PARTE SECONDA - LE NOZZE MISTICHE

Beata Elisabetta Canori Mora

PARTE SECONDA - LE NOZZE MISTICHE
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— Dal 1813 al 1819 —

9 – UN DIO GLORIOSO CERCA LA VITA DALLE SUE CREATURE


Il dì 15 dicembre 1813, nel ricevere la santa Comunione, così racconta di sé la povera Giovanna Felice, fui condotta in luogo ameno e delizioso, dove mi si diede a vedere il nostro Signore in sembianza di vago fanciulletto. I raggi del suo splendore riempivano il mio cuore di gaudio, di dolcezza; volevo avvicinarmi a lui, ma il ricordarmi le mie ingratitudini mi rendeva penoso dolore. Esclamava il mio povero cuore: «Ah, non ti avessi mai offeso, bontà infinita!».

9.1. Ha preso possesso del mio povero cuore


Ecco ad un tratto il mio Signore ha preso possesso del mio povero cuore, in maniera così eccellente, così sublime che si rende impossibile poterlo ridire. Per parte di intelligenza mi ha dato a conoscere l’intima unione che passa con le anime sue dilette. Ah, se mi fosse permesso, quante cose vorrei dire! Ma mi perdo, mentre dubito di troppo ardire. L’obbedienza mi obbliga a proseguire. Mi ha mostrato il mio Dio le tre potenze dell’anima mia sotto il simbolo di tre bellissime colonne, sopra le quali si è degnato innalzare il suo trono. Mi ha dato a conoscere in qualche maniera, per questo ne sono capace, come questo divino Signore alimenta l’anima mia, e come l’anima mia alimenta lui, con mantenerlo in possesso del mio cuore. Questo è un tratto dell’amore di Dio, tanto grande che tiene estatici i più sublimi Angeli del cielo, vedere un Dio glorioso che dà vita a se stesso, cercare vita dalle sue creature. Collocato che si fu con grande pompa sopra il suo trono, come ho detto di sopra, assistito da molti spiriti celesti, così prese a parlare: «Giovanna Felice del mio cuore, io mi compiaccio di dare vita a te: compiaciti, mia diletta, di dare vita a me in te».

A queste parole, il mio spirito divenne una stessa cosa con il mio Dio, in maniera tale che mi pareva di vivere della sua vita divina per partecipazione.

Con una similitudine spiegherò come Dio dà vita alle anime sue dilette, e come le anime diano vita a questo Dio, che è la vita stessa. Il Verbo divino, vivendo tra noi mortali, poteva dire alle sue creature: «Io do vita a voi, ma mi compiaccio che voi diate vita a me, benché io sia vostro creatore. A cagion di esempio, se l’aria ne fosse stata capace, poteva dire: «Io do vita al mio creatore, mentre il mio creatore dà vita a me che sono sua creatura».

Benché le anime siano in grazia di Dio, Padre mio, vorrei che la vostra riverenza mi dicesse se è comune a tutte di tanto inoltrarsi. Alle volte sono dolcemente penetrata dallo Spirito del Signore, in guisa tale che più non mi distinguo. Immersa in vasto oceano, mi trovo ricolma di grazie, sopraffatta dall’amore, dilato il mio cuore, lo ingrandisco quanto più posso, mentre vorrei amare il mio Dio quanto lo ama tutto il Paradiso. Oh, dolce violenza che mi trasporti tanto oltre, perfino a penetrare il cuore del mio Signore! Chi mai potrà ridire i dolci effetti che produce nel mio povero cuore? Solo il mio Dio lo può comprendere, mentre io stessa, che ne provo gli effetti, non ne comprendo la vastità.

Il dì 17 dicembre 1813, nel ricevere la santa Comunione, così racconta di sé la povera Giovanna Felice: Fui sorpresa da dolce riposo, ma in questo riposo andava leggiadramente inoltrandosi il mio spirito verso il suo Dio, in una maniera quanto mai bella. Lo splendore della sua bellezza destava il mio cuore, così prese ad esclamare: «Mio Gesù, mio amore, fin dove giunge la tua carità verso di me, che sono la creatura più vile che abita la terra?».

Ma in questo tempo che così esclamavo, volgo lo sguardo verso quella luce: vedo il mio caro Gesù che dolcemente riposava sopra al regio edificio, che si è degnato formare nella povera anima mia. Vedevo le tre potenze dell’anima mia sotto il simbolo di tre bellissime colonne, sopra le quali vedevo riposare il mio Signore. Quale quiete, quale pace, quale dolcezza di spirito, quali affetti di amore sperimentava il mio povero cuore! Ero tutta intenta a piacere al mio Signore, quando si è degnato mandare dal suo amoroso cuore tre raggi di luce a penetrare le tre colonne. In un momento, queste sono divenute quanto mai belle e risplendenti. Ecco, ad un tratto una luce imponente che rendeva magnifico questo bell’edificio; ecco la Triade Sacrosanta che si è degnata prendere possesso di me. A qual grado di unione sia stata fatta degna la povera anima mia, non è possibile manifestarlo, tanta è stata la magnificenza che ha comunicato alla povera anima mia l’eterno Padre, che più non mi distinguevo: la sua eternità luce mi rendeva una stessa cosa con lui.

9.2. Il prezioso latte del suo amore


Il 19 dicembre 1813, nel ricevere la santa Comunione, la povera Giovanna Felice così racconta di sé: dopo la santa Comunione sono stata sorpresa da dolce riposo. In questo tempo il mio Dio si è degnato darmi intelligenza particolare riguardante l’infinito suo amore. Cosa mai ha sperimentato il cuore di gaudio, di dolcezza, di amore! Senza vedere, senza parlare, ma con somma occultezza, godevo gli abbracci più teneri del mio Signore. In questi amplessi sì teneri e amorosi del suo purissimo cuore, comunicava al mio povero cuore una semplicità, una purezza soprannaturale, che mi rendeva per pura sua carità degna di più inoltrarmi, perfino a lambire il latte prezioso del suo amore. Corroborata che è stata la povera anima mia da questo prezioso liquore, da piccola bambina che mi vedeva, in un momento fui dal mio Signore trasformata in un’arca vastissima, capace di ricevere la piena infinita delle Sue misericordie. Sotto questo aspetto mi sono trovata in una valle grandissima; era questa valle circondata da tre vastissimi monti, ma – dico meglio – era questo un sol monte, vastissimo, grandissimo, bellissimo, ma in tre aspetti diversi lo distinguevo, sicché nell’essere un solo monte, tre monti erano. Ecco, ad un tratto, questo monte dalle tre divisioni tramandava preziosa acqua, in tanta copia che leggiadramente portava la povera anima mia, sotto la forma di arca, fino alla sommità del monte. Sollevata in questa altezza il mio Dio mi ha significato cose così belle. cose così grandi riguardanti la sua potenza, la sua sapienza; la sua bontà, che non ho termini di spiegarle, ma, sopraffatta dall’amore di Dio, la povera anima mia restava vittima della sua carità. Le potenze dell’anima mia si perdevano nella vastità della sua magnificenza, come tre gocce d’acqua si perderebbero nel vasto mare.

9.3. Gesù Bambino intriso nel proprio sangue


La povera Giovanna Felice così racconta di sé: In questa santa notte mi portai alla chiesa, mi posi in ginocchioni, e al momento fui sorpresa da intimo raccoglimento: il mio Signore mi donò una particolare cognizione di me stessa. Quanto si umiliò, quanto si annientò la povera anima mia! Qual fosse il dolore di avere offeso il mio Signore non posso spiegarlo. Quante lacrime di contrizione! Mi pareva di morire dal dolore. Ecco, in lontananza, vedo tre messaggeri celesti che verso di me si approssimavano, mi invitavano di andare con loro. A questo invito la povera anima mia sentiva sommo timore. E come è possibile che possa tanto inoltrarmi, mentre sono la creatura più vile della terra? Ma questi rinnovano l’invito; una forza superiore mi obbliga di andare con loro.

Ecco apparire una luce che ci precede e ci conduce al presepio. Vedo questo luogo d’immensa luce ripieno; vedo vago e leggiadro Bambino: in povera culla giaceva, accanto alla suasantissima Madre. Lo splendore del suo volto riempiva il mio cuore di mille affetti, ma, riconoscendomi affatto indegna, non ardivo di entrare, ma mi trattenevo fuori di questo luogo e domandavo perdono, pietà, misericordia. Ma questo divin Bambinello con la sua preziosa manina mi chiamava dolcemente: i suoi replicati inviti mi hanno obbligato non solo ad entrare, ma ad avvicinarmi a lui. Molte erano le anime che gli facevano corona in quel sacro luogo. Somma confusione provai mentre, ai replicati inviti di quel divino Infante, dovetti tanto inoltrarmi, perfino avvicinarmi alla culla. Eppure molto inferiore era la povera anima mia in paragone di queste anime belle, che si trattenevano all’adorazione di questo divino Infante.

Ma qual caso strano sono io per raccontare, con sommo mio stupore: il solo pensarlo mi fa orrore! Mi avvicino dunque alla sacra culla, e con sommo mio stupore, la vedo tutta piena di sangue. Do in dirotto pianto, per vedere il mio caro Gesù appena nato tutto intriso nel proprio sangue.

Ah, Gesù mio, e chi vi ha ridotto in questo stato? Le offese dei suoi nemici, gli oltraggi dei suoi ministri gli cagionavano questo affronto, appena nato. Sono stata sorpresa di sommo dolore e procuravo di offrire i meriti di tutti i santi, particolarmente i meriti di Maria Vergine santissima sua cara Madre.

Ecco, vedo apparire tre messaggeri celesti con tre vasi bellissimi: li presentano a Maria santissima. Prende, questa divina Madre, tutto il prezioso sangue e con somma riverenza lo pone nei tre vasi; si pone in atto supplichevole la divina Signora verso il suo santissimo Figliolo. Restò stupito il mio spirito alla preghiera della Madre santissima verso il suo santissimo Figliolo.

Come già dissi, in questo tempo per parte di intelligenza conobbi qual fosse la cagione di tanto spargimento di sangue di questo divino Infante, appena nato. Meglio sarebbe occultarlo, che manifestarlo! La cattiva condotta di tanti sacerdoti, secolari e regolari, di tante religiose che non si portano secondo il loro stato; la cattiva educazione che si dà ai figli dai padri e madri, come ancora da quelli a cui spetta simile obbligazione. Siccome queste sono le persone che per parte del loro buon esempio devono aumentare nel cuore degli altri lo Spirito del Signore. Questi, invece, appena nato nel cuore dei suddetti, viene da questi perseguitato a morte con la loro cattiva condotta, e cattive massime. Mi fu manifestato chi erano i tre messaggeri celesti, chi fossero, e a quale oggetto in questo luogo si fossero portati. Questi sono tre angeli di alto grado, zelatori della divina giustizia, da questa commessi per vendicare il suo giustissimo sdegno, provocato da tante indegnazioni e peccati. Erano questi tutto sdegno contro il mondo ingrato, volevano spandere sopra la terra il prezioso sangue, che rispettosi tenevano nelle loro mani in quelli vasi suddetti.

Guai a noi! Sarebbe restato al momento subissato il mondo tutto! S’interpose la Vergine santissima: «Ah, non si eseguisca, o mio diletto Figlio, il tremendo decreto!». Ciò detto, si genuflette sollecitamente ai piedi del suo ss. Figliolo e ci ottiene la grazia. Il divino Infante alza la mano santissima, autorevole e imperiosa: «Fermate, fermate! ». Per ben due volte così disse. I messaggeri celesti dimessero il loro sdegno, e umili e rispettosi si prostrarono ai piedi suoi santissimi. Per ordine di Gesù Bambino consegnarono i tre vasi nelle mani di Maria santissima. Appariscono altri tre messaggeri celesti: erano questi commessi dalla divina misericordia. Giulivi e contenti si presentano pieni di sommissione, prendono dalle mani della Madre ss. i suddetti vasi, e cantando inni di lode a questo divino attributo, disparvero.

9.4. La santa anima di Anna Maria Berardi


La povera Giovanna Felice racconta di sé come il giorno 4 gennaio 1814, prima di ricevere la s. Comunione, mi è apparsa la santa anima di Anna Maria e mi ha ringraziato del buon ufficio che ho fatto verso il suo corpo defunto.

Addì 5 gennaio nuovamente è apparsa la suddetta anima, accompagnata dai Santi patriarchi Giovanni e Felice; mi ha detto che il giorno dell’Epifania andava alle nozze del suo sposo celeste; mi ha promesso che si ricorderebbe di tutti quelli che a lei si sono raccomandati.

Addì 6 gennaio, la mattina circa le sei di Francia; mi trattenevo in orazioni: sono ad un tratto trasportata in un luogo dove mi si dà a vedere il felice ingresso di questa anima suddetta al paradiso. Era ammantata di luce chiarissima, preceduta da moltitudine di spiriti celesti, accompagnata dai Santi patriarchi e da molti Santi. Molte anime del purgatorio sono, per sua intercessione, andate con lei in paradiso.

La gran Madre di Dio è venuta ad incontrarla; e dolcemente la stringeva al suo materno seno. Si andava questa anima bella inoltrando, quando ecco il caro Gesù tutto amore verso di lei; i raggi del suo splendore penetravano questa santa anima e la rendevano quanto mai bella e risplendente, assai più del sole; arricchita di grazie così straordinarie, si è incamminata verso il talamo del suo sposo celeste. Oh luce inaccessibile! Il mio povero intelletto si perde nella tua immensità: più non distinguo, ma i tuoi bei raggi mi sovrabbondano il cuore di amore di dolcezza, di gaudio. O santo amore; e chi mai potrà comprenderti, eccessivo amore!

9.5. Situazione infelice del mondo


Il dì 2 febbraio 1814, nel ricevere la santa Comunione; così racconta di sé la povera Giovanna Felice: Sono stata trasportata in un luogo dove ho veduto la situazione infelice del mondo. Vedevo immenso popolo guidato dalle proprie passioni, senza ordine, senza subordinazione. Erano deformi i loro volti, a seconda delle passioni predominanti. Di quanto dolore mi fu vedere tanto popolo così sconcertato! Vedevo molte anime fedeli al Signore; e queste si distinguevano da preziosa gioia che sulla loro fronte risplendeva, più o meno a seconda della perfezione che possedevano. Questo mi fu di molta consolazione; vedere quanto bene regolate erano da Dio queste anime.

Ho sollevato lo sguardo al cielo; e con mio sommo timore ho veduto il flagello di Dio che pendeva dal suo onnipossente braccio. Era già per scagliare sopra quegli infelici; che ho detto sopra, Oh, portento prodigioso! ecco, vedo venire la gran Madre di Dio, riccamente vestita, accompagnata da immenso stuolo di angeli, si presenta al trono immenso di Dio. Vedo tre angeli che separano i buoni dai cattivi. Oh terrore, oh consolazione! era già arrivato il momento che Dio voleva castigare questi infelici, ma questa divina Signora ha fatto dolce violenza a Dio medesimo: ha mandato sopra questi infelici i raggi del suo prezioso manto, così ci ha sottratto dalla giustizia di Dio. Guai a noi, se abusiamo della clemenza di questa divina Signora! La sua clemenza resterà esacerbata dalla nostra ingratitudine: guai a noi, se ciò accadesse!

