Tractato dell'obbedienza

Dialogo della Divina Provvidenza

Santa Caterina da Siena

Tractato dell'obbedienza
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CLIV - Qui comincia el trattato dell’obedienzia. E prima, dove l’obedienzia si truova, e che è quello che ce la tolle, e quale è il segno che l’uomo l’abbi o no, e chi è la sua compagna e da cui è notricata.

Allora el sommo ed etterno Padre, e pietoso, volse l’occhio della misericordia e clemenzia sua inverso di lei, dicendo: — O carissima e dolcissima figliuola, el sancto desiderio e giuste petizioni debbono essere exauditi ; e però Io, somma veritú, adempirò la veritá mia, satisfacendo alla promessa che Io ti feci e al desiderio tuo. E se tu mi dimandi : dove la truovi, e quale è la cagione che te la tolle, e il segno che tu l’abbi o no, lo ti rispondo: che tu la truovi conpitamente nel dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo. Fu tanto pronpta in lui questa virtú che, per conpirla, corse all’obrobriosa morte della croce. Chi te la tolle? Raguarda nel primo uomo, e vedrai la cagione che gli tolse l’obbedienzia inposta a lui da me, Padre etterno: la superbia che esci e fu producta da l’amore proprio e piacimento della compagna sua. Questa fu quella cagione che gli tolse la perfeczione de l’obbedienzia e diègli la disobbedienzia; unde gli tolse la vita della grazia e diègli la morte, perdette la innocenzia e cadde in inmondizia e in grande miseria. E non tanto egli, ma e’ v’incorse tutta l’umana generazione, si come lo ti dixi.

El segno che tu abbi questa virtú è la pazienzia; e, non avendola, ti dimostra che tu non l’hai, la inpazienzia. Unde contiandoti di questa virtú, trovarrai che egli è cosí. Ma actende: ché. in due modi s’observa obbedienzia. L’una è piú perfetta che l’altra; e non so’ però separate, ma unite, si com’ Io ti dixi de’ comandamenti e de’ consigli. L’uno è buono e perfetto, l’altro è perfectissimo; e neuno è che possa giognere a vita etterna se non l’obbediente, però che senza l’obbedienzia veruno è che vi possa intrare, perché ella fu diserrata con la chiave de l’obbedienzia, e con la disobbedienzia di Adam si serrò.

Essendo poi Io costretto dalla mia infinita bontá, vedendo che l’uomo, cui Io tanto amavo, non tornava a me, fine suo, tolsi le chiavi de l’obbedienzia e posile in mano del dolce e amoroso Verbo, mia Verità; ed egli, come portonaio, diserrò questa porta del cielo. E senza questa chiave e portonaio, mia Verità, veruno ci può andare. E però dixe egli nel sancto evangelio che veruno poteva venire a me, Padre, se non per lui. Egli vi lassò questa dolce chiave de l’obbedienzia, quando egli ritornò a me, exultando, in cielo, e levandosi dalla conversazione degli uomini per l’ascensione. Si come tu sai, egli lassò il vicario suo, Cristo in terra, a cui sète tutti obligati d’obbedire infino alla morte. E chi è fuore de l’obbedienzia sua, sta in stato di danpnazione, si come in un altro luogo Io ti dixi.

Ora Io voglio che tu vegga e cognosca questa excellentissima virtú ne l’umile e inmaculato Agnello, e unde ella procede. Unde venne che tanto fu obbediente questo Verbo? Da l’amore ch’egli ebbe a l’onore mio e alla salute vostra.

Unde procedette l’amore? Dal lume della chiara visione con la quale vedeva, l’anima sua, chiaramente la divina Essenzia e la Trinitá etterna; e cosí sempre vedeva me, Dio etterno. Questa visione adoperava perfectissimamente in lui quella fedeltà, la quale inperfectamente adopera in voi ci lume della sanctissima fede. Ché fu fedele a me, suo Padre etterno, e però corse col lume glorioso, come innamorato, per la via de l’obbedienzia. E perché l’amore non è solo, ma è aconpagnato di tutte le vere e reali virtú, però che tutte le virtú hanno vita da l’amore della caritá (benché àltrementí fussero le virtú in lui e altrementi in voi); ma tra l’apre ha la pazienzia, che è il mirollo suo, uno segno dimostrativo che ella fa ne l’anima se ella è in grazia e ama in veritá o no; e però la madre della caritá l’ha data per sorella alla virtú de l’obbedienzia, e halle si unite insieme, che mai non si perde l’una senza l’altra: o tu l’hai amendune, o tu non hai veruna.

Questa virtú ha una nutrice che la notrica, cioè la vera umilità; unde tanto è obbediente quanto umile, e umile quanto obbediente. Questa umilità è baglia e nutrice della carità, e però ci latte suo medesimo notrica la virtú de l’obbedienzia. El vestimento suo, che questa nutrice le dà, è l’avilire se medesimo, vestirsi d’obrobri, dispiacere a sé e piacere a me. In cui ci truovi? In Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo. E chi s’avilí piú di lui? Egli si satollò d’obrobri, di scherni e di villanie; dispiacque a sé, cioè la vita sua corporale, per piacere a me. E chi fu piú paziente di lui, che non fu udito ci grido suo per alcuna mormorazione, ma con pazienzia abbracciando le ingiurie, come inamorato compi l’obbedienzia mia, inposta a lui da me, suo Padre etterno?

Addunque in lui la trovarrete compitamente. Egli vi lassò la regola e questa dottrina, e prima l’osservò in sé; ella vi dá vita, perché ella è via dritta. Egli è la via, e però dixe egli che era via, veritá e vita; e chi va per essa va per la luce, e colui che va per la luce non può offendere né essere offeso che egli non s’avegga, perché ha tolto da sé la tenebre de l’amore proprio unde cadeva nella disobbedienzia: che, com’ Io ti dixi, la conpagna, e unde procedeva l’obbedienzia, è l’umilità. Cosí ti dixi e dico che la disobbedienzia viene dalla superbia, che esce da l’amore proprio di sé, privandosi de l’umilità. La sorella, che è data da l’amore proprio alla disobbedienzia, è la inpazienzia, e la superbia la notrica; con tenebre d’ infidelità corre per la via tenebrosa, che gli dá morte etternale.

Tutti vi conviene leggere in questo glorioso libro, dove trovate scripta questa e ogni altra virtú.

CLV - Come l’obedienzia é una chiave con la quale si disera el cielo, e come debba avere el funicello e debbasi portare attaccata a la cintura. E de le excellenzie sue.

— Poi che Io t’ho mostrato dove tu la truovi, e unde ella viene, e chi è la sua compagna, e da cui è nutricata; ora ti parlarò degli obbedienti insieme co’ disobbedienti, e de l’obbedienzia generale e della particolare, cioè di quella de’ comandamenti e di quella de’ consigli.

Tucta la fede vostra è fondata sopra l’obbedienzia, ché ne l’obbedienzia mostrate d’essere fedeli. Posti vi so’ dalla mìa Verità, a tutti generalmente, i comandamenti della legge. El principale si è d’amare me sopra ogni cosa e ‘l proximo come voi medesimi; e sonno legati questi insieme con gli altri, che non si può observare l’uno che tutti non si observino, né lassarne uno che tutti non si lassino. Chi observa quest’o observa tutti gli altri, è fedele a me e al proximo suo, ama me e sta nella dileczione della mia creatura; e però è obbediente, fassi subdito a’ comandamenti della legge e alle creature per me, con umiltà e pazienzia porta ogni fadiga e detrazione dal proximo.

Questa obbedienzia fu ed è di tanta excellenzia, che tutti ne contraeste la grazia, si come perla disobbedienzia tutti avavate tratta la morte. Ma e’ non bastarebbe, se ella fusse stata solo nel Verbo, e ora non l’usaste voi. Giá ti dixi che ella era una chiave che diserris il cielo, la quale chiave pose nelle mani del vicariosuo. Que., to vicario la pone in mano d’ogniuno, ricevendo il sancto baptesmo, dove egli promette di renunziare al dimonio, al mondo e alle ponpe e delizie sue. Promettendo d’obbedire, riceve la chiave de l’obbedienzia; si che ogniuno l’ha in particolare, ed è la medesima chiave del Verbo. E se l’uomo non va col lume della fede e con la mano de l’amore a diserrare con questa chiave la porta del cielo, giá mai dentro non vi entrarrà, non obstante che ella sia aperta per lo Verbo; però che lo vi creai senza voi, ma non vi salvarò senza Voi.

Addunque vi conviene portare in mano la chiave, e convienvi andare e non sedere: andare per la dottrina della mia Verità e non sedere, cioè ponendo l’affetto suo in cosa finita, si come fanno gli uomini stolti che seguitano l’uomo vecchio, il primo padre loro, facendo quello che fece egli, che gittò la chiave de l’obbedienzia nel loto della immondizia; schiacciandola col martello della superbia, arrugginilla con l’amore proprio. Se non poi che venne il Verbo, unigenito mio Figliuolo, che si recò questa chiave de l’obbedienzia in mano e purificolla nel fuoco della divina carità; trassela del loto, lavandola col Sangue suo; dirizzolla col coltello della giustizia, fabricando le iniquità vostre in su l’ancudine del corpo suo. Egli la racconciò si perfectamente che, tanto quanto l’uomo guastasse la chiave sua per lo libero arbitrio, con questo medesimo libero arbitrio, mediante la grazia mia, con questi medesimi strumenti la può racconciare. O cieco sopra cieco uomo, che, poi che tu hai guasta la chiave de l’obbedienzia, tu anco non ti curi di raconciarla! E credi tu che la disobbedienzia, che serrò el cielo, te l’apra? Credi che la superbia, che ne cadde, vi salga? Credi col vestimento stracciato e bructo andare alle nozze? Credi, sedendo e legandoti nel legame del peccato mortale, potere andare? o senza chiave potere aprire l’uscio? Non te lo imaginare di potere, ché ingannata sarebbe la tua imaginazione. E’ ti conviene essere sciolto. Esce del peccato mortale per la sancta confessione e contrizione di cuore e satisfazione, e con proponimento di non offendere piú. Gittarai allora a terra el bructo e laido vestimento, e corrirai, col vestimento nunpziale, con lume e con la chiave de l’obbedienzia in mano, a diserrare la porta. Lega, lega questa chiave col funicello della viltà e dispiacimento di te e del mondo; attaccala al piacere di me tuo Creatore del quale debbi fare uno cingolo e cignerti, acciò che tu non la perda.

Sappi, figliuola mia, che molti sonno quegli che hanno presa questa chiave de l’obbedienzia, perché hanno veduto col lume della fede che in altro modo non possono campare dall’etterna danpnazione. Ma tengonla in mano senza el cingolo cinto e senza el funicello dentrovi: cioè che non si vestono perfectamente del piaceredi me, ma anco piacciono a loro medesimi. E non v’hanno posto el funicello della viltà, desiderando d’essere tenuti vili, ma piú tosto dilectatisi della loda degli uomini. Questi sonno acti a smarrire la chiave, pure che lo’ soprabondi un poca di fadiga o tribulazione mentale o corporale; e, se non s’hanno ben cura, spesse volte, allentando la mano del sancto desiderio, la perdarebbero. El qual perdere è uno smarrire, ché, volendola ritrovare, possono, mentre che vivono; e non volendo, non la truovano mai. E chi gli li manifestarà che l’abbino smarrita? La inpazienzia: perché la pazienzia era unita con l’obbedienzia; non essendo paziente, si dimostra che l’obbedienzia non è ne l’anima.

Oh, quanto è dolce e gloriosa questa virtú, in cui sonno tucte l’altre virtú! Perché ella è conceputa e partorita dalla carità; in lei è fondata la pietra della sanctissima fede; ella è una reina che, di cui ella è sposa, non sente veruno male: sente pace e quiete. L’onde del mare tempestoso non gli possono nuocere, che l’offendano per alcuna sua tempesta il mirollo de l’anima. Non sente l’odio nel tempo della ingiuria, però che vuole obbedire, ché sa che gli è comandato che perdoni; non ha pena che l’appetito suo non sia pieno, perché l’obbedienzia l’ha facto ordinare a desiderare solamente me, che posso, so e voglio conpire i desidèri suoi, e hallo spogliato delle mondane ricchezze. E cosí in tucte le cose (le quali sarebbero troppo lunghe a narrare) truova pace e quiete, avendo questa reina de l’obbedienzia presa per sposa, la quale t’ho posta come chiave.

