare a godere i buoni effetti di questo vincolo indissolubile di carità.

Il divin Salvatore apparve in questo luogo pieno di magnificenza, non già nudo, coperto di piaghe, ma qual Re del cielo e della terra, era riccamente vestito. Il suo santissimo capo era adorno di nobile cimiero, che lo dimostrava qual forte guerriero, vincitore dei suoi spietati nemici. Portava prezioso manto, ricamato, adornato, di infinito valore; in questo veniva significata la sua infinita misericordia. Era questo di smisurata grandezza, per dimostrare che tutte può ricoprire le miserie nostre, purché con cuore contrito e umiliato volontariamente a lui facciamo ricorso. Il suo vestimento era di color rosso, e in questo veniva significata la sua carità; impugnava nella mano destra ricchissimo scettro, e questo aveva due differenti figure: in una veniva significata la giustizia, e nell’altra la sua clemenza. Portava al collo preziosa collana, e in questa veniva significata la bella sua volontà.

22.4. Amore trasformante


Il dì 8 febbraio 1815 così Giovanna Felice: subito levata nella orazione, così Giovanna Felice terminata l’orazione preparatoria, la povera anima mia si sollevò rapidamente verso il suo Dio, che con le braccia aperte ansioso stava aspettando la povera anima mia, per accoglierla nel paterno suo seno, per fargli godere il raccoglimento più intimo che mai dir si possa.

In questo straordinario raccoglimento l’anima mia andava formando atti vivissimi di fede, di speranza, di carità, di umiltà; queste ed altre virtù furono esercitate dall’anima mia in un grado molto perfetto, per la grazia che mi veniva da Dio somministrata. In questo breve tempo molto meritò l’anima mia senza pena, senza sollecitudine, senza molteplicità di parole, ma in profondo silenzio andava compiacendo l’oggetto amato. Con questa quiete di spirito, mi portai alla chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, mi accostai al sacro altare per ricevere la santa Comunione, e intanto viepiù andava crescendo l’interna quiete; quando sono stata prossima a comunicarmi, ho veduto i santi patriarchi Felice e Giovanni che unitamente a due santi Angeli, che portavano due torce accese nelle loro mani, si presentarono al sacro altare, i santi patriarchi spiegarono prezioso drappo di oro finissimo, che tenevano nelle loro mani ad uso di asciugatoio, e accompagnando il sacerdote, che mi doveva comunicare, distesero il suddetto drappo, pieni di rispetto e venerazione di sì alto sacramento lodavano e benedicevano Dio. Qual bene apportò alla povera anima mia non è spiegabile, mentre in quel prezioso momento i santi patriarchi mi comunicarono la loro carità, per quanto ne fui capace, e unendo il mio povero spirito al loro sublime spirito, mi presentarono all’eterno Dio, offrendomi la loro valevole protezione. L’essere così unita a questi gloriosi santi mi apportò un bene molto grande, il mio cuore fu riempito di ardente carità, mi ottennero da Dio un bene che io non so manifestare, mi pare che si possa chiamare amore trasformativo, perché fu trasformata l’anima mia in Dio, in una maniera che non è spiegabile. Felice me, se questa trasformazione fosse stata durevole! Non più sarei creatura fragile, ma bensì un serafino di amore! Questo bene durò in me ventiquattro ore.

22.5. Tu mi hai ferito!


Dal giorno 9 fino al giorno 16 febbraio 1815 dice di sé la povera Giovanna Felice: il mio spirito, annientato in se stesso, ricevette da Dio molto lume di propria cognizione, e sopraffatto da santo timore, va domandando al suo Signore se si salverà. Tanto è penetrato e intimorito dalla giustizia di Dio! Piange giorno e notte la sua ingratitudine. «Mio Dio», va frequentemente dicendo, «è possibile che vi sia creatura più maliziosa di me sulla terra, che vi contrasti il conseguire il fine per cui la beneficate? Eppure, chi lo crederebbe? io sono quella ingratissima creatura, che contrasta al Creatore il conseguire il fine per cui tanto mi benefica: qual è di santificare la povera anima mia e renderla perfetta. Quale umiliazione, quale confusione è la mia, mio Dio, degnatevi di usarmi misericordia».

In queste ed in altre maniere andava struggendosi di amore in lacrime e si tratteneva in profonda mestizia; ma, nonostante tutta questa afflizione, il mio spirito conserva una pace, una tranquillità molto grande, perché la propria cognizione non mi toglie una fiducia vivissima nei meriti di Gesù Cristo, sicché questa pena, questa afflizione non la cambierei per qualunque altro bene, tanti sono i buoni effetti che produce in me, compiacendomi in queste stesse pene, per così dare una qualche soddisfazione all’amato Signore mi do volontariamente in preda al dolore e all’afflizione, acciò questa faccia crudo scempio di me e purifichi il mio cuore, acciò possa piacere all’amato Signore.

Il dì 16 febbraio 1815 così racconta di sé la povera Giovanna Felice: nella santa Comunione il mio spirito, sorpreso da dolce riposo, al momento passò da questo stato di afflizione in uno stato di gioia e di contento; quando da lungi vidi apparire l’amato Signore ferito. La povera anima mia, tutta piena di affetto, gli si fece incontro, e con premura e sollecitudine gli disse: «Gesù mio, e chi mai ha così ferito il vostro cuore?».

Il buon Signore, sorridendo e mirando con molta compiacenza la ferita, mi disse: «Tu, mia diletta, tu mi feristi!».

Le sue parole incendiarono il mio cuore di santo amore, e piena di santo affetto gli chiesi in grazia che si fosse degnato di ferire il mio cuore, e ne riportai la certa speranza di ottenerne, a suo tempo, la grazia.

23 – RIPOSA SICURA TRA LE MIE BRACCIA


Il dì 17 febbraio 1815, giorno di venerdì, così Giovanna Felice: nella santa Comunione fui invitata ad accompagnare il buon Gesù al Calvario. Non mi è possibile spiegare la pena, l’affanno che soffrì la povera anima mia nel contemplare le sue pene. L’anima mia partecipava delle sue acerbissime pene, per mezzo della viva compassione; l’amor doloroso faceva mie le pene sue, e struggendomi di amore e di compassione cresceva a dismisura la pena mia. Credevo veramente ogni momento di finire dal dolore la vita. Questo fatto durò dalle ore 16 e mezza circa fino alle ore 22, il mio corpo in questo tempo ora perdeva ogni idea sensibile, e ora restava affatto alienato dai sensi, tutto il resto della giornata poco e niente fui presente a me stessa.

Il dì 18 febbraio 1815, Giovanna Felice nella santa Comunione: il Signore mi ha dato a vedere la povera anima mia sotto l’immagine di pecorella. Mio Dio! qual pena mi recava questa povera pecorella, perché aveva diversi mali: la testa era inferma, nel fianco destro vi era un brutto sfregio sanguigno, ma grazie a Dio non era né marcio né piagato, aveva della lana mancante sopra il suo dorso, in una parola questa povera pecorella faceva compassione per la sua miseria. Nel vedermi così imperfetta e male acconcia, piangendo amaramente, feci ricorso al mio buon Signore, e con umile sentimento gli dicevo: «Sana animam meam, quia peccavi tibi», e piangendo e pregando mi disfacevo in lacrime, quando ho veduto apparire il buon Gesù sotto la forma di pastorello, che tutto amore verso di me si approssimava, e, presa ad accarezzare l’amata sua pecorella, la curò dei suoi malori; ma quello che con mio sommo stupore osservai, fu la diversità dei rimedi che applicò per guarirla.

Tre erano i mali a cui andava soggetta la suddetta pecorella, e di tre diversi rimedi si servì il buon pastore per guarirla. La testa la curò con la sua preziosa saliva, per così dimostrarmi che la mia ignoranza viene curata dalla sua infinita sapienza; il fianco destro lo curò con il suo prezioso sangue, astergendolo leggiadramente; poi impose all’anima mia di lambire il fianco infermo, per così dimostrare l’obbligo che mi corre di cooperare alla sua grazia. Al momento restò sanata la testa e il fianco. Il caro pastorello, compiacendosi della guarigione della povera pecorella, la prese ad accarezzare, nell’accarezzarla andava crescendo la lana nei luoghi mancanti, e la rendeva quanto mai bella, e compiacendosi in questa, per poterla più comodamente accarezzare, si adagiò in magnifico sedile, la invitò a riposare nel casto suo seno. Collocata che si fu l’anima mia nel paterno suo seno, oh cosa mai sperimentò il mio povero cuore di amore, di rispetto, di venerazione verso l’amato Signore, che amorosamente mi andava accarezzando, e sciogliendo la sua lingua in santi affetti, così prese a consolare la povera anima mia: «Figlia diletta», diceva, «riposa sicura nelle mie braccia. La pace, la tranquillità ti accompagneranno fino alla tomba. Non temere i tuoi nemici. E se io sono con te, chi sarà contro di te? chi ti potrà nuocere? chi ti potrà sovrastare? Figlia, diletta mia, riposa in pace tra le mie braccia», e prendendo un’alta compiacenza nel beneficarmi, mi stringeva amorosamente tra le sue braccia.

23.1. Illesa in mezzo a tanto fuoco impuro


Il dì 20 febbraio 1815 Giovanna Felice così racconta di sé: Mi trattenevo in orazioni, quando il Signore, per mezzo di particolar cognizione, mi fece conoscere quanto grande era il suo amore verso di me, benché lo avessi abbandonato con il peccato. Mi fece vedere come in quel tempo la povera anima mia se ne stava infelice lontana da lui, dimentica affatto del suo amore e della sua divina legge. Vedevo questa misera sola in mezzo ad una ciurmaglia di popolo mal costumato, immerso nel vizio. La povera anima mia la vedevo tutta intenta ad osservare le azioni altrui, senza però apprendere la malizia di quelli, ma come una semplice fanciulla, che nel vedere operare cose indegne non resta per queste scandalizzata, non apprendendo di quelli la malizia, ma tutto con somma semplicità interpretava a buon senso, così restava affatto illesa dalla corruzione del peccato.

Nel conoscere la povera anima mia questa grande opera del Signore, si disfaceva in lacrime di tenerissimo amore verso la infinita sua potenza, sapienza e bontà; mentre chiaramente conoscevo e confessavo la mia fragilità, piena di ammirazione non mi potevo persuadere come mai le fosse possibile alla povera anima mia di rimanere illesa in mezzo a tanto fuoco impuro. Piena di ammirazione si volgeva verso il suo Dio, e piena di santo affetto e sommissione gli domandavo come fosse possibile ad una creatura fragile sostenere la piena della corruzione e non perire in quella.

Il Signore si degnò farmi conoscere donde aveva origine portento così meraviglioso; mi fece intendere come lui stesso stava alla porta del mio cuore, e a mano armata impediva alle passioni di potersi introdurre nel mio cuore. Comandava poi agli Angeli santi di darmi prezioso liquore, per mezzo del quale veniva compartita all’anima mia una semplicità soprannaturale, e così restava immune dalla malizia altrui. Quali e quanti furono i ringraziamenti che la povera anima mia rese al suo Signore! E il buon Dio, compiacendosi di avermi così beneficata, amorosamente mi stringeva al suo castissimo seno.

23.2. Venerdì Santo


Dal 20 febbraio fino al 20 marzo 1815 il mio spirito si è impiegato in piangere i propri peccati. In questo tempo però si è degnato il Signore di favorire il mio povero spirito per ben tre volte, col sollevarlo ad una particolare unione. Particolarmente il giorno 9 marzo mi seguì un certo fatto, che io non so ridire, per essere cosa intellettuale; ma, per non mancare all’obbedienza, procurerò di spiegare alla meglio la cognizione che ebbe il mio intelletto.

Mi si mostrò Dio sotto la figura di forte guerriero armato, e con la sua spada vendicatrice era sul momento di vendicare i gravi torti che riceve dai suoi. E, ridendo ed esultando, m’invitava ad esultare con lui; ma la povera anima mia era sopraffatta da mestizia così profonda, che invece di esultare, piangeva amaramente; perché conosceva chiaramente quale strage sarebbe Dio per fare con la sua spada vendicatrice.

A questa cognizione tanto lacrimevole ed afflittiva, procuravo per quanto potevo di resistere a Dio, non con il fatto, né con le parole, ma mostrandogli il mio gran dispiacere e la mia grande pena. Il buon Dio tornava di bel nuovo ad invitarmi ad esultare con lui, non solo m’invitava ad esultare con lui, ma per mezzo di particolare illustrazione mi dava a conoscere quanto retto e giusto fosse il suo operare.

Io, a questa cognizione, piena di umiltà, confessavo questa gran verità, che Dio è giusto e retto in tutte le sue opere; ma il mio cuore ciò nonostante non poteva esultare, anzi per quanto potevo mi opponevo e facevo a Dio resistenza, nel tempo stesso che confessavo con ogni sincerità che la creatura non può né deve opporsi al suo Creatore. Ciò nonostante mostravo al mio buon Dio la grave mia pena. Gli dicevo, piena di santo affetto: «Ah, potessi con il sangue mio risparmiare al mondo il tremendo castigo, oh quanto volentieri lo spargerei! Mio Dio, ti muova a compassione la pena mia».

A questa preghiera tornava il buon Dio a persuadermi. In questo contrasto si è trattenuto il mio spirito dal giorno 9 di marzo 1815 fino al giorno 14 del suddetto mese, giorno di venerdì santo; nell’assistere alla devozione delle tre ore dell’agonia di nostro Signore Gesù Cristo, tanto si era internato lo spirito nella considerazione di questo doloroso mistero, che quattro ore continue stetti in ginocchioni, dimentica affatto di me, solo intenta a compassionare il mio Signore e piangere la mia ingratitudine, che fu la cagione di tanto scempio. Con abbondanti lacrime gli domandavo perdono, e, afflitta fino all’ultimo segno, desideravo morire in croce con lui.

Dopo aver passato circa tre ore in questa considerazione, tutto ad un tratto il Signore fece passare il mio spirito a cognizioni tutte opposte. Di nuovo mi diede a conoscere come la sua divina giustizia a mano armata vendicherà severamente i gravosi oltraggi che tuttora riceve dai suoi... Prendendo alta compiacenza nella sua sovrana giustizia, mi dava a conoscere come avrebbe trionfato, mostrandomi il crudo scempio che è per fare dei viventi. Che spavento, che terrore ebbe mai il mio spirito! Cosa più funesta non si dà! Raccomandiamoci caldamente al Signore, perché si degni mitigare il suo rigore.

Tornò di bel nuovo ad invitare la povera anima mia ad esultare con lui; ma il mio spirito, sentendo una viva compassione fraterna, non poteva prendere compiacenza nella giustizia, anzi procuravo quanto potevo di oppormi, come già dissi.

Il Signore cercava, per mezzo di interne illustrazioni di persuadermi, e per tenermi contenta, mi fece vedere come salverebbe tutte quelle anime che mi fanno del bene, e tutte quelle che sono a me in spirito unite, ponendo sopra queste un segno che le renderebbe sicure. Nonostante tutte queste finezze, io mi opponevo ai suoi voleri col mostrargli la mia pena. Questo contrasto apportava al mio spirito molta angustia e gravissima afflizione.

23.3. Sabato santo e domenica di Pasqua


Dicevo al mio padre la grave afflizione in cui gemeva il mio spirito, ma non avevo coraggio di manifestare la causa. Finalmente il giorno 15 marzo 1815, giorno di sabato santo, manifestai al mio padre la causa della mia afflizione. Il suddetto mi disse che non dovevo oppormi a Dio; ma, a costo di ogni mia pena, dovevo compiacermi nella sua divina volontà, benché dovesse perire tutto il mondo. Non solo mi consigliò, ma mi comandò di fare una preghiera tutta conforme alla divina volontà.

La mattina di Pasqua, nella prima orazione, che sono solita fare subito levata, feci la suddetta orazione con molto raccoglimento e sincerità di affetto. Molto gradì il buon Dio l’orazione, che la chiamò orazione degna di lui. A questo elogio il mio spirito si umiliò profondamente, e presentando al mio Signore il padre mio, lo significavo autore della orazione da lui tanto gradita, e chiedendo a Dio grazia per lui con tutto l’impegno dell’anima mia, mi fu ingiunto di dirgli, per sua consolazione, che il suo nome era scritto nel libro della vita.