9.6. Vieni a consolare il mio cuore


Il dì 17 febbraio, giovedì di carnevale, nel ricevere la s. Comunione, così racconta di sé la povera Giovanna Felice, sono stata sorpresa da vivo sentimento di contrizione; ero annientata nel proprio nulla; si disfaceva il mio povero cuore in lacrime. Sono stata invitata a salire un alto monte, ma la cognizione di me stessa mi impediva di proseguire il viaggio. Andavo dicendo a me stessa: «Dove ti inoltri, anima mia? Sei carica di peccati». Quando da dolce voce sono stata invitata a più inoltrarmi. Era questa la voce del mio diletto, ecco le sue amorose parole: «Allontana da te il soverchio timore; vieni, o mia diletta, a consolare il mio cuore».

A queste parole la povera anima mia si è sollecitamente inoltrata verso la sommità del monte. Oh, spettacolo che mi ha fatto inorridire! oh, vista compassionevole! ho veduto il mio caro Gesù carico di piaghe grondante di vivo sangue. «Ah, Gesù mio!», gli diceva la povera anima mia, «e chi mai vi ha ridotto in questo stato così deplorabile? Ah, Gesù! lo so, i miei peccati vi hanno ridotto in questo stato».

Mi sono data in preda al dolore, che mi credevo di restare estinta. Ma il mio caro Gesù ha preso a consolarmi con queste dolci parole: «Figlia diletta mia; tergi le tue lacrime. Vieni a compensare le ingiurie che ricevo da quelli che si prendono tante soddisfazioni illecite, con tanto mio disonore e dei miei comandamenti. Vieni, mia cara, con amore a lambire le mie piaghe».

A queste parole il povero mio spirito si è umiliato fino al profondo abisso del suo nulla e, per compiacere il mio Signore; riverentemente mi sono a lui avvicinata. Quando; ad un tratto; le sue piaghe sono diventate tanti raggi di luce, così risplendenti, così belli che la sua santissima umanità più non si distingueva. Sono stata sopraffatta da questa bella luce; anzi, dico meglio, assorbita propriamente; che più non si distingueva qual fossi io; qual fosse luce. In questo tempo quali atti di amore; quali offerte andava facendo il mio cuore, mi si rende impossibile poterlo riferire.

In questa intima unione, il mio diletto si è degnato dare un caro abbraccio alla povera anima mia, anzi dico di più, un casto bacio si degnò stampare sulla povera anima mia, al momento, benché mi confesso di essere la creatura più miserabile, divenni in quel momento tutta santa, tutta perfetta, per fino a divenire oggetto delle compiacenze del mio Signore.

Oh santo amore, fin dove giunge la tua bontà: fare oggetto delle tue compiacenze la creatura più vile che abita la terra! Oh amore, oh eccesso, oh carità, che riempì di stupore la povera anima mia, ti lodo, ti benedico, ti ringrazio!

10 – LE CALAMITÀ DELLA SANTA CHIESA


Il dì 22 febbraio 1814, giorno ultimo di carnevale, così racconta la povera Giovanna Felice: mi portai a santa Maria Maggiore per visitare il santissimo sacramento esposto, e per comando del mio padre spirituale, raccomandai la santa Chiesa e i suoi bisogni, quando vedo apparire tre messaggeri celesti con torce accese, mi conducono questi mi obbligano di andar con loro, mi conducono in luogo sotterraneo, dove vedo le calamità della santa Chiesa, ma queste tanto in confuso che niente posso dire, solo dirò che questa vista mi cagionò somma pena, sommo dolore.

10.1. Molti sacerdoti infedeli


Il dì 24 febbraio 1814, così racconta di sé la povera Giovanna Felice: dopo la santa Comunione, mi si presentarono nuovamente i tre santi angeli, m’invitarono di andare con loro, mi conducono al surriferito sotterraneo, questi, per mezzo delle torce accese, che tenevano nelle loro mani, mi facevano vedere quello che si faceva nel buio di questo luogo.

Vedevo molti ministri del Signore che si spogliavano gli uni con gli altri molto rabbiosamente, si strappavano i paramenti sacri, vedevo rovesciare i sacri altari dagli stessi ministri del Signore, vedevo da questi conculcare con i loro piedi con molto disprezzo i paramenti sacri; per mezzo di un piccolo finestrino ho veduto il misero stato dei popoli: qual confusione, quale scempio, qual rovina, io non ho maniera di spiegarlo! Sono stata condotta in altro luogo, dove vedevo pochi ministri del Signore, con loro il capo della santa Chiesa, e questi, uniti nella carità di Gesù Cristo, le rendevano sommo onore, uniti a questi vedevo pochi secolari dell’uno e dell’altro sesso, che, per essere uniti al loro capo, rendevano sommo culto al Signore. Quando ho veduto apparire messaggero celeste, e questo ci ha condotto in luogo grande e spazioso, il capo visibile della santa Chiesa ha collocato nel luogo più degno l’immagine di Gesù crocifisso, e poi ha dato ordine che si alzassero; appena hanno questi incominciato ad annunziare la parola di Dio, vedevo venire da diverse parti molto popolo all’adorazione di questo crocifisso Signore.

10.2. Tre spine nel cuore di Cristo


Il dì 28 febbraio 1814, così racconta di sé la povera Giovanna Felice: Dopo il pranzo mi portai alla chiesa di San Silvestro a Monte Cavallo, per assistere alla «Buona morte», quando fui alienata dai sensi, il mio buon Dio mi diede a vedere lo stato infelice di tre anime, e queste come tre spine le vedevo al cuore di Gesù Cristo. A questa vista volli morire «Ah, Gesù mio» così prese a dire la povera anima mia, «eccomi ai vostri santissimi piedi, fate che queste spine trapassino il mio cuore, eccomi pronta a patire qualunque pena per liberarvi dal crudo dolore che vi cagionano queste spine crudeli. Venite, crude spine, a lacerare il mio ingrato cuore, che fu cagione di tanto patire al mio caro Gesù!».

Intanto il mio spirito, assistito da grazia soprannaturale, andava formando desideri e offerte molto singolari, e molto piacevoli a quel Cuore santissimo, trapassato da quelle crude spine. Ah, quanto meno dolore cagionerebbe, se potessi con queste trapassare il mio afflitto cuore, assai meno sarebbe la pena mia. Mentre il mio cuore agonizzava per la pena di vedere il cuore di Gesù trapassato da quelle spine, mi si sono presentati tre messaggeri celesti, con tre calici nelle loro mani e altri piccoli ordigni, che io non conoscevo. Questi cortesemente m’invitavano ad approssimarmi verso quel sacro cuore, che, tutto adorno di raggi lucidissimi, veniva a mostrare l’immenso amore suo, verso la povera anima.

Oh, fatto prodigioso e insieme ammirabile! Vuol servirsi della creatura più miserabile, più vile che abita la terra, per liberarsi dal dolore che gli cagionano quelle spine!

Ma approssimo dunque a quell’adorabile cuore, ed espressamente sono comandata di levare, con mie proprie mani quelle crude spine, che lo trapassavano. Mossa da santo zelo, vado tutta amore, tutta carità, come una figlia amorosa per liberare l’amato suo padre dal crudo dolore; mi viene somministrato strumento molto adatto per fare la nobile operazione.

O santo Angelo, ti ringrazio che mi hai somministrato ordigno sì bello; che con somma facilità posso liberare l’amato mio bene. Traggo fuori le insanguinate spine, un messaggero celeste scopre il calice e mi comanda di riporre in questo le insanguinate spine. L’altro messaggero celeste presenta il suo calice; in questo vi era prezioso balsamo, mi somministrò altro strumento adatto ad astergere le ferite. Scopre il terzo il suo calice: dentro di questo vi erano tre bellissime gioie, unite, legate insieme.

«Prendi, o diletta figlia», mi sentivo dire, «prendi le preziose gioie. Vieni, adorna il mio Cuore!».

Prendo dunque dal calice le suddette gioie e di queste adorno il cuore santissimo del mio caro Gesù. Adorno che fu da queste gioie il nobile suo Cuore, si degnò tramandare tre raggi di luce chiarissima a toccare la povera anima mia, e mi fece degna di unirmi intimamente al suo amore. La povera anima mia restò sopita dalla dolcezza di sì particolare unione. Allora mi manifestò chi sono quelle tre anime che trapassavano come spine il suo Cuore. Per parte d’intelligenza mi fece conoscere che quel prezioso balsamo erano le mie lacrime, che avevo sparso a questo oggetto, mentre otto o dieci giorni prima di questo fatto, il Signore nella santa Comunione mi diede a vedere qual dolore cagionavano queste tre anime all’amoroso suo Cuore, che come spine venivano a lacerare il suo amore. Fu tale e tanto il dolore che provò il mio cuore, che volli propriamente morire; la pena rese cagionevole anche il corpo, questi giorni non feci altro che piangere, e portata da vivo desiderio di compensare le ingiurie che riceveva il cuore amoroso del mio caro Gesù, mi offrivo qual vittima di patire ogni qualunque pena, per dare qualche compenso. Mi eleggevo di andare anche all’inferno, se fosse stato di sua gloria. Volevo a bella posta occultare l’intelligenza che ebbi circa le tre pietre preziose che dissi di sopra, lo dirò a gloria del mio Signore. In questa venivano figurate le potenze della povera anima mia, che assistita dalla grazia e dai meriti di Gesù Cristo, vennero queste a dare un giusto compenso al suo santissimo Cuore. Opera fu questa della sua potenza, mentre mi diede tanto di grazia di potere compensare la loro malizia. Cosa veramente mirabile, o infinita sapienza, e chi mai potrà ridire i mirabili effetti che produce la tua grazia nelle anime nostre, in un momento le rendi capaci di fare ogni qualunque operazione.

O bontà infinita, tu rendesti estatici quei tre personaggi della tua corte, benché questi fossero di sublime grado, che spettatori e cooperatori furono di sì grande opera; mentre senza particolare intelligenza non è possibile comprendere cosa così sublime. Preghiamo il Signore che ci dia grazia di comprenderne il giusto senso.

10.3. Immedesimata con lui


Il giorno 7 marzo 1814 la povera Giovanna Felice così racconta di sé. Prima di ricevere la santa Comunione fui da interno raccoglimento sopita, in questo tempo mi si presentarono i tre santi Angeli, che sono soliti favorirmi, questi m’invitarono di andare con loro. Dopo essermi protestata di essere la creatura più vile, più miserabile della terra, vado obbediente. Questi nobili personaggi mi conducono ai piedi di un monte altissimo, grandissimo, bellissimo, quando sento la voce del mio diletto, che con dolci parole m’invitava, e con le espressioni più amorose si dichiarava amante purissimo della povera anima mia, e qual diletta sposa la invitava ad unirsi intimamente.

A questi amorosi inviti del castissimo suo amore e dalla soavità che tramandava questo mistico monte, la povera anima mia era penetrata da interna dolcezza, che le cagionava amoroso deliquio. In questo stato provai gli effetti più forti del suo castissimo amore, questo mi rese qual vittima amorosa dell’eterno Dio, che sotto questo magnifico monte mi dava a conoscere la sua immensità: in qualche maniera, per quanto ne sono capace, mentre mi protesto di non potere comprendere con il povero mio intelletto l’infinita immensità di Dio.

A queste cognizioni venivo sopraffatta dall’amore, ma insieme sorpresa da sommo timore per la sua infinita magnificenza. Andavano crescendo gli amorosi inviti del mio diletto. Io desideravo andare speditamente, ma mi mancava la lena; il mio celeste sposo si è degnato mandare prezioso sgabello, sopra di questo sono stata collocata dai santi Angeli condottieri, da benefico vento sono stata sollevata fino alla sommità del monte; arrivata che fui, il mistico monte benignamente aprì il suo immenso seno, e amorosamente mi ricevette. Propriamente fui immedesimata con lui, gli effetti straordinari che cagionò nella povera anima questa intima unione non è possibile poterlo manifestare, solo dirò che questo è un grado di unione molto particolare.

10.4. Il prezioso liquore del suo cuore


Il giorno 17 marzo 1814 la povera Giovanna Felice così racconta di sé. Ero afflittissima per avere mancato alla carità del prossimo con parole, mi ero confessata di questa mancanza, e piena di confusione e di dolore, chiedevo perdono al mio Dio. Mi accostai al sacro altare per fare la santa Comunione, viepiù si aumentava la contrizione del mio povero cuore, questa mi cagionò pena e dolore. Eccomi dunque vittima del dolore, restai per qualche tempo priva di sensi; e il mio spirito, sopraffatto da interna quiete, tutto abbandonato nella misericordia di Dio, mi sono apparsi i santi angeli e mi hanno condotto alla presenza del mio Signore.

In questo luogo si è fatta maggiore la pena mia, mentre da sacri veli era coperto il mio bene, e non mi era permesso di poterlo mirare, tanto è stata la pena, tanto il dolore, tanti sono stati gli affetti del cuore, tante le preghiere, che il pietoso suo Cuore si è mosso a compassione. Per ordine suo medesimo si sono spalancati i sacri veli, e ho potuto così adorare il sacro Cuore del mio caro Gesù, che circondato da immensa luce, attorniato da preziosi raggi, faceva pompa dell’infinito suo amore. Si è degnato percuotere la povera anima mia con i preziosi suoi raggi, e questa si è sollevata perfino a lambire il prezioso liquore che tramandava dal suo amorosissimo Cuore.

10.5. Crocifissa con lui


Il giorno 18 marzo 1814 così racconta di sé la povera Giovanna Felice. Mi portai a san Nicola da Tolentino, a visitare la Madonna Santissima di Savona. Mi trattenni alla messa cantata, passai molto tempo in umiliare me stessa, pregando la divina madre Maria santissima a volersi muovere a compassione della povera anima mia, tanto miserabile, tanto peccatrice, benché indegna mi conoscessi, tutta mi donai al suo servizio, qual umile ancella.

In questo tempo sono sopraffatta da intimo raccoglimento, fui trasportata sul monte Calvario, alla rimembranza di questo solitario monte, mi si facevano presenti alla mente le pene, gli affanni che in questo luogo patì il buon Gesù, ero tutta intenta a compassionare il mio caro Gesù, quando vedo apparire i tre messaggeri celesti che sogliono favorirmi, che portavano nelle loro mani croce, chiodi, martello, corona di spine, posarono sopra il monte la croce, m’invitarono a distendermi sopra di questa, mi distendo sopra questa croce, e questi spiriti, pieni di modestia e di riverenza, mi inchiodano sopra la croce, con tanta leggiadria che neppure un dito mi urtarono con le loro purissime mani.