O obbedienzia, che navighi senza fadiga, e senza pericolo giogni a porto di salute! Tu ti conformi col Verbo, unigenito mio Figliuolo; tu sali nella navicella della sanctissima croce, recandoti a sostenere per non trapassare l’obbedienzia del Verbo, né escire della doctrina sua; tu te ne fai una mensa, dove tu mangi el cibo de l’anime, stando nella dileczione del proximo! Tu se’ unta di vera umilità, e però non appetisci le cose del proximo fuore della volontà mia. Tu se’ dricta senza veruna tortura, ché fai el cuore dricto e non ficto, amando liberalmente e non fictivamente la mia creatura. Tu se’ una aurora, che meni teco la luce della divina grazia. Tu se’ uno sole che scaldi, perché non se’ senza el calore della caritá. Tu fai germinare la terra, cioè che gli strumenti de l’anima e del corpo tucti producono fructo, che dá vita in sé e nel proximo suo. Tu se’ tucta gioconda, perché non hai turbata la faccia per inpazienzia, ma ha’ la piacevole con la piacevolezza della pazienzia, tucta serena di fortezza. Se’ grande con longa perseveranzia, si grande che tieni dal cielo alla terra, perché con essa si diserra il cielo. Tu se’ una margarita nascosta e non cognosciuta, calpestata dal mondo, avilendo te medesima, sottoponendoti alle creature. Egli è si grande la tua signoria, che veruno è che ti possa signoreggiare, perché se’ escita della mortale servitudine della propria sensualità, la quale ti tolleva la dignità tua. Morto questo nemico, con l’odio e dispiacimento del proprio piacere, hai riavuta la tua libertà.

CLVI - Qui insiememente si parla de la miseria de li inobedienti e de la excellenzia de li obedienti.

— Ma Io ti dico, carissima figliuola, tucto questo ha facto la bontá e providenzia mia, che providdi che ‘l Verbo racconctasse la chiave, come decto è, di questa obbedienzia; ma gli uomini del mondo, privati d’ogni virtú, fanno tucto il contrario. Essi, si come animali sfrenati, perché non hanno il freno de l’obbedienzia, corrono, andando di male in peggio, di peccato in peccato, di miseria in miseria, di tenebre in tenebre e di morte in morte; tanto che si conducono in su la fossa della extremità della morte col vermine della conscienzia che sempre gli rode. E poniamo che anco possano ripigliare l’obbedienzia di volere obbedire a’ comandamenti della legge, avendo il tempo e dolendosi di quello che hanno disobbedito, nondimeno è molto malagevole per la longa consuetudine del peccato. E però non sia veruno che se ne fidi, indugiando a pigliare la chiave de l’obbedienzia ne l’ultima extremità della morte, benché ogniuno possa e debba sperare infine che egli ha il tempo; ma non se ne debba fidare, che per questo pigli indugio a corrèggiare la vita sua. E chi è cagione di tanto loro male e di tanta ciechità, che non cognoscono questo tesoro? La nuvila de l’amore proprio con la miserabile superbia, unde sonno partiti da l’obbedienzia e caduti nella disobbedienzia. Non essendo obbedienti, non sonno pazienti, come detto è, e nella inpazienzia sostengono intollerabili pene. Halli tratti della via della veritá e menali per la via della bugia, facendosi servi e amici delle dimonia, e con loro insieme, se non si correggono con l’obbedienzia, vanno co’ loro signori dimòni a l’etterno supplicio; si come i diletti figliuoli observatori della legge e obbedienti godono ed exultano nella etterna mia visione con lo inmaculato e umile Agnello, facitore, adempitore e donatore della legge. In questa vita, observandola, hanno gustata la pace, e nella beata vita ricevono e vestonsi della perfectissima pace, dove è pace senza veruna guerra, e ogni bene senza veruno male, sicurtà senza veruno timore, ricchezza senza povertà, sazietà senza fastidio, fame senza pena, luce senza tenebre, uno sommo bene infinito e non finito, e uno bene partecipato con tutti e’ veri gustatori.

Chi l’ha messo in tanto bene? Il sangue de l’Agnello, nella virtú del quale sangue la chiave de l’obbedienzia perde la ruggine, acciò che con essa potesse diserrare la porta. Si che l’obbedienzia, in virtú del sangue, te l’ha diserrata. O stolti e matti, non tardate piú a escire del loto delle inmondizie, che pare che fatiate come il porco che s’ involle nel loto, cosí voi nel loto della carnalità.

Lassate le ingiustizie, omicidii, odio e rancore, le detrazioni, mormorazioni, giudici e crudeltá, e’ quali usate verso il proximo vostro, furti e tradimenti, col disordenato piacere e diletti del mondo. Tagliate le corna della superbia, col quale tagliare spegnerete l’odio che avete nel cuore verso di chi vi fa ingiuria, :Misurate le ingiurie che fate a me e al proximo vostro con quelle che sonno facte a voi, e trovarrete che, a rispecto di quelle che fate a me e a loro, le vostre non sonno cavelle. Voi vedete bene che, stando ne l’odio, voi fate ingiuria a me, perché trapassate il comandamento mio, e fate ingiuria a lui, privandovi della dileczione della caritá. E giá v’è stato comandato che voi amiate me sopra ogni cosa e ‘l proximo come voi medesimi. Non vi fu messa chiosa veruna, che vi fusse detto: — Se egli vi fa ingiuria, non l’amate: -no; ma libero e schietto, perché fu dato a voi dalla mia Verità, che con schiettezza l’osservò e fece. Con questa schiettezza il dovete observare voi, e, se non l’osservate, fate danno a voi e ingiuria a l’anima vostra, privandola della vita della grazia.

Tollete, dunque, tollete la chiave de l’obbedienzia col lume della fede; non andate piú con tanta ciechità né freddo; ma con fuoco d’amore tenete questa obbedienzia, acciò che, insiememente con gli observatori della legge, gustiate vita etterna.

CLVII - Di quelli e’ quali pongono tanto amore all’obedienzia che non rimangono contenti de la obedienzia generale de’ comandamenti, ma pigliano l’obedienzia particulare.

— Alcuni sonno, dilettissima figliuola mia, che tanto crescerà in loro el dolce e amoroso fuoco d’amore verso questa obbedienzia; e, perché fuoco d’amore non è senza odio della propria sensualità, crescendo el fuoco, cresce l’odio; unde, per odio e per amore, non si chiamano contenti a l’obbedienzia generale de’ comandamenti della legge (a’ quali, come detto è, tutti sète tenuti e obligati d’obbedire, se volete avere la vita: se non che, avareste la morte), ma pigliano la particulare, cioè l’obbedienzia particulare che va dietro alla grande perfeczione, unde si fanno observatori de’ consigli attualmente e mentalmente.

Voglionsi questi cotali, per odio di loro e per uccidere in tucto la loro volontà, legarsi piú corti. O essi si legano al giogo de l’obbedienzia nella sancta religione; o egli si legano fuore della religione ad alcuna creatura, sottomectendo la loro volontà in lei, per andare piú expediti a diserrare il cielo. Questi son quegli, de’ quali Io ti dixi che eleggevano l’obbedienzia perfectissima.

Decto t’ho della generale obbedienzia; e, perché Io so che la tua volontà è che Io ti parli de l’obbedienzia piú particulare, perfectissima, però ti narrarò ora di questa seconda, la quale non esce però della prima, ma è piú perfecta: perché giá ti dixi che elle erano unite insieme per si facto modo, che separare non si possono.

Hotti decto unde procede e dove si truova l’obbedienzia generale, e quale è quella cosa che ve la tolle. Ora ti dirò della particulare, non traendoti di questo principio.

CLVIII - Per che modo si viene da l’obedienzia generale a la particulare. E de la excellenzia de le religioni.

— L’anima che con amore ha preso il giogo de l’obbedienzia de’ comandamenti, seguitando la doctrina della mia Verità, per lo modo che decto t’ho, con l’exercizio exercitandosi in virtú in questa generale obbedienzia, verrà alla seconda con quello lume medesimo che venne alla prima. Perché col lume della sanctissima fede avara cognosciuto nel sangue de l’umile Agnello la mia veritá, l’amore ineffabile che Io gli ho e la fragilità sua, che non risponde, con quella perfeczione che debba, a me.

Va cercando con questo lume in che luogo e in che modo possa rendermi il debito, e conculcare la propria fragilità e uccidere la volontà sua. Raguardando, ha trovato il luogo col lume della fede, cioè la sancta religione. La quale è fatta dallo Spirito sancto, posta come navicella per ricevere l’anime che vogliono còrrire a questa perfeczione, e conducerle a porto di salute. El padrone di questa navicella è lo Spirito sancto, che in sé non manca mai per difecto di veruno subdito religioso che trapassasse l’ordine suo: non può offendere questa navicella, ma offende se medesimo. È vero che, per difecto di colui che tenesse il timone, la fa andare a onde; e questi sonno e’ gattivi e miserabili pastori, prelati posti dal padrone di questa navicella. Ella è di tanto dilecto in se medesima, che la lingua tua noi potrebbe narrare.

Dico che questa anima, cresciuto il fuoco del desiderio, con odio sancto di sé avendo trovato il luogo, col lume della fede v’entra dentro morta, se egli è vero obbediente, cioè che perfectamente abbi observata l’obbedienzia generale. E se egli v’entra inperfecto, non è però che non possa giognere alla perfeczione: anco vi giogne, volendo exercitare in sé la virtú de l’obbedienzia. Anco la maggiore parte di quegli che v’entrano sonno inperfecti: chi v’entra con perfeczione, chi v’entra per fanciullezza, chi v’entra per timore, chi per pena e chi per lusinghe. Ogni cosa sta poi in exercitarsi nella virtú e in perseverare infino alla morte; ché per l’entrare veruno giudicio non si può ponere, ma solo nella perseveranzia. Però che molti sonno paruti che sieno andati perfecti, che hanno poi voltato el capo adietro, o stati ne l’ordine con molta inperfeczione. Si che il modo e facto, con che entrano nella navicella (che sono tucti ordinati da me, chiamandoli in diversi modi), non si può giudicare; ma solo l’affecto di colui che dentro vi persevera con vera obbedienzia.

Questa navicella è ricca, che non bisogna al subdito che abbi pensiero veruno di quello che gli bisogni né spiritualmente né temporalmente; però che, se egli è vero obbediente e observatore de l’ordine, egli è proveduto dal padrone dello Spirito sancto, come tu sai ch’ Io ti dixi, quando ti parlai della providenzia mia, che i servi miei, se essi erano povari, non erano mendichi cosí costoro; si che trovavano la loro necessità. Bene la pro vavano e pruovano quegli che sonno observatori de l’ordine. Unde vedi che, ne’ tempi che gli ordini si reggevano in fiore di virtú con vera povertà e con caritá fraterna, non lo’ venne mai meno la substanzia temporale, ma avevanne piú che non richiedeva il loro bisogno. Ma, perché e’ ci è intrata la puzza de l’amore proprio in vivere in particulare, ed è mancata l’obbedienzia, lo’ viene meno la sustanzia temporale. E quanta piú ne posseggono; in maggiore mendicaggine si truovano. Giusta cosa è che, infino alle cose minime, pruovino che frutto lo’ dá la disobbedienzia; ché, se fussero obbedienti, observarebbero il voto della povertà e non terrebbero proprio, né vivarebbero in particulare.