La suddetta mattina nella santa Comunione, il Signore mi degnò di particolar favore, all’ora della Messa cantata mi portai in Sant’Andrea delle Fratte. Nell’assistere alla Messa cantata si sopì il mio spirito, e improvvisamente mi parve di essere trasportata sopra un altissimo monte, dove vidi il buon Dio tutto ammantato di luce, compiacendosi nella sua giustizia, con la sua mano onnipotente scagliò nel nostro mondo tre pietre, in tre diverse parti della terra; poi si ammantò di caliginose nubi il cielo, e il nostro mondo lo vedevo gemere sotto il peso di spietate afflizioni, il mio spirito, a cognizioni tanto lacrimevoli, non più si opponeva al suo buon Dio con mostrargli la sua pena, ma come da nuovo spirito rivestito, sperimentavo nel mio cuore una umile soggezione alle divine disposizioni, e annientata in me stessa lodavo e benedicevo Dio senza più soffrire la minima pena, benché conoscessi quale sterminio sia per fare Dio dei viventi. Raccomandiamoci al Signore, acciò si degni mitigare la sua giustizia, molto si può ottenere con le preghiere.

23.4. I travagli della Madre Chiesa


Il dì 1 aprile 1815, giorno che la Chiesa celebrava la festa di Maria SS. Annunziata, non avendola potuta celebrare il giorno prescritto per cagione della settimana santa, dopo il pranzo mi trattenevo in una chiesa all’adorazione del SS. Sacramento, quando in un momento mi parve di essere trasportata in luogo solitario, dove tutto spirava mestizia e afflizione.

Improvvisamente vidi venire molti angeli, che i loro volti e i loro vestimenti denotavano i gravissimi travagli della nostra Madre, la santa Chiesa. Poi vidi venire altri tre Angeli, parimenti in lutto vestiti, molto più mesti dei primi; questi portavano sopra le loro spalle una pietra di smisurata grandezza, di una bellezza senza pari. Posarono con molto rispetto nel solitario luogo la suddetta vastissima, bellissima pietra, tutti i suddetti angeli le fecero d’intorno corona, e, pieni di mestizia, miravano la suddetta e piangevano.

Quale luttuosa impressione ricevette il mio cuore non lo sto a ridire, mentre vostra paternità molto bene lo può capire; ma non finì qui. Ecco da lungi vedo venire altri uomini di santa vita, mesti nel volto e dimessi negli abiti, miravano la suddetta pietra e piangevano. La loro afflizione dimostrava gran cosa. Il mio spirito, a questa comparsa, restò molto afflitto ed angustiato; ma non finì qui la mia pena. Ecco di nuovo vedo apparire molte sacre vergini, meste e dolenti, pallide nel volto e molli nel pianto, i loro cuori erano ricolmi di affanno, queste afflitte vergini conducevano con loro una veneranda matrona, vestita di bruno, mesta nel volto e afflitta nel cuore. A questa vista il mio spirito raccapricciò, e pieno di timore cercava il significato di quanto avevo veduto, quando dall’alto dei cieli sentivo balenare i fulmini dell’irritata giustizia.

Il mio spirito restò stupito per il timore, privo di ogni cognizione.

Il dì 11 aprile 1815, nel raccomandare i bisogni della nostra Madre, la santa Chiesa, e il Sommo Pontefice, mi parve di avere una notizia interna, la quale mi dimostrò la gran manovra che si fa dai persecutori della nostra cattolica religione; questi ribaldi tentano con inganni finissimi di sovvertire, per mezzo di paliate ragioni, il capo della Chiesa, raccomandiamoci caldamente al Signore, perché dalle frodi di costoro non resti ingannato.

23.5. Un casto bacio


Il dì 12 aprile nella santa Comunione, il Signore mi degnò di particolar favore, facendomi riposare nelle sue braccia santissime. Poi si degnò collocarmi nel suo paterno seno, compiacendosi di possedermi, mi avvicinò al suo candido collo, si degnò di dare un casto bacio alla povera anima mia.

Tre furono le grazie che mi compartì il buon Dio in questo favore in tre maniere distinto, facendomi passare dalle sue divine braccia nel suo paterno seno, come si disse di sopra, mi donò un grado maggiore di umiltà, di purità, di semplicità, mi fece intendere che per mezzo di questo maggior grado di virtù si sarebbe degnato di favorire la povera anima mia con grazia molto distinta.

24 – SARAI ANNOVERATA TRA LE VERGINI


Il dì 14 aprile 1815 nella santa Comunione il mio spirito fu favorito di particolare grazia, ma essendo cosa intellettuale, poco posso esprimere l’alto favore che mi compartì il mio Signore. Dopo avermi a sé tirata soavemente, si degnò porgere all’anima mia preziosa, squisita bevanda, nella quale mi si dava tutto se stesso, io non so spiegare i mirabili effetti che produsse nel mio cuore questo prezioso dono.

Il dì 16 aprile 1815 nella santa Comunione il Signore mi ha manifestato come la mia ingratitudine non ha né diminuito né alterato l’infinito suo amore, che ha sempre portato alla povera anima mia, nonostante la mia ingratitudine, si è degnato compartirmi tutte quelle grazie che mi avrebbe concesso, se avessi corrisposto fedelmente alle sue grazie senza offenderlo. Mi si è dato a conoscere tutto festoso per il contento che ha di possedermi.

A questa cognizione la povera anima mia si profondava nel suo nulla, detestava la sua ingratitudine, piangeva amaramente, lagnandosi con l’amato suo bene, dubitando che il suo parziale amore verso di me sia disdicevole al suo onore, alla sua gloria. La povera anima mia voleva quasi allontanare da sé questo bene come suo, rinunciando molto volentieri al suo proprio interesse, per l’amore e per l’onore del suo Dio, per timore di oscurare la sua gloria, che unicamente ama.

Quando il Signore, per mezzo di particolare illustrazione, mi ha dato a conoscere che le colpe mie non sono pregiudizievoli né al suo onore né alla sua gloria; pieno di santo affetto così mi disse: «Figlia, diletta mia, né a me, né a te recano danno le colpe tue. Non ti sono per questo né diminuite, né ritardate le grazie mie, ma tutte in un cumulo ti sono donate dall’infinito mio amore. Sarai annoverata tra le vergini, e di queste occuperai uno dei primi posti. Figlia, oggetto delle mie compiacenze, prodigio della mia misericordia!».

Queste divine parole formavano nel mio intelletto una serie molto vasta di cognizioni, e speculandole nel giusto senso, lo spirito riteneva per sé il nulla, con retta giustizia rendeva al suo Dio l’onore e la gloria. Non mi è possibile ridire di quanto contento sia stato al Signore questo atto di giustizia; mi dava a conoscere che non vi è cosa a lui più gradevole di questa, di ritenere il proprio nulla e ridonare a lui il dono suo. Questo atto di giustizia par che necessiti Dio ad amare la povera anima mia così fortemente, che, per l’amore veemente che sente verso di questa, rapidamente la investì, rendendola sua, con l’unirla a sé intimamente.

24.1. Eccessi della bontà divina

Lo stesso giorno 16 dopo il pranzo, giorno che ricorreva la festa del patrocinio del patriarca san Giuseppe, mio avvocato, mi trattenevo all’adorazione del SS. Sacramento. Piena di affetto ringraziavo il Signore della grazia grande che si è degnato compartire alla misera anima mia, di non averla privata delle grazie, nonostante la mia ingratitudine, come si disse di sopra. Si struggeva di amore e di tenerezza in lacrime, e tutta gratitudine verso l’amato Signore si volgeva invitando tutte le creature del cielo e della terra a ringraziare Dio per me.

In questo tempo si è sopito il mio spirito, e mi parve di essere trasportata in un luogo ameno e delizioso, dove vidi il mio spirito sotto la forma di leggiadro giovanetto, dotato di doni molto insigni; e questi doni non li possedeva per se stesso, ma per la grazia di Dio gli venivano compartiti. Non mi è possibile spiegare tutte le belle doti di questo, ma per non mancare all’obbedienza, qualche piccola cosa dirò.

Era questo giovanetto di una bellezza senza pari, agile nel portamento, sottile nell’ingegno, al pari del sole risplendente, chiara aveva la memoria, l’intelligenza era il suo intelletto, di santo amore aveva la volontà ripiena, da molti spiriti angelici era corteggiato; questi sublimi spiriti, conoscendo la grande opera del Signore, restavano ammirati, lodavano e benedicevano Dio. Questi si tenevano per fortunati il potermi presentare all’augusto trono di Dio, loro Signore.

Intanto andava inoltrandosi questo fortunato spirito verso l’amato suo Signore. Mio Dio, e come potrò io manifestare i mirabili eccessi della vostra infinita bontà e misericordia? Vorrei per rispetto occultarli, ma l’obbedienza mi obbliga a manifestarli. Anima mia, perché ti arresti, e che non ricordi quello che ti disse il tuo Signore, che avessi manifestato liberamente il tuo spirito, che lui ne riceveva onore e gloria?

Mio Dio, mi accingo a manifestare le vostre misericordie. Cosa mai dirò? già mi perdo. Padre mio, per carità, mi dica se vide mai amore più grande di quello che Dio porta alla peccatrice anima mia. Mio Dio, a voi mi rivolgo, e adesso confesso, a gloria vostra, di provare i buoni effetti delle vostre amorose espressioni, quando mi faceste sapere dal bel principio delle vostre misericordie, che avreste favorito la povera anima mia non meno di quello che vi degnaste favorire le vostre serve fedeli, di una Geltrude, di una Teresa. Vengano pure queste due sante a dire se ricevettero nelle belle anime loro maggior favore di questo, che io non so manifestare; per la sublimità di tal favore, mi degnò il buon Dio di unione così particolare, che non può comprendersi da umano intelletto; neppure la povera anima mia fu capace di comprendere la sublimità di questa unione, benché ne godesse i buoni effetti.

Dal dì 26 aprile 1815 fino al dì 30 del suddetto mese il mio spirito ha goduto una interna quiete, unitamente ad una contrizione molto bene ordinata, per mezzo della quale la povera anima mia si umiliava profondamente sino all’abisso del nulla. Questi buoni sentimenti si aumentavano molto più nella santa Comunione, lasciando nel mio cuore un raccoglimento molto particolare, che mi teneva tutto il resto della giornata occupata in santi affetti verso Dio, godendo della sua presenza ora più ora meno; ma diverse volte nei suddetti giorni, dopo la santa Comunione, mi seguì un certo fatto, che non so manifestare con chiarezza. Il fatto è che, tutto ad un tratto, al mio spirito, per mezzo di particolare intelligenza, gli si manifestava Dio, non palesemente, ma con somma occultezza veniva il mio spirito notiziato di cose molto grandi, riguardanti Dio medesimo; questo seguiva in me per mezzo di scienza infusami da raggio prodigioso di luce, ma nella magnificenza della cognizione, si perdevano le potenze dell’anima mia nella stessa magnificenza. Senza più sapere se in quei momenti vivessi più al mondo, ma tutta persa ed occupata in Dio, se ne stava la povera anima mia quando l’anima tornava nei sensi, si sentiva come staccare da questo bene perfetto, che le comunicava la vita. Questo stacco era molto sensibile, e cagionava all’anima un forte, ma dolce deliquio, che la teneva tutta la giornata fuori di sé, languendo di amore.

Altri due fatti, seguitimi nel suddetto mese di aprile, tralasciati per dimenticanza: pregando per tre anime a me attinenti, ebbi la bella sorte di sapere che Dio si sarebbe degnato, per la sua infinita bontà e misericordia, di salvarle per mezzo delle mie povere orazioni e continue lacrime. Quante volte io lo voglia e desideri, mi fu fatto intendere che alle mie premure sono affidate le suddette anime, questa fu la notizia che ne ebbe da Dio il mio povero spirito. Questo mi seguì il dì 13 aprile 1815.

Il dì 17 aprile poi, non so troppo spiegare cosa mi seguì nel mio spirito. So bene che mi fu manifestato come vostra paternità, con la grazia di Dio, appoggia e sostiene la povera anima mia, e come questa si appoggi con sicurezza alla sua direzione, e come vostra paternità la presenta a Dio, e come Dio si degna riceverla.

24.2. Un misterioso ostacolo tra me e Dio

Dal primo di maggio fino al giorno 8 del suddetto mese, il mio spirito nelle orazioni soffre una pena ben grande. Il mio spirito è chiamato intimamente da Dio, questo va sollecitamente alla dolce chiamata; macché, un ostacolo mi si frappone e mi impedisce di andare a Dio liberamente. Io non so cosa sia questo; so bene che mi cagiona gran pena, perché nel tempo che spero di godere il sommo bene, ne sono respinta, non con violenza, né con sdegno, ma con dolcezza, senza mai perdere la vista del mio Dio; ma mi viene da questo ostacolo contrastato il possesso, non potendo ottenere il possesso del sommo bene a cui aspiro, il mio spirito si annienta in se stesso, nell’annientarsi che fa lo spirito, da forza superiore ne è sottratto.

In questo tempo perdo ogni cognizione intellettuale, e per qualche tempo restano sospese le potenze dell’anima, e il corpo resta alienato dai sensi, senza conoscere cosa alcuna; ma per parte di notizia molto occulta, so benissimo di essere in questo tempo favorita dalla grazia di Dio.

Dal giorno 9 maggio 1815 tutto il giorno 10, il mio spirito ha goduto particolar favore dall’infinita bontà di Dio, che mi ha degnato di grazia molto particolare, ma io non so manifestare.

24.3. Favorita dalle tre divine Persone

Il dì 13 maggio 1815 nella santa Comunione fu la povera anima mia favorita dalle tre divine persone, unitamente e distintamente ricevetti grazie da loro. Non so dir di più, perché nel ricevere questo favore perdetti ogni uso di ragione, e stette la povera anima mia fuori di se stessa circa un’ora e mezza. Dopo di questo tornarono alle potenze le loro facoltà, e nuovamente ricevetti grazie. Mi fu mostrato il mio spirito sotto la forma di nobile giovanetto, bello nel volto e agile nel portamento, adorno di bellissimo scapolare trinitario, bianco con croce sfolgoreggiante di luce.

Il nobile giovanetto portava nella mano destra un masso di luce risplendentissima; questo masso di luce, così da me chiamato, per non aver termini adatti per spiegare cosa così bella e di sommo valore, qual era questa luce, con la quale il mio spirito si presentava liberamente al suo Dio, e da Dio era benignamente ricevuto. In questa guisa adorno, fu dai santi patriarchi Felice e Giovanni e dai santi Re magi presentato all’augusto trono di Dio. Molti spiriti celesti mi facevano corona d’intorno, e pieni di ammirazione lodavano e benedicevano Dio. Questi nobili personaggi mi presentarono al celeste mio Re, il quale benignamente mi ricevette tra le sue braccia; si degnò farmi gustare il prezioso liquore che scaturiva dal suo amoroso cuore.

Oh, quanto mai era dolce e soave! la povera anima mia restò come inebriata dalla fragranza e dalla soavità, ma quando tutta liquefatta se ne stava, l’amante mio Re mi invitò ad entrare nel suo cuore. Oh, come l’amore apriva la nobile ferita! con quale amore mi introduceva ben dentro, non è spiegabile! Di qual sorta furono i replicati inviti dell’amoroso suo cuore non è di mente umana il comprenderlo; neppure io, che ne godetti i buoni effetti, ne comprendevo la gran vastità.

Entrata che fui in quell’amorosa caverna, chi lo crederebbe? trovai nel suo venerando cuore cose così grandi e magnifiche, che non so paragonarle a nessuna cosa del nostro mondo, per bella e magnifica che sia.

Introdotta che fui negli ampli spazi di questa vastità, godeva la povera anima mia quanto di dilettevole e di bello possa mai trovarsi sulla terra, ma in una maniera che non è spiegabile.

24.4. Per giovare ai poveri fratelli peccatori

Il dì 18 maggio 1815, nella santa Comunione, era il mio spirito tutto intento ad amare Dio; il mio povero cuore si distendeva per quanto mai poteva, e raccogliendo tutti i suoi affetti si slanciava con tutta la forza verso il suo Dio. L’amoroso Signore benignamente la unì a sé intimamente. Dopo avermi dato gli attestati più cordiali della sua carità infinita, che si compiace di avere verso di me, mi fece intendere come desiderava che il mio spirito si fosse perpetuato alla sua presenza, ai piedi del sacro altare, per adorarlo in spirito e verità nell’augustissimo sacramento dell’Eucaristia.

Mi fece intendere che, per mezzo della sua infinita sapienza, e con la mia cooperazione, potevo perpetuare il mio spirito alla sua presenza, per adorarlo nel SS. Sacramento dell’altare. A questo oggetto si degnò donare alla povera anima mia tre gradi di maggior grazia. Mi fece intendere che avessi soggettato all’obbedienza quanto mi era stato manifestato.