Non mi apportò dolore questa crocifissione, ma gaudio, consolazione, amore tanto straordinario, che mi facenva languire, sopra questa croce mi coronarono il capo di quella preziosa corona, e questa invece di trafiggere donava al mio intelletto particolare intelligenza di cose molto sublimi, appartenenti alla Triade Sacrosanta. Mi conviene confessare la mia debolezza, la mia ignoranza, non ho termini di manifestare queste cognizioni, che il Signore mi comunica intimamente, con certa occultezza, che io non so spiegare, nel tempo che le mie potenze erano tutte intente a penetrare cose così sublimi, ero sopraffatta dallo stupore di tanta magnificenza, quando vedo apparire la Vergine Santissima, accompagnata da molte sante Vergini, questa divina Signora prende la croce nelle sue mani.

Mi sono dimenticata di dire un’altra cosa, che prima di questo seguì. Nel tempo che mi trattenevo in quella particolare intelligenza, come già dissi di sopra, vidi il mio caro Gesù sotto la forma di vago giovanetto, che dall’altezza di amena collina mi guardava amorosamente. Si degnò trapassare il mio pover cuore con dolce strale, che teneva nelle sue mani. Come potrò io ridire i mirabili effetti che provò il mio cuore?

10.6. Salvezza eterna di un giovane di mondo


Il giorno 19 marzo 1814 così racconta di sé la povera Giovanna Felice. La mattina del glorioso san Giuseppe, ebbi occasione di parlare con una buonissima madre di famiglia, che per aver avuto la funesta nova della morte di un figlio, che repentinamente era passato da questa all’altra vita, mentre era fuori di Roma, era afflittissima, piangeva dirottamente, per il timore che aveva della salute eterna di questo, mentre era stato giovane di mondo. La sua giovanile età di anni 22 la tenevano in sommo timore, come ancora la poca assistenza che aveva avuto sì nell’anima come nel corpo.

Mi pregò caldamente che avessi pregato e fatto pregare, per sapere qualche notizia di quest’anima, mentre lei non avrebbe cessato di piangere, per muovere il Signore a pietà, fintanto che saputo non si fosse qualche notizia di questa povera anima. L’afflizione di questa buona madre impegnò il mio povero spirito a pregare il Signore, affinché si fosse degnato di dare alla suddetta notizia del figlio suo defunto.

Quando il mio spirito fu sopito da interno raccoglimento, mi apparve la santa anima di Anna Maria, che portava con lei l’anima del giovane defunto, tutto circondato di fiamme. Piangendo dirottamente, tutto tremante, mi faceva intendere che per puro miracolo, e per la valevole intercessione della suddetta santa anima, si era salvato, che privo era di suffragio ma sperava nella intercessione di questa sua benefattrice, mentre la vita eterna a lei la doveva, per averlo assistito in punto di morte, e lei stessa lo aveva condotto davanti al divin giudice, e la misericordia gli ottenne. Mi fece intendere che le sue lacrime denotavano la gratitudine del suo cuore verso l’infinita bontà di Dio, e verso la sua protettrice Anna Maria, mentre senza alcun merito si era salvato.


11 – LASCEREI I CIELI PER ABITARE LA BELLA ANIMA TUA

 
Il primo aprile 1814, venerdì di passione, racconta la povera Giovanna Felice. Nell’accostarmi alla santa Comunione fui trasportata in una magnifica sala. Vidi nel mezzo di questa magnifica porta, improvvisamente si aprì la suddetta, dove vidi amena strada, delizioso soggiorno. Più volte per il passato sono stata condotta in questo medesimo luogo; mai però ero sortita fuori della porta di questo magnifico luogo, che non so giustamente nominare, questo si potrebbe chiamare magnifico atrio, nobile galleria, ovvero preziosa reggia, dove si degna il nostro buon Dio trattenersi con le anime sue amiche a parlare, dove si degna il nostro Signore di comunicare alle sue dilette le dottrine celesti, dove fa loro gustare la sua dolcezza.

Più volte, come dissi di sopra, sono stata condotta in questo luogo per il passato, dove la povera anima mia ha ricevuto molti favori, ne racconterò qualcuno dei molti. Più volte nella santa Comunione ero in questo luogo trasportata, vedevo aprire la suddetta porta e vedevo dall’alto di un monte scendere il mio Signore Gesù Cristo, sotto la forma di vago fanciullo, tutto circondato di preziosa luce, corteggiato dagli Angeli santi, si degnava questo divino fanciulletto di entrare in questo luogo, come si è detto di sopra.

Era cura del mio buon Angelo custode di chiudere sollecitamente la porta, quando il divino fanciullo era entrato, perché potesse la povera anima mia trattenersi con lui, ora ricevendo insegnamenti circa la maniera che voleva che si regolasse la povera anima, o circa l’esercizio delle sante virtù, ora si adagiava sopra ricco sgabello, si addormentava placidamente, e la povera anima mia restava prostrata ai suoi piedi, adorandolo, benedicendolo, ringraziandolo.

In questo tempo, quali intelligenze mi venivano somministrate! Il mio intelletto in un momento penetrava cose molto grandi, appartenenti al suo amore, restava per parte di queste intelligenze la povera anima mia innamorata di questo Dio, tanto buono, tanto santo, tanto misericordioso. Si umiliava la povera anima mia, e piena di ammirazione andava esclamando: «E come mai è possibile, o Salvatore mio adorabile, che tanto oltrepassi il vostro amore verso di me, che sono la creatura più vile che abiti la terra? Sia benedetto in eterno il vostro amore».

Più volte mi ha mostrato la compiacenza che aveva di abitare la povera anima mia, ora chiamandola «sua preziosa abitazione», ora «delizioso giardino». Preso dall’infinito amore suo, una volta così prese a dire: «Figlia, è tanto l’amore che ti porto, che se per impossibile con la mia immensità non potessi contenere il cielo e la terra insieme, mi eleggerei di lasciare i cieli per abitare la bella anima tua!».

11.1. Perduta nell’immensità di Dio


In questo tempo il mio spirito provava gli effetti più vivi di contrizione, di umiliazione, di amore. Vicino a questa c’era un albero bellissimo, e in questo veniva simboleggiata la santissima umanità di Gesù Cristo, dunque mi abbracciai fortemente a questo. Ero tanto il contento che provava il mio spirito, desiderosa di mai più disunirmi da questo prezioso albero di vita eterna, mi raccomandavo al mio Signore Gesù Cristo, che con pesanti catene mi avesse legato strettamente, giacché la mia fragilità mi faceva dubitare di stare sempre unita al suo amore. Pregavo il mio Angelo custode, che vedevo tutto ammirato per la degnazione di questo Dio verso la povera anima mia; pregavo i tre santi Angeli, che sono soliti favorirmi. questi nobili cittadini celesti mi sono stati, per particolare privilegio, assegnati dalla potenza del Padre, dalla sapienza del Figlio, dalla virtù dello Spirito Santo, mentre questi santi Angeli appartengono distintamente ai tre divini attributi. Questi mi conducono, mi ammaestrano, pietosi si interpongono, quando sono manchevole verso il mio Dio. Mi raccomandavo dunque, come dicevo, che con pesanti catene mi avessero legato a quel prezioso albero. Quando il mio Signore mi ha dato a conoscere che l’amore suo non patisce violenza, che sarebbero disdicevoli le pesanti catene per unire le anime al suo amore, mentre verrebbero a togliere a queste la libertà che gli donò; ma per darmi un pegno certo di sicurezza, mi dava a vedere come teneva legata la povera anima, senza pregiudicare la sua libertà, per mezzo dunque di prezioso amo, unito a leggera catenella di oro finissimo, che riteneva nelle sue mani; l’amo era profondato nel mio cuore, sicché, per mezzo di questo dolce legame, padrone si rendeva del mio cuore.

Oh bella sicurezza, tu rendi contento il mio cuore! Possiedimi tutta, o santo amore! e se mille cuori avessi, tutti, tutti te li donerei!

Qual gaudio improvviso m’inonda il cuore: la bella fonte mi spruzza le dolci sue acque, il prezioso albero china verso di me i nobili e verdeggianti suoi rami. Mio Dio, mio amore, mio Gesù, quanto è mai grande la piena delle vostre dolcezze! La povera anima non vi può più contenere, mio Dio, basta! Non più».

Così dicendo mi sono trovata immersa in Dio, perduta affatto nella sua immensità.

Il giorno 4 aprile 1814 la povera Giovanna Felice così racconta di sé. Dopo la santa comunione, mi trovai nel medesimo luogo. Ricevuto che ebbi distinti favori e dalla bella fonte e dall’albero nobilissimo, si tratteneva la povera anima mia in dolce riposo, quando sono stata invitata a viepiù inoltrarmi. La povera anima mia a questo invito si è profondamente nel suo nulla, ma desiderosa di compiacere il suo dio, così ha preso a parlare: «Mio Dio, mio amore, fate di me ciò che vi piace. Sono tutta vostra, ma ricordatevi che sono la creatura più vile che abita la terra. Mio dio, mio Signore, non oscurate la vostra gloria per beneficare l’anima mia».

Avevo appena forzato questo sentimento, quando leggiadramente sono stata trasportata in luogo altissimo, adorno di immensa luce. Oh quanto belle cose conoscevo per parte di intelligenza! Questo luogo mi pare si possa chiamare specola nobilissima, dove il Signore manifesta se stesso alle sue dilette, mentre in questo luogo viene comunicata alle anime una scienza particolare, per conoscere e penetrare i misteri della santa fede.

Dopo essermi trattenuta qualche tempo a penetrare gli alti misteri della fede, per mezzo di queste cognizioni la povera anima mia restava perduta amante di questo immenso Dio, e questo Dio si manifestava perduto amante di me. Io dunque andavo velocemente verso di lui, e lui rapidamente veniva verso di me. La povera anima mia restava medesimata con Dio.

Santi Dottori, datemi la vostra eloquenza per manifestare questa intima unione e i mirabili effetti di questa; non è possibile che umano intelletto possa penetrarlo.

11.2. Si è degnato di crocifiggermi


Il giorno 8 aprile 1814, venerdì santo, racconta di sé la povera Giovanna Felice. La mattina di buon’ora mi portai alla chiesa, a visitare il Santissimo Sacramento. In un momento fui trasportata nel medesimo luogo in cui fui condotta il 4 di aprile. Sono invitata a sortire fuori della porta, sono condotta in un’altura; vedo questo luogo ripieno di spiriti celesti, che vestiti a lutto stavano adorando una croce tutta sfolgoreggiante di bella luce, unitamente agli strumenti della passione del nostro Signore Gesù Cristo. Anche io, a loro esempio, ho adorato quella santissima croce, ma nel riconoscermi rea di mille delitti, mi sono data in preda al dolore, è stata tanto eccessiva la pena, che ho inteso ad un tratto mancarmi il respiro.

In questo tempo sono stata sopraffatta da interna quiete, quando sento la voce del mio Signore, che così prende a parlare: «Conducete la mia diletta a me». A queste parole sono stata leggiadramente condotta in luogo altissimo, che non so giustamente nominare. Si può chiamare alta specola, ovvero forte castello, dove per mezzo di nobile finestra mi si comunicava il mio Dio per mezzo di risplendentissima luce. Riempiva di sé tutto quel luogo, il suo nobile splendore, il suo prezioso calore mi trasse fuori di questo luogo. «Vieni», sentivo dirmi, «vieni ad unirti a me a cuore a cuore!».

A queste parole mi sono trovata immersa nell’immensa luce, sono stata qualche tempo affatto perduta nell’immensità di questa luce, quando nel mezzo di questa, ho veduto il mio caro Gesù in mezzo a quella luce. Ho veduto apparire una bella croce, unitamente agli altri strumenti della passione del nostro Signore. Mi manca la lena per proseguire il racconto. Mio Dio, e come mai è possibile che vi degnate di amore tanto la povera anima mia? Che voi favorite le anime che vi sono fedeli è una gran degnazione; ma che vi degnate di favorire la povera anima mia, questo è un portento tanto grande da fare stupire tutto il paradiso!

Si è dunque degnato, di propria mano, di crocifiggermi sopra quella nobilissima croce. Dopo questo si è degnato ferire il mio povero cuore unitamente al suo, mentre da ferro da ambo le parti tagliente, prima l’ha appuntato al suo nobilissimo Cuore e nel tempo stesso ha trapassato il mio, sicché il suo prezioso sangue è venuto ad inondare il mio povero cuore, e il mio sangue miserabile è stato benignamente ricevuto dal nobilissimo Cuore. In questo tempo la povera anima mia ha sperimentato l’unione più perfetta che mai possa immaginarsi. Non ho termini né parole di spiegare cosa ha sperimentato il mio cuore.

11.3. La preghiera per sette peccatori


Alle ore 17 mi portai alla chiesa alle tre ore di agonia di nostro Signore, fui in questo tempo sorpresa da interno riposo, fui poi condotta sul monte Calvario a compassionare il mio Signore, vidi molto popolo che oltraggiava il mio caro Gesù crocifisso; ma in un momento era sbaragliato tutto questo popolo dalla mano onnipotente: parte di questi, confessando il loro errore si percuotevano il petto, e con la fronte a terra adoravano il crocifisso Signore. Ero tutta intenta a chiedergli perdono dei miei peccati, quando il mio Signore mi ha comandato di rivolgere le mie preghiere a pro di sette peccatori, che per i loro peccati si erano deformati.

Prego dunque caldamente il Signore per questi, e domando cosa devo fare per ottenere la grazia. Mi viene risposto che offra i meriti di Gesù all’eterno Padre. Mi rivolgo, piena di fiducia, verso il mio Dio, e per i meriti di Gesù Cristo gli chiedo la grazia. In questo tempo sono sorpresa da dolore acutissimo nelle mani e nei piedi, ma in particolare il piede sinistro.

Era tanto eccessivo il dolore del piede che non solo la gamba, ma tutta la parte sinistra per fino la spalla ne soffriva il dolore per la corrispondenza. Il gran dolore che soffrivo nei piedi, in particolare al piede sinistro, come ho detto, mi cagionava tanta pena che mi faceva venire meno. Questa mia gran pena la offrivo al divin Padre, unitamente ai meriti di Gesù Cristo, a pro dei peccatori, quando il moribondo Signore mi ha comandato di condurre questi alla sua presenza, mi sono a lui rivolta: «Mio caro Gesù, e come mai farò io per condurre queste anime a voi?». Mi fece intendere che avessi preso dal mio cuore quell’amo unito alla catenella di oro sopraffino, che si è degnato negli scorsi giorni donare alla povera anima, avessi liberamente posto nella loro bocca l’amo e poi leggiadramente per mezzo della catenella a lui li avessi condotti; Eseguisco prontamente il comando, mentre scortata dai tre santi Angeli veniva la povera anima mia, e questi mi condussero dove questi erano, trovo dunque questi miserabili sotto la forma di bruttissime bestie, uno differente dall’altro, a seconda dei vizi loro predominanti. Traggo fuori dal mio cuore l’amo, e piena di quella fede che mi somministrava la grazia, pongo l’amo nella loro bocca, e per mezzo della catenella, che unita era all’amo, conduco con somma facilità queste sette bestie sotto la croce. Li presento al mio Gesù crocifisso, prego, mi raccomando a pro di questi miseri.