Truovaci la ricchezza delle sancte ordinazioni, poste con tanto ordine e con tanto lume da coloro che erano fatti tempio di Spirito sancto. Raguarda Benedetto con quanto ordine ordinò la navicella sua. Raguarda Francesco con quanta perfeczione e odore di povertà, con le matgarite delle virtú, egli ordinò la navicella de l’ordine suo, dirizzandoli nella via dell’alta perfeczione; ed egli fu il primo che la fece, dando lo’ per sposa la vera e sancta povertà, la quale aveva presa per se medesimo, abbracciando le viltà. Spiacendo a se medesimo, non disiderava di piacere a veruna creatura fuore della volontà mia; anco desiderava d’essere avilito nel mondo, macerando il corpo suo e uccidendo la volontà, vestitosi degli obrobri, pene e vitopèri per amore de l’umile Agnello, col quale egli s’era confitto e chiavellato per affecto d’amore in su la croce: intantoché, per singulare grazia, nel corpo suo apàrbero le piaghe della mia Verità, mostrando nel vasello del corpo quello che era ne l’affetto de l’anima sua. Si che egli lo’ fece la via.

Ma tu mi dirai: — E non sonno fondate in questo medesimo l’altre? — Si; ma in ogniuno non è principale (poniamo che tutte sieno fondate in questo), ma adiviene come delle virtú: tutte le virtú hanno vita dalla carità; e nondimeno, come in altri luoghi t’ho detto, a cui è propria l’una, e a cui è propria l’altra, e nondimeno tutti stanno in caritá. Cosí questi: a Francesco povarello gli fu propria la vera povertà, facendo il suo principio della navicella, per affecto d’amore, in essa povertà, con molto ordine stretto, da gente perfetta e non comune, da pochi e buoni. «Pochi» dico, perché non sonno molti quelli che eleggono questa perfeczione; ma per li difecti loro sonno moltiplicati in gente e venuti meno in virtú: non per difecto della navicella, ma per li disobbedienti subditi e gattivi governatori.

E se tu raguardi la navicella del padre tuo Domenico, diletto mio figliuolo, egli l’ordinò con ordine perfetto, ché volse che attendessero solo a l’onore di me e salute de l’anime col lume della scienzia. Sopra questo lume volse fare il principio suo; non essendo però privato della povertà vera e volontaria. Anco l’ebbe, e, in segno ch’egli l’aveva e dispiacevali il contrario, lassa per testamento a’ figliuoli suoi per eredità la maladiczione sua e la mia, se essi posseggono o tengono possessione veruna in particulare o in generale, in segno ch’ egli aveva eletta per sua sposa la reina della povertà. Ma per piú proprio suo obietto prese il lume della scienzia, per stirpare gli errori che a quello tempo erano levati. Egli prese l’officio del Verbo, unigenito mio Figliuolo. Drittamente nel mondo pareva uno apostolo: con tanta veritá e lume seminava la parola mia, levando la tenebre e donando la luce. Egli fu uno lume, che Io porsi al mondo col mezzo di Maria, messo nel corpo mistico della sancta Chiesa come stirpatore de l’eresie.

Perché dixi «col mezzo di Maria»? Perché Maria gli die’ l’abito: commesso fu l’officio a lei dalla mia bontá. In su che mensa fa mangiare e’ figliuoli suoi col lume della scienzia? Alla mensa della croce, in su la quale croce è posta la mensa del sancto desiderio, dove si mangia anime per onore di me. Egli non vuole che’ figliuoli suoi attendano ad altro se non a stare in su questa mensa col lume della scienzia, a cercare solo la gloria e loda del nome mio e la salute de l’anime. E, acciò che non attendano ad altro, tolle la cura delle cose temporali, ché vuole che sieno poveri. Vero è che egli mancava in fede, temendo che non fussero proveduti? Non mancava, ché egli era vestito delle fede, ma con ferma speranza sperava nella providenzia mia.

Vuole che observino l’obbedienzia, sieno obbedienti a fare quello che sonno posti. E perché il vivere inmondamente obfusca l’occhio de l’intelletto; e non tanto de l’intelletto, ma per questo miserabile vizio ne manca il vedere corporale; unde egli non vuole che lo’ sia inpedito questo lume, col quale lume meglio e piú perfectamente acquistano el lume della scienzia: però pone il terzo voto della continenzia, e in tucti vuole che l’observino con vera e perfécta obbedienzia. Bene che al di d’oggi male s’Observi; anco la luce della scienzia pervertono in tenebre con la tenebre della superbia: non che questa luce in sé riceva tenebre, ma quanto a l’anime loro. Dove è superbia non può essere obbedienzia; e giá ti dixi che tanto era umile quanto obbediente, e tanto obbediente quanto umile. E, trapassando il voto de l’obbedienzia, rade volte è che non trapassi quel della continenzia, o mentalmente o actualmente.

Si che egli ha ordinata la navicella sua legata con questi tre funicelli: con obbedienzia, continenzia e vera povertà. Egli la fece tucta reale, non strignendola ad colpa di peccato mortale. Alluminato da me, vero lume, con providenzia providde a quegli che fussero meno perfecti; ché, benché tucti quegli che observano l’ordine sieno perfecti, nondimeno anco in vita è piú perfecto uno che un altro; e, perfecti e non perfecti, tucti ci stanno bene in questa navicella. Egli s’acostò con la mia Verità, mostrando di non volere la morte del peccatore, ma che si convertisse e vivesse. Tucta larga, tucta gioconda, tucta odorifera, uno giardino dilectosissimo in sé; ma e’ miseri non observatori de l’ordine, ma trapassatori, l’hanno tucto insalvatichito, tucto ingrossato con poco odore di virtú e lume di scienzia in quegli che si notricano al pecto de l’ordine. Non dico «ne l’ordine», che in sé, com’ Io ti dixi, ha ogni dilecto; ma non era cosí nel principio suo, che egli era uno fiore: anco c’erano uomini di grande perfeczione: parevano uno sancto Pavolo, con tanto lume, che a l’occhio loro non si parava tenebre d’errore che non si dissolvesse.

Raguarda il glorioso Tommasso, che con l’occhio de l’intellecto suo tucto gentile si specolava nella mia Verità, dove acquistò lume sopranaturale e scienzia infusa per grazia; unde egli l’ebbe piú col mezzo de l’orazione che per studio umano. Questi fu una luce ardentissima, che rende lume ne l’ordine suo e del corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l’eresie.

Raguardami Pietro vergine e martire, che col sangue suo die’ lume nelle tenebre delle molte eresie; che tanto l’ebbe in odio, che se ne dispose a lassarvi la vita. E, mentre che visse, l’exercizio suo non er’altro che orare, predicare, disputare con gli eretici e confessare, annunziando la veritá e dilatando la fede senza veruno timore. Ché non tanto ch’egli la confessasse nella vita sua, ma infine a l’ultimo della vita. Unde, nella extremità della morte, venendoli meno là voce e lo ‘nchiostro, avendo ricevuto il colpo, egli intinse il dito nel sangue suo: non ha carta questo glorioso martire, e però s’inchina e scrive in terra confessando la fede, cioè il «Credo in Deum». El cuore suo ardeva nella fornace della mia carità, e però non allentò e’ passi voltando il capo adietro, sapendo che doveva morire (però che, prima che egli morisse, gli revelai la morte sua); ma, come vero cavaliere, senza timore servile, egli esce fuore in sul campo della bactaglia.

E cosí molti te ne potrei contiare, e’ quali, perché non avessero il martirio actualmente, l’avevano mentalmente, si come ebbe Domenico. Odi lavoratori, che questo padre misse nella vigna sua a lavorare, extirpando le spine de’ vizi e piantando le virtú ! Veramente Domenico e Francesco sonno stati due colonne nella sancta Chiesa: Francesco con la povertà, che principalmente gli fu propria, come decto è; e Domenico con la scienzia.

CLIX - De la excellenzia de li obedienti e de la miseria de li inobedienti, li quali vivono ne lo stato de la religione.

— Poi che i luoghi sonno trovati, cioè queste navicelle ordinate dallo Spirito sancto per lo mezzo di questi padroni, e però ti dixi che lo Spirito sancto era padrone di queste navicelle fondate col lume della sanctissima fede, cognoscendo con questo lume che la clemenzia mia (esso Spirito sancto) ne sarebbe governatore, hotti mostrato il luogo, dicendoti della sua perfeczione. Ora ti parlarò de l’obbedienzia e disobbedienzia di quegli che sono in questa navicella, parlandoti insieme di tucti, e non in particulare: cioè non parlandoti piú d’uno ordine che d’un altro, mostrando insiememente il difecto del disobbediente con la virtú de l’obbediente, acciò che meglio cognosca l’uno per l’altro, e come debba andare, cioè in che modo, colui che va ad intrare nella navicella de l’ordine.

Come debba andare colui che vuole intrare alla perfecta obbedienzia particulare ? Col lume della sanctissima fede, col quale lume cognosca che gli conviene uccidere la propria volontà col coltello de l’odio d’ogni propria passione sensitiva, pigliando la sposa che gli darà la caritá e la sorella. La sposa, dico, della vera e prompta obbedienzia con la sorella della pazienzia e con la nutrice de l’umilità; ché, se egli non avesse questa nutrice, l’obbedienzia perirebbe di fame, perché ne l’anima, dove non è questa virtú piccola de l’umilità, l’obbedienzia vi muore di subbito.

La umilità non è sola, ma ha la serva della viltà e spregio del mondo e di sé, che fa l’anima tenere vile: non appetisce onori, ma vergogne. Cosí morto debba andare alla navicella de l’ordine quello che è in età da ciò; ma, per qualunque modo egli v’entra (perché ti dixi che in diversi modi Io gli chiamavo), egli debba acquistare e conservare in sé questa perfeczione: pigliare largamente e festinamente la chiave de l’obbedienzia de l’ordine. La quale chiave diserra lo sportello che è nella porta del cielo, si come la porta che ha lo sportello. Cosí questi cotali hanno preso a diserrare lo sportello, passando dalla chiave grossa de l’obbedienzia generale che diserra la porta del cielo, si com’ Io ti dixi. In questa porta hanno presa una chiave sottile, passando per lo sportello basso e strecto. Non è separato però dalla porta: anco è nella porta, sí come materialmente tu vedi. Questa chiave la debbono tenere, poi che essi l’hanno presa, e non gictarla da loro.

E perché i veri obbedienti hanno veduto, col lume della fede, che col carico delle ricchezze e col peso della loro volontà essi non possono passare per questo sportello senza grande loro fadiga e che non vi lassi la vita, né andare col capo alto che non sel rompano, chinandolo, vogliano essi o no, con loro pena; però gittano via el carico delle ricchezze e della propria loro volontà, observando il voto della povertà volontaria, e non vogliono possedere, perché veggono, col lume della fede, in quanta ruina essi ne verrebbero. Egli trapassarebbero l’obbedienzia, ché non observarebbero il voto promesso della povertà. Essi ne vengono nella superbia, portando il capo ricto della volontà loro; e, convenendo lo’ alcuna volta pure obbedire, essi non il chinano per umilità, ma passanla con superbia, chinando il capo per forza. La quale forza rompe il capo a la volontà, facendo quella obbedienzia con dispiacimento de l’ordine e del prelato loro. A mano a mano essi si vedrebbero ruinare ne l’altro, trapassando il voto della continenzia; però che colui, che non ha ordinato l’appetito suo, né spogliatosi della substanzia temporale, piglia le molte conversazioni e truova degli amici assai, che l’amano per propria utilitá. Dalle conversazioni vengono alle strecte amistà. Il corpo loro tengono in delizie, perché non hanno la baglia de l’umilità, non hanno la sorella sua della viltà; e però stanno nel piacere di loro medesimi, stando agiatamente e dilicatamente, non come religiosi, ma colpe signori; non con la vigilia e orazione. Per queste e molte altre cose, le quali l’adivengono e fanno perché hanno che spendere (ché, se non avessero che spendere, non l’adiverrebbe), caggiono nella inmondizia corporale o mentale: ché, se alcuna volta, per vergogna o per non avere il modo, essi se n’astengono corporalmente, non si asterranno mentalmente. Ché inpossibile sarebbe a quegli che sta in molta conversazione, in dilicatezza di corpo, in prendere disordenatamente i cibi e senza la vigilia e orazione, conservare la mente sua pura.