La povera anima mia, dubitando di non riportare dal mio direttore la licenza, ne mostrai al mio Dio la difficoltà, il quale mi assicurò che dal mio direttore ne avrei riportato benignamente la licenza. Mi fece intendere come, per mezzo di interna cognizione, avrebbe manifestato la sua volontà al mio direttore, il quale non solo avrebbe approvato quanto avrei riferito, ma mi avrebbe comandato di fare ciò.

Ed infatti così seguì. Il mio direttore non solo approvò, ma mi comandò di fare alla meglio che mi fosse possibile, con la grazia di Dio, quanto mi era stato manifestato.

Ottenuta dal suddetto la licenza ed il comando, mi presentai tutta amore, tutta carità al mio buon Dio, e, fatta un’amplissima offerta di perpetuarmi alla meglio che mi fosse possibile alla sua presenza, ebbi la bella sorte di sapere che molto potevo giovare ai poveri peccatori, fratelli miei, che amo teneramente, per essere io una dei capi tra loro.

Molte grazie mi promise di concedere a tutte quelle anime che sono a me unite, e a tutte quelle che mi beneficano e che saranno da me raccomandate, mi promise ancora che tutte quelle anime che mi si soggetterebbero godrebbero pace di coscienza. A queste misericordie di Dio, il mio spirito si profondava nel suo nulla, ammirava l’infinita liberalità sua verso di me miserabile peccatrice, e, lodando e benedicendo la sua infinita bontà, mi confessavo meritevole di mille inferni.

24.5. Trasformata dalla Trinità


Lo stesso giorno, 18 maggio 1815, dopo il pranzo, nell’assistere alla novena della SS. Trinità, si tratteneva il mio spirito in santi affetti verso l’augustissimo sacramento; si protestava di voler star sempre con lui, e, piena di amore, offriva all’eterno Padre gli alti meriti del buon Gesù, per mezzo del quale offriva tutta me stessa all’augusta Trinità.

Tutto ad un tratto si sopì lo spirito e mi fu mostrata l’anima mia sotto la forma di nobilissimo tempio, dove vedevo magnifico altare, adorno di preziosi ornamenti, molto diversi dai nostri. Nel vedere tanta magnificenza, il mio spirito fu sopraffatto dall’ammirazione. Non poteva comprendere la cagione di tanta magnificenza. Terminata la novena, vidi apparire i santi patriarchi Felice e Giovanni che, avvicinatisi all’altare, aprirono il sacro ciborio, e presa nelle loro mani la sacra ostia, la posero in una sacra patena di oro finissimo, pieni di rispetto e riverenza, servendosi delle stesse cerimonie della Chiesa, la condussero nel tempio dell’anima mia, e la collocarono sopra il magnifico altare, come già dissi.

A grazia così particolare il mio spirito restò per qualche momento sopraffatto dallo stupore, estatica nel contemplare il grande amore del mio caro Gesù, quando improvviso dardo si vide dalla sacra ostia scoppiare e venne sollecito ad incendiare il mio cuore. L’amabile saetta mi fece morire e poi mi ridonò la vita. L’anima mia, piena di affetto, rivolta ai santi Felice e Giovanni: «Miei cari padri, deh, ditemi voi, dunque io più non vivo, ma vive in me Dio, che vita mi dà!».

Seguìto questo fatto, i santi patriarchi, pieni di compiacenza per il favore ottenutomi dalla divina Trinità, pieni di santo amore, unirono il povero mio spirito al loro sublime spirito, e ambedue li offrirono all’augusta Trinità. Restarono i sentimenti privi di umana forza e ogni idea sensibile dell’anima sparì; il corpo restò immobile almeno per ben tre quarti, poi con fatica e stento andai alla mia casa, e appena fui arrivata mi posi a sedere, e come morta affatto, senza proferir parola, senza cambiarmi l’abito, come sono solita.

Le figlie si affliggevano, vedendomi in quello stato di moribonda, pallida, che dà l’ultimo fiato. Per grazia dell’Altissimo, potei dire a loro: «Ritiratevi in camera, non vi prendete pena». A questo mio comando sovente si partirono, e mi lasciarono sola.

Oh, come in un baleno fu affatto incenerito il mio spirito dal prodigioso dardo! E per un’ora buona restai morta affatto. Quando tornai nei sensi, una nuova vita mi parve respirare. Ebbra di amore santo, con umile sentimento, piena di santo affetto, così presi a parlare: «Mio Dio, dimmi dove apprendesti amore, e come senza merito tu mi potesti amare. Mio Dio, più non rammenti l’enorme tradimento? Oh, prodigioso amore! io non ti comprendo!». La testa mi vacilla, e il mio cuore, ripieno di nobile carità; la celeste fiamma fa prova di scoppiar l’alma dal seno, una dirotta pioggia di lacrime scorrevano dagli eclissati occhi, che appena distinguevano; un’attrazione di amore unita a santi affetti mi tenevano sopita, senza poter riflettere. Intanto la bella fiamma ardeva nel mio seno e si struggeva in lacrime il povero mio cuore. Che grazia è questa mai, che non si può comprendere? Mio Dio, il tuo immenso amore fuori di te ti trasse, non ti si può comprendere! Per beneficarmi, cosa facesti mai? Mi mancano i termini, non posso più spiegare.

25 – PREZIOSA GEMMA DAL CUORE DI MARIA


25.1. Tre gradi di umiltà


Il dì 21 maggio 1815 nella santa Comunione, il Signore si degnò donare alla povera anima mia tre gradi di umiltà. Per mezzo di questa grazia fui liberata da una certa inclinazione naturale, che tutti abbiamo al male. Le nostre anime non si avvedono chiaramente di questo, ma solo ne provano in sé i cattivi effetti. Questa cattiva inclinazione mi fu dunque mostrata sotto la forma di un animale bruttissimo; fu questo brutto animale messo in fuga dalla grazia di Dio, e così ne fui liberata.

Dal giorno 22 maggio a tutto il 3 dì giugno il mio spirito se l’è passata in piangere i propri peccati, desiderando ardentemente di convertirmi una volta davvero. Con gran fervore del mio cuore, piangendo e sospirando, chiedevo a Dio la grazia, sperando nei meriti di Gesù Cristo. Mi slanciavo a viva forza verso di lui, cercavo di far violenza al suo bel Cuore; da lume supremo veniva rischiarato l’intelletto, particolare cognizione mi dimostrava qual bene sia il possedere Dio di perfezione infinita.

A questa cognizione l’anima era presa da veemente desiderio di possederlo; quando da amore accesa andavo sospirando, e mi cresceva l’affanno e il bel desio di amar, con vivo desiderio cercavo di possedere l’amato mio tesoro; da ostacolo respinta ne venivo ognor, di quale affanno e pena era al mio cuore il non potermi al mio Signore avvicinare. Cosa non avrei dato per rimuovere l’ostacolo, la propria vita avrei sacrificato.

25.2. Prendi questa preziosa gemma


Ogni giorno più si faceva grande la pena mia, e anelante desideravo di possedere l’amato mio Signore. Finalmente, il 4 giugno dalla bontà di Dio fu rimosso l’ostacolo. Oh, come tutto ad un tratto là si slanciò lo spirito! Godei del sommo bene, con sommo contento del povero mio cuore; perché la pena mia era di non stare in grazia sua. Si degnò di accertarmi in quel felice istante, il suo cuore amante di intima unione mi favorì. La sua nobile voce mi fece udire, non con parole, ma in una maniera che io non so dire. Queste parole significò: «Sorella mia sposa, il cuor mi hai ferito! Amante ti invita, chi ti ama, ad amar».

A queste sue parole si accese nel mio cuore una viva fiamma di celestiale amore. Qual gioia, qual gaudio inondò il mio cuore, non è possibile poterlo ridire. L’anima mia, piena di affetto di dare all’amore qualche compenso, ma nel vedermi tanto meschina, mi volgevo tutta fiducia alla Madre divina e a lei cercavo il suo santo amore, per poter amare il mio Signore. Questa divina Madre mi volle consolare, prese dal suo nobil cuore una preziosa gemma, e la pose nel mio cuore; piena di amore mi disse: «Prendi, o diletta figlia, questa preziosa gemma; è questa una scintilla della mia carità. Non altro devi fare che cooperare al dono, molto potrai amare l’immensa maestà».

A queste sue parole la gemma si distese, e padrona si fece del povero mio cuor. Oh, forza prodigiosa, tu mi rapisti il cuore e arder lo facesti del tuo santo amore! Oh, come in quel momento più non si distingueva il mio dal suo bel cuore! In quel felice momento partecipai della sua carità. Se poi dovessi dire i prodigiosi effetti che sperimentai nel cuore e nelle mie potenze, padre, io non lo so quali fossero, per la sublimità, solo le posso dire che il celeste fuoco spandeva nel mio cuore dolcezza e soavità.

25.3. Le gravi afflizioni della Chiesa


Il dì 7 giugno 1815, nella santa Comunione, fui condotta in solitario luogo, dove fui notiziata delle molte afflizioni che dovrà soffrire la nostra santa Madre, la Chiesa. Oh, quante pene! oh, quante dovremo noi patire! Dio vuole rinnovare tutto il mondo. Questo non si può fare senza una grande strage. Padre mio, è meglio tacere che parlare di questo.

Il dì 7 giugno 1815, giorno del ritorno del nostro Santo Padre in Roma, tutta la città era in grande allegria. E il mio spirito era in grande malinconia. Mi fu dimostrato, come già dissi, le gravi afflizioni che dovrà patire la nostra Madre, la santa Chiesa, da quelli che sotto nome di bene e di vantaggio cercano di rovinarla, per esser questi lupi rapaci, che, sotto il manto di agnelli, cercano la sua totale distruzione. Questi, sebbene non lo compariscono, sono acerrimi persecutori di Gesù crocifisso e della sua sposa, la santa Chiesa.

Mi pareva dunque di vedere tutto il mondo in scompiglio, particolarmente la città di Roma. Conoscevo la varietà delle false opinioni che si nascondono sotto il manto della vera religione cattolica. Conoscevo la diversità dei partiti, i quali cospiravano gli uni contro gli altri; questi miseri si laceravano nella fama, si vituperavano nell’onore, si ammazzavano senza pietà.

Cosa dirò poi del sacro collegio? Questi per le varie opinioni erano chi dispersi, chi distrutti, chi spietatamente uccisi. In simile guisa e anche peggio era trattato il clero secolare e la nobiltà. Il clero regolare poi non soffriva la totale dispersione, ma era decimato di numero. Molti e senza numero erano gli uomini di ogni condizione che perivano in questa strage, ma non tutti erano riprovati. Molti erano uomini di buoni costumi, e molti altri di santa vita. Il mondo era in gravissima desolazione; il piccolo gregge di Gesù Cristo porgeva infuocate preghiere all’Altissimo, acciò degnato si fosse di sospendere tanta strage e tanta rovina. Ai voti di questo piccolo numero cessava la strage per parte degli uomini e incominciava quella per parte di Dio.

Il cielo si ammantò di nera caligine, scoppiando i fulmini più tremendi, dove incenerivano, dove bruciavano: la terra, non meno che il cielo, era sconvolta. I terremoti più orribili, le voragini più rovinose facevano le ultime stragi sopra la terra. In questa guisa furono separati i buoni cattolici dai falsi cristiani. Molti di quelli che negavano Dio lo confessavano e lo riconoscevano per quel Dio che egli è. Tutti lo stimavano, lo adoravano, lo amavano. Tutti osservavano la sua santa legge. Tutti i religiosi e religiose si sistemavano nella vera osservanza delle loro regole. Il clero secolare era l’edificazione della santa Chiesa. Nelle religioni fiorivano uomini di molta santità e dottrina, e di vita molto austera. Tutto il mondo era in pace. Scritto per obbedienza.

25.4. Un cammino afflittivo


Il dì 7 giugno 1815, nella santa Comunione, racconta la povera Giovanna Felice: mi ha fatto il Signore intraprendere un cammino molto disastroso e afflittivo, che contiene vari travagli, riguardanti lo spirito. Questa strada conduce l’anima ad un grado di perfezione molto eccellente. Questa strada, dunque, contiene tre gradi di unione molto particolari. Molti sono i travagli che si devono soffrire in questa strada; ma particolari sono gli aiuti che il Signore si degna di dare.

Il giorno 7, 8, 9 e 10 giugno 1815 sperimentai nel mio spirito le pene più gravose che possono mai ridirsi: desolazioni, aridità, mestizia, tristezza, le angustie più afflittive, particolarmente ho sofferto una pena tanto grande che io non so ridire, ma mi pare che si possa chiamare smarrimento di spirito, perché sperimentavo in me quella pena, quella afflizione che si è soliti sperimentare da un viandante, quando nel buio della notte si è smarrito in una tetra selva. Il ruggito degli animali selvatici gli reca terrore e spavento, le rovinose balze gli rendono penoso il cammino, i pericoli imminenti di cadere l’affliggono, da ogni intorno non altro trova che immagini che la spaventano, non sa a quale partito appigliarsi, se fermarsi ovvero camminare; ma come camminare, se le rapide acque dei laghi vicini mi attraversano il cammino e fanno prova di sommergermi? Il cuore angustiato gli manca il coraggio di proseguire il viaggio; la povera anima mia, piangendo e sospirando, si volge al suo Dio piena di affetto gli dice: «Mio Dio, mio Dio, che luogo è questo mai, che luogo è questo?».

A questa mia domanda, si sentiva rispondere sovrana voce, che nel silenzio del luogo selvatico faceva eco, così dappertutto si sentiva risuonare: «Figlia, cosa paventi? Io sono con te: prosegui con santo ardire il tuo viaggio; questo ti conduce al termine. Mira, o diletta mia figlia, l’alto grado di perfezione che ti aspetta, fissa il tuo sguardo colà e troverai conforto».

A queste parole fissai lo sguardo nell’alto dei cieli, cosa vidi mai, io non lo so dire. Questa bella vista bastò per consolare il mio cuore, angustiato da mille pene, come già dissi; ma quello che più mi affliggeva era che andavo per camminare e non potevo, cercavo la luce e non la trovavo, piangevo, mi affliggevo, mi affaticavo, e viepiù smarrita mi trovavo, chiamavo il mio Dio e non mi ascoltava, ma fissato che ebbi lo sguardo colà, non più gravoso fu per me questo cammino, ma dolce e soave lo rese quel termine che Dio mi mostrò. Là, là è sempre fisso il mio sguardo.

25.5. Trasformata in Dio


Il dì 15 giugno nella santa Comunione il mio spirito si ritrovò nella strada anzidetta, mi affaticavo proseguendo il mio viaggio, come già dissi. La povera anima mia invocava ardentemente il suo Dio, pregandolo a volersi manifestare per dare al mio spirito qualche conforto. Si degnò il buon Dio di esaudire le mie povere preghiere, e mi degnò di grado molto particolare di unione. Mio Dio, e come potrò io, miserabile senza talento, manifestare i prodigi più grandi del vostro amore infinito?

Si degnò dunque, per sua bontà, di unirmi a sé intimamente. In quel felice momento impresse nel mio spirito una viva immagine di se stesso; a questa impressione eccomi in un momento trasformata in Dio. Oh, cosa mai sperimentai nelle potenze dell’anima mia, io non lo so ridire, ne lascio al saggio intendimento di vostra riverenza degnissima il poterlo comprendere. Quello che posso dire, per non mancare all’obbedienza, si è che fu tale e tanta l’effusione della grazia, tanto grande l’amore che mi trasfuse Dio in quel felice momento, molto grande fu la giustizia che mi donò; la purità, l’umiltà, la semplicità gareggiavano nel mio cuore, per rendere onore e gloria al mio Signore. Offrivo gli alti meriti del mio caro Gesù, ma questo si faceva da me in una maniera molto particolare, in virtù di quella grazia infusami.

Molto gradì l’eterno Dio la mia orazione e la valevole offerta degli alti meriti di Gesù, che fissò lo sguardo in quelle virtù anzidette, che adornavano la povera anima mia, che mi aveva donato nella suddetta unione, riguardandole non come mie, ma come opere sue proprie. Fissò dunque il suo sguardo in quella prodigiosa purità, che si è degnato donare alla povera anima mia, a confronto dello stato coniugale, come è noto a vostra paternità, e mi chiamò «eroismo della sua grazia». Se questa virtù, che si degna di darmi il Signore, per pura sua misericordia, meriti il nome di eroismo, lascio a vostra riverenza giudicarlo, sapendo molto bene di qual calibro siano i continui prodigi che mi fa il Signore su di ciò.

