Il castigo e il perdono dei peccati e il battesimo dei bambini. Libro secondo.

Sant'Agostino d'Ippona

Il castigo e il perdono dei peccati e il battesimo dei bambini. Libro secondo.
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L'argomento di questo secondo libro.

1. 1. Carissimo Marcellino, nel precedente libro abbiamo discusso a sufficienza, come penso, sul battesimo dei bambini che viene dato loro non solo per il regno di Dio, ma anche perché ottengano la salvezza e la vita eterna, che nessuno può avere senza il regno di Dio e senza essere unito al Cristo Salvatore con quel tipo di società in vista della quale egli ci ha redento con il suo sangue 1. In questo libro mi sono invece accollato di esaminare e sciogliere, con quanta diligenza o capacità mi dona il Signore, i nodi seguenti: se c'è qualcuno che in questo secolo viva o sia vissuto o sia per vivere senza assolutamente nessun peccato, con l'unica eccezione del Mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti 2. Se in questo studio per qualche necessità od opportunità si inserirà di nuovo la questione del battesimo o del peccato dei bambini, non ti meravigliare se non sfuggiremo di rispondere in quei momenti, come possiamo, a tutti i problemi che reclamano una nostra risposta.

La libertà umana ha bisogno della grazia divina.

2. 2. La soluzione poi del problema di una vita umana senza alcun peccato che ci rubi di soppiatto il consenso e lo prevenga è necessarissima anche per le nostre quotidiane preghiere. Ci sono infatti alcuni che presumono tanto del libero arbitrio della volontà umana da credere che noi per non peccare non abbiamo nemmeno bisogno d'essere aiutati da Dio, una volta concesso alla nostra stessa natura l'arbitrio della libera volontà. Ne consegue che non dobbiamo neppure pregare di non entrare in tentazione 3, cioè di non essere vinti dalla tentazione, né da quella che inganna e sorprende la nostra ignoranza, né da quella che aggredisce e incalza la nostra debolezza. Ma quanto sia dannoso, quanto sia pericoloso per la nostra salvezza che è nel Cristo, quanto sia ad essa contrario, quanto fortemente sia opposto al senso religioso che ci anima e alla pietà che dedichiamo a Dio non pregare il Signore per ricevere tale beneficio e ritenere vana la petizione contenuta nella stessa orazione domenicale: Non ci portare in tentazione 4 non riusciamo a spiegarlo a parole.

Alle nostre debolezze morali possiamo rimediare con l'esercizio della misericordia.

3. 3. Sembra a costoro di mostrare acume d'intelligenza nel dire, quasi lo ignorasse qualcuno dei nostri, che "se non vogliamo, non pecchiamo, e Dio non comanderebbe mai all'uomo ciò che fosse impossibile alla sua volontà". Ma non vedono che per superare o certi cattivi desideri o certe cattive paure a volte sono necessarie grandi forze, anzi tutte le forze della volontà. Che noi non le avremmo perfettamente impegnate in ogni circostanza l'ha previsto colui che volle dichiarato con verità dal profeta: Nessun vivente davanti a te è giusto 5. Tali dunque prevedendo che saremmo stati, il Signore si degnò di concedere e di far valere contro il reato e i vincoli dei peccati anche dopo il battesimo alcuni rimedi salutari, cioè le opere di misericordia, dicendo: Perdonate e vi sarà perdonato, date e vi sarà dato 6. Chi infatti emigrerebbe da questa vita con qualche speranza di ricevere la salvezza eterna, stante quella sentenza: Chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un solo punto diventa colpevole di tutto 7, se poco dopo non ci fossero le altre parole: Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia, la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio 8?

Il male della concupiscenza nei bambini e nei grandi.

4. 4. La concupiscenza dunque, che risiede nelle membra del corpo di questa morte come legge del peccato 9, è in tutti i bambini fin dalla nascita. Nei bambini battezzati perde il reato e rimane per essere combattuta in avvenire; se essi muoiono prima dell'età del combattimento, non comporta per loro nessuna condanna. Nei bambini non battezzati la concupiscenza continua ad essere reato e li conduce alla condanna come figli d'ira 10, anche se muoiono da piccoli. Nei grandi poi che sono stati battezzati, poiché hanno l'uso di ragione, ogni consenso della mente alla concupiscenza nel peccare dipende dalla loro volontà. Distrutti tutti i peccati, sciolto anche il reato della concupiscenza che fin dall'origine li deteneva come vinti, la concupiscenza stessa rimane durante questa vita per essere combattuta, senza che possa nuocere minimamente a coloro che non le prestano ascolto in azioni illecite, fino a quando la morte non sia ingoiata per la vittoria 11 e con il sorgere della pace perfetta non esista più nulla da vincere. Quanto invece ai grandi che prestano ascolto alla concupiscenza in azioni illecite, essa costituisce in loro un reato e, se dal Sacerdote celeste che interpella per noi 12 non vengono risanati con la medicina della penitenza e con le opere di misericordia, li conduce alla morte seconda e alla dannazione 13. Per questo anche il Signore insegnandoci a pregare ci esortò a dire tra l'altro: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci portare in tentazione, ma liberaci dal male 14. Rimane infatti il male nella nostra carne, non per la natura in cui l'uomo è stato creato dalla divinità, ma per il peccato dov'è stato buttato dalla sua volontà e dove non può essere guarito dalla volontà con la stessa facilità con la quale è stato ferito, avendo perduto le sue forze. Di questo male dice l'Apostolo: So che nella mia carne non abita il bene 15. E comandò di non obbedire a questo male, dicendo: Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale si da sottomettervi ai suoi desideri 16. Perciò, se a questi desideri della concupiscenza carnale abbiamo acconsentito per illecita inclinazione della volontà, per guarire dal male che abbiamo fatto noi diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti 17, usando come rimedio l'esercizio della misericordia secondo le parole che seguono: Come noi li rimettiamo ai nostri debitori 18. Invece per non consentire alla concupiscenza noi imploriamo l'aiuto dicendo: E non ci portare in tentazione, o come hanno alcuni codici: Non c'indurre in tentazione. Non che Dio stesso tenti qualcuno con questa tentazione della concupiscenza: Dio infatti non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male 19, ma perché, se eventualmente avessimo cominciato ad essere tentati dalla nostra concupiscenza, non siamo abbandonati dall'aiuto divino e con esso possiamo vincere, senza essere indotti e sedotti 20. Poi aggiungiamo quello che si compirà alla fine di tutto, quando ciò che è mortale sarà assorbito dalla vita 21: Ma liberaci dal male 22. Allora infatti non esisterà più concupiscenza tale che sia da combattere e rintuzzare. Cosi dunque tutto ciò, contenuto in tre benefici, si può chiedere brevemente in questo modo: "Perdonaci le colpe alle quali siamo stati indotti dalla concupiscenza, aiutaci perché non siamo indotti dalla concupiscenza, togli da noi la concupiscenza".

Per obbedire ai comandamenti di Dio abbiamo bisogno dell'aiuto di Dio. Egli ci dona quello che ci comanda.

5. 5. A peccare infatti non veniamo aiutati da Dio, ma senza essere aiutati da Dio non possiamo fare quello che è giusto o adempiere in pieno la legge della giustizia. Come infatti l'occhio corporale non è aiutato dalla luce perché chiudendosi si distolga e si allontani da lei, ma per vedere viene aiutato dalla luce e non può vedere se la luce non l'aiuta, cosi Dio, che è la luce dell'uomo interiore, aiuta l'intuito della nostra mente perché operiamo alcunché di buono, non secondo la nostra giustizia, ma secondo la sua. Viceversa allontanarci da Dio dipende da noi: allora seguiamo i desideri della carne, allora acconsentiamo alla concupiscenza della carne per atti illeciti 23. Dio dunque ci aiuta, se convertiti a lui; ci abbandona, se convertiti ad altro. Ma ci aiuta pure perché ci convertiamo a lui: un aiuto che certamente questa luce terrena non presta agli occhi del corpo. Quando dunque ci comanda: Convertitevi a me e io mi convertirò a voi 24, e noi gli diciamo: Convertici, o Dio, nostro Salvatore 25, convertici Dio degli eserciti 26, che altro diciamo se non: "Dona quello che comandi"? Quando comanda: Cercate di capire, o insensati del popolo 27, e noi gli diciamo: Dammi l'intelligenza perché io capisca la tua legge 28, che altro gli diciamo se non: "Dona quello che comandi"? Quando comanda: Non andare dietro alle tue concupiscenze 29, e noi gli diciamo: Sappiamo che nessuno può essere continente se Dio non glielo concede 30, che altro diciamo se non: "Dona quello che comandi"? Quando comanda: Praticate la giustizia 31, e noi diciamo: Ammaestrami nella tua giustizia 32, che altro diciamo se non: "Dona quello che comandi"? Ugualmente quando dice: Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati 33, a chi dobbiamo chiedere di sfamarci e dissetarci di giustizia se non a colui che promette la sazietà agli affamati e agli assetati di essa?

La libertà non basta senza la preghiera. La preghiera non dispensa dall'esercizio del potere della nostra libertà.

5. 6. Allontaniamo dunque dai nostri orecchi e dalle nostre menti quanti dicono che noi, una volta ricevuto l'arbitrio della volontà, non dobbiamo affatto pregare che Dio ci aiuti a non peccare. Da tali tenebre non era accecato neppure quel fariseo della parabola, il quale, sebbene errasse nel credere di non aver più nulla da aggiungere alla sua giustizia e nel pensare di possederne la pienezza, tuttavia rendeva grazie a Dio di non essere come tutti gli altri uomini ingiusti, ladri, adulteri; di non essere come quel pubblicano, di digiunare due volte alla settimana, di dare le decime di quanto possedeva. Niente più ormai chiedeva che si aggiungesse alla sua giustizia; tuttavia, ringraziando Dio delle virtù che aveva, riconosceva d'averle ricevute tutte da Dio. Ciò non ostante, fu rimproverato sia perché non domandava di ricevere più nulla del cibo della giustizia, come se ne fosse già sazio, sia perché si andava gongolando quasi in modo offensivo d'essere superiore al pubblicano che ne aveva fame e sete 34. Che avverrà dunque a coloro che, sebbene confessino di non aver la giustizia o di non averla piena, tuttavia presumono di doverla avere da se stessi e non di doverla impetrare dal loro Creatore, nel quale se ne trova la pienezza e la sorgente? Non dobbiamo però affrontare tale necessità soltanto con le preghiere ma impegnamoci anche a viver bene con l'efficacia della nostra volontà. Si dice infatti che Dio è nostro aiuto 35, e non può essere aiutato se non chi si prova a fare qualcosa anche da sé. Dio infatti non opera in noi la nostra salvezza come se fossimo delle pietre insensibili o dei viventi alla cui natura egli non abbia dato la ragione e la volontà. Quanto poi al perché Dio aiuti questo e non aiuti quello, aiuti tanto uno e non cosi tanto un altro, aiuti chi in un modo e chi in modo diverso, dipende sia dalla natura della sua giustizia tanto arcana, sia dall'eccellenza del suo potere.

L'uomo, aiutato da Dio, può vivere questa vita terrena senza peccato.

6. 7. In verità a quanti dicono che in questa vita l'uomo può essere senza peccato non bisogna opporsi subito con incauta ostinatezza. A negare infatti tale possibilità si deroga e al libero arbitrio dell'uomo che con la sua volontà aspira a tale risultato e alla potente misericordia di Dio che lo aiuta a realizzarlo. Ma la prima questione è se quest'uomo possa esistere, la seconda se esista, la terza per quale ragione non esista, se non esiste, mentre potrebbe esistere; la quarta se qualcuno che non abbia mai avuto nessun peccato non solo esista, ma anche possa essere esistito in passato o possa esistere in futuro. Riguardo la prima delle quattro questioni, cioè sulla possibilità che l'uomo in questa vita sia senza peccato, confesserò che può esserlo con la grazia di Dio e con il suo libero arbitrio. Non esiterò ad affermare che anche il libero arbitrio appartiene alla grazia di Dio, cioè ai doni di Dio, e non solo perché sia, ma pure perché sia buono, cioè si converta ad osservare i comandamenti del Signore, e in tal modo la grazia di Dio non solo indichi cosa si deve fare, ma aiuti altresì a poter fare quanto ha indicato. Che cosa possediamo infatti senza averlo ricevuto? Tanto che anche Geremia dice: Lo so, Signore, che l'uomo non è padrone della sua via e che non è in potere di chi cammina il dirigere i suoi passi 36. Perciò il salmista, dopo aver notato rivolgendosi a Dio: Tu hai dato i tuoi precetti, perché siano osservati fedelmente 37, non presume di sé, ma si augura di poterli osservare con l'aiuto della preghiera: Siano diritte le mie vie nel custodire i tuoi decreti. Allora non dovrò arrossire, se avrò obbedito ai tuoi comandi 38. Ma chi attende da altri ciò che è talmente in suo potere da non aver bisogno di nessun aiuto per farlo? Da chi poi il salmista lo attenda, perché non l'attende dalla fortuna o dal fato o da chiunque altro all'infuori di Dio, lo spiega sufficientemente nei versetti seguenti: Rendi saldi i miei passi secondo la tua parola e su di me non prevalga il male 39. Dalla schiavitù di questa esecranda dominazione del male sono liberati coloro ai quali il Signore Gesù, perché l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio 40. Da quest'orrenda dominazione avrebbero dovuto essere liberati coloro a cui Gesù diceva: Se il Figlio vi farà liberi, allora sarete liberi davvero 41. Per queste e altre simili testimonianze senza numero non posso aver dubbi: né Dio ha comandato all'uomo alcunché d'impossibile, né qualche impossibilità impedisce a Dio di soccorrere e aiutare l'uomo perché avvenga quello che comanda. L'uomo dunque, se vuole, può con l'aiuto di Dio essere senza peccato.

La sacra Scrittura attesta che di fatto nessuno vive questa vita terrena senza alcun peccato.

7. 8. Quanto invece alla seconda questione se esista un uomo senza peccato, io credo che non esista. Credo infatti piuttosto alla Scrittura che dice: Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vivente davanti a te è giusto 42. Perciò c'è bisogno della misericordia di Dio che ha la meglio nel giudizio, ed essa non ci sarà per chi non fa misericordia 43. E dichiarando il Profeta: Ho detto: Confesserò contro di me le mie colpe al Signore e tu hai rimesso la malizia del mio cuore 44; soggiunge subito: Per questo ti prega ogni santo nel tempo dell'angoscia 45. Non dunque ogni peccatore, ma ogni santo. È infatti voce di santi questa: Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi 46. Nell'Apocalisse del medesimo Apostolo quei centoquarantaquattromila santi, che non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini, e non fu trovata menzogna sulla loro bocca, giacché sono irreprensibili 47, in tanto sono irreprensibili in quanto hanno ripreso sinceramente se stessi, e in tanto sulla loro bocca non fu trovata menzogna in quanto, se dicessero di essere senza peccato, ingannerebbero se stessi e non ci sarebbe in essi la verità, e conseguentemente ci sarebbe la menzogna dove non fosse la verità, perché certo non mentisce il giusto quando incominciando a parlare accusa se stesso 48.