E però il perfecto obbediente vede dalla longa, col lume della sanctissima fede, il male e il danno che ne gli verrebbe del possedere la substanzia temporale, e l’andare col peso della propria volontà. E vede bene che pure passare gli conviene per questo sportello, e che egli el passarebbe con morte e non con vita, perché non l’avarebbe diserrato con la chiave de l’obbedienzia. Perché ti dixi che pure passare gli conveniva, e cosí è: cioè che, non partendosi dalla navicella de l’ordine, pure, voglia egli o no, gli conviene passare per la strectezza de l’obbedienzia del prelato suo. E però il perfecto obbediente leva sé sopra di sé e signoreggia la propria sensualità. Levandosi sopra e’ sen. timenti suoi con fede viva, ha messo l’odio nella casa de l’anima sua, come servo perché cacci il nemico de l’amore proprio, perché non vuole che la sposa sua de l’obbedienzia (la quale gli fu data dalla madre della carità, sposata col lume della fede) sia offesa. E però ne caccia il nemico, e mectevi la compagna e la nutrice della sposa sua, e l’odio ha cacciato il nemico. L’amore de l’obbedienzia vi mecte dentro gli amatori della sposa sua, che amano la sposa de l’obbedienzia: ciò sonno le vere e reali virtú e costumi e l’observanzie de l’ordine. Unde questa dolce sposa entra dentro ne l’anima con la sorella della pazienzia e con la nutrice de l’umilità, acompagnata con la viltà e dispiacere di sé. Poi che ella è intrata dentro, ella possiede la pace e la quiete, perché ha messi di fuore i nemici suoi. Sta nel giardino della vera continenzia col sole del lume de l’ intellecto dentrovi la pupilla della fede, ponendosi per obiecto la mia Verità, perché l’obiecto suo è veritá. Avi el fuoco che rende caldo a tucti e’ servi e compagni suoi, perché observa l’observanzie de l’ordine con fuoco d’amore.

Quali sonno e’ nemici suoi che stanno di fuore? El principale è l’amore proprio, che produce superbia, nemico della caritá e umilità, la inpazienzia contra la pazienzia, la disobbedienzia contra la vera obbedienzia. La infidelità è contraria alla fede, il presummere e sperare in sé non s’acorda con la speranza vera, che l’anima debba avere in me. La ingiustizia non si conforma con la giustizia, né la inprudenzia con la prudenzia, né la intemperanzia con la temperanzia, né il trapassare e’ comandamenti de l’ordine con l’observanzia de l’ordine, né le gattive conversazioni di coloro che scelleratamente vivono con la buona conversazione (anco so’ nemici), né escire de’ costumi e delle buone consuetudini de l’ordine. Questi sonno i nemici crudeli suoi: èvi l’ira contra la benivolenzia, la crudeltà contra la pietà, l’ iracundia contra la benignità, l’odio delle virtú contra l’amore d’esse virtú, la inmondizia contra la purità, la negligenzia contra la sollicitudine, la ingnoranzia contra al cognoscimento, e il dormire contra la vigilia e continua orazione.

E perché col lume della fede cognobbe che questi erano tucti nemici, che avevano a contaminare la sposa sua della sancta obbedienzia, però mandò l’odio che gli cacciasse, e l’amore che mectesse dentro gli amici suoi. Unde l’odio col coltello suo uccise la propria perversa volontà; la quale volontà, notricata da l’amore proprio, dava vita a tucti questi nemici della vera obbedienzia. Mozzo il capo al principale, per cui si conservano tucti gli altri, rimane libero e in pace, senza veruna guerra. Non ha chi li li faccia, perché l’anima ha tolto da sé quello che la tenea in amaritudine ed in tristizia.

E che guerra ha l’obbediente ? Fagli guerra la ingiuria? No, ché egli è paziente; la quale pazienzia è sorella de l’obbedienzia. Sonnoli gravi e’ pesi de l’ordine? No, ché l’obbedienzia nel fa observatore. Dagli pena la grave obbedienzia? No, ché egli ha conculcata la sua volontà e non vuole investigare la volontà del prelato suo né giudicarla, ma col lume della fede giudica la volontà mia in lui, credendo in veritá che la clemenzia mia gli fa comandare e non comandare, secondo che è di necessità alla salute sua. Recasi egli a schifezza e dispiacere di fare le cose vili de l’ordine? o sostenere le beffe e rimprovèri e gli scherni e villanie, che spesse volte gli sonno facti e decti? e l’essere tenuto vile? No, perch’egli ha conceputo amore a la viltà e dispiacimento a se medesimo, con perfectissimo odio: anco gode con pazienzia, exultando con gaudio e giocundità con la sposa sua della vera obbedienzia.

Egli non si contrista se non de l’offesa che vede fare a me, suo Creatore; la sua conversazione è con quegli che temono me in veritá. E se pure conversa con quelli che sono separati dalla volontà mia, non il fa per conformarsi co’ difecti loro, ma per sottrarli dalla loro miseria, perché, con caritá fraterna, quel bene che egli ha in sé vorrebbe porgere a loro, vedendo che piú loda e gloria tornarebbe al nome mio avere di molti di quelli che observassero l’ordine, che pure di lui. E però s’ingegna di chiamare e religiosi e secolari con la parola e con l’orazione: per qualunque modo egli può, s’ingegna di trarli della tenebre del peccato mortale.

Si che le conversazioni del vero obbediente sonno buone e perfette, o con giusti o con peccatori che sieno, per l’ordinato affetto e larghezza di caritá. Della cella si fa uno cielo, dilettandosi di parlare e conversare in me, sommo e etterno Padre, con affetto d’amore, fuggendo l’ozio con l’umile e continua orazione. E quando e’ pensieri, per illusione del dimonió, gli abbondano in cella, non si pone a sedere nel letto della negligenzia, abbracciando l’ozio, né vuole investigare per ragione le cogitazioni del cuore, né i suoi pareri: ma fugge l’ozio, levando sé sopra di sé con odio sopra ci sentimento sensitivo, e con vera umilità e pazienzia a portare le fadighe che sente nella mente sua; resiste con la vigilia e umile orazione, veghiando l’occhio de l’ intelletto suo in me, vedendo col lume della fede che lo so’ suo subvenitore, e che Io posso, so e voglio subvenirlo; apro le braccia della mia benignità, e però gli li permetto perché sia piú sollicito a fugire da sé e venire a me. E se l’orazione mentale, per la grande fadiga e tenebre della mente, paresse che gli venisse meno, egli piglia la vocale o l’exercizio corporale, acciò che con la vocale ed exercizio corporale fugga l’ozio. Con lume raguarda in me, che per amore gli li do, unde traie fuore il capo della vera umilità, reputandosi indegno della pace e quiete della mente, come gli altri servi miei, e degno delle pene. Perché giá ha avilito nella mente sua se medesimo con odio e rimproverio di sé, non pare che si possa saziare delle pene, non mancandoli la speranza né la providenzia mia, ma con fede e con la chiave de l’obbedienzia passa per questo mare tempestoso nella navicella de l’ordine; e cosí è abitatore della cella, fuggendovi l’ozio, come detto è.

L’obbediente vuole essere il primo che entri in coro e l’ultimo che n’esca. E quando vede il frate piú obbediente e sollicito di lui, egli piglia una sancta invidia, furandoli quella virtú: non volendo però che ella diminuisca in colui. Ché, se egli volesse, sarebbe separato dalla caritá del proximo suo. L’obbediente non abandona il refettorio, anco il visita continuamente, e dilettasene di stare alla mensa co’ povarelli. E in segno che egli se ne dilettava, per non avere materia di stare di fuore, ha tolta da sé la substanzia temporale, observando perfettamente il voto della povertà; e tanto perfettamente, che la necessità del corpo tiene con rimproverio. La cella sua è piena de l’odore della povertà, e non di panni: non ha pensiero ch’e’ ladri vengano per inbolarli, né che la ruggine o tigniuole li rodino e’ vestimenti suoi. E se gli è donato alcuna cosa, non ha pensiero di riponerla, ma liberamente la comunica co’ fratelli suoi, non pensando el dí di domane; ma nel di presente tolle la sua necessità, pensando solo del reame del cielo, e della vera obbedienzia in che modo meglio la possino observare. E perché per la via de l’umilità meglio si conserva, egli si sottomette al piccolo come al grande e al povaro come al ricco; di tutti si fa servo: non rifiutando mai labore, ogniuno serve caritativamente. L’obbediente non vuole fare l’obbedienzia a suo modo, né eleggere tempo né luogo, ma a modo de l’ordine e del prelato suo.

Tutto questo fa senza pena o tedio di mente il vero obbediente e perfetto. Egli passa, con questa chiave in mano, per lo sportello stretto de l’ordine agiatamente e senza violenzia, perché ha observato e observa il voto della povertà, de l’obbedienzia vera e della continenzia, levata l’altezza della superbia e chinato il capo a l’obbedienzia per umilità. E però non rompe il capo per inpazienzia, ma è paziente con fortezza e longa perseveranzia, che sonno amici de l’obbedienzia. Passa l’assedio delle dimonia, mortificando e macerando la carne sua, spogliandola delle delizie e diletti, e vestela delle fadighe de l’ordine con fede e senza sdegno. Come parvolo, che non tiene a mente la battitura del padre né ingiuria che gli fusse fatta, cosí questo parvolo non tiene a mente né ingiurie né fadighe né battiture che ricevesse ne l’ordine dal prelato suo; ma, chiamandolo, umilemente torna a lui, non passionato d’odio, d’ira né di rancore, ma con mansuetudine e benivolenzia.

Questi sonno quelli parvoli che contòe la mia Verità, quando dixe a’ discepoli, che contendevano insieme qual di loro fusse il maggiore, facendosi venire uno fanciullo, dicendo: — «Lassate li parvoli venire a me, ché di questi cotali è il reame del cielo; e chi non si umiliarà come questo. fanciullo, cioè che egli abbi la condizione sua, non intrarrà nel reame del cielo». — Però che chi s’aumiliarà, carissima figliuola, sarà exaltato, e chi sé exalta sarà umiliato: anco questo medesimo dixe la mia Verità. Dunque, giustamente, questi parvoli umili, che per amore si sonno umiliati e facti subditi con vera e sancta obbedienzia, non ricalcitrando a l’ordine e al loro prelato, sonno exaltati da me, sommo ed etterno Padre, co’ veri cittadini della vita beata, dove sonno remunerati d’ogni loro fadiga, e in questa vita gustano vita etterna.

CLX - Come li veri obedienti ricevono per uno cento e vita eterna. E che s’intende per quello uno e per quello cento.