Dal giorno 15 fino al giorno 22 giugno 1815 il mio spirito è andato camminando per la suddetta strada. Si va di giorno in giorno avanzando in questo penoso cammino; ma, affidata alla particolare protezione di Dio, si fa coraggio, soffrendo con rassegnazione le pene interne ed esterne, tenendo fisso lo sguardo a quel termine che mi mostrò nel farmi intraprendere il suddetto viaggio. Non so dire se questo termine sia per me il termine della vita, ovvero il termine di quella perfezione a cui Dio, per sua infinita bontà, ma ha destinata fin ab aeterno. Oh, come l’anima mia a questi riflessi si accende di santo amore, e va estatica ripetendo: «Mio Dio, fino ab aeterno mi amasti! O amore, o eccesso, o carità!».

25.6. Orribile tentazione contro la fede


Il dì 23 giugno 1815, vigilia del gran precursore san Giovanni, dopo il pranzo, nel visitare il SS. Sacramento, mi fermai in questa visita circa due ore e mezzo, un’ora la passai in sopportare le pene più tormentose che mai dir si possa. La tristezza, la smania, l’affanno, l’angustia facevano prova di sommergermi. Mi sentivo mancare, mi sentivo venir meno dalla gran pena. Arrivato che fu lo spirito ad un punto tanto eccessivo che non poteva più reggere, tutto ad un tratto nacque in me una quiete veramente prodigiosa, unitamente ad una cognizione vivissima di me stessa. Presa dunque da umile sentimento, mi annientavo fino al profondo abisso del mio nulla, conoscendo i miei cattivi portamenti, piangevo amaramente i miei peccati, e ne domandavo a Dio perdono.

Nel tempo che mi trattenevo in questi umili sentimenti, mi sono trovata nella strada anzidetta, dove vidi magnifico fabbricato. Si affaticava la povera anima mia per giungere al magnifico fabbricato; macché! fui assalita da orribile tentazione contro la santa fede. Mi assalì in una maniera tanto terribile, che poco mancò che non restassi vinta. Superata e vinta, con la grazia di Dio, la tentazione, l’anima mia si avvicinò a quel magnifico fabbricato anzidetto. Ecco nuovamente il tentatore con nuove suggestioni m’impediva a tutto suo costo di potermi avvicinare al magnifico fabbricato. Il maligno tentatore mi dava ad intendere che quel luogo era luogo di superstizione e d’inganno. «Fuggi», mi diceva, «fuggi, non entrare, che resterai ingannata!».

Alla suggestione del maligno, il mio spirito incominciò a paventare, perché subito non si avvide che era il tentatore. In mezzo a questa dubbiezza, lo Spirito del Signore mi accertò del vero, e l’anima mia restò illuminata, e il tentatore nemico fuggì precipitosamente.

Da mano invisibile fui trasportata nel magnifico fabbricato. Questo nobilissimo luogo si chiama «mansione del Signore», dove Dio si degna comunicarsi alle anime sue predilette, che si degna di introdurre colà, non per merito proprio, ma per solo amore di benevolenza particolare. La povera anima mia conosce benissimo questa verità; questa cognizione mi è molto giovevole per profondamente umiliarmi. Vostra paternità m’insegna che non c’è cosa che più possa umiliar l’uomo che l’essere beneficato senza merito. Mio Dio, quale umiliazione è per me il vedermi da voi favorita, avendo io demeritato la vostra grazia con tanta ingratitudine. L’essere da voi contraddistinta con tante grazie, mi cagiona un continuo annientamento di me stessa. E benché debba confessare gli alti favori che da voi ricevo con tanta frequenza, pur nonostante l’anima mia neppure ad una sola creatura si preferisce, ma con tutta la sincerità del cuore confessa di essere la creatura più vile che abita la terra.

Questa cognizione mi fece ricusare di entrare nella suddetta felice mansione. Pregai caldamente il Signore che non mi avesse introdotto in quel luogo, perché dubitavo di oscurare la sua gloria, ma che in mia vece avesse condotto quelle anime che sono a lui fedeli, protestandomi che avrei tenuto per sommo favore di abitare il luogo più vile della terra, per piangere le mie colpe.

Questa mia confessione non raffreddò l’infinito suo amore, ma servì per renderlo più amante di me. Il mio Dio mi introdusse dentro la felice mansione, con sommo contento del suo amore.

Entrata che fui in questo luogo, sperimentai in me gli affetti più vivi della carità di Gesù Cristo. Il gaudio, la dolcezza inondava la povera anima mia; per speciale favore fui consegnata al gran precursore Giovanni, custode di questa felice mansione. Il santo precursore era tutto ammantato di luce, tutto intento a custodire questo luogo; mi ricevette qual sposa di Gesù Cristo. Grandi furono gli onori che ricevetti dal santo, e da molti santi Angeli, che quivi erano. Con gran festa e trionfo mi accompagnarono in un magnifico angolo della suddetta mansione; il santo precursore, dopo avermi dato i documenti più parziali dell’amore di Dio, disparve, lasciando il mio spirito ripieno di carità, e notiziato dell’alto favore che Dio era per farmi, per sua infinita bontà.

L’anima mia a questa notizia esultò, e umile e mansueta stava aspettando il felice momento di abbracciare l’amato suo sposo, per potersi con lui perpetuare. Passai tutto il dì 23 suddetto, desiderando ardentemente il felice momento di potermi unire al mio buon Dio; per essere, in virtù della sua grazia, totalmente in lui trasformata. Si andava preparando il mio povero cuore con replicati atti di fede viva, di speranza certa, di carità ardente; il desiderio veemente mi teneva fuori di me stessa: operavo sensibilmente per abito, mentre mi mancava la riflessione di tutto ciò che cadeva sotto i miei sensi.

La povera anima mia se ne stava fissa all’angolo suddetto, aspettando l’amato suo bene, e impaziente aspettava il felice momento di poterlo abbracciare. Finalmente il dì 24, mi degnò il mio Dio di una unione tanto intima, tanto particolare, che io non ho termini per spiegare cosa così sublime, cosa così parziale. Dico parziale, perché Dio medesimo così la chiamò. Quello che posso dire è che, dopo la suddetta comunicazione, la povera anima mia restò tanto innamorata di Dio, che tiene sempre il suo sguardo fisso colà dove le si comunicò.


26 – IL MISTERO DELLA TRINITÀ SACROSANTA


Il dì 26 giugno 1815, così racconta la povera Giovanna Felice: Mi trattenevo alla reale presenza di Gesù sacramentato, era il mio spirito, secondo il solito, afflitto da gravissime pene; era già arrivato ad un grado tanto eccessivo, che non è spiegabile, per essere cosa soprannaturale. Mi pareva allora allora di morire, di finire la vita sotto il grave peso di questa interna pena, quando, ad un tratto, lo spirito passò in uno stato di quiete perfetta, dove per mezzo di cognizione intellettuale conoscevo me stessa e Dio: nella cognizione di me stessa mi umiliavo profondamente, nel conoscere Dio mi disfacevo di amore in lacrime di contrizione.

Oh, quanto mai si affliggeva il mio spirito di avere offeso Dio di bontà infinita. In pochi momenti tanto si aumentò il dolore, che poco mancò che non restassi estinta. Passata che fui a questo grado di contrizione perfetta, somministratami dalla grazia, Dio mi fece passare ad un grado di riposo molto particolare, dove mi si manifestò Dio medesimo in un aspetto quanto mai bello e magnifico.

Padre mio, quanto più soddisfatto resterebbe il mio povero cuore di tacere, invece di manifestare cose tanto grandi e magnifiche, che la mia bassa mente non può comprendere! Io non so e non posso con verità manifestare cose così belle senza oscurare la gloria di quel Dio infinito, incomprensibile che risiede nell’alto dei cieli. Ciò nonostante, per obbedire a vostra riverenza degnissima, dopo essermi protestata avanti al cielo e alla terra di essere la creatura più vile, più peccatrice, più ignorante che mai dir si possa, a gloria dell’eterno Dio, mi accingo a manifestare l’alto favore che mi compartì.

26.1. L’augustissimo mistero della Santissima Trinità


Per mezzo di intellettuale intelligenza, volle Dio darmi in qualche maniera a conoscere l’augustissimo mistero della sua Trinità sacrosanta. Accomodandosi, per sua infinita bontà, al mio scarso talento, mi si fece vedere sotto la seguente figura. Stavo tutta intenta a quell’angolo anzidetto, sperando ogni momento il felice ingresso in quella seconda mansione, quando ad un tratto Dio, di propria mano, mi sollevò sopra l’alto di un muro. Sollevata sopra di questa altura, Dio mi si manifestò sotto la figura di una immensa luce. Era questa luce immensa figurata in tre globi, di una bellezza senza pari; in questa immensa luce la povera anima mia conosceva, per quanto ne è capace, l’infinita essenza di Dio uno e trino. Nel conoscere cose tanto alte e magnifiche, che non ho termini per spiegare, la povera anima mia, piena di rispetto e venerazione e di santo timore, si annientava in se stessa, e profondamente venerava l’augustissimo mistero della santissima Trinità. Questa immensa luce generava fuori di sé cose tanto belle, che io, per la mia insufficienza, non so ridire; ma quello che con mio stupore osservai, era che le opere generate da questa luce tornavano alla medesima luce. Per mezzo di interna illustrazione conobbi che queste sono le opere meravigliose della sua infinita potenza, della sua infinita sapienza, della sua infinita bontà. Per mezzo della suddetta luce Dio mi degnò di un grado molto particolare di unione.

Nel tempo che l’anima era sopraffatta e dall’ammirazione e dalla compiacenza, nell’atto che gli rendeva gli ossequi più veraci, l’amore mi stemperava affatto in lacrime di dolcezza e di santo affetto. In questo tempo vidi dai tre globi anzidetti scoppiare tre raggi di luce purissima, che venne ad investirmi; nell’investirmi generò nel mio cuore gli effetti più puri, più santi, più giusti che mai dir si possa. Al momento trasformarono il mio spirito in Dio. Prodotto che Dio ebbe in me questo bene, tornò a farlo suo, e in questa maniera fu medesimato il mio spirito in Dio. I buoni effetti che sperimentai non mi è possibile manifestarli. Credo certo però che sarà più facile a vostra paternità reverendissima il comprenderli di quello che io, per la mia insufficienza, spiegarli; giacché, a gloria del mio Dio, devo confessare che dopo che avessi detto quanto mai si possa dire da qualunque dottore, mai dirò quanto è in realtà.

Oh, quanto è mai grande l’amore che mi dimostrò il mio Dio in questa comunicazione! Non è spiegabile.

26.2. Un fluido che raffigura l’amore di Dio


Il dì 2 luglio 1815, così racconta la povera Giovanna Felice: fu nuovamente sollevato il mio spirito sopra il muro anzidetto; in questo luogo eminente l’anima mia fu sopraffatta dall’amore di Dio. In quel felice momento, oh quanto, oh come amava il suo Dio!

L’onnipotente Signore, per dare alla povera anima mia un attestato del suo gradimento, dall’alto di un monte altissimo, in cui Dio mi veniva figurato, tramandò un torrente di acqua viva, limpidissima.

Padre mio, io dico acqua, perché non ho termini per spiegarmi altrimenti; ma questo era un fluido che scaturiva dal monte stesso, tanto bello, tanto dolce, tanto soave che mi rapì il cuore. In questo fluido veniva figurato l’amore di Dio. Per sua infinita bontà mi favorì, con urto veemente mi rapì, in quella maniera che le veementi onde del vasto mare rapidamente uno che molto d’appresso se ne sta tutto estatico a considerare il vasto oceano, così la povera anima mia se ne stava tutta intenta ed ammirata in conoscere in Dio tanta magnificenza; più la vista dell’intelletto si stendeva e più le rimaneva da vedere, più si assottigliava e più comprendeva, si dilatava la cognizione e molto più vi era da conoscere, quando il mio povero intelletto si era tutto diffuso, si perdeva affatto nella cognizione; la povera anima mia nella cognizione amava il suo Dio teneramente, e nell’amare restò liquefatta; e così dolcemente si unì e si perdette in quel fluido anzidetto.

Ecco come fu immedesimato in Dio il mio povero spirito, e così divenne una stessa cosa con lui, per mezzo di questo fluido. I buoni effetti, che Dio mi comunicò in questa unione, mi resero un attestato certo dell’alto favore ricevuto. L’ardente fuoco della carità incendiava il mio cuore; la mia ignoranza non mi permetteva sapere di qual grado fosse questa unione, ma il buon Dio volle manifestarmi l’alto favore per mezzo d’intellettuale intelligenza, mi diede a vedere il mio spirito tutto contenuto, tutto unito al suo infinito essere. Cosa più eccelsa di questa non si dà. Io, per la mia insufficienza, non lo so manifestare, né con giustizia comprenderlo, ma ben lo compresero i santi Angeli che, a schiere a schiere, venivano una dopo l’altra ad encomiare l’alta bontà di quell’onnipotente Signore, ricco di misericordia, che si compiace trionfare sopra i peccatori. Questi sublimi spiriti restarono attoniti nel vedermi tanto innalzata sopra la grazia, per l’alto favore compartitomi dall’infinita bontà del sommo Dio.

26.3. Notizia di una futura prova spirituale


Il dì 4 luglio 1815 ebbi una notizia interna, dove mi si fece sapere che nell’andar del tempo vi sarà un sacerdote che, esaminando il mio spirito, sarà di parere che per provare il mio spirito debba vostra paternità commettere ad altro direttore la cura della povera anima. Mi pareva che vostra reverenza fosse obbligato, contro sua voglia, di adottare questo consiglio, sebbene gli costava molta pena, lo zelo però della maggior gloria di Dio superava in vostra paternità la pena, e ne recava generoso a me la notizia.

La povera anima mia si assoggettava prontamente ad obbedire, mediante le sue parole, ripiene della carità di Gesù Cristo, che mi dimostravano esser questa la volontà di Dio; ma quello che mi pareva che breve sarebbe la nostra separazione, mentre Dio si degnava di manifestare chiaramente la veracità dello spirito.

26.4. Una particolare presenza di Dio


Dal 4 luglio 1815 a tutto il dì 15 del suddetto mese, il mio spirito se l’è passata in certe orazioni che poco ne posso render conto, perché la povera anima mia non cercava di conoscere Dio per mezzo di speculazioni, né per mezzo di riflessioni riguardanti le sue perfezioni, ma subito fatta l’orazione preparatoria, in cui impiegavo un quarto, e alle volte una buona mezz’ora, per cagione delle distrazioni, ma subito che lo spirito poteva, per mezzo della grazia di Dio, trovare un momento per fissare Dio, più non curava altra cognizione, ma di volo se ne andava a Dio, e in lui riposava dolcemente, senza alcun desiderio di conoscere di più di quello che conosceva, ma tutta abbandonata nel paterno suo seno, riposava con somma sicurezza tra le sue braccia.

In questo tempo io non so dire cosa facessi, so bene però che l’anima mia amava il suo Dio teneramente; testimoni dell’amore erano le dolci lacrime che in larga copia scorrevano dai miei occhi.

Tutti questi giorni li ho passati nel modo suddetto. Questa orazione rendeva al mio spirito una particolare presenza di Dio, di maniera che le giornate intere mi passavano in continua quiete, tenendo lo spirito, più o meno, sempre assorto in Dio.

26.5. Sorella mia sposa, mi hai ferito il cuore


Dal giorno 15 fino al giorno 17 del suddetto mese di luglio 1815, il mio spirito si è occupato nel meditare la passione e morte del suo Signore. In questa meditazione si è degnato Dio di compartirmi molte lacrime di compassione dei suoi dolori, di dolore per averlo offeso con tanta ingratitudine, di gratitudine nel vedermi tanto beneficata, nonostante la mia ingratitudine, tra lacrime finalmente di amore, desiderando ardentemente di amarlo con tutta l’ampiezza del mio povero cuore, per compensare in qualche maniera l’amore tradito, offrendomi a patire qualunque pena per l’oggetto amato. L’amore veemente riconcentrava lo spirito intimamente, dove mi pareva trattenermi familiarmente con il mio Signore.