La perfezione umana non si acquisisce in un istante, ma gradualmente.

7. 9. Riguardo a quello che è scritto: Chiunque è nato da Dio non commette peccato e non può commetterlo, perché un germe divino dimora in lui 49, e riguardo ad altre espressioni del medesimo tenore, costoro s'ingannano molto, considerando le Scritture con poca attenzione. Non avvertono infatti che tutti diventano figli di Dio da quando cominciano a vivere nella novità dello spirito e a trasformarsi nel loro intimo secondo l'immagine del loro Creatore 50. Il battesimo infatti non segna nell'uomo il crollo immediato di ogni sua antecedente debilità, ma il rinnovamento comincia con la remissione dei peccati e con quella misura di sapienza spirituale che possiede ciascuno che ha già l'uso di ragione. Tutte le altre mete si raggiungono per ora nella speranza in attesa che si raggiungano pure nella realtà, fino al rinnovamento dello stesso corpo nello stato migliore dell'immortalità e incorruttibilità, di cui ci rivestiremo nella risurrezione dei morti. Il Signore infatti chiama rigenerazione anche la risurrezione, una rigenerazione che, distinta dalla rigenerazione del battesimo, sarà tale da portare a termine pure nel corpo quanto si inizia adesso nello spirito, dicendo: Nella rigenerazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele 51. Infatti nel battesimo, oltre alla totale e piena remissione dei peccati, non avviene immediatamente anche il passaggio totale e pieno dell'uomo alla novità eterna. E ciò è vero non solo per il corpo che evidentemente continua a tendere ancora all'antica corruzione e alla morte e che dovrà essere rinnovato poi alla fine quando ci sarà veramente la novità totale, ma anche per la stessa anima che è l'uomo interiore. Se si verificasse con il battesimo la novità perfetta, l'Apostolo non affermerebbe: Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo quello interiore si rinnova di giorno in giorno 52. Certamente chi continua a rinnovarsi di giorno in giorno, non si è ancora rinnovato tutto e nella misura in cui non si è ancora rinnovato continua a rimanere nel vecchio stato di prima. Quindi per la parte per cui sono ancora nel vecchio stato di prima, per essa, benché già battezzati, gli uomini continuano a rimanere anche figli del secolo. Sono invece figli di Dio per la parte per cui sono nel nuovo stato, ossia per la remissione piena e perfetta dei peccati, per la loro sapienza spirituale, pur piccola che sia, e per la loro condotta coerente con essa 53. Interiormente infatti ci siamo spogliati dell'uomo vecchio e rivestiti del nuovo, perché interiormente abbiamo deposto la menzogna e diciamo la verità, con tutte le altre cose descritte dall'Apostolo per spiegare che cos'è spogliarsi dell'uomo vecchio e rivestirsi dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera 54. E a fare questo esorta persone già battezzate e credenti, che non avrebbero avuto bisogno d'esservi esortate, se fossero state rese perfette nel battesimo: e nondimeno nel battesimo abbiamo ottenuto d'essere salvati. Infatti, ci ha salvato mediante un lavacro di rigenerazione 55. Ma altrove dice in che modo è stata fatta la nostra salvezza: Non soltanto il creato, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo, interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza 56.

Siamo santi e peccatori contemporaneamente qui sulla terra, in attesa che si realizzi totalmente la nostra redenzione.

8. 10. L'adozione a figli diventerà piena con la redenzione anche del nostro corpo. Per adesso abbiamo le primizie dello Spirito e sotto quest'aspetto siamo già stati fatti figli di Dio nella realtà, ma tutti gli altri beni li abbiamo nella speranza: cosi salvi, cosi rinnovati, cosi pure figli di Dio; nella realtà invece, poiché non ancora salvi, per questo non ancora pienamente rinnovati, per questo non ancora nemmeno pienamente figli di Dio, ma anche figli del secolo. In virtù dunque di quello che ci rende figli di Dio, e sotto questo aspetto non possiamo assolutamente peccare, noi progrediamo nel rinnovamento e nella giustizia della vita, in attesa che si trasformi nella nostra realtà di figli di Dio anche tutto ciò che ci fa essere ancora figli del secolo: sotto questo aspetto infatti noi possiamo peccare ancora 57. Cosi è vero che non pecca chi è nato da Dio, ma è anche vero che inganneremmo noi stessi e la verità non sarebbe in noi se ci dicessimo senza peccato 58. Andrà dunque scomparendo ciò che ci fa figli della carne e figli del secolo e diventerà perfetto ciò che ci ha fatto figli di Dio e ci ha rinnovato nello spirito 59. In tal senso scrive il medesimo Giovanni: Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato 60. Che significano questi siamo e saremo se non ciò che siamo nella speranza e saremo nella realtà? Seguita infatti e dice: Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo cosi come egli è. Adesso dunque per un verso abbiamo già cominciato ad essere simili a lui possedendo le primizie dello Spirito e per un altro verso siamo ancora dissimili da lui a causa degli strascichi del vecchio stato di prima. Perciò in quanto simili in tanto figli di Dio per lo Spirito che rigenera, in quanto invece dissimili in tanto figli della carne e figli del secolo. Sotto il primo aspetto non possiamo peccare, sotto il secondo inganneremmo noi stessi a dire che siamo senza peccato 61, in attesa che tutto passi nello stato di adozione e non esista più il peccatore: Cerchi il suo posto e non lo trovi più 62.

Un giusto non genera un giusto, perché la giustizia è un fatto dello spirito, la generazione è un fatto della carne.

9. 11. Vana perciò è anche l'argomentazione di taluni che dicono: Se un peccatore genera un peccatore, cosicché al suo bambino debba poi cancellarsi il reato del peccato originale nella reazione del battesimo, anche un giusto deve generare un giusto. Come se chi genera generi carnalmente per quello che lo rende giusto e non piuttosto per quello che nelle sue membra circola concupiscenzialmente: e cosi la legge del peccato viene volta dalla legge della mente al fine della propagazione 63. Genera invece per quanto ancora di vecchio egli eredita tra i figli del secolo e non per quanto lo promuove alla novità tra i figli di Dio. Infatti i figli di questo secolo generano e sono generati 64. Anche chi nasce cosi è figlio del secolo, perché quello che nasce dalla carne è carne 65. Giusti invece non sono se non i figli di Dio. Ma non è che generano carnalmente in quanto figli di Dio, perché essi stessi sono nati dallo Spirito e non dalla carne. In tanto poi generano carnalmente quelli di essi che generano in quanto non hanno ancora trasformato nella novità perfetta tutti gli strascichi del vecchio stato di prima. Conseguentemente ogni figlio che nasce da questa parte vecchia e inferma è per forza esso stesso vecchio e infermo e quindi bisognoso che anch'egli per mezzo della remissione del peccato sia rinnovato spiritualmente ad altra generazione. Se ciò non avviene in lui, non gli gioverà per nulla un padre giusto, perché il padre è giusto nello spirito con il quale non l'ha generato. Se viceversa avviene, non gli nuocerà per nulla nemmeno un padre ingiusto, perché il figlio con la grazia spirituale ha fatto il passaggio alla speranza della novità eterna, mentre il padre con la mente carnale è rimasto totalmente nel vecchio stato di prima.

Hanno peccato anche i santi più elogiati dalla sacra Scrittura: Noè,

10. 12. Perciò il testo: Chiunque è nato da Dio non commette peccato 66 non si trova in contraddizione con l'altro in cui quanti sono già nati da Dio vengono avvertiti: Se diciamo che siamo senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi 67. Infatti fin quando l'uomo, benché già tutto rinnovato secondo la speranza e già parzialmente rinnovato secondo la realtà per la rigenerazione spirituale, continua tuttavia a portare ancora un corpo che si corrompe e appesantisce l'anima 68, dobbiamo puntualizzare nello stesso individuo ciò per cui è senza peccato e ciò per cui si dice che è peccatore. In proposito credo che la Scrittura di Dio non renda a nessun altro una testimonianza di giustizia tanto grande come ai tre servi di Dio Noè, Daniele e Giobbe, che il profeta Ezechiele commemora come gli unici meritevoli di scampare di mezzo ad un eventuale castigo di Dio 69. Raffigura in quei tre personaggi tre categorie di persone che si salveranno: in Noè penso i giusti che sono capi del popolo di Dio, atteso il governo che egli ebbe dell'arca, simbolo della Chiesa; in Daniele, i giusti continenti; in Giobbe, i giusti coniugati. Potrebbe essere diversa l'interpretazione e non è necessario discuterne in questo momento. Comunque, quanta sia stata la loro preminenza nella giustizia appare sufficientemente da questa testimonianza del profeta e da altre testimonianze divine 70. Ma nessuna persona sobria venga per questo a dire che non è peccato ubriacarsi. Eppure capitò ad un uomo cosi grande: Noè infatti, come leggiamo, una volta si ubriacò, sebbene fosse ben lontano dall'essere un ubriacone 71.
Daniele,

10. 13. Quanto a Daniele, dopo una supplica rivolta a Dio, dice di se stesso: Mentre pregavo e confessavo al Signore Dio i peccati miei e i peccati del mio popolo 72. Per questo, se non sbaglio, il già ricordato Ezechiele dice ad un uomo molto superbo: Sei forse più sapiente di Daniele 73? E qui non è possibile ripetere l'argomentazione che fanno contro l'orazione domenicale taluni di costoro: Gli Apostoli, sebbene la usassero, tuttavia, essendo già santi e perfetti e non avendo assolutamente nessun peccato, non dicevano: "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori" 74 per se stessi, ma per i cristiani ancora imperfetti e ancora peccatori. Dicendo "nostri" intendevano significare che coesistevano in un solo corpo sia gli altri che avevano ancora dei peccati, sia essi stessi che ne erano già puri sotto ogni aspetto. Di Daniele certo non si può dire questo. Egli prevedendo, come credo, nella sua qualità di profeta che ci sarebbe stata in seguito una simile presunzione, dopo aver detto più volte nell'orazione: Abbiamo peccato, non spiega queste sue parole riferendole al popolo: Mentre pregavo e confessavo al Signore mio Dio i peccati del mio popolo 75. E nemmeno dice senza ben distinguere e lasciando incerto se parlasse in riferimento ad un unico corpo sociale: "Mentre confessavo al Signore mio Dio i nostri peccati". Ma con tutta la distinzione, quasi preoccupato proprio di essa; e sottolineandola al massimo, dice: I peccati miei e i peccati del mio popolo. Chi si oppone a questa evidenza all'infuori di chi ha più piacere nel difendere la sentenza che sostiene che nel cercare di trovare la sentenza che deve sostenere?

Giobbe.

10. 14. Ma vediamo che cosa Giobbe dice di sé, dopo tanta testimonianza di giustizia che Dio gli ha reso. Dice: Lo so in verità che è cosi. Ma quando mai l'uomo sarà trovato giusto dinanzi al Signore? Se l'uomo volesse discutere con lui, non potrebbe obbedirgli 76. E poco dopo: Chi mai potrà opporsi al suo giudizio? Anche se avessi ragione, la mia bocca stessa parlerebbe male 77. Ancora più sotto: So che non mi riterrà innocente. Se dunque sono empio, perché non sono morto? Quand'anche mi lavassi con la neve e le mie mani luccicassero di candore, tu mi tufferesti a forza nel fango 78. Ugualmente in un altro suo discorso: Tu hai dato di me giudizi amari, mi hai addossato i peccati della mia giovinezza, metti i miei piedi nei ceppi, spii tutte le mie azioni e segui i movimenti dei miei piedi, mentre vado invecchiando come un otre e un abito roso dalle tignole. L'uomo nato da donna ha vita breve e piena d'ira. Come fiore sboccia e si reclina, come ombra passa e non rimane. E un tale essere farai comparire al tuo giudizio? Chi sarà puro da immondezze? Nessuno, nemmeno se di un solo giorno fosse la sua vita 79. E poco dopo dice: Tu hai contato tutte le mie necessità e nulla ti è rimasto nascosto dei miei peccati. Hai sigillato in un sacco le mie colpe e hai notato se qualcosa ho commesso a malincuore 80. Ecco, anche Giobbe confessa i suoi peccati e dice di sapere in verità che nessuno è giusto davanti al Signore. Giobbe dice di saperlo in verità, per cui se noi dicessimo d'essere senza peccato, la verità stessa non sarebbe in noi 81. Secondo dunque il modulo della condotta umana Dio gli rende tanta testimonianza di giustizia, ma egli misurandosi su quella regola di giustizia che vede, come può, presso Dio, sa in verità che è cosi come ha detto. E aggiunge: Ma quando mai l'uomo sarà trovato giusto dinanzi al Signore? Se l'uomo volesse discutere con lui, non potrebbe obbedirgli 82; cioè: "se in giudizio volesse dimostrare che non si può trovare in lui nulla da condannare, non potrebbe obbedirgli", in quanto perderebbe anche quella obbedienza che consiste nell'obbedire a chi comanda di riconoscere i propri peccati. Perciò il Signore rimprovera certuni dicendo: Perché volete discutere con me 83? E il salmista prevenendo tale rimprovero dice: Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vivente davanti a te è giusto 84. E lo stesso Giobbe dice: Chi mai potrà opporsi al suo giudizio? Anche se avessi ragione, la mia bocca parlerebbe male 85. Cioè: "Se mi dicessi giusto contro il suo giudizio, dove quella perfetta regola di giustizia mi convince d'ingiustizia, certo parlerebbe male la mia bocca, perché parlerebbe contro la verità di Dio".

Anche Giobbe si sentiva come uomo " figlio dell'ira ".

10. 15. Per mostrare anche la stessa fragilità umana o meglio la condanna della generazione carnale derivata dalla trasgressione del peccato originale, parlando dei propri peccati, quasi ne volesse indicare la causa, dice che l'uomo nato da donna ha vita breve e piena d'ira 86. Di quale ira se non di quella di cui tutti gli uomini, come si esprime l'Apostolo, sono figli per natura 87, ossia originalmente, essendo figli della concupiscenza della carne e figli del secolo? A tale ira fa appartenere logicamente anche la morte dell'uomo. Dopo aver detto infatti: Ha vita breve e piena d'ira, aggiunge pure: Come fiore sboccia e si reclina, come ombra passa e non rimane. Quello che poi aggiunge: E un tale essere farai comparire al tuo giudizio? Chi sarà puro da immondezze? Nessuno, nemmeno se di un solo giorno fosse la sua vita 88 significa: "Un uomo di breve durata hai fatto comparire al tuo giudizio. Infatti, per quanto fuggevole sia stata la sua esistenza, fosse anche di un giorno soltanto, non potrebbe essere puro da immondezze e perciò giustamente comparirà al tuo giudizio". Inoltre le parole: Tu hai contato tutte le mie necessità e nulla ti è rimasto nascosto dei miei peccati. Hai sigillato in un sacco le mie colpe e hai notato se qualcosa ho commesso a malincuore 89, non bastano a dimostrare che vengono giustamente imputati anche quei peccati che si commettono, non per allettamento di un piacere, ma per allontanamento di una molestia o di un dolore o della morte? Anche di questi si dice infatti che si commettono per una certa necessità, mentre tutte le necessità dovrebbero superarsi per amore e piacere di giustizia. Quello pure che dice: Hai notato se qualcosa ho commesso a malincuore 90 può sembrare corrispondente alla dichiarazione di Paolo: Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto 91.

