Tractato de la providenzia

Santa Caterina da Siena

Tractato de la providenzia
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CXXXV - Qui comincia el tractato de la providenzia di Dio. E prima de la providenzia in generale, cioè come providde creando l’uomo a la imagine e similitudine sua. E come provide con la incarnazione del Figliuolo suo, essendo serrata la porta del paradiso per lo peccato d’Adam. E come providde dandocisi in cibo continuamente nell’altare.

Alora el sommo ed etterno Padre con benignità ineffabile voileva l’occhio della sua clemenzia inverso di lei, quasi volendo mostrare che in tucte le cose la providenza sua non mancava mai a l’uomo, pure che egli la voglia ricevere, manifestandolo con uno dolce lagnarsi dell’uomo in questo modo, dicendo: — O carissima figliuola mia, si come in piú luoghi Io t’ho decto, Io voglio fare misericordia al mondo e in ogni necessità provedere a la mia creatura che ha in sé ragione. Ma lo ignorante uomo piglia in morte quello che lo do in vita, e cosí si fa crudele a se medesimo. Io sempre proveggo; e si ti lo sapere che ciò che Io ho dato a l’uomo è somma providenzia. Unde con providenzia el creai: quando raguardai in me medesimo, inamora’ mi della mia creatura; piacquemi di crearla a la imagine e similitudine mia con molta providenzia. Unde providdi di darle la memoria perché ritenesse i. benefizi miei, facendole participare della potenzia di me Padre etterno. Die’ le l’intellecto acciò che nella sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo ella intendesse e cognoscesse la volontà di me Padre etterno, donatore delle grazie a lei con tanto fuoco d’amore. Die’ le la volontà ad amare, participando la clemenzia dello Spirito sancto, acciò che potesse amare quello che lo ‘ntellecto vide e cognobbe.

Questo fece la dolce mia providenzia solo perché ella fusse capace ad intendere e gustare me, e godere de l’etterna mia bontá ne l’etterna mia visione. E, si come in molti luoghi Io t’ho narrato, perché giognesse a questo fine, essendo serrato el cielo per la colpa d’Adam, il quale non cognobbe la sua dignità, raguardando con quanta providenzia e amore ineffabile Io l’avevo creato; unde, perché egli non la conobbe, pera cadde nella disobbedienzia, e dalla disobbedienzia a la immondizia, con superbia e piacere feminile, volendo piú tosto conscendere e piacere a la compagna sua (poniamo che non credesse però a lei quello che ella diceva), consenti piú tosto di trapassare l’obbedienzia mia che contristarla; cosí per questa disobbedienzia vennero e sonno venuti poi tucti quanti e’ mali; tucti contraeste di questo veleno (della quale disobbedienzia in uno altro luogo ti narrarò come ella è pericolosa, ad commenda. zione de l’obbedienzia); unde, per tollere via questa morte, Io providi a l’uomo dandovi el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo con grande prudenzia e providenzia per provedere a la vostra necessità. Dico «con prudenzia », però che con l’esca della vostra umanità e l’amo della mia Deitá Io presi el dimonio, el quale non poté cognoscere la mia Verità. La quale Verità, Verbo incarnato, venne a consumare e a distruggere la sua bugia con la quale aveva ingannato l’uomo.

Si che usai grande providenzia e prudenzia. Pensa, carissima figliuola, che maggiore non la poteva usare che darvi el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo. A lui posi la grande obbedienzia per trare il veleno, che per la disobbedienzia era caduto ne l’umana generazione. Unde egli, come inamorato vero obbediente, corse a l’obrobriosa morte della sanctissima croce, e con la morte vi die’ la vita. None in virtú de l’umanità, ma in virtú della mia Deitá; la quale, per mia providenzia, unii con la natura umana per satisfare a la colpa che era facta contra a me, Bene infinito, la quale richiedeva satisfaczione infinita, cioè che la natura umana, che aveva offeso (che era finita), fusse unita con cosa infinita, acciò che infinitamente satisfacesse a me infinito, e a la natura umana, a`passati, a’ presenti e a’ futuri, e tanto quanto offendesse l’uomo, volendo ritornare a me nella vita sua, trovasse perfecta satisfaczione. E però unii la natura divina con natura umana, per la quale unione avete ricevuta satisfaczione perfecta. Questo ha facto la mia providenzia: che, con l’operazione finita (ché finita fu la pena della croce nel Verbo), avete ricevuto fructo infinito in virtú della Deitá, come decto è.