«Gesù mio», diceva la povera anima mia, piena di santo affetto, «caro Gesù mio, ditemi cosa pensavate voi, quando io mi ero allontanata da voi con tanti peccati. Pensavate voi forse di incenerirmi con i fulmini della vostra irritata giustizia? o con aprirmi la terra sotto i piedi, per farmi da questa ingoiare, e così farmi provare il rigore della vostra giustizia per tutta l’interminabile eternità?».

Così rispondeva il mio caro Gesù: «No, mia cara figlia», diceva l’amante Signore, «no, mia cara figlia! Io peroravo la tua causa presso il Padre mio, con tanta premura, come se la mia felicità dipendesse dal possedere il tuo amore. Sorella mia sposa, mi hai ferito il cuore, amante ti invito a morire in croce».

A tali parole l’anima mia bruciò di amore. Oh incendio amoroso del mio buon Signore, partecipe rendi il mio povero cuore! Era tanta la fiamma che ardeva nel mio seno, che l’anima languiva di amore.

Dal giorno 18 luglio 1815 fino al 25 del suddetto mese, racconta la povera Giovanna Felice di sé: il mio spirito in questi giorni se n’è stato godendo un particolare raccoglimento, dove più o meno godeva la familiarità di Dio; mi trattenevo alla sua presenza, ora piangendo i miei peccati, ora sperando nelle sue divine misericordie, ora desiderando ardentemente di amarlo, porgendo verso di lui infocati sospiri e lamentevoli gemiti; offrendo tutta me stessa, desideravo patire quanto mai dir si possa, per compiacerlo.


27 – NEL NUMERO DELLE SANTE VERGINI


27.1. Sant’Ignazio, mio maestro e padre


Il dì 27 luglio 1815, per particolare ispirazione, con la licenza del mio direttore, detti principio ad un triduo in onore del glorioso patriarca sant’Ignazio. A questo oggetto mi portai al noviziato dei Padri Gesuiti, e nella loro chiesa feci la santa Comunione per tre giorni consecutivi, ad onore del gran patriarca, pregandolo incessantemente a volermi ottenere la vera perfezione, la corrispondenza alle molte grazie che Dio mi comparte, per sua infinita bontà.

Questi tre giorni li ho passati in piangere le mie gravissime colpe. Nella santa Comunione poi, per mezzo del santo patriarca, era sollevato lo spirito da particolare orazione, e ammaestrata dal santo patriarca Ignazio, mio particolare protettore ed avvocato, maestro e padre; con molta ragione lo chiamo mio padre, perché mi ama quanto ama i suoi figli, lo chiamo mio maestro perché da lui la povera anima mia fu ammaestrata nella divina scienza, lo chiamo mio protettore ed avvocato, perché si degnò ottenermi dalla gran Madre di Dio il dardo celestiale della divina carità.

Questa grazia così particolare me la ottenne dal Signore senza che a lui mi raccomandassi, né tampoco si curò di farsi conoscere da me; ma qual padre amante non altro cercò che di beneficarmi. Fin dal principio incognito mi apparve e mi condusse sopra magnifico loggiato, come si è già riferito dal principio, nei fogli passati, a suo luogo.

27.2. Ho offerto la vita per ristabilire la Compagnia di Gesù


Riporto un fatto seguitomi nel 1804 di maggio, pochi mesi dopo che il santo patriarca mi aveva condotto al suddetto loggiato. Nuovamente mi apparve e mi si diede a conoscere per quello che egli era. Dopo avermi dato molti santi avvertimenti, riguardanti la vera dalla falsa devozione, si degnò di farmi baciare un anello preziosissimo, che teneva al suo dito. Questo glorioso santo fu quello che nel 1803, giorno dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima, mi consegnò ai santi patriarchi Felice e Giovanni de Matha, e mi ottenne la grazia della Comunione quotidiana, come si è riferito a suo luogo nei primi fogli. Dai particolari favori che mi ha compartito in tutti i tempi questo glorioso santo, mi pare che non si possa dubitare che ami la povera anima mia non meno che i propri figli suoi.

La povera anima mia nutre nel cuore una carità molto particolare verso di lui e i suoi figli. Oh quante volte ho offerto al mio Signore il sangue e la vita, perché fosse ristabilita la sua religione: la Compagnia di Gesù!

27.3. Figlia diletta, cosa ti potrà negare l’infinito amor mio?


Il dì 31 luglio 1815 nella santa Comunione, così racconta la povera Giovanna Felice di sé: il mio spirito fu sollevato da particolare orazione, dove per mezzo del santo patriarca Ignazio mi fu dimostrato il particolare amore che Dio porta alla povera anima mia; a questa intelligenza lo spirito si infiammò di santo amore, e l’amore e la gratitudine mi necessitarono di fare offerte vivissime verso Dio, desiderando e protestando di patir volentieri mille inferni per avere il piacere di poterlo amare. Nel tempo in cui mi trattenevo in questi santi desideri, mi fu manifestato quanto mi manca ancora a perfezionarmi. Questo fu il sentimento che ebbi nel mio cuore, che mi resta ancora da vincere la carne e il sangue. Allora conobbi la cruda guerra che mi fa il maledetto amor proprio, unitamente alla mia misera natura, che non soffre senza pena gli impulsi della grazia, e che si oppone all’esecuzione delle buone ispirazioni.

A questa cognizione, così particolare, la povera anima mia inorridì, nel vedersi tanto miserabile, dopo tante grazie e tanti favori compartitimi dall’infinita bontà di Dio; ma il gran patriarca sant’Ignazio mi fece coraggio a sperare quanto mi fa bisogno per arrivare ad un alto grado di perfezione. Così prese a dire il Santo: «Non paventare, o anima redenta da Gesù Cristo, sarai vittoriosa di te stessa e dei tuoi nemici. Ascenderai ad un grado molto eminente di perfezione».

A queste sue parole la povera anima mia fu sopraffatta da fiducia vivissima, che dolcemente mi fece riposare in Dio, unica mia speranza. In questo riposo l’anima andava inoltrandosi nella celeste cognizione dell’infinito essere di Dio; in questa infinita vastità il povero mio intelletto si perdeva affatto nella cognizione di cose così perfette. Oh, come ardentemente amavo il mio Dio! lo amavo con tutte le forze, con tutta l’ampiezza del mio cuore. Di quale amore mi degnò il mio Dio non è spiegabile. Mi unì a lui intimamente, mi fece sperimentare i mirabili effetti della sua carità; si accese medesimamente all’amor di Dio una carità molto grande verso il mio prossimo, desiderando ardentemente di beneficarli, pregai umilmente per tutti.

«Molto giovevole sarà per loro la tua preghiera», mi disse il pietoso Dio, «tutti sperimenteranno l’efficacia di essa, più o meno, però, secondo il mio divino beneplacito, e la loro particolare disposizione».

A grazia così distinta la povera anima mia si umiliò profondamente, e piena di meraviglia, così esclamò verso il suo Signore: «Mio amorosissimo Dio, come mai vi degnate di accordare tanto ad una creatura tanto indegna come sono io? Vi siete dimenticato forse dell’enorme mio tradimento, mio pietosissimo Dio? Abbiate riguardo al vostro onore e alla vostra gloria, non abbassate tanto la vostra santità fino al profondo della mia malizia! Mio Dio, molto più mi è caro l’onore e la gloria vostra che il proprio mio vantaggio».

A questa mia protesta verace, così soggiunse l’eterno Dio: «Figlia secondo il mio cuore, sappi che non solo la tua preghiera sarà efficace ai tuoi prossimi, ma i tuoi buoni desideri saranno molto giovevoli per loro. Figlia diletta mia, cosa potrà negarti l’infinito amor mio?».

A queste amorose espressioni l’anima si umiliò profondamente, e stupefatta in se stessa, per il grande amore che Dio le dimostra, fui sopraffatta da dolcissimo profluvio di lacrime.

27.4. Le creature davanti a Dio sono come non fossero


Dal primo agosto 1815 fino al dì 10 del suddetto mese, così Giovanna Felice: il mio spirito in questi giorni ha goduto un particolare raccoglimento, dove l’anima si slanciava frequentemente verso il suo buon Dio, ora offrendogli tutto il mio cuore, ora piangendo le mie gravi colpe, ora ringraziandolo infinitamente della misericordia usata.

Il dì 11 agosto 1815, nella santa Comunione, dopo aver goduto un bene inenarrabile, fui sopraffatta dalla carità divina; e, annientata in me stessa, confessavo di non poter comprendere la divina carità; ma da nuovo raggio di luce fu illuminato il mio intelletto, per mezzo del quale Dio mi fece comprendere come tutte le creature dinanzi a lui sono come non fossero, e quanto mai si compiace di avermi da questo nulla sottratto, che tiene per bene impiegate la sua infinita potenza, sapienza e bontà.

A questa illustrazione di mente, l’anima si accese di santo amore, e, piena di gratitudine, si disfaceva di amore in lacrime, ma quando si era perduta affatto nella penetrazione dell’amore, ad un tratto detti uno sguardo a me stessa, senza però perdere quel bene che godevo, e conoscendo la mia cattiva corrispondenza e l’enorme mia ingratitudine, a questa riflessione fu tale e tanta la pena e il dolore, che credetti veramente di morire; e così in un momento passai dall’amore ad una viva contrizione.

Il dì 12 agosto 1815 pensai di fare un triduo alla gran Madre di Dio, acciò degnata si fosse di intercedermi presso il suo SS. Figliolo una rinnovazione totale di spirito, desiderando morire affatto a me stessa.

Il dì 13 agosto 1815, dopo la santa Comunione, il Signore si degnò, per mezzo del patriarca sant’Ignazio, il quale mi apparve qual padre amante tutto piacevole, pieno di gioia, mi mostrò un monte altissimo, e così prese a parlare: «Prepàrati», mi disse, «prepàrati, o vaga sposa di Gesù, fino alla sommità di quel monte ascenderai. Là ti aspetta il sommo Re, per coronarti di quel prezioso diadema che ti meritò con lo sborso del suo prezioso sangue. Oh, anima fortunata! non ti è possibile comprendere gli alti favori che ti comparte il sommo Dio, per mezzo del suo parziale amore».

27.5. L’abito trinitario rendeva l’anima mia più splendente del sole


Il dì 15 agosto fui con molta festa accompagnata da immenso stuolo di Angeli al suddetto monte. Ma prima di salire quella magnifica altura, Dio medesimo di propria mano si degnò vestirmi di ricchissime, preziosissime vestimenta, in queste venivano simboleggiati i preziosi meriti di Gesù Cristo, Signore nostro, con i quali Dio si degna di rivestire la povera anima mia, per così renderla oggetto delle sue alte compiacenze.

Spettatori di questo favore particolare furono i santi patriarchi Felice e Giovanni de Matha, miei particolarissimi avvocati e padri, il glorioso sant’Ignazio, il principe degli Angeli, san Michele, e immenso stuolo di spiriti celesti.

Descrivo la bellezza dell’abito. Era questo bianco candido, sopra di questo vi era un bellissimo adornamento in forma di croce, di color turchino e rosso; era questo abito tanto bello che rendeva la povera anima assai più risplendente del sole. Si degnò l’eterno Dio di donarmi ricca e fregiata corona, e di propria mano si degnò calcarla sopra il mio capo. Adornata che la ebbe Dio di questi preziosi vestimenti, si degnò mirarla con particolare compiacenza, e stringendola strettamente, la unì a sé intimamente, e l’anima mia restò propriamente medesimata in Dio, in una maniera che non posso esprimere.

In questo tempo persi ogni idea intellettuale, e restai tutta contenuta dall’infinito amor di Dio. Dopo qualche tempo tornarono ad agire le potenze dell’anima; allora, tutta accesa di santo amore, rivolta all’eterno Dio, gli dimostrai la mia carità. Qual dardo acceso che batte al segno e poi per l’attrazione della veemenza torna donde scoppiò, così il mio spirito tornò nelle onnipotenti mani di Dio, il quale si degnò di propria mano condurmi fino alla sommità del monte. Non sto qui a ridire i vivi affetti del mio povero cuore verso l’amante Signore, mentre sarà molto più facile a vostra riverenza degnissima il comprenderlo, di quello che sia facile a me spiegarlo.

L’amorosissimo Signore mi condusse per mano fino alla sommità del monte. Cosa dirò mai della magnificenza di questo? Pure dirò una cosa che dimostrerà la magnificenza di questo.

Mio Dio, degnatevi di illuminarmi, acciò possa manifestare, alla meglio che posso, le infinite vostre misericordie.

Alla sommità, nel centro di questo magnifico monte, vi era un ricchissimo, bellissimo trono, dove risiedeva la creatura più perfetta che abbia creato l’eterno Dio. Questa fu la notizia che ebbi da quei felici abitatori del santo monte. L’anima mia, a questa notizia, si profondò nel suo nulla, e umile e rispettosa adorò, ossequiò l’eccelsa regina del cielo e della terra, Maria Vergine santissima bellissima; qual maestra a tutti insegnava, qual regina a tutti comandava, qual madre pietosa a tutti compartiva il dolce latte della sua carità; immenso stuolo di vergini la corteggiavano, tutte erano riccamente vestite, ma ve n’erano certe tra le altre molto distinte. Erano queste adornate di uno splendore assai più bello di tutte le altre, queste assistevano all’augusto trono della divina Signora, queste bellissime donzelle facevano comune alle altre gli eccelsi sentimenti della loro sovrana, queste le passavano umili e rispettose le suppliche, queste nobilissime vergini vigilavano all’onore e alla gloria della divina imperatrice del cielo e della terra. Altri rispettabilissimi personaggi vi erano d’appresso al suo augusto trono, diversi dei quali furono da me conosciuti, tra questi c’erano i santi patriarchi Felice di Valois e Giovanni de Matha, e il patriarca sant’Ignazio, e molti altri, che non sto qui a nominare, solo nomino questi, perché mi si fecero incontro, e mi presentarono all’eccelsa regina, la quale si degnò di ricevermi con materno affetto.

Il favore della divina Madre non mi tolse il piacere della presenza del suo divin Figlio, lui stesso mi accompagnò all’augusto trono della diletta sua madre, e qual padrone espotico mi fece annoverare nel numero di quelle sante vergini. A grazia così grande il povero mio cuore, pieno di santo orrore, rinunziò la grazia. «O gran Regina», le dissi, «rinunzio a tal favore. Non c’è il vostro decoro! O Madre del santo amore, non curo il mio vantaggio, ma solo il vostro onore. Deh, vi sovvenga, o Madre, che al vostro divin Figlio io gli fui infedele».

Una dirotta pioggia di lacrime abbondanti scorrevano dagli occhi miei e mi rendevano viepiù amante della divina carità. A questa mia ripulsa la nobile sovrana così prese a parlare: «Figlia diletta mia, all’alto favore non devi rinunziare, non sei di disonore alla mia verginità. Il mio diletto Figlio ti volle annoverare nel numero di quelle che consacrarono a lui la loro verginità, e qual padrone espotico dei suoi preziosi doni, senza far torto a nessuno, a suo beneplacito li può donare a chi vuole».

Le sue dolci parole persuasero appieno il povero mio intelletto, e piena di rispetto, ringraziai l’alta bontà, e perduto affatto ogni uso di ragione, lo spirito si perdette nell’infinita carità, e stetti molte ore prima di rinvenire; ma, benché fossi tornata nei propri sensi miei, lo spirito restò estatico per ben tre giorni, e in mezzo alle faccende domestiche tornava ad esser privo di ogni sensazione.

Digressione. Il dì 14 settembre 1815 fu dalla povera Giovanna Felice trascritto il suddetto fatto seguitomi il dì 15 agosto 1815, dal piccolo giornale che usa tenere, per ricordare quanto passa nel suo spirito alla giornata. Confesso però che il più delle volte viene trascritto da me il suddetto giornale con diminuzione, e alle volte ancora occultate varie circostanze, che rendono più glorioso il favore ricevuto, ora servendomi di parole generiche, quando sono dirette al mio proprio spirito. Questo è stato praticato da me fino ad ora, per la grande confusione, umiliazione, annientamento che mi reca il manifestare le divine misericordie. Non è veramente possibile poter immaginare l’annientamento del mio spirito, quando per obbedienza devo manifestare i distinti favori, che a tutte le ore ricevo dalla bontà infinita di Dio. In questa occasione ho voluto confessare questa verità, per essere da Dio e da vostra paternità reverendissima assolta, promettendo da quest’ora in poi, di manifestare con verità e con chiarezza quanto passa nel mio spirito.