Rispetto alla giustizia di Gesù Cristo, Giobbe accusava se stesso.

10. 16. C'è di più. Perché mai lo stesso Signore che gli aveva reso testimonianza, dicendo anche la Scrittura, cioè lo Spirito di Dio: In tutte le disgrazie che gli accaddero, Giobbe non peccò con le sue labbra dinanzi al Signore 92, dopo tuttavia gli parla in tono di rimprovero, come afferma lo stesso Giobbe nel seguente passo: Perché continuo ad essere sottoposto a giudizio, ammonito e rimproverato dal Signore 93? Ora, nessuno viene giustamente rimproverato, se non c'è in lui qualcosa che sia degno di rimprovero.

11. 16. E qual è il tenore del rimprovero che si spiega per riferimento alla persona del Cristo Signore? Gli conta le opere della sua potenza, rimproverandolo in un modo che sembra mettergli in bocca questa sentenza: Puoi tu forse queste grandi opere che posso io? A quale scopo? Lo scopo è semplicemente che Giobbe comprenda. A lui fu fatta conoscere per ispirazione divina anche la futura passione del Cristo. Comprenda perciò con quanta pazienza deve sopportare le sue disgrazie, se pure il Cristo, che si è fatto uomo 94 per noi e che fu assolutamente senza peccato e come Dio ha tanta potenza, non ricusò tuttavia l'obbedienza della passione. Ciò intendendo Giobbe con una più chiara intuizione del cuore, aggiunge alla sua risposta: Prima sapevo di te per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi accuso, mi condanno, mi stimo terra e cenere 95. Per quale motivo in tanta intuizione Giobbe dispiaceva cosi tanto a se stesso? Non gli poteva giustamente dispiacere l'opera di Dio per cui era uomo, se a Dio stesso si dice: Non disprezzare le opere delle tue mani 96. Ma certamente, in riferimento a quella giustizia per cui aveva coscienza d'essere giusto, si accusò, si condannò, si stimò cenere e terra, perché con la mente contemplò la giustizia del Cristo nel quale non poté trovarsi alcun peccato, non solo quanto alla sua divinità, ma nemmeno quanto alla sua anima e al suo corpo. Secondo questa medesima giustizia che viene da Dio anche l'apostolo Paolo stimò non solo danno, ma perfino sterco, quanto in lui era ineccepibile secondo la giustizia che viene dalla legge 97.

Comparativamente agli altri uomini Giobbe era perfetto, ma non lo era in senso assoluto.

12. 17. La bella testimonianza di Dio a lode di Giobbe non è contraria al testo che dice: Nessun vivente davanti a te è giusto 98. Non prova l'assenza in lui di qualsiasi colpa, che egli stesso dovesse riprendere umilmente o il Signore Dio giustamente, sebbene senza falsità venisse già dichiarato giusto, sincero adoratore di Dio e alieno da ogni cattiva azione. Ecco infatti quali parole Dio dice di lui: Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: irreprensibile, giusto, ben timorato di Dio, alieno da ogni opera malvagia 99. Con le prime parole viene lodato in raffronto agli uomini della terra. Eccelleva dunque su tutti i giusti che potevano vivere allora in terra. Non era dunque immune da ogni peccato per il fatto di superare tutti gli altri nel progresso della giustizia. Poi vengono le altre parole: irreprensibile, perché nessuno si sarebbe lamentato giustamente della sua vita; giusto, perché aveva progredito tanto nell'integrità morale che nessuno gli stava alla pari; ben timorato di Dio, perché anche sincero e umile accusatore dei propri peccati; alieno da ogni opera malvagia: cosa meravigliosa, se perfino da ogni parola e da ogni pensiero riprovevole. Quanto fosse grande Giobbe non lo sappiamo, ma lo sappiamo giusto, lo sappiamo anche fortissimo nel sopportare le orrende prove delle sue tribolazioni, sappiamo che ebbe a soffrire tutto non per i suoi peccati, ma perché si mostrasse la sua giustizia. In ogni modo le parole con le quali fu lodato da Dio andrebbero bene anche per chi secondo l'uomo interiore acconsente con piacere alla legge di Dio 100, ma sente nelle sue membra un'altra legge in contrasto con la legge della sua mente, specialmente quando dichiara: Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio il male che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me 101. Ecco, anche questi secondo l'uomo interiore è alieno da ogni opera malvagia, perché a compierla non è lui, ma il male che abita nella sua carne. Tuttavia, poiché la stessa compiacenza che prova per la legge di Dio non l'ha se non dalla grazia di Dio, sentendosi ancora bisognoso di liberazione esclama: Io sono uno sventurato! Chi mi libererà dal corpo di questa morte? La grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 102.

La perfezione umana è per adesso sempre imperfetta.

13. 18. Esistono dunque sulla terra uomini giusti, grandi, forti, prudenti, continenti, pazienti, pii, misericordiosi, capaci di sopportare con calma per la giustizia tutti i mali temporali. Ma se è vero, anzi perché è vero, che, se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi 103, e che nessun vivente davanti a te è giusto 104, costoro non sono senza peccato e nessuno di essi vaneggiò tanto per superbia da credere di non aver bisogno dell'orazione domenicale per i suoi peccati, quali che siano.

Nemmeno il sacerdote Zaccaria aveva la santità sacerdotale di Gesù Cristo.

13. 19. Per esempio, di Zaccaria ed Elisabetta, che ci vengono spesso obiettati nelle discussioni riguardanti la presente questione, che cosa potremo dire se non quello che attesta con evidenza la Scrittura: Zaccaria era di un'eminente giustizia tra i sommi sacerdoti incaricati di offrire i sacrifici del Vecchio Testamento? Ora, leggiamo nella lettera che ha per titolo Agli Ebrei un testo da me già riportato nel libro precedente, cioè che soltanto il Cristo, a differenza di quelli che si chiamavano principi dei sacerdoti, è un principe dei sacerdoti 105 che non ha bisogno d'offrire quotidianamente il sacrificio per i propri peccati prima d'offrire sacrifici per gli altri. Dice quella lettera: Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli; egli non ha bisogno ogni giorno come gli altri sommi sacerdoti di offrire sacrifici prima per i propri peccati 106. Nel numero di questi sacerdoti c'erano Zaccaria e Finees e lo stesso Aronne, dal quale l'ordine sacerdotale ebbe origine, e quanti altri vissero lodevolmente e santamente in quel sacerdozio. Tutti costoro però si son trovati nella necessità d'offrire prima il sacrificio per i propri peccati, perché solo il Cristo, del cui futuro avvento erano immagini, fu l'unico sacerdote incontaminabile a non avere tale necessità 107.

Zaccaria ed Elisabetta non erano più perfetti di S. Paolo che confessa l'imperfezione della propria perfezione.

13. 20. Ma poi di Zaccaria e di Elisabetta quali lodi si fanno che non siano comprese in quello che l'Apostolo dichiarava di sé, quando non credeva ancora nel Cristo? Dice infatti d'essere stato irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge 108. La stessa cosa, si legge di Zaccaria e di Elisabetta: Ambedue erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore 109. Poiché dunque tutto ciò che di giusto c'era in loro non era una simulazione davanti agli uomini, intenzionalmente si dice: Davanti a Dio. Ciò che poi viene detto di Zaccaria e della sua moglie con le parole: Tutte le leggi e le prescrizioni del Signore, Paolo lo dice brevemente con l'espressione: Osservanza della legge. Non vigeva infatti una legge per lui e un'altra per loro prima del Vangelo, ma una sola e medesima legge che fu data ai loro padri per mezzo di Mosè, secondo la quale era sacerdote anche Zaccaria e offriva i sacrifici quando gli toccava il turno. Tuttavia l'Apostolo, che, era in possesso allora di una simile giustizia, continua dicendo: Quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo del Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo, per il quale tutto ho reputato non solo danno, ma sterco al fine di guadagnare il Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede nel Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti 110. Quelle parole dunque sono tanto lontane dal farci credere che Zaccaria ed Elisabetta avessero una giustizia perfetta senza nessun peccato, che dalla sommità della medesima regola non stimiamo perfetto nemmeno lo stesso Apostolo, non solo in quella giustizia della legge che aveva uguale alla loro e che a confronto dell'eminentissima giustizia derivante dalla fede nel Cristo reputava danno e sterco, ma anche nel Vangelo stesso, dove meritò pure il primato di tanto apostolato. Non oserei dirlo, se ritenessi sacrilego non credergli. Infatti nel medesimo passo soggiunge: Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora d'esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, nel Cristo Gesù 111. Egli stesso confessa di non aver ancora raggiunto il traguardo, di non essere ancora perfetto nella pienezza di giustizia che amava d'acquistare nel Cristo, ma di perseguirla con ardore e di tendere verso le cose future dimenticando quelle passate, perché sapessimo che riguardava anche lui ciò che ha scritto: Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno 112. Sebbene fosse già un camminatore perfetto, non era però ancora perfetto della perfezione di chi è arrivato al termine dello stesso cammino. E inoltre vuol trascinare con sé come concorrenti nella stessa corsa quelli a cui soggiunge: Quanti dunque siamo perfetti dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea 113. Questo cammino non si compie con i nostri piedi corporali, ma con gli affetti della nostra mente e con la condotta morale della vita, di modo che possono essere perfetti possessori della giustizia coloro che progredendo di giorno in giorno col rinnovamento di sé sul retto cammino della fede sono già diventati camminatori perfetti sulla via della medesima giustizia 114.

Nessuno è in questa terra senza un qualche peccato.

14. 21. Cosi dunque sia tutti coloro che in questa vita sono stati elogiati dalle Scritture divine per buona volontà e opere di giustizia, sia tutti gli altri simili a loro, che son vissuti dopo e non sono celebrati ed esaltati dalle medesime testimonianze, o vivono anche adesso o vivranno in futuro, tutti sono grandi, tutti giusti, tutti veramente lodevoli. Ma nessuno è senza un qualche peccato, perché in forza delle testimonianze delle Scritture 115 per le quali crediamo ai loro elogi crediamo altresì che nessun vivente è giusto al cospetto di Dio, crediamo che Dio perciò viene supplicato perché non chiami in giudizio i suoi servi e crediamo che l'orazione del Signore da lui insegnata ai suoi discepoli è necessaria a tutti i fedeli, non solo collettivamente, ma anche singolarmente.

La perfezione assoluta non va confusa con la perfezione relativa.

15. 22. Ma infatti il Signore comanda: "Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste" 116, e non lo comanderebbe, dicono, se sapesse che è impossibile ciò che comanda. Adesso non si cerca se tale perfezione sia possibile, intendendola nel senso che si trascorra questa vita senza alcun peccato. Abbiamo già risposto sopra che è possibile. Ma la questione presente è di sapere se qualcuno realizzi tale perfezione. Ora, che nessuno esista che impegni la propria volontà nella perfezione tanto quanto essa esige fu già previsto da Dio antecedentemente, come dichiarano le testimonianze cosi importanti delle Scritture, da me riferite addietro. Tuttavia, quando si parla della perfezione di chicchessia, bisogna vedere sotto quale aspetto se ne parla. Ho citato per esempio poco fa un testo dell'Apostolo, dove egli riconosce di non essere ancora perfetto nell'acquisizione della giustizia da lui desiderata, e tuttavia dice subito di seguito: Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti 117. Non farebbe le due dichiarazioni insieme, se non fosse perfetto per un verso e imperfetto per l'altro. Ammettiamo che uno sia già uditore perfetto della sapienza. Non lo erano coloro al quali Paolo scriveva: Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete 118. Ad essi dice appunto anche questo: Tra i perfetti parliamo, si, di sapienza 119, volendo certamente intendere i perfetti uditori della sapienza. Uno dunque, dicevo, può essere uditore perfetto della sapienza e non ancora dottore perfetto, può essere conoscitore perfetto della giustizia e non ancora esecutore perfetto, può essere perfetto nell'amare i nemici e non ancora perfetto nel sopportare i nemici. E se uno è perfetto perché ama tutti gli uomini, essendo arrivato appunto all'amore anche dei nemici, ci si domanda se sia già perfetto proprio nell'amore, cioè se coloro che ama li ami tanto quanto prescrive di amarli l'immutabile regola della verità. Quando dunque si legge nelle Scritture della perfezione d'una persona, bisogna saper intuire senza negligenza sotto quale aspetto si parla di perfezione. Non s'intende dichiarare che uno è assolutamente senza peccato per il fatto che si dice perfetto in qualche dote. Si può inoltre parlare di perfezione in un dato settore, non nel senso che non si possa progredire ancora, ma nel senso che uno ha già progredito moltissimo. Cosi nella conoscenza della legge uno può dirsi perfetto anche se gli sfugge qualcosa ancora. In tal modo l'Apostolo chiamava perfetti quelli a cui scriveva: Se in qualcosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea 120.

Sebbene ognuno pecchi in qualche modo, resta valido il comandamento di Dio di non peccare in nessun modo.

16. 23. Non si deve nemmeno negare che Dio ci comandi d'essere tanto perfetti nell'eseguire la giustizia da evitare assolutamente qualsiasi peccato. Non sarà infatti nemmeno peccato se si farà un'azione che Dio non proibisce di fare. Costoro obiettano: Perché dunque Dio comanda ciò che sa che nessuno farà? Allo stesso modo ci si può chiedere anche perché ai primi uomini che erano due soltanto abbia comandato ciò che sapeva che non avrebbero fatto. Non possiamo dire in questo caso che lo comandò perché lo facesse qualcuno di noi, se non lo facevano essi: il divieto di mangiare di quell'albero Dio lo diede tassativamente a loro soltanto 121 perché, come sapeva quanto essi non avrebbero fatto di giusto, cosi pure sapeva quanto egli stesso avrebbe fatto di giusto nei loro riguardi. Sebbene dunque preveda che nessuno adempirà il suo comando, Dio ordina a tutti gli uomini di non fare alcun peccato, con il seguente criterio: rispetto a coloro che empiamente e riprovevolmente avranno disprezzato i suoi precetti egli farà nella loro condanna ciò che è giusto; rispetto poi a quelli che avranno progredito docilmente e piamente nei suoi precetti e, pur non avendoli adempiuti perfettamente, avranno rimesso agli altri i peccati come essi vogliono la remissione dei propri, egli farà nella loro purificazione ciò che è buono. In che modo infatti è rimesso dalla misericordia di Dio a chi lo rimette, se non è peccato in che modo non è vietato dalla giustizia di Dio, se è peccato?

S. Paolo si sentiva già in possesso della giusta corona per la fermezza della speranza, non perché fosse già allora senza alcun peccato.