— Conpiesi in loro la parola che dixe nel sancto Evangelio il dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, quando rispose a Pietro, che l’aveva dimandato: — «Maestro, noi aviamo lassato ogni cosa per lo tuo amore e noi medesimi, e aviamo seguitato te: che ci darai?» — La Verità mia rispose: — «Daròvi per uno cento, e vita etterna possederete». — Quasi volesse dire la mia Verità: — Ben hai facto Pietro, ché in altro modo non mi potevi seguitare; ma Io in questa vita te ne darò, per uno, cento. — E quale è questo cento, dilectissima figliuola, che, di po’ questo, séguita vita etterna? Di quale intese e dixe la mia Verità? Di substanzia temporale? No, propriamente (poniamo che alcuna volta ne l’elimosiniere Io facci multiplicare i beni temporali); ma di quali? Di quello che dá la propria sua volontà, che è una volontà, Io ne gli rendo cento per questa una. Perché ti pongo numero di cento? Perché cento è numero perfecto, e non puoi agiognervi piú, se tu non ti ricominci al primo. Cosí la caritá è perfectissima sopra tucte l’altre virtú, ché non si può salire ad virtú piú perfecta. Ricominciti bene al cognoscimento di te, e cresci numero di centonaia in merito, ma tu giogni pure al numero del cento. Questo è quello cento, che è dato a quelli che hanno dato l’uno della loro volontà e ne l’obbedienzia generale e in questa particulare; e con questo cento avete vita etterna, però che solo la caritá è quella che entra dentro come donna, menandosene seco il fructo di tucte l’altre virtú (ed esse rimangono di fuore), in me, vita durabile, in cui essi gustano vita etterna, però che lo so’ essa vita etterna. Non ci saglie la fede, perché essi hanno quello, per pruova e in essenzia, che hanno creduto per fede; né la speranza, ché essi sonno in possessione di quello che hanno sperato; e cosí tucte l’altre virtú. Solo la caritá entra come reina e possiede me, suo possessore. Vedi dunque che questi parvoli ricevono per uno cento, e vita etterna con esso, ricevendo qui el fuoco della divina carità, posto per lo numero del cento, come decto è. E perché da me hanno ricevuto questo cento, stanno in admirabile allegrezza cordiale. Perché nella caritá non cade tristizia, ma allegrezza: fa el cuore largo e liberale, e non doppio né strecto. L’anima, che è ferita di questa dolce saetta, non mostra una in faccia e in lingua, e un’altra abbi nel cuore; non serve, né fa fictivamente e con ambizione al proximo suo, però che la caritá è aperta a ogni creatura. E però l’anima, che la possiede, non cade in pena né in tristizia afictiva, né si scorda de l’obbedienzia, ma è obbediente infino a la morte.

CLXI - De la perversita, miserie e fadighe de lo inobediente. E de’ miserabili frutti che procedono da la inobedienzia.

— El contrario fa il miserabile disobbediente, che sta nella navicella de l’ordine con tanta pena a sé e ad altrui, che in questa vita gusta l’arra de l’inferno. Egli sta sempre in tristizia, confusione e stimolo di conscienzia, con dispiacimento de l’ordine e del prelato suo; incomportabile è a se medesimo. Or che è a vedere, figliuola mia, quello che ha presa la chiave de l’obbedienzia de l’ordine con la disobbedienzia, alla quale egli s’è facto schiavo, e la disobbedienzia ha facta donna, con la compagna della inpazienzia, nutricata dalla superbia col proprio piacere. La quale superbia detto è che esce dall’amore proprio di sé. Tucto si rivolle in contrario ad quello che detto t’ho della vera obbedienzia; e come può questo misero stare altro che in pena, che è privato della carità? Conviengli chinare il capo della volontà sua per forza; e la superbia gli li tiene ritto. Tutte le sue volontà si discordano dalla volontà de l’ordine. Egli li comanda l’obbedienzia, ed egli ama la disobbedienzia; la povertà volontaria, ed egli la fugge, possedendo e desiderando la ricchezza; vuole continenzia e purità, ed egli inmondizia. Trapassando questi tre voti, figliuola mia, il religioso cade in ruina e in tanti miserabili difetti, che l’aspetto suo non pare religioso, ma uno dimonio incarnato, si come in un altro luogo lo ti narrai piú distesamente. Non lassarò però che alcuna cosa non te ne conti dello inganno loro e del frutto che traggono della disobbedienzia, a comendazione ed exaltazione de l’obbedienzia.

Questo misero è ingannato dal proprio amore, perché l’occhio de l’intelletto suo s’è posto, con fede morta, nel piacere della propria volontà e nelle cose del mondo. Ha saltato il mondo col corpo e rimastovi con l’affetto. E perché gli pare fadiga l’obbedienzia, vuole disobbedire per fuggire fadiga; e egli cade in maxima fadiga, ché pure obbedire gli conviene o per forza o per amore. Meglio gli era, e meno fadiga, a fare l’obbedienzia per amore che senza amore.

Oh! come è ingannato! E neuno è che lo inganni, se non egli medesimo. Volendo piacersi, egli si dispiace, dispiacendoli le sue operazioni stesse, che farà per l’obbedienzia che gli è posta. Volendo stare in grande dilecto e farsi vita etterna in questa vita, e l’ordine vuole che egli sia perregrino, e continuamente glil dimostra, ché, quando egli s’è posto in uno luogo a sedere, dove vorrebbe stare per piacere e dilecto che egli vi truova, egli è mutato. Nella mutazione ha pena, perché la volontà sua era viva a non volere. E, se egli non obbedisce, e egli è suggecto a convenirli portare la disciplina e fadiga de l’ordine; e cosí sta in continuo tormento.

Vedi dunque che s’inganna: volendo fuggire le pene, cade intro le pene, perché la ciechità sua non el lassa cognoscere la via della vera obbedienzia, che è una via di veritá, fondata ne l’obbediente Agnello, unigenito mio Figliuolo, che gli tolle la pena. E però va per la via della bugia, credendovi trovare dilecto, e egli vi truova pena e amaritudine. Chi vel guida? L’amore, che egli ha, per la propria passione, al disobbedire. Questi, come stolto, vuole navicare in questo mare tempestoso sopra le braccia sue, fidandosi nel suo misero sapere; e non vuole navigare sopra le braccia de l’ordine e del prelato suo. Questi sta bene nella navicella de l’ordine corporalmente, ma non mentalmente: anco n’è escito per desiderio, non observando l’ordinazioni né i costumi de l’ordine né i tre voti promessi, che egli promisse, nella sua professione, d’observare. Egli sta nel mare della tempesta percosso dai venti molto contrari alla navicella. Sta attaccato solo per li panni, portando l’abito in sul corpo, ma non in cuore.

Questo non è frate, ma uno uomo vestito: uomo in forma, ma in effetto e nel vivere suo è peggio che animale. E non vede egli che piú fadiga gli è a navicare con le sue braccia che con l’altrui? E non vede egli ch’egli sta a pericolo di morte etternale, come il panno si staccasse dalla navicella, che, subbito che fusse staccato colmezzo della morte, non avarebbe piú rimedio? No, che egli nol vede: perché con la nuvila de l’amore proprio, unde gli è venuta la disobbedienzia, s’è privato del lume che non el lassa vedere e’ guai suoi. Adunque miserabilemente s’inganna.

Che fructo produce l’arbore di questo misero? Frutto di morte, perché ha piantata la radice de l’affetto suo nella superbia, che egli ha tratta del piacere e amore proprio di sé. E però ogni cosa n’esce corrotto. E’ fiori, le foglie e il fructo e i rami de l’arbore tutti sono guasti. E’ tre rami, che ha questo arbore, sonno guasti, cioè il ramo de l’obbedienzia, povertà e continenzia, che sonno tre rami che si contengono nel pedone de l’affetto, el quale è male piantato, come detto è. Le foglie che produce questo arbore, che sono le parole, sonno corrotte per si facto modo che nella bocca d’uno ribaldo secolare non starebbero. E, s’egli avara ad anunziare la parola mia, egli la gitta con parlare polito, none schietto ch’egli attenda a pàsciare l’anime di questo seme della mia parola, ma parlare molto politamente.

Se tu raguardi e’ fiori di questo arbore, essi gittano puzza: ciò sonno le varie e diverse cogitazioni, le quali voluntariamente riceve con diletto e piacimento, non fuggendo el luogo né le vie che vel fanno venire; anco le cerca per potere venire a compimento del peccato, el quale è uno fructo che l’uccide, tollegli la vita della grazia e dagli morte etternale. E che puzza gitta questo fructo generato col fiore de l’arbore? Gitta puzza di disobbedienzia; col pensiero del cuore vuole investigare e giudicare in male la volontà del prelato suo: gitta inmondizia, dilectandosí con molte conversazioni col miserabile vocabolo delle divote.

O misero, tu non t’avedi che, sotto il colore della devozione, riescirai con la brigata de’ figliuoli ! Questo ti dá la disobbedienzia tua. Non hai presi e’ figliuolidelle virtú, si come fa il vero obbediente. Egli cerca d’ingannare il prelato suo, quando vede che gli diniega quello che la perversa sua volontà vorrebbe, usando le foglie delle parole lusinghevoli o aspre, parlando inreverentemente e con rimproverio. Egli non conporta il fratello suo, né può sostenere una piccola parola né riprensione che gli fusse fatta; ma subbito traie fuore il fructo avelenato della inpazienzia, ira e odio verso il fratello suo, giudicando in suo male quello che egli ha facto in suo bene; e, cosí scandalizzato, vive in pena l’anima e ‘l corpo.

Perché è dispiaciuto al fratello suo? Perché piacque a sé sensitivamente. Egli fugge la cella come fusse uno veleno, perché egli è escilo della cella del cognoscimento di sé, per la qual cosa egli venne a disobbedienzia: però non può stare nella cella attuale. Nel refectorio non vuole apparire, se non come a suo nemico, mentre che egli ha che spendere: non avendo che, la necessità vel mena. Bene fecero dunque gli obbedienti, che volsero observare il voto della povertà per non avere-che spendere, acciò che non gli traesse della soave mensa del refectorio, dove l’obbediente notrica in pace e in quiete l’anima e’l corpo. Non ha pensiere d’apparechiare né provedersi come il misero; el,quale misero, al gusto suo, il visitare il refectorio gli pare amaro, e però il fugge.

Al coro sempre vuole essere l’ultimo a intrare e il primo che n’esca. Con le labbra sue s’appressima a me, e col cuore se ne dilunga. li capitolo, per timore dellapenitenzia, il fugge volontieri quando egli può: lo starvi fa come se fusse suo nemico mortale, con vergogna e confusione nella mente sua (quello che nel commettere le colpe non ebbe, non vergognandosi di commettere la colpa de’ peccati mortali). Chi ne gli è cagione? La disobbedienzia. Egli, non vigilia né orazione, e non tanto l’orazione mentale, ma spesse volte l’officio, ad che egli è obligato, non il dirà; non caritá fraterna, ché egli non ama altro che sé, non d’amore ragionevole, ma d’amore bestiale. Tanti sonno e’ mali che gli caggiono in capo al disobbediente, tanti sono i dolorosi frutti suoi, che la lingua tua non gli potrebbe narrare!

Oh disobbedienzia, che spogli l’anima d’ogni virtú e vestila d’ogni vizio! Oh disobbedienzia, che privi l’anima del lume de l’obbedienzia, tollile la pace e da’le la guerra, tollile la vita e da’ le la morte, traendola della navicella de l’observanzie de l’ordine, affoghila nel mare, facendola notare sopra le braccia sue e non sopra quelle de l’ordine. Tu la vesti d’ogni miseria, fa’ la morire di fame, tollendole il cibo del merito de l’obbedienzia. Tu le dai continua amaritudine, e privila d’ogni dilecto di dolcezza e d’ogni bene, e fa’ la stare in ogni male. In questa vita le fai portare l’arra de’ crociati tormenti; e, se egli non si corregge inanzi ch’e’ panni si stacchino dalla navicella col mezzo della morte, tu, disobbedienzia, conduci l’anima a l’etterna danpnazione con le demonia, che caddero di cielo perché furono ribelli a me e andarono nel profondo. Cosi tu, disobbediente, perché se’ stato ribello a l’obbedienzia; e questa chiave, con che dovevi aprire la porta del cielo, tu l’hai gittata da te, e con la chiave della disobbedienzia hai aperto lo ‘nferno.

CLXII - De la inperfeczione di quelli che tiepidamente vivono ne la religione, avengaché si guardino da peccato mortale. E del remedio da uscire de la loro tiepiditade.

— O carissima figliuola, e quanti sonno questi cotali che al di d’oggi si pascono in questa navicella? Molti: unde pochi sonno e’ contrari, cioè i veri obbedienti. È vero che tra e’ perfecti e questi miserabili ci ha assai di quegli che si vivono ne l’ordine comunemente, che né perfecti sonno, come essi debbono essere, né gattivi sonno, cioè che pure conservano la conscienzia loro che non peccano mortalmente, stanno in tiepidezza e freddezza di cuore. E se essi non exercitano un poco la vita loro con l’observanzie de l’ordine, stanno a grande pericolo; e però l’è bisogno molta soljicitudine, e non dormire, e levarsi dalla tiepidezza loro. Ché, se essi vi permangono, sonno acti a cadere. E se pure non cadessero, staranno con uno loro parere e piacere umano, colorato col colore de l’ordine, studiandosi piú d’observare le cirimonie de l’ordine che propriamente l’ordine. E spesse volte, per poco lume, saranno acri a cadere in giudicio in quegli che piú perfectamente di loro observano l’ordine, e in meno perfeczione le cirimonie, delle quali e’ si fanno observatori.