Oh portento della misericordia, questi incominciano a vomitare le loro abominazioni, queste putride fecce venivano ingoiate dalla terra, hanno incominciato a dare fuori della spuma sanguigna, finalmente le loro bocche le vedevo grondanti di sangue vivo. Questo sangue dimostrava la contrizione dei loro peccati; Di propria mano si levano dalla loro bocca gli ami, che per virtù di Dio si erano moltiplicati nel numero di sette, e li pongono nei loro cuori.

Oh effetto mirabile! posto che ebbero nei loro cuori gli ami, si trasmutarono e presero la figura di belli agnelli. Allora la gran madre di dio tramandò dal suo manto un raggio di luce sopra di questi e candidi al pari della neve divennero. Restò il mio spirito lodando, benedicendo, ringraziando il Signore e le sue misericordie, ricolmo di gaudio e di contento.

11.4. Alienata dai sensi


Il giorno 9 aprile 1814, giorno di sabato santo per speciale favore di vostra riverenza mi potei accostare a ricevere la santa Comunione, che ricevetti con sommo giubilo del mio cuore. Fui trasportata sopra magnifico fabbricato triangolare, fui collocata in un magnifico angolo di questo, fui sorpresa da interna pace, che mi tenne tutta la giornata poco presente a me stessa, di maniera tale che; essendo venuto quel giorno a trovarmi un buon religioso, dovetti soffrire il rossore, la confusione, mentre, alla presenza di questo, il mio spirito, rapito da Dio, con tanta forza, che mi sentivo come sollevare il corpo, radunai la mia forza, per quanto ne ero capace procurai di resistere, ma fui vinta dal mio Signore, che strettamente abbracciò la povera anima mia; restai alienata dai sensi, per breve tempo, però mentre, subito che mi fu permesso, procurai di scuotermi, sebbene con somma mia fatica.

11.5. Dolce rimprovero del Signore


Il giorno 10 aprile, Pasqua di risurrezione, così racconta la povera Giovanna Felice di sé. Mi accostai alla santa Comunione con molto raccoglimento fui sopraffatta da interno riposo, quando mi trovai nuovamente sopra quel fabbricato, come si disse il giorno 9 del mese suddetto. Vidi apparire l’umanità santissima di Gesù Cristo, ammantato di bella nube, mi prostrai con lo spirito dinanzi a lui, chiedendogli perdono di tanti affronti, di tanti oltraggi che ho commesso contro l’infinito suo amore. Piangevo dirottamente, parte per la pena di averlo offeso, parte per il gaudio di vederlo non più tra chiodi e spine, ma circondato di gloria.

Il mio Signore dolcemente mi ha rimproverato, facendomi intendere che questo è giorno di gaudio e non di pianto; mi ha invitato a più inoltrarmi, dopo essermi veracemente protesta di essere la creatura più miserabile che abita la terra, per compiacerlo mi sono inoltrata in questo luogo.

Ah, mio Dio, e chi mai potrà immaginare l’amore che portate alla povera anima mia! Io stessa ne resto meravigliata. Questo era un luogo pieno di luce. Il mio Signore si è degnato di sollevare le mani al cielo e tramandare dalle cicatrici delle mani e dei piedi e del venerando costato, non so dire se sangue o prezioso balsamo, mentre la fragranza, l’odore che tramandava sopiva la povera anima mia. Il prezioso sangue che tramandava dalle cicatrici veniva a bagnare la povera anima mia, particolarmente in cinque parti, che non so dire se per purificare i sentimenti del mio corpo, ovvero per dare cinque disposizioni allo spirito, che sono necessarie per ricevere con qualche degnazione la particolare unione.

Mio Dio, e come potrò manifestare le grazie grandi che vi degnate di fare alla povera anima mia! Senza sentenziarmi per temeraria, ardita, presuntuosa, se sappiamo che i santi apostoli non gli fu permesso di vedervi salire al cielo il giorno della vostra gloriosa ascensione; come mai sarà possibile che vi sia creatura che possa da sé immaginare cosa così grande! O questo può essere per un favore particolare di Dio, oppure da illusione diabolica, unita alla superbia più sopraffina che si sia mai veduta o trovata.

Proseguo dunque, con somma mia confusione fui invitata a viepiù inoltrarmi per fino a penetrare l’unione dell’umanità santissima di Gesù Cristo con la sua divinità. È cosa veramente impenetrabile, incomprensibile, è cosa veramente da fare stupire gli intelletti più sublimi, più intelligenti! E come dunque io ardirò parlare, che sono la creatura più miserabile che abita la terra! Padre mio, le basti sapere quanto le dissi a voce sul fatto riferito, mentre mi si rende impossibile poterlo spiegare.

12 – TRA LE BRACCIA DEL MIO DILETTO


12.1. Le anime del Purgatorio


Il giorno 17 aprile 1814 così racconta la povera Giovanna Felice di sé. Ero tutta intenta a piangere i miei peccati, quando, sorpresa da interna pace, mi apparve la santa anima di Anna Maria. Mi disse che non differissi a suffragare quell’anima del defunto giovane, mentre che apparso mi era. Il 23 del suddetto mese, sollecitamente avessi fatto i tre digiuni e le discipline a sangue, come il suddetto mi disse, e per muovere la mia carità mi condusse in un luogo dove mi fece vedere i tre stati in cui si ritrovano le anime purganti.

Vedevo dunque un luogo grandissimo, con tre divisioni. In una di queste non vedevo fuoco, ma solo un albore, che faceva agli abitatori di questa desiderare ardentemente il bel sole di giustizia.

Nella seconda divisione vedevo fuoco unito a preziosa rugiada, che mitigava l’ardore di quelle fiamme.

Nella terza divisione vedevo fuoco caliginoso, unito a zolfo e bitume, in maniera tale che pareva come un lago di fuoco, senza veruno esalamento. Vidi tre demoni, che rabbiosamente erano tutti intenti a soffiare a quel fuoco, come ministri della divina giustizia; vidi tre angeli che ricordavano agli abitatori di questo luogo la misericordia di Dio, questi sono privi di suffragio, dove si ritrovava il giovane defunto; per mezzo di queste tre piccole mortificazioni si spera possa passare nella seconda divisione, per partecipare dei suffragi dei fedeli.

Ho comandato varie volte, che Giovanna Felice così racconta. consegnai certi scritti al mio confessore, appartenenti al mio spirito, ma siccome il suddetto mi ha comandato di non tralasciare né diminuire quanto passa nel mio spirito, quando vengo favorita dal Signore, trovo questi scritti viziati dal mio soverchio timore, mentre quando sono per manifestare le misericordie che il mio Signore si degna farmi, dubito di oscurare la sua gloria, riconoscendomi affatto indegna di ricevere simili favori.

A questo oggetto il più delle volte per l’addietro ho sempre diminuito il racconto, ora servendomi di termini meno fioriti, che avessero meno espressione di quello che era in realtà, ora tacendo certe circostanze ed espressioni; che rendono il giusto senso alle grazie che mi compartiva Dio.

12.2. Dieci giorni senza comunione?


La mattina del 15 del suddetto mese il mio confessore mi restituì il suddetto foglio, e mi disse che in quello troverò scritti i suoi sentimenti. Ai piedi del foglio così trovai scritto: «Ho comandato varie volte a Giovanna Felice che dica tutto, e niente tralasci; quando mi dà fogli con racconti tronchi, o non dice varie circostanze, che crede doversi dire, stia dieci giorni senza Comunione».

Nel leggere quelle parole «dieci giorni senza comunione», volli veramente morire, mentre la pena non mi faceva capire il giusto senso, tornavo a rileggere e non sapevo discernere se fosse castigo, ovvero minaccia. Tra il timore e la speranza, sollecitamente scrivo un biglietto al mio padre per sapere precisamente se castigo o minaccia fosse la sua espressione, per dare qualche sollievo all’affannato mio cuore, ma non potei avere alcuna risposta. Passai dunque tutto il resto della giornata piangendo, sospirando.

«E come sarà possibile», andavo dicendo, «che possa reggere senza morire dieci giorni lontano da voi, sacramentato mio bene, se voi, o mio diletto, siete il mio tutto?».

Piangendo dirottamente, chiedevo in grazia al mio Dio, che mi avesse castigato altrimenti, ma che non mi avesse privata di poterlo sacramentalmente ricevere. Così andava struggendosi il mio cuore tutto il giorno e parte della notte, piangendo e sospirando.

La mattina di buon’ora mi porto al mio confessore, piena di timore, credendo sicuramente di sentirmi confermare la tremenda sentenza; ma, per misericordia di Dio, tutt’altro trovai di quello che mi immaginavo. Mi presentai dunque a lui piangendo, giacché mi mancava la maniera di parlare; Allora il suddetto prese a consolarmi, dicendomi che non era castigo, ma solo minaccia, che fossi andata a fare la santa Comunione, che avessi promesso al Signore di scrivere per l’avvenire tutto, senza occultare niente, mi disse ancora che stessi allegramente e di buon animo.

A questa buona nuova, provai un contento tanto grande che non so spiegare, assai più di quello che si può provare dopo un lungo esilio alla nuova di poter tornare in patria, e con sicurezza abbracciare il caro padre suo. Si slanciò rapidamente il mio spirito verso il suo Dio, assai più di un’aquila che rapidamente spicca il volo fino al cielo, così il mio spirito distese le sue ali verso il suo Dio, e questo buon Dio, qual rapido vento, lo ha sollevato per fino a penetrare e cieli, dove la povera anima mia benignamente è stata accolta dal sommo Dio, che a braccia aperte stava ansioso aspettando il momento di abbracciarla, con dolci espressioni così mi invitava: «Vieni, colomba mia, vieni diletta mia, vieni amica mia, sposa mia, vieni a ricevere gli abbracci più teneri dell’amoroso mio cuore».

A queste parole fui strettamente abbracciata dall’Onnipotente. Che contento fu il mio, nel trovarmi tra le braccia del mio diletto! che non solo mi stringeva al castissimo seno, ma stampava sopra la povera anima teneri baci. Mi fece intendere che non sarebbe per negarmi grazia alcuna, e che avrebbe beneficato tutti quelli che mi avessero fatto del bene; che con particolare benedizione sarebbero stati benedetti da lui, non solo questi, ma tutti quelli che a me appartenessero, e tutti quelli che mi si soggetterebbero; mi faceva intendere quanto grata gli fosse la mia povera condotta, come avesse detto: «La rettitudine del tuo cuore, i tuoi desideri mi obbligano, o mia diletta, a favorirti con specialità di affetto. Inoltrati viepiù, o sposa mia, vieni a penetrare l’intimo del mio cuore».

A queste parole ho penetrato il cuore di Dio.

12.3. Dio mi ama da Dio


«Vieni», sentivo nuovamente dirmi, «vieni, senza timore. Il mio cuore non è augusto, ma grande spazioso».

A queste parole sono stata propriamente inviscerata con il mio Dio, perfino a palpare con il mio spirito il cuore di Dio. Tramandava questo amoroso cuore prezioso liquore, e con questo restava bagnata la povera anima mia.

Che contento fu il mio, allorquando penetrando con gli sguardi della mia mente nel cuore divino, conobbi per evidenza che Dio mi ama da Dio, e che non cesserà mai di amarmi con amore indeficiente; quivi contemplai le tenerezze estreme, e i prodigi meravigliosi del suo passato, presente e futuro amore, quivi conobbi che Dio sarà sempre felice e beato, ma di più, sarà sempre amatore amorosissimo di me e del mio bene, conobbi che meraviglia sia mai quella che Dio collochi fuori di sé medesimo l’infinito suo amore. A queste nobili cognizioni restavo fuor di modo meravigliata, e andavo tra me dicendo: «Eppure è vero che Dio possiede entro se stesso ogni bene. In Dio risplende pure tutto l’amabile. Come dunque lo stesso Dio ha potuto uscire fuori di sé ed amare un bene così infelice come sono io. Oh prodigio di bontà», così esclamò il mio spirito, «o miracolo di carità! Ha voluto questo infinito amante rivolgere verso di me l’immensa sua carità, che poteva unicamente compiacersi negli abissi dell’infinita sua perfezione. Posso ben io fare per il mio Dio quanto è in mio potere, posso amarlo con tutto il cuore, con tutte le forze, ma non potrò giammai contraccambiargli l’amore che mi porta».

A queste riflessioni viepiù crescevano di sé la povera Giovanna Felice. Ricevuto che ebbi la santa Comunione, chiesi in grazia al Signore di non mai dividermi da lui, per qualunque cosa del mondo; mentre mi protestavo di patire tutti i mali che possono patirsi, non solo in questa vita, ma eziandio nell’altra vita, piuttosto che soffrire la pena di essere per un solo momento divisa da lui. Questo buon Signore, per darmi una certezza di quanto caldamente lo avevo pregato, perché non potessi più temere di potermi dividere da lui, per parte di intelligenza mi fece conoscere che la povera anima mia è unita a lui assai più di quello che vigoroso albero sia unito a fruttuoso insito, quando i verdeggianti rami verso il cielo si distendono, quando prezioso umore le viene somministrato dalla vigorosa pianta, belli e preziosi sono i frutti di cui questi rami si caricano. invero mi pare che questi frutti si devono alla vigorosa pianta, che dalle sue radici tramanda il prezioso umore, e non ai rami che li possiedono.

Padre, in grazia, mi dica quale unione trova in questa similitudine, più non si distingue, i rami sono divenuti una stessa cosa con questa nobile pianta; per parte del benefico influsso, che piacevolmente le somministra dalle sue preziose radici. In simile guisa vedevo la povera anima mia unita a Gesù Cristo, vero albero di vita eterna.

«Figlia», mi sentivo dire, «non puoi dubitare di essere a me unita. Guarda i preziosi frutti che pendono da questi rami, sono prodotti della mia grazia». Ricusai di guardare, perché dubitavo, per parte della mia cattiva corrispondenza di vedere un fracidume. «Dispensatemi, Signor mio, di guardare», diceva la povera anima mia, «lasciate che mi nasconda nel mio nulla. Lasciate che mi confonda nella mia scelleraggine». Ma questo buon Signore tornava di nuovo a pronunziare i suoi amorosi accenti: «Figlia diletta, mira i mirabili effetti che produce in te la grazia mia».

Per compiacere il mio Dio, do uno sguardo a quella pianta, e fui sorpresa da sommo stupore nel vedere cosa così rara da me mai più veduta. Piena di ammirazione presi a lodare la Triade Sacrosanta e i suoi divini attributi.

Venivano le tre potenze dell’anima mia simboleggiate da questi tre rami uniti a questo nobilissimo albero di vita eterna. Vedevo dunque questi tre rami che si distendevano verso il cielo, ogni ramo portava diversità di frutti, tanto belli che non posso paragonarli a veruno dei nostri. I verdeggianti rami in tre diverse parti si distendevano, cioè i rami avevano la loro particolare tendenza: uno si distendeva alla parte dell’Oriente, l’altro dall’Occidente, e il terzo dal Settentrione.