27.6. Salva dalla strada una zitella


Il giorno 14 dunque, dopo il pranzo, dopo aver scritto il suddetto fatto, mi portai con le figlie alla chiesa, per assistere ad un triduo ad onore di Maria SS. Addolorata. Prima di sortire dalla mia casa, ebbi una forte ispirazione di fare qualche elemosina ad una povera zitella civile, che per la strada chiedeva l’elemosina, e che in altra occasione, per ispirazione di Dio, gli ho somministrato.

A questa ispirazione il mio cuore ingrato chiuse le orecchie alla buona ispirazione; mi portai alla chiesa, mi si presentò per la strada la povera zitella, e la sua lamentevole voce mi fece compassione più del solito. In quel momento ebbi nuovo impulso di ritornare alla mia casa, per somministrarle qualche carità, ma restai perplessa, per essere l’ora tarda, dubitavo di non trovarmi in tempo al suddetto triduo; ma quando fui arrivata alla chiesa, appena inginocchiata, il povero cuor mio dalla grave pena non poteva respirare. In mezzo alla gran pena rifletto giustamente e trovo di aver mancato alla carità.

Oh, qual dolore acerbo mi cagionò nel cuore la mia crudeltà! Una pioggia dirotta di lacrime amarissime rimproveravano la mia crudeltà, e piena di terrore mi pareva di ascoltare i giusti rimproveri dalla divina bontà. Oh, cosa non soffrii di pena e di dolore! Chiedevo umile perdono alla di lui bontà, con fervide preghiere pregai il Signore, perché avesse provveduto alla povera zitella, ovvero me l’avesse fatta ritrovare. Terminata la funzione trovo la suddetta, tutta afflitta, la conduco alla mia casa e le somministro un poco di carità. Allora, piangendo mi disse che era nell’ultima disperazione. Presi a consolarla e mi confessò che era tentata di buttarsi a fiume. Mi disse che il suo padre era curiale e che per mantenersi fedele e costante per due anni continui, per non giurare, era andato ramingo per il mondo, e che era stato colpito da un colpo di apoplessia, ed era tanta la loro miseria che, per non avere neppure il letto, dovevano dormire sulla nuda terra, e l’infelice padre giaceva sopra un piccolo pagliaccio, che le fu somministrato per carità.

A racconto così lacrimevole procurai di sovvenire alla meglio sia lei che l’infelice padre infermo, languente per la fame. Subito feci fare un memoriale molto bene circostanziato, perché i superiori sapessero l’infelice stato della suddetta famiglia. Dopo essermi bene informata della verità da persone che li conoscono. Per mezzo d’interna illustrazione, Dio mi fece conoscere quale fu il fine per cui mi diede tanta premura di sovvenire la suddetta zitella: fu per liberarla dal grave pericolo a cui la misera era esposta in quella strada solitaria, e quel giorno medesimo avrebbe pericolato la sua onestà. Le povere mie preghiere allontanarono da lei il brutto mostro di iniquità, che la voleva sedurre.

A simile notizia dissi alla suddetta che io le avrei somministrato il vitto quotidiano per lei e per suo padre, ma che non si fosse più fermata per la strada a questuare, fintanto che i superiori avessero provveduto alle loro gravissime indigenze. E tutto questo si fece da me con l’approvazione del mio padre spirituale.

28 – HO STABILITO IL MIO TRONO NEL TUO CUORE


28.1. Chi vuole me venga a te


Riprendo a raccontare quanto mi seguì nello spirito il dì 20 agosto 1815. Così la povera Giovanna Felice: in brevi parole accenno a quanto mi seguì il 20 agosto 1815, nella santa Comunione si degnò il mio Signore di stabilire il suo trono nel mio povero cuore. Oh, che grazia è mai questa! non mi è possibile manifestare l’amore, l’affetto, la particolare carità che mi comunicò l’amante Signore, che con somma festa ed applauso venne a me, corteggiato dai più nobili della sua corte celeste, qual principe amante venne a me, e tutto amore così mi parlò: «Qual contento è per me regnare in te! Figlia, chi vuole me, venga a te, che mi troverà piacevole, benigno, misericordioso».

A queste amorose parole l’anima mia restò immersa nella piena delle infinite misericordie di Dio. Nel tempo che l’anima godeva l’unione più intima che mai dir si possa, e stava godendo i castissimi abbracciamenti del suo celeste sposo, tra i casti suoi abbracciamenti godeva la felicissima immersione delle sue infinite misericordie. Nuovamente la sua dolcissima voce mi fece ascoltare; ma pure non è voce, ma la maniera con cui usa parlarmi è tutta nuova, ma l’anima mia bene intende i dolci affetti suoi e i dolci tratti della sua carità. Così soavemente mi parlò: «Ho stabilito il mio trono in te. Mi compiaccio di abitare nell’anima tua; figlia, oggetto delle mie compiacenze. Ricevi la piena delle mie misericordie».

A queste parole l’anima restò sommersa in un torrente incomprensibile di acqua viva, che scaturiva dal seno di un vastissimo monte. Questo distinto favore non solo per molte ore tenne assorto in Dio il mio spirito, ma per molti giorni godetti un particolare raccoglimento e diverse illustrazioni e cognizioni molto particolari, come in appresso rozzamente dirò.

28.2. Manifesta le mie eterne misericordie


Il dì 21 agosto 1815 si tratteneva il mio spirito in umili sentimenti, e tutto annientato in se stesso non poteva comprendere come mai fosse possibile che un Dio immenso, eterno, infinito, potesse trovare in me le sue compiacenze; mentre io mi riconoscevo tanto vile, tanto miserabile. Ma da nuovo raggio di luce fu illuminato il mio intelletto, e così potei conoscere quanto glorioso sia per il mio amorosissimo Signore l’avermi cavato dall’abisso del nulla, e quanta compiacenza abbia il suo infinito amore nell’avermi da questo nulla sottratto. Conobbi ancora come il genere umano davanti al suo tremendissimo cospetto era come non fosse.

A questa cognizione molto bene circostanziata, ma per la mia insufficienza non so manifestare, piena di ammirazione, diceva la povera anima mia: «Mio amorosissimo Dio, e come mai vi siete degnato di trovarmi in questo nulla? Conosco, o mio Dio, che per cavarmi dal nulla impiegaste la vostra infinita potenza, sapienza e bontà infinita».

Intanto lo spirito si andava inoltrando in queste considerazioni, e si stupiva in se stesso, e ardentemente amava l’amante Signore, che si compiaceva, per mezzo di nuova illustrazione, di farmi intendere come è molto glorioso il fine per cui mi ha dato l’essere; e, pieno di compiacenza, mi fece conoscere quante grazie, quanti doni mi aveva compartito, per condurmi al fine glorioso dei suoi disegni.

«Mira», mi disse il mio Signore, «mira quanto mai sono stato sempre liberale con te!». Alle sue parole mi si schierarono alla mente tutte le grazie, tutti i doni, tutte le virtù, in una parola tutte le misericordie generali e particolari e soprannaturali che, dal mio nascere fino al giorno presente, l’eterno Dio si degnò compartirmi. A cognizione tanto particolare, la povera anima mia si stupì; e, sopraffatta dall’ammirazione di tanti favori, lodava, amava, benediceva, ringraziava con particolare affetto il suo Signore.

Dalla considerazione di tanto bene, passai a riflettere alla mia cattiva corrispondenza. Riconobbi la mia ingratitudine; in maniera particolare a questa cognizione fui sopraffatta da dolore tanto eccessivo di avere offeso il mio Dio, che la contrizione provò veramente a spezzarmi il cuore. Veramente il sopravvivere a questa contrizione lo reputo un miracolo della grazia di Dio. La violenza del dolore opprimeva il mio cuore, e dagli occhi tramandai un profluvio di lacrime; ma le mie lacrime vennero interrotte dalla dolcissima voce del mio Signore, che, secondo il solito, così mi parlò: «Non ti stupisca la tua miseria, volgi il tuo sguardo e mira!».

Volgo lo sguardo e vedo nuovamente schierate alla mia mente tutte le opere virtuose, che con la grazia di Dio ho esercitato dal primo uso di ragione fino al momento presente. Mio Dio, qual confusione!

«Scrivi», soggiunse l’amante Signore, «scrivi i buoni effetti che ha prodotto in te la mia grazia». A questo comando mi misi a piangere dirottamente, e umilmente lo supplicai a dispensarmi l’obbedire. Allora si degnò di farmi intendere che il manifestare i suoi favori e tacere le virtù sarebbe lo stesso che descrivere la bellezza, la vaghezza di una pianta infruttuosa, che rende inutili le fatiche del suo lavoratore. «Figlia», proseguì a dire il mio Signore, «diletta figlia, perché vuoi occultare i frutti delle mie fatiche e dei miei sudori? Scrivi liberamente, se mi vuoi compiacere, manifesta le mie eterne misericordie».

In brevi parole accenno come ho passato i giorni 21 fino al giorno 26 agosto 1815. Il mio spirito se l’è passata quale figlia amante, riposando dolcemente nelle braccia del celeste mio padre.

Oh, qual contento godeva il mio cuore! niente cercava, niente curava, niente bramava, perché nelle sue braccia trovavo quanto mai possa bramarsi di gaudio, di contento, unitamente ad una interna pace, tranquillità, raccoglimento.

28.3. Amore per il prossimo


Il dì 26 agosto così Giovanna Felice: nella santa Comunione fu sollevato il mio spirito da particolare orazione, dove godetti i casti abbracciamenti del mio Signore. Oh, come in profondo silenzio godevamo scambievolmente uno dell’altra: Dio godeva dell’anima, e l’anima godeva eccessivamente di Dio.

Molto parlavamo senza parlare, molto operavamo senza movimento, ma tutto seguiva per mezzo di profonda cognizione e di particolare agilità e di scienza infusami dall’eterna sapienza, che per particolare predilezione mi partecipava lo stesso suo bene, e unita a lui intimamente mi faceva operare cose così sante, che non posso né so ridire.

L’anima si accese di santo amore e di particolare carità verso i miei prossimi: qual madre pietosa per tutti pregai, e a tutti desiderai di comunicare quel bene. Umile presentai i miei desideri all’augusto trono della divina sua maestà, e tutto amore lo supplicai perché a tutti compartisse la sua carità.

L’amoroso Signore, per compiacermi, così mi parlò: «Diletta mia figlia, e cosa mai ti potrà negare l’infinito mio amore? Sappi che non solo mi sono care le tue preghiere, ma i tuoi desideri saranno molto giovevoli per loro, sempre che questi siano secondo la mia volontà».

A queste parole l’anima fu sopraffatta dalla carità; la veemenza dell’amore incendiava il mio cuore, e l’incendio voleva sollevare il corpo; ma quando mi avvidi di questo, feci al Signore umile preghiera, perché non permettesse al mio corpo di potersi sollevare. Fatta la preghiera, una forza imponente rese immobile il corpo, senza privarlo del minimo grado del bene che godevo, ma tutta incendiata restai dalla bella vampa della sua carità.

Dal dì 16 agosto 1815 fino al dì 29 il mio spirito ha proseguito a godere la particolare familiarità di Dio. In questi tre giorni, nella santa Comunione, sono stata favorita da Dio con particolari grazie; ma mi mancano i termini per poterle spiegare, per essere queste grazie che riguardano l’intelletto, che per essere illuminato da particolare illustrazione dello Spirito Santo, penetra cose molto mirabili, dove lo spirito si diffonde nella cognizione dell’infinito essere di Dio, e in questa immensità resta perduto affatto.

Subito che tornarono alle potenze dell’anima mia le loro facoltà, desiderai comunicare lo Spirito del Signore a quei sacerdoti che mi somministrano la santa Comunione; presentai il mio desiderio all’altissimo Dio, il quale benignamente mi concesse la grazia, cioè che tutti quei ministri del Signore, che mi comunicheranno, godranno i buoni effetti della grazia, secondo le loro particolari disposizioni.

28.4. In te mi renderò mirabile


Il dì 31 agosto 1815 il mio spirito fu favorito da particolare grazia, che io non so manifestare. Vedendomi dunque incapace di manifestare la grazia per la sua sublimità, per non mancare all’obbedienza, manifesterò, alla meglio che so e posso, gli effetti particolari della suddetta grazia. Invoco il divino Spirito acciò si degni illuminarmi.

Il mio spirito fu introdotto negli ampli spazi della divinità. Molto grande fu la cognizione che mi compartì Dio della sua immensità, che l’anima mia restò stupita e affatto stordita a tante meraviglie, a tanta magnificenza. Incapace di ogni idea sensibile restai come assottigliata per la penetrazione dell’intelletto; lo spirito godeva una agilità che lo rendeva abile a viepiù inoltrarsi, che se non fosse per grazia accordatami da Dio, già da lungo tempo dovrei alle volte soffrire la grandissima confusione di vedere il mio corpo portato in aria dalla forza dello spirito.

Di qual grado di unione mi degnò Dio, e quante grazie mi compartì non è possibile manifestarlo. Questa sola espressione sarà sufficiente, per dimostrare la sua particolare carità verso di me, miserabilissima sua creatura. Conosco chiaramente che la particolare sua carità è fondata nei medesimi suoi meriti, mentre io più mi considero e più mi conosco miserabile e meritevole di mille inferni.

Questa fu l’amorosa espressione che si degnò farmi l’eterno Dio: «Ogni qualunque male sarà obbediente ai tuoi cenni. Io», diceva l’onnipotente Dio, «io in te mi renderò mirabile, per mezzo di opere molto meravigliose».

A sentimenti così parziali di carità, la povera anima mia umilmente, profondamente ammirava l’infinita bontà di Dio; e Dio, compiacendosi nell’umile abbassamento dell’anima, tornava viepiù a sollevarla, fino ad introdurla negli ampli spazi della divinità.

Padre, più non posso manifestare; la mia insufficienza non mi permette di passar più oltre. In questa comunicazione mi si mostrò Dio in un aspetto grande e magnifico, benigno e piacevole, che non ho termini di spiegare in verità la sua immensità. Il mio scarso talento restò ripieno, sopraffatto dalla sua grandezza, che l’anima mia umile e rispettosa si fermò in ammirare la sua vastità; passai poi a confrontare la mia vilissima, bassissima condizione. A questo paragone mi profondai nel nulla, e più non mi trovavo, mi ero perduta affatto nel profondo della santa umiltà, ma il pietoso Dio tornò a sollevarmi, e mi fece perdere nella sua immensità. Gli effetti che produsse in me la replicata unione sarà molto più facile a vostra riverenza comprenderlo, di quello che a me ridirlo.

28.5. Patire per la gloria dell’eterno Dio


Dal dì 1 settembre 1815 fino all’11 del suddetto mese, il mio spirito ha sempre goduto una interna pace, un particolare raccoglimento dove lo spirito operava cose molto particolari verso il suo Signore. In questi giorni Dio si è degnato comunicarsi alla povera anima mia con molta frequenza; ma, siccome ho trascurato di scrivere, non mi ricordo di preciso i fatti particolari, ma so di certo di essere stata favorita dal Signore con grazie molto particolari.

Dal dì 12 fino al dì 14 settembre 1815 racconta di sé la povera Giovanna Felice: nella santa Comunione fui sopraffatta da particolare patimento; una interna pena, tutta di spirito, mi faceva veramente agonizzare, ma questa pena era tanto intima che rendeva lo spirito angustiato ed afflitto fino alla morte, che mi pareva veramente di esalare lo spirito; ma questa pena non infastidiva lo spirito, ma lo rendeva pacifico e mansueto; nella pena, umile si offriva a patire ogni qualunque pena per la gloria dell’eterno Dio, si univa a patire all’amoroso Gesù, particolarmente mi accompagnavo alla sua penosa agonia nell’orto.


29 – LE MIRABILI PERFEZIONI DI DIO


Il dì 15 settembre 1815 ormai non so come fare per spiegare i mirabili effetti della grazia. L’anima mia si solleva a Dio per mezzo di particolare penetrazione, l’intelletto conosce le mirabili perfezioni del suo buon Dio, e resta di lui tanto innamorato che non si può ridire; gode infinitamente di possederlo, gode, giubila, dolcemente se lo stringe al seno, ma perché dubita di perdere l’amato suo bene, le pare che l’aria stessa gliene tolga il possesso. L’anima con somma attenzione si nega a tutte le creature, perché sempre dubita di perdere il suo Creatore; è infinitamente gelosa, vigila sopra se stessa in una maniera molto particolare; a tutti si nega, perché dubita di intorbidare il puro e santo amore che nutre nel suo povero cuore; ma perché dubita di perdere l’amato suo bene, le pare che l’aria stessa gliene tolga il possesso, con molta frequenza si protesta di voler patire qualunque gravissima pena, piuttosto che patire la minima alterazione o diminuzione del puro e santo amore.

