PARTE PRIMA. - PRIME ESPERIENZE MISTICHE

Beata Elisabetta Canori Mora

PARTE PRIMA. - PRIME ESPERIENZE MISTICHE
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— Dal 1807 al 1809 —

1 – IL SOLO DIRETTORE: GESÙ CROCIFISSO


Lunedì 21 novembre 1774 nacque una figlia di Tommaso Canori all’ora una e mezzo di notte e fu battezzata il 22 alla Parrocchia di Campo Carleo alle ore 13 e un quarto, il compare fu il P. Giovanni Battista di Roma, Minore Osservante in Aracoeli, e gli furono posti i seguenti nomi: Maria Elisabetta Cecilia Geltrude.

Il 3 luglio 1782 cresimata Maria Elisabetta da Monsignor Lasceris a San Pietro in Vaticano, e la comare fu la Priora di S. Eufemia, la Suora Geltrude Riggoli.

All’età di undici anni, racconta la povera Giovanna Felice di sé, fui condotta in monastero; stetti in questo due anni e otto mesi. Fu un tratto della misericordia di Dio, che in questo sacro chiostro mi condusse, per liberarmi dalla vanità del mondo, che già serpeggiava nel mio seno.

Entrata un questo sacro luogo, dedicai tutta al Signore, con orazioni continue, con mortificazioni, con esercizi di virtù, ma particolarmente con il raccoglimento interno, e questo lo procuravo con la solitudine, con la mortificazione dei sentimenti del corpo; ero favorita da Dio bene spesso, tanto nella santa Comunione quanto nelle orazioni.

A dodici anni una mattina, dopo la santa Comunione, ebbi ordine dal mio Signore di fare il voto di carità, con molta consolazione mi consacrai al Signore, ma senza che il confessore ne sapesse niente, mentre la povera anima mia non aveva altro direttore che Gesù crocifisso, con lui mi consigliavo circa le penitenze che praticavo, come ancora in tutto il resto. Non mancarono alla povera Giovanna Felice né travagli né persecuzioni, in questo tempo; ma particolarmente dovetti soffrire una calunnia dal confessore, che il demonio stesso ne fu l’autore, ma con somma tranquillità del mio cuore, anzi si aumentavano viepiù il raccoglimento interiore, in mezzo alle persecuzioni andava crescendo il mio spirito nel Signore, quando il mio padre a viva forza mi trasse fuori da questo monastero e mi ricondusse alla casa paterna.

1.1. Si sposa


Mi fa orrore proseguire il racconto; tornata che fui alla casa paterna mi dimenticai del voto fatto, mi dimenticai del mio Dio; disprezzando il suo amore, mi diedi in preda alla vanità del mondo, ma non per questo fui abbandonata dall’amoroso Signore; in mezzo a tanti pericoli, a cui incautamente mi esponevo, veniva la povera anima mia assistita dalla grazia di Dio, mentre non comprendevo la malizia del peccato. Da quanti pericoli mi ha sottratto, senza che io ne conoscessi la rovina che mi poteva venire, mi donava in certi casi una semplicità soprannaturale, e così la povera anima mia restava immune da tante colpe, che mi farebbero assai più rea di quello che sono avanti al cospetto di Dio.

Finalmente passai allo stato matrimoniale; e così vengo a compiere il cumulo della mia nefandità. Mio Dio, mio Signore, e come puoi soffrire tanta audacia senza punirla? Terra come non mi inghiottisti! aria, come non mi soffocasti! Ah, mio Gesù, mio amore, il tuo prezioso sangue fu quello che mi liberò dal meritato castigo: in anima e in corpo dovevo piombare nell’inferno! Nonostante sì temerario attentato non fui abbandonata dal mio Dio, ma anzi con somma premura fui assistita da grazie molto grandi. La divina provvidenza, per liberarmi da molti pericoli peccaminosi, in cui sicuramente sarei incorsa, si servì di un mezzo molto efficace, e questo fu la gelosia del mio consorte, che non mi permetteva neppure di trattare i miei genitori, pena per me molto sensibile.

In questo stato ricorrevo al mio Dio con lacrime e con orazioni, ma buon per me che il mio Signore mi teneva lontana affatto da ogni peccato. Dieci mesi passai in questa situazione.

1.2. Pericolo mortale: l’arma era ancora carica


Ero incinta della prima figlia, già erano scorsi sette mesi di questa, quando la giustizia di Dio, giustamente irritata contro di me, voleva punire la mia audacia con tremendo castigo del suo giusto furore: s’interpose la misericordia infinita del mio Dio e, per mezzo di Gesù crocifisso, mi liberò da mortale colpo.

Crocifisso mio Gesù, amor mio, già piombata sarei nell’inferno, se voi prodigiosamente non mi aveste liberato. Quali e quante sono le obbligazioni che vi professo, amor mio, vi rendo infiniti ringraziamenti.

Ecco il fatto come fu. Al mio consorte fu regalata un’arma da fuoco (pistola), una mattina si alzò di buonora, prese quest’arma. Io ancora non mi ero levata dal letto, lo pregai a volere scaricare quell’arma, mentre per essere inesperto di quella, credevo potesse piuttosto offenderlo che difenderlo. Il suddetto per compiacermi, alla mia presenza scaricò quest’arma; dopo averla scaricata, per dimostrarmi la sua espertezza mirò l’arma verso di me.

Ecco si sente una voce che lo sgrida, e gli comanda di mirare altrove il colpo. Obbedì, contro sua voglia, mentre eravamo entrambi certi che l’arma fosse scarica; ma, cosa tremenda e insieme prodigiosa: l’arma era carica di altra palla, ancora capace di levarmi la vita. Colpì il mortale colpo l’immagine di un santissimo Crocifisso, che stava poco distante dal mio capo; il cristallo del piccolo quadro si fece in minutissimi pezzi, il muro restò bucato e il santissimo Crocifisso restò illeso.

Fu tale e tanto lo strepito del colpo, che parve una cannonata; come restammo storditi e spaventati non è possibile ridirlo. La puzza, il fumo che tramandò questo colpo non pareva cosa naturale. Accorsero spaventati i pigionanti, credendo che fosse rovinata la casa.

Eppure, chi lo crederebbe? non fu questo sufficiente a ricordare alla mia mente l’enorme delitto che avevo commesso. Mio Dio, quale pazienza avete esercitato verso di me! Siate benedetto in eterno.

1.3. Le figlie


Passato il nono mese detti alla luce una bambina; ricevuti i sacramenti di Battesimo e Cresima, dopo tre giorni di vita andò in Paradiso. Già era scorso il secondo anno del matrimonio, quando detti alla luce un’altra bambina, e questa ancora morta, munita dei santi sacramenti di Battesimo e Cresima, se ne andò in Paradiso.

Nello spazio di altri tre anni e mezzo circa detti alla luce altre due figlie, una dopo l’altra.

In questo tempo fui visitata dal Signore con varie tribolazioni; queste erano chiamate del mio Signore, ma io, ingrata, invece di dare ascolto alle sue chiamate, non pensavo ad altro che alle vanità del mondo; quando fui visitata dal mio Dio con una infermità penosissima di stomaco, che mi fece abbandonare la mia vanità. Tanto era gravoso il dolore, che non altro cercavo che solitudine; nove mesi continui sostenni il peso gravissimo di questa infermità.

Correva l’anno 1802 di agosto, circa il 25 del suddetto mese, correva l’anno 26 della mia età, dopo avere dato alla luce l’ultima figlia, erano passati cinquanta giorni, quando caddi inferma con il male di stomaco. Molto profittevole fu per la povera anima mia, mentre nella solitudine andavo detestando i miei peccati, chiedevo misericordia al Signore, senza ricordarmi però di essere spergiura di un Dio di infinita maestà. A ventun’anni passai allo stato matrimoniale.

1.4. Una grave malattia


Erano già trascorsi venticinque anni della mia età, cinque di matrimonio, quando mi sopraggiunse al male di stomaco una malattia mortale, che mi ridusse agli estremi della vita. Fu questo l’ultimo colpo di grazia, che mi destò dal letargo mortale in cui giaceva la povera anima mia.

Fui dunque sorpresa da febbre putrida maligna con altri mali complicati; diciannove giorni stetti priva di ogni umano pensiero, ma il pensiero dell’eternità, in cui sicuramente credevo di dover passare, teneva tutte impiegate le potenze della mia povera anima. Non cercavo rimedio al mio male, né di sostentare le mie deboli forze; ma solo, rivolto il mio cuore al Signore, gli domandavo misericordia e perdono. Prevenuta dalla grazia, eccessivo era il dolore dei miei peccati, le mie speranze erano nei meriti del mio Gesù crocifisso, che tenevo sempre stretto nelle mie mani, con questo sfogavo gli affetti del mio cuore, a questo offrivo tutta me stessa, tutta a lui mi consacravo in vita e in morte.

In questo tempo non parlavo di altro che di Dio, non altro cercavo che il mio Gesù, altro non gradivo che il mio confessore, con lui mi trattenevo con piacere a parlare delle cose appartenenti alla povera anima mia. Fui assistita da questo ministro del Signore con somma carità e premura, mi visitava per ben quattro volte al giorno, e pregava i miei parenti che tutte le volte che l’avessi richiesto, sebbene l’ora fosse incompatta, l’avessero mandato a chiamare liberamente, mentre teneva per bene impiegato qualunque incomodo, per avere il piacere di assistermi.

Ogni giorno si faceva più grave il mio male; spedita dai medici, fui munita del sacro viatico, che ricevetti con sommo amore, sperando per mezzo di Gesù sacramentato il perdono dei miei peccati, domandavo al mio confessore se credeva che mi potessi salvare. Andavo spesso ripetendo: «Padre, mi salverò?». Questo mi rispondeva che nei meriti di Gesù Cristo teneva per certa la mia eterna salute. La tranquillità di spirito, i buoni desideri che mi venivano somministrati dalla grazia di Dio, l’essere affatto libera da tentazioni, credevo un segno certo della mia predestinazione.

Come a Dio piacque, incominciò a cedere il male, ma la gravezza di questo mi portò cinque mesi di convalescenza. Al ventuno di aprile del 1802 fui assalita da questa infermità, nel mese di agosto incominciai ad uscire di casa, sebbene non ero ancora ristabilita; ma in questo tempo il mio confessore mi visitava di frequente, e mi faceva considerare che la vita miracolosa che il Signore mi aveva restituito, non doveva essere più mia, ma tutta sua, ad altro non avessi pensato che piacere a lui.

1.5. La comunione tre volte la settimana


Le parole di questo ministro del Signore penetravano altamente il mio cuore, mi offrii tutta al mio Signore e al suo divino servizio. Incominciai a frequentare i sacramenti di Confessione e Comunione ogni otto giorni; nacque in me un desiderio grande di ricevere più spesso questo divino sacramento, ma non ardivo dirlo al mio confessore; mi raccomandavo caldamente al Signore e alla Vergine santissima, che si fossero degnati di dare forte ispirazione al suddetto.

Vado dunque una mattina a confessarmi, il confessore mi dice: «Una particolare ispirazione mi obbliga a darvi la santa Comunione tre volte alla settimana». Di questa grazia ringraziai affettuosamente Gesù e Maria. Qual profitto mi portò la frequenza della santa Comunione! non posso esprimere i buoni effetti che produceva in me questo divino sacramento.

Mi distaccai dalla vanità del mondo, vinsi molti ostacoli che mi impedivano di andare a Dio, particolarmente i vani giudizi degli uomini. Questo apportò molto fastidio ai miei parenti, il vedermi affatto allontanata dai divertimenti del mondo, abbandonare gli ornamenti femminili, contenta di vestire un abito triviale senza alcun ornamento. Fiera fu la guerra che mi mosse il demonio, non solo da parte dei parenti e persone secolari, ma eziandio da persone di buona vita, mentre questi criticavano e biasimavano la mia condotta, e con consigli mi volevano persuadere che non era conveniente che una giovane di venticinque anni, come ero io, si fosse allontanata dal mondo; che si poteva benissimo accordare il divertirsi lecitamente, senza trasgredire la legge di Dio, mentre la prudenza portava che non avessi disgustato i parenti, già che questi erano offesi del mio operare.

2 – I FREQUENTI FAVORI DEL SIGNORE


2.1. La prima visione


Questi consigli maligni mi avrebbero sicuramente vinta, se la pietosa Madre sempre Vergine con grazia speciale non avesse fortificato il mio cuore. Sentite come.

La mattina del 7 settembre 1803, vigilia della Natività di Maria santissima, fui sorpresa da leggero sonno, mi apparve un personaggio molto rispettabile, con autorevole comando mi obbliga ad andare con lui. Vado, e questo si conduce sopra un alto loggiato, vedo apparire nobile e leggiadra signora, ammantata di candide vesti, maestoso era il suo portamento, teneva nelle sue mani bella e risplendente colomba, questa spiegava le nobili sue ali e si sollevava fino all’altezza dei cieli.

Nel veder tanto splendore e tanta luce, fissai lo sguardo verso quella risplendente colomba, e con sommo mio stupore, osservo che sotto le ali vi erano impressi i chiodi che crocifissero il mio Signore, e questi li vedevo di colore sanguigno, ma risplendenti al pari del sole. Questa nobilissima colomba tramandava dardi di fuoco; allo sfolgoreggiare di questo sacro fuoco fui sorpresa da sommo timore, mi apparve un brutto mostro e mi disse: «Fuggi, fuggi».

2.2. Un dardo di fuoco


Ero già risoluta di dare mente al tentatore, quando il pietoso condottiere mi impose di restare; ecco che quella divina colomba mi invia prezioso dardo, di sacro fuoco restò colpito il mio cuore intimamente. Il prezioso colpo mi cagionò deliquio mortale; tornata che fui, mi trovai tutt’altro di quella di prima, mi intesi trasmutare in un’altra; tutto fervore, tutta carità, sentivo nel mio cuore gli effetti mirabili di quel dardo amoroso, qual vampa di sacro fuoco incendiava il mio spirito, e mi rendeva quasi pazza; di amore accesa andavo esclamando: «Hai vinto, hai vinto pure una volta, o santo amore! hai vinto la durezza del mio ostinato cuore, o sacro dardo di amore, trapassa viepiù il mio cuore!».

Non posso spiegare quali e quanti fossero i mirabili effetti che producesse questa grazia di essere stata ferita dal dardo amoroso, particolarmente nelle orazioni. Non avevo terminato l’orazione preparatoria, che lo Spirito del Signore mi rapiva con tanta forza, che il mio corpo come morto restava disteso sul suolo. La frequenza di questi ratti, la violenza che faceva lo spirito al corpo, che cercava di slanciarsi avidamente verso il suo Dio, cagionò un moto irregolare nel mio cuore, molto sensibile, che scuoteva la sedia in cui sedevo, il letto in cui riposavo. Stavo molto avvertita di non avvicinarmi ad alcuno, mentre più volte mi domandavano cosa fosse quel moto così violento che si sentiva nel mio cuore.

Per quanto cautelata stessi, non passò molto tempo che i miei parenti si avvidero del palpito violento del mio cuore, questi supponendo un male naturale, vollero sentire il parere dei medici. Mi fu da questi ordinato il levarmi del sangue, ma non furono giovevoli due buone sanguigne, mentre il palpito veniva viepiù crescendo, per i frequenti favori che ricevevo dal mio Signore, tanto nelle orazioni, quanto nella santa Comunione. Finalmente, per liberarmi da questa vessazione dei medici e dei parenti, che pretendevano di curare gli effetti, mentre si rendeva impossibile curare la causa, che a me solo era nota, si raccomandai caldamente alla mia benefattrice Maria santissima, acciò degnata si fosse di liberarmi da quel palpito tanto sensibile. Questa divina Madre mi esaudì, solo nelle orazioni e Comunioni, a seconda dei favori e delle grazie di Dio, più o meno era violento il palpito del cuore. Quanto fossero frequenti le comunicazioni di Dio con la povera anima mia, non è possibile numerarle, ne riferirò qualcuna in particolare alla maggior gloria del mio Signore Gesù Cristo.

2.3. La comunione quotidiana


Correva l’anno 1803, il mese di dicembre, quando cresceva ogni giorno più nel cuore della povera Giovanna Felice il fervore di piacere al Signore, e per conseguenza, desiderosa di perfezionare il mio spirito, il mezzo più efficace conoscevo per esperienza essere la frequente Comunione. Desideravo ardentemente di riceverla quotidianamente, ma non avevo coraggio di manifestarlo al mio confessore. Mi pareva troppo ardire, come ancora tenevo celato al suddetto quanto passava nel mio spirito, per mancanza di coraggio. Ricorsi dunque alla mia benignissima Madre Maria santissima, con orazioni, con lacrime, con mortificazioni, con promesse grandi, mentre qualunque sacrificio, benché gravoso, mi pareva lieve in confronto del desiderio, dell’ardore, della brama che sentivo di ricevere questo divin sacramento.

Non passò molto tempo che fui esaudita. La vigilia della santissima concezione di Maria santissima il dì 7 dicembre 1803 fui sorpresa da leggero sonno; nuovamente mi apparve il mio carissimo condottiero, con il suo maestoso portamento mi obbligò ad andare con lui. Riverentemente mi prostrai ai suoi piedi, lo ringraziai per avermi, con la sua valevole intercessione, ottenuto la remissione dei miei gravissimi peccati.

Mi condusse dunque in un sacro tempio, dove vidi nel mezzo un altare magnifico, riccamente adornato e illuminato, vidi nel suddetto tempio nobilissima processione, era questa formata da molti religiosi, vestiti di lana bianca, con cotte e stole, con torce accese nelle loro mani. Era questa nobilissima processione preceduta da personaggio molto insigne, nobile era suo portamento, molto ricchi erano i suoi vestimenti, per sovrano guerriero lo ravvisavo, era scortato da molti nobili altri guerrieri a lui inferiori. Restai ammirata di tanta magnificenza, domandai al mio condottiero chi fosse quel nobile guerriero, mi disse che quello era il glorioso san Michele Arcangelo.

Ecco dunque che in bell’ordine disposta era la processione, in fine di questa vi erano le persone più degne di questo sacro Ordine, vestiti con i paramenti sacri. Infine di questa vedevo la gran Madre di Dio, nobilmente vestita, portava nelle sue braccia il suo santissimo Figliolo con molta reverenza. Qual tenerezza, qual sottomissione provò il mio povero cuore, quante lacrime versarono i miei occhi, di amore, di tenerezza! caldamente mi raccomandai a questa divina Signora ad ottenermi la grazia di ricevere quotidianamente Gesù sacramentato. Mi diede segno di avere esaudito le mie preghiere.

2.4. Non castigate la vostra Chiesa!


Prima di collocarlo sopra l’altare si cambiarono scambievolmente le belle corone, che tenevano sopra il loro capo; quella di Gesù se la mise Maria, e quella di Maria se la mise Gesù. Collocato dunque che lo ebbe sopra l’altare, si prostrò riverente ai suoi piedi, raccomandò tutto il mondo, particolarmente Roma, il clero regolare e secolare, il sommo Pontefice; così pregò questa divina Signora: «Sospendete, o mio diletto figlio, il rigore della vostra divina giustizia; vi piaccia di non castigare la vostra Chiesa con disperdere tanti vostri ministri. ricordatevi che vi sono Madre, degnatevi di esaudirmi».

Il divino fanciulletto non volle esaudire le sue preghiere, alzò la sua onnipotente voce, così parlò: «La mia giustizia più non vuole sostenere tante abominazioni: siete mia Madre e mia creatura ancora».

A queste parole si prostrano tutti quei buoni religiosi con la fronte a terra, adorando i divini decreti di un Dio giustamente sdegnato contro di noi. Fummo tutti sorpresi da sommo timore, mentre chiaramente si conobbe il castigo che era per mandare sopra di noi e sopra la sua Chiesa.