12.4. Piena di Dio


Il primo di maggio 1814 così racconta di sé la povera Giovanna Felice. Dopo ricevuta la santa Comunione, fui sorpresa da interna quiete, da tocco interno fu il mio spirito non solo invitato, ma obbligato dal mio Dio ad inoltrarmi nella sua immensità. Qual cognizioni conobbi il gran bene dell’uomo per questa divina immensità, un sì gran Dio sta sempre presente a noi, i quali siamo non solo vicini a sì amabile immensa bellezza, ma siamo abbracciati da lui, e tutti penetrati. Fui come ingolfata nell’immensità di Dio, mi trovai tutta piena di Dio, conobbi che dio assiste a tutto, osservando quanto si fa, dando le forze perché si faccia, concorrendo e coadiuvando a quanto si opera. Dio sta sempre congiunto ai miei occhi, per farmi vedere, alle mie orecchie per farmi udire, alla mia mente per farmi pensare, al mio cuore per farmi amare.

O somma felicità mia, o amore infinito! mi sento dare la felice nova che mai, mai mi sarei divisa da lui, mentre io per necessità a lui per volontà siamo intimamente uniti e congiunti insieme.

Il dì 3 maggio 1814 nel fare l’orazione mentale, la mattina subito levata, così la povera Giovanna Felice. Mi pongo alla presenza di Dio, e al momento mi sento sopraffare dallo Spirito del Signore. Mi trovo tutta in Dio, quando da particolare cognizione mi si diede a conoscere quali pene, quali ambascie abbia provato il Cuore santissimo di Gesù per le offese che si sarebbero commesse dai suoi eletti. Eccomi dunque immersa in questo mare vastissimo di amore e di amarezza! Andava la povera anima mia immergendosi in queste acque amorose e insieme dolorose; conoscevo gli affanni, le pene di questo afflitto cuore, e io mi sentivo morire dalla pena e dall’afflizione. L’amore doloroso faceva mia la pena sua; mi dimostrava la compiacenza che prendeva il suo amoroso cuore nel patire per amore, e questa compiacenza rendeva contento il mio pover cuore, e l’amore faceva mia la compiacenza sua. Quando in questa vastità di affetti mi sono profondata, somma attenzione ho usato per rintracciare gli affanni, le pene che la mia ingratitudine ha cagionato all’amoroso cuore di Gesù. Con la grazia del Signore, li ho potuti rintracciare. Oh, qual dolore, quale afflizione cagionò alla povera anima mia la cognizione di tanto mal fatto, contro un Dio tanto buono! mi pareva dalla pena di agonizzare. Mi si rende impossibile manifestare di qual tempra fosse questa afflizione, mentre dalla grazia mi veniva infusa tanta e sì tremenda apprensione. In qualche maniera si doveva rassomigliare a quella pena che soffrì il buon Gesù nell’Orto.

Dopo qualche tempo raccolsi, alla meglio che mi fu possibile, le forze, per portarmi in chiesa per fare la santa Comunione. Mi pongo alla balaustra in ginocchioni; al momento dalla gravosa pena passo a godere la quiete più intima che mai possa immaginarsi. In questa quiete il mio Dio mi dà a vedere quale parte occupa la povera anima mia del suo mistico corpo; mi fece conoscere che occupava la sua mano destra occupava il suo occhio destro, occupava il suo Cuore. Mi fece intendere che amava la povera anima mia quanto si può amare membri sì cari, come sono la mano, l’occhio, il cuore, mi fece intendere l’intima unione che passa con la povera anima mia.

A simili cognizioni qual mi restassi, non lo posso spiegare, veramente in qualche maniera posso dire di avere sperimentato quegli effetti che si possono sperimentare da membri sì cari, congiunti a corpo nobilissimo, santissimo.

12.5. Basta, mio Dio!


Dal giorno 3 maggio, tutto il giorno 11 del suddetto mese non posso spiegare quali e quante siano state le grazie ricevute, mentre per la sublimità di queste non ho termini di spiegare, come ancora per l’occultezza in cui mi è comunicato lo Spirito del Signore, che non è stato neppure a me permesso di penetrare, di conoscere la sublimità del dono; ma i buoni effetti che hanno cagionato in me dimostrano il favore straordinario della predilezione di un Dio amante di me, sua poverissima creatura. Tutti questi giorni posso dire di essere stata più o meno sempre assorta in Dio. Ho passato certi momenti che mi credevo di restare come stemperata, come liquefatta dall’amore, tanta era la forza, tanta la violenza dell’affetto del cuore, che mi faceva gridare: «Basta, mio Dio, basta, non più».

Mi sentivo come venir meno: ora mi sentivo una vivacità di spirito che speditamente cercavo di andare al mio Dio, questa vivacità faceva violenza al corpo o di abbandonarlo, ovvero condurlo presso di sé, per la veemenza mi sentivo come sollevare; ora restavo alienata dai sensi, e come morto restava il corpo; ero sopraffatta da interna dolcezza, questa cagionava una soavità tanto grande che venivo meno, e placidamente cadevo in terra.

Il dì 16 maggio 1814 la povera Giovanna Felice così racconta di sé. Nella santa Comunione sono stata condotta nei gabinetti del sommo mio Re, dove ho veduto il sommo Dio assiso sopra al real trono; ho veduto magnifica tavola, guarnita di prezioso tappeto, sopra di questa ho veduto sette libri di smisurata grandezza, custodi di questi erano sette personaggi sublimissimi, dotati di somma sapienza; sono restata ammirata a tanta magnificenza. Ho domandato cosa contenessero quei smisurati libri, mi è stato fatto intendere che contenevano le divine scienze. Uno di quei sovrani custodi ha aperto il suo libro, e mi ha invitato a leggere, non avrei ardire di approssimarmi a quella magnifica tavola, se il sovrano mio Re non mi avesse benignamente invitato, con le espressioni più affettuose dell’infinito

Il dì 17 maggio 1814 la povera Giovanna Felice così racconta di sé. Nella santa Comunione sono stata per la seconda volta condotta nei gabinetti del sovrano mio re. Per divino favore mi è stato permesso di tornare a leggere i suddetti libri; mi sono state donate le tre disposizioni surriferite: di purità, di semplicità, di solitudine; di quale semplicità, di quale solitudine intendo dire vostra paternità molto bene m’intende.

Dio medesimo si è degnato di ammaestrarmi, in quel momento mi ha donato tanto di sapienza, perché potessi conoscere per qual fine Dio mi ha creato, cosa invero comune a tutti; ma, oh Dio, quanto diversa è stata la cognizione che mi ha comunicato il mio amoroso Signore!

A queste cognizioni in quali amorosi accenti proruppe il mio povero spirito verso il suo amoroso Signore! ai diversi affetti il cuore restava come liquefatto. Oh, quanta compiacenza prendeva il mio Dio nel vedermi quasi distrutta per amore! Di quale unione mi degnò è impossibile manifestarlo. Divenni per parte dell’intima unione oggetto delle compiacenze di un Dio eterno, infinito, onnipotente

L’intima unione mi meritò di essere preferita a tutto il resto delle creature. Con somma chiarezza il mio Signore mi fece intendere che ama assai più un’anima intimamente a lui unita, di quello che ami il resto delle creature. Nel trovarmi sollevata a posto sì sublime, senza alcun merito, ma con tutto il demerito mai immaginabile, cercavo di annientare me stessa con la umiliazione, con la gratitudine, con l’amore.

13 – UN SOLE PIÙ BELLO DEL NOSTRO


13.1. Ritorno a Roma di Pio VII


Il 24 maggio 1814, in occasione del ritorno del nostro Santo Padre in Roma, Papa Pio VII, la povera Giovanna Felice così racconta. Mi portai alle quarant’ore a Sant’Isidoro, due ore prima del mezzogiorno, e mi trattenni fino alle ore ventuno, sette ore continue passai in orazioni, ad oggetto di ottenere la grazia che niente di sinistro fosse accaduto in questa giornata di tanto gaudio.

Il Signore si degnò esaudire le mie poverissime orazioni, in quelle sette ore, perché il maligno insidiatore perturbar non potesse il giubilo dei buoni cattolici, lo rilegò nei cupi abissi; accertata che fui di questa misericordia, mi abbandonai in Dio, acciò avesse fatto di me quello che gli piaceva, non avendo altro desiderio che di piacere a questo buon Dio, gli offrivo mille volte la vita alla sua maggior gloria, quando ad un tratto fui ricondotto per la terza volta a penetrare i preziosi gabinetti del sovrano mio re. Mi venne accordata la grazia di leggere i divini libri suddetti. Quali intelligenze, quali ammaestramenti, quali doni, mi vennero compartiti dal divino Spirito, che particolarmente mi favorì, giacché unitamente e divisamente, o dico meglio particolarmente, ho ricevuto grazie dal sommo Dio tutte e tre le volte che sono stata condotta in questo luogo. La prima volta sono stata favorita distintamente dal divin Padre, la seconda volta dal divin Figlio, la terza dal divino Spirito.

Dal giorno 24, come già dissi, mi sono mancate le forze sensibili, come infermo restò il mio corpo dopo questa comunicazione, e tuttora soffre una debolezza come ai sensi gli mancasse la vivacità. Questo male, se pur male si può chiamare, non pena, ma consolazione reca al mio cuore.

Mio Dio, devo confessare, a mia maggior confusione, che è virtù della grazia vostra la situazione in cui si trova il mio spirito. Ma che mi serviranno tante misericordie, se io, ingrata, non corrispondo? Mio Dio, o levatemi la vita, o datemi la grazia di corrispondere alle vostre infinite misericordie.

13.2. Una stessa cosa con Dio


Il dì 31 maggio 1814 nella santa Comunione, così racconta la povera Giovanna Felice. Fui sorpresa da somma quiete, mi trovai in luogo ameno, solitario, tutto tendeva ad aumentare la quiete, la pace, la soavità, quando vedo apparire un sole, molto più bello del nostro sole; vidi limpidissimo occhio che per mezzo di questa risplendentissima luce mi guardava, e mi tirava a sé, per parte di forte attrazione, ma il chiarore di questa luce inaccessibile, che a me pareva un sole bellissimo, mi faceva conoscere la mia viltà, la mia miseria.

«E come è possibile», dicevo, «o bel sole di giustizia, che possa tanto inoltrarsi un’anima tanto scellerata come sono io? Ah, no, mio Dio, non oscurate la vostra gloria per beneficare la creatura più vile che abita la terra. Volgete i vostri amorosi sguardi verso tante anime vostre spose, che fedeli vi sono state».

Per parte di questo sentimento facevo resistenza al mio amoroso Signore. La mia ritrosia non lo provocò a sdegno, ma bensì a mostrarmi viepiù il suo infinito amore. Ha spedito i tre santi Angeli, che sogliono favorirmi, acciò potessero accompagnare la povera anima, che annientata in se stessa se ne stava. Nuovamente il bel sole di giustizia ha fissato il suo limpidissimo occhio sopra di me. Mio Dio, mio Signore, e come ti potrò resistere? Mi sono abbandonata tutta in Dio; ecco dunque che, per parte di forte attrazione, si è sollevato il mio spirito attraverso questa luce inaccessibile, accompagnata dai santi Angeli, che amorosamente la scortavano e le facevano coraggio a ricevere le grazie del sommo Dio. Ecco finalmente siamo giunti; rivolta ai messaggeri celesti: «Vi ringrazio», dicevo loro, «vi ringrazio della carità che mi avete usata».

Quando il bel sole in se stesso mi ha attratta, eccomi immersa in quella luce inaccessibile; in mezzo a questa luce, vedevo bella e vasta città, ovvero nobile e ricco edificio, magnificamente adornato. Non ho termini sufficienti di spiegare qual veramente fosse questo immenso luogo, dove risiedeva l’eterno Dio.

Vedevo dunque in questo immenso fabbricato tre porte; questo immenso fabbricato era unito e distinto in tre parti, ognuna aveva la sua rispettiva porta, benché una stessa porta fosse, e un solo fabbricato; unite e distinte erano le porte, unito e distinto era il magnifico fabbricato; cosa così bella che non posso spiegare, per quanto dir possa. Sono stata introdotta in questa magnificenza. Cosa mai vidi, cosa mai udii, cosa mai sperimentai il mio povero cuore, non è possibile poterlo ridire, il mio Dio mi unì intimamente a lui, che più non mi distinguevo, ero divenuta, per l’intima unione, una stessa cosa con lui.

13.3. Unione di due cuori


Al dì 4 giugno la povera Giovanna Felice nella santa Comunione così racconta. Al riflesso della misericordia che Dio ha usato verso di me, si confondeva il mio spirito, e struggevasi di amore in lacrime, nel vedermi tanto ingrata verso il mio amoroso Signore; giacché sono 10 anni oggi, vigilia della Santissima Trinità che mi consacrai al mio Signore, con voto di castità, come si disse al suo rispettivo luogo.

Ero tutta intenta a chiedere perdono al mio Signore, chiedevo in grazia di morire, o che degnato si fosse darmi la corrispondenza, vedo apparire i santi patriarchi Felice e Giovanni de Matha, questi gloriosi santi mi facevano coraggio a sperare nella infinita bontà di Dio. M’invitavano ad inoltrarmi verso il sommo Dio, ma un santo timore m’impediva di andare liberamente, quando si è veduta apparire la gran Madre di Dio, tutta amore mi animava a sperare negli alti meriti di Gesù Cristo, e per special favore mi dava a tenere il lembo del suo prezioso manto.

Accompagnata da questi tre incliti personaggi, mi sono presentata al sommo Dio, prostrata mi sono umile e riverente all’augusto suo trono, piena di timore non ardivo parlare. I santi patriarchi hanno esposto i miei desideri, con somma compiacenza sono stati ricevuti dal mio Signore, in segno di gratitudine m’invitava ad approssimarmi verso di lui, m’invitava a scrivere con il suo prezioso sangue, che spruzzava dal suo purissimo cuore, i miei sentimenti, il mio spirito si è riempito di santo orrore, umilmente ho ricusato di fare ciò; mi ha poi dato a vedere come il fuoco della sua carità fa incendiare l’amoroso suo cuore.

Nel vedere cosa così prodigiosa, restavo sopraffatta dall’ammirazione e rapita dall’amore, quando tornai in me stessa pensai che non potevo senza licenza del mio padre, non potevo scrivere, ne volli una precisa dichiarazione da vostra paternità, per potermi regolare in altra occasione.

Mi porto alla mia casa, senza essere molto presente a me stessa, mi pongo a lavorare, dopo breve tempo mi cade il lavoro dalle mani; tornò a sopirsi lo spirito, intesi al momento inondarmi di dolcezza il cuore, di questa interna dolcezza ne godeva anche il corpo; quando mi trovo nella suddetta situazione: «Vieni», sentivo dire, «vieni, o bella figlia di Sion, vieni a ricevere gli alti favori di un Dio amante».

A questi amorosi inviti si è inoltrata la povera anima mia, tutta amore tutta carità verso l’amante Signore. Una fiducia filiale comunicava al mio cuore una purità, una semplicità, una umiltà, tanto bene ordinata, che neppure io che la possedevo ne conoscevo la grandezza.