A questo oggetto rinunziai affatto a tutte le creature e a me stessa, ma perché lo spirito si riconosce insufficiente per se stesso, prega il santo e puro amore di impadronirsi della povera anima mia, e per ottenere la grazia, prega incessantemente con molte lacrime l’infinita bontà di Dio, acciò si degni rendermi certo il possesso dell’infinito suo amore.

Dio si degnò di esaudire i miei voti, nella santa Comunione, dunque, per mezzo di intellettuale intelligenza, me ne rese la sicurezza, mi diede a vedere il mio spirito circondato dalla sua infinita potenza, sapienza e bontà, mi vedevo dunque circondata da un muro altissimo, fortissimo, incorruttibile. Era questo muro di pietra durissima, bellissima, preziosissima, tramandava questo nobilissimo materiale suddetto una luce chiarissima; lo splendore di quella riempiva, illuminava, penetrava il mio intelletto in una maniera mirabile mi vedevo penetrata, medesimata con la suddetta luce.

Nel suddetto circondario non vi era alcuna porta, né finestre da poter sortire, sicché vidi il mio spirito necessitato a quivi rimanere. Oh, qual gaudio inondò il mio cuore! per la sicurezza del possesso dell’eterno amore! Vi erano in questo luogo cinque ferrate, e in queste venivano significati i cinque sentimenti del mio corpo, per dove aveva lo spirito comunicazione con le cose sensibili; per queste l’anima si rattristava, e non osavo avvicinarmi a quelle.

«Appressati», sentivo dirmi, «appressati a queste senza timore. Non possono le tenebre introdursi dove risiede la luce, ma sappi che tutti quelli che quivi si appresseranno, riceveranno il benefico influsso della mia grazia». Che è quanto dire che nel corso della mia vita Dio si degnerà, per mezzo del mio spirito, di illuminare molte anime.

Era il mio spirito vestito di un abito bianco candido, tutto sfolgoreggiante di luce, che se ne stava in ginocchioni prostrato, pieno di profondo rispetto e venerazione, adorando, lodando, amando il suo amorosissimo Dio, umiliando se stesso benediceva il suo SS. Nome.

29.1. Immersa nel vastissimo oceano dell’immensità di Dio


Riporto un fatto che non ricordavo, ma nello sfogliare il giornale l’ho trovato scritto; seguitomi il dì 3 settembre 1815. Nella santa Comunione, così la povera Giovanna Felice, tutto ad un tratto fu il mio intelletto occupato dall’immensità di Dio, come un vasto oceano lo immaginavo. Al momento fui dalle purissime sue acque immersa intimamente, fino a profondarmi nel vastissimo seno della sua immensità.

Mio Dio, dove m’inoltro! cosa mai potrò ridire della vostra immensità se dopo aver detto quanto mai dir si possa da qualunque umana intelligenza, non può ridirsi che un’ombra di quello che è in realtà. Mi servirò delle parole del santo apostolo Paolo, e dirò con lui che vidi cose così grandi che né occhio mai vide, né orecchio udì, né cuore provò godimento simile. Ma per non mancare all’obbedienza, proseguo rozzamente a manifestare quello che non potei neppure comprendere con la mia bassa mente.

Fui dunque immersa in questo vastissimo oceano, dove mi si rappresentava l’immensità di Dio, dove le potenze dell’anima mia restarono perdute affatto; in questa incomprensibile vastità fui inoltrata fino all’amplissimo suo seno, dove trovai immense ricchezze, perle preziose, pietre di immenso valore. Mi servo di questi oggetti, che noi chiamiamo preziosi, per potermi spiegare, ma molto diverso era quanto vidi, quanto udii, quanto gustai. Sovrana voce così mi parlò, non con parole, ma per parte d’interna cognizione mi fece intendere che avessi preso le preziose gemme, e avessi adornato la povera anima mia. In queste preziose gioie venivano significati i meriti di Gesù Cristo. A questo espresso comando, la povera anima mia prese le preziose gioie e si adornò di queste da capo a piedi.

Non è possibile spiegare la bellezza, la vaghezza di quest’anima, così riccamente adornata. Basti dire che l’eterno Dio la degnò dei suoi sguardi, nel mirarla in lei si compiacque altamente, per vederla adorna dei preziosi meriti del diletto suo Figlio, mandò rapidamente il suo splendore ad investirla. Eccomi dunque tutta penetrata dal bel sole di giustizia. Il suo splendore rifletteva in quelle preziosissime, bellissime pietre preziose che mi adornavano, e lo splendore mi faceva divenire una stessa cosa con lui.

Stimatissimo padre, più di quanto ho manifestato, non so, non posso ridire, mi si rende impossibile.

29.2. Questa è la mia figlia diletta


Il dì 11 settembre 1815, nella santa Comunione, Dio sollevò il mio spirito e lo degnò di particolar unione, e gli compartì grazie molto particolari, per fino a farmi oggetto delle sue compiacenze. Mi mostrò ai grandi della sua corte: «Questa», diceva, «è la mia figlia diletta, in cui ho posto le mie compiacenze».

A queste parole l’anima mia si annientava, e riconosceva la sua propria miseria; lodava, benediceva, ardentemente amava il suo Signore; e, piena di meraviglia, confessava la sua propria viltà. Nel tempo che la povera anima mia se ne stava tutta umiliata in se stessa, Dio l’abbracciò strettamente. Dopo aver goduto i casti abbracciamenti del sovrano suo re, restò per mezzo del puro e santo suo amore, medesimata con lui; restò lo spirito tutto assorto in Dio, in una maniera tanto particolare, che tutto il resto della giornata fui alienata dai sensi. Quel poco che agii sensibilmente si fece da me per abito, senza capire cosa alcuna; il mio corpo, per la mancanza dello spirito, si era gelato come un morto, incapace di ogni sensazione, per ben tre volte tornò affatto a sopirsi lo spirito, per essere intimamente toccato da Dio, e favorito con nuove grazie.

Tornò l’eterno Dio a dimostrarmi l’infinito suo amore, per mezzo di dolcissime espressioni e di certi castissimi abbracciamenti, che non ho termini di spiegare; il mio spirito, per mezzo di questi, restava purificato e assottigliato, fui circondata da chiara luce, da questa luce fui tutta penetrata, unita, medesimata. Unita a questa luce godevo un bene infinito, inarrabile; nel profondo silenzio e nella dolcissima quiete godevo una perfettissima pace; in questa ascoltai con mio sommo stupore armoniche voci dei sovrani spiriti, che pieni di stupore cantavano alternativamente la seguente antifona e salmo, con somma loro ammirazione: Elegit eam Deus et praelegit eam, Deus in medio eius, il salmo Fundamenta eius in montibus sanctis, con quel che segue, fino al Gloria.

L’anima mia si unì alle lodi che davano a Dio questi beati spiriti, e, sopraffatta dal santo e puro amore, nuovamente tornò a perdersi tutta in Dio, sommo suo amore. Il mio corpo restò affatto alienato dai sensi per la grandissima attrazione che godeva lo spirito in Dio; la dolcezza, la soavità particolare che godeva lo spirito si diffondeva anche nel corpo, sicché le ossa, le midolla delle ossa, parteciparono di questa esuberante dolcezza, in maniera che il corpo perdette l’uso dei sensi, e tutto immerso se ne stava in quel bene che lo spirito comunicava loro.

L’anima si rese incapace della minima alterazione, in tutta la giornata e buona parte della notte ha proseguito a stare nella suddetta situazione; si andava molto spesso accendendo un interno fuoco, che mi pareva di restare incendiata, e allora viepiù lo spirito restava sopito in Dio; mi pareva di respirare fuoco, di essere circondata da fuoco, mi pareva veramente di stare in una fornace ardente.

In mezzo a questo sacro fuoco lo spirito tornava di bel nuovo a sopirsi in Dio, si accendeva viepiù nel mio cuore il sacro fuoco e formava un incendio che mi faceva tutta bruciare, e mi privava delle forze naturali. In mezzo a questo sacro fuoco il mio spirito si sollevava a Dio, per mezzo della fede, della speranza, della carità, sicché Dio si compiaceva nell’anima, e l’anima si compiaceva nell’eterno suo Dio, in lui si deliziava, lo amava ardentemente con esuberanza di affetto, amava Dio, unico suo bene; con tanta carità l’amava, che tornava rapidamente a slanciarsi nelle sue amorosissime braccia.

Dio con sommo amore nuovamente la ricevette tra le sue santissime braccia, e le fece gustare la dolcezza della sua infinita carità; quando Dio benignamente riceveva l’anima, tornava a spandersi nel mio cuore il santo fuoco, e di nuovo tornavo tutta a bruciare, e per conseguenza restavo alienata dai sensi.

29.3. Mi fece comprendere il sacro fuoco che mi bruciava


Il dì 28 e 29 settembre 1815 si andava viepiù a farsi grande l’incendio, mentre il santo e puro fuoco del santo amore di Dio si andava spandendo, e ogni giorno più si faceva padrone del mio povero cuore, e sempre più mi sentivo bruciare. Mi pareva alle volte che gli abiti stessi bruciassero, e le mie carni restassero incendiate dall’ardore dell’interno fuoco. Andavo scioccamente dicendo tra me stessa: «Cosa sarà mai questo sacro fuoco che tanto mi brucia? Forse saranno carboni ardenti, ovvero fiamme vive che così mi incendiano? Oh portento, prodigio di amore! manifestati al mio cuore, lasciamiti conoscere cosa tu sei! Oh, amor mio, come tanto mi bruci, che sono un vivo incendio, che più non posso contener me stessa! Oh, sacro fuoco, lasciati da me conoscere!».

Nel tempo in cui, con santa semplicità, così ragionavo, per particolare intelligenza il mio Signore benignamente mi fece comprendere che il sacro fuoco, che tanto mi bruciava, non è simile al nostro materiale fuoco, ma è uno spirito purissimo, che Dio si è degnato infondere nell’anima mia per mezzo della suddetta unione; e siccome questo spirito sta racchiuso nel mio cuore, quando a Dio piace, questo si spande qual prezioso liquore, e la fragranza e la soavità viene ad incendiare lo spirito, sicché l’intelletto e la volontà vengono ad essere inebriate eccessivamente di amore, e al corpo viene a mancare la forza naturale. Questa mi pare che sia un’infermità bella e buona.

Carissimo padre, si degni di darmi il suo sentimento su quanto le ho finora manifestato, riguardo al mio povero spirito; mentre l’anima mia si affida tutta alla sua paterna cura, al suo prudente e dotto sentimento, e maturo consiglio; e se trova nel mio spirito inganno o illusione, si degni di parlarmi con chiarezza, senza alcun riguardo.

Un altro effetto produce in me questo santo e puro fuoco di amore, ed è che ormai non sono più abile a veruna cosa sensibile; dovendo dunque operare sensibilmente mi costa molta fatica, mi pare di stare in uno stato violento, ma il Signore mi ha fatto intendere che questo è veramente esser vittima del puro e santo suo amore.

Dopo tutti questi favori, chi lo crederebbe? il mio spirito è tanto intimorito, che dubita della sua eterna salvezza, e pieno di timore domanda al suo Dio se si degnerà di salvarlo. Questo santo timore mi viene infuso dalla particolare cognizione che Dio mi dà della sua divina giustizia.

A questa cognizione l’anima si riempie di santo orrore, e umile e mansueta chiede grazia al suo sovrano Signore di non giudicare la sua causa, e con lacrime abbondanti deplora il malfatto e si raccomanda caldamente al suo Signore: «Gesù mio», andavo ripetendo tutta intimorita, «caro Gesù, usatemi misericordia. In quel momento estremo voi non sarete più il mio caro padre, ma sarete il mio severo giudice! Dio mio, dove mi nasconderò, per non vedervi sdegnato contro di me?».

E piangendo e sospirando vado consumando il tempo e me stessa, per la pena di aver offeso Dio, sommo mio amore, degno di essere infinitamente amato.

29.4. Per rendere più gloriosa l’opera mia


Il dì 30 settembre 1815, nella prima orazione subito levata, si riempì il mio spirito di santo orrore alla orazione preparatoria, ricordando la mia grande ingratitudine, piangevo dirottamente e chiedevo a Dio perdono, e deploravo quel tempo infelice in cui offesi Dio. Dicevo piena di lacrime: «Ah, non fossi mai uscita da quel monastero dove vi amavo tanto teneramente, o amor mio, Dio mio! e mantenevo illibato il mio candore, e con la pratica delle sode e vere virtù non altro bramavo che piacere a voi, sommo mio amore. E chi mai da quel sacro chiostro mi trasse, mio Dio, additatemelo voi».

Secondo il solito, così mi parlò il pietoso Signore: «Io ti trassi da quello, per rendere più gloriosa l’opera mia. Che importa a te l’aver perduto per natura, quello che io ti ho tornato a donare per grazia?».

A queste parole lo spirito si annientò profondamente, e nella umiliazione lodava, benediceva, amava, ringraziava il liberalissimo suo donatore.

Il dì 2 ottobre, nella santa Comunione sperimentai nello spirito una profonda mestizia, che rendeva al mio cuore una profonda afflizione, che mi faceva veramente agonizzare. In questa agonia provavo un abbandono penosissimo; la povera anima mia arrivò a patire il colmo delle pene interne, che mai si possono provare, ma quello che rendeva più gravoso il mio patire era l’abbandono. Si disfaceva il mio cuore in lacrime amarissime di dolore; in questa gravissima pena, l’anima non si allontanava dal suo Dio, ma con sommo affetto gli mostrava la grave pena, e nel tempo stesso la sua fedeltà, e con animo virile affrontava il patire, protestandosi che mai e poi mai si sarebbe allontanata dall’amoroso suo Dio. Con petto forte e costante dicevo al mio Signore: «Trattatemi come vi piace: vi sarò sempre fedele!».

E desideravo ardentemente sommergermi in quelle pene, per potere a lui piacere. Ma chi lo crederebbe? il pietoso Dio, mi mostrò il suo amore, abbracciò strettamente tra le sue santissime braccia la povera anima, quasi come avesse compassione delle pene in cui gemevo; la povera anima mia al momento restò consolata; si degnò farmi gustare una dolcezza di spirito tanto particolare, che non ho termini di spiegare il particolare favore. Oh qual gaudio al momento inondò il mio cuore! Oh che dolcissima soavità, passare da un penosissimo abbandono ad un tenero abbraccio del mio amorosissimo padre. E chi mai potrà contarne la magnificenza?

Il pietoso Dio assicurò il mio spirito della sua particolare protezione e custodia, così prese a dire: «La divina mia provvidenza è stata mai sempre benigna verso di te. Abbandònati in me con sicurezza, vivi in pace!».

Le sue parole riempirono di gaudio il mio cuore, e nel godere quel gran bene, benedicevo le pene anzidette, perché mi avevano meritato quel gran bene.

29.5. Vedevo molte anime vestite dell’abito trinitario


Il dì 7 ottobre 1815 nella santa Comunione, così Giovanna Felice: fui trasportata in spirito nella chiesa di san Dionisio, dove vidi che il suddetto santo, per ordine di Dio, invitava i santi patriarchi Felice e Giovanni de Matha a prendere possesso della sua chiesa e monastero, con molta cortesia li rendeva padroni del tutto.

Mi pareva che i santi trinitari prendessero la padronanza di questo luogo; vedevo tre angeli santi, vestiti con il sacro abito trinitario, che conducevano con loro un’anima tuttora vivente, a me cognita, che da quei sublimissimi spiriti fu presentata ai gloriosi patriarchi, santi Felice e Giovanni de Matha, i quali la ricevettero amorosamente e la vestirono del loro sacro abito. Vestita che la ebbero, le consegnarono le loro sante regole, e i santi angeli subito presero possesso di quel sacro luogo, e divisi in tre rispettive parti, quali fedelissimi custodi del suddetto luogo, a questo oggetto lo custodiscono; molte altre anime vedevo vestite del sacro abito, che unite in carità vivevano in Gesù Cristo.


30 – TRADIMENTO CONTRO LA CHIESA CATTOLICA



Riporto un fatto che ho dimenticato, e che nel guardare il giornale ho trovato segnato, seguitomi il dì 4 ottobre 1815.