Questa infinita ed etterna providenzia di me Dio, Padre vostro, Trinitá etterna, provide di rivestire l’uomo. El quale, avendo perduto el vestimento della innocenzia e dinudato d’ogni virtú, periva di fame e moriva di freddo in questa vita della perregrinazione. Soctoposto era ad ogni miseria, serrata era la porta del cielo e perduta n’aveva ogni speranza; la quale speranza, se l’avesse potuta pigliare, gli sarebbe stato uno refrigerio in questa vita. None l’aveva, e però stava in grande affliczione. Ma Io, somma providenzia, providi a questa necessità: unde, non costrecto dalle vostre giustizie né virtú, ma dalla mia bontá, vi diei el vestimento per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figliuolo. El quale, spogliando sé della vita, rivesti voi di innocenzia e di grazia; la quale innocenzia e grazia ricevete nel sancto baptesmo in virtú del Sangue, lavando la macchia del peccato originale, nel quale sète conceputi, contraendolo dal padre e dalla madre vostra. E però la mia providenzia provide non con pena di corpo, si come era usanza nel Testamento vecchio, quando erano circuncisi, ma con la dolcezza del sancto baptesmo.

Si che egli è rivestito. Anco l’ho scaldato, manifestandovi l’unigenito mio Figliuolo, per l’apriture del Corpo suo, el fuoco della mia carità, el quale era velato sotto questa cennere de l’umanità vostra. E non die questo riscaldare l’affreddato cuore de l’uomo, se egli non è giá obstinato, aciecato dal proprio amore, che egli non si vegga amare da me tanto ineffabilemente? La mia providenzia gli ha dato el cibo per confortarlo mentre che egli è perregrino e viandante in questa vita, si come. in un altro luogo ti dixi. Facto ho indebilire i nemici suoi, che veruno gli può nocere se non esso medesimo. La strada è battuta nel Sangue della mia Verità, acciò che possa giognere al termine suo, a quello fine per lo quale Io el creai. E che cibo è questo? Si come in un altro luogo lo ti narrai, è il Corpo e ‘l Sangue di Cristo crocifixo tucto Dio e tucto uomo, cibo degli angeli e cibo di vita. Cibo che sazia ogni affamato che di questo pane si dilecta, ma none colui che non ha fame; però che egli è uno cibo che vuole essere preso con la bocca del sancto desiderio e gustato per amore. Si che vedi che la mia providenzia ha proveduto di darli conforto.

CXXXVI - Come Dio providde dando la speranza ne le sue creature. E come chi piú perfectamente spera, piú perfectamente gusta la providenzia sua.

— Anco gli ho dato el refrigerio della speranza, se col lume della sanctissima fede raguarda el prezzo del Sangue che è pagato per lui, el quale gli dá ferma speranza e certezza della salute sua. Negli obrobri di Cristo crocifixo gli è renduto l’onore; ché se con tucte le membra del corpo suo egli offende me, e Cristo benedecto, dolcissimo mio Figliuolo, in tucto el Corpo suo ha sostenuti grandissimi tormenti, e con la sua obbedienzia ha levata la vostra disobbedienzia. Dalla quale obbedienzia tucti avete contracto la grazia, si come per la disobbedienzia tucti contraeste la colpa.

Questo v’ha conceduto la mia providenzia, la quale, dal principio del mondo infino al di d’oggi, ha proveduto e provederà, infino a l’ultimo, a la necessità e salute dell’uomo in molti e diversi modi (secondo che Io, giusto e vero medico, veggo che vi bisogna a le vostre infermità), secondo che n’ha bisogno per renderli sanità perfecta o per conservarlo nella sanità. La mia providenzia non mancarà mai, a chi la vorrà ricevere, in quegli che perfectamente sperano in me. E chi spera in me, bussa e chiama in veritá, non solamente con la parola, ma con affetto e col lume della sanctissima fede, gustaranno me nella providenzia mia; ma non coloro che solamente bussano e suonano col suono della parola, chiamandomi: — Signore, Signore! — Dicoti che, se essi con altra virtú non m’adimandano, non saranno conosciuti da me per misericordia, ma per giustizia. Si che lo ti dico che la mia providenzia non mancarà a chi in veritá spera in me, ma in chi si dispera di me e spera in sé.

Sai che speranza in due cose contrarie non si può ponere. Questo volse dire a voi la mia Verità nel sancto Evangelio, quando dixe: «Veruno può servire a due signori»; ché, se serve a l’uno, è incontempto a l’altro. Servire non è senza speranza, però che ‘l servo, che serve, serve con esperanza che ha nel prezzo e utilitá chese ne vede trare, o con esperanza che egli ha di piacere al signore suo. Onde al nemico del suo signore punto non servirebbe; el quale servizio fare non potrebbe senza alcuna speranza. Onde, servendo e sperando, si vederebbe privare di quello che aspectava dal signore suo. Or cosí pensa, carissima figliuola, che adiviene a l’anima: o egli si conviene che ella serva e speri in me, o serva e speri nel mondo e in se medesima: però che tanto serve al mondo, Cuore di me, di servizio sensuale, quanto serve e ama la propria sensualità; del quale amore e servizio spera d’avere dilecto, piacere e utilitá sensitiva. Ma, perché la speranza sua è posta in cosa finita, vana e transitoria, però gli viene meno, e non giogne in effecto di quel che desiderava. Mentre che egli spera in sé e nel mondo, none spera in me: perché ‘l mondo, cioè i desidèri mondani dell’uomo sono a me in odio, e in tanta abominazione mi furono che Io diei l’unigenito mio Figliuolo a l’obrobriosa morte della croce; onde il mondo non ha conformità meco, né Io con lui. Ma l’anima, che perfectamente spera in me e serve con tucto el cuore e con tucto l’affecto suo, subbito per necessità, per la cagione decta, si conviene che si disperi di sé e del mondo, di speranza posta con propria fragilità.