I superiori, ovvero i fondatori di questo sacro Ordine offrirono l’incenso delle loro buone opere, unito al culto che gli rendeva tutto questo sacro Ordine. Allora il divino fanciulletto alzò la sua onnipotente mano, e benedì con particolare benedizione non solo i buoni religiosi, ma tutti quelli che appartenevano e che erano per appartenere a questo sacro Ordine, mi pare di poter dire che tutti quelli che si trovavano in quel vasto tempio, tutti appartenessero a questo sacro Ordine. Anche io fui benedetta particolarmente e fui ammessa nel numero di questi, mentre mi trovavo vicino al sacro altare, per speciale grazia di Maria Santissima, potei godere la vicinanza di quegli insigni personaggi; che erano capi di questa religione; che io non conoscevo, mentre vestiti con i paramenti sacri, come dissi di sopra.

Approssimata che si fu, unitamente a tutta la processione, al magnifico altare, collocò sopra di questo il suo santissimo Figliolo. La grazia mi ottenne.

Correva l’anno 1803, la vigilia del Santo Natale, quando il mio confessore per particolare impulso di Dio fu obbligato a darmi la santa Comunione quotidianamente. Quali e quanti fossero i buoni effetti che produceva in me questo divino Sacramento è veramente impossibile poterlo ridire, pure qualche cosa dirò, per obbedire a vostra paternità reverendissima, che così mi comanda.

2.5. Da timida pecorella a forte leone contro il demonio


Correva l’anno 1804, quando il mio Dio mi fece vedere da quale pericolo mi aveva salvato per mezzo della sua infinita misericordia, mi fece vedere in quale stato si era ridotta la povera anima mia per i miei peccati. Mi vidi dunque in una caverna profondissima, afferrata da forti e orrendi giganti, che erano sul momento di uccidermi, mentre mi trovavo distesa sul suolo e questi forti giganti avevano posto il loro forte ginocchio sopra il mio petto, impugnato avevano un tagliente ferro, lo avevano appuntato alla mia gola, erano sul momento di uccidermi. In questo pericolo così eminente, invocai il mio Dio, acciò mi salvasse la vita. Immediatamente vedo apparire una luce chiarissima, all’apparire di questa si misero in fuga i forti giganti. La misera situazione in cui ero non mi permetteva di potermi da me alzare. Proseguo dunque a raccomandarmi al Signore, quando vedo apparire, in mezzo a quella luce forte braccio, nobile mano che mi trasse fuori dal mortale pericolo. Stavo rendendo infinite grazie al mio Dio, e immersa nel pianto, per avere veduto in quale stato mi avevano ridotto i miei peccati, quando sonora voce così mi parla: «Eri già esangue quando ebbi compassione di te. Se la mia misericordia non fosse stata tanto liberale, cosa sarebbe di te?». A queste parole fui sopraffatta da sommo timore.

Non tardò il demonio con le sue insidie di desuadermi dall’intrapreso metodo di vita, mentre ad altro attendevo che alla santa orazione, alla pratica delle sante virtù, particolarmente alla mortificazione dei sentimenti, ero molto diligente di mortificare gli occhi, e la gola procuravo di mai soddisfare; quando questo forte nemico mi fece intendere, per mezzo di vive suggestioni, che avessi pure dimesso il pensiero di attendere alla vita spirituale, mentre sarebbero tali e tante le forti tentazioni; persecuzioni e insidie che lui avrebbe ordito contro di me, che vittima sarei restata della sua forza. Le insidie di costui mi rendevano molta pena; perché scioccamente mi dava a credere di non poter resistere alle forti battaglie di questo orgoglioso nemico.

Una mattina, dopo ricevuta la santa Comunione, con santa semplicità raccontai tutto a Gesù Cristo, e piangendo gli dicevo: «Gesù mio, sicuramente resterò vinta, Gesù mio, pensateci voi». In questo tempo fu sopito il mio spirito, e il mio caro Gesù mi si diede a vedere sotto forma di pastorello. La povera anima mia la vedevo in forma di pecorella, questo divino pastorello mi chiamava a sé, dopo avermi accarezzato, pose sopra la mia fronte prezioso segno, e mi fece intendere che, per parte di questo segnale, nessuno dei miei nemici mi avrebbe potuto prevalere

Incominciai in quel momento a sperimentare i buoni effetti, intesi in quel momento somministrare al mio spirito forza sufficiente per vincere i miei forti nemici, sicché da timida pecorella passai a possedere la forza di forte leone, armata di fede, di speranza e di carità in quello che tutto regge e governa, io stessa sfidai i miei orgogliosi nemici.

2.6. Cambia confessore


Correva l’anno 1804, mese di settembre, quando fui obbligata, con somma mia pena, di dare ascolto a particolare ispirazione, che mi obbligò a mutar confessore, nonostante la pena di entrambi. Per obbedire al mio Dio, che così mi comandava, mi portai dunque ad un altro sacerdote, che trovai in confessionale, senza che sapessi chi fosse; ma, come piacque al Signore, trovai un uomo di molta esperienza.

Questo ministro di Dio, esaminato che ebbe il mio spirito, si avvide del lavoro della grazia di Dio, sebbene non gli manifestai niente di quanto passava nel mio spirito, nel tempo delle orazioni e Comunioni; prese dunque a coltivare la povera anima mia, qual giardino prediletto di Gesù Cristo.

Nel sentire la mia giovanile età di anni ventinove, che non soffrivo la minima molestia della carne, mentre erano passati tre anni che il mio consorte più non mi ricercava, ne tampoco io ricercassi di lui, ma tutta intenta a deliziarmi con il mio Signore Gesù Cristo crocifisso, dove trovavo ogni mio sollievo e consolazione, questo buon ministro del Signore volle sapere qual fosse il motivo della dimenticanza del suddetto; quando intese che era per l’amicizia che aveva contratto con altra donna, procurò di impedire questa amicizia con farne intesi i superiori; ma tutto indarno. Obbligò a me di richiedere; allora gli dovetti dire che infatti era di cattivo male, conoscendo chiaramente che il suddetto non aveva più alcun diritto sopra di me, ma che il Signore mi voleva tutta per lui. Conoscendo la buona disposizione che il Signore aveva dato al mio intelletto, mi obbligò a lasciare le orazioni vocali, che solevo recitare quotidianamente, ma che tutto il tempo che avevo, dopo avere adempito il mio dovere, lo avessi impiegato nella santa orazione mentale, la sola recita del Rosario, e questo ancora voleva, che trattenuto avessi il mio intelletto a meditare per mezzo quarto d’ora circa i misteri del suddetto.

Fu molto facile alla povera Giovanna Felice obbedire al suo confessore, mentre le mie povere orazioni venivano prevenute dalla grazia del Signore. Nella recita del santo Rosario non solo mi trattenevo un mezzo quarto d’ora, ma eziandio mi passavano le ore intere, quando mi avvedevo che stavo ancora alla prima posta del Rosario, tanto era la penetrazione del mio intelletto, che si profondava a meditare i misteri del suddetto Rosario. Una volta tra le altre, nel meditare i misteri dolorosi, fui trasportata dallo Spirito del Signore nell’orto del Getsemani, dove mi si diede a vedere il buon Gesù agonizzante. Si degnò in questo luogo di darmi molti ammaestramenti. I buoni effetti che produsse questa visione li lascio immaginare a vostra paternità degnissima, per non dilungarmi di più.

2.7. Persecuzioni e angustie per la condotta del marito


Varie affiliazioni, persecuzioni e angustie che passò la povera Giovanna Felice nel 1804.

Per la cattiva condotta del consorte, che aveva sprecato tutta la metà del suo patrimonio, dovetti lasciare il piccolo appartamento che abitavo, e ritirarmi in quello del mio suocero, soffrire di vedere venduto parte del mobilio di questo, per riparare in qualche parte ai molti debiti che aveva formato, come ancora dovessi spogliarmi di varie gioie che avevo, consistenti in diversi anelli, pendenti, vezzo di perle, orologi, ma tutto per amore di Gesù mi riuscì facile.

Dovetti dunque lasciare libero il mio appartamento e abitare una camera dell’appartamento di mio suocero, e convivere con suocera, cognate, zie ed altri, che formavano il numero di nove o dieci persone. Mi fu assegnata da questi una camera che aveva tre comunicazioni, sicché si rendeva comune a tutti, e per esservi persone di diverso sesso, molta era la soggezione, la pena, l’incomodo.

Avevo due figlie: una di anni tre, l’altra di anni cinque; molto dovetti soffrire per queste, mentre una delle due cognate aveva preso tanto sopravvento sopra le suddette, che io non avevo più padronanza alcuna, ciò per mantenere la pace e per le necessità che avevo di essere mantenuta dal suocero, giacché il consorte non pensava più né a me né alle figlie, mi conveniva soffrire di vedere strapazzare le figlie, non solo con parole, ma alle volte con percosse irragionevoli. Sentivo al vivo la pena, ma tutto mi pareva poco, in paragone di quello che meritavano i miei peccati, tutto offrivo in sconto di questi. Permise ancora il Signore che questa buona cognata mi perseguitasse in varie maniere.

L’altra ragione del mio patire fu per vedermi priva di un luogo libero, per potermi con libertà trattenere in orazioni, in questa angusta situazione, domandai in grazia alla mia suocera di potermi ritirare per fare le mie orazioni in un piccolo ripiano di scala, che conduceva al pianterreno e alle cantine. Scelsi questo luogo perché era segregato dall’appartamento, per avere libertà di potermi trattenere con il mio Dio, senza che alcuno si fosse avveduto di quanto seguiva, mentre il più delle volte ero sorpresa dallo Spirito del Signore, che violentemente mi rapiva, e non era in mio potere resistere alla sua forza, sicché ora mi trovavo distesa sul suolo, ora dalla violenza il mio corpo balzava senza ritegno, ora mi trovavo con le mani distese al Cielo, e il mio corpo lo sentivo leggero al pari di una paglia, mi scuotevo come intimorita, alle volte la forza dello spirito faceva prova di tirarsi dietro anche il corpo, quando mi avvedevo di questo cagionava in me sommo timore.

Per pura misericordia di Dio godevo molta libertà, mentre quando avevo mandato alla scuola le piccole figlie, dopo averle istruite nelle cose appartenenti alla dottrina cristiana, dopo varie orazioni, che quotidianamente le facevo recitare, restavo in santa libertà. Per lo spazio di circa sette anni spendevo sei ore in orazioni, e queste divise in quattro tempi: la mattina, subito levata, mi ritiravo al mio caposcala, mi trattenevo in orazione per un’ora circa, dopo mandavo a scuola le ragazze, come dissi di sopra, e mi portavo alla chiesa, mi trattenevo un’ora e mezzo o due. Il giorno dopo pranzo altre due ore, la sera dopo che avevo custodito le figlie, tornavo all’orazione, e mi trattenevo altre due ore, sicché sei ore o sette mi trattenevo in orazione, senza mai tediarmi, ma sempre più avida di più orare.

Non avevo altra azienda in casa che di cantiniere e gallinara, ero molto attenta al mio dovere, del resto andavo a tavola apparecchiata, come suol dirsi, senza alcun pensiero.

Non andò molto in lungo che una vecchia zia, che doveva trapassare la mia camera, non si avvedesse che io mi levavo prima di lei, mentre ella era molto sollecita a levarsi, questa cosa molto mi dispiacque, me ne lamentai con il Signore nelle mie povere orazioni.

2.8. Sono Gesù Nazareno


Il Signore mi fece intendere che due erano le ragioni per cui aveva permesso che mi venisse destinata quella pubblica camera: primo per esercizio di pazienza, secondo per dare buon esempio a questa famiglia.

Intanto mi diede a vedere una strada stretta, ripidissima, per la quale voleva che io camminassi, dalla parte sinistra di questa vi era uno sprofondo rovinosissimo, che faceva terrore il solo mirarlo. Conobbi la gran difficoltà che vi era di reggermi per questa stretta strada senza rovinare in quel precipizio. Mi rivolsi al mio Signore, piangendo dirottamente: «È impossibile, Gesù mio, è impossibile che io possa camminare questa strada senza precipitare».

Allora mi apparve Gesù Cristo, e mi fece vedere come questa strada, tanto difficile non mi sarebbe, mentre lui avrebbe sempre scortato la povera anima mia, acciò sicura fosse di non rovinare in quel profondo. Mi fece vedere come questa strada mi avrebbe sicuramente con il suo aiuto condotto al cielo, mi fece ancora intendere con quanta facilità si può deviare dal retto sentiero: mi fece osservare come certe tortuose strade, che vedevo unite a quella dritta strada, conducevano altronde che al cielo, mi fece intendere che poco ci vuole per deviare dal retto sentiero.

Conosciute che ebbi queste cose, mi raccomandai al mio caro Gesù, acciò volesse aiutarmi. Mi pongo dunque a camminare, scortata da Gesù Cristo medesimo. Molto facile trovai il camminare per questa, ma quando mi fece intendere che non sempre voleva accompagnarmi nella medesima maniera, ma che si sarebbe nascosto, per vedere come mi fossi portata, così mi disse e disparve.

Tornata in me stessa e mi trovai tutta smarrita: «Mio Dio», dicevo, «è vero oppure sogno quanto ho veduto? Mio Dio, e come crederò che quel nobile giovanetto, tanto amabile, che ha destato nel mio cuore tanta purità, tanta devozione, sia Gesù Cristo?».

Stavo perplessa se credere lo dovessi, quando dallo Spirito del Signore nuovamente là fui condotta, e mi si diede a vedere il mio caro Gesù, e così mi parlò: «Figlia, che non mi conosci? sono Gesù Nazareno». E per accertarmi del vero, mi mostrò le sue cicatrici, mi fece coraggio a camminare, mi disse ancora che avessi invocato il suo nome in tutti i miei bisogni, che avrei sperimentato il suo particolare aiuto. I buoni effetti che produsse nel mio cuore furono molto copiosi, senza dilungarmi di più, lascio a vostra paternità immaginarlo.

3 – MI FECE RIPOSARE SOPRA IL SUO PETTO


3.1. Nel Cenacolo


Correva ancora l’anno 1804, quando fui favorita dal mio Signore con grazia molto singolare. Mi ero ritirata secondo il solito, al mio oratorio, circa le ore due della notte, mentre, come già dissi, posto che avevo le due figlie a dormire, invece di trattenermi in conversazioni con i parenti ed altri, mi ritiravo al luogo surriferito a fare orazioni. Mi pongo dunque come il solito alla presenza di Dio, umiliando me stessa, quando sopraffatta dallo Spirito del Signore, mi intesi come prendere per la mano e come condurre altrove, senza però conoscere chi mi conducesse.

In questo tempo perdo ogni idea sensibile, abbandonata con ogni sicurezza nello Spirito del Signore, mi lascio condurre a suo bell’agio. Ecco che ad un tratto mi trovo alla porta del Cenacolo, in Gerusalemme, senza sapere che luogo fosse questo. Mi trovavo come smarrita, andavo dicendo tra me: «Mio Dio, mio Dio, che luogo è questo mai, che luogo è questo?».

Mi fece intendere per parte di intelligenza, essere quello il Cenacolo. A questa notizia mi balzava il cuore nel petto per il contento, quando improvvisamente vedo aprire la porta. E come potrò io terminare il racconto? Mio Dio, lasciate che la vostra serva per un momento si dimentichi le sue scelleraggini, perché possa liberamente manifestare le vostre misericordie.

Aperta che si fu la porta, come già dissi, vidi nel mezzo del Cenacolo la tavola apparecchiata, disposti in bell’ordine i santi Apostoli, vedo il mio caro Gesù nel mezzo di questi, che amorosamente dispensava loro il suo santissimo Corpo. Il buon Gesù invitò ancora la povera anima mia ad approssimarsi a quella tavola nobilissima, ma il mio spirito fu sopraffatto da sommo timore, che non mi permetteva di potermi accostare, ma fui improvvisamente dallo Spirito del Signore là condotta a viva forza, mi pongo sotto la tavola, tenendo per sommo favore di stare sotto di questa. Eppure, chi lo crederebbe? il buon Gesù di propria mano mi trasse fuori, e mi fece sedere presso di lui. Divenni in quel momento l’oggetto delle più alte ammirazioni di questi nobili personaggi, che sedevano a quella lauta mensa. La loro ammirazione mi accresceva l’annientamento, l’umiliazione.

Il buon Gesù, per dimostrare l’amore infinito che portava alla povera anima mia, di propria mano mi comunicò. E chi mai potrà ridire i mirabili effetti che sperimentò il mio cuore? Ricevuto che ebbi il prezioso dono, sorpresa fui da dolce sonno, e il mio caro Gesù mi fece riposare sopra il suo petto. O dolce riposo! quali celesti dottrine mi vennero insegnate da questo divino Maestro, di qual scienza venne ammaestrata la povera anima mia, quali cognizioni non ebbe appartenenti all’infinito amore suo! Tutta mi sentii stemperare dall’amore di questo amoroso Signore.

3.2. Al Getsemani


Nell’anno 1804 tre volte fui condotta dallo Spirito del Signore al Getsemani, di maniera che avevo imparato la strada, e sapevo chiaramente conoscere quale fosse la strada che conduceva al Cenacolo e quella che conduceva al Getsemani.

Conoscevo un religioso francescano, che era stato molti anni a Gerusalemme, gli feci la descrizione di questi luoghi, gli domandai se veramente la situazione del Getsemani e del Cenacolo fosse come io l’avevo descritta, mi rispose di sì, che senza dubbio chi mi aveva così ben informato, credeva che vi fosse stato a visitare questi santuari, mentre con tanta precisione mi aveva indicato perfino la situazione dei suddetti luoghi. Senza far parola di quanto era passato nel mio spirito, lasciai credere alla sua giusta riflessione che persona che vie era stata mi avesse reso così bene informata.

3.3. Gli esercizi di sant’Ignazio


Correva ancora l’anno 1804, quando pensai di fare otto giorni di ritiro, benché questo ritiro non riguardasse altro che l’interno, senza che i miei parenti si fossero avveduti di quanto passava nel mio spirito.

Mi servii del libro degli Esercizi di sant’Ignazio del Casani. Molto fu il fervore che Dio mi compartì, diversi furono i buoni sentimenti, fermi e stabili furono i propositi; ma perché avessero più valore, pensai di scriverli con il proprio sangue. A questo oggetto mi ferii con un coltello, e così potei scrivere i propositi. La carta scritta che avevo formato a guisa di cuore, la misi sotto il quadro del santissimo Crocifisso, che mi liberò dal colpo mortale della pistola, come già si disse al foglio numero tre.

Per mezzo di questo atto generoso, molto grande fu la vittoria che riportai sopra il mio amor proprio, assistita dalla grazia di Dio incominciai ad acquistare una certa libertà di spirito, molto necessaria a chi desidera approfittare nello spirito. Questa fu la grazia che il Signore mi fece, per l’atto generoso che avevo fatto per amor suo.

Molta fu la ripugnanza che ebbi a soffrire di dovermi ferire di propria mano, al solo pensarlo venivo quasi meno, tremavo dall’apprensione, mi raccomandavo alla gran Madre di Dio, piangendo le mostravo la mia debolezza. Fatta la preghiera, vinsi la ripugnanza, e intrepida presi il coltello, invocai l’aiuto di Dio, mi ferii, e così potei scrivere a gloria del mio Signore i propositi fatti.

Vado dal mio confessore e gli rendo conto di quanto avevo fatto; egli mi disse che avvertissi bene di non fare mai più cosa alcuna senza la sua licenza, mi ordinò di prendere la suddetta carta e bruciarla davanti all’immagine del santissimo Crocifisso suddetto. Obbedii senza la minima pena; in questa occasione feci voto di obbedienza, cioè di obbedire con perfezione il confessore pro tempore e di essere a questo perfettamente soggetta.