Si che, in ogni modo, è loro nocivo a permanere ne l’obbedienzia comune, cioè che freddamente passano l’obbedienzia loro, con molta fadiga e con molta pena. Però che al cuore freddo pare fadigoso a portare: portano fadiga assai, con poco fructo; offendono la loro perfeczione, nella quale essi sonno intrati e sonno tenuti d’observarla; e, poniamo che faccino meno male che gli altri de’ quali Io t’ho contato, pure male fanno: ché essi non si partirono dal secolo per stare con la chiave generale de l’obedienzia, ma per diserrare il cielo con la chiavicella de l’obbedienzia de l’ordine, la quale chiavicella debba essere col funicello della viltà, avilendo se medesimo, e col cingolo de l’umilità, come decto è, tenerla strecta nella mano de l’affocato amore.

Sappi, carissima figliuola, che essi sono bene acti a giognere alla grande perfeczione, se essi vogliono, perché vi sonno piú presso che gli altri miseri. Ma in un altro modo sonno piú malagevoli questi, nel grado loro, a levarli dalla loro inperfeczione, che lo iniquo, nel suo grado, della sua miseria. E sai tu perché? Perché questo si vede manifestamente che egli fa male, e la conscienzia glil manifesta; unde per l’amore proprio di sé, che l’ha indebilito, non si sforza ad escire di quella colpa che egli vede, con uno lume naturale, che egli fa male quel che fa. Unde chi el dimandasse: — E non fai tu male di fare questo? — Direbbe: — Sí, ma è tanta la mia fragilità, che non pare ch’io ne possa escire. — Benché egli non dice il vero, ché con l’aiutorio mio ne può escire, se vuole; nondimeno pur cognosce che fa male: col quale cognoscimento gli è agevole a potern’escire, se vuole.

Ma questi tiepidi, che né un grande male fanno né uno grande bene, non cognoscono la freddezza dello stato loro, né in quanto dubbio stanno. Non cognoscendola, non si curano di levarsene né curano che lo’ sia mostrato; essendo lo’ mostrato, per la freddezza del cuore loro, si rimangono legati nella loro longa consuetudine e usanza.

Che modo ci sarà in costoro di farli levare? Che tolgano le legna del cognoscimento di sé, con odio del proprio piacimento e reputazione, e mettanle nel fuoco della divina mia carità; sposando di nuovo, come se allora allora intrassero ne l’ordine, la sposa della vera obbedienzia con l’anello della san. ctissima fede, e non dormano piú in questo stato, ch’egli è molto spiacevole a me e danno a loro. Drictamente si potrebbe dire a loro quella parola: «Maladecti tiepidi! che almen fuste voi pur ghiacci. Se voi non vi correggete, sarete vomicati dalla bocca mia», per quello modo che decto t’ho. Ché, non levandosi, sonno acti a cadere; e, cadendo, sarebbono reprovati da me. Innanzi vorrei che fuste ghiacci: cioè che inanzi vi fuste stati nel secolo con l’obbedienzia generale, la quale, a rispecto del fuoco de’ veri obbedienti, si mostra quasi uno ghiaccio; e però dixi : «almeno fuste voi pure ghiacci». Hotti dichiarata questa parola, acciò che in te non cadesse errore di credere ch’ Io ci volesse piú tosto nel ghiaccio del peccato mortale che nella tiepidezza della inperfeczione. No, ché io non posso volere colpa di peccato, ché in me non è questo veneno: anco mi dispiacque tanto ne l’uomo, che Io non volsi che passasse senza punizione, ché, non essendo l’uomo sufficiente a portare la pena che gli seguitava doppo la colpa, mandai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo. Egli con l’obbedienzia la fabricò sopra ci Corpo suo.

Levinsi dunque con exercizio, con vigilia, con umile e continua orazione; specchinsi ne l’ordine loro e ne’ padroni di questa navicella, che sonno stati uomini come eglino, nutricati d’un medesimo cibo, nati in uno medesimo modo. E quello Dio so’ ora, che allocta. La potenzia mia non è infermata, la mia volontà non è diminuita in volere la salute vostra, né la sapienzia mia in darvi lume, acciò che cognosciate la mia veritá. Adunque possono, se egli vogliono, pure che se l’arrechino dinanzi a l’occhio de l’intelletto, privandosi della nuvila de l’amore proprio, e col lume corrano co’ perfetti obbedienti. Con questo ci giogneranno; in altro modo, no: si che il remedio ci è.

CLXIII - De la excellenzia de la obedienzia, e de’ beni che dá a chi in veritá la piglia.

— Questo è quello vero remedio che tiene il vero obbediente; e ogni di di nuovo il tiene, augmentando la virtú de l’obbedienzia col lume della fede, desiderando scherni e villanie e che gli sieno imposti e’ grandi pesi dal prelato suo, perché la virtú de l’obbedienzia e la pazienzia sua sorella non irrugginiscano, acciò che, nei tempo che le bisognano adoperare, elle non venissero meno o desserli molta malagevolezza; e però continuamente suona lo stormento del desiderio e non lassa passare il tempo, perché n’ha fame. È una sposa sollicita, che non vuole stare oziosa. Oh obbedienzia dilectevole, oh obbedienzia piacevole, obbedienzia soave; obbedienzia illuminativa, perché hai levata la tenebre del proprio amore; obbedienzia che vivifichi, dando, ne l’anima, la vita de la grazia, che te ha eletta per sposa, toltole la morte della volontà propria, che dá guerra e morte ne l’anima! Tu se’ larga, ché d’ogni creatura che ha in sé ragione ti fai subdita. Tu se’ benigna e pietosa: con benignità e mansuetudine porti ogni grande peso, perché se’ acompagnata con la fortezza e vera pazienzia. Tu se’ coronata della corona della perseveranzia; tu non vieni meno per la inportunità del prelato né per grandi pesi che egli ti ponesse senza discrezione, ma col lume della fede ogni cosa porti. Tu se’ si legata con la umilità, che neuna creatura la può trare della mano del sancto desiderio de l’anima che ti possiede.

E che diremo, dilectissima e carissima figliuola, di questa excellentissima virtú? Diremo che ella è uno bene senza veruno male; sta nella nave, nascosta, che neuno vento contrario le può nuocere; fa navicare l’anima sopra le braccia de l’ordine e del prelato, e non sopra le sue, perché il vero obbediente non ha a rendare ragione di sé a me, ma il prelato di cui egli è stato subdito.

Inamòrati, dilectissima figliuola, di questa gloriosa virtú. Vuogli tu essere grata de’ benefizi ricevuti da me, Padre etterno? Sia obbediente, però che l’obbedienzia ti mostra se tu se’ grata, perché procede dalla carità. Ella ti mostra se tu non se’ ignorante, perché procede dal cognoscimento della mia veritá. Unde, ella è uno bene cognosciuto nel Verbo, el quale v’insegnò la via de l’obbedienzia come vostra regola, facendosi obbediente infino all’obrobriosa morte della croce, nella cui obbedienzi, (che fu la chiave che diserrò il cielo) è fondata l’obbedienzia, data a voi, generale e questa particulare, si come nel principio del tractato di questa obbedienzia lo ti narrai.

Questa obbedienzia da uno lume ne l’anima: mostra che ella è fedele a me ed è fedele a l’ordiné e al prelato suo. Nel quale lume della sanctissima fede ha dimenticato sé, non cercando sé per sé, perché ne l’obbedienzia, acquistata col lume della fede, ha mostrato che nella volontà sua egli è morto a ogni proprio sentimento. Il quale sentimento sensitivo cerca le cose altrui e non le sue, come fa il disobbediente, che vuole investigare la volontà di chi li comanda e giudicarla secondo il suo basso parere e vedere tenebroso, ma non la sua perversa volontà che gli dá morte. Il vero obbediente, col lume della fede, ha giudicata la volontà del suo prelato in bene, e però non cerca la volontà sua, ma china il capo, e con l’odore della vera e sancta obbedienzia notrica l’anima sua. E tanto cresce ne l’anima questa virtú, quanto si dilata nel lume della sanctissima fede: ché con quello lume della fede col quale l’anima cognosce sé e me, con quello m’ama e s’aumilia. E quanto piú ama ed è umiliata, tanto piú è obbediente; e l’obbedienzia con la pazienzia sua sorella dimostrano se l’anima in veritá è vestita del vestimento nupziale della carità, col quale vestimento intrate in vita etterna.

Unde l’obbedienzia diserra il cielo e rimane di fuore; e la carità, che diede questa chiave, entra dentro col frutto de l’obbedienzia. Ogni virtú, si com’ lo ti dixi, rimane di fuore, e questa entra dentro; ma all’obbedienzia l’è apropriato che ella è chiave che v’opre, perché con la disobbedienzia del primo uomo fu serrato il cielo, e con l’obbedienzia dell’umile é fedele e inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, fu diserrata vita etterna, che tanto tempo era stata serrata.

CLXIV - Distinczione di due obedienzie, cioè di quella de’ religiosi e di quella che si rende ad alcuna persona fuore de la religione.

— Si come decto t’ho, egli ve la lassòe per regola e per doctrina, dandovela come chiave con che poteste aprire per giognere al fine vostro. Egli ve la lassò percomandamento nella generale obbedienzia. Egli ve ne consiglia, consigliandovi se voi volete andare alla grande perfeczione e passare per lo sportello strecto, come decto è, de l’ordine. E anco di quegli che non hanno ordine e nondimeno sonno nella navicella della perfeczione (ciò sonno quelli che observano la perfeczione de’ consigli fuore de l’ordine) hanno rifiutato le ricchezze e le pompe del mondo actuali e mentali e observano la continenzia: chi sta in stato virginale e chi ne l’odore della continenzia, essendo privati della virginità. Essi observano l’obbedienzia sottomettendosi, si come in un altro luogo lo ti dixi, ad alcuna creatura, alla quale s’ingegnano, con perfetta obbedienzia, obbedirle infino alla morte. E se tu risi dimandassi quale è di maggiore merito, o quegli che sta ne l’ordine o questi, Io ti rispondo che ‘l merito de l’obbedienzia non è misurato ne l’atto né nel luogo né in cui, piú in buono che in gattivo, piú in secolare che in religioso; ma, secondo la misura de l’amore che ha l’obbediente, con questa misura gli è misurato. Ché al vero obbediente la inperfeczione del prelato gattivo non gli nuoce: anco alcuna volta gli giuova, perché con la persecuzione e con pesi indiscreti della grave obbedienzia acquista la virtú de l’obbedienzia e la pazienzia sua sorella. Né il luogo inperfecto non gli nuoce. Inperfecto, dico, ché piú perfetta e piú ferma e stabile cosa è la religione che veruno altro stato: e però ti pongo inperfecto il luogo di questi che hanno la chiave piccola de l’obbedienzia, observando i consigli fuore de l’ordine; ma non ti pongo inperfecta né di meno merito la loro obbedienzia, perché ogni obbedienzia, come detto è, e ogni altra virtú è misurata con la virtú de l’amore.