16. 24. Obiettano costoro: Ma ecco, l'Apostolo dice: "Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede, ho terminato la mia corsa. Ora mi resta solo la corona di giustizia" 122. Non lo direbbe, se avesse qualche peccato. Ebbene, essi a loro volta rispondano come abbia potuto dirlo uno a cui restava ancora la prova cosi grave, il combattimento cosi doloroso e importante della stessa passione che aveva predetto sovrastargli. Gli mancava forse ancora poco per terminare la corsa, quando gli mancava l'assalto dove il nemico si sarebbe fatto più aspro e crudele? Paolo con quelle parole espresse gioiosamente la propria certezza e sicurezza, avendolo ormai reso certo e sicuro della vittoria nel futuro combattimento cosi importante, colui che gli aveva rivelato l'imminenza della medesima passione; non volle quindi indicare una realtà già piena, quanto invece la sua ferma speranza come se fosse già fatto quanto preconosceva come futuro. Se dunque alle sue parole avesse anche aggiunto la dichiarazione: "Non ho alcun peccato", interpreteremmo che avrebbe fatto anche tale dichiarazione non della perfezione della realtà già raggiunta, ma della perfezione della realtà da raggiungere. Tanto infatti rientrava nella conclusione della sua corsa l'assenza d'ogni peccato, che essi ritengono già completa in lui al momento in cui scriveva, quanto nella conclusione della sua corsa rientrava pure il superamento dell'avversario nella battaglia della passione: cosa che al momento in cui scriveva, essi stessi lo devono ammettere, doveva ancora compiersi. Noi dunque diciamo che doveva ancora compiersi perfettamente ciò che egli, in quel momento, fiduciosissimo ormai della promessa di Dio, presentava come se fosse stato compiuto. Alla conclusione della sua corsa apparteneva altresì che egli rimettesse i peccati ai suoi debitori e pregasse che ugualmente gli si rimettessero i propri 123. Per questa promessa del Signore egli era certissimo che nell'ora finale, ancora futura, ma da lui espressa fiduciosamente come già passata, non avrebbe avuto alcun peccato. Infatti, per omettere altre cose, mi meraviglierei se, quando scriveva quello che a costoro lo fa credere senza peccato, gli fosse già stato tolto lo stimolo della carne, per il cui allontanamento aveva pregato tre volte il Signore ricevendo la risposta: Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza umana 124. Alla perfetta costruzione di tanto personaggio fu necessario che non gli fosse tolto quell'angelo di satana, dal quale veniva schiaffeggiato, perché non s'insuperbisse per la grandezza delle rivelazioni. E si oserà credere o dire che qualcuno posto sotto il peso di questa vita sia pienamente mondo da ogni peccato?

I più grandi santi hanno avuto ed hanno delle colpe da espiare.

16. 25. Esistono senza dubbio uomini tanto eccellenti nella giustizia che Dio si metta a parlare con loro da una colonna di nubi, quali Mosè e Aronne tra i suoi sacerdoti e Samuele tra quanti invocano il suo nome 125. Di Samuele la Scrittura verace esalta con grandi lodi la pietà e l'innocenza fin dall'inizio della sua puerizia, da quando la madre per lo scioglimento d'un voto lo presentò al tempio di Dio e lo destinò al servizio del Signore. Tuttavia anche in riferimento a tali personaggi è scritto: Eri per loro un Dio paziente, pur castigando tutti i loro peccati 126. Precisamente sui figli della condanna si vendica adirato, sui figli della grazia viceversa si vendica paziente, perché corregge chi ama e sferza chiunque riconosce come figlio 127. Ora, nessuna vendetta, nessuna correzione, nessun flagello di Dio è dovuto se non al peccato, eccettuato colui che fu appositamente preparato ai flagelli 128 cosi da sperimentarli tutti nella sua carne somigliante a quella del peccato, ma senza il peccato, allo scopo di essere il Sacerdote che, Santo dei santi, intercedesse anche per i santi, ciascuno dei quali senza mentire dice di sé: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori 129. Poniamo che coloro che discutono contro queste verità, siano lodevoli per castità di vita e per condotta morale e non esitino a fare quello che al ricco desideroso di consiglio per il conseguimento della vita eterna, e che aveva dichiarato di aver già osservato tutti i precetti della legge, il Signore comandò di fare se voleva essere perfetto, cioè vendere quanto possedeva e darlo ai poveri trasferendo cosi il suo tesoro in cielo, tuttavia nessuno nemmeno di costoro osa dire d'essere senza peccato 130. E lo dicono, come crediamo, senza falsità d'animo. Se poi mentiscono, cominciano per questo stesso o ad avere un peccato di più o ad avere almeno un peccato.

Dall'ignoranza, fragilità, incorrispondenza verso la grazia di Dio nascono le nostre colpe.

17. 26. Vediamo ordunque la questione che ho messo al terzo posto. Poiché l'uomo, aiutandolo nella sua volontà la grazia divina, può vivere in questa vita senza peccato, al quesito come mai ciò non avvenga potrei con molta facilità e verità rispondere: perché gli uomini non vogliono. Ma se mi si chiede perché non vogliano, andiamo per le lunghe. Tuttavia dirò brevemente anche questo senza pregiudizio d'un esame più diligente. Gli uomini non vogliono fare ciò che è giusto per due ragioni: e perché rimane occulto se sia giusto e perché non è dilettevole. Infatti tanto più fortemente noi vogliamo qualcosa quanto meglio conosciamo la grandezza della sua bontà e quanto più ardentemente ci diletta. Ignoranza dunque e debolezza sono i vizi che impediscono alla volontà di determinarsi a fare un'opera buona o ad astenersi da un'opera cattiva. Ma che diventi noto quello che era nascosto e soave quello che non dilettava è dono della grazia di Dio, la quale aiuta le volontà degli uomini: e che queste non siano aiutate da essa dipende dagli uomini stessi e non da Dio, tanto se sono predestinati ad essere condannati per la malizia della loro superbia, quanto se sono predestinati ad essere giudicati e corretti della loro stessa superbia, come figli della misericordia. Perciò Geremia, dopo aver detto: Lo so, Signore, che l'uomo non è padrone della sua via e non è in potere di chi cammina dirigere i suoi passi, subito soggiunge: Correggimi, Signore, ma con giusta misura, non secondo la tua ira 131. Come se dicesse: "So che è un castigo il fatto di non essere aiutato da te a camminare perfettamente bene; anche questo tuttavia non lo fare nei miei riguardi con l'ira con la quale hai stabilito di condannare i malvagi, ma con la giusta misura con la quale insegni ai tuoi a non insuperbirsi". Tanto che altrove si legge: Mi aiutino i tuoi giudizi 132.

Ma al fondo di ogni nostro peccato c'è la superbia. Al fondo di ogni nostra buona azione c'è l'amore verso Dio.

17. 27. Perciò non accusare Dio per le colpe degli uomini. Di tutti i vizi umani ha colpa la superbia. A condannarla e toglierla è venuta dal cielo questa medicina: all'uomo che si era innalzato per superbia l'umile Dio è disceso per misericordia, mostrando chiara e manifesta la sua grazia nell'uomo stesso che con tanta carità assunse a preferenza dei suoi compagni. Infatti nemmeno questo stesso uomo cosi unito con il Verbo di Dio cosi da diventare il solo ed unico soggetto della consistenza, nello stesso tempo, del Figlio di Dio e del Figlio dell'uomo, ottenne ciò per meriti precedenti della sua volontà. Uno solo egli appunto doveva essere: ce ne sarebbero invece due, tre e ancora di più, se ciò fosse possibile non per un dono proprio di Dio, ma per il libero arbitrio dell'uomo. È questo dunque che viene soprattutto sottolineato, è questo che principalmente s'insegna e s'impara, per quanto oso giudicare, dai tesori di sapienza e di scienza nascosti nel Cristo 133. Proprio per questa ragione ciascuno di noi ora sa e ora non sa iniziare, tirare avanti e finire una buona azione, ora ne sente diletto e ora non ne sente diletto: perché impari che non è in suo potere, ma è dono divino la sua scienza o il suo diletto, e cosi guarisca dalla vanità della superbia e conosca con quanta verità sia stato detto, non di questa terra, ma in senso spirituale: Il Signore donerà la soavità e la nostra terra produrrà il suo frutto 134. Tanto più dilettevole è una buona azione quanto più si ama Dio, somma e immutabile bontà e autore di tutti i beni di qualsiasi genere. Perché poi si ami Dio, l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, non per merito nostro, ma per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 135.

Non la grazia contro la libertà, ma la grazia e la libertà.

18. 28. Ma ci sono taluni che si affannano a trovare nella nostra volontà quale bene sia nostro senza che ci venga da Dio, ed io ignoro come si possa trovare. Io accetto infatti la dichiarazione dell'Apostolo che parlando dei beni dell'uomo dice: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l'avessi ricevuto 136? Perfino la stessa esplorazione che possiamo tentare noi, per quello che siamo, su questi problemi, butta violentemente nell'ansia ciascuno di noi che ne cerca la soluzione, per il timore che il tono della nostra difesa della grazia ci faccia apparire come negatori del libero arbitrio e viceversa il tono della nostra affermazione del libero arbitrio ci faccia giudicare ingrati alla grazia di Dio per superba empietà.

La buona volontà dell'uomo viene da Dio, ma non soltanto indirettamente per creazione.

18. 29. Alcuni però hanno voluto difendere la dichiarazione dell'Apostolo che ho ricordato in questo modo: In tanto tutto quello che l'uomo ha di buono perfino nella volontà è da attribuirsi a Dio in quanto anche questo non potrebbe esserci nell'uomo, se l'uomo stesso non esistesse. Ma, poiché l'esistenza d'ogni cosa e l'esistenza dell'uomo non dipende se non da Dio, perché mai non si dovrebbe attribuire a Dio come causa anche tutto quello che di buono c'è nella volontà dell'uomo e che non esisterebbe, se non esistesse l'uomo dove poter esistere? Ma in questo modo si può dire che anche la cattiva volontà deve attribuirsi a Dio come causa, perché nemmeno essa potrebbe esistere nell'uomo, se non esistesse l'uomo dove poter esistere. Ora, che l'uomo esista dipende da Dio, e cosi dipenderebbe da Dio anche la cattiva volontà dell'uomo, la quale non potrebbe esistere in nessun modo, se non avesse per soggetto l'uomo. E dir questo è un sacrilegio.

La buona volontà dell'uomo viene necessariamente da Dio.

18. 30. Perciò, se non mettiamo al sicuro che, non solo l'arbitrio della volontà, che si flette liberamente da una parte o dall'altra ed è tra quei beni naturali di cui un soggetto cattivo può usare anche malamente, ma altresì la volontà buona, che è già tra quei beni non usabili malamente, non la possiamo avere se non da Dio, non so in che modo riusciremo a difendere il testo: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto 137? Perché, se da Dio riceviamo la volontà libera, indecisa ancora tra l'essere buona o cattiva, e se invece la volontà buona viene da noi, quello che viene da noi è meglio di quello che viene da Dio. Poiché questa è un'affermazione assurdissima, costoro devono per forza riconoscere che riceviamo da Dio anche la volontà buona. A parte poi la stranezza che la volontà possa fermarsi cosi a mezza strada senza essere né buona né cattiva. Infatti, o amiamo la giustizia e la volontà è buona - più buona se l'amiamo di più, meno buona se l'amiamo di meno -, o non è buona se non l'amiamo affatto. Chi poi esita a dire non solo cattiva, ma anche pessima la volontà che non ama in nessun modo la giustizia? Se dunque la volontà o è buona o è cattiva, e se la volontà cattiva non la riceviamo da Dio, resta che da Dio riceviamo la volontà buona. Altrimenti non saprei di quale altro dono di Dio dovremmo godere, quando veniamo giustificati da lui. Per questo credo che sia stato scritto: Dal Signore viene preparata la volontà 138, e nei Salmi: Il Signore fa sicuri i passi e l'uomo e segue con amore il suo cammino 139, e quello che dice l'Apostolo: È Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni 140.

La conversione dell'uomo a Dio dipende dalla misericordia di Dio. Che Dio non la doni è un atto della sua giustizia.

18. 31. Poiché dunque dipende da noi convertirci ad altro contro Dio, e questa è volontà cattiva, e invece se Dio non ci previene e non ci aiuta, non possiamo convertirci a lui, e questa è volontà buona, che cosa possediamo che non abbiamo ricevuto 141? Se poi l'abbiamo ricevuto, perché ce ne gloriamo come se non l'avessimo ricevuto? E quindi, perché chi si vanta si vanti nel Signore 142, per quelli a cui Dio ha voluto donare di convertirsi a lui ciò dipende dalla sua misericordia e non dai loro meriti, per quelli a cui viceversa non l'ha voluto donare ciò dipende dalla sua verità. Ai peccatori infatti è dovuta una giusta pena, perché misericordia e verità ama il Signore Dio 143, la misericordia e la verità s'incontrano 144, tutte le vie del Signore sono misericordia e verità 145. Chi potrebbe dire quanto spesso la divina Scrittura ricordi questi due attributi congiuntamente? Qualche volta anche mutando i vocaboli e ponendo il termine di grazia al posto di misericordia, come nel testo: Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità 146, a volte ponendo il termine di giudizio al posto di verità, come nel testo: La tua misericordia e il tuo giudizio voglio cantare, Signore 147.

Dio opera misteriosamente con la sua misericordia e con la sua giustizia.

18. 32. Perché poi di alcuni voglia la conversione a lui e di altri la punizione per diversione da lui è in ogni modo una scelta che compete a lui di una giustizia troppo arcana per noi. Quantunque, nessuno lo potrebbe giustamente riprendere per la sua misericordia nell'elargizione di un beneficio e nessuno lo potrebbe giustamente riprendere per la sua giustizia nell'imposizione d'un castigo. Come nessuno può giustamente incolpare in quegli operai evangelici il padrone di pagare agli uni la mercede concordata 148 e di regalare anche agli altri la mercede non concordata.

Dio ci vuole soprattutto umili nella lotta vigile e nella preghiera ardente.

19. 32. Noi, per quanto c'è concesso, cerchiamo d'avere la sapienza e l'intelligenza di questa convinzione, se possiamo: il Signore, Dio buono, non dona nemmeno ai suoi santi o la scienza certa o la dilettazione vittrice di qualche giusta azione, perché sappiano che non da se stessi, ma da lui ricevono la luce che illumina le loro tenebre e la soavità che fa dare alla loro terra il suo frutto 149.