3.4. Il demonio non lascia di perseguitarmi


Non lasciava il demonio di perseguitarmi, per farmi deviare dall’intrapreso tenore di vita; si servì di personaggio molto saggio e prudente per disapprovare il mio spirito, mi fece dire da altre persone che molto meglio sarebbe per me e per la gloria di Dio lasciare alle religiose tanta ritiratezza, che avessi pensato a compiacere i parenti, mentre questi altro non facevano che mormorare, pensassi di fare la vita da secolare e non da religiosa, che al Signore non piaceva la mia condotta; mi fece dire ancora che avessi pensato di piacere al consorte, che questo voleva il Signore da me. Siccome mai ebbi alcun trasporto a quanto permette il matrimonio, non essendo richiesta dal consorte, era per me di sommo contento, altro sollievo non avevo che trattenermi lungamente con il mio caro Gesù, desiderando di essere tutta sua.

Mentre non altro fine ebbi di passare allo stato matrimoniale che levarmi dall’angustia che soffrivo nella casa paterna. Era mio padre negoziante di campagna, attese le cattive stagioni e il malanimo di diverse persone, fecero sì che comparisse fallito, non ostante il suo ricco patrimonio di cinquantasettemila scudi di capitali, i pretesi creditori si impadronirono dell’asse patrimoniale, e lo depauperarono, e al povero mio padre convenne vedere languire la sua numerosa famiglia di otto figli, cinque maschi e tre femmine.

I fratelli avevano poco e niente giudizio, avevano di frequente qualche questione tra loro, il vitto e vestito era molto scarso, motivo per cui cercavo a tutti i costi di collocarmi.

Ero nella massima indifferenza, la prima apertura che mi si fosse data ero pronta ad abbracciarla, molto volentieri sarei entrata in monastero, molte volte vi fu provato, ma non mi fu possibile. Provai perfino di andare a servire qualche signora che stesse in monastero, sentivo un trasporto grande allo stato monastico, quando potevo avere un breviario alla mano ero nel mio centro, mi trattenevo le ore sane a recitare i salmi e le lezioni con somma consolazione del mio cuore. Nonostante che mi fossi dimenticata del voto fatto, come si disse al foglio numero due.

3.5. «Sei a me consacrata»


L’ambasciata dunque di questo personaggio mi fu di somma pena, altro non facevo che ricorrere di frequente alle orazioni, con lacrime e sospiri sfogavo le mie pene con il mio caro Gesù. Gli dicevo: «Gesù mio, come va questa cosa, voi mi fate conoscere che il regolarmi in questo modo è di vostro piacimento, e questo vostro ministro biasima la mia condotta. Gesù mio, vi chiedo, per carità! fatemi conoscere quello che devo fare per piacervi».

Piangendo e sospirando passavo le ore intere cercando di sapere la volontà di Dio; quando nel profondo silenzio della notte, dopo molte lacrime, lo spirito fu sopraffatto da interna quiete. Dolce voce così mi parlò: «Figlia, perché così ti lamenti, sappi che sei a me consacrata».

A queste parole qual mi restassi non so spiegarlo.

«Mio Dio, e come sono consacrata a voi?», prese a dire la povera anima mia, «Ah, Gesù mio, io non vi intendo, cosa volete dirmi; io consacrata a voi? E come, se non sono più libera di me! Ah, Gesù mio, quanto mi pento di non essermi a voi consacrata», piangendo dirottamente; non capivo il giusto senso delle sue parole, che volevano ricordarmi il voto fatto. Per ben tre volte si degnò di parlarmi così, per tre notti consecutive, la terza notte mi ricordai il voto fatto, a questa ricordanza qual mi restassi non posso spiegarlo, credetti veramente di morire, passai tutta la notte in amare lacrime cagionate dal gran dolore che mi recava il ricordarmi la mia infedeltà; venivano questi sentimenti dolorosi accompagnati da una certa speranza nell’infinita bontà di Dio, che sarebbe per perdonarmi il mio gravissimo fallo.

La mattina di volo vado al mio confessore, piena di affanno e di pena, gli racconto il fatto surriferito, con tante lacrime e con tanto dolore, che corsi il pericolo di morire ai suoi piedi.

Questo ministro del Signore mi fece coraggio, e mi fece considerare il giusto senso delle amorose parole: «Figlia», mi disse il mio confessore, «coraggio, queste non sono parole di rimprovero, ma sono parole per voi molto consolanti. Dio non vi rimprovera con queste parole, ma vi dà la consolante nuova che a lui appartenete, e insieme vi ricorda di non essere stata a lui fedele, quasi scusando la vostra dimenticanza. Per nova consolazione vi dice che siete a lui consacrata. Figlia, datevi pace, e ringraziate il vostro amoroso Signore dell’alto favore che vi fa. Riflettete al tempo che vi parlò, quando voi eravate in angustia, per il timore di non piacere a lui. Queste parole vi rendono certa del piacere che ha della vostra condotta. Con queste parole vi volle consolare. Figlia, apprendete il giusto senso, mentre io vi spiego le sue parole. «Figlia», vi disse, «perché così ti lamenti? Sappi che sei a me consacrata!». E dove volete trovare parole più dolci, più consolanti di queste? Rallegratevi, che ne avete giusto motivo. Ciò nonostante dalla Penitenzieria vi farò avere la dispensa del voto. Io farò il memoriale a vostro nome, e voi vi contenterete di fare la penitenza che vi darà».

Di qual consolazione, di molto conforto mi furono le parole di questo buon padre gesuita, mio confessore.

3.6. Mi domandò quanto lo amassi


Correva l’anno 1805, mese di giugno, giorno 24, festa del grano precursore san Giovanni Battista.

Ricevuta la santa Comunione con sommo raccoglimento, il mio Dio mi fece fare tre atti di amore, domandandomi cortesemente e amorosamente quanto lo amassi. A questa interrogazione quale affetto si destò nel mio cuore io non ho termini di spiegarlo, quali offerte gli feci di tutta me stessa, e molto si accrebbe di amore nel mio spirito. «Sì», gli risposi speditamente, «sì, mio amoroso Signore, vi amo assai più di me stessa, e per amor vostro sono prontissima a dare il sangue e la vita, non una volta, ma mille volte, se mille vite possedessi tutte le sacrificherei alla vostra maggior gloria. Ah, Gesù mio, vi offro questa mia vita, degnatevi di riceverla, non come mia, ma come vostra. Fate pur voi di me quello che vi aggrada».

Molto gradì l’offerta, e si degnò chiamarmi con il dolce nome di sua diletta figlia.

3.7. Riparazione eucaristica


Il giorno 30 luglio 1805 la povera Giovanna Felice racconta di sé: Ero tutta afflitta e angustiata per non sentire in me alcuna disposizione per ricevere la santa Comunione. Mi trattenevo ascoltando la santa Messa, pregando il mio Signore Gesù Cristo, acciò degnato si fosse a darmi qualche disposizione per poterlo ricevere. Avevo già pensato di comunicarmi in altra Messa, quando udii invitarmi amorosamente.

«Figlia», sento dirmi, «figlia diletta mia, vieni a ricevermi. Allontana da te il soverchio timore, il mio invito ti rende degna. Vieni a compensare le ingiurie che ricevo in questo sacramento!».

A queste parole da forza superiore fui condotta alla balaustra dell’altare. Mille affetti in uno mi facevano balzare il cuore in seno; piena di santo affetto, così presi a dire: «Sì, mio Dio, voglio compensare le ingiurie che avete ricevuto e che tuttora ricevete in questo sacramento. Ma ditemi voi, o Salvatore adorabile, cosa mai devo fare».

Andavo intanto immaginando di fare le penitenze più rigide per dargli qualche compenso. «Mio Dio», dicevo, «ditemi quello che devo fare. Sono pronta a morire sotto i più spietati flagelli e tormenti per potervi piacere e compensare le ingiurie che avete ricevuto da me e che ricevete da tanti peccatori, fratelli miei. Ditemi, di grazia, quello che devo fare».

«Figlia», soggiunse il mio Signore, «non altro devi fare che offrire i miei meriti al mio eterno Padre».

Pregai acciò si degnasse ispirarmi come dovevo offrire i suoi meriti; mi parve che in questa maniera dovevo dire: «Eterno Padre, vi offro i meriti di Gesù Cristo, vostro Figliolo, milioni di volte ogni punto della mia vita, ogni respiro del mio cuore, per compensare le ingiurie che avete ricevuto da me e da tanti peccatori, fratelli miei. Miserere nobis, miserere nobis, Sacro Cuore del mio Gesù, fa’ che ti ami sempre più».

Permise Dio in questo tempo che il mio confessore si allontanasse dalla chiesa dove confessava, che era vicino alla mia abitazione, e per le molte sue occupazioni poco attendeva al confessionario, sicché molto di raro potevo parlargli, sebbene molte furono le esibizioni che mi fece, per sua carità, volendo a costo di ogni suo incomodo proseguire a dirigere la mia povera anima. Dopo molte orazioni, mi parve che, per la gloria di Dio, dovevo allontanarmi dal suddetto, e così feci.

3.8. Nuovo confessore


Mi raccomandai caldamente al Signore, acciò mi avesse ispirato a chi dovessi affidare l’anima mia. Mi portai dunque, a questo oggetto, in una chiesa, mi raccomandai al mio protettore sant’Ignazio, acciò mi avesse ottenuto dal Signore lume per fare buona scelta, mentre erano molti i confessori che erano in questa chiesa. Andai dove fui ispirata, mi presento al confessionario, dove fui ascoltata da un ministro di Dio con somma carità, molte furono le interrogazioni che mi fece, e al momento si fece padrone del mio cuore, mi promise di assistere la povera anima mia con tutto l’impegno, con tutta premura, purché fedelmente avessi obbedito, e gli avessi manifestato quanto passava nel mio spirito, e prontamente avessi eseguito quanto sarebbe per comandarmi. Io gli promisi che quante volte fosse volontà di Dio, che dovessi proseguire sotto la sua direzione, gli promettevo di obbedire prontamente.

Fra le tante cose che gli dovetti dire, per renderlo informato del mio interno, gli dissi che avevo il voto di castità, ma che questo non era perpetuo, ma solo di tempo in tempo, da rinnovarsi secondo l’obbedienza del confessore pro tempore. Gli dissi ancora che era terminato il tempo prescrittomi dal passato confessore, perciò avesse detto come mi dovevo regolare, mentre non mancavano altro che tre giorni, perciò desideravo rinnovare il votò. Mi disse che avessi sospeso la rinnovazione del suddetto voto, perché voleva discorrere più a lungo riguardo al mio spirito, perciò mi disse che fossi andata in altra giornata.

Mi porto in altro giorno dal suddetto e mi disse: «Sapete che ho pensato? Invece di fare il voto, voglio che vi soggettate al vostro consorte; voglio che voi siate la prima a richiedere al suddetto quanto vi spetta».

A questo comando qual fosse la mia pena solo il mio Dio lo sa, che ne fu testimonio. Passai tutta la giornata raccomandandomi caldamente al Signore, piangendo e sospirando gli dicevo: «Mio Dio, mio sommo amore, per piacere a voi, Gesù mio, desidero obbedire al mio confessore, ma non voglio mancare di fedeltà a quanto vi ho promesso. Voi siete onnipotente, tutto potete, mi raccomando alla vostra carità. Voi lo sapete quanto più volentieri passerei le fiamme ardenti. Sì, molto più facile mi sarebbe, di quello che fare questa obbedienza; ma son contenta di obbedire, benché mi dovesse costare la vita. Gesù mio, per quella ripugnanza che soffriste voi, nel dar la vostra vita in mano a spietata morte per amor mio, degnatevi di ricevere la mia obbedienza».

A questa preghiera, mi sentivo rispondere amorosamente: «Figlia, non dubitare, io ti difenderò. Sei a me consacrata, io ti custodirò. Se mi vuoi piacere, devi obbedire senza timore, figlia diletta mia, non sarai molestata».

A queste parole vidi candida luce che mi circondò, e mi fu comunicata una semplicità, una purità soprannaturale; fui sopraffatta da interna quiete, e il mio spirito risposava dolcemente in quella bella luce, che mi circondava.

Richiedo quanto l’obbedienza mi aveva comandato, e per grazia di Dio mi venne negato. Oh, quanto mai grandi furono i ringraziamenti che resi al mio Dio! Fui assicurata dal Signore che mai sarebbe stato molestato il mio corpo, mentre a lui apparteneva, per essere io a lui consacrata.

Tornai al mio confessore e non ebbi coraggio di manifestargli tutto l’accaduto, solo gli dissi la negativa avuta dal consorte. Mi comandò nuovamente di richiedere, e fui per la seconda volta assistita dall’infinita bontà di Dio, nella stessa maniera sopra accennata.

Tornai al mio confessore, e gli rendo conto di quanto era passato nel mio spirito. Molto mi gridò, perché non avevo la prima volta manifestato la grazia del Signore. Mi diede licenza di fare il voto di castità per tre mesi, per poi rinnovarlo di tempo in tempo.

Molto grande era la premura, la carità che mi usava questo buon ministro del Signore, e mi diceva che molto lume gli compartiva il Signore per guidare l’anima mia, e che, in molti anni che dirigeva anime, solo di due o tre aveva ricevuto tanto lume da Dio per dirigerle. Questo mi servì di consolazione e di prontamente obbedire a quanto mi comandava.

4 – CONFERMATA IN GRAZIA


Il giorno della Visitazione di Maria Santissima, il 2 luglio 1805, dopo la santa Comunione, mi trattenevo con molto raccoglimento a considerare l’infinita misericordia di Dio nel tollerare la mia ingratitudine. Quando fui sorpresa da dolce sopimento.

In questo tempo fui trasportata in spirito in luogo magnifico, dove vidi nell’altezza dei cieli l’augusto trono di Dio. Nel vedere cosa così grande e magnifica il mio spirito si riempì di sommo timore. Molti messaggeri celesti cortesemente mi invitavano, da parte dell’eterno Dio, ad approssimarmi al magnifico trono, ma il sommo timore non mi permetteva di accettare l’invito. Quando a bella posta, apparve la gran Madre di Dio, tutta ammantata di chiarissima luce, tutto amore verso di me, mi dava con dolci parole coraggio, acciò mi fossi approssimata all’augusto trono.

Mio Dio, qual confusione è per me manifestare i tratti della vostra infinita misericordia!

La divina Signora mi onorò, con l’accompagnarmi lei stessa al magnifico trono. Cosa mai potrò dire per spiegare qualche poco la magnificenza, la maestà, la santità che conoscevo in Dio, per parte di intima intelligenza, mentre niente di preciso vidi, perché candido velo, unito a luce chiarissima m’impediva di vedere. Niente vedevo, e molto comprendevo per parte di interna cognizione, quali furono gli affetti del mio cuore non so spiegarlo. Ero tutta intenta a rendere grazie al mio Dio, quando imperiosa voce così mi parlò: «In questo giorno sei confermata in grazia. Favore tanto segnalato ti viene compartito per il valevole patrocinio di questa eccelsa Madre».

4.1. Che cosa voleva dire?


Tornata in me, mentre ero alienata dai sensi, pensando a quando mi era seguito, non sapevo cosa volesse dire quella parola: «confermata in grazia». Credetti che mi fossero stati rimessi i peccati commessi. Non avevo coraggio di manifestarlo al confessore, perché ne avevo sommo timore, perché questo ministro di Dio non si era avveduto del mio timido carattere, per esser poco tempo che assisteva la povera anima mia; mi teneva in qualche sorta di soggezione, motivo per cui poco e niente potevo manifestargli quanto passava nel mio spirito.

Ero tutta contenta, credendo che la parola «confermata in grazia» volesse significare che mi erano stati perdonati tutti i peccati.

Dopo qualche tempo che mi era seguito il suddetto fatto, discorrendo, con la mia sorella monaca, di un gran servo di Dio, mi disse che questo non andava più soggetto alle sue miserie, per essere il suddetto confermato in grazia.

A queste parole della mia sorella, intesi balzarmi il cuore nel petto, restai piena di confusione, mentre la suddetta mi fece credere che questa grazia fosse molto singolare. Io, benché a questo parlare della mia sorella, restassi molto sorpresa, nulla detti a vedere di quanto passava in me, ma con santa indifferenza seppi occultare la grande ammirazione che cagionò in me il suo parlare. Nonostante l’interna ammirazione niente mostrai nell’esteriore, ma con mezzo termine proporziona mi divisi dalla suddetta, per il timore che avveduta non si fosse di quanto passava nel mio spirito, perché fui sorpresa da interno fuoco, e questo appariva nel mio volto.

Mi ritirai in luogo appartato, e incominciai a pensare come potesse essere vero quanto mi era accaduto. Andavo dicendo tra me: «E come sarà possibile che sia vero quanto mi è seguito? Io sono tanto scellerata! La mia sorella ha detto che questa grazia il Signore la concede alle anime perfette. Sicuramente questa è una illusione!».

Non sapendo cosa decidere, non avevo coraggio di manifestarlo al confessore. In questo tempo il suddetto fu eletto vescovo, e per conseguenza abbandonò il confessionario. Per sua bontà pensò lasciarmi ad un buon sacerdote, da lui creduto molto pratico intorno alla direzione di spirito. Questo era un giovanetto di santi costumi, ma poco e niente pratico di guidare anime. Pensai dunque di andare dal padre gesuita, mio passato confessore, del quale feci menzione nei fogli passati, gli raccontai il fatto suddetto.

« Padre », gli dissi, «per carità, mi dica se è illusione del demonio. Come è possibile che io abbia ricevuto questa grazia?».

« Figlia », rispose il suddetto, «non posso dubitare che quanto mi avete manifestato non sia grazia del Signore. Figlia, è molto tempo che il Signore vi ha fatto questa grazia. Sono quattro anni che vi confessate da me, e non ho mai trovato materia di assoluzione. La grazia che voi avete ricevuto è di saperlo, a molte anime il Signore concede questa grazia, ma a poche lo manifesta. Il Signore si è degnato manifestarlo a voi, ma, batate bene di occultare la grazia ricevuta, non ne parlate con anima vivente».

4.2. L’obbedire mi fu di molta pena


Assicurata della grazia dal buon padre gesuita, restai quieta e contenta. Credetti bene di obbedire il buon Vescovo, proseguii ad andare da quel confessore che mi aveva lasciato. Il suddetto mi servì di molto esercizio di pazienza e di somma sofferenza; quando gli rendevo conto del mio spirito ne formava le più alte meraviglie, e senza proferir parola su quanto gli avevo detto, mi dava la benedizione, e mi diceva: «Vi aspetto un altro giorno». In altre occasioni mi diceva: «Non voglio che le mie penitenti sollevino nelle orazioni le loro menti a Dio. Ho piacere che camminino terra terra, perciò vi comando che nelle orazioni altro non meditate che la morte, il giudizio, l’inferno, e non andate tanto sollevando lo spirito».

L’obbedire mi fu di molta pena, perché non era in mio potere fare ciò. Il Signore, il più delle volte, furtivamente mi rapiva lo spirito, per parte di un tocco interno. Ero sollevata a contemplare le divine perfezioni. A queste cognizioni intellettuali si accendeva la volontà di amore ardente, che mi traeva fuori di me stessa, non ero capace di altro che andare appresso al mio Signore, che fortemente mi tirava. Terminata la divina illustrazione, mi ricordavo di quanto il confessore mi aveva comandato. Tutta mortificata mi volgevo al Signore, mostrandogli il dubbio che avevo di avere disubbidito; ma il mio Signore mi faceva chiaramente conoscere che non avevo su di ciò colpa alcuna, ma che la creatura non può resistere al Creatore.