«Mio Dio», gli dicevo, «non vuole il mio padre che tanto mi ardisca scrivere con il vostro sangue i miei sentimenti, mi ha detto però, che vi preghi, acciò vi degnate di scrivere nel mio cuore l’obbligo che mi corre di amarvi».

A queste parole il mio Signore si degnò fare una impressione sopra il suo cuore e sopra il mio, poi unì i due cuori, e in questa unione si cambiarono le impressioni, la sua s’impresse nel mio, e la mia s’impresse nel suo.

A queste due impressioni, una di amore e l’altra di unione, quale restassi non so spiegarlo, mi mancò quasi l’uso di ragione. Passai tutto il resto della giornata in una continua comunicazione. Il mio Dio per ben tre volte mi degnò di unirmi a lui intimamente. La prima fu nella santa Comunione, come già dissi, la seconda fu due ore dopo il mezzogiorno, dopo aver ricevuto questo gran bene, raccomandai caldamente al mio Signore tutte le persone che mi somministrano qualche carità, si degnò esaudire le mie povere preghiere. Benedì con special benedizione tutti i miei benefattori, e mi promise ancora che tutti quelli che mi avessero aiutato sarebbero benedetti dal suo celeste Padre con l’eterna benedizione.

Tre ore e mezza dopo il mezzogiorno si andò a pranzo. Usai cibarmi per abito, senza perdere la viva presenza di Dio. Buono per me, che subito dopo il pranzo, tutti se ne andarono in giardino, e mi lasciarono sola, in questo tempo fui nuovamente assorbita dal mio Signore, come assorbita viene la nebbia dai raggi del sole; questa comunicazione così violenta, mise in convulsioni il corpo, dopo essersi dibattuto, privo affatto di senso restò, per pura misericordia di Dio, nessuno si avvide di quanto era seguito in me, poca e niente forza restò al mio corpo.

Ebbi molta pena per andare in chiesa alla novena della SS. Trinità. Nel tempo che si faceva la novena, fui sorpresa da profondo sonno, ma il mio spirito era vigilante, e in questo tempo godeva un bene che non so spiegare, un interno fuoco mi pareva che m’incendiasse, mi sentivo propriamente bruciare le viscere, mi pareva mi cagionasse la morte, tanto era l’ardore, la vampa della carità che mi venne somministrata dalla grazia.

13.4. Pio VII circondato da lupi


Il 22 maggio 1814, pregando Dio per il Santo Padre, perché gli desse buon viaggio, lo vidi in viaggio, circondato da lupi che facevano dei congressi, dei complotti per tradirlo, vidi due santi Angeli, che erano ai suoi due lati.

Il giorno 2 giugno vidi, nuovamente il nostro Santo Padre circondato da lupi, i due angeli ai suoi lati tutti mesti, che piangevano, qual pena, quale afflizione cagionò al mio spirito questa vista!

Il dì 5 giugno, festa della SS. Trinità, nella santa Comunione tornai nuovamente a vedere per la terza volta il santo Padre, mentre mi trattenevo a pregare per i bisogni della santa Chiesa, vidi il Sinedrio di lupi che lo circondavano, i due santi angeli che piangevano, un santo ardire mi spinse a domandar loro la cagione della loro mestizia e del loro pianto qual fosse, questi mirando con occhi compassionevoli la città di Roma, così presero a dire: «Misera città, popolo ingrato! la giustizia di Dio vi punirà».

13.5. Tre gradi di perfezione circa le virtù teologali


Il dì 15 giugno 1814, la povera Giovanna Felice racconta di sé come provai un desiderio grande di ricevere la santa Comunione, si slanciava con violenza lo spirito verso il Signore, il Signore verso di me volgeva gli amorosi suoi sguardi, e prendendo una certa particolare compiacenza, per parte di dolce attrazione venne a rapirmi lo spirito.

Sperimentai nel cuore gli effetti più vivi della forza di un Dio amante, mi unii dolcemente a lui; tre gradi di perfezione mi donò in questa unione, riguardanti le tre virtù teologali; per mezzo di queste tre virtù, infusemi in grado soprannaturale, si rese abile la povera anima di fare cose molto grandi, e di sommo onore a Dio.

La fede mi fece conoscere cose molto grandi di Dio, che io non so spiegare; la speranza mi faceva sperare con ogni certezza il possesso del sommo bene; la carità mi faceva amare Dio con tutta la forza, con tutta l’ampiezza del mio povero cuore; non so spiegare di più. Questo favore dispose la povera anima mia a nuove grazie.

13.6. Cinque impressioni circa le virtù morali


Il dì 16 giugno 1814 nella santa Comunione fui condotta in luogo ameno e spazioso, il soggiorno era molto dilettevole, in questo luogo tutto spirava carità e amore, il mio spirito si deliziava in atti di fede, di speranza, di carità, questi atti erano di sommo valore, e molto grati a Dio, per essere doni suoi.

La povera anima mia, per mezzo di queste virtù, si andava inoltrando verso il suo Dio, quando ho veduto apparire nobile e leggiadro giovanetto, che verso di me si approssimava. «Io lo ravviso», diceva la povera anima mia, «io lo ravviso, è il mio caro Gesù». Sentivo balzarmi il cuore nel petto, per lo contento, volevo nascondermi per riverenza; ma la dolce sua voce si fece sentire al mio cuore: «Ti arresta, ti arresta», diceva, «allontana da te il soverchio timore». A queste parole la povera anima cadde ai suoi piedi, come tramortita, parte per il rispetto e per la venerazione, parte per l’eccessiva carità. Nel tempo che mi trattenevo ai suoi piedi, si degnò fare nell’anima mia cinque impressioni, queste impressioni riguardavano le virtù morali, mi donò una attività molto grande, per esercitarmi in queste il mio Signore mi fece questa grazia, perché l’anima mia avesse qualche merito presso di lui; al momento sperimentai i buoni effetti della grazia, queste virtù vennero a signoreggiare nel mio cuore. Senza dilungarmi di più, vostra paternità lo intende molto bene.

13.7. Cinque impressioni circa la vita unitiva


Il 17 giugno 1814 la povera Giovanna Felice così racconta. Nella santa Comunione il mio spirito provò una certa oscurità di intelletto, che poco o niente conoscevo il mio Dio, ma godevo nell’intimo dell’anima una quiete e un riposo che rendeva tranquillo il mio cuore. In questa situazione mi partii dalla chiesa e mi portai alla mia casa. Ero tutta intenta a lavorare, quando, tutto ad un tratto, fui trasportata in un luogo che non so spiegare, dove ricevei altre cinque impressioni.

Queste appartengono alla vita unitiva, questi cinque segni dimostrano cinque doni gratuiti della predilezione di un Dio amante di me, sua povera creatura. Questi cinque segni, ossia impressioni, che Dio si degnò di fare nell’anima mia, non si possono meritare, per ogni qualunque merito possa avere la creatura presso Dio, ma è puro dono gratuito dell’infinita bontà di un Dio amante, che dona a chi vuole e quanto a lui più piace la sua infinita misericordia, fa pompa nell’essere liberale verso di me, sua poverissima creatura.

13.8. Libera Pio VI dal purgatorio


Dopo tre ore circa la suddetta Comunione, era in somma quiete il mio spirito, quando mi si presentò il buon pontefice Pio VI. Mi disse che avessi pregato per lui, che era ancora in purgatorio, per diverse mancanze riguardanti il pontificato.

Piena di ammirazione, gli dissi io: «E cosa mai volete da me, anima benedetta, che sono la creatura più vile, più miserabile che abiti la terra? Andate dalle anime spose di Gesù Cristo, che vi ottengano la grazia!».

Riconoscendo me stessa e la mia scelleraggine, mi misi a piangere; il santo Pontefice non restò persuaso alla mia confessione, ma viepiù si raccomandava.

Mossa dunque da una certa compassione, gli domandai cosa voleva che avessi fatto per liberarlo dal purgatorio. «Va’ dal tuo padre», mi disse, «e l’obbedienza ti manifesterà cosa devi fare per ottenermi la grazia. Ti prometto di non abbandonarti mai, e di esserti valevole protettore in Cielo».

Dette le suddette parole, disparve. Mi porto la mattina seguente 18 giugno 1814 al mio padre [spirituale], gli comunico quanto passava nel mio spirito, gli domandai cosa avevo da fare; il mio confessore mi impose di andare cinque volte a Santa Maria Maggiore a visitare l’altare di Papa Pio V, e pregarlo per la liberazione di questo suo successore, altre cinque volte mi fossi portata alla chiesa di santa Pudenziana, pregando i santi martiri di ottenere la grazia.

Mi porto il suddetto giorno 18 a Santa Maria Maggiore a visitare l’altare del suddetto santo. Si raccolse il mio spirito, fui sopraffatta dallo Spirito del Signore, quando mi avvidi che il Signore prendeva per pura sua carità della compiacenza in me. Lo pregai di liberare il suddetto santo Pontefice dal purgatorio. Si degnò il mio Dio di rimettere a mio arbitrio la liberazione di quest’anima. La povera anima mia, sopraffatta dallo stupore, per l’esuberanza della grazia: «Mio Dio», disse, «bontà infinita, lasciate che soggetti all’obbedienza la vostra grazia; e, se vi piace, lasciate che il mio padre destini il giorno».

Molto piacque al Signore il mio pensiero, e ad arbitrio del mio direttore fu rimesso il giorno della suddetta liberazione.

La mattina seguente mi porto al mio direttore, gli rendo conto di quanto è passato nel mio spirito. Mi dice il mio padre: «Io vi comando di raccomandarvi al Signore, affinché si degni in questo giorno di liberare quest’anima dal Purgatorio. Badate bene, mi disse, che non passi la notte! Dite al Signore che questa è l’obbedienza che vi corre, che si degni di esaudirvi!».

Mi parto dal confessionario, mi pongo in ginocchioni, piangendo dico: «Gesù mio, avete inteso quanto mi ha imposto il mio padre; per carità, lasciatemi obbedire!».

Fui accertata dal mio Signore, che all’ora di Vespro, questa santa anima avrebbe avuto l’ingresso felice nella patria degli eterni contenti.

All’ora di Vespro fui nuovamente assicurata della grazia, provando una interna dolcezza; restai nella pace del Signore, lodando e benedicendo il suo santo nome.

13.9. Pregate per la povera città di Roma


Il giorno 19 del suddetto mese, nella santa Comunione, vidi questo santo pontefice davanti al trono augustissimo del sommo Dio. Rivolta a lui lo pregai di intercedere per noi: «Santo Pontefice, gli dissi, pregate per la santa Chiesa, particolarmente vi sia a cuore la povera città di Roma». Unisco le mie povere preghiere con le fervide preghiere di questo santo pontefice. Dio ci mostra il suo sdegno giustissimo contro tanti peccati enormissimi che l’offendono, particolarmente ci mostra Roma ingrata, e qual è il castigo preparato per questa ingrata città: dopo molte afflizioni di ogni sorta, è il togliere a questa il grande onore di possedere la Santa Sede.

Oh quante miglia distante da te, o misera città, si sarebbe allontanata la Santa Sede, se le fervide preghiere di questo santo Pontefice non avessero intercesso la grazia!

Rallègrati, dunque, che la Santa Sede non partirà da te; ma non sarai immune dal flagello che Dio è per mandare sopra la terra, per la inosservanza dei suoi comandamenti. Se non mutiamo costumi, guai a noi, guai a noi, guai a noi!

Grandi furono i ringraziamenti che ricevetti da questo santo Pontefice, molte furono le promesse che mi fece di aiutarmi in tutti i miei bisogni. Mi fece intendere ancora che molta parte avesse la povera anima mia nell’ottenere la suddetta grazia, cioè di non castigare la povera città di Roma, con privarla della Santa Sede. Mi disse che ringraziato avessi il mio padre, per avergli accelerato il felice ingresso al Paradiso. Mi promise che in benemerenza della gran carità usata verso di lui, lo avrebbe assistito nel punto della sua morte.

14 – LE NOZZE CON CRISTO


14.1. Ingolfata in Dio


Il dì primo giugno 1814 nella santa Comunione Giovanna Felice: era la povera anima mia tutta immersa in Dio, quando mi sorprende profondo sonno, ma questo non mi toglieva il piacere dell’intima unione, anzi viepiù restavo ingolfata in Dio medesimo, per qualche tempo restai priva di ogni idea sensibile, e se mi fosse domandato quanto tempo mi sono trattenuta con il mio Dio, le risponderei: in questo tempo ho sperimentato cosa che non so spiegare, di quali termini mi potrò prevalere? per dire il vero mi sono trattenuta in Dio, mio principio, mio fine, e comprendevo in un tempo stesso la brevità e l’eternità del tempo. Breve mi parve il tempo e insieme eterno mi parve il tempo che mi trattenni con lui; più non mi ricordavo di abitare un mondo sensibile, di avere un corpo fragile, ma dimentica affatto di tutto, godevo in Dio quanto mai si può godere come viatrice.

E se tanto è il gaudio che provò il mio cuore in questa felice unione, che non ho termini sufficienti di spiegare, cosa mai sarà quando, sciolti i miseri legami di questo corpo, potrà il mio povero spirito liberamente slanciarsi verso il suo Dio?

Questo desiderio mi ha fatto perdere ogni sorta di diletto, niente mi piace, per quanto bella sia, niente mi solleva, niente mi rallegra, ma tutto mi tedia, tutto mi nausea, per quanto dilettevole sia. Solo il pensiero che verrà il tempo felice che liberamente potrò amare il mio Dio, questo sì che consola il mio cuore!

Affidata sempre nei meriti di Gesù Cristo, mio Signore, dove ho fondato la mia speranza, le sue amorose piaghe mi rendono certa la speranza di poterlo amare eternamente, senza intervallo, senza riserva, ma lo amerò con tutta l’ampiezza del mio cuore. O momento, quanto mi fai sospirare!

14.2. Libera due trinitari dal purgatorio


Dopo tre o quattro ore che ero tornata alla mia casa, vedo apparire due religiosi trinitari, che umilmente mi pregavano di volerli liberare dal Purgatorio. «Cosa volete», dissi loro, «da me, o anime sante? non sapete che sono la creatura più miserabile, la più miserabile peccatrice che abita la terra?».

«Non altro vogliamo», soggiunsero, «che visiti nostro suffragio alla Scala Santa», mi dissero che i loro nomi erano uno Girolamo e l’altro Raimondo.

La mattina seguente riferii tutto al mio padre, il quale mi disse che non dessi mente a queste immaginazioni, che le avessi disprezzate.

Ma nonostante fossi andata il giorno medesimo a visitare la Scala Santa, il giorno dopo pranzo mi porto alla Scala Santa, con molto raccoglimento, unito a una certa presenza di Dio, che non so spiegare, per esser cosa intellettuale, senza che ne avesse parte la immaginativa.

La cognizione di Dio presente rendeva al mio spirito una dolcezza, una soavità che mi rapiva il cuore. Arrivata che fui a San Giovanni, andai a visitare prima la chiesa, dove più si aumentò il raccoglimento interno. Dopo essermi trattenuta circa mezz’ora, mi portai a visitare la Scala Santa, quando sono al primo gradino, vedo apparire i due religiosi trinitari, anche loro salivano con me la Scala Santa.