È ben vero che in molte altre cose, si per lo voto che egli fa nelle mani del prelato suo e si perché sostiene piú, piú e meglio gli è provata la obbedienzia ne l’ordine che fuore de l’ordine; però che ogni atto corporale gli è legato a questo giogo e non si può sciogliere, quando.egli vuole, senza colpa di peccato mortale, perché è approvato dalla sancta Chiesa e facto voto. Ma questi non è cosí: egli s’ è legato volontariamente, per amore che egli ha all’obbedienzia, ma non con voto solelnpne; unde, senza colpa di peccato mortale, si potrebbe partire dall’obbedienzia di quella creatura, avendo legiptime cagioni che per lo suo difetto egli non si partisse. Ma, se si partisse per suo difetto, non sarebbe senza gravissima colpa: non però obligato a peccato mortale, propriamente, per quello partire: Sai tu quanto ha da l’uno a l’altro? Quanto da colui che tolle l’ altrui, a quello che ha prestato e poi ritolle quello che per amore aveva donato, con intenzione però di non richiederlo, ma carta non ne fa affermativamente. Ma quelli ha donato e trattane la carta nella professione, unde nelle mani del prelato renunzia a se Inedesimo e promecte d’observare obbedienzia e continenzia e povertà volontaria. E il prelato promecte a lui, se egli observa irIfino alla morte, di darli vita etterna.

Si che in observanzia, in luogo e in modo, quella è piú perfecta, e questa è meno perfetta: quella è piú sicura, e, cadendo, è piú atto a rilevarsi perché ha piú aiuto; e questa è piú dubbiosa e meno sicura, e piú atto, s’egli viene caduto, a voltare il capo a dietro, perché non si sente legato per voto facto in professione, come sta il relegioso prima che sia professo, che infino alla professione si può partire, ma poi no. Ma il merito, t’ho detto e dico, che egli è dato secondo la misura de l’amore dei vero obbediente, acciò che ogniuno, in qualunque stato egli si sia, possa perfettamente avere il merito, avendolo posto solo ne l’amore.

Cui chiamo in uno stato e cui in uno altro, secondo che ciascuno è atto a ricevare; ma ogniuno s’empie con questa misura detta de l’amore. Se il secolare ama piú che il religioso, piú riceve; e cosí il religioso piú che ‘l secolare, e cosí tutti gli altri.

CLXV - Come Dio non merita secondo la fadiga de l’obedienzia né secondo longhezza di tempo, ma secondo la grandezza de la carita. E de la prontitudine de’ veri obedienti, e de’ miracoli che Dio ha mostrati per questa virtú. E de la discrezione nell’obedire, e dell’opere e del premio del vero obediente.

— Tutti v’ho messi nella vigna de l’obbedienzia a lavorare in diversi modi. A ogniuno gli sara dato il prezzo secondo la misura de l’amore e non secondo l’operazione né misura del tempo; cioè che piú abbi colui che viene per tempo, che quello che viene tardi, si come si contiene nel sancto Evangelio. Ponendovi la mia Verita l’exemplo di quelli che stavano oziosi e furono messi dal Signore a lavorare nella vigna sua: e tanto die’ a quelli che andarono all’aurora quanto a quelli della prima, e tanto a quelli della terza e a quegli che andàro a sexta, a nona e a vesparo quanto a’ primi; mostrandovi la mia Verità che voi sète remunerati non secondo il tempo né opera, ma secondo la misura de l’amore. Molti sonno messi nella puerizia loro a lavorare in questa vigna: chi v’entra piú tardi, e chi nella sua vecchiezza. Questi anderà alcuna volta con tanto fuoco d’amore, perché si vedra la brevità del tempo, che ringiugne quegli che intrarono nella loro puerizia, perché sonno andati co’ passi lenti. Adunque ne l’amore de l’ obbedienzia riceve l’anima il merito suo: ine empie il suo vasello in me, mare pacifico.

Molti sonno che tanto hanno pronpta questa obbedienzia e tanto l’hanno incarnata dentro ne l’anima loro, che, non tanto che si pongano a volere vedere il perché è loro comandato da colui che lo’ comanda, ma a pena che essi aspettino tanto che la parola gli esca della bocca, col lume della fede intendono la intenzione delprelato loro. Unde il vero obbediente obbedisce piú a la intenzione che a la parola, giudicando che la volontà del prelato sia nella volontà mia, e per mia dispensazione e volontà comandi a lui; e però ti dixi che obbediva piú alla in. tenzione che alla parola. Però obbedisce egli alla parola, perché prima obbediva con l’affecto alla volontà sua, vedendo col lume della fede e giudicando la volontà sua in me.

Bene il mostrò quello di cui si legge in Vita Patrum, che prima obbediva con l’affecto; ché, essendoli comandato dal prelato suo una obbedienzia, avendo cominciato uno «O», che è cosí piccola cosa, non die’ tanto spazio a se medesimo che egli el vo. lesse compire, ma subbito fu pronpto a l’obbedienzia. Unde, per mostrare quanto m’era piacevole, vi feci il segno, e compi l’altra metà, scripto d’oro, la clemenzia mia.

Questa gloriosa virtú è tanto piacevole a me che in neuna virtú è in che tanti segni e testimoni di miracoli siano dati da me quanti a lei, perché ella procede dal lume della fede.

Per dimostrare quanto ella m’è piacevole, la terra è obbediente a questa virtú, gli animali le sonno obbedienti, l’acqua sostiene l’obbediente. E se tu ti vòlli alla terra, a l’obbediente obbedisce, sí come vedesti, se bene ti ricorda d’avere lecto di quello discepolo, che, essendoli dato uno legno secco dal suo abbate, ponendoli per obbedienzia che ‘l dovesse piantare nella terra e inaffiarlo ogni dí, egli, obbediente, col lume della fede, non si pose a dire: — Come sarebbe possibile? — ma, senza volere sapere la possibilità, compiè l’obbedienzia sua, intantoché, in virtú de l’obbedienzia e della fede, il legno secco rinverdí e fece fructo, in segno che quella anima era levata dalla secchezza della disobbedienzia, e, rinverdita, germinava il fructo de l’obbedienzia. Unde il pomo di quello legno era chiamato per li sancti padri «el fructo de l’obbedienzia».

E se tu raguardi negli animali, medesimamente. Unde quello discepolo, mandato da l’obbedienzia, per la purità e obbedienzia sua prese uno dragone e menollo a l’abbate suo. Ma l’abbate, come vero medico, perché egli non venisse ad vento di vanagloria e per provarlo nella pazienzia, il cacciò da sé con rimproverio, dicendo: — Tu, bestia, hai menata legata la bestia. —

E se tu raguardi il fuoco, medesimamente. Unde tu hai nella sancta Scriptura che molti, per non trapassare l’obbedienzia mia o per obbedire a me promptamente, essendo messi nel fuoco, el fuoco non lo’ noceva, si come quelli tre fanciulli che stavano nella fornace, e di molti altri e’ quali si potrebbe contiare.

L’acqua sostenne Mauro, essendo mandato da l’obbedienzia a campare quello discepolo che se n’andava giú per l’acqua. Egli non pensò di sé; ma pensò, col lume della fede, di compire l’obbedienzia del prelato suo. Vassene su per l’acqua come andasse su per la terra, e campa il discepolo.

In tucte quante le cose, se tu apri l’occhio de l’ intellecto, trovarrai che t’è mostrata l’excellenzia di questa virtú. Ogni altra cosa si debba lassare per l’obbedienzia. Se fussi levata in tanta contemplazione e unione di mente in me, che ‘l corpo tuo fusse sospeso dalla terra, essendoti inposta l’obbedienzia (parlandoti generalmente e non cosa particulare, che non pone legge), potendo, tu ti debbi sforzare di levarti per compire l’obbedienzia imposta. Pensa che da l’orazione tu non ti debbi levare, quando egli è l’ora, se non per necessità o per caritá e obbedienzia. Questo ti dico, perché tu vegga quanto lo voglio che la sia prompta ne’ servi miei e quanto ella m’è piacevole.

Ciò che fa, l’obbediente si merita: se egli mangia, mangia l’obbedienzia; se dorme, l’obbedienzia; se va, se sta, se digiuna e se veghia, tucto fa l’obbedienzia; se egli serve il proximo, l’obbedienzia; se egli è in coro o in refectorio o sta in cella, chi vel guida o fa stare? L’obbedienzia, col lume della sanctissima fede, col quale lume si gittò, morto a ogni sua propria volontà, umiliato e con odio, nelle braccia de l’ordine e del prelato suo. Con questa obbedienzia, riposandosi nella nave, lassatosi guidare al prelato suo, ha navigato nel mare tempestoso di questa vita con grande bonaccia, con mente serena e tranquilità di cuore, perché l’obbedienzia, con la fede, ne trasse ogni tenebre. Egli sta forte e sicuro, perché s’ha tolta la debilezza e timore tollendosi la propria volontà, dalla quale viene ogni debilezza e disordenato timore.

E che mangia e beie questa sposa de l’obbedienzia? Mangia cognoscimento di sé e di me, cognoscendo sé non essere, e il difecto suo, e me che so’ Colui che so’, in cui gusta e mangia la mia veritá, cognosciutala nella mia Verità, Verbo incarnato, E che beffe? Sangue: nel quale Sangue el Verbo gli ha Irto, strata la veritá mia e l’amore ineffabile che lo gli ho. In esso Sangue mostrala obbedienzia sua posta a lui, per voi, da me, suo Padre etterno, e però si innebria; e poi che è ebbra del Sangue e de l’obbedienzia del Verbo, perde sé e ogni suo parere e sapere, e possiede me per grazia, gustandomi per affecto d’aurore col lume della fede nella sancta obbedienzia.

Tucta la vita sua grida pace; e nella morte riceve quello che nella professione gli fu promesso dal prelato suo, cioè vita etterna, visione di pace e di somma ed etterna tranquilità e riposo: uno bene inextimabile, che neuno è che ‘l possa stimare né comprendere quanto egli è. Perché egli è infinito, da cosa minore non può essere compreso questo bene infinito, se non come il vasello che è messo nel mare, che non comprende tucto il mare, ma quella quantità che egli ha in se medesimo. El mare è quello che si comprende; e cosí lo, mare pacifico, so’ solo Colui che mi comprendo e mi stimo, e del mio stimare e comprendare godo in me medesimo. Il quale godere e bene, che lo ho in me, participo a voi, a ogniuno secondo la misura sua. Io l’empio e non la tengo vòta. Dandole perfecta beatitudine, comprende e cbgnosce dalla mia bontá tanto quanto ne l’è dato a cognoscere da me.

L’obbediente, dunque, col lume della fede nella veritá, arso nella fornace della carità, unto d’umilità, inebriato di Sangue, con la sorella della pazienzia, e con la viltà avilendo se me desimo, con fortezza e longa perseveranzia e con tucte l’altre virtú, cioè col fructo delle virtú, ha ricevuto il fine suo da me, suo Creatore.

CLXVI - Questa è una repetizione in somma quasi di tucto questo presente libro.

— Ora t’ho, dilectissima e carissima figliuola, satisfacto al desiderio tuo dal principio infino a l’ultimo de l’obbedienzia. Se bene ti ricorda, dal principio mi dimandasti con ansietato desiderio (si come lo ti feci dimandare per farti crescere il fuoco della mia caritá ne l’anima tua), tu mi dimandasti quatro petizioni. L’una per te, a la quale Io ho satisfacto, alluminandoti della mia veritá, mostrandoti in che modo tu cognosca questa veritá, la quale desideravi di cognoscere; cioè che col cognoscimento di te e di me, col lume della fede, ti spianai in che modo tu venivi a cognoscimento della veritá.

La seconda, che tu dimandasti, fu che Io facessi misericordia al mondo.

La terza, per lo corpo mistico della sancta Chiesa; pregandomi che lo tollesse la tenebre e la persecuzione, volendo tu che lo punisse le iniquità loro sopra di te. In questo ti dichiarai che neuna pena, che sia data in tempo finito, può satisfare alla colpa commessa contro a me, bene infinito, puramente pur pena. Satisfa, se lapena è unita col desiderio dell’anima e contrizione del cuore: il modo dichiarato te l’ho. Anco t’ho risposto ch’Io voglio fare misericordia al mondo, mostrandoti che la misericordia m’è propria. Unde, per misericordia e amore inextimabile ch’ Io ebbi all’uomo, mandai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, el quale, per mostrartelo ben chiaramente, tel posi in similitudine d’uno ponte che tiene dal cielo — a la terra, per l’unione della natura mia divina nella natura vostra umana.