4.3. Un confessore sbagliato


Sicché le orazioni invece di essermi di consolazione mi erano di pene; andavo risolutissima di non mi partire dalle meditazioni impostemi dal mio confessore; procuravo di ritenere lo spirito racchiuso quanto mai potevo, macché, il più delle volte non avevo terminato l’orazione preparatoria, che il mio Dio s’impadroniva del mio spirito e mi dava cognizioni ben grandi, riguardanti le sue divine perfezioni.

A queste cognizioni la povera anima mia s’infiammava di carità, per mezzo della carità viepiù s’inoltrava a contemplare le divine perfezioni, ma appena mi avvedevo di essermi tanto inoltrata, procuravo per quanto potevo di ritirare lo spirito da questo gran bene, per non mancare all’obbedienza. Macché, appena avevo ritirato lo spirito, che tornava nuovamente Dio a sollevarlo.

Queste orazioni mi erano di afflizione e di pene; tutte le volte che il Signore si degnava di favorirmi, piangevo dirottamente, per timore di aver mancato all’obbedienza. Quando il Signore non era tanto lesto di rapirmi lo spirito, mi mettevo a considerare le pene dell’inferno, e procuravo con tutto lo studio di eccitare in me orrore e spavento, acciò non si fosse sollevato lo spirito, macché! trovava ancora in questa tetra meditazione la maniera di sollevarsi a Dio, considerando, invece della rigorosa giustizia, l’amore di un Dio amante. «Mio Dio», andava dicendo fra sé la povera anima mia, «tanto vi preme il beneficarmi, che mi intimorite con l’inferno! O amore grande ed infinito, tanto vi compiacete di possedermi, che se non vi voglio amare per amore vi contentate che vi ami per il timore dell’inferno».

A queste ed altre simili riflessioni si accendeva il mio spirito di amore tanto grande verso il suo Dio che, trasportata dalla fiumana della carità, la violenza dello spirito violentava il corpo, sicché ora cadeva sul suolo come morto, ora si dibatteva con moti convulsi, ora mi pareva che il cuore si volesse dividere in mille pezzi, parevami volesse balzare dal seno; troppo procuravo di far resistenza alla grazia di Dio per obbedire il mio confessore, ma la forza maggiore vinceva la minore.

Molto era grande la pena che soffrivo tutte le volte che mi dovevo presentare al suddetto, perché le sue parole non altro servivano che per angustiarmi. In undici mesi circa che fui diretta dal suddetto, tutte le volte che mi parlava aveva nuove idee sopra di me, diverse volte, senza sapere né che né come, mi leva la santa Comunione. Permette Dio che i direttori prendano qualche equivoco verso le anime che dirigono, ma il suddetto, senza sua colpa, trovava tutte le maniere di affliggermi quotidianamente, nonostante questo forte urto, mai perdetti la pace del cuore, ma il mio spirito era sempre tranquillo, e, tutta abbandonata in Dio, passai gli undici mesi.

Per giuste cagioni il suddetto dovette abbandonare il confessionario. Il Signore mi diede a conoscere che dovevo trovare altro direttore; fintanto che non fui soggetta al suddetto direttore mal pratico, credetti sempre che fosse comune a tutti l’essere così favorita da Dio nelle orazioni, sicché non sapevo qual fosse il motivo delle sue ammirazioni.

Finalmente una mattina mi disse: «Ditemi un poco, chi credete di esser voi, che pretendete di stare in confronto di una santa Caterina, di una santa Geltrude, di una santa Maria Maddalena de’Pazzi? Eh, ci vuole altro! eh vi pare a voi cosa conveniente di tanto innalzare lo spirito nelle orazioni? Lasciate fare alle anime contemplative queste sorte di orazioni non hanno tanta comunicazione, come dunque sarà possibile di credere che a voi tanto vi sia permesso da Dio il potervi inoltrare, se, come dissi, alle anime contemplative, dopo rigorose e austere penitenze, non a tutte permesso di tanto inoltrarsi, come sarà permesso a voi di tanto inoltrarvi?».

Prosegue a dire: «Un’altra cosa mi fa molto specie in voi, mi dite che non soffrite alcuna pena dallo stimolo della carne, io più rifletto al vostro spirito e meno ne capisco!».

Le parole di questo ministro di Dio mi misero in somma pena, pensando che avesse molto ben ragione di farmi un tal rimprovero, mi detti a credere di essere illusa e dal demonio ingannata. Secondo il mio solito, ricorsi al mio Dio con molte lacrime, pregandolo a farmi conoscere se la povera anima mia era ingannata dal demonio. Il Signore si degnò assicurarmi che non era opera del demonio, ma opera della sua grazia, mi diede a conoscere ancora, come dissi di sopra, che mi fossi trovata altra guida, altro direttore. Ricevuto il suddetto avviso, mi raccomandai caldamente al Signore per fare una buona scelta.

4.4. Un altro confessore


La mattina che ricorreva la festa del glorioso apostolo san Giacomo del 1806, ebbi particolare ispirazione di portarmi in una certa chiesa, e presentarmi a un tale ministro di Dio, senza sapere chi fosse. Vado dunque, e come piacque a Dio, trovai un uomo di santa vita, molto pratico, mi accolse con molta carità. Molte furono le interrogazioni che mi fece riguardo al mio spirito, ma tutto trovò conforme allo Spirito del Signore. Il suddetto mi dette coraggio e licenza di andare a Dio tutte le volte che si degnava chiamarmi, anzi mi disse di più, che nelle orazioni avessi pure liberamente sollevato lo spirito e fossi andata liberamente dove Dio si degnava condurmi, che mi fossi slanciata liberamente verso il mio Signore.

Alle parole dell’accennato direttore, il mio spirito andava a briglia sciolta verso il suo Signore, tutte le volte che a sé chiamava per mezzo di interne illustrazioni, oh, come la povera anima mia stendeva le sue ali, e aspettando se ne stava di essere sollevata dal benefico vento della carità dell’eterno Dio! E il mio buon Dio, non curando la sua grandezza, si degnava di abbassarsi per favorire la mia bassezza. Oh, come facevamo a gara lui a sollevarmi e io ad umiliarmi! Più mi umiliavo e il mio Dio più mi innalzava.

La contemplazione era il frequente pascolo che Dio si degnava dare alla povera anima mia per nutrirla quotidianamente, e così con questo prezioso cibo si sosteneva senza gustare di quelli tanto diversi cibi che è solito dare il mondo ingannatore. Trovavo l’anima mia sempre pronta a sostenere ogni qualunque battaglia che le veniva mossa dai suoi spietati nemici. Tutti ad un tratto coraggiosamente li affrontavo con la grazia di Dio.

4.5. Con Anna Maria Taigi alla Scala Santa


Erano passati già sei mesi che ero soggetta a questo buon direttore, quando al Signore piacque chiamare agli eterni riposi il mio buon padre. Il dolore della sua perdita fu mitigato dalla preziosa sua morte, che fu il 29 gennaio del 1807.

Molto mi affaticavo di suffragare la benedetta sua anima, non solo con le mie povere orazioni, ma con farlo raccomandare da diverse anime buone. In questa occasione ebbi la sorte di conoscere una penitente del padre Ferdinando trinitario scalzo di San Carlo alle Quattro Fontane. Mi raccomandai a questa buona serva di Dio, acciò facesse qualche suffragio al defunto mio padre. La suddetta mi disse che molto giovevole sarebbe stato il visitare per il suddetto la Scala Santa. Mi portai dunque con la suddetta serva di Dio alla Scala Santa un giorno di venerdì di marzo.

4.6. Il padre Ferdinando


Il padre Ferdinando, confessore della suddetta, volle parlare con me; per cose riguardanti questa sua penitente. In questo tempo mi trovavo senza condirettore, per essere il suddetto andato fuori a predicare. Erano dei giorni che avevo bisogno per mia quiete di manifestare una cosa riguardante il mio spirito. Credetti bene fare una confidenza con questo buon padre trinitario di quanto mi accadeva nelle orazioni, nel tempo che non vi era il mio direttore. La cosa era che quando m’inoltravo molto nelle orazioni, sentivo una voce interna che mi parlava con tanta chiarezza, e il mio spirito si tratteneva con questa a parlare con dolcezza di cose molto alte, appartenenti all’infinito amore che Dio porta alla povera anima mia. Questa voce l’ammaestrava come si doveva portare verso il suo Dio per potergli piacere, la cosa era tanto chiara e sensibile, che io ne restavo molto intimorita, dubitando di qualche illusione, credetti bene manifestarlo al suddetto padre, il quale mi dette molti avvertimenti riguardo alla maniera che doveva portarmi in questi casi. Mi disse ancora che tutte le volte che mi fosse occorso qualche cosa, fin tanto che tornato non fosse il mio direttore, mi averebbe fatto la carità di assistermi.

La sua caritativa esibizione riempì il mio cuore di gratitudine e di filiale confidenza; sicché, tutto il tempo che il mio direttore stette fuori, mi prevalsi della bontà del lodato padre. Molto giovevoli erano al mio spirito le sue parole; molto spesso andavo a trovarlo, benché il viaggio fosse ben lungo, essendo la mia abitazione vicina a piazza di Pietra, era tanta la dolcezza di spirito che Dio mi faceva provare in quel lungo viaggio, che non curando né pioggia né vento, mi portavo là con tanta soavità di spirito che, nell’entrare in quel sacro tempio, mi pareva di entrare in un paradiso.

Le parole del lodato padre facevano in me cose molto mirabili; le sue parole avevano tanta efficacia che erano sufficienti per unirmi con Dio. Oh, quante volte in confessionario medesimo il Signore si degnava compartirmi i suoi favori, facendomi gustare i dolci effetti della sua misericordia!

Diverse volte mi avvedevo che il Signore rendeva partecipe il lodato padre di quella grazia che Dio si degnava comunicare alla povera anima mia, con farli provare in quei momenti una particolare dolcezza di spirito.

4.7. La grazia dei santi Esercizi


La seconda domenica dopo Pasqua tornò in Roma il mio direttore, ringraziai il buon padre Ferdinando della carità usatami, e piena di filiale amore mi congedai da lui; ma il mio cuore aveva ricevuto dal suddetto padre una particolare impressione, che per essere opera di Dio non era in mio potere poterlo scancellare dal mio cuore. Il mio spirito era sempre a lui rivolto, quando potevo ottenere dal mio direttore la licenza di andarlo a trovare, il mio spirito era sopraffatto da interna dolcezza, e sentiva che forza superiore a lui mi conduceva.

Tra le molte grazie che Dio mi compartì in questo tempo, una delle maggiori fu il fare i santi esercizi al Santissimo Bambino Gesù. Grazia veramente grande, per le grandi difficoltà che dovetti incontrare per ottenere dai parenti la licenza. Ma, come a Dio piacque, mi fu dai suddetti accordata la licenza. Il giorno dunque dell’Ascensione del Signore del 1807 mi portai al venerabile monastero del Santissimo Bambino Gesù a fare i santi esercizi. E come potrò io manifestare tutte le grazie, le misericordie, i favori che mi compartì il Signore in quei giorni di ritiro?

Ma per non mancare all’obbedienza, con l’aiuto di Dio qualche cosa dirò. La vigilia dell’Ascensione del Signore, dopo la santa Comunione fui sollevata da alta contemplazione, dove il Signore mi fece intendere che voleva sollevare l’anima mia a un grado molto alto di perfezione, e fin da quel momento mi fece passare a maggior grado. In questi termini fu invitata la povera anima mia dal suo diletto: «Sorgi», mi disse, «sorgi, diletta figlia, sciogli dal collo tuo le catene, non è più tempo di schiavitù!».

A queste parole l’anima mia fu sciolta da certi naturali legami che la nostra misera umanità va soggetta, e che le anime che attendono alla perfezione ne sono sciolte con la lunghezza del tempo, e con la pratica delle sode virtù; ma il Signore si degnò usare verso di me questo tratto di sua infinita misericordia, e mi donò per grazia quello che in nessun conto mi aspettava per merito.

Ecco come la povera anima ascese ad un grado di maggior perfezione, senza alcun merito proprio, ma solo per parte di particolar predilezione di quel Dio che mi creò per amarmi, nonostante la mia ingratitudine.

Al momento sperimentai i buoni effetti della grazia, il mio intelletto fu ripieno di sapienza, per mezzo di questo dono il mio spirito si sollevava a Dio, e da Dio ne riportava nuove grazie.

4.8. Una preziosa corona


Ho dimenticato di scrivere un fatto che mi seguì il giorno 19 nel mese di marzo del 1807, nel tempo che era fuori il mio direttore e che in mancanza del suddetto mi assisteva il reverendo padre Ferdinando, come si è detto nei passati fogli.

Il giorno che ricorreva la festa del glorioso san Giuseppe, nella santa Comunione, ero tutta intenta a piangere i miei peccati per trovarmi colpevole di impazienza, improvvisamente fu sopito il mio spirito e sopraffatto da intima quiete. Mi parve in questo tempo di essere condotta da mano invisibile sopra di un monte, dove trovai molte anime che formavano d’intorno all’umanità santissima di Gesù Cristo nobile corona. Si arrestò a questa vista il mio povero spirito, riconoscendosi indegno di inoltrarsi, per riconoscere in quelle anime che quivi erano molta santità e perfezione.

Piena di lacrime mi rivolsi a loro, acciò si fossero degnate ottenermi dall’amabile Signore il perdono dei miei peccati, ed intanto, umiliandomi fino al profondo del mio nulla, mi disfacevo in lacrime di contrizione, desideravo ottenere per grazia di esser serva di quelle anime che quivi erano.

Oh, quanto mai erano belle, le vedevo tutte vestite di bianco, trattar familiarmente con Gesù Cristo. Oh, qual consolazione, dicevo tra me, sarebbe poter servire queste anime tanto sante! Ma una indegna peccatrice come sono io non merita tanto onore». Rivolta all’amato Signore, piena di fiducia, dissi: «Gesù mio, abbiate pietà di me, misera peccatrice!».

Ed intanto, discostandomi da quel sacro monte, per rispetto e riverenza, piangendo la mia grande ingratitudine, quando l’amoroso Gesù, pieno di santo affetto, a me rivolto mi disse: «Mia diletta figlia, ti arresta», e, comandato a quelle anime che attorno gli facevano corona, che liberamente mi facessero passare, a me rivolto soggiunse: «Amica mia, appressati a me senza timore. Voglio coronare il tuo capo di pregiata corona».

A questo invito qual contrasto provò il mio cuore di santi affetti, la propria cognizione non mi permetteva di accettare liberamente gli amorosi e replicati inviti del mio Signore. «E come ardirò io», dicevo, «avvicinarmi tanto alla stessa santità? Queste anime giustamente mi rimprovereranno il mio ardire! Ma come potrò resistere a invito tanto parziale che mi fa il mio Signore?».

Ma intanto l’amato Signore, osservando il santo contrasto che facevano i diversi affetti nel mio cuore, si compiaceva di vedermi per amor suo così patire, tornò nuovamente ad invitarmi con maggior efficacia, l’amore di compiacerlo superò il timore di disonorarlo; mi avvicino a lui qual figlia amante al caro padre suo, mi prostro ai suoi piedi, piena di; rispetto e riverenza dicendo: «Domine, quid me vis facere? Fiat voluntas tua!».

Appena ebbi proferito le suddette parole, si degnò con le sue preziose mani calcare sopra il mio capo preziosa corona, poi fece mettere in bell’ordine le suddette anime, mi comandò di sedere ad una bella sedia che quivi era, e comandò alle suddette anime che mi avessero prestato obbedienza.

Queste, piene di rispetto, si degnarono soggettarsi a me, due per due vennero a prestarmi ossequiosa obbedienza; per non più dilungarmi non sto qui a ridire quale e quanta fosse l’umiliazione che cagionò al mio povero spirito questo rispettoso ossequio. Fu tale e tanto il lume di propria cognizione che Dio donò all’anima mia, che credetti veramente di restare annientata nel proprio nulla, un profluvio di lacrime soffocavano il mio cuore, e piena di rossore e confusione nel vedermi d’intorno anime sì care, che non alzavo neppure gli occhi per rimirarle, conoscendomi affatto indegna di loro.

4.9. Otto giorni di Esercizi


Proseguo a raccontare come passai gli otto giorni degli esercizi al Santissimo Bambino Gesù. Il giorno dell’Ascensione del Signore del 1807 mi portai al venerabile monastero del Santissimo Bambino Gesù, in quei santi giorni mi compartì il Signore una unzione di spirito molto particolare, mi donò un raccoglimento molto segnalato, posso dire in qualche maniera che il mio spirito fece la sua dimora non in terra ma in cielo, per quanto è permesso ad un’anima viatrice. Godevo una familiarità molto particolare con il buon Dio, che a tutte le ore mi degnava della sua presenza, godevo ancora della compagnia dei santi Angeli, che commessi venivano dalla bontà di Dio, per mezzo dei quali mi inviava le sue grazie, i sentimenti del corpo poco e niente mi assistevano, per la continua attrazione della grazia che a sé riteneva lo spirito. Nella santa Comunione poi in tutti quei giorni godetti delle particolari comunicazioni che mi tenevano dopo la santa Comunione sopita o per meglio dire alienata dai sensi tre o quattro ore; in guisa che ero incapace di alcuna sensazione.

Dovetti soffrire il rossore di essere da quelle religiose assistenti riconvenuta, perché la mattina mancavo alla orazione comune alle altre esercitanti, all’ora dell’orazione le buone religiose mi cercavano molto, ma non mi trovavano, perché, fatta la santa Comunione, mi ritiravo in un angolo dove non ero osservata, quando mi avvidi che la cosa era un poco di ammirazione, presi il partito di farmi avvisare, insegnai il luogo dove mi trattenevo dopo la santa Comunione ad una esercinante, perché mi avesse avvisato quando era ora di andare all’orazione.

Il dopo pranzo mi ritiravo nella mia camera, servendomi della scusa che avevo bisogno di riposare, e così mi dispensavo di stare con le altre all’ora di ricreazione; nella solitudine della mia camera davo qualche libertà al represso mio spirito, acciò andasse liberamente al suo Dio, che fortemente e continuamente lo tirava. Data la libertà allo spirito, questo senza ritegno tutto ad un tratto si slanciava rapidamente verso l’infinito suo bene, che gli mostrava l’infinito suo amore per mezzo di intellettuali cognizioni, tanto s’inoltrava lo spirito, che veniva a privare di forza il corpo, di maniera che cadeva sul suolo, dove passavo circa due ore, godendo di un bene molto grande che non so manifestare.

Benché mi studiassi di soffocare la grazia, perché nessuno avveduto si fosse dei favori che mi compartiva Dio, indarno mi affaticai l’ultimo giorno nella Comunione generale, perché, quando fui vicino a comunicarmi, il Signore mi tirava con tanto impeto, che, nonostante la forte violenza che facevo a me stessa per occultare la grazia, il mio corpo balzava a viva forza, sicché ricevuta la sacra particola, caddi stramazzone per terra. Le buone religiose assistenti accorsero subito ad aiutarmi, supponendo male naturale, procurarono alla meglio che poterono di farmi rinvenire, mi somministrarono dell’acqua fresca, ma non la potei bere, perché non avevo tatto alla bocca, avevo perduto ogni sensazione, ciò nonostante alla meglio che mi fu possibile mi misi a sedere, senza mostrare segno alcuno di straordinario, mostrando somma indifferenza dell’accaduto; ma non vedevo l’ora di andare alla mia casa, per il rossore e la confusione che mi cagionava il ricordarmi il fatto seguitomi. Quei pochi momenti che potevo star sola senza essere osservata, piangevo dirottamente e mi lagnavo con il mio buon Dio di avermi così trattato alla presenza altrui.

5 – MIO MARITO VOLEVA UCCIDERMI


Nel mese di luglio del 1807, dopo i santi esercizi spirituali, il Signore mi visitò con una grave tribolazione, che alla meglio che posso mi accingo a raccontare, per obbedire a vostra paternità.