19. 33. Ora, quando imploriamo da Dio il suo aiuto per fare la giustizia e farla perfettamente, che altro imploriamo se non che apra per noi quanto era chiuso e renda soave quanto non era dilettevole? Perfino la necessità di chiedere quest'aiuto l'abbiamo imparata per sua grazia, mentre prima c'era nascosta, e per sua grazia siamo arrivati ad amare questa preghiera, mentre prima non ci dilettava, perché chi si vanta si vanti nel Signore 150 e non in sé. Questo levarsi in superbia dipende dalla propria volontà degli uomini, non da un intervento di Dio: non è Dio infatti che li spinge o li aiuta a ciò. Precede dunque nella volontà dell'uomo una certa brama della propria indipendenza che lo fa disobbedire per superbia. Ora, se non ci fosse questa brama, niente sarebbe molesto e l'uomo, come ha scelto di disobbedire, cosi avrebbe fatto senza difficoltà la scelta d'obbedire. Ma da debita e giusta pena è venuto che obbedire alla giustizia rechi ormai molestia. È un vizio questo che, se non viene superato dalla grazia adiuvante, non c'è per nessuno la conversione alla giustizia, e se non viene risanato dalla grazia operante, non c'è per nessuno la fruizione della pace della giustizia. Ma con quale grazia è superato e risanato se non con la grazia di colui al quale si dice: Rialzaci, Dio, nostra salvezza, e placa il tuo sdegno verso di noi 151? Se lo fa, è per sua misericordia che lo fa, cosi da dover noi dire: Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe 152. E a quelli che non lo fa è per un suo giusto giudizio che non lo fa. E chi potrà dire: "Che cosa hai fatto?", a colui del quale dai santi si canta devotamente la misericordia e il giudizio 153? La ragione per cui risana con ritardo anche i suoi santi e i suoi fedeli in alcuni vizi, dove provano che per liberarsene e compiere integralmente la giustizia non è sufficiente l'attrattiva del bene, sia quello nascosto, sia anche quello manifesto, è perché si possa dire che nessun vivente è giusto al suo cospetto 154, secondo l'integerrima regola della sua verità. Né in questa maniera egli vuole la nostra condanna, ma la nostra umiltà, raccomandandoci la stima della sua grazia, perché noi, raggiunta la facilità in tutte le situazioni, non riteniamo nostro quello che è suo dono: un errore questo che è molto contrario alla religione e alla pietà. Né ciò tuttavia c'induca a credere di dover rimanere nei medesimi vizi; ma principalmente contro la stessa superbia, a causa della quale siamo umiliati in essi, noi dobbiamo per un verso combattere vigilantemente e per l'altro pregare Dio ardentemente, consapevoli che tanto il nostro combattere quanto il nostro pregare sono suoi doni, perché in tutto, non abbassando gli occhi su di noi, ma elevando il cuore al cielo, rendiamo grazie al Signore nostro Dio e se ci vantiamo sia in lui il nostro vanto 155.

Il quarto problema: senza alcun peccato, compreso quello originale, non c'è nessuno all'infuori di Gesù.

20. 34. Resta ormai la quarta questione: non solo se tra i figli degli uomini esista, ma anche se sia mai potuto esistere o possa esistere in avvenire qualcuno che non abbia avuto o che in futuro non avrà assolutamente nessun peccato. Con la soluzione di tale questione, come ci consentirà l'aiuto del Signore, avrà finalmente termine anche questo nostro discorrere tanto prefisso. È certissimo che all'infuori assolutamente dell'unico Mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù 156, non esiste, non è esistito, non esisterà un tale uomo. A questo proposito abbiamo già detto molto parlando del battesimo dei bambini. Se essi non hanno nessun peccato, non solo esistono innumerevoli uomini senza peccato, ma sono anche esistiti ed esisteranno. Ma se rimane vero e fermo ciò di cui abbiamo trattato nel secondo punto, che nessuno è senza peccato, certamente nemmeno i bambini sono senza peccato. Da questo si trae che, pur ammessa la possibilità che qualcuno in questa vita abbia potuto perfezionarsi tanto nella virtù da raggiungere la pienezza della giustizia con l'esclusione di qualsiasi peccato, costui tuttavia sarebbe stato senza dubbio in peccato precedentemente e poi sarebbe stato convertito da quella sua condizione a questa novità di vita. Altro era infatti il quesito del secondo punto, altro è il quesito di questo quarto punto. Nel secondo si cercava se qualcuno in questa vita con la grazia di Dio e con la forza della volontà giunga ad una vita perfetta che sia assolutamente immune da ogni peccato. In questo quarto punto si cerca invece se esista tra gli uomini o abbia potuto o possa esistere in futuro, non qualcuno che dal peccato giunga alla più perfetta giustizia, ma qualcuno che non sia mai stato implicato per nessun verso in nessun peccato. Perciò, se è vero quello che con tanta profusione abbiamo detto dei bambini, nessuno c'è, né ci fu, né ci sarà tra i figli degli uomini in tale condizione, all'infuori dell'unico Mediatore, in cui è riposta per noi la propiziazione e la giustificazione 157, mediante la quale si pone fine alle inimicizie dei peccati e veniamo riconciliati con Dio 158. Non sarà fuori tema se, per quanto sembri bastare al presente argomento, partendo dalle origini stesse del genere umano ripeteremmo alcune verità che possano illuminare l'animo del lettore contro certe difficoltà che lo potrebbero impressionare.

Il peccato di Adamo ed Eva: un peccato soprattutto di disobbedienza.

21. 35. Dopo che i primi uomini, Adamo unico maschio ed Eva sua moglie derivata da lui, non vollero prestare obbedienza al precetto di Dio, furono colpiti da una giusta e debita pena. Il Signore infatti aveva minacciato che sarebbero stati certamente vittime della morte il giorno che avessero mangiato il cibo proibito 159. All'inizio dunque avevano ricevuto il permesso di prendere il cibo da ogni albero del paradiso dove Dio aveva piantato anche l'albero della vita. Poi erano stati esclusi unicamente dall'albero che Dio chiamò della scienza del bene e del male a indicare le conseguenze dell'esperienza che avrebbero fatta, sia in ciò che avrebbero provato di bene se avessero aspettato il divieto, sia in ciò che avrebbero provato di male se l'avessero trasgredito. È certamente esatto pensare che prima della maligna seduzione del diavolo si siano astenuti dal cibo vietato e ancor prima abbiano fatto uso dei cibi concessi, e cioè di tutti gli alberi e principalmente dell'albero della vita 160. Sarebbe troppo assurdo pensare che si siano alimentati con gli altri alberi e non invece anche con l'albero della vita che era ugualmente permesso e che aveva il vantaggio preminente di non lasciar cambiare i loro corpi, benché animali, attraverso il succedersi delle età e di non lasciarli invecchiare per la morte. Era in grado l'albero della vita di assicurare questo beneficio al corpo umano con il suo frutto materiale, e con la sua significazione mistica indicava quali benefici fossero conferiti per mezzo della sapienza, di cui era simbolo, all'anima razionale, perché, resa vivace dal nutrimento della sapienza, non cadesse affatto nella malattia e nella morte del peccato. Giustamente della sapienza si dice: È un albero di vita per chi ad essa si attiene 161. Ciò che era l'albero della vita nel paradiso del corpo, lo era la sapienza nel paradiso dello spirito: quello dava vigoria vitale ai sensi dell'uomo esteriore, questa ai sensi dell'uomo interiore, senza alcun deterioramento per il volgere del tempo. Vivevano dunque sottomessi a Dio, essendo stata inculcata moltissimo a loro la pietà dell'obbedienza, che sola onora Dio. Quanto valga per se stessa e come basti da sola a custodire nella sottomissione al Creatore la creatura razionale Dio non lo poteva mettere meglio in evidenza che proibendo a loro un albero non cattivo. Era assolutamente impossibile che il Creatore del bene, il quale ha fatto tutte le cose ed erano molto buone 162, piantasse alcunché di cattivo nella fertilità di quel paradiso, considerato anche materialmente. Ma perché l'uomo, al quale era utilissimo servire sotto un tale Padrone, capisse quanto fosse grande la bontà della sola obbedienza, che era stata l'unica prestazione richiesta dal Padrone al servitore e che conveniva non al dominio del Padrone, ma piuttosto agli interessi del servitore, fu proibito ai primi uomini un albero che a farne uso senza la proibizione non avrebbe recato a loro assolutamente nessun male. Dal male che incorsero usando di esso dopo la proibizione si veniva a capire sufficientemente che quel male non fu causato a loro da un albero pernicioso con il suo frutto nocivo, ma solamente dalla violazione dell'obbedienza.

Adamo ed Eva prima del peccato e dopo.

22. 36. Prima dunque che la violassero piacevano a Dio e Dio piaceva a loro. Sebbene portassero un corpo animale, non avvertivano in esso nessun movimento di disobbedienza contro di loro. Era effetto dell'ordine della giustizia: avendo la loro anima ricevuto dal Signore il corpo in qualità di servitore, come l'anima stessa obbediva al suo Signore, cosi a lei doveva obbedire il suo corpo e prestare senza resistenza alcuna quel genere di servizio appropriato a lei. Per questo ed erano nudi e non ne provavano vergogna 163. Ciò appunto di cui l'anima razionale per pudore di natura si vergogna adesso è di non poter ottenere, non so per quale infermità, che nella carne, sul cui servizio ha ricevuto diritto potestativo, le membra non si muovano se essa non vuole che si muovano e si muovano se essa vuole che si muovano. Giustamente queste membra in ogni persona casta si chiamano pudende, proprio perché si eccitano a loro piacere contro il dominio della mente, quasi fossero autonome, e l'unico potere che esercitano su di esse i freni della virtù è di non lasciarle arrivare a perversioni immonde e illecite. Quindi tale disobbedienza della carne, che consiste nello stesso suo movimento istintivo, anche se non gli si permette d'avere effetto, non esisteva allora nei primi uomini, quando erano nudi e non se ne confondevano. Non si era ancora prodotta appunto la disobbedienza dell'anima razionale, signora della carne, contro il suo Signore, disobbedienza che per reciprocità di pena la portò a sperimentare la disobbedienza della carne, sua ancella, con un certo senso di vergogna e di molestia, che ovviamente l'anima stessa con la sua disobbedienza non inflisse a Dio. Non reca infatti a Dio né vergogna né molestia se noi disobbediamo a lui, perché non possiamo diminuire in nessun modo il suo supremo potere su di noi, ma a noi deve recare vergogna che la carne non stia sottomessa al nostro comando, perché ciò avviene per l'infermità meritata da noi peccando e che è chiamata peccato che abita nelle nostre membra 164. Questo poi è un peccato cosi speciale da essere pena del peccato. Infine, dopo che fu commessa quella trasgressione e l'anima disobbedendo si rivoltò contro la legge del suo Signore, il servitore dell'anima, cioè il suo corpo, cominciò a sentire contro di essa la legge della disobbedienza e quegli uomini si vergognarono della loro nudità, avendo avvertito in sé un movimento che non avevano sentito prima, ed è questa avvertenza che è stata detta apertura degli occhi 165, perché certamente non vagavano ad occhi chiusi tra quegli alberi. Anche di Agar nello stesso senso è scritto: Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua 166. Fu allora che quegli uomini si coprirono le parti pudende: essi coprirono di vergogna le parti che Dio aveva fatte membra per essi.

Da Adamo si propagò e continua a propagarsi il peccato, la carne del peccato, la morte, la fatica, il dolore. Ci libera da tutti questi mali la grazia di Dio per Gesù Cristo.

23. 37. Da questa legge del peccato nasce la carne del peccato, che dev'essere purificata mediante il sacramento di colui che è venuto nella somiglianza della carne del peccato 167 per distruggere il corpo del peccato, chiamato anche corpo di questa morte 168. Da esso non libera questo povero uomo se non la grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 169. Cosi infatti dai primi uomini questa legge iniziatrice di morte passò nei posteri alla stessa maniera della fatica che tutti gli uomini soffrono in terra, alla stessa maniera delle doglie del parto che passarono nelle donne 170. Queste furono infatti le pene che i primi uomini meritarono per sentenza di Dio quando furono castigati per il peccato, e vediamo che esse hanno esecuzione non solo in loro, ma anche nei loro successori, più in alcuni e meno in altri, comunque in tutti. Dunque la prima giustizia di quei primi uomini fu di obbedire a Dio e di non avere nelle membra questa legge della concupiscenza contrastante con la legge della loro mente 171. Mentre adesso, poiché è nata da essi dopo il loro peccato la nostra carne di peccato, è già molto se quanti obbediscono a Dio riescono a non soddisfare i desideri della medesima concupiscenza 172 e a crocifiggere in se stessi la carne con le sue passioni e brame, perché siano di Gesù Cristo, che ha rappresentato nella sua croce tale spiritualità, quelli a cui per sua grazia ha dato il potere di diventare figli di Dio. Non a tutti gli uomini infatti ha dato di rinascere a Dio mediante lo Spirito, ma a coloro che l'hanno accolto, nati al secolo mediante la carne 173. Cosi è stato detto di essi: A quanti però l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, e questi non da carne, non da sangue, non da volere di uomo, non da volere di carne, ma da Dio sono stati generati 174.

La carne del Figlio di Dio fatto uomo.

24. 38. Soggiunge immediatamente: E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi 175, come se dicesse: Si è compiuto certamente un grande evento col nascere a Dio da Dio in coloro che prima erano nati dalla carne al secolo, benché creati dallo stesso Dio. Ma un evento ancora molto più meraviglioso sta in questo: mentre per costoro fu naturale nascere dalla carne e fu invece un dono nascere da Dio, per elargire questo dono colui che è nato da Dio per sua natura si è degnato per sua misericordia di nascere anche dalla carne. Questo valgono le parole: E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. In tanto, dice l'evangelista, è avvenuto che noi, benché carne nata dalla carne, col nascere poi dallo Spirito fossimo spirito e abitassimo con Dio, in quanto anche Dio nato da Dio, col nascere poi dalla carne si fece carne e abitò tra noi. Il Verbo infatti che si fece carne, era in principio ed era Dio presso Dio 176. Nondimeno la sua stessa partecipazione alla nostra inferiorità, avvenuta per rendere possibile la nostra partecipazione alla sua superiorità, ha tenuto anche nella nascita della sua carne una certa linea mediana: noi siamo nati nella carne del peccato 177, egli è nato invece in una carne somigliante a quella del peccato; noi siamo nati non solo da carne e da sangue 178, ma anche da volere di uomo e da volere di carne, egli invece è nato da carne e da sangue soltanto, non da volere di uomo né da volere di carne, ma da Dio. Quindi noi siamo nati per morire a causa del peccato ed egli è nato senza peccato per morire per noi. Inoltre come la sua inferiorità con la quale discese fino a noi non era alla pari in tutto con la nostra inferiorità, nella quale ci ha trovati in terra 179, cosi la nostra superiorità con la quale noi ascendiamo fino a lui non sarà pari alla sua superiorità nella quale lo troveremo in cielo. Noi infatti diventeremo figli di Dio per sua grazia, egli era Figlio di Dio da sempre per natura; noi, convertiti finalmente a Dio, aderiremo a Dio, ma non saremo pari a Dio 180; egli, mai convertito ad altro contro Dio, rimane uguale a Dio 181. Noi saremo partecipi della vita eterna, egli è la vita eterna. Egli è dunque il solo che, rimanendo Dio, anche dopo essersi fatto uomo, non ha mai avuto nessun peccato e non ha assunto la carne del peccato, benché abbia assunto carne dalla materna carne del peccato. Quanto di carne infatti prese dalla madre egli certamente o lo mondò prima per prenderlo o lo mondò nel prenderlo. Nei riguardi quindi della Vergine sua Madre, la quale non lo concepì per la legge della carne del peccato, cioè in forza dell'esercizio della concupiscenza carnale, ma meritò con la dedizione della sua fede che quel santo Germe sbocciasse in lei, egli fu il Creatore che la elesse, e la elesse per essere sua creatura. Se dunque la carne immune da peccato è stata battezzata per essere modello da imitare, quanto più si deve battezzare la carne del peccato per la condanna da evitare!