Questa vera e perfecta speranza è meno e piú perfecta, secondo la perfeczione de l’amore che l’anima ha in me. E cosí, perfecta e imperfecta, gusta della providenzia mia: piú perfettamente la gustano e la ricevono quegli che servono e sperano di piacere solamente a me, che quegli che servono con esperanza del fructo e per dilecto che trovassero in me. Questi primi sonno quegli che, ne l’ultimo stato de l’anima, Io ti narrai della loro perfeczione. E questi, che Io ora ti conto, sonno e’ secondi e i terzi, che vanno con esperanza del diletto e del fructo, e sonno quegli imperfecti de’ quali Io ti contai narrandoti degli stati de l’anima.

Ma, in veruno modo, a’ perfetti e agli imperfecti non mancarà la mia providenzia, purché l’uomo non presummi né speri in sé. El quale presummere e sperare in sé, perché esce da l’amore proprio, obfusca l’occhio de l’intelletto, .traendone el lume della sanctissima fede. Unde non va con lume di ragione, e però non cognosce la mia providenzia, non che egli non ne pruovi. Però che neuno è, né giusto né peccatore, che non sia proveduto da me, perché ogni cosa è facta e creata da la mia bontá, però che Io so’ Colui che so’, e senza me veruna cosa è facta, se non solo el peccato che non è. Si che essi ricevono bene della mia providenzia, ma non la intendono, perché non la cognoscono: non’cognoscendola, non l’amano: e però non ne ricevono fructo di grazia. Ogni cosa veggono torta, dove ogni cosa è dricta. E, si come ciechi, ogni cosa vegono in tenebre, e la tenebre in luce, perché hanno posta la speranza e il servizio loro nella tenebre, unde caggiono in mormorazione e vengono ad impazienzia.

E come sonno tanto macti? Doh, carissima figliuola, come possono essi credere che Io, somma ed etterna bontá, possa volere altro che il loro bene nelle cose piccole che tucto di Io permecto per salute loro, quando pruovano che Io non voglio altro che la loro sanctificazione nelle cose grandi? Ché, con tucta la loro ciechità, non possono fare che almeno con uno poco di lume naturale non veggano la bontá mia e il benefizio della mia providenzia, la quale truovano (e non la possono dinegare) nella prima creazione e nella ricreazione che ha ricevuto l’uomo nel Sangue, ricreandolo a grazia, si come detto t’ho. Questa è cosa si chiara e manifesta che non possono dire di no. Poi mancano e vengono meno a l’ombra loro, perché questo lume naturale non è stato exercitato in virtú. El macto uomo non vede che di tempo in tempo Io ho proveduto generalmente al mondo, e in particulare a ogniuno secondo el suo Stato. E perché veruno è che in questa vita stia fermo, ma sempre si muta di tempo in tempo insino che egli è gionto a lo stato suo fermo, sempre il provego di quel che gli bisogna nel tempo che egli è.

CXXXVII - Come Dio provide nel Testamento vecchio con la legge e co’ profeti; e poi con mandare el Verbo; poi con gli apostoli, co’ martiri e con gli altri sancti uomini. Come nulla adiviene a le creature, che tucto non sia providenzia di Dio.

— Generalmente Io providi con la legge, che Io diei a Moisé nel Testamento vecchio, e con molti altri sancti profeti. Anco ti fo sapere che, innanzi l’avenimento del Verbo mio Figliuolo, poco stecte il popolo giudaico senza profeta, per confortare il popolo con le profezie, dando lo’ speranza che la mia Verità, profeta de’ profeti, li traesse della servitú e facesseli liberi e diserrasse lo’ el cielo col sangue suo, che tanto tempo era stato serrato. Ma, poi che venne il dolce e amoroso Verbo, neuno profeta si levò tra loro: per certificarli che quello, che egli aspettavano, l’avevano avuto, unde non bisognava che piú profeti l’annunziassero: benché essi nol cognobbero né cognoscono per la ciechità loro. Doppo costoro, providi venendo el Verbo, si come decto è, il quale fu vostro tramezzatore tra me, Dio etterno, e voi. Doppo lui, gli appostoli, martiri, doctori e confessori, si come in un altro luogo Io ti dixi. Ogni cosa ha facto la mia providenzia, e cosi ti dico che infino a l’ultimo provederà. Questa è generale, data a ogni creatura che ha in sé ragione, che di questa providenzia vorrà ricevere el frutto. In particulare lo’