Il padre e la madre e sorelle del mio consorte credettero bene d’impedire al suddetto la cattiva amicizia che aveva con una donna di poco buon nome, come nei passati fogli si accennò. Pensarono dunque a questo oggetto di farne un ricorso ai superiori, vollero da me il consenso, senza del quale il loro ricorso sarebbe stato di nessun valore. Mi consigliai con il mio direttore, e dopo essermi raccomandata al Signore, detti a voce al padre e alla madre il mio consenso.

5.1. Mio marito in castigo


Fatto il ricorso, i superiori conobbero la ragione, procedettero contro il suddetto mio consorte e la sua amica. Per ordine dell’eminentissimo cardinal vicario fu il suddetto condotto ai Santi Giovanni e Paolo, consegnato ai Padri Passionisti con ordine di ritenerlo in castigo fino a nuovo ordine.

Questi buoni padri gli dettero gli esercizi spirituali, e procurarono di fargli conoscere le sue mancanze; ma invece di approfittarsi delle ammonizioni, ogni giorno più si ostinava nel sostenere la sua cattiva amicizia. Si infierì crudelmente contro di me, credendomi autore del suddetto ricorso. Mi scriveva lettere fulminative piene di minacce. Intanto gli si andava formando il processo, e così risoluto dai superiori che il suddetto fosse tornato alla sua casa quante volte avesse dopo i santi esercizi avesse dato riprova del suo ravvedimento; ma che se fosse tornato a trattare la suddetta donna, la sua pena sarebbe stata di essere ritenuta in castello tutto il tempo che sarebbe piaciuto al signor cardinale vicario. La donna poi, come più rea per altre mancanze, se fosse tornata a trattare il suddetto, condannata a san Michele per cinque anni.

Passati quindici giorni il suddetto scrisse una lettera di sottomissione al padre e alla madre. Il padre non credendo alle sue parole, ma ritenendo a memoria le ingiurie e le minacce che nei giorni passati aveva a me fatto per mezzo di una sua lettera, come già dissi, voleva assolutamente dai Santi Giovanni e Paolo farlo passare in Castello, ma la madre si interpose presso il padre, e pregandolo a non recare a lei questo disgusto, avesse perdonato il figlio. Mi chiamavano e mi comunicavano i loro diversi sentimenti, io con la grazia di Dio, che molto più del solito invocavo, mi raccomandavo per non sbagliare, mi mostravo indifferente e obbediente ai loro voleri. Il suddetto ogni giorno più manifestava il suo malanimo contro di me. Le sorelle del suddetto, dubitando di vedere qualche fatto micidiale, mi consigliavano di andare in casa terza e non espormi agli insulti del loro fratello, consigliavano ancora il padre a non farlo tornare a casa. Finalmente l’afflitta madre vinse tutti, sicché si risolvette di comun consenso di farlo tornare a casa il giorno 18 del medesimo mese di luglio, dopo averlo per 18 giorni tenuto in Santi Giovanni e Paolo, come si disse di sopra.

5.2. Diverse volte in pericolo di morire


Tornò in casa qual leone infierito, per vedersi privo della sua amica, la privazione di questa amicizia non ad altro servì che inferocirlo contro di me, sicché molto dovetti soffrire da quest’uomo forsennato. Finalmente con maltratti e con minacce, prese il partito di obbligarmi a dargli in scritto il consenso, per tornare liberamente a trattare la sua amica, ma questo non potevo farlo senza offendere Dio. Mi consigliai con il mio direttore, il quale mi disse che mi fossi piuttosto contentata di morire per le sue mani che dare questo consenso. Questo mi bastò, perché il mio spirito con la grazia di Dio, divenisse forte qual scoglio immobile alle furiose onde dell’agitato mare, con la grazia di Dio facevo io sola margine a questo uomo imbestialito, negando a costo della mia propria vita al suddetto il consenso. Sicché diverse volte corsi il pericolo di morire per le sue mani; ma particolarmente una sera che tornò a casa più del solito sdegnato e pieno di furore, risoluto di darmi la morte se non davo il consenso, con sottoscrivere una carta per giustificare presso i superiori la sua amicizia. Buono per me che erano buone due ore che mi trattenevo in orazioni, per mezzo delle quali Dio mi comunicò una forza di dare la vita piuttosto che offendere il mio Signore.

Il suddetto, dopo essersi servito delle ragioni per convincermi; mostrandomi che non ad altro fine voleva fare la mia sottoscrizione che per rendere la riputazione che con il ricorso si era tolto a questa donna; giurando di non più accostarsi alla casa di questa; ma io, nonostante le sue promesse, con la grazia di Dio, non mi feci vincere, ma valorosamente offrii la mia vita piuttosto che offendere Dio.

5.3. Offrii a Dio tutto il mio sangue


Nel vedermi così risoluta, divenne più fiero di un cane arrabbiato; mi si avventò addosso per uccidermi. La madre, allo strepito delle sue minacce, accorse per darmi aiuto, ma il mio spirito intrepido senza titolare invece di fuggire, mi inginocchiai avanti di lui, e pregando la madre, che lo riteneva, che avesse lasciato sfogare il suo sdegno contro di me. In questo tempo offrii al mio Dio tutto il mio sangue, per dimostrargli il mio amore, provando nel mio cuore gli affetti più vivi della sua carità, stavo tutta ansiosa aspettando il colpo, per dare al mio buon Dio un attestato dell’amor mio; ma quando speravo di trovarmi immersa nel proprio sangue, mi avvidi che era al suddetto mancata la forza di colpire il mio cuore, che con santo ardire stava aspettando il dolce momento di offrire il mio sangue. Ma il suddetto fu da forza superiore impossibilitato di mettere in esecuzione il suo disegno, confessando che forza superiore arrestò il suo braccio, ma pieno di timore, pallido nel volto, si adagiò sopra una sedia, perché gli era ad un tratto mancata la forza. Nel vedersi privo di forza, prese il partito di chiedermi perdono, confessando il grave torto che mi aveva fatto, ma questo proposito non fu durevole neppure un quarto d’ora, perché appena Dio gli restituì la primiera forza, che tornò di bel nuovo ad insultarmi, e preso dalla disperazione se ne partì, dicendo che per mia cagione si sarebbe da sé data la morte.

La madre, sentendo la espressione del figlio, vedendolo partire molto infuriato, si rivolse contro di me, facendomi dei rimproveri, per non aver condisceso alle sue voglie, ma il mio spirito era incapace di ogni apprensione, perché si trovava tutto immerso in Dio, godendo una mirabile unione con lui, che, sebbene in quei momenti mi avessero fatto in mille pezzi, non ero capace di risentimento.

Passai tutto il mese di agosto in questa fiera persecuzione; diversi erano i progetti che in questa occasione mi facevano i miei parenti: parte di loro mi consigliavano di ritirarmi in un monastero, mia madre voleva che fossi tornata in casa sua, il mio direttore mi consigliava di sciogliere il matrimonio, mostrandomi le forti ragioni che mi assistevano, in mezzo a tutti queste disparità di pareri, il mio spirito riposava dolcemente nelle braccia del mio Signore, tenendo per certo che l’affare sarebbe andato secondo la sua santissima volontà, di niente avevo paura, ai miei parenti recava molto meraviglia come io avessi tanto spirito di star sola di notte in camera con un uomo tanto imbestialito, senza paura di restar morta per le sue mani, ma questo spirito non a me, ma a Dio si doveva attribuire, che si degnava di trionfare della mia miseria, mentre parte della notte la passavo in ginocchio, occupata in alta contemplazione, e quando la necessità del corpo mi obbligava a prendere un poco di riposo, ero in quel tempo favorita da un raggio di luce, che mi circondava da ogni intorno e mi rendeva sicura il riposo.

Nella santa Comunione poi il Signore si degnava favorirmi in modo speciale, in questo tempo più volte fui visitata dal Signore, che sotto la forma di vago fanciullo, mi appariva consolandomi con farmi provare i dolci effetti della sua carità; sicché in mezzo alla tribolazione godevo nel mio cuore un paradiso di delizie e di dolcezza.

5.4. Dio vuole salvare il consorte e le figlie per mezzo mio


In questo tempo il suddetto si adoperò perché fosse bastato il consenso del suo padre e madre, perché i superiori gli avessero accordato di liberamente tornare alla sua amica. Il mio direttore mi consigliò di non mostrarmi per intesa di questo, che bastava per mia quiete di coscienza il non avergli dato il consenso; ma il mio direttore mi consigliava di separarmi dal consorte, con esporre le mie forti ragioni ai superiori. A questo oggetto mi comandò di raccomandarmi al Signore acciò degnato si fosse mostrarmi la sua volontà. Il Signore, mi fece conoscere che non dovevo abbandonare queste tre anime, cioè le due figlie e il consorte, mentre per mezzo mio le voleva salvare.

Dopo questa notizia, dissi al mio direttore; «Le basti così. Deponga ogni pensiero riguardo a questa separazione di matrimonio, perché io antepongo la salvezza di queste tre anime al mio profitto spirituale, perché di maggior gloria di Dio, il cooperare alla salvezza di queste tre anime non mi impedisce la perfezione. So bene che lei mi consiglia in mio vantaggio, mentre crede che nella quiete possa il mio spirito molto avanzarsi nella perfezione, ma io le dico che se Dio vuole, non mi saranno questi di inciampo, anzi mi aiuteranno ad esercitarmi nella virtù; ma per schivare ogni attacco che a questi potessi avere, fin da questo momento rinunzio ad ogni affetto sensibile che possa mai avere il mio cuore verso di loro, solo intendo di amarli per pura carità e cercare per questi tutti i vantaggi per la loro eterna salvezza, a costo di ogni mio incomodo».

Parlavo con tanta franchezza, perché chiaramente il Signore mi aveva fatto intendere che questa era la sua volontà.

6 – TI VOGLIO TRINITARIA SCALZA


6.1. Tre mesi di persecuzione


Accertato il mio spirito esser questa la volontà di Dio, pensai che molto potevo profittare nello spirito, esercitandomi nelle sante virtù, per così piacere al mio amato Signore, per il quale sentivo tanto amore che ogni grave patire era lieve per me, mi misi dunque in stato di sofferenza, risoluta di soffrire dal consorte e dai parenti tutte le ingiurie, tutti i maltrattamenti che mi venissero fatti. Non ci fu poco da soffrire, ma con la grazia di Dio tutto superai, esercitandomi per buoni tre mesi che durò la fiera persecuzione, nelle sante virtù del servizio, dell’umiltà, della pazienza; vedendomi per misericordia di Dio così mansueta, cessarono di più molestarmi su quanto si è riferito.

In questi tre mesi di fiera persecuzione molti furono i favori che mi compartì il buon Dio, particolarmente nella santa comunione, e nella festa della sua divina Madre, nel giorno del glorioso san Giovanni Battista nelle suddette festività.

Era poco meno di un anno che il suddetto sacerdote dirigeva il mio spirito, quando mi comandò di fare una preghiera al Signore, acciò degnato si fosse manifestarmi quello che voleva da me. Mi diceva: «I favori che Dio vi comparte manifestano chiaramente che voglia da voi qualche gran cosa. Io lo voglio sapere, vi comando di raccomandarvi umilmente al Signore, acciò si degni manifestarlo».

Non mancai di obbedire prontamente, benché il mio spirito non avesse il minimo desiderio di saperlo. Le mie premure erano tutte dirette a chieder perdono al mio Signore, tenendo per sommo favore il poterli salvare.

Nei tre mesi anzidetti, benché fossi assistita dal suddetto sacerdote, mi portavo con qualche frequenza dal suddetto padre, con la licenza del mio direttore medesimo, che a cagione di salute non poteva più con frequenza assistere al confessionario. Il mio spirito portato da particolar fiducia, molto più volentieri si manifestava al lodato padre, di quello che al suo proprio direttore, cosa provavo in me, nell’entrare che facevo in quel sacro tempio, non so ridirlo.

Nella Santa Comunione poi, che il più delle volte mi era somministrata da quei buoni religiosi, sperimentavo in me un paradiso di contenti. In questa chiesa ricevevo da Dio grazie ben grandi, anche restavo ammirata, non sapendo il motivo qual fosse. Per obbedire al mio direttore non mancavo di raccomandarmi al Signore, acciò degnato si fosse manifestarmi quello che voleva far di me, nel tratto della mia vita.

6.2. Quello che Dio vuole da me


Non so indicare precisamente né il mese né il giorno che mi seguì il fatto che sono per raccontare, so bene però che mi seguì nei tre mesi anzidetti di luglio o agosto o settembre del 1807. Una mattina dunque dei suddetti tre mesi mi portai alla chiesa di quei buoni padri, dove feci la santa Comunione con molto fervore.

Il Signore mi degnò di grazia molto particolare, ricevette il mio spirito una particolare unzione, che mi tenne tutta la giornata assorta in Dio. Il giorno dopo pranzo, secondo il solito mi ero ritirata per fare orazione al mio caposcale, come si è detto nei fogli passati, lo spirito fu sollevato da particolare orazione. Nel tempo che l’anima mia si tratteneva in umili sentimenti nel vedersi tanto sollevata, Dio viepiù l’andava innalzando, fintanto che mi degnò della sua vicinanza. Nel tempo che sentivo per la sua vicinanza un santo timore, annientavo il mio cuore, e, piena di rispetto e venerazione, confessavo il mio nulla avanti alla sua tremenda maestà. Tutta sbigottita se ne stava la povera anima mia per il timore; allora fu che da sonora voce mi fu manifestato quello che Dio vuole da me nel corso della vita, quante volte fedelmente corrisponda ai suo favori, mentre questo è il fine per cui mi concede tante grazie e tanti favori.

L’anima mia restò tutta intimorita, quando le fu dichiarato quello che Dio voleva da me, misera peccatrice. La voce venerabile che mi parlò non solo incluse in me un santo timore, ma lo spirito restò affatto sbigottito, per il rispetto di chi gli parlava. Fui sopraffatta da vivi sentimenti di umiltà, e annientata in me stessa, stavo con somma attenzione per udire quello che Dio era per manifestarmi. Questi furono gli accenti che pronunziò la veneranda voce: «Io ti voglio tutta santa».

A questi autorevoli accenti caddi stramazzone sul suolo, stetti per molto tempo prima di rinvenire, trovandomi che dagli occhi avevo tramandato un profluvio di lacrime.

6.3. Attrazione di spirito verso il P. Ferdinando


Il fatto suddetto mi pare che seguisse il dì 5 luglio 1807, ma non posso asserirlo di certo. Non avevo coraggio di manifestare al mio direttore quanto mi era accaduto, avevo una precisa necessità di comunicarlo, per il timore che avevo di esser ingannata, non sapendo se fosse buono o cattivo quel gran timore che mi aveva cagionato nello spirito. Pensai dunque di farmi coraggio e manifestarlo al lodato padre, con somma mia pena gli comunicai il fatto accadutomi, gli dissi ancora di non avere avuto il coraggio di manifestarlo al mio direttore. Il suddetto padre mi comandò di manifestare senz’altro indugio al mio direttore quanto nel mio spirito mi era accaduto.

Prontamente obbedii, non occultando al medesimo neppure la poca confidenza che avevo usato verso di lui. Gli dissi ancora il prudente comando del lodato padre. Ma questo non ad altro servì che a rendere più difficile l’accordarmi la licenza di andare a trovare il lodato padre, pena molto sensibile per me; che sentivo un’attrazione di spirito molto particolare, tanto per il gaudio che sentiva il mio spirito nel trattenersi in questa chiesa, quanto per il bene che Dio mi comunicava per parte del suddetto padre, mentre le sue parole erano per me lo stesso che incendiarmi il cuore di santo e puro amore, pareva veramente che Dio si compiacesse di vedermi ai piedi di questo suo ministro, mentre in confessionario medesimo più volte mi si comunicava, in guisa tale che il mio spirito inondava nella dolcezza del suo amore. Molte erano le lacrime di contrizione di cui Dio mi degnava, mi donava una fiducia vivissima, che rendeva molto efficace la contrizione, la fede e la speranza sollevavano il mio spirito, e così giungeva a struggersi di amore in lacrime di gratitudine.

Tutto questo bene che Dio mi faceva sperimentare per parte di questo reverendo padre, mi parevano tutti segni certi che Dio volesse che il mio spirito da questo suo ministro fosse diretto. Ciò nonostante molto grandi erano le preghiere che il mio spirito porgeva all’Altissimo acciò degnato si fosse mostrarmi la sua volontà. Non andò molto lungo il mostrarmi Dio chiaramente la sua volontà.

6.4. Sotto la direzione del P. Ferdinando


Era quasi scorso il mese di settembre, quando ogni giorno più si faceva serio il male del mio direttore; i suoi parenti pensarono di mandarlo fuori per sempre, giacché i medici erano di parere che l’aria di Roma non si confacesse al suo temperamento. Eccomi dunque necessitata di stabilirmi sotto la direzione del lodato padre; benché il suddetto chiaramente conoscesse essere la volontà di Dio il dirigere la povera anima mia, ciò nonostante ne volle il sentimento di un padre gesuita.

A questo oggetto mi mandò dal suddetto, il padre gesuita, esaminato che ebbe il mio spirito, mi assicurò esser questa la volontà di Dio, sicché con somma consolazione del mio cuore il mese di ottobre del 1807 mi stabilii sotto l’obbedienza del lodato padre, e perché restasse pienamente informato e della mia coscienza e del mio spirito, feci la confessione generale, con vero sperimento di contrizione; feci la rinnovazione dei voti, ma questi non erano perpetui, ma solo da rinnovarsi di tempo in tempo, ad arbitrio del direttore pro tempore.

Erano circa tre anni che avevo rinnovato i voti di castità, di povertà, di obbedienza, da rinnovarsi di tempo in tempo a beneplacito del direttore, feci dunque questi voti per tre mesi, secondo il solito, con l’approvazione del lodato padre, ebbi particolare ispirazione di aggiungere ai tre voti un proposito di esercitarmi nella virtù della santa umiltà, con molta facilità ne riportai dal medesimo la licenza. Ecco il mio spirito pienamente soddisfatto per essere diretto dal lodato padre, viepiù il Signore si compiaceva di vedermi ai piedi di questo suo ministro; andavo di carriera serrata verso l’amato suo bene.

6.5. Preghiera e mortificazione


Ogni giorno più ero favorita dal Signore in maniera particolare, la povera anima mia cercava ad ogni suo costo di piacere al suo Dio, esercitandosi nelle sante virtù, ma particolarmente nella mortificazione e nel raccoglimento, nel silenzio; ma tutta intenta a sollevarmi verso Dio, che fortemente mi tirava, passavo le settimane intere senza interrompere né il silenzio né l’orazione, a confronto delle burle e degli scherni che ricevevo dai parenti, ma la grazia di Dio mi rendeva affatto insensibile a tutte le burle e gli scherni. Tanto erano frequenti i favori del Signore, che ero affatto stupita da questo. I miei parenti prendevano motivo di biasimare la mia condotta; ma il mio spirito, con la grazia di Dio, si faceva sordo a tutte le loro querele, non cercava altro che piacere all’oggetto amato.

Mortificavo il mio corpo con quotidiane disciplina e cilizio per non gustare le buone vivande della tavole usavo dell’assenzio per amareggiare la bocca; mi trattenevo per lo spazio di tre quarti d’ora in orazione, sostenendo sopra le mie spalle un legno gravissimo in forma di croce, il più delle volte in questa orazione penosa ero favorita da Dio in maniera particolare, che non soffriva alcuna pena nel soffrire il gravoso peso, come ancora alle volte mi trattenevo unita con le braccia in croce per lo spazio di tre quarti d’ora con tanta dolcezza e soavità che questo breve tempo mi pareva un momento, molto più mi sarei in queste orazioni trattenuta, se l’obbedienza non me lo avesse impedito, molto grandi erano le grazie che a tutte le ore ricevevo dall’amoroso Signore, ammettendomi alle volte a trattare familiarmente con lui. Sotto la forma di fanciulletto mi compariva, ora consolandomi, ora facendomi sperare un grado molto alto di perfezione.