L'obiezione dei pelagiani: è già battezzato il figlio di un battezzato.

25. 39. La nostra precedente risposta contro quanti dicono: Se un peccatore genera un peccatore, anche un giusto deve generare un giusto vale pure per quanti dicono che un bambino nato da un battezzato deve ritenersi come già battezzato. Obiettano costoro: Perché infatti non ha potuto essere battezzato nei lombi di suo padre, se Levi, secondo la Lettera agli Ebrei, poté pagare le decime nei lombi di Abramo 182? Gli obiettanti avvertano che Levi non smise poi di pagare le decime perché le aveva già pagate nei lombi di Abramo, ma perché per l'onore del sacerdozio gli fu provveduto cosi da ricevere le decime invece di pagarle. Altrimenti non avrebbero dovuto pagarle nemmeno tutti gli altri suoi fratelli che le pagavano a lui, avendole anch'essi già pagate a Melchisedech nei lombi di Abramo 183.

Chi nasce da un battezzato ha bisogno del battesimo, come chi nasceva da un circonciso aveva bisogno della circoncisione.

25. 40. Ma essi replicano che i figli di Abramo in tanto hanno giustamente potuto continuare a pagare le decime, sebbene le avessero già pagate nei lombi del loro padre, in quanto il pagamento delle decime si doveva ripetere a più riprese da ciascuno. E portano l'esempio degli israeliti che tutti gli anni, anzi per tutti i prodotti, erano soliti pagare ai leviti frequentemente le decime durante tutta la loro vita. E concludono che il battesimo è un tal sacramento che si dà una volta sola e se uno l'ha già ricevuto quand'era nel padre, non si può fare a meno di considerarlo battezzato, essendo generato da un battezzato. Chi dice questo, per non discuterne a lungo, guardi alla circoncisione che si faceva una volta sola e che tuttavia si faceva ogni volta in ciascun individuo. Come dunque al tempo di quel sacramento della circoncisione chi nasceva da un circonciso doveva essere circonciso, cosi attualmente chi è nato da un battezzato dev'essere battezzato.

S. Paolo afferma che i figli dei battezzati sono santi. Perché doverli battezzare?

25. 41. [I nostri avversari continuano:] Ma dice l'Apostolo: "I vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi" 184 e costoro ne concludono: Perciò i figli dei fedeli non avrebbero dovuto mai assolutamente esser battezzati. Mi meraviglio di questa citazione da parte di quelli che negano che si tragga originalmente il peccato da Adamo. Se infatti prendono questa sentenza dell'Apostolo cosi da credere che da genitori fedeli nascano figli santificati, perché a loro volta non mettono in dubbio la necessità di battezzarli? Perché infine non vogliono confessare che da un genitore in peccato si contrae originalmente un qualche peccato, se da un genitore santo si trae una qualche santità? E certamente, anche ammesso che genitori fedeli generino figli santi, non ci contraddiciamo nel dire che questi figli senza il battesimo vanno alla condanna. Anche i nostri obiettori negano a questi figli il regno dei cieli, benché li dicano esenti da qualsiasi peccato, sia proprio, sia originale. Oppure, se a loro sembra indegno che vengano condannati dei santi, come sarà degno che dei santi siano esclusi dal regno di Dio? Considerino piuttosto come si faccia a non trarre un qualche peccato da genitori peccatori, se si trae una qualche santità da genitori santi e una qualche impurità da genitori impuri. Entrambe le cose infatti ha detto colui che ha detto: I vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi. Spieghino anche come sia giusto che tanto ai figli santi nati da genitori fedeli, quanto ai figli impuri nati da genitori infedeli venga tuttavia ugualmente precluso l'ingresso nel regno di Dio, se non sono stati battezzati. Che giova dunque ai primi questa loro santità? Se sostenessero che si dannano i figli impuri nati da genitori infedeli e che invece i figli santi dei genitori fedeli non possono certamente entrare nel regno di Dio se non sono stati battezzati, ma tuttavia non si dannano perché sono santi, ci sarebbe una qualche distinzione. Ora al contrario, tanto dei santi nati da santi, quanto degli impuri nati da impuri ugualmente dicono che non si dannano perché non hanno nessun peccato, e rimangono esclusi dal regno di Dio perché non hanno il battesimo. Che quest'assurdità sfugga a tali ingegni chi lo potrebbe credere?

La santificazione dei figli derivante dal battesimo dei loro genitori è ben diversa da quella derivante dal proprio battesimo e non la sostituisce.

25. 42. Poni poi per un momento la tua attenzione a considerare come alla sentenza nostra, anzi dell'Apostolo che disse: Per uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, e: Per uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita 185, non sia contrario questo che ha detto parlando d'un altro argomento: Altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi 186.

26. La santificazione non è di una sola specie. Anche i catecumeni per esempio penso che vengano santificati in un loro modo particolare mediante il segno del Cristo e l'orazione dell'imposizione della mano, e quello che ricevono, sebbene non sia il corpo del Cristo, è tuttavia santo e più santo dei cibi con i quali ci alimentiamo, perché è un sacramento 187. Anzi quanto agli stessi cibi con i quali ci alimentiamo per il necessario sostentamento di questa vita, il medesimo Apostolo dice 188, che vengono santificati dalla parola di Dio e dall'orazione che diciamo quando stiamo per ristorare i nostri poveri corpi. Come dunque questa santificazione dei cibi non impedisce che quanto entra nella bocca vada nel ventre e sia evacuato nel cesso per la corruzione 189 che dissolve tutte le cose terrene, tanto che il Signore ci esorta ad un altro cibo, incorruttibile 190, cosi la santificazione del catecumeno non gli vale senza il battesimo per entrare nel regno dei cieli o per la remissione dei peccati. E perciò anche la santificazione, di qualunque genere sia, che l'Apostolo ammette nei figli dei fedeli, non ha nulla a che vedere con la presente questione sul battesimo e sull'origine del peccato o sulla sua remissione. Infatti dice pure nello stesso passo che i coniugi infedeli vengono santificati nei coniugi fedeli scrivendo: Il marito non credente viene reso santo dalla moglie [credente] e la moglie non credente viene resa santa dal marito [credente]; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi 191. Nessuno, credo, comunque intenda queste parole, le interpreta in una maniera tanto lontana dalla fede da ritenere che anche un marito non cristiano, appunto perché è cristiana la sua moglie, non debba più essere battezzato, abbia già raggiunto la remissione dei peccati e acquisito il diritto d'entrare nel regno dei cieli, perché S. Paolo lo dice santificato dalla moglie.

I bambini dei battezzati hanno bisogno del battesimo, perché nessuno può rinascere nei suoi genitori prima di essere nato da loro.

27. 43. Chi però rimane ancora sorpreso che vengano battezzati coloro che nascono da persone già battezzate, accolga questa breve spiegazione. Come la generazione della carne del peccato per causa del solo Adamo trae alla condanna tutti coloro che vengono generati in tal modo, cosi la generazione dello Spirito della grazia per causa del solo Gesù Cristo conduce alla giustificazione della vita eterna tutti i predestinati che sono rigenerati in tal modo 192. Il sacramento del battesimo è certamente il sacramento della rigenerazione. Perciò, come uno che non sia venuto alla vita non può morire e uno che non sia morto non può risorgere 193, cosi uno che non sia nato non può rinascere. Da questo consegue che nessuno prima di nascere ha potuto rinascere in un suo genitore. Ma dopo esser nato deve rinascere, perché se uno non nasce di nuovo non può vedere il regno di Dio 194. Occorre dunque che dal sacramento della rigenerazione, perché senza di esso non esca malamente da questa vita, sia consacrato anche il bambino, e ciò non avviene se non in remissione dei peccati. Questo indicò anche il Cristo nello stesso luogo, quando, interrogato come potessero compiersi simili cose, ricordò quello che aveva fatto Mosè innalzando il serpente 195. Poiché dunque mediante il sacramento del battesimo i bambini si conformano alla morte del Cristo, bisogna confessare che essi sono liberati dal morso del serpente, se non vogliamo deviare dalla regola della fede cristiana. Essi tuttavia non hanno ricevuto questo morso nella loro propria vita, ma in colui al quale quel morso fu inflitto originariamente.

Al figlio che non rinasce nuocciono i peccati che egli ha contratti dal genitore.

27. 44. Né tragga in inganno il fatto che dopo la conversione i peccati propri non nuocciono più nemmeno al genitore. Quanto meno dicono possono nuocere al suo figlio! Ma quelli che ragionano cosi non avvertono che, come i peccati propri non nuocciono al genitore perché è rinato spiritualmente 196, cosi al suo figlio noceranno i peccati che ha contratto da lui se non rinascerà alla stessa maniera. Perché, da una parte i genitori dopo esser stati rinnovati non generano carnalmente in virtù delle primizie dello stato nuovo, ma in forza dei resti dello stato vecchio; dall'altra parte i figli, immersi totalmente nello stato vecchio a causa dei suoi resti nei genitori e generati nella carne del peccato, evadono dalla condanna dovuta all'uomo dello stato vecchio mediante il sacramento della rigenerazione e della rinnovazione spirituale 197. Questo infatti, per le questioni che sono state mosse o che possono esser mosse ancora sul presente argomento, è ciò che dobbiamo notare e ricordare soprattutto: nel battesimo avviene soltanto la piena e perfetta remissione di tutti i peccati 198; quanto invece alla qualità stessa dell'uomo, essa non si cambia tutta e subito all'istante, ma le primizie dello Spirito in coloro che ben progrediscono, con il crescere ogni giorno più dello stato nuovo, trasformano in se stesse ciò che appartiene carnalmente allo stato vecchio, finché tutto sia cosi rinnovato 199 che anche la debilità del corpo animale giunga alla stabilità e incorruttibilità spirituale.

I genitori cristiani generano i loro figli carnalmente e quindi trasmettono ad essi il peccato.

28. 45. Questa legge poi del peccato, legge che l'Apostolo chiama anche peccato quando scrive: Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale si da sottomettervi ai suoi desideri 200, non rimane nelle membra di coloro che sono rinati dall'acqua e dallo Spirito 201 come se non fosse stata fatta la sua remissione nel sacramento dove la remissione dei peccati si fa assolutamente piena e perfetta, uccise tutte le inimicizie 202 che ci separavano da Dio 203, ma rimane nello stato vecchio della carne come peccato vinto e morto, se per illeciti consensi non risorge in qualche modo e non è ristabilito nel proprio regno e dominio. Da questo vecchio stato della carne, nel quale risiede la legge del peccato o risiede il peccato già rimesso, tanto si distingue la vita dello Spirito, nel cui nuovo stato i battezzati rinascono mediante la grazia di Dio, che all'Apostolo sembrò poco dire 204 che i battezzati non sono nel peccato senza dire pure che essi, già prima di migrare da questa vita, non sono più nemmeno nella carne. Scrive: Quelli che sono nella carne, non possono piacere a Dio. Voi però non siete nella carne, ma nello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi 205. Ora, come della carne, per quanto corruttibile, usano bene coloro che volgono le membra della carne ad opere buone, e costoro non sono nella carne perché non sentono e non vivono secondo la carne, come inoltre anche della morte che è pena del primo peccato usano bene coloro che l'affrontano con fortezza e pazienza per i fratelli, per la fede, per qualunque causa di vera e santa giustizia, cosi anche della legge del peccato, il quale, benché rimesso, rimane nel vecchio stato della carne, usano bene gli sposi cristiani. Essi in quanto sono nel nuovo stato del Cristo non soffrono per nulla il dominio della libidine, ma in quanto continuano a trarre il vecchio stato da Adamo, con quella propaggine del peccato generano nella mortalità i loro figli, che dovranno essere rigenerati per l'immortalità. Da questa propaggine coloro che sono rinati non vengono tenuti più sotto reato e da essa coloro che nascono si liberano rinascendo 206. Finché dunque rimane nelle membra la legge della concupiscenza, rimanendo la legge, ne viene però sciolto il reato, ma solo in chi ha ricevuto il sacramento della rigenerazione e ha cominciato già a rinnovarsi. Chi poi nasce dal residuo vecchio stato della concupiscenza ha bisogno di rinascere per guarire. Ma poiché i genitori cristiani, e nati carnalmente e rinati spiritualmente, hanno generato i loro figli carnalmente, in che modo i loro figli sono potuti rinascere prima di nascere?

Il battesimo estingue per sempre nell'uomo il reato della concupiscenza, ma non la sua presenza.

28. 46. Non ti meravigliare se ho detto che, rimanendo sotto forma di concupiscenza la legge del peccato, viene sciolto il suo reato mediante la grazia del sacramento. Come i fatti, i detti e i pensieri cattivi sono già passati e non sono più per quanto si riferisce alle attività stesse dell'animo e del corpo e tuttavia, pur essendo passati e non esistendo più presentemente, rimane il loro reato se non viene sciolto con la remissione dei peccati, cosi a sua volta in questa legge della concupiscenza, non già passata ma ancora in atto, il suo reato viene sciolto e non sarà più perché si ottiene nel battesimo la piena remissione dei peccati. Se poi seguisse immediatamente l'emigrazione da questa vita, dopo che sono stati sciolti tutti i reati che lo tenevano legato, non ci sarà più nulla che tenga l'uomo in colpa. Come dunque non ci reca meraviglia che prima della remissione dei peccati rimanga il reato di detti, di fatti e di pensieri che sono passati, cosi non ci deve meravigliare che a sua volta dopo la remissione dei peccati cessi il reato della concupiscenza ed essa rimanga ancora.

Dio ha sempre salvato e salverà i predestinati con una medesima fede oggettiva, ma con sacramenti diversi nelle diverse epoche.

29. 47. Cosi stanno le cose, da quando a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte e così ha raggiunto tutti gli uomini 207 fino alla fine di questa generazione carnale e di questo secolo corruttibile i cui figli generano e sono generati 208. E non esiste nessuno che in questa vita possa dirsi veramente esente da ogni peccato, salva l'unica eccezione del Mediatore 209, il quale ci riconcilia con il nostro Creatore mediante la remissione dei peccati. Lo stesso nostro Signore in nessuna epoca del genere umano prima dell'ultimo giudizio ancora futuro non ha mai negato la sua medicina a coloro che mediante la sua prescienza certissima e la sua beneficenza giustissima ha predestinato alla vita eterna perché regnassero con lui. Infatti coloro che vissero prima della sua nascita carnale, prima della debilità della sua passione, prima della potenza della sua risurrezione, con la fede in quegli avvenimenti allora futuri erano preparati da Cristo per l'eredità della salvezza eterna. Con la fede negli stessi avvenimenti allora presenti animò coloro che vivevano mentre essi si compivano e che vedevano avverarsi in essi le profezie. Con la fede nei medesimi avvenimenti ormai passati non cessa di animare sia coloro che vissero dopo, sia noi stessi, sia quanti vivranno in avvenire. Unica dunque è la fede che salva 210 tutti coloro che dopo la nascita carnale si salvano rinascendo nella spirituale 211, fede che ha il suo termine di compimento in colui che, giudice dei vivi e dei morti, è venuto ad essere giudicato e ucciso per noi. Ma i sacramenti di quest'unica fede variarono secondo l'opportunità della loro significazione con il variare dei tempi.