L’interno raccoglimento mi obbligava a trattenermi qualche tempo per ogni gradino. Queste benedette anime mi sollecitavano, sicché la carità mi affrettava a salire, il raccoglimento mi tratteneva. Per quanto mi affaticassi, circa un’ora vi misi; terminato che ebbi di salire all’ultimo gradino, mi ringraziarono della carità loro usata e, promettendomi di ricordarsi di me, rapidamente spiccarono al Cielo con violenza assai maggiore di quello di un forte razzo, che appena acceso il miccio scoppia velocemente.

14.3. Introdotta in luogo delizioso


Il dì 23 giugno 1814 la povera Giovanna Felice nella santa comunione fui introdotta in luogo ameno e delizioso. I santi Angeli mi condussero in un luogo che io non so spiegare, per la sua sublimità; questo luogo era abitato da molti sublimi personaggi, che al mio credere sono custodi di questo luogo, nel vedermi in questo luogo introdotta, mostrano la più alta ammirazione, lodando e benedicendo Dio, mi inchinavano ossequiosi e si congratulavano con me per l’alto favore compartitomi dall’infinità bontà di Dio, di avermi là introdotta. Le loro congratulazioni mi aumentavano la propria cognizione, si annientava lo spirito e rendeva onore e gloria al suo Signore, viepiù si andava inoltrando verso l’amante suo bene, che a braccia aperte stava aspettando il dolce momento di abbracciare la povera anima mia. In quei preziosi momenti che unita fui al mio Dio, quali cognizioni mi compartì il mio Signore, non posso spiegarlo, attesa la mia ignoranza, che non sa ritrovare termini adatti per spiegarla.

14.4. Il tentatore non vuole che scriva


E poi si aggiunge una continua molestia, che mi dà il tentatore nemico che non vuole assolutamente che scriva queste cose; ha procurato di farmi credere, per mezzo di varie suggestioni, e con farmi credere che il mio padre si fosse impazzito, gli fosse mancata la ragione. Ecco le sue parole: «Oh stolta che sei, a dar mente a questo frate pazzo, che cerca di aggravarti con lo sciocco comando di scrivere quanto passa nell’anima tua! Puoi benissimo, senza mancare all’obbedienza, negare di far ciò, dicendo che non puoi, che non hai tempo, che non sai spiegarti. Sai qual è il motivo di questo comando? il disapprovare il tuo spirito! Sappi che quando gli avrai consegnato i tuoi scritti, ti caccerà via, prima che lui ti cacci, vattene via da te! Credi forse di non trovare chi ti diriga? Dove ti accosterai, sarai ricevuta con molta attenzione».

Nel vedere che questa sciocca suggestione non dava la minima pena al mio cuore, e come chiamerò io indiscreto il mio padre, mentre sono più di quattro anni che Dio mi diede preciso comando di scrivere quanto passava nell’anima mia, questo comando lo ha avuto non solo una volta, ma più volte, e tutte le volte gli dicevo piangendo: «Mio Dio, mio Dio, dispensatemi per carità! Non ho coraggio di dirlo al mio padre, ma se è vostra volontà, lasciate che da se stesso me ne faccia un preciso comando».

Tutte le volte benignamente mi accordava la grazia; dunque avendomi fatto questo comando, non posso dubitare che non sia volontà di Dio, e che il suo non sia prevenuto da una ispirazione di Dio.

Non potendomi vincere, l’insidiatore nemico con le persuasive, si è servito e si serve tuttora delle minacce. «Lascia di scrivere», mi va dicendo, «guai a te! troverò la maniera di vendicarmi. Se vuoi vivere in pace lascia di scrivere, con i tuoi medesimi scritti ti confonderò avanti al tribunale di Cristo giudice. Con i tuoi scritti vincerò la causa. Tu vai formando il tuo processo, lascia di scrivere, sappi che, dopo che avrò faticato, io smarrirò i tuoi scritti. E non ti vergogni di scrivere tante sciocchezze? Affaticati a lavorare, bada alla casa e alla famiglia, non ti far sovvertire dall’imprudenza di uno stolto, che pretende di occuparsi senza ragione nel registrare cose che vengono cagionate dalla tua fantasia. Lascia di scrivere! lascia di scrivere; se no, troverò la maniera di farti amaramente piangere!».

Ma vedendo che non può ottenere niente, neppure con le minacce, si serve di altra astuzia. Quando scrivo, mi beffa, mi schernisce, mi insulta, mi va dicendo: «Cassa, cassa! oh che spropositi tu scrivi delle eresie! Queste sono cose che disonorano Dio. Ti pare piccola offesa il darti a credere di essere favorita da Dio? Stolta che sei! qual è il tuo merito, come puoi fingere simili fantasmi! I favori di Dio non sono per te, che hai tradito Dio! O, quanto lo troverai diverso da quello che te lo idei! Al tribunale di Cristo giudice ti aspetto. Oh, quanto tremerai!».

Questa suggestione veramente mi fa pena, perché fondata mi pare sulla verità, non dice male: «qual merito è il mio per essere favorita da Dio?»; è vero, verissimo che ho tradito, il tribunale di un Dio offeso mi fa tremare, la povera anima mia non sa che rispondere, mi umilio, mi riconosco immeritevole dei favori di Dio, mi metto a piangere e ricorro al mio caro Gesù: «Gesù mio, i vostri meriti mi rendono degna dei vostri favori. Non permettete che il nemico mi prevalga». Così resta confuso, pieno di rabbia fugge, mi promette però di assalirmi con maggior forza in altre occasioni, facendomi credere che sicuramente sarò infedele al mio Dio, per mezzo di una forte insidia che lui tenderà, se ne parte per tornare con più gagliardia ad assalirmi.

14.5. La sublime unione


Il dì 14 giugno, la povera Giovanna Felice così racconta di sé. Fui favorita per speciale favore del santo precursore Giovanni, e condotta fui in luogo molto elevato, dove mi si diede a vedere in modo speciale Dio; fui sublimata all’alto posto di sua sposa; si degnò il medesimo Dio di stringere con la povera anima mia la sublime unione matrimoniale. Questo si fece per mezzo di una chiarissima luce che venne a penetrarmi tutta e a comunicarmi i suoi splendori. Assai più di quello che tersissimo cristallo esposto al sole sul meriggio riceve in sé non solo la sua immagine, ma ancora le sue nobilissime qualità. E se il sole fosse capace di amare, al certo non altro amerebbe che il tersissimo cristallo, e nel cristallo verrebbe ad amare se stesso e il cristallo dove meglio potrebbe trovare le sue compiacenze se non nel sole, di cui ne scolpisce l’immagine in se stesso e gli partecipa delle sue nobilissime prerogative? Invero che mira uno specchio investito dal sole, non dubita che quello sia il sole medesimo.

Con questa debole similitudine vengo a spiegare il grado di questa intima unione, che Dio degnò la povera anima mia; ma la cosa è molto più sublime, e mi pare che non si spieghi a sufficienza questa similitudine. Il mio cuore non è pago, chiedo in carità a vostra paternità di insegnarmi il modo con cui potermi spiegare. In questo sublime luogo mi ci condussero i santi Giovanni Battista ed Evangelista, questa unione si fece in luogo a loro appartenente, di questo luogo loro sono abitatori e custodi, apporta loro sommo onore, l’abitare questo luogo li distingue come personaggi di gran merito.

Molto onore fu per l’anima mia povera la speciale protezione di questi nobilissimi personaggi. Le schiere angeliche ed altri santi, che spettatori furono di questo gran favore, tutti lodavano e benedicevano il sommo Dio, pieni di ammirazione per vedermi tanto inoltrata, anzi per meglio dire tanto unita a un Dio di infinita maestà, che più non mi distinguevo, tanto ero unita a lui.

14.6. Favorita dalla Santissima Trinità


Il dì 27 giugno 1814, dopo ricevuta la santa Comunione, il mio spirito restò sopito. In questo sopimento gli fu comunicata dal Signore una certa agilità, per cui potei penetrare gli occulti gabinetti di Dio, e ricevere i favori più singolari del suo paterno amore. Come padre mi strinse amorosamente al suo seno; come amico mi donò i suoi meriti, in maniera molto particolare, per mezzo dei quali fui sublimata all’alto posto di diletta sua sposa.

Eccomi dunque favorita dalla Triade Sacrosanta! Mio Dio, quanta umiliazione apportano alla povera anima mia i vostri favori! Questi mi rammentano al vivo la mia ingratitudine. Piena di confusione proseguo, a gloria del medesimo Dio, l’abbraccio, dunque, dispose il mio spirito a ricevere i meriti di Gesù Cristo; in modo particolare i meriti mi fecero degna di ascendere all’alto posto di sposa. Questi sono tre gradi di unione, per cui l’anima mia si sollevò a Dio, in una maniera tanto particolare che venne a formare le alte compiacenze di un Dio onnipotente; sebbene sappiamo e crediamo che Dio non può trovare compiacenza fuori di se stesso. Dunque per parte dell’intima unione, venne a rimanere la povera anima mia in se stesso, colmandola di grazie e di meriti.

14.7. Crocifissione mistica


Il dì 5 luglio 1814 nella santa Comunione, la povera Giovanna Felice così racconta di sé. Ero tutta intenta a piangere le mie colpe, pensando quanto disonore, quanto disgusto abbia recato alla bontà di Dio il mio spergiuro, gliene domandavo mille volte perdono, piangendo amaramente, ero trapassata dal dolore, e quasi come morta mi abbandonai in braccio al dolore. In questo tempo che il mio spirito era come morto, fui inchiodata da mano invisibile sopra una croce. Mi spiego, non il corpo, ma lo spirito fu crocifisso misticamente, che è quanto dire furono in me crocifissi cinque proprie inclinazioni, ossia cinque movimenti di propria volontà, che devono essere in noi crocifissi per potersi sollevare a Dio, e penetrare, per mezzo di una certa agilità, le divine perfezioni; e per mezzo di queste cognizioni resta infiammata la volontà dalla perfetta carità.

Quando fui un poco rinvenuta, mi trovai vestita da Terziaria Trinitaria, crocifissa sopra la croce, mi erano manifestati i desideri del mio Dio, per parte di intima intelligenza, per parte di intima cognizione conoscevo i suoi desideri, i suoi affetti, la sua volontà; sicché, in occulto silenzio, si intendevamo assai più di quello che intendersi si possono eloquenti parole. Mi servirò delle parole per spiegare in qualche maniera i sentimenti.

Dopo fatiche e stenti, per la continua molestia che mi dà il nemico tentatore, che mi vorrebbe impedire l’obbedire il mio confessore, che assolutamente mi comanda che scriva quanto passa nel mio spirito, la notte del 10 luglio 1814 avevo diversi fogli scritti, pensai di legarli prima di consegnarli al mio direttore, per vedere se erano in buon ordine. Macché, quando sono per leggere, invece di leggere i buoni sentimenti che mi aveva comunicato lo Spirito del Signore, leggo cose contro la fede. Oh Dio, qual pena provai: «E come va», dicevo, «ho creduto di scrivere cose che rendessero onore e gloria al mio Dio, e invece leggo cose che molto disonorano Dio».

Nel tempo che ero così perplessa per la diversità degli scritti, sentivo all’orecchio tanti urlacci di molte voci che mi confondevano, sentivo certi fischiacci, come quando la plebe disapprova pubblicamente qualche azione, che fanno urli, fischi per disapprovare, così fece il maligno tentatore, mi aveva quasi sovvertita, poco mancò che non strappassi in minutissimi pezzi i fogli scritti. Giudicai il mio padre imprudente e indiscreto, trovandomi in questa situazione angusta pensai di leggere in tempo più opportuno i suddetti scritti, piangendo mi rivolsi a Dio.

14.8. Qual figlia prediletta


Il dì 15 luglio 1814, così racconta la povera Giovanna Felice di sé. Mi ero dimenticata di accusarmi di una mancanza di poca carità verso il mio prossimo. Ero tutta intenta a piangere i miei peccati, quando fu rapito il mio spirito, e condotto in luogo molto eminente, dove il mio Dio mi diede a conoscere l’amore, l’affetto particolare che nutre verso la povera anima mia. Nel tempo che il mio Dio mi significava per parte di intima cognizione gli amorosi trasporti dell’infiammato suo amore, la povera anima mia, gli notificava la necessità che ha di amarlo con tutta l’ampiezza del cuore. Questi amorosi trasporti di due cuori amanti, venivano uniti dalla perfetta carità di Gesù Cristo.

E tutte queste cose in Dio le conoscevo, come in vasto specchio, che ad un tratto più oggetti si scolpiscono, tutti insieme e tutti distinti, così mi pare di spiegare in qualche maniera quanto sperimento in me, quando sono favorita dal mio Signore. Piena di ammirazione la povera anima mia nel conoscere il gran trasporto di un Dio di infinita maestà, tutto intento ad amarmi. E come potrò spiegare i grandi affetti del mio povero cuore verso questo buon Dio, quali fossero di numero e quali nella loro estensione, si degnò consegnarmi con specialità di affetto alla sua santissima Madre, perché mi ammaestrasse nelle celesti dottrine e nella pratica delle sante virtù, acciò mi aiutasse la sua valevole protezione a santificare la povera anima mia. Odo amorosi accenti, che dolcemente così suonavano alle mie orecchie: «Mulier, ecce filius tuus». A queste parole il mio Dio consegnò la povera anima mia alla sua santissima Madre, fui ricevuta dalla divina Madre qual sua figlia diletta.

15 – TRASFORMATA IN UN SERAFINO D’AMORE


15.1. L’amoroso cuore di Gesù è il mio rifugio


Il dì 19 luglio 1814, nella santa Comunione, la povera Giovanna Felice così racconta di sé. Mi trovai in luogo deserto, era questo luogo come una tetra e folta selva, il mio spirito lo vedevo sotto la figura di timida agnelletta, questa tetra selva era abitata da molte bestie feroci, queste facevano prova di assalirmi. Piena di timore mi rivolsi al mio Dio, il quale mi additò il luogo di sicurezza. Sollecitamente là mi nascosi, nessuna di quelle feroci bestie ha ardito di entrare, mentre Dio medesimo è custode di questo luogo di sicurezza. Mi pare che questo sia l’amoroso Cuore di Gesù, perché la povera anima mia non fosse molestata dai suoi nemici, che mi avevano assediata per assalirmi con forti tentazioni; per liberarmi mi nascose nel suo amoroso cuore. Oh, bel rifugio, quanto ti devo!

Oh, quante volte mi hai liberato dalla mano dei miei nemici! Tutto il resto della giornata lo passai in sommo raccoglimento, in somma quiete, in una profonda solitudine di spirito.

15.2. In viaggio verso un’unione più alta


Il dì 20 luglio 1814 nella santa Comunione sortii da quel luogo di sicurezza, il mio Dio mi diede a conoscere da qual pericolo mi aveva liberata. Dopo averlo ringraziato infinitamente del favore ricevuto. Dichiari che pericolo fu.