Avevo particolare trasporto ai frutti, e fin dai primi momenti che mi diedi a servire Dio, ne feci a lui un sacrificio, promettendogli di mai più gustare alcun frutto per amor suo. Facevo delle mortificazioni ripugnanti alla natura, ma poi mi furono proibite dal mio buon padre; il mio spirito, contento di obbedire, senza alcuna pena lasciò subito questa mortificazione. Cresceva in me ogni giorno più il fervore di piacere al mio buon Dio e ne cercavo da lui il saperlo, con frequenti preghiere lo supplicavo acciò degnato si fosse manifestarlo.

6.6. Soggetta in tutto al padre spirituale


Nel mese di novembre del 1807 il dì 11 fu sollevato il mio spirito da particolare orazione, per mezzo della quale conobbi che Dio voleva che rinunziato avessi alla mia volontà e soggettato avessi al mio padre spirituale il mio intelletto, mentre voleva che per amor suo fossi come stolta. Mi fece intendere ancora che questa era la strada breve per arrivare alla perfezione; questa notizia bastò, perché il mio spirito facesse nelle mani del lodato padre una rinunzia generale di tutto se stesso, rinunziando non solo alla volontà, ma ancora all’intelletto, desiderando divenire stolta affatto per Gesù Cristo.

Molti furono i favori che ricevetti da Dio nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio, ma io non li ricordo precisamente per poterli chiaramente manifestare; uno solo ne dirò, che chiaramente lo ricordo.

7 – TI AMO CON AMORE DI PREDILEZIONE


7.1. Natale 1807


La notte del Santo Natale del 1807, da mano invisibile fui condotta in un luogo, che io non so indiziare, dove mi apparve la divina Madre con il suo santissimo figliolo Gesù bambino nelle sue braccia. Mi degnò non solo di adorarlo, ma graziosamente lo collocò sopra al mio corpo, erasi dolcemente adagiato sul suolo, e così poté la santissima Vergine collocare il suo caro Bambinello nel mio seno, non per merito proprio, ma solo per esuberanza del suo materno affetto.

Collocato che ebbe il dolce suo bene, amorosamente lo vagheggiava, tramandando dai purissimi suoi occhi dolci lacrime di consolazione; compiacevasi altamente di vedermi tanto amata dal suo divin Figliolo. Di qual sorta fossero gli affetti del mio povero cuore verso Gesù, verso Maria, io non posso ridirlo; ma, sopraffatta da veemente amore, mi confondevo altamente, riconoscendomi affatto indegna di sì eccelso favore, godevo la beata visione con esuberanza di affetto, ora volgendo gli sguardi verso Gesù, ora verso Maria, tramandavo dai miei occhi un profluvio di lacrime. L’ardente fiamma della loro carità incendiava il mio povero cuore, e dolcemente mi faceva languire di amore.

Nel mese di marzo 1808 fui condotta dallo Spirito del Signore in luogo deserto, dove passai la intera Quaresima in fervorose orazioni, digiuni e penitenze.

7.2. Come santa Teresa e santa Geltrude


Nel mese di aprile del suddetto anno 1808 fui condotta dal luogo deserto alla sponda di vastissimo mare, dove mi apparve Gesù Cristo, Signor nostro, e di propria mano mi condusse alla sponda di questo, e salir mi fece in piccolo battello.

«Prendi», mi disse, «prendi, questi sono i remi. Passar devi da questa all’altra sponda, dove troverai il Monte Santo; fino alla sommità di quello ti aspetta l’amor mio. Mostrati valorosa contro i nemici, che, con la mia grazia, di tutti riporterai la vittoria. Figlia, ti benedico. Ti aspetto al Monte, dove ti sono preparati i miei più distinti favori».

Rimirandomi con compiacenza, soggiunse: «Figlia, ti ho creata per beneficarti; vedrai quello che saprà fare l’amor mio verso di te. Ti amo con amore di predilezione, sono per favorirti non meno della mia Teresa, o della mia Geltrude».

Dette queste parole disparve, lasciando nel mio cuore i mirabili effetti della sua particolare grazia. Avvalorata dalle sue parole, invocai il suo potente aiuto e mi posi a remare. In questi remi venivano significate le virtù della fortezza e della perseveranza, perché con la fortezza dovevo vincere e superare tutti i miei nemici, e infrangere tutti gli ostacoli che mi si frapponevano per andare liberamente al mio Dio, tanto riguardo a me, quanto guardo al prossimo, disprezzando tutto generosamente per amor di Dio; la perseveranza per mantenere fedelmente tutto quello che gli avevo promesso nei santi voti e propositi, rinunzia di intelletto e di volontà, come si è già detto di sopra.

Questi remi erano molto adatti, mentre, per andare dove mi aveva additato Gesù Cristo, bisognava molto faticare, perché si andava contro acqua. Mi affaticavo quanto potevo, con la grazia di Dio, ma quando mi fui inoltrata in questo burrascoso mare, fui inseguita da una nave molto grande, dentro la quale vi era un popolo mal costumato, che viveva senza regola, senz’ ordine, ma erano dominati dalle loro passioni.

Era quella nave ripiena di demoni, che a tutto costo facevano prova di predarmi, inseguivano con la loro grande nave il mio piccolo battello. Veramente in quel momento fui sorpresa da sommo timore, per vedermi quasi sul punto di cadere nelle loro mani. Scorreva questa nave or qua or là, con tanta baldanza e sfacciataggine che si facevano contro di me invincibili, mostrandomi la loro potestà. Con somma superbia cercavano di atterrirmi, con dei brutti urli fecero prova che volontariamente mi fossi fatta cadere dalle mani i prodigiosi remi, che mi aveva consegnato Gesù Cristo, alzando ogni momento più le grida per atterrirmi. Ma buon per me che mi ricordai di quanto mi aveva detto Gesù Cristo, che con la sua grazia sarei vittoriosa dei miei nemici; il suo santissimo nome invocai in aiuto, e più che mai mi affaticavo a remare.

All’invocazione del santissimo nome di Gesù, tutti restarono annegati, e così potei con sicurezza tragittarmi dall’una all’altra sponda. Dopo aver riportato la vittoria dei miei nemici, come già dissi, prima di arrivare al Monte Santo, da vento benefico fui trasportata in una isola deserta, dove dimorai circa nove giorni; questi giorni furono consumati dalla povera anima mia in piangere i propri peccati, nell’esercizio delle sante virtù, e nel raccoglimento. Intanto lo Spirito del Signore andava disponendo l’anima mia, liberandola da molti abiti cattivi, e da molte cattive inclinazioni, per così renderla degna di salire il Sacro Monte. Era in questo tempo veramente l’anima mia guidata puramente dallo Spirito del Signore. Mentre senza indugio si faceva guidare dal suo beneplacito, senza la minima opposizione, compiacendosi nella volontà del suo amato Signore, si andava il mio spirito purificando nel santo amore, che sentiva tratto serpeggiare nel seno.

7.3. Quale appassionata amante


Passati i nove giorni, fui condotta in altra isola, dove il mio spirito, per avere maggior disposizione, si sollevava a Dio con replicati affetti di amore, si tratteneva in particolari esclamazioni di vivi affetti verso il suo amorosissimo Signore.

Rimproverando la mia ingratitudine, mi rallegrava nella sua infinita misericordia. Sopraffatto dall’amore, languiva il mio povero cuore, e lo spirito desiderava ardentemente di arrivare a salire il Santo Monte, dove speravo di arrivare a possedere il mio bene, il mio sommo amore.

Il Santo Monte era di rimpetto a quella isola dove io dimoravo, sicché i miei sguardi erano sempre colà rivolti.

Quale appassionata amante, che non altro cerca che il suo oggetto amato, così la povera anima mia, nella quiete che quivi godeva, era continuamente rivolta all’eterno suo Bene; con dolci esclamazioni e infocati sospiri desiderava il felice momento di potersi a lui avvicinare. L’ardente desiderio di poterlo possedere mi teneva le intere giornate fuori di me stessa; in questo tempo più del solito mortificavo la mia carne, con quotidiane discipline, cilizio e lunghe orazioni, perfino a fare cinque e sei ore continue di orazione, dove l’anima andava consumando il tempo della sua dimora nella suddetta isola.

Siccome l’anima ammaestrata dallo Spirito del Signore, conosceva che il tempo lungo che quivi dovevo trattenermi lo potevo con i replicati atti di virtù e con lunghe e ferventi orazioni molto abbreviare, a questa notizia, presi a mortificare più del solito il mio corpo, nonché il mio spirito, tenendolo umiliato, annientato, confuso, con meditazioni tetre ed afflittive, con continue lacrime di dolore di aver offeso il sommo Dio.

7.4. Poveri e infermi


Molto particolare fu la carità che mi donò il pietoso iddio verso i miei prossimi, mentre per sovvenirli non aveva alcun riguardo, ma a costo di ogni mia fatica e incomodo procuravo di sovvenirli, con la licenza della suocera, prendevo delle grascie che erano in casa, di ogni genere come sarebbe di vino, di carbone, di porcina, di latticini, e tutto davo, con il permesso della suddetta mia suocera, ai poveri.

Li visitavo infermi ai pubblici ospedali, facendo loro i letti, pulendo le loro teste con pettinarle, votando i loro vasi immondi, e, per mortificarmi, più volte appressavo a quelli la bocca, con somma mia ripugnanza e conati di stomaco. Ma lo spirito dava coraggio al corpo, nel patire, gli diceva: «Mira, deh, mira il Santo Monte: fino alla sommità di quello ascenderai, e ancor tu parteciperai di quel Bene immortale. Patisci con pazienza, patisci allegramente, patisci con azione di grazie. Dio sarà la nostra mercede».

Avvalorata da viva fiducia, prendevo più lena a patire, sicché senza alcun riguardo mi esercitavo in certe mortificazioni ripugnanti alla natura, come sarebbe lambire gli sputi altrui sul suolo, appressare la bocca ai vasi immondi, con somma mia ripugnanza e con conati veementi di stomaco.

7.5. Per piacere al mio amorosissimo Dio


Nell’inverno lasciavo che il mio corpo intirizzisse dal freddo, non permettendo mai di riscaldarsi; nell’estate lo lasciavo soffrire gli ardori del caldo, non permettendogli mai alcun refrigerio. Andavo ben coperta dai panni, e da questo i miei parenti prendevano motivo di schernirmi e burlarmi e trattarmi da stolta; tenevo sempre le finestre chiuse quanto più potevo, non bevevo mai fra giorno, a costo di qualunque mia pena; il venerdì mi astenevo dal bere, in memoria di quella ardentissima sete del buon Gesù, sicché dal giovedì fino al sabato al mezzogiorno non bevevo neppure una stilla d’acqua.

Le mani erano mortificate da me con colpi di disciplina di ferro; le dita le mortificavo con tenerle sotto le ginocchia; la lingua la mortificavo con lo strascinarla in terra, segnando con questa molte croci; ma particolarmente una fra le altre la facevo della lunghezza di mezza canna; mi trattenevo per lo spazio di mezzo, o tre quarti d’ora, con la fronte per terra, umiliando me stessa e adorando l’eterno Dio. Per lo spazio di buoni tre quarti d’ora tenevo le braccia in forma di croce e, per il timore che si piegassero per la stanchezza, le legavo, perché stessero sospese in alto in forma di croce. Mi esercitai per qualche tempo in queste mortificazioni, ma poi dalla obbedienza mi furono proibite: il mio direttore dubitò che mi si guastasse la salute.

Tutto questo si praticava da me al solo fine di piacere al mio amorosissimo Dio. Gli occhi li tenevo sempre bassi e modesti, né mai li lasciavo trascorrere sopra di alcuna persona, particolarmente di sesso diverso. L’esercizio di questa virtù mi costò moltissime burle e scherni e beffe, non solo dai parenti, ma eziandio di altre molte persone. Mi esercitavo in casa in offizi bassi, come sarebbe scopare, provvedere alla cucina legna e carbone, avendomi mia suocera consegnato la dispensa e la cantina. Per scemare la fatica ai domestici, io mi caricavo sulle proprie forze carichi molto gravosi di legna e carbone, ed altre fatiche manuali, come sarebbe custodire il pollaio, misurare la biada per i cavalli della carrozza, ed altre cose laboriose e vili che occorrevano in casa.

7.6. Passai al terzo stato


Digressione. Spero di avere adempiuto a quanto vostra paternità reverendissima mi ha comandato nei passati fogli, cioè di manifestare quali fossero le mortificazioni che esercitavo, avendole nei passati fogli solo accennate e a bella posta occultate. Avendo nel presente foglio fatto la dichiarazione, spero di aver soddisfatto alla santa obbedienza.

Ecco manifestato quanto, con la grazia di Dio, praticai per molto tempo, fin tanto che dall’obbedienza quelle mortificazioni più ripugnanti mi furono proibite. In mezzo a queste mortificazioni il mio spirito era sempre intento e rivolto all’oggetto amato; sospirava il felice momento di arrivare alla sommità del Santo Monte, dove mi aspettava il mio Signore. Finalmente, una mattina, dopo la santa Comunione, nel mese di giugno 1808, fui condotta nella terza isola, che è quanto dire che con la grazia di Dio passai al terzo stato, dove la povera anima mia ricevette una particolare giustificazione.

Oh, come si accese di santo amore la povera anima mia! Dal divino Spirito fui tragittata in questa terza isola, mentre, come dissi, le altre due isole da me abitate per l’addietro, erano di rimpetto al Santo Monte, ma questa terza di cui intendo parlare mi pareva si trovasse ai piedi del Santo Monte, dove l’anima mia con ogni facilità dall’isola passava a godere l’amenità del sacro Monte, tutte le volte che Dio si degnava chiamarla per unirla a sé intimamente.

7.7. Vittima dell’amore


Fui dunque dal divino Spirito condotta per mezzo del suddetto battello alla suddetta isola. Il divino Spirito mi favorì della sua grazia, sotto simbolo di vento amenissimo, di aura di paradiso, per mezzo di interna dolcezza mi condusse dolcemente, soavemente sospingendo il mio battello con somma leggiadria. Facendomi provare gli effetti mirabili della sua divina carità, si fece padrone del mio cuore, e l’anima mia restò vittima dell’amore. E sperimentai nell’anima e nel cuore un deliquio poco meno che mortale; per l’esuberanza dei buoni effetti che mi cagionò, questo distinto favore, mi tenne per molte ore alienata dai sensi, e per dieci o dodici giorni restai poco e niente presente a me stessa. Questi favori mi facevano oggetto di scherno e di burla dei miei parenti, ma l’anima mia era incapace di ogni apprensione, ma contenta se ne stava in se stessa, godendo l’amato suo bene; non curando, non amando cosa alcuna della terra, godeva veramente un paradiso di delizie.

L’amorosissimo Dio mi fece intendere che queste grazie, questi favori che si degnava compartire alla povera anima mia, non si degnava accordare a tutte le anime che lui ama, neppure dopo lunghissime penitenze ed esercizi delle più sode virtù facendomi così conoscere quale e quanta debba essere la mia gratitudine, la mia corrispondenza.

A questa cognizione l’anima mia si umiliava profondamente e con abbondanti lacrime, piena di stupore, andavo ripetendo fuori di me stessa: «Quid est homo quod memor es eius?... Mio Dio, mio Signore, e chi mai sono io, che tanto mi amate? Sia benedetto il vostro amore, sia benedetto il vostro ss. Nome, sia benedetta la vostra infinita bontà e misericordia!».

In mezzo a queste espressioni, godevo una dolcezza di spirito molto particolare che mi tenne, come già dissi, per ben dodici giorni sopita, poco, quasi niente presente a me stessa. Questo supimento nasceva dalle interne illustrazioni che il divino Spirito si degnava compartirmi. Dimorai dunque per lo spazio di circa tre mesi in questa isola. Bene spesso ero invitata dall’eterno Dio al Sacro Monte, dove mi favoriva con grazie molto particolari, ora conducendomi in una parte, ora dall’altra del vastissimo Monte. Ora mi faceva ascendere sopra le amene colline; facendomi gustare i buoni effetti della particolare sua carità, come al suo luogo dirò, mi dava a vedere il Monte Santo, la terra di promissione, la santa Città, il regio palazzo del sommo Re. Ora mi conduceva nei preziosi giardini, facendomi sperimentare i buoni effetti della sua grazia: non avevo veramente che desiderare.

Restai dunque per qualche tempo in questa isola, ma bene spesso ero chiamata da iddio al santo Monte: m’invitava per mezzo di certi tocchi interni, per mezzo dei quali l’anima si solleva e iddio si degnava favorirla della sua particolare grazia, conducendomi ora nei preziosi giardini, ora sopra le amene colline, dove mi dava a vedere cose molto belle e misteriose.

7.8. L’amoroso Giardiniere


Più volte mi si fece vedere nella sua ss. umanità, sotto la forma di piccolo giardiniere, tutto intento a lavorare la povera anima mia, che sotto la forma di bella pianta mi si rappresentava, coltivata dal nobile giardiniere.

Una volta, fra le altre, mi si fece vedere tutto intento a coltivare, l’anima mia, che sotto la forma di pianta di olivo la vedevo. L’amoroso giardiniere, dopo aver con piccolo zappetto lavorato d’intorno alla pianta e levate tutte le cattive erbe, da bellissima fonte vicina con prezioso vaso il nobile giardiniere prese dell’acqua, ma, prima di attingere il misterioso vaso, lavava nella fonte le sue ss. mani.

Oh misterioso portento! dalle cicatrici delle mani tramandava tanto sangue che l’acqua non più bianca, ma rossa compariva! Allora prese il vaso e lo attinse nella fonte, e tutto amore, e tutta carità, innaffiò la pianta suddetta, ma non già come usiamo noi, di annacquare le sole radici delle piante, ma l’esperto giardiniere con quel misterioso vaso triangolare mandava in alto la prodigiosa acqua, e, spruzzando la frutta e le fronde dell’albero, passava a bagnare le radici di acqua e di sangue insieme. In questo tempo nell’anima sperimentavo un bene molto particolare, che purificava il mio cuore: un bene che ricreava lo spirito e mi faceva bramare di rendere copiosi frutti all’amato lavoratore.

Ma, come poco fosse il suddetto favore, di nuova grazia mi degnò il Signore. Dopo aver spruzzato di acqua e di sangue la suddetta pianta, ascese sopra una vicina collina, mirando la pianta tutta aspersa del suo prezioso sangue, dolcemente se ne compiaceva; sollevate le mani al cielo, tramandò dalle cicatrici del suo ss. corpo tanta luce che il riflesso dello splendore rifletteva nella pianta che, per essere così spruzzata di acqua e di sangue, partecipava dello splendore per parte di interna attrazione. La forza dello splendore penetrava le radici, e la pianta si sollevava e si univa alla luce, che dolcemente la tirava. In questo tempo la povera anima mia si sentiva dolcemente tirata dall’onnipotente Dio. Tre mesi circa abitai la suddetta isola, e altri nove mesi dimorai alla falda del Monte Santo, dove dallo Spirito del Signore ero condotta, ora in una parte, ora dall’altra.

Ero dunque bene spesso favorita dal Signore nell’orazione.


8 – CONOSCEVO COSE RIGUARDANTI L’INFINITO AMORE


Descrivo la maniera che tenevo di orare, la maniera che teneva Dio in sollevare il mio spirito, acciò più chiaramente possa vostra paternità reverendissima conoscere se la povera anima mia va soggetta a inganni o a illusioni diaboliche: mi rimetto in tutto e per tutto al prudente e dotto suo giudizio.