Gesù è l'unico Salvatore di tutti, grandi e bambini.

29. 48. Uno solo e medesimo è dunque il Salvatore dei piccoli e dei grandi. Di lui dissero gli angeli: Oggi vi è nato un salvatore 212. Di lui fu detto alla vergine Maria: Lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati 213. Qui si mostra apertamente che fu chiamato Gesù per la salvezza che ha procurato a noi: Gesù infatti corrisponde in latino a "Salvatore". Chi dunque oserà dire che il Cristo Signore è Gesù per i grandi soltanto e non anche per i bambini? Egli è venuto nella somiglianza della carne del peccato 214 per distruggere il corpo del peccato 215. In questo corpo debolissimo nelle membra infantili, non appropriate o idonee a nessun uso, l'anima razionale si trova oppressa da miserevole ignoranza. Non credo affatto che questa ignoranza esistesse in quel bambino in cui il Verbo si fece carne per abitare tra noi 216. Né sospetto che nel Cristo bambino esistesse la stessa debilità dell'anima che vediamo nei bambini. A causa anche di essa, quando li prende qualche turbamento istintivo e irrazionale, non si possono calmare con nessuna ragione, con nessuna ingiunzione, ma qualche volta può darsi con il dolore o con la paura del dolore. Ti accorgi che sono figli di quella disobbedienza che si muove nelle membra in contrasto con la legge della mente 217 e non si arrende al comando della ragione. Anch'essa però spesso o si frena con il dolore fisico, per esempio con le bastonate, o si reprime incutendo spavento o sentimenti simili, ma non con il comando della volontà. Tuttavia Gesù, poiché in lui c'era la somiglianza della carne del peccato, volle soffrire le mutazioni delle età cominciando dalla stessa infanzia e sembra che avrebbe potuto quella sua carne raggiungere anche la morte per vecchiaia, se non fosse stato ucciso da giovane. Ecco però la differenza: nella carne del peccato la morte è pagata per debito di disobbedienza, invece nella carne somigliante a quella del peccato la morte è stata accolta per volontà d'obbedienza. Tanto che sul punto di andarle incontro e di soffrirla Gesù disse: Ecco, viene il principe di questo mondo e in me non troverà nulla; ma perché tutti sappiano che io faccio la volontà del Padre mio, alzatevi e andiamo via di qui 218. Detto questo, andò verso la morte indebita, facendosi obbediente fino alla morte 219.

La redenzione di Gesù ha giovato a noi più di quanto ci abbia nociuto il peccato di Adamo.

30. 49. Perciò coloro che obiettano: Se il peccato del primo uomo è stato per noi causa di morte, la venuta del Cristo sarebbe per noi causa di abolizione della morte, se crediamo in lui e ne aggiungono quasi la ragione dicendo: Infatti la trasgressione del prevaricatore non ha nociuto a noi più di quanto abbia giovato a noi l'incarnazione o la redenzione del Salvatore, perché invece non osservano, perché non ascoltano, perché non credono senza alcuna incertezza quello che ha detto l'Apostolo inequivocabilmente: A causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti, e come tutti muoiono in Adamo, cosi tutti riceveranno la vita nel Cristo 220? Non parlava se non della risurrezione del corpo. Ha detto dunque che la morte corporale di tutti è stata causata da un solo uomo e ha promesso che per opera del solo Cristo ci sarà la risurrezione corporale di tutti alla vita eterna. Perché dunque Adamo peccando avrebbe nociuto a noi più di quanto abbia giovato a noi il Cristo redimendoci, se per il peccato del primo moriamo temporalmente e invece per la redenzione del secondo non risorgiamo alla vita temporale, ma a quella eterna? Il nostro corpo è morto dunque per il peccato, solo il corpo del Cristo è morto senza il peccato allo scopo che nel sangue da lui versato senza colpa fossero distrutti gli addebiti registrati di tutte le colpe 221, a causa dei quali i debitori che credono in lui erano prima detenuti dal diavolo. Perciò dice: Questo è il mio sangue che sarà versato per molti in remissione dei peccati 222.

Perché il battesimo non ci rende subito immortali?

31. 50. Ma avrebbe potuto donare ai credenti anche questo: di non provare nemmeno la morte di questo corpo. Però se l'avesse fatto, la carne riceverebbe un certo aumento di felicità, ma la fede subirebbe un abbassamento di fortezza. Gli uomini infatti temono tanto questa morte che riporrebbero tutta la felicità dei cristiani solo nella loro assoluta impossibilità di morire. E cosi nessuno si affretterebbe, attraverso anche la virtù del disprezzo di questa morte, alla grazia del Cristo per ottenere quella vita che sarà beata dopo questa morte, ma si crederebbe con fede troppo molle nel Cristo per allontanare l'orrore della morte. Ha dunque concesso più grazia, ha senza dubbio donato qualcosa di più ai suoi fedeli. Che ci sarebbe stato infatti di grande per un cristiano a credersi non morituro, vedendo che i credenti non morivano? Quanto è più grande, quanto più forte, quanto più lodevole per un cristiano morituro credere cosi da sperare di vivere senza fine! Ad alcuni inoltre alla fine dei tempi sarà concesso di non sentire questa morte, per una trasformazione repentina, ma di essere rapiti insieme ai risorti tra le nuvole per andare incontro al Cristo nell'aria e di vivere sempre cosi con il Signore 223. E giustamente sarà concesso ad essi, perché allora non ci saranno più posteri da indurre a credere in forza di questo motivo: non la speranza di ciò che non vedono, ma l'amore di ciò che vedono. E una fede siffatta sarebbe fiacca e debole, nemmeno degna d'esser chiamata fede, dal momento che la fede è stata definita cosi: La fede è il fondamento di coloro che sperano, è la prova delle realtà che non si vedono 224. Tanto che la stessa Lettera agli Ebrei, dove ciò sta scritto, dice, dopo aver enumerato alcuni che piacquero a Dio per la loro fede: Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati da lontano, dichiarando d'essere stranieri e pellegrini sopra la terra 225. E poco dopo conclude lo stesso elogio della fede cosi: Eppure tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa di Dio. Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi 226. Questo elogio della fede non ci sarebbe né ci sarebbe la fede stessa, come ho già detto, se gli uomini nel credere tenessero dietro a premi visibili, cioè se ai credenti fosse pagata per ricompensa l'immortalità in questo secolo.

Anche la morte è un esercizio di fede.

31. 51. Perciò il Signore stesso volle morire, com'è scritto, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare cosi quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita 227. Questo testo insegna bene che l'attuale morte corporale è cominciata per iniziativa e istigazione del diavolo, cioè per il peccato a cui egli persuase Adamo: non per altro potrebbe dirsi con tutta verità che abbia il potere della morte. Perciò colui che moriva senza alcun peccato, né originale né proprio, disse, come ho ricordato poco sopra: Ecco, viene il principe di questo mondo, ossia il diavolo che aveva il potere della morte, e in me non trova nulla 228, ossia nulla del peccato per il quale ha fatto morire gli uomini. E quasi gli si chiedesse: "Perché dunque tu muori?", risponde: Perché tutti sappiano che io faccio la volontà del Padre mio, alzatevi e andiamo via di qui, cioè "perché io muoia non a causa del peccato sotto l'istigatore del peccato, ma a causa dell'obbedienza e della giustizia, essendomi fatto obbediente fino alla morte" 229. E questo dunque insegna tale testimonianza: anche la vittoria dei credenti sulla paura della morte fa parte dello stesso combattimento della fede, il quale sarebbe certo mancato se ai credenti fosse stata concessa immediatamente l'immortalità.

Rientra nel regime della fede l'invisibilità del Cristo risorto.

32. 52. Sebbene dunque il Signore abbia fatto molti miracoli visibili, perché da essi la fede stessa sbocciasse come da teneri germogli e poi da quella tenerezza si consolidasse in tutta la sua robustezza - tanto più forte è infatti quanto più evita ormai d'andare in cerca di miracoli -, tuttavia ha voluto che noi aspettassimo senza vederlo ciò che speriamo come promesso, perché il giusto vivesse in virtù della sua fede 230. Questo è tanto vero che egli stesso, risorgendo il terzo giorno, non volle rimanere tra gli uomini. Dopo aver mostrato nella sua carne il modello della risurrezione a coloro che si degnò di costituire testimoni di questo fatto 231, ascese al cielo, sottraendosi anche ai loro, occhi. E non concesse alla carne di nessuno di essi nulla di simile a quello che aveva mostrato nella propria carne, perché anch'essi vivessero in virtù della fede e il premio che poi sarà visibile di quella giustizia nella quale si vive in virtù della fede lo aspettassero frattanto con pazienza senza vederlo. A questo senso credo si debba riportare anche quanto dice dello Spirito Santo: Egli non può venire, se io non me ne vado 232. Era come dire: "Non potete vivere da giusti in virtù della fede, come avrete dal mio Dono, cioè dallo Spirito Santo, se non toglierò dai vostri occhi quello che vedete, perché il vostro cuore progredisca spiritualmente credendo a realtà invisibili". Questa giustizia che proviene dalla fede la esalta ugualmente cosi, parlando dello Spirito Santo: Egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più 233. Che giustizia è questa per cui non lo vedrebbero più se non quella per cui il giusto vivesse in virtù della fede 234 e noi, non guardando a realtà che si vedono, ma a realtà che non si vedono, aspettassimo la speranza della giustizia con spirito animato dalla fede?

La remissione dei peccati non comporta immediatamente l'estinzione delle pene del peccato.

33. 53. Coloro poi che obiettano: Se questa morte temporale fosse accaduta per il peccato, certamente non moriremmo dopo la remissione dei peccati che il Redentore ci ha regalato, non capiscono come Dio, pur togliendone il reato perché non ci danneggi dopo questa vita, lasci tuttavia sussistere queste nostre condizioni per la lotta della fede, perché per mezzo di esse si esercitino e si avvantaggino coloro che progrediscono nel combattimento della giustizia. Potrebbe infatti anche qualche altro, fraintendendo alla stessa maniera, dire: Se fu per il peccato che Dio disse all'uomo: Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, spine e cardi produrrà per te la terra 235, perché mai anche dopo la remissione dei peccati rimane questa fatica e perfino la terra dei fedeli produce i medesimi prodotti, duri e aspri? Similmente, se per il peccato fu detto alla donna: Con dolore partorirai figli 236, perché anche dopo la remissione dei peccati le donne cristiane soffrono nel parto i medesimi dolori? E tuttavia risulta che quei primi uomini udirono e meritarono da Dio queste punizioni per il peccato che avevano commesso. Né si oppone a queste parole del Libro divino che ho riferito sul lavoro dell'uomo e sul parto della donna se non chi, totalmente alieno dalla fede cattolica, avversa le medesime Lettere.

Con la redenzione le condizioni dell'umanità sono rimaste quelle provocate dal peccato, ma hanno assunto uno scopo diverso.

34. 54. Ma poiché non mancano nemmeno costoro, rispondiamo loro che quei mali prima della remissione dei peccati sono castighi dei peccatori e dopo la remissione sono invece prove ed esercitazioni dei giusti. Cosi anche a quelli che ugualmente si risentono della morte corporale dobbiamo rispondere confessando che essa è stata causata dal peccato e non disdegnando che, dopo la remissione dei peccati, ci sia stata lasciata come prova, perché quanti progrediscono superino la grande paura della morte. Se infatti vincere lo spauracchio della morte fosse una piccola impresa per la fede che opera mediante la carità 237, non sarebbe cosi grande la gloria dei martiri, né il Signore direbbe: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici 238. Giovanni lo dice nella sua lettera scrivendo: Com'egli ha dato la sua vita per noi, cosi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli 239. La pazienza straordinaria nell'affrontare o nel disprezzare la morte per la giustizia non verrebbe dunque lodata, se la tristezza della morte non fosse grave e molto dura. Chi ne vince il timore con la fede, si guadagna una grande gloria e una giusta mercede da parte della stessa fede. Non c'è dunque da meravigliarsi né che la morte corporale non sarebbe esistita per l'uomo se non ci fosse stato precedentemente il peccato, del quale doveva essere una conseguenza anche tale pena, né che dopo la remissione dei peccati la morte resti per i cristiani perché nel vincere la sua paura si eserciti la fortezza della giustizia.

Lo stesso Adamo fu trattato come siamo trattati noi attualmente.

34. 55. Non era carne del peccato la carne che fu fatta all'inizio e nella quale l'uomo in mezzo alle delizie del paradiso non volle osservare la giustizia. Perciò Dio stabili che la carne del peccato, propagatasi dopo il peccato dell'uomo, dovesse lottare in mezzo a fatiche e molestie per ricuperare la giustizia. Anche per questo Adamo, dimesso dal paradiso, fissò la sua dimora di fronte all'Eden 240, cioè di fronte alla patria delle delizie, a significare che nelle fatiche, l'opposto delle delizie, doveva rieducarsi la carne del peccato, la quale nelle delizie, prima d'essere carne del peccato, non osservò l'obbedienza. Come dunque quei primi uomini vivendo poi nella giustizia, per la quale meritamente si credono liberati mediante il sangue del Signore dall'estremo castigo, non meritarono tuttavia d'essere richiamati durante la loro vita nel paradiso, cosi anche la carne del peccato, per quanto dopo la remissione dei peccati una persona sia vissuta in essa con giustizia, non merita immediatamente di non soffrire quella morte che ha tratto dalla propaggine del peccato.

Anche a Davide fu fatto un trattamento simile.


34. 56. Qualcosa di simile c'insinua il Libro dei Re a proposito di Davide. Essendo stato mandato a lui il profeta e minacciandogli per il peccato da lui commesso mali futuri in nome dell'indignazione di Dio, egli con la confessione del suo peccato meritò il perdono e il profeta gli rispose 241 che il suo vergognoso delitto gli era stato rimesso. Tuttavia seguirono i castighi che Dio aveva minacciato, perché fosse cosi umiliato nel figlio. Come mai non si dice anche qui: "Se Dio aveva minacciato il castigo per quel peccato, per quale ragione esegui il castigo minacciato dopo aver rimesso il peccato?". Se si dicesse questo, si risponderebbe ottimamente che la remissione del peccato fu fatta perché Davide non fosse escluso dalla vita eterna e le minacce di Dio furono eseguite perché la pietà di Davide si esercitasse e si provasse in quella umiliazione. Cosi anche quanto alla morte temporale è vero e che Dio l'ha inflitta all'uomo per il peccato e che dopo la remissione dei peccati non l'ha soppressa per far esercitare all'uomo la giustizia.

" Non pieghiamo né a destra né a sinistra ".