Mi trattenevo umile e rispettosa davanti al SS. Sacramento, quando improvvisamente fui condotta in luogo tetro e sotterraneo, tre santi angeli in questo tenebroso luogo mi conducevano, e per mezzo di torce accese, che tenevano nelle loro mani, mi mostravano il nero tradimento che si ordisce contro la santa Chiesa cattolica e i veri seguaci di essa. Che enormità, che delitti, che luttuose conseguenze apporteranno ai veri seguaci di Gesù Cristo le nere trame dei celati persecutori, che sotto nome di bene, cercano la sua totale distruzione!

Che temerità, che baldanza, che audacia infrangere l’immacolato Agnello, lacerare le carni sue verginali, calpestare il suo sangue prezioso! Che delitti, che enormità! Il mio spirito restò affatto sbigottito a tanta malizia.

Molto severa sarà la punizione di sì enorme audacia. Raccomandiamoci al Signore caldamente, acciò si degni mitigare il suo ben giusto furore. Mi pareva che Dio si degnasse farmi questa dimostrazione, perché la povera anima mia non prenda a difendere l’eccessiva enormità dei delinquenti, ma solo prenda parte della sua divina giustizia, mostrandomi la sua eroica pazienza nel sopportarli; perché, quando sarà per punirli, io non mi opponga con la preghiera; ma, compiacendomi nella sua giustizia, non mi rattristi, ma mi rallegri nel vedere l’empietà punita dal forte suo braccio.

30.1. Prega per la salvezza eterna delle figlie

Il dì 8 ottobre ero afflitta fino all’intimo del cuore per vedermi ingrata al santo e divino amore. Pregavo incessantemente la sua infinita misericordia, e dubitando che i miei peccati potessero rendere odiose le due figlie davanti al divino cospetto di Dio, sopraffatta dalla pena e dal dolore, piangevo dirottamente, e fervidamente pregavo per la loro salvezza eterna, ma quello che più mi premeva era di non vederlo da queste offeso. Offrivo il mio sangue mille volte, piuttosto che vederlo da queste offeso, protestandomi di aver più pena di vederlo offeso di quello che vederle da lui castigate. è tanto l’amore e l’affetto che nutro nel cuore verso il mio bene, che poco mi pare ogni altro male; solo la sua offesa mi pare un gran male. Piena di affetto e abbondanti lacrime lo supplicai di voler salvare queste due anime.

«Siano tutte vostre, Gesù mio», andava replicando il mio povero cuore. Così mi parlò dolcissima voce nell’intimo del cuore: «Queste due anime sono già mie. Lo sono, perché tu vuoi che lo siano!».

A queste parole, piena di affetto e lacrime abbondanti: «Sì», dissi, «mio Dio, non solo voglio e desidero che siano vostre queste due anime, ma poiché vi dimostrate tanto liberale verso di me, per pura vostra bontà, cento e mille anime vi domando. Sì, mio sommo amore, salvate tutte le anime che avete redento con il vostro preziosissimo sangue. Sì, mio Dio, mi offro a patire ogni qualunque pena».

Così soggiunse l’amorosissimo Signore: «Sappi che tutte quelle anime che volontariamente a te si soggetteranno saranno salve».

A queste straordinarie parole, il mio spirito restò stupefatto, e quasi dubbioso: «Scrivi pur liberamente: sono per mantenere a queste la promessa».

Il dì 9 ottobre 1815 si degnò il Signore di collocare le due anime da me tanto raccomandate, di riceverle nel suo venerando cuore, dandomi sicurezza della loro eterna salvezza.

30.2. Un paradiso anticipato

Il dì 10 ottobre 1815, nella santa Comunione godetti un paradiso anticipato. Non so, non posso dir di più. La dolcezza, il gaudio, l’esuberanza dei vivi affetti non si possono esprimere; qual cognizione mi compartì Dio di se stesso non è spiegabile. Credo sicuramente di aver goduto qualche parte di quella gioia, di quel gaudio che godono i comprensori beati lassù nel cielo.

Santa obbedienza, tu mi costringi contro mia voglia a dire di più. Dopo aver goduto un paradiso anticipato, come già dissi, il gaudio straordinario che godeva l’anima mia, mi veniva partecipato dalla particolare cognizione che Dio mi donò di se stesso, e di qual valore sia il possedere il suo santo, divino amore. L’anima, dunque, vedendosi in quel felice momento ricolma di questo sommo bene, infinitamente lodava, ringraziava, amava ardentissimamente il suo Signore.

Questo era il motivo di tanto gaudio, che al mio scarso talento mi pareva godere un paradiso anticipato. Ma come no! se vostra paternità reverendissima m’insegna benissimo che il gaudio che godono i felici comprensori del paradiso viene originato in loro da questa cognizione, di conoscere Dio per quello che egli è, e di possederlo con sicurezza per tutta l’interminabile eternità?

Dopo che la povera anima mia si era in Dio tanto consolata e rallegrata, che per l’esuberanza del gaudio era fuori di se stessa, dopo aver goduto tutto questo grandissimo bene, si raccoglieva tutta in se stessa, e sciolta e libera da tutte le cose esterne, richiamato il mio cuore dal silenzio tranquillo di quel bene che godeva, radunate tutte le sue forze e virtù, piangendo, trascorreva, girava l’ampia e vasta solitudine di un immenso dolore; tutta affannosa e dolente diceva alla rimembranza della mia ingratitudine: «Offendesti Dio, e potesti? Dove mai cadesti di miseria e di calamità!».

E traevo dal petto mestissimi sospiri e lamenti amarissimi, con lacrime abbondantissime; cercavo con i forti sospiri di penetrare i cieli, per dimostrare così alle schiere angeliche la mia pena. «Ohimè», dicevo tra i singhiozzi e i gemiti, il cuore angustiato tramandava dagli occhi un profluvio di amarissime lacrime, «ed è possibile, ohimé, che io sia caduta in tanta miseria? Oh, giorni infelicissimi; oh, ore miserande della mia ingratitudine! è certo che per l’avvenire sarà mio dovere morire affatto a me stessa; e quanto io possa, patire di qua, tutto è poco, tutto è meno alla colpa mia. Anzi questa è la croce di tutte le croci; questo è l’inferno di tutti gli inferni: l’avere offeso il mio buon Dio! Ohimè, o me misera, che tanto benignamente fui da voi prevenuta, e tanto dolcemente avvertita e con tanta familiarità trattata, eppure ho disprezzato tutte queste grazie, e le ho poste in oblio! Oh morte, oh durezza del cuore umano, che può fare simili errori! O mio cuore di sasso e di diamante, perché non scoppi e non ti spezzi per il dolore? Oh anime innocenti e pure, che illibate sapeste mantenere a Dio la fedeltà, felicissima, beatissima fu la vostra sorte!

Io non so se mai intendeste appieno qual sia il tormento di un cuore aggravato dai peccati. Oh me dolente e sconsolata, quante delizie avevo e quanto stavo bene con voi, o Gesù mio, o sposo mio amorosissimo, quanto stavo bene nell’età della mia puerizia, racchiusa in quel sacro chiostro, che non pensavo ad altro che a piacere a voi, e voi con grazie molto distinte, vi degniavate di favorire la povera anima mia, chiamandola vostra carissima sposa. Oh quanto lieto e quanto tranquillo era il mio cuore! Eppure allora non conoscevo il mio buon essere; benché fossi innocente, credevo di essere la creatura più maliziosa, più cattiva che abitasse la terra.

Oh, chi mi darà un profluvio di pianto, per deplorare le mie colpe? Chi mi darà parole tanto efficaci, per spiegare i dolori dell’afflitto mio cuore, per i danni irreparabili nei quali sono incorsa, per aver abbandonato, peccando, il mio amorosissimo sposo? Ohimé, perché venni a questa luce? E ora che mi resta altro da fare, se non morire di dolore per aver offeso il mio sommo amore?

Andava in mezzo a queste espressioni tanto crescendo il dolore e la pena, che Dio si mosse a compassione di me: con le braccia aperte mi si fece vedere la sua misericordia, qual madre pietosa, che frettolosa va in soccorso del suo amato figlio, e strettamente lo abbraccia, e lo stringe al casto suo seno, e lo bacia dolcemente, in simil guisa il pietoso Dio si compiacque di asciugare le mie lacrime e di consolare l’afflitto mio cuore, col farmi provare una dolcezza di spirito tanto particolare, che non è veramente spiegabile. Quello che posso dire è che dal giorno 8 ottobre 1815, che mi seguì il suddetto fatto, fino al 12 del mese suddetto sempre godei di questo bene.

30.3. Godevo quanto può godere un’anima viatrice

Il dì 13 ottobre, nella santa Messa, mi parve di essere per mano di angeli presentata all’augusto trono di Dio, dove ricevetti i favori più distinti. Fui dall’amorosissimo mio Signore trattata qual diletta sua figlia, qual sorella, qual sposa amante ricevetti gli abbracciamenti più cordiali, mi strinse amorosamente al suo paterno seno, qual padre mi stringeva al suo seno, qual sposo mi amava, qual fratello mi baciava, stampando nell’anima mia cento e mille baci insieme.

Queste finezze di amore rendevano alla povera anima un adornamento immortale; la povera anima mia, nel vedersi così riccamente adornata, ne godeva e si rallegrava non in sé, ma in Dio, suo salvatore, traendo da questa compiacenza tanta fiducia, tanto gaudio, che l’anima si abbandonava tutta in Dio, e in questo abbandono godeva quanto mai si può godere da anima viatrice.

30.4. Libera un’anima dal purgatorio

Il dì 16 ottobre 1815 fui pregata da una persona che le sono molto obbligata, di raccomandare al Signore un’anima, sua parente defunta.

Pregai dunque il Signore per la suddetta. E mi fu manifestato che era salva; ma che molto ancora le resta di pena da scontare, per le mancanze contratte.

Molto pregai il Signore, perché avesse liberato la suddetta anima dal Purgatorio; e con gemiti e con lacrime chiedevo in grazia di patire ogni qualunque pena, unendo i desideri alle pene sofferte dall’amoroso mio Gesù, pregai incessantemente l’eterno divin Padre a volermi esaudire, per i meriti del diletto suo Figlio.

A questa preghiera mi fu mostrato lo stato della suddetta anima. Conobbi che molti anni doveva stare ancora in Purgatorio, ma i buoni desideri di una sua nipote, che avendo sofferto per molti giorni un gravissimo dolore di denti, prese a pregare il Signore per l’anima della sua nonna e a soffrire con eroica pazienza il crudo spasimo in suffragio della medesima, molto suffragio le recò la buona nipote con il suo patire, perché allo spasimo si aggiunse di cavare il dente, che per l’umore concorso le costò molto dolore, perfino a cariargli l’osso della gengiva, che a piccoli pezzi fradicio venne fuori, con grave dolore della suddetta nipote.

Conobbi ancora che un certo proposito fatto dalla suddetta nipote, di soffrire con pazienza le molestie che tuttora riceve nella casa materna, tutto a gloria di Dio senza verun lamento, questo proposito le aveva ottenuto dal pietoso Dio la grazia della diminuzione del tempo.

A questa notizia, il mio spirito desiderò ardentemente di liberare quest’anima dal Purgatorio, con la grazia di Dio potei fare una preghiera vivissima, sicché per mezzo di Gesù Cristo potei ottenere la liberazione della suddetta anima; con questo però che dalla figlia e dalla nipote si fosse fatto in suo suffragio la Scala Santa, la santa Comunione, e celebrata si fosse una Messa, e così sarebbe andata agli eterni riposi del Paradiso.

Dopo la suddetta notizia, fui in spirito trasportata in un luogo, dove vidi la suddetta anima. La vedevo sotto la forma di un’ombra, candida nube la circondava, ma in diversi luoghi era macchiata di sangue.

«Per queste macchie sono ritenuta in Purgatorio», diceva, «queste le ho contratte per le mancanze commesse del sangue e della carne».

A questa comparsa, molto maggiore si fece il mio desiderio di liberarla. Il Signore mi accordò la grazia; alla celebrazione della santa Messa del mio padre spirituale, felicemente quest’anima riposò in Dio, suo eterno bene.

30.5. Pregavo Dio che mi conducesse dall’esilio in patria

Il dì 19 ottobre 1815, nella santa Comunione, dopo aver goduto in Dio un bene molto particolare, il mio spirito fu sopraffatto da desolazione tanto profonda, che mi pareva di morire, tanta era la mestizia e la pena, che rendeva cagionevole anche il corpo. Tutta questa pena era in me cagionata per il bene che pocanzi avevo goduto nella santa Comunione.

Sollevò il Signore il mio spirito ad un grado tanto particolare di unione, che non è veramente spiegabile. Le fece provare e conoscere in se stesso qual bene sia il possedere il suo eterno amore. Io sperimentai un bene tanto straordinario, che l’anima mia inondò nel gaudio, e si dimenticò affatto di se stessa e delle miserie del nostro mondo sensibile, e le pareva già di godere l’eterna pace. Ma quando lo spirito tornò nei sensi, nel vedere le cose sensibili mi parevano tanto brutte, tanto sconcertate, mi trovai veramente in un esilio penosissimo, tutto mi annoiava, tutto mi faceva pena. Il tornare nei sensi mi cagionò quell’effetto che potrebbe cagionare ad uno che gli fosse permesso di avvicinarsi al nostro sole sensibile, e che poi ad un tratto scendesse da questo luogo eminente in un profondo tugurio, così la povera anima mia, avvicinata che si fu al bel sole di giustizia, non poteva più patire di essere ritenuta in questa vita, ma con gemiti e calde lacrime e infocati sospiri, pregavo il mio pietoso Dio che presto mi conducesse dall’esilio alla patria.

30.6. Offerta riparatrice


Il dì 21 ottobre 1815, nella santa Comunione ebbi notizia dell’enorme attentato che si macchina dai persecutori della cattolica religione; pensano questi di spiantarla propriamente dalle sue radici. Pensano questi miseri di erigere templi alle false divinità nel grembo della cattolica Chiesa, nella residenza del romano Pontefice, del Vicario di Cristo! Pensare di erigere templi alle false divinità! Oh empietà, oh ardire esecrando! Piaccia a Dio che questo non accada, raccomandiamoci caldamente al Signore, perché vadano a vuoto i loro rei disegni. Guai a noi, poveri cattolici, se possono mettere in esecuzione quanto macchinano contro di noi!

«Tutti quelli che entreranno in queste assemblee, tutti moriranno!», mi diceva il mio Signore. A questa parola l’anima mia si spaventò molto: «Mi intendi di qual morte intendo parlare?», soggiunse il Signore, «intendo parlare di quella morte che toglie la fede alle anime».

A queste parole il mio spirito si riempì di somma mestizia, per avere avuto in quel momento un embrione del gran numero di queste infelici anime, che disgraziatamente moriranno.

Il dì 25 ottobre 1815 nella santa Comunione, così la povera Giovanna Felice: dopo aver goduto un bene molto particolare, l’anima mia fu sopraffatta da profonda mestizia. Era questa cagionata nell’anima mia da particolare intelligenza, dove conoscevo la malizia di molti viventi, e di qualcuno in particolare. Si affliggeva altamente il mio cuore per vedere tutte queste anime ree di ribellione contro il loro Dio.

Oh, qual pena ne soffriva la povera anima mia! Piena di mestizia e ardentemente desideravo di compensare queste gravissime offese, e nel suo cuore diceva al suo Dio: «Mio pietosissimo Signore, quante offese, quanti oltraggi vi fanno mai queste misere anime ree! Io, Gesù mio, desidero compensarvi queste gravissime ingiurie, a costo di ogni qualunque mia pena. Offro tutta me stessa».

Mi pareva di avvicinarmi all’umanità santissima di Gesù Cristo, e mi ponevo prostrata ai suoi santissimi piedi, umile e mansueta, tutta annientata, gli offrivo l’anima mia mille volte ogni momento, e tutte quelle anime che sono a me unite in spirito, com’è noto a vostra paternità. Questo offrivo in compenso di tanti oltraggi; ma tutta questa operazione si faceva dall’anima mia in profondo silenzio, senza la minima parola, servendosi l’anima di quella maniera stessa, che si serve Dio di parlare all’anima mia.

Una occhiata, un cenno, una parola è molto più significante di ogni qualunque eloquente erudito discorso. Così mi parla l’amato mio Signore, senza parole, ma per parte di chiara intelligenza mi manifesta il suo amore, e mi fa conoscere quanto vuole e desidera. Alle volte trovo qualche difficoltà nel manifestare quanto passa nel mio spirito, perché non so spiegare certe cose che mi vengono da Dio significate; hanno queste in se stesse un significato molto disteso, molto più vasto di quello che sono le parole di cui mi servo.