Proseguo: Ero dunque bene spesso favorita dal Signore nelle orazioni. Fatta la orazione preparatoria, l’anima si sprofondava nel suo nulla, nel mettersi alla presenza di Dio; ricordevole dei miei misfatti, piangevo dirottamente con abbondanti lacrime le colpe mie. Da questa umiliazione e contrizione passava lo spirito ad un tratto di quiete perfetta: questa veniva originata da una viva fede, da una certa speranza che Dio si degnava infondere nell’anima mia. Quando lo spirito si tratteneva in questa perfetta quiete, allora per vie immaginarie Dio mi dava a conoscere cose molto belle, riguardanti l’infinito suo amore. Prendo a raccontare quel poco che Dio si degnerà ricordare alla mia mente, mentre lo prego a darmi grazia di soddisfare all’obbedienza.

8.1. L’immagine di bella colomba


Una volta fui condotta dallo Spirito del Signore in un amenissimo giardino, ma questo non era come sono i nostri giardini sensibili, era tutto diverso. Veramente non ho termini di spiegare cosa sì bella, ma alla meglio che potrò mi spiegherò. Fra le altre rarità, vi era una fonte di acqua viva, così bella che non è possibile descriversi; basta dire che in questa veniva simboleggiata la Triade Sacrosanta. Vi era un albero di smisurata grandezza, così bello che non ha pari; vi era una luce molto dissimile dalla nostra: questa sovrana luce trasformò il mio spirito sotto l’immagine di bella colomba.

Mi trovai dunque, così trasformata, sopra il muro di questo vastissimo giardino: guardo, e vedo il suddetto albero, che con l’amenità dei verdeggianti suoi rami e con la bellezza dei suoi preziosi frutti mi invitava, in una maniera quanto mai bella, speciosa per parte di intelligenza. Mi pareva che sotto la figura di quell’albero mi si rappresentasse la umanità ss. di Gesù Cristo, che mi invitasse a posarmi sopra dei verdeggianti suoi rami.

Prontamente obbedì la povera anima mia: promettendomi tutta la mia sicurezza, mi invitava a formare il nido nei verdeggianti suoi rami. «Vieni», sentivo dirmi, «vieni bella colomba mia, vieni a formare in me il tuo nido. Dentro profondo forame ti collocherò. Qui godrai la tua sicurezza».

Ai replicati inviti, l’anima mia spiccò il volo, distese le potenze dell’anima a guisa di ali; da forza superiore fui leggiadramente sollevata e, fatti tre giri nell’ampio giardino, in questo tempo Dio purificò il mio spirito per mezzo di quella luce, che tramandava da ogni intorno vampe di sacro fuoco. Posata che mi fui sopra il misterioso albero, fui introdotta dentro l’amoroso forame. Sì, nell’amoroso cuore del mio amorosissimo Signore fu introdotta la povera anima mia. Mio Dio, e come si possono spiegare i vostri distinti favori? Provai nell’anima mia un bene tanto particolare che io non capivo più in me stessa, e per essere affatto inesperta di questa scienza, e per essere le soprannaturali unioni molto frequenti e molto sensibili.

Quando tornavo in me stessa, il corpo lo trovavo come incadaverito, incapace affatto di ogni sensazione, sicché, quando, terminata l’orazione, avevo necessità di farmi vedere dai miei parenti, nel vedermi così tonta e stordita, mi beffavano, mi schernivano, disapprovando la mia condotta. Ma io, non curando le loro beffe, proseguivo a godere la quiete, la pace che mi aveva donato il mio Dio nell’orazione.

8.2. Mi aveva rapito il cuore


Prendo a raccontare una grazia, fra le tante che io non ricordo, mentre in questi nove mesi che dimorai alle falde del Santo Monte posso dire con verità, come è ben noto a vostra paternità, che il mio spirito era quasi sempre assorto in Dio, in una maniera molto particolare. Avevo quasi perduto del tutto la sensibilità, non curandomi più né di vedere, né di parlare, né di operare; ma fisso teneva sempre lo sguardo in Dio, che rapito mi aveva il cuore.

Più volte mi successe di non riconoscere neppure le proprie figlie; avevo veramente perduto ogni sollecitudine, il mio intelletto era tutto perso, occupato, assorbito in Dio, per le frequenti comunicazioni. Non passava giorno che Dio non si degnasse di favorirmi con grazie molto particolari.

Una mattina, dunque, dopo la santa Comunione, fu trasportato il mio spirito in una parte del Santo Monte, sopra una amena collina: questa era tutta smaltata di vaghi fiori. In questo luogo Dio, per quanto ne sono capace, mi si diede a conoscere per quel Dio di bontà che egli è, e, per mezzo di particolare intelligenza, mi fece conoscere che gran bene sia il possederlo. Ricevuta questa cognizione, l’anima mia si accese di santo amore, ma in una maniera che io non posso descriverlo. Mi sentivo tutta trasformata in amore verso il mio Dio: che cosa non avrei fatto per possederlo! Ero veramente per l’amore fuori di me stessa: avrei dato mille volte la vita per poterlo possedere. Ora lo spirito si slanciava rapidamente verso il suo amato Signore, mostrandogli la gran necessità che aveva il mio povero cuore di amarlo; ora perdeva affatto la forza e languiva di amore il povero mio cuore. Oh, quanta compiacenza mostrò il mio Signore nel vedermi per amor suo così languire che, presa la figura di vago fanciullo, mi prese ad interrogare se e quanto lo amassi io.

A queste sue parole, l’anima si accese di santo e puro amore. L’amabile fanciullo, pieno di cortesia, alla vicina fonte condusse l’anima mia, e leggiadramente salito sulla fonte fino alla sommità di questa, amorosamente mi invitava a lavarmi e purificarmi; in quella preziosa acqua s’immerse, e nell’immersione si trasformò in bella colomba di amore.

Il caro fanciullino di questa s’innamora, e per dimostrare a lei il suo affetto, sollevò le mani al cielo e, tramandando da queste vivo sangue dalle divine cicatrici delle sue divine mani e del venerabile suo costato, tramandò vivo sangue dirigendo verso la colomba le tre vive sorgenti del suo parziale amore, ne formarono a questa un salutare lavacro.

Ecco che la colomba, da candida che era, ne venne rubiconda e di celestiale splendore apparve ricoperta, ma la sua bellezza non si può descrivere. Di celestiale gaudio ripieno fu il mio cuore, la pace e la dolcezza assorta mi tenevano, il Paraclito Spirito distese il suo splendore e di celestiale fuoco mi circondava il cuore.

Oh, come in un momento si vide consumare la povera colomba dalle divine fiamme che il divino spirito mandava da ogni intorno! Eccola, alla fine, estinta in mezzo al sacro fuoco. Dopo essere stata per qualche momento estinta, di nuovo tornò a percuotermi il celestiale splendore: da morte a vita richiamò la povera colomba, che estinta se ne stava in mezzo al sacro fuoco. L’eterno Dio nuova vita mi ridonò. Quale impressione fece nel mio cuore questa particolare grazia non mi è possibile spiegare. Una totale rinnovazione di spirito mi parve di provare, una vita quasi divina mi pareva di possedere, tanta era l’unione e la partecipazione del bene che mi aveva comunicato l’eterno Dio. Questa grazia mi tenne per molti giorni come estatica, poco e niente capivo. L’essere così attratta mi rendeva oggetto di burla e di scherno, non solo ai parenti, ma anche alle persone che professavano qualche sorta di devozione. Ma non mi affliggevo per questo, lasciavo dire chi voleva dire, e la povera anima mia si rallegrava nel piacere al suo Dio, mentre altra brama non avevo che di contentare, di piacere, di amare il mio Signore, il mio amorosissimo Dio.

8.3. Vidi il precursore Giovanni venire verso di me


Del 1809, mese di giugno, il dì 23, vigilia del gran precursore Giovanni Battista, mi ero ritirata, secondo il solito, al caposcala, come già dissi al foglio..., a fare orazione. Fatta l’orazione preparatoria, fui sopraffatta da interno raccoglimento, da particolare illustrazione fu illuminata la mia mente e l’intelletto fu sollevato a contemplare l’eterna misericordia. Dopo aver profondamente adorato con l’intimo dell’anima l’eterno Dio, dopo essermi profondamente umiliata e inabissata nel proprio mio nulla, dopo aver riconosciuto Dio per assoluto padrone del cielo e della terra, dopo essermi offerta tutta al suo divino beneplacito, perché degnato si fosse di far di me quello che più gli piacesse, tutto ad un tratto fui sopraffatta da dolcissimo riposo.

In questo tempo mi trovai in spirito in luogo deserto, dove tutto spirava santità. Vidi da lungi il gran precursore Giovanni, che verso di me si approssimava; il mio spirito, pieno di venerazione e di rispetto, si prostrò dinanzi a lui, supplicandolo umilmente a volersi degnare di proteggermi.

Tutto intimorito era il mio spirito, alla presenza di questo gran santo; i miei occhi erano divenuti due fonti di lacrime, si sprofondava nel nulla la povera anima mia, e, fissi gli occhi in terra, un gelido timor mi scorreva nel cuore.

Il santo precursore con dolci accenti mi prese a consolare: «Non temere», mi disse, «non temere. Di nuova consolante apportatore sono io. A te vengo da parte dell’altissimo Dio, acciò ti prepari a ricevere gli alti favori dell’eterna sua bontà. «Vedi», mi disse, «là ti aspetta il Paraclito Spirito per celebrare con te i celesti sponsali. Io», diceva il santo, «io sarò il fortunato tuo condottiero. Oh, grazia ben grande, oh anima fortunata!», esclamava pieno di ammirazione, «oh infinita bontà dell’Altissimo!», e intanto mi additava da lungi la terra di promissione. L’ammirazione e l’esclamazione del santo precursore servirono al povero mio spirito di somma confusione: umiliando me stessa, non sapevo comprendere come mai si degnasse Dio di favorire con grazie tanto singolari un’anima tanto scellerata come sono io. Di santo orrore il cuore ripieno, piangevo, ma sentivo contento il cuore; una dolce violenza non mi permetteva il potermi partire, ma piena d’amore e di santi affetti, anelante diceva: «Il mio Bene dov’è?». Il santo timore vorrebbe balzarmi ben lungi di qua; la riverenza, il rispetto, l’amore dolce violenza facevano al cuore e non mi permettevano il potermi partire. Oh, dolce contrasto: quanta pena mi fai provar! Oh, come in un baleno da raggio inaspettato fu illuminato il cor! La fede, la speranza, la carità, l’amore trasmutar mi fecero l’anima e il cuore; una nova vita mi parve di respirare, e, tutto assorto in Dio, si profondava lo spirito in replicati atti di santa umiltà. Così passai il dì 23 giugno 1809.

8.4. Vidi la terra di promissione


Il dì 24 del suddetto mese, mi apparve di nuovo il suddetto Santo, tutto sfolgoreggiante di luce, e mi condusse sopra di un alto Monte, dove da lungi mi fece vedere la terra di promissione. Oh, come nel mirar la vaghezza, la bellezza, la fertilità di questa, la povera anima mia ardentemente desiderava il potervi entrare; ma piena di stupore restai, quando mi avvidi che non vi era strada che là mi potesse condurre, mentre la benedetta terra era segregata affatto da tutto il creato.

Il Santo, come già dissi, mi additava da lungi la sua amenità, la sua fertilità. La dimostrazione che mi faceva il Santo era tutta spirituale, intima, profonda, riguardante l’intelligenza dello spirito. Si accendeva nel mio cuore un amore ardentissimo verso Dio, la cognizione intellettuale mi faceva conoscere il significato di quello che nella immaginativa mi si rappresentava.

Il mio intelletto restò illuminato da quello splendore che circondava il Battista; lo spirito fu sollevato nell’ampiezza della divinità della immensità di Dio. Nella imaginativa mi si rappresentava l’amenità, la fertilità di questa benedetta terra, con la dimostrazione la più magnifica che possa concepire la mente umana, di bello, di dilettevole, e quanto mai di prezioso e di magnifico possa comprendere tutto l’universo unito insieme. Oh, come in tutte queste magnificentissime cose riconosceva il gran Dio degli eserciti, lo riconosceva per quell’Onnipotente Dio che egli è, ripieno della sua gloria in cielo e in terra. Piena dunque di rispetto e di riverenza si sprofondava nel suo nulla la miserabile anima mia; la cognizione, la penetrazione di sì alto mistero rendeva estatico il mio spirito.

8.5. Nella terra di promissione


Ecco che alla meglio che ho potuto le ho dimostrato quanto passò nella mia immaginativa: non ardisco però manifestare neppure un accento riguardo alla cognizione intellettuale che Dio si degnò comunicarmi per mezzo di particolare intelligenza. Mentre mi manca la maniera di spiegare cose sì alte, sì sublimi, che il povero mio intelletto non poté neppure comprendere del tutto; proseguo dunque a manifestare quanto passò nella immaginativa. In questa visione mi venivano in questa benedetta terra dimostrate le ricchezze celestiali: oh, come la povera anima mia desiderava il potervi andare! Ma, come già dissi, non vi era strada che là mi conducesse. Piena di affetto, alla benedetta terra rivolta, le mandavo i più infuocati sospiri, porgevo le più ferventi suppliche all’Altissimo.

Rivolta al mio condottiero, con calde lacrime lo pregavo a volermi là condurre; benché mi riconoscessi affatto indegna, affidata nei meriti del mio caro Gesù, speravo di ottenere la grazia. In questo tempo vidi apparire molti Angeli che, per comando di Dio, alzarono un magnifico ponte per mezzo del quale poté la povera anima mia avere l’ingresso: così poté introdursi nella benedetta terra.

Accompagnata dal santo precursore e da molte schiere angeliche, e così piena di gaudio, entrai nella terra di promissione. I santi angeli mostravano il più alto loro stupore per vedermi tanto favorita da Dio; la loro ammirazione rendeva al povero mio spirito una profondissima umiltà. Appena posi i piedi in questa benedetta terra, mi fu dal mio buon Dio comunicata una purità angelica, che rendeva il mio spirito puro e semplice come una colomba.

L’amor santo di Dio serpeggiava nel mio seno e nel mio cuore, formava un vivo incendio ardentissimo di amore. Cosa mai dirò di questa benedetta terra? Non è possibile che possa ridire la sua magnificenza, ma per non mancare all’obbedienza, pur qualche cosa dirò. Vi era un vastissimo Monte, che conteneva quanto di bello e di prezioso e di raro possa mai immaginarsi, di argento di oro finissimo, di pietre preziosissime, di perle lucidissime. Dal ricco suo seno tramandava tanta ricchezza, tanta vaghezza, assai più di quello che possa mai comprendere spirituale intendimento di anima che, per mezzo della grazia soprannaturale, le venga da Dio permesso penetrare .

Non è veramente spiegabile, tutto quello che dico è poco, e tutto quello che potessi mai dire sarà sempre poco, in paragone della bellezza, della vaghezza di questa benedetta terra. Vi era una vastissima valle smaltata di bellissimi fiori che tramandavano un odor soave; vi erano nobilissimi alberi di frutti gratissimi, ma dove mi inoltro? Che pretensione è la mia, descrivere magnificenza che neppure del tutto potrei comprendere. Oh stolta, oh sciocca che sono! Tutto questo luogo spirava soavità e dolcezza; qui si godeva una deliziosa primavera, non terrestre ma celeste. Tutto quello che in questo divin luogo vidi, in paragone di quello che sensibilmente noi vediamo di bello nel nostro mondo sensibile, senza esagerazione è tanto differente quanto è differente la creta dall’oro finissimo: non è paragonabile. Il santo mio condottiero mi conduceva or qua or là, additandomi ora una cosa, ora un’altra; intanto il mio spirito andava inebriandosi di amore verso il Creatore del tutto. Mentre contemplavo la magnificenza di queste belle cose, amavo ardentissimamente il mio amabilissimo Creatore, e, invece di prendere compiacenza in queste, il mio spirito cercava solo Dio e, rivolto al santo, tutto amore, diceva: «Il mio Dio, il mio Dio dov’è?».

Allora il Battista mi additò un magnifico palazzo, e mi disse esser quello il palazzo del sommo Re; che preparata mi fossi, che là sarei introdotta per celebrare con il sommo Re i celesti sponsali. A questa notizia il mio spirito fu sopraffatto da santo timore, inabissata nel proprio nulla, mi confondevo, e confessandomi indegnissima di sì alto favore, piangendo dirottamente, mi raccomandavo caldamente al mio santo condottiero, acciò mi avesse tratto fuori da questo luogo, perché non volevo oscurare la gloria di un Dio di infinita maestà, riconoscendomi affatto indegna di tanto onore. Questi sentimenti furono in me permanenti, e tutta la giornata la passai piangendo, deplorando le mie colpe. Sentivo nell’intimo del cuore un amore ardente verso il mio Dio, che rapidamente mi univa al sommo suo amore; tornava ad umiliarsi lo spirito, e viepiù si accendeva di carità.

8.6. Nell’abitazione del sommo Re


Il dì 25 giugno 1809, da immenso stuolo di angeli fui condotta al regio palazzo. Prima di giungere al regio palazzo, vi era una ripida gradinata; salita che ebbi l’alta scala, con mio sommo stupore, vidi che il magnifico palazzo non aveva porta corrispondente alla sua magnificenza. Andavo dicendo fra me stessa: «Cosa veramente da stupire, palazzo così magnifico, scala così grande, eppure, chi lo crederebbe? non vi è porta corrispondente da poter entrare».

Oh, come la povera anima mia restò attonita, e piena di stupore! non conoscevo la giusta cagione come sì bello edificio non avesse porta corrispondente alla sua magnificenza. Altro non vi era che una piccolissima porta, non più grande che la bocca di un forno: questa era di forte metallo. Era questa ben chiusa e sigillata, di maniera che non si poteva penetrare. Il santo Battista, conoscendo la mia ignoranza, mi ammaestrò: «Sappi», mi disse, «che l’abitazione del sommo Re non ha porta corrispondente alla sua magnificenza, per denotare a quelli che vogliono entrare che si devono umiliare, annientare, assottigliare, per così penetrare questa angusta porta».

Oh, che grande elogio fece il santo precursore della santa umiltà! Mi fece conoscere quanto doverosa sia ad ogni creatura questa virtù, e quanto onore renda al sommo Dio. A questa dimostrazione del Santo, il mio spirito conobbe la necessità di questa virtù, e con le lacrime e con sospiri si raccomandava al suo Dio, acciò si degnasse concedermi la santa umiltà.

A questa preghiera, sento ad un tratto una totale innovazione di spirito, che giustificò il mio cuore, e la grazia del Signore per quel momento mi trasmutò in un serafino di amore. In quel momento restò purificato il mio spirito, per mezzo della suddetta grazia: mi comunicò Dio tutte quelle disposizioni che richiedeva un sì alto favore.

Si annientò dunque l’anima, si sprofondò nel proprio suo nulla, e così ebbe libero l’ingresso. Si dischiuse al momento la feral porta e l’anima, bene assottigliata con la grazia di Dio, nel magnifico palazzo fu introdotta.

Oh, cosa dirò mai di questa magnificenza! Mio Dio, datemi grazia di spiegare alla meglio che posso le vostre incomprensibili misericordie, perché la mia ignoranza non oscuri la vostra gloria. E voi, Angeli santi, che spettatori foste dell’alto favore che mi degnò l’eterno Dio, voi insegnatemi, voi suggeritemi termini che atti siano a descrivere con vive immagini quello che io per la mia ignoranza non so manifestare.