Mi fece intendere che dovevo intraprendere un viaggio, il quale mi avrebbe condotto ad un grado di unione molto segnalata, molto particolare; a questo oggetto si degnò darmi per condottieri in questo viaggio il glorioso san Giovanni Battista e il santo Giovanni Evangelista. Mi è stato significato ancora che questo viaggio contiene tre gradi di unione, alla quale l’anima mia è chiamata da Dio, se pure con la mia cattiva corrispondenza non impedisco lo spirito del Signore, che mi vuole condurre ad una perfezione molto elevata.

Il dì 21 luglio da quale afflizione di spirito fui assalita, quale insolita oscurità di intelletto, quale smarrimento prova il mio cuore! è molto maggiore la pena mia di quello che provar possa pellegrino smarrito in folta selva, in solitario deserto.

I santi condottieri più non si vedono. Sola, tremante per l’orrore e per il timore di non essere assalita dalle fiere e dai mostri abitatori di questo luogo, mi volgevo tutta tremante al mio angelo custode: «O mio caro custode, a voi ricorro, additatemi il retto sentiero, dov’è il mio Signore? più non lo trovo in me. Mio Dio, Dio mio, dove siete? Fatevi per un sol momento vedere da me, e per avere il piacere di vedervi un sol momento sono pronta di patire ogni qualunque pena».

In queste e simili esclamazioni si tratteneva il mio spirito, ma tutto indarno, mentre invece il mio Dio di manifestarsi alla desolata anima mia più si nascondeva; sicché dal giorno 21 fino al giorno 24 soffrii questa gravissima pena.

Il dì 24 luglio nella santa Comunione, nello stesso mese di luglio racconta di sé la povera Giovanna Felice, sperimentai gli effetti più vivi di contrizione, per mezzo di interna luce conoscevo quanto disonore abbia dato al mio Dio, con tanti peccati. A questa cognizione provavo un dolore tanto eccessivo di avere offeso il mio Dio, che desideravo di morire di puro dolore, sentivo mancarmi la vita, mi pareva veramente di morire, e morta sicuramente sarei, se il mio Dio non fosse tornato a darmi la vita.

Vorrei spiegare gli effetti che mi fece sperimentare questa contrizione, ma mi si rende veramente impossibile; questa è una grazia soprannaturale che Dio dona all’anima per disporla a ricevere nuove grazie.

15.3. Tre gradi di sublimissima unione


Dal giorno 24 fino al giorno 27 del suddetto mese, la povera anima mia si affatica in questo desolato e disastroso viaggio, per arrivare al primo tabernacolo del Signore, come già dissi nei fogli antecedenti. Questo viaggio contiene tre gradi di sublimazione unione, dove la povera anima mia è chiamata particolarmente dal Signore. Guai a me, se non corrisponde all’infinito amore di un Dio amante di me, povera e misera sua creatura!

è veramente impossibile che possa spiegare l’amore parziale che mi manifesta questo buon Dio, dopo avere molto scritto, senza esagerazione, posso dire di non aver detto neppure la metà dei favori, delle grazie, dei doni che mi ha compartito il mio Dio. Questo non è per occultare alcuna di queste misericordie, ma solo nasce dalla mia insufficienza, dalla mia ignoranza, che non ho termini di spiegare cose che appena comprendo.

Tre sono i tabernacoli che mi ha mostrato Dio, dove si è degnato di ricevere la povera anima mia, per unirla a sé intimamente; questi, da me chiamati tabernacoli del Signore, dove l’anima mia è incamminata, come già dissi, sono questi tre tabernacoli come forti e magnifici fabbricati, dove il Signore vuol dare alloggio all’anima mia, per stringere con questa l’unione più intima che mai dir si possa.

Questo viaggio contiene la pratica delle sante virtù, particolarmente con i replicati atti di amore molto si cammina, con i buoni desideri, con offrirsi vittima del santo amore, con il totale abbandono di tutta se stessa in Dio, per mezzo delle quali cose viene l’anima a godere una certa tranquillità, una certa pace inalterabile, senza di questo mi pare che non si possa arrivare a godere una certa particolare unione. Conosco chiaramente che, per misericordia di Dio, vostra paternità per me è un mezzo molto efficace per mantenermi in questo stato, mentre vostra riverenza forma il giusto equilibrio, acciò la povera anima mia possa mantenersi in questo stato; ma, padre mio, come faremo adesso? Dio vuole di più, vuole che muoia affatto a me stessa. Come farò io, che sono tanto miserabile? Ma, nonostante la mia miseria, sento tutto impegnato il mio cuore a compiacere il mio diletto.

Adesso le significherò i suoi sentimenti alla meglio che portò, giacché adesso non è come prima, che chiaramente parlava; ma adesso, con somma occultezza, manifesta all’anima i suoi sentimenti, i suoi affetti, per parte di intima intelligenza mi parla, sicché in profondo silenzio ci intendiamo scambievolmente. Oh, quanto più eloquente è questo intendere, di quello che sia ogni eloquente parlare. Mi ha dunque significato Giovanna Felice deve dichiararlo diversamente.

Il dì 29 luglio 1814 nella santa Comunione la povera Giovanna Felice così racconta di sé. Provai gli effetti più grandi di contrizione che mai dir si possa. Questo dolore, questa afflizione mi cagionava un male che mi pareva ogni momento di morire; sentivo tutta disciogliermi in lacrime di contrizione; mi sentivo come consumare per l’afflizione di avere offeso Dio. Passai tutta la giornata più o meno sempre morendo.

15.4. Lasciami morire d’amore


Il dì 30 luglio, nella santa Comunione, proseguiva la povera anima mia il suo viaggio, come si disse di sopra, nel camminare che facevo, trovai un piccolo recinto, dove mi fermai a prendere un poco di riposo. Osservai questo luogo, lo trovai molto adatto per ricevere il mio caro Gesù Sacramentato. Il luogo era umile ed abietto, ma molto pulito e proprio; era circondato di forte muraglia, non aveva altra apertura che la sola porta, e questa era piccola e di forte metallo. Andavo dicendo tra me: «Se si degna di venire l’amato mio bene in questo luogo, io chiuderò velocemente la porta, e così avrò il piacere di possederlo perpetuamente. Non potrà più fuggire, lo necessiterò di trattenersi con me. E di dove potrà sortire, se non vi è la minima fessura in queste forti muraglie? La sola porta è questa. Là farò ben guardare dai santi Angeli che sogliono favorirmi nei miei bisogni». Così andavo ragionando con santa semplicità, senza offendere l’infinita potenza di Dio.

Mi accosto dunque a ricevere la santa Comunione. Si degna l’amato mio bene di entrare nel luogo accennato. Oh, qual contento provò il mio cuore! Con quanta sollecitudine chiusi la porta! Pregai caldamente il mio Angelo custode e i santi Angeli che sogliono favorirmi, acciò custodissero la porta. Assicurata che ebbi la porta, mi rivolgo, tutta allegra e contenta gli dico: «Gesù mio, siete mio prigioniero, ma prigioniero di amore! Oh, quanto mai è contento il mio cuore di possedervi! Ah, Gesù mio, ditemi quanto mi amate voi? io vi amo assai assai. E per dimostrarvi il mio amore, lasciatemi morire di amore ai vostri santissimi piedi. Degnatevi di ricevere l’offerta della cosa più preziosa che abbia ricevuto da voi. Vi offro l’anima e il corpo, fate di me ciò che vi piace. Se è di onore e gloria vostra l’annientarmi, annientatemi pure che sono contenta».

Molto gradì l’amato Signore l’offerta, mi mostrò strumento molto atto a farmi morire; volevo morire ai suoi piedi, desideravo che di sua propria mano mi avesse ferita, ma non mi degnò di colpirmi, ma mi fece intendere che di propria mano devo colpire il mio spirito e farlo morire per vivere tutta a lui.

15.5. Un serafino d’amore


Dal giorno 29 fino al 31 del suddetto mese mi sono trattenuta in questo luogo in frequenti atti di fede, speranza e carità, di desiderio di possedere il mio Dio. L’umiltà, la propria cognizione che mi ha compartito il mio Signore è stata molto segnalata, di maniera tale che, sebbene mi fosse apparso un Angelo a dirmi che vi era un’anima più inferiore di me, non lo avrei creduto, perché chiarissimamente conoscevo di essere la più miserabile tra tutte le creature che abitano la terra. Ogni giorno più crescevano in me questi sentimenti umili ed abietti; in questo modo andava purificandosi la povera anima mia, per mezzo di questi sentimenti andava disponendosi per entrare in quel primo tabernacolo, come si disse di sopra.

Il dì 31 luglio 1814 la povera anima mia fu invitata ad entrare nel primo tabernacolo; ma prima fui purificata nei meriti di Gesù. Mi vedo a questo oggetto sotto la figura di bella colomba, e il mio Dio lo vedevo sotto la figura di fonte di acqua viva. Fui invitata a bagnarmi in quelle preziose acque, vado e là mi immergo. Oh, qual gioia, oh, qual gaudio inondava il mio cuore! Sentivo propriamente purificarmi, quando ad un tratto una luce chiarissima mi venne a percuotere, e con gli influssi del suo calore mi fece morire. Eccomi dunque già estinta, quando da benefico vento mi è stata ridonata la vita. Questo prodigioso soffio mi ha trasmutata quasi in un serafino di amore. Per mezzo di questa trasmutazione sono stata fatta degna di entrare in quel magnifico tabernacolo.

Mi vedevo vestita da Terziaria Santissimae Trinitatis, circondata da molti santi Angeli, nel mezzo dei quali vedevo il mio gran protettore e benefattore, il glorioso sant’Ignazio. Mi hanno condotto con loro in quel magnifico tabernacolo, sono stata ricevuta dai santi patriarchi Felice e Giovanni de Matha, e da molti altri santi. Padre mio, e come proseguirò, se mi manca la maniera di spiegare la grandezza, la magnificenza, la pompa con cui Dio ha ricevuto la povera anima mia? è veramente impossibile poterlo ridire.

Per obbedire, pure qualche cosa dirò. Quattro sono stati i segnali che mi sono stati donati, e questi sono: prezioso cingolo mi è stato cinto ai fianchi, ricco e prezioso manipolo mi è stato posto al braccio destro, candido amitto mi è stato posto sopra le spalle, sono stata ammantata da prezioso e ricco manto. Questo mi rendeva preziosa al cospetto dell’Altissimo. Sono stata introdotta in questo tabernacolo con somma festa e pompa; sono stata tanto inoltrata, che sono perfino arrivata al talamo del mio Signore. Qual santità, qual purità, di quale amore mi ha degnato il mio buon Dio in questa unione, non posso spiegarlo.

15.6. Il mio Dio dov’è?


Dal dì 31 luglio fino al dì 3 di agosto il mio spirito ha goduto una perfetta pace. Dal dì 3 fino al dì 9 del suddetto mese, il mio spirito ha sofferto e soffre tuttora, le pene più afflittive che mai dir si possa. Sono incamminata verso il secondo tabernacolo, ma la strada è molto più disastrosa della prima. Vi è da passare un certo profondo, un certo lago ripieno di acque salmastre. Che luogo afflittivo è mai questo! qui non altro annidano che brutte bestie acquatiche. Oh, che noia rendono al mio spirito queste brutte bestie. E chi cerco, chi bramo, e chi amo non si vede! Il mio Dio dov’è? Potessi almeno io andare in traccia di lui! Ma, oh Dio, non mi è permesso di sortire da questo lago. L’acqua mi soprabbonda, mi pare di restare sommersa, chiamo il mio Dio in soccorso, e non mi risponde; lo cerco e non lo trovo. Dubito che mi abbia abbandonato.

Oh infelicità mia, quanto mai sei grande! Hai perduto il sommo bene, e perché per colpa tua, o misera creatura, e che mi serve dunque la vita, se ho perduto l’amato mio bene, che è la vita stessa? Mio Dio, mio Dio, fatevi trovare da me pure una volta! E dove è andato quel tempo felice che vi feci mio prigioniero ed ebbi la bella sorte di possedevi con sicurezza? O creature tutte del cielo e della terra, additatemi voi il mio Gesù! Ah, Gesù mio, per quell’abbandono che soffriste sopra la croce, degnatevi di non abbandonarmi come meriterei per i tanti peccati e cattiva corrispondenza alle vostre misericordie infinite; ma per la vostra passione e morte, abbiate pietà di me!

15.7. Il demonio nelle sembianze del confessore


Per non mancare all’obbedienza aggiungo come la notte del 20 luglio mi apparve il demonio in sogno, seppur sogno si può chiamare, mentre il mio spirito era come sopito dall’inganno del tentatore. Mi apparve dunque in sembianza del mio confessore, vestito con abiti secolari, mi si presentò ridendo smoderatamente, mi obbligò a baciargli la mano, accostandola arditamente alla mia bocca. Molto mi meravigliai di questo insolito modo di procedere, così alla libera, non solo mi obbligò a baciare la mano, ma con due dita mi strinse gli occhi molto forte e mi fece provare molto dolore.

Io ero fuori di me, non sapevo che pensare, perché lo credevo sicuramente il mio confessore, mi trattenevo in ginocchioni avanti di costui, tutta mortificata, e costui proseguiva a ridere smoderatamente, mi comandò poi di andare con lui. Vado per obbedire, e costui mi conduce in luogo solitario, molto crebbe in me la pena, invocai il mio Dio e costui disparve. Ringraziai infinitamente il mio Dio di avermi liberata dalle mani dell’insidiatore nemico. Dopo che costui mi ha toccato gli occhi, come disse di sopra, quando il Signore mi dà qualche buon sentimento unito alle lacrime, prima che possono sortire dagli occhi miei, provo un dolore tanto eccessivo che mi pare che mi si dividono per mezzo; questo dolore mi viene cagionato dalle prime due lacrime, il resto poi scorrono dolcemente e teneramente verso il donatore amoroso che me le comparte in tanta copia che formano prezioso ruscello per dissetare la povera anima mia. Assai più dolci sono per me le lacrime di quello che dolce possa gustarsi preziosa bevanda.

15.8. Le acque alla gola


Il dì 11 agosto, prosegue la povera Giovanna Felice a soffrire gravissime desolazioni di spirito, unite a tremende tentazioni ereticali. Più non posso esclamare come facevo prima, ma come perduta avessi la voce, proseguo a stare in mezzo al suddetto lago. Le acque mi sono ormai arrivate alla gola. Chiamo il mio Dio e non mi ascolta, vorrei andare in traccia di lui, e non mi è permesso sortire da questo lago. Dubito di restare vittima delle pene. Almeno potessi sapere se è in pace con me il Signore! E come sarà in pace con me, che sono tanto scellerata! Dunque mi avrà abbandonato, non mi permetterà più il poterlo amare. Mio Dio, mio Dio, mandatemi ogni qualunque castigo, ma non mi private di questo sommo contento di potervi amare!». In questa guisa andava esclamando la povera anima mia, piena di ambascia, cercando qualche conforto all’affannato cuore.
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