Anco ti mostrai, per illuminarti piú della mia veritá, come il ponte si saliva con tre scaloni, cioè con le tre potenzie de l’anima. E di questo Verbo, ponte, mostrato a te, anco questi tre scaloni figurai nel corpo suo, si come tu sai, per li piei, per lo costato e per la bocca; ne’ quali posi tre stati de l’anima: lo stato inperfecto, e lo stato perfecto, e lo stato perfectissimo, dove l’anima giogne alla excellenzia de Punitivo amore. In ogniuno t’ho mostrato chiaramente quella cosa che le tolle la inperfeczione e falla giognere alla perfeczione, e per che via si va; e degli occulti inganni del dimonio, e del proprio amore spirituale; e parlatoti, in questi stati, di tre reprensioni che fa la mia clemenzia: l’una ti posi fatta nella vita, l’altra nella morte in quelli che senza speranza muoiono in peccato mortale (de’ quali Io ti posi che andavano sotto al ponte per la via del dimonio, contandoti delle miserie loro), e la terza de l’ultimo giudicio generale. E parla’ti alcuna cosa della pena de’ danpnati, e della gloria de’ beati, quando avara riavuto ogniuno la dota del corpo suo.

Anco ti promissi e prometto che col molto sostenere de’ servi miei riformarò la sposa mia. Invitandovi a sostenere, lamentandomiteco delle iniquità loro, e mostrandoti l’excellenzia de’ ministri nella quale Io gli ho posti, e la reverenzia ch’ Io richieggo che i secolari abbino a loro, mostrandoti la cagione perché, per loro difetto, non debba diminuire la reverenzia in loro; e quanto m’è spiacevole il contrario. E della virtú di quelli che vivevano come angeli, toccandoti, insieme con questo, de l’excellenzia del sacramento.

Anco sopra i detti stati; volendo tu sapere degli stati delle lagrime e unde elle procedono, tel narrai, e acorda’teli con questi. E detto t’ho che tutte le lagrime escono della fontana del cuore, e ordinatamente t’ho assegnato perché. Di quatro stati di lagrime, e della quinta che germina morte, anco ti contai.

Hotti risposto alla quarta petizione di quello che mi pregasti: ch’ Io provedesse al caso particulare advenuto. Io providdi, si come tu sai. Sopra questo t’ho dichiarata la providenzia mia in generale e in particulare, facendomi dal principio della creazione del mondo infino a l’ultimo, come ogni cosa ho fatta e fo con divina providenzia, dando e permettendo ciò ch’ Io do, e tribulazioni e consolazioni temporali e spirituali. E ogni cosa è data per vostro bene, perché siate sanctificati in me e la veritá mia si compia in voi. Perché la mia veritá fu questa: che Io vi creai perché aveste vita etterna, la quale veritá v’è fatta manifesta col sangue del Verbo, unigenito mio Figliuolo.

Anco t’ho, ne l’ultimo, satisfacto al desiderio tuo e a quello ch’ Io ti promissi di narrare della perfeczione de l’obbedienzia e della inperfeczione della disobbedienzia, e unde ella viene, e che ve la tolle. Hottela posta per una chiave generale, e cosí è. E detto t’ho della particulare, e de’ perfetti e degl’imperfetti, di quegli de l’ordine e di quelli fuore de l’ordine, d’ogniuno distintamente; della pace che dá l’obbedienzia e della guerra che dá la disobbedienzia, e quanto s’inganna il disobbediente, ponendoti che la morte venne nel mondo per la disobbedienzia di Adàm.

Ora Io, Padre etterno, somma ed etterna veritá, ti conchiudo che ne l’obbedienzia del Verbo, unigenito mio Figliuolo, avete la vita. E come tutti dal primo uomo vecchio contraeste la morte, cosí tutti, chi vuole portare la chiave de l’obbedienzia, avete contratta la vita da l’uomo nuovo, Cristo dolce Iesú, di cui Io v’ho fatto ponte, perché era rotta la strada del cielo.

Ora lo t’invito ad pianto te e gli altri servi miei; e, col pianto, con l’umile e continua orazione, voglio fare misericordia al mondo. Corre per questa strada della veritá, morta, acciò che non sia poi ripresa andando tu lentamente; ché piú ti sarà richiesto da me ora, che prima, perché ho manifestato me medesimo a te nella veritá mia. Guarda che tu non esca mai della cella del cognoscimento di te; ma in questa cella conserva e spende il tesoro che Io t’ho dato. Il quale è una dottrina di veritá, fondata in su la viva pietra, Cristo dolce Iesú, vestita di luce che discerne la tenebre. Di questa ti veste, dilettissima e dolcissima figliuola, in veritá.

CLXVII - Come questa devotissima anima, ringraziando e laudando Dio, fa orazione per tutto el mondo e per la Chiesa sancta. E, comendando la vìrtú de la fede, fa fine a questa opera.

Alora quella anima, avendo veduto con l’occhio de l’intellecto, e col lume della sanctissima fede cognosciuta la veritá e la excellenzia de l’obbedienzia, uditala con sentimento e gustatala per affetto, con spasimato desiderio, speculandosi nella divina maestà, rendeva grazie a lui, dicendo:

— Grazia, grazia sia a te, Padre etterno, che tu non hai spregiata me, factura tua, né voltata la faccia tua da me, né spregiati e’ miei desidèri. Tu, luce, non hai raguardato alla mia tenebre; tu, vita, non hai raguardato a me, che so’ morte; né tu, medico, alle gravi mie infermità; tu, purità etterna, a me, che so’ piena di loto di molte miserie; tu, che se’ infinito, a me, che so’ finita; tu, sapienzia, a me, che so’ stoltizia.

Per tutti quanti questi ed altri infiniti mali e difetti che sonno in me, la tua sapienzia, la tua bontá, la tua clemenzia e il tuo infinito bene non m’ha spregiata. Ho cognosciuta la veritá nella tua clemenzia, ho trovato la caritá tua e dileczione del proximo. Chi t’ha costretto? Non le mie virtú, ma solo la caritá tua. Quello medesimo amore ti costringa ad illuminare l’occhio de l’ intelletto mio nel lume della fede, a ciò che io cognosca e intenda la veritá tua, manifestata a me. Dammi che la memoria sia capace a ritenere i benefizi tuoi, la volontà arda nel fuoco della tua carità; ci quale fuoco facci germinare e gittare al corpo mio sangue, e con esso sangue, dato per amore del Sangue, e con la chiave de l’obbedienzia io diserri la porta del cielo. Questo medesimo t’adimando cordialmente per ogni creatura che ha in sé ragione, e in comune e in particulare e per lo corpo mistico della sancta Chiesa. Io confesso, e non lo niego, che tu m’amasti prima che io fusse, e che tu m’ami ineffabilemente come pazzo della tua creatura.

O Trinitá etterna! O Deitá, la quale Deitá, natura tua divina, fece valere el prezzo del sangue del tuo Figliuolo ! Tu, Trinitá etterna, se’ uno mare profondo, che quanto piú c’entro tanto piú truovo, e quanto piú truovo piú cerco di te. Tu se’ insaziabile, ché, saziandosi l’anima ne l’abisso tuo, non si sazia, perché sempre rimane nella fame di te, Trinitá etterna, desiderando di vederti col lume nel tuo lume. Si come desidera il cervio la fonte de l’acqua viva, cosí desidera l’anima mia d’escire della carcere del corpo tenebroso e vedere te in veritá. Oh quanto tempo sarà nascosta la faccia tua agli occhi miei! O Trinitá etterna, fuoco e abisso di carità, dissolve oggimai la nuvila del corpo mio! Il cognoscimento, che tu hai dato di te a me nella veritá tua, mi costringe a desiderare di lassare la gravezza del corpo mio e dare la vita per gloria e loda del nome tuo. Però che io ho gustato e veduto, col lume dello intelletto nel lume tuo, l’abisso tuo, Trinitá etterna, e la bellezza della creatura tua. Unde, raguardando me in te, vidi me essere imagine tua, donandomi la potenzia di te, Padre etterno, e della sapienzia tua ne l’intelletto, la quale sapienzia è apropriata a l’unigenito tuo Figliuolo. Lo Spirito sancto, che procede da te e dal Figliuolo tuo, m’ha data la volontà, ché so’ acta ad amare. Tu, Trinitá etterna, se’ fattore; e io, tua factura, ho cognosciuto, nella recreazione che mi facesti nel sangue del tuo Figliuolo, che tu se’ innamorato della bellezza della tua factura.

O abisso, o Deitá etterna, o mare profondo! E che piú potevi dare a me che dare te medesimo? Tu se’ fuoco che sempre ardi e non consumi; tu se’ fuoco che consumi nel calore tuo ogni amore proprio de l’anima; tu se’ fuoco che tolli ogni freddezza; tu allumini; col lume tuo m’hai fatta cognoscere la tua veritá; tu se’ quello lume sopra ogni lume, coi quale lume dài a l’occhio de l’intelletto lume sopranaturale, in tanta abondanzia e perfeczione che tu chiarifichi el lume della fede, nella quale fede veggo che l’anima mia ha vita, e in questo lume riceve te, lume. Nel lume della fede acquisto la sapienzia nella sapienzia del Verbo del tuo Figliuolo; nel lume della fede so’ forte, costante e perseverante; nel lume della fede spero: non mi lassa venire meno nel camino. Questo lume m’insegna la via, e senza questo lume andarei in tenebre; e però ti dixi Padre etterno, che tu m’alluminassi del lume della sanctissima fede.

Veramente questo lume è uno mare, perché notrica l’anima in te, mare pacifico, Trinitá etterna. L’acqua non è turbida, e però non ha timore, perché cognosce la veritá; ella è stillata, ché manifesta le cose occulte; unde, dove abbonda l’abondantissimo lume della fede tua quasi certifica l’anima di quello che crede. Ella è uno specchio, secondo che tu, Trinitá etterna, mi fai cognoscere; ché, raguardando in questo specchio, tenendolo con la mano de l’amore, mi rapresenta me in te, che so’ creatura tua, e te in me, per l’unione che facesti della Deitá ne l’umanità nostra. In questo lume cognosco e rapresentami te, sommo e infinito Bene: Bene sopra ogni bene, Bene felice, Bene incomprensibile e Bene inextimabile. Bellezza sopra ogni bellezza; sapienzia sopra ogni sapienzia, anco tu se’ essa sapienzia. Tu, cibo degli angeli, con fuoco d’amore ti se’ dato agli uomini. Tu, vestimento che ricuopri ogni nudità, pasci gli affamati nella dolcezza tua. Dolce se’ senza alcuno amaro. O Trinitá etterna, nel lume tuo il quale desti a me, ricevendolo col lume della sanctissima fede, ho cognosciuto, per molte e admirabili dichiarazioni spianandomi, la via della grande perfeczione, acciò che con lume e non con tenebre io serva te, sia specchio di buona e sancta vita, e levimi dalla miserabile vita mia; ché sempre, per lo mio difetto, t’ho servito in tenebre. Non ho cognosciuta la tua veritá, e però non l’ho amata.

Perché non ti conobbi? Perché io non ti viddi col glorioso lume della sanctissima fede, però che la nuvila de l’amore proprio obfuscò l’occhio de l’intelletto mio. E tu, Trinitá etterna, col lume tuo dissolvesti la tenebre. E chi potrà agiognere a l’altezza tua a rendarti grazie di tanto smisurato dono e larghi benefizi quantotu hai dati a me, della dottrina della veritá che tu m’hai data? che è una grazia particulare, oltre alla generale, che tu dài a l’altre creature. Volesti conscendere alla mia necessità e de l’altre creature, che dentro ci si specchiaranno. Tu risponde, Signore: tu medesimo hai dato, e tu medesimo risponde e satisfa, infondendo uno lume di grazia in me a ciò che con esso lume io ti renda grazie. Veste, veste me di te, Verità etterna, si che io corra questa vita mortale con vera obbedienzia e col lume della sanctissima fede, del quale lume pare che di nuovo inebbri l’anima mia.