8 – CONOSCEVO COSE RIGUARDANTI L’INFINITO AMORE


Descrivo la maniera che tenevo di orare, la maniera che teneva Dio in sollevare il mio spirito, acciò più chiaramente possa vostra paternità reverendissima conoscere se la povera anima mia va soggetta a inganni o a illusioni diaboliche: mi rimetto in tutto e per tutto al prudente e dotto suo giudizio.

Proseguo: Ero dunque bene spesso favorita dal Signore nelle orazioni. Fatta la orazione preparatoria, l’anima si sprofondava nel suo nulla, nel mettersi alla presenza di Dio; ricordevole dei miei misfatti, piangevo dirottamente con abbondanti lacrime le colpe mie. Da questa umiliazione e contrizione passava lo spirito ad un tratto di quiete perfetta: questa veniva originata da una viva fede, da una certa speranza che Dio si degnava infondere nell’anima mia. Quando lo spirito si tratteneva in questa perfetta quiete, allora per vie immaginarie Dio mi dava a conoscere cose molto belle, riguardanti l’infinito suo amore. Prendo a raccontare quel poco che Dio si degnerà ricordare alla mia mente, mentre lo prego a darmi grazia di soddisfare all’obbedienza.

8.1. L’immagine di bella colomba


Una volta fui condotta dallo Spirito del Signore in un amenissimo giardino, ma questo non era come sono i nostri giardini sensibili, era tutto diverso. Veramente non ho termini di spiegare cosa sì bella, ma alla meglio che potrò mi spiegherò. Fra le altre rarità, vi era una fonte di acqua viva, così bella che non è possibile descriversi; basta dire che in questa veniva simboleggiata la Triade Sacrosanta. Vi era un albero di smisurata grandezza, così bello che non ha pari; vi era una luce molto dissimile dalla nostra: questa sovrana luce trasformò il mio spirito sotto l’immagine di bella colomba.

Mi trovai dunque, così trasformata, sopra il muro di questo vastissimo giardino: guardo, e vedo il suddetto albero, che con l’amenità dei verdeggianti suoi rami e con la bellezza dei suoi preziosi frutti mi invitava, in una maniera quanto mai bella, speciosa per parte di intelligenza. Mi pareva che sotto la figura di quell’albero mi si rappresentasse la umanità ss. di Gesù Cristo, che mi invitasse a posarmi sopra dei verdeggianti suoi rami.

Prontamente obbedì la povera anima mia: promettendomi tutta la mia sicurezza, mi invitava a formare il nido nei verdeggianti suoi rami. «Vieni», sentivo dirmi, «vieni bella colomba mia, vieni a formare in me il tuo nido. Dentro profondo forame ti collocherò. Qui godrai la tua sicurezza».

Ai replicati inviti, l’anima mia spiccò il volo, distese le potenze dell’anima a guisa di ali; da forza superiore fui leggiadramente sollevata e, fatti tre giri nell’ampio giardino, in questo tempo Dio purificò il mio spirito per mezzo di quella luce, che tramandava da ogni intorno vampe di sacro fuoco. Posata che mi fui sopra il misterioso albero, fui introdotta dentro l’amoroso forame. Sì, nell’amoroso cuore del mio amorosissimo Signore fu introdotta la povera anima mia. Mio Dio, e come si possono spiegare i vostri distinti favori? Provai nell’anima mia un bene tanto particolare che io non capivo più in me stessa, e per essere affatto inesperta di questa scienza, e per essere le soprannaturali unioni molto frequenti e molto sensibili.

Quando tornavo in me stessa, il corpo lo trovavo come incadaverito, incapace affatto di ogni sensazione, sicché, quando, terminata l’orazione, avevo necessità di farmi vedere dai miei parenti, nel vedermi così tonta e stordita, mi beffavano, mi schernivano, disapprovando la mia condotta. Ma io, non curando le loro beffe, proseguivo a godere la quiete, la pace che mi aveva donato il mio Dio nell’orazione.

8.2. Mi aveva rapito il cuore


Prendo a raccontare una grazia, fra le tante che io non ricordo, mentre in questi nove mesi che dimorai alle falde del Santo Monte posso dire con verità, come è ben noto a vostra paternità, che il mio spirito era quasi sempre assorto in Dio, in una maniera molto particolare. Avevo quasi perduto del tutto la sensibilità, non curandomi più né di vedere, né di parlare, né di operare; ma fisso teneva sempre lo sguardo in Dio, che rapito mi aveva il cuore.

Più volte mi successe di non riconoscere neppure le proprie figlie; avevo veramente perduto ogni sollecitudine, il mio intelletto era tutto perso, occupato, assorbito in Dio, per le frequenti comunicazioni. Non passava giorno che Dio non si degnasse di favorirmi con grazie molto particolari.

Una mattina, dunque, dopo la santa Comunione, fu trasportato il mio spirito in una parte del Santo Monte, sopra una amena collina: questa era tutta smaltata di vaghi fiori. In questo luogo Dio, per quanto ne sono capace, mi si diede a conoscere per quel Dio di bontà che egli è, e, per mezzo di particolare intelligenza, mi fece conoscere che gran bene sia il possederlo. Ricevuta questa cognizione, l’anima mia si accese di santo amore, ma in una maniera che io non posso descriverlo. Mi sentivo tutta trasformata in amore verso il mio Dio: che cosa non avrei fatto per possederlo! Ero veramente per l’amore fuori di me stessa: avrei dato mille volte la vita per poterlo possedere. Ora lo spirito si slanciava rapidamente verso il suo amato Signore, mostrandogli la gran necessità che aveva il mio povero cuore di amarlo; ora perdeva affatto la forza e languiva di amore il povero mio cuore. Oh, quanta compiacenza mostrò il mio Signore nel vedermi per amor suo così languire che, presa la figura di vago fanciullo, mi prese ad interrogare se e quanto lo amassi io.

A queste sue parole, l’anima si accese di santo e puro amore. L’amabile fanciullo, pieno di cortesia, alla vicina fonte condusse l’anima mia, e leggiadramente salito sulla fonte fino alla sommità di questa, amorosamente mi invitava a lavarmi e purificarmi; in quella preziosa acqua s’immerse, e nell’immersione si trasformò in bella colomba di amore.

Il caro fanciullino di questa s’innamora, e per dimostrare a lei il suo affetto, sollevò le mani al cielo e, tramandando da queste vivo sangue dalle divine cicatrici delle sue divine mani e del venerabile suo costato, tramandò vivo sangue dirigendo verso la colomba le tre vive sorgenti del suo parziale amore, ne formarono a questa un salutare lavacro.

Ecco che la colomba, da candida che era, ne venne rubiconda e di celestiale splendore apparve ricoperta, ma la sua bellezza non si può descrivere. Di celestiale gaudio ripieno fu il mio cuore, la pace e la dolcezza assorta mi tenevano, il Paraclito Spirito distese il suo splendore e di celestiale fuoco mi circondava il cuore.

Oh, come in un momento si vide consumare la povera colomba dalle divine fiamme che il divino spirito mandava da ogni intorno! Eccola, alla fine, estinta in mezzo al sacro fuoco. Dopo essere stata per qualche momento estinta, di nuovo tornò a percuotermi il celestiale splendore: da morte a vita richiamò la povera colomba, che estinta se ne stava in mezzo al sacro fuoco. L’eterno Dio nuova vita mi ridonò. Quale impressione fece nel mio cuore questa particolare grazia non mi è possibile spiegare. Una totale rinnovazione di spirito mi parve di provare, una vita quasi divina mi pareva di possedere, tanta era l’unione e la partecipazione del bene che mi aveva comunicato l’eterno Dio. Questa grazia mi tenne per molti giorni come estatica, poco e niente capivo. L’essere così attratta mi rendeva oggetto di burla e di scherno, non solo ai parenti, ma anche alle persone che professavano qualche sorta di devozione. Ma non mi affliggevo per questo, lasciavo dire chi voleva dire, e la povera anima mia si rallegrava nel piacere al suo Dio, mentre altra brama non avevo che di contentare, di piacere, di amare il mio Signore, il mio amorosissimo Dio.

8.3. Vidi il precursore Giovanni venire verso di me


Del 1809, mese di giugno, il dì 23, vigilia del gran precursore Giovanni Battista, mi ero ritirata, secondo il solito, al caposcala, come già dissi al foglio..., a fare orazione. Fatta l’orazione preparatoria, fui sopraffatta da interno raccoglimento, da particolare illustrazione fu illuminata la mia mente e l’intelletto fu sollevato a contemplare l’eterna misericordia. Dopo aver profondamente adorato con l’intimo dell’anima l’eterno Dio, dopo essermi profondamente umiliata e inabissata nel proprio mio nulla, dopo aver riconosciuto Dio per assoluto padrone del cielo e della terra, dopo essermi offerta tutta al suo divino beneplacito, perché degnato si fosse di far di me quello che più gli piacesse, tutto ad un tratto fui sopraffatta da dolcissimo riposo.

In questo tempo mi trovai in spirito in luogo deserto, dove tutto spirava santità. Vidi da lungi il gran precursore Giovanni, che verso di me si approssimava; il mio spirito, pieno di venerazione e di rispetto, si prostrò dinanzi a lui, supplicandolo umilmente a volersi degnare di proteggermi.

Tutto intimorito era il mio spirito, alla presenza di questo gran santo; i miei occhi erano divenuti due fonti di lacrime, si sprofondava nel nulla la povera anima mia, e, fissi gli occhi in terra, un gelido timor mi scorreva nel cuore.

Il santo precursore con dolci accenti mi prese a consolare: «Non temere», mi disse, «non temere. Di nuova consolante apportatore sono io. A te vengo da parte dell’altissimo Dio, acciò ti prepari a ricevere gli alti favori dell’eterna sua bontà. «Vedi», mi disse, «là ti aspetta il Paraclito Spirito per celebrare con te i celesti sponsali. Io», diceva il santo, «io sarò il fortunato tuo condottiero. Oh, grazia ben grande, oh anima fortunata!», esclamava pieno di ammirazione, «oh infinita bontà dell’Altissimo!», e intanto mi additava da lungi la terra di promissione. L’ammirazione e l’esclamazione del santo precursore servirono al povero mio spirito di somma confusione: umiliando me stessa, non sapevo comprendere come mai si degnasse Dio di favorire con grazie tanto singolari un’anima tanto scellerata come sono io. Di santo orrore il cuore ripieno, piangevo, ma sentivo contento il cuore; una dolce violenza non mi permetteva il potermi partire, ma piena d’amore e di santi affetti, anelante diceva: «Il mio Bene dov’è?». Il santo timore vorrebbe balzarmi ben lungi di qua; la riverenza, il rispetto, l’amore dolce violenza facevano al cuore e non mi permettevano il potermi partire. Oh, dolce contrasto: quanta pena mi fai provar! Oh, come in un baleno da raggio inaspettato fu illuminato il cor! La fede, la speranza, la carità, l’amore trasmutar mi fecero l’anima e il cuore; una nova vita mi parve di respirare, e, tutto assorto in Dio, si profondava lo spirito in replicati atti di santa umiltà. Così passai il dì 23 giugno 1809.

8.4. Vidi la terra di promissione


Il dì 24 del suddetto mese, mi apparve di nuovo il suddetto Santo, tutto sfolgoreggiante di luce, e mi condusse sopra di un alto Monte, dove da lungi mi fece vedere la terra di promissione. Oh, come nel mirar la vaghezza, la bellezza, la fertilità di questa, la povera anima mia ardentemente desiderava il potervi entrare; ma piena di stupore restai, quando mi avvidi che non vi era strada che là mi potesse condurre, mentre la benedetta terra era segregata affatto da tutto il creato.

Il Santo, come già dissi, mi additava da lungi la sua amenità, la sua fertilità. La dimostrazione che mi faceva il Santo era tutta spirituale, intima, profonda, riguardante l’intelligenza dello spirito. Si accendeva nel mio cuore un amore ardentissimo verso Dio, la cognizione intellettuale mi faceva conoscere il significato di quello che nella immaginativa mi si rappresentava.

Il mio intelletto restò illuminato da quello splendore che circondava il Battista; lo spirito fu sollevato nell’ampiezza della divinità della immensità di Dio. Nella imaginativa mi si rappresentava l’amenità, la fertilità di questa benedetta terra, con la dimostrazione la più magnifica che possa concepire la mente umana, di bello, di dilettevole, e quanto mai di prezioso e di magnifico possa comprendere tutto l’universo unito insieme. Oh, come in tutte queste magnificentissime cose riconosceva il gran Dio degli eserciti, lo riconosceva per quell’Onnipotente Dio che egli è, ripieno della sua gloria in cielo e in terra. Piena dunque di rispetto e di riverenza si sprofondava nel suo nulla la miserabile anima mia; la cognizione, la penetrazione di sì alto mistero rendeva estatico il mio spirito.

8.5. Nella terra di promissione


Ecco che alla meglio che ho potuto le ho dimostrato quanto passò nella mia immaginativa: non ardisco però manifestare neppure un accento riguardo alla cognizione intellettuale che Dio si degnò comunicarmi per mezzo di particolare intelligenza. Mentre mi manca la maniera di spiegare cose sì alte, sì sublimi, che il povero mio intelletto non poté neppure comprendere del tutto; proseguo dunque a manifestare quanto passò nella immaginativa. In questa visione mi venivano in questa benedetta terra dimostrate le ricchezze celestiali: oh, come la povera anima mia desiderava il potervi andare! Ma, come già dissi, non vi era strada che là mi conducesse. Piena di affetto, alla benedetta terra rivolta, le mandavo i più infuocati sospiri, porgevo le più ferventi suppliche all’Altissimo.

Rivolta al mio condottiero, con calde lacrime lo pregavo a volermi là condurre; benché mi riconoscessi affatto indegna, affidata nei meriti del mio caro Gesù, speravo di ottenere la grazia. In questo tempo vidi apparire molti Angeli che, per comando di Dio, alzarono un magnifico ponte per mezzo del quale poté la povera anima mia avere l’ingresso: così poté introdursi nella benedetta terra.

Accompagnata dal santo precursore e da molte schiere angeliche, e così piena di gaudio, entrai nella terra di promissione. I santi angeli mostravano il più alto loro stupore per vedermi tanto favorita da Dio; la loro ammirazione rendeva al povero mio spirito una profondissima umiltà. Appena posi i piedi in questa benedetta terra, mi fu dal mio buon Dio comunicata una purità angelica, che rendeva il mio spirito puro e semplice come una colomba.

L’amor santo di Dio serpeggiava nel mio seno e nel mio cuore, formava un vivo incendio ardentissimo di amore. Cosa mai dirò di questa benedetta terra? Non è possibile che possa ridire la sua magnificenza, ma per non mancare all’obbedienza, pur qualche cosa dirò. Vi era un vastissimo Monte, che conteneva quanto di bello e di prezioso e di raro possa mai immaginarsi, di argento di oro finissimo, di pietre preziosissime, di perle lucidissime. Dal ricco suo seno tramandava tanta ricchezza, tanta vaghezza, assai più di quello che possa mai comprendere spirituale intendimento di anima che, per mezzo della grazia soprannaturale, le venga da Dio permesso penetrare .

Non è veramente spiegabile, tutto quello che dico è poco, e tutto quello che potessi mai dire sarà sempre poco, in paragone della bellezza, della vaghezza di questa benedetta terra. Vi era una vastissima valle smaltata di bellissimi fiori che tramandavano un odor soave; vi erano nobilissimi alberi di frutti gratissimi, ma dove mi inoltro? Che pretensione è la mia, descrivere magnificenza che neppure del tutto potrei comprendere. Oh stolta, oh sciocca che sono! Tutto questo luogo spirava soavità e dolcezza; qui si godeva una deliziosa primavera, non terrestre ma celeste. Tutto quello che in questo divin luogo vidi, in paragone di quello che sensibilmente noi vediamo di bello nel nostro mondo sensibile, senza esagerazione è tanto differente quanto è differente la creta dall’oro finissimo: non è paragonabile. Il santo mio condottiero mi conduceva or qua or là, additandomi ora una cosa, ora un’altra; intanto il mio spirito andava inebriandosi di amore verso il Creatore del tutto. Mentre contemplavo la magnificenza di queste belle cose, amavo ardentissimamente il mio amabilissimo Creatore, e, invece di prendere compiacenza in queste, il mio spirito cercava solo Dio e, rivolto al santo, tutto amore, diceva: «Il mio Dio, il mio Dio dov’è?».

Allora il Battista mi additò un magnifico palazzo, e mi disse esser quello il palazzo del sommo Re; che preparata mi fossi, che là sarei introdotta per celebrare con il sommo Re i celesti sponsali. A questa notizia il mio spirito fu sopraffatto da santo timore, inabissata nel proprio nulla, mi confondevo, e confessandomi indegnissima di sì alto favore, piangendo dirottamente, mi raccomandavo caldamente al mio santo condottiero, acciò mi avesse tratto fuori da questo luogo, perché non volevo oscurare la gloria di un Dio di infinita maestà, riconoscendomi affatto indegna di tanto onore. Questi sentimenti furono in me permanenti, e tutta la giornata la passai piangendo, deplorando le mie colpe. Sentivo nell’intimo del cuore un amore ardente verso il mio Dio, che rapidamente mi univa al sommo suo amore; tornava ad umiliarsi lo spirito, e viepiù si accendeva di carità.

8.6. Nell’abitazione del sommo Re


Il dì 25 giugno 1809, da immenso stuolo di angeli fui condotta al regio palazzo. Prima di giungere al regio palazzo, vi era una ripida gradinata; salita che ebbi l’alta scala, con mio sommo stupore, vidi che il magnifico palazzo non aveva porta corrispondente alla sua magnificenza. Andavo dicendo fra me stessa: «Cosa veramente da stupire, palazzo così magnifico, scala così grande, eppure, chi lo crederebbe? non vi è porta corrispondente da poter entrare».

Oh, come la povera anima mia restò attonita, e piena di stupore! non conoscevo la giusta cagione come sì bello edificio non avesse porta corrispondente alla sua magnificenza. Altro non vi era che una piccolissima porta, non più grande che la bocca di un forno: questa era di forte metallo. Era questa ben chiusa e sigillata, di maniera che non si poteva penetrare. Il santo Battista, conoscendo la mia ignoranza, mi ammaestrò: «Sappi», mi disse, «che l’abitazione del sommo Re non ha porta corrispondente alla sua magnificenza, per denotare a quelli che vogliono entrare che si devono umiliare, annientare, assottigliare, per così penetrare questa angusta porta».

Oh, che grande elogio fece il santo precursore della santa umiltà! Mi fece conoscere quanto doverosa sia ad ogni creatura questa virtù, e quanto onore renda al sommo Dio. A questa dimostrazione del Santo, il mio spirito conobbe la necessità di questa virtù, e con le lacrime e con sospiri si raccomandava al suo Dio, acciò si degnasse concedermi la santa umiltà.

A questa preghiera, sento ad un tratto una totale innovazione di spirito, che giustificò il mio cuore, e la grazia del Signore per quel momento mi trasmutò in un serafino di amore. In quel momento restò purificato il mio spirito, per mezzo della suddetta grazia: mi comunicò Dio tutte quelle disposizioni che richiedeva un sì alto favore.

Si annientò dunque l’anima, si sprofondò nel proprio suo nulla, e così ebbe libero l’ingresso. Si dischiuse al momento la feral porta e l’anima, bene assottigliata con la grazia di Dio, nel magnifico palazzo fu introdotta.

Oh, cosa dirò mai di questa magnificenza! Mio Dio, datemi grazia di spiegare alla meglio che posso le vostre incomprensibili misericordie, perché la mia ignoranza non oscuri la vostra gloria. E voi, Angeli santi, che spettatori foste dell’alto favore che mi degnò l’eterno Dio, voi insegnatemi, voi suggeritemi termini che atti siano a descrivere con vive immagini quello che io per la mia ignoranza non so manifestare.
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