35. 57. Riteniamo dunque l'indiscutibile professione di fede. C'è uno solo che è nato senza peccato nella somiglianza della carne del peccato, che è vissuto senza peccato in mezzo ai peccati altrui, che è morto senza peccato per i peccati nostri. Non deviamo né a destra, né a sinistra 242. Deviare a destra è ingannare se stesso dicendosi senza peccato, deviare a sinistra è abbandonarsi ai peccati senza alcun timore per non so quale perversa e riprovevole sicurezza. Infatti il Signore conosce le vie di destra 243, egli che è il solo senza peccato e il solo che può distruggere i nostri peccati; ma le vie di sinistra sono contorte 244, e sono le amicizie con i peccati. Ci hanno trasmesso un'immagine del popolo nuovo anche quei giovani ventenni che entrarono nella terra promessa 245 e dei quali si dice che non si volsero né a destra, né a sinistra 246. L'età di venti anni non è certo da equiparare all'innocenza dei bambini, ma, se non sbaglio, questo numero adombra e indica qualcosa di mistico. Il Vecchio Testamento eccelle per i cinque libri di Mosè, mentre il Nuovo Testamento rifulge per l'autorità dei quattro Vangeli. Questi numeri moltiplicati tra loro dànno venti: quattro per cinque o cinque per quattro fanno venti. Ecco indicato il popolo che istruito nel regno dei cieli per mezzo dei due Testamenti, Vecchio e Nuovo, senza volgersi né a destra per superba presunzione di giustizia, né a sinistra per tranquillo amore di peccato, entrerà nella terra di quella promessa, dove quanto ai peccati non avremo più ormai né da pregare che ci vengano rimessi, né da temere che ne veniamo puniti poiché ne siamo stati liberati da quel Redentore che, non venduto come schiavo del peccato, ha redento Israele da tutte le sue colpe, sia da quelle commesse da ciascuno nella sua propria vita, sia da quelle contratte originalmente.

Una timida concessione dei pelagiani: anche i bambini abbisognano della redenzione.

36. 58. Non hanno certamente ceduto poco all'autorità e alla verità delle Scritture divine coloro che, senza voler dire apertamente nei loro scritti che è necessaria ai bambini la remissione dei peccati, hanno tuttavia confessato che essi sono bisognosi di redenzione. Con parola diversa, ma presa anch'essa dalla cultura cristiana, non hanno detto proprio niente di diverso [dalle Scritture]. Né per coloro che leggono gli Scritti divini con fede, li ascoltano con fede, li applicano con fede dev'esserci alcun dubbio che da quella prima carne, diventata carne di peccato per volontà di peccato, poi attraverso la successione sia passata in tutti la proscrizione del peccato e si sia propagata la carne del peccato, con l'unica eccezione per la carne somigliante alla carne del peccato, la quale tuttavia non esisterebbe, se non esistesse la carne del peccato.

Problemi difficili che rigurdano l'anima. Ma forse la loro soluzione non è necessaria alla salvezza.

36. 59. Riguardo poi all'anima e alla sua colpevolezza vasta è la ricerca. Non possiamo dire infatti che soltanto la carne del bambino e non anche la sua anima, abbia bisogno dell'aiuto del Salvatore e Redentore, e che l'anima sia estranea al rendimento di grazie che si legge nei Salmi: Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, e guarisce tutte le tue malattie, salva dalla fossa la tua vita 247. Nell'ipotesi che l'anima si propaghi alla stessa maniera del corpo ci domandiamo se sia stata direttamente coinvolta nel reato che le dev'essere rimesso, oppure se anche senza essere stata propagata, abbia bisogno della remissione dello stesso peccato e della sua redenzione già per il solo fatto che viene unita alla carne del peccato, dalla quale è necessariamente gravata. In questo caso giudica Dio con la sua somma prescienza quali fanciulli non meritino di essere assolti da questo peccato, compresi quelli che, non essendo ancora nati 248, nulla in nessun luogo hanno fatto di bene o di male con la propria vita. Infine in che modo Dio, anche ammesso che non crei le anime per trasmissione, non sia comunque colpevole del medesimo reato che rende necessaria la redenzione del sacramento anche all'anima di un bambino. Son tutte domande che reclamano un'altra discussione, temperata però a mio avviso con tale moderazione da far meritare lode ad una cauta ricerca piuttosto che biasimo ad un giudizio precipitoso. Quando infatti si discute di vertenze oscurissime senza l'aiuto di testi chiari e sicuri da parte delle autorità divine, la presunzione umana deve frenarsi senza declinare verso un giudizio affrettato. Infatti, anche se ignoro come una qualsiasi di tali questioni si può spiegare e risolvere, credo tuttavia che, se l'uomo non potesse ignorarne la soluzione senza mettere in pericolo la salvezza promessa, anche per questa sola ragione la testimonianza della parola di Dio sarebbe chiarissima. Ecco, secondo le mie forze, il frutto delle mie fatiche. Vorrei che fosse tanto utile quanto è lungo. Ne difenderei forse la lunghezza, se per difenderlo non temessi di renderlo ancora più lungo.


Note:


1 - Cf. Ap 5, 9.

2 - 1 Tm 2, 5-6

3 - Cf. Mt 26, 41 s.

4 - Mt 6, 13.

5 - Sal 142, 2.

6 - Lc 6, 37-38.

7 - Gc 2, 10.

8 - Gc 2, 12-13.

9 - Cf. Rm 7, 23-24.

10 - Cf. Ef 2, 3.

11 - Cf. 1 Cor 15, 54.

12 - Cf. Rm 8, 34; Eb 7, 25.

13 - Cf. Ap 2, 11.

14 - Mt 6, 12-13.

15 - Rm 7, 18.

16 - Rm 6, 12.

17 - Mt 6, 12.

18 - Mt 6, 13.

19 - Gc 1, 13.

20 - Cf. Gc 1, 14.

21 - Cf. 2 Cor 5, 4.

22 - Mt 6, 13.

23 - Cf. Rm 8, 5.

24 - Zc 1, 3; Ml 3, 5.

25 - Sal 84, 5.

26 - Sal 79, 8.

27 - Sal 93, 8.

28 - Sal 118, 73.

29 - Sir 18, 30.

30 - Cf. Sap 8, 21.

31 - Is 56, 1.

32 - Sal 118, 12.

33 - Mt 5, 6.

34 - Cf. Lc 18, 10-14.

35 - Sal 61, 9.

36 - Ger 10, 23.

37 - Sal 118, 4.

38 - Sal 118, 5-6.

39 - Sal 118, 133.

40 - Cf. Gv 1, 12.

41 - Gv 8, 36.

42 - Sal 142, 2.

43 - Cf. Gc 2, 13.

44 - Sal 31, 5.

45 - Sal 31, 6.

46 - 1 Gv 1, 8.

47 - Ap 14, 4-5.

48 - Cf. Prv 18, 17.

49 - 1 Gv 3, 9.

50 - Cf. Rm 7, 6; 2 Cor 4, 16; Col 3, 10.

51 - Mt 19, 28.

52 - 2 Cor 4, 16.

53 - Cf. Lc 20, 34.

54 - Ef 4, 24.

55 - Tt 3, 5.

56 - Rm 8, 23-25.

57 - Cf. Rm 9, 8; Lc 20, 34.

58 - Cf. 1 Gv 1, 8; 3, 9.

59 - Cf. Gv 3, 5.

60 - 1 Gv 3, 2.

61 - Cf. 1 Gv 1, 8.

62 - Sal 36, 10.

63 - Cf. Rm 7, 23.

64 - Lc 20, 34.

65 - Cf. Gv 3, 6.

66 - 1 Gv 3, 9.

67 - 1 Gv 1, 8.

68 - Cf. Sap 9, 15.

69 - Cf. Ez 14, 14.

70 - Cf. Gn 6, 9; Sir 44, 17; 2 Pt 2, 5; Dn 6, 22; Gb 1, 8.

71 - Cf. Gn 9, 21.

72 - Dn 9, 20.

73 - Ez 28, 3.

74 - Mt 6, 12.

75 - Dn 9, 20.

76 - Gb 9, 2-3.

77 - Gb 9, 19.

78 - Gb 9, 20. 28-31.

79 - Gb 13, 26-14, 5.

80 - Gb 14, 16-17.

81 - Cf. 1 Gv 1, 8.

82 - Gb 9, 2-3.

83 - Ger 2, 29.

84 - Sal 142, 2.

85 - Gb 9, 19-20.

86 - Cf. Gb 14, 1.

87 - Ef 2, 3.

88 - Gb 14, 1-5.

89 - Gb 14, 16-17.

90 - Gb 14, 17.

91 - Rm 7, 15.

92 - Gb 1, 22.

93 - Gb 39, 34.

94 - Cf. Gv 8, 46 ss.

95 - Gb 42, 5-6.

96 - Sal 137, 8.

97 - Cf. Fil 3, 6-8.

98 - Sal 142, 2.

99 - Gb 1, 8.

100 - Cf. Rm 7, 22-23.

101 - Rm 7, 19-20.

102 - Rm 7, 24-25.

103 - 1 Gv 1, 8.

104 - Sal 142, 2.

105 - Cf. Eb 6, 20.

106 - Eb 7, 26-27.

107 - Cf. Eb 5, 1-3.

108 - Fil 3, 6.

109 - Lc 1, 6.

110 - Fil 3, 7-11

111 - Fil 3, 12-14.

112 - 2 Cor 4, 16.

113 - Fil 3, 15-16.

114 - Cf. 2 Cor 4, 16.

115 - Cf. Sal 142, 2.

116 - Mt 5, 48.

117 - Fil 3, 12. 15.

118 - 1 Cor 3, 2.

119 - 1 Cor 2, 6.

120 - Fil 3, 15-16.

121 - Cf. Gn 2, 17.

122 - 2 Tm 4, 7-8.

123 - Cf. Mt 6, 12.

124 - 2 Cor 12, 9.

125 - Sal 98, 6-7.

126 - Sal 98, 8.

127 - Cf. Prv 3, 12; Eb 12, 6.

128 - Cf. Sal 37, 18.

129 - Mt 6, 12

130 - Cf. Mt 19, 20-21.

131 - Ger 10, 23-24.

132 - Sal 118, 175.

133 - Cf. Eb 1, 9; Col 2, 3.

134 - Sal 84, 13.

135 - Rm 5, 5,

136 - 1 Cor 4, 7.

137 - 1 Cor 4, 7.

138 - Prv 8, 35.

139 - Sal 36, 23.

140 - Fil 2, 13.

141 - Cf. 1 Cor 4, 7.

142 - 1 Cor 1, 31; 2 Cor 10, 17.

143 - Sal 83, 12.

144 - Sal 84, 11.

145 - Sal 24, 10.

146 - Gv 1, 14.

147 - Sal 100, 1.

148 - Cf. Mt 20, 9-10.

149 - Cf. Lc 1, 79; Sal 84, 13.

150 - Cf. 1 Cor 1, 31.

151 - Sal 84, 5.

152 - Sal 102, 10.

153 - Cf. Sal 100, 1.

154 - Cf. Sal 142, 2.

155 - Cf. 1 Cor 1, 31.

156 - Cf. 1 Tm 1, 8.

157 - Cf. Rm 3, 25.

158 - Cf. Rm 5, 10.

159 - Cf. Gn 2, 17.

160 - Cf. Gn 2, 9. 16-17.

161 - Prv 3, 18.

162 - Gn 1, 31.

163 - Cf. Gn 2, 25.

164 - Cf. Rm 7, 17. 23.

165 - Cf. Gn 3, 7.

166 - Cf. Gn 21, 19.

167 - Cf. Rm 8, 3.

168 - Cf. Rm 6, 6.

169 - Cf. Rm 7, 24-25.

170 - Cf. Gn 3, 16.

171 - Cf. Rm 7, 23.

172 - Cf. Rm 6, 12.

173 - Cf. Gv 3, 5.

174 - Gv 1, 12-13.

175 - Gv 1, 14.

176 - Cf. Gv 1, 14. 1.

177 - Cf. Rm 8, 3.

178 - Cf. Gv 1, 13.

179 - Cf. Rm 5, 6. 9; 1 Cor 15, 3; 2 Cor 5, 15.

180 - Cf. Mt 3, 17; Lc 3, 22.

181 - Cf. Fil 2, 6.

182 - Cf. Eb 7, 9.

183 - Cf. Eb 7, 10.

184 - 1 Cor 7, 14.

185 - Rm 5, 16. 18.

186 - 1 Cor 7, 14.

187 - Cf. AUG., De catech. rudibus 26, 50; Confess. 1, 11.

188 - Cf. 1 Tm 4, 5.

189 - Cf. Mt 15, 17.

190 - Cf. Gv 6, 27.

191 - 1 Cor 7, 14.

192 - Cf. Rm 5, 18.

193 - Cf. Tt 3, 5.

194 - Gv 3, 3.

195 - Cf. Gv 3, 14.

196 - Cf. Gv 3, 5.

197 - Cf. Tt 3, 5.

198 - Cf. Col 2, 13.

199 - Cf. 2 Cor 4, 16.

200 - Rm 6, 12.

201 - Cf. Rm 7, 23; Gv 3, 5.

202 - Cf. Ef 2, 16.

203 - Cf. Is 59, 2.

204 - Cf. Rm 7, 6.

205 - Rm 8, 8-9.

206 - Cf. Rm 7, 23.

207 - Cf. Rm 5, 12.

208 - Cf. Lc 20, 34.

209 - Cf. 1 Tm 2, 5; Rm 5, 10.

210 - Cf. Lc 8, 48

211 - Cf. Gv 3, 5.

212 - Lc 2, 11.

213 - Mt 1, 21.

214 - Cf. Rm 8, 3.

215 - Cf. Rm 6, 6.

216 - Cf. Gv 1, 14.

217 - Cf. Rm 7, 23.

218 - Gv 14, 30-31.

219 - Cf. Fil 2, 8.

220 - 1 Cor 15, 21-22.

221 - Cf. Col 2, 14.

222 - Mt 26, 28.

223 - Cf. 1 Ts 4, 16.

224 - Eb 11, 1.

225 - Eb 11, 13.

226 - Eb 11, 39-40.

227 - Eb 2, 14-15.

228 - Gv 14, 30-31.

229 - Cf. Fil 2, 8.

230 - Cf. Rm 1, 17.

231 - Cf. Mc 16, 7; Lc 24, 48.

232 - Gv 16, 7.

233 - Gv 16, 8-10.

234 - Cf. Rm 1, 17; Gal 3, 11.

235 - Gn 3, 18-19.

236 - Gn 3, 16.

237 - Cf. Gal 5, 6.

238 - Gv 15, 13.

239 - 1 Gv 3, 16.

240 - Cf. Gn 3, 23.

241 - Cf. 2 Sam 12, 13.

242 - Cf. Prv 4, 27.

243 - Prv 4, 27.

244 - Prv 4, 27.

245 - Cf. Nm 14, 29 ss.

246 - Cf. Gs 23, 6.

247 - Sal 102, 2-4.

248 - Cf. Rm 9, 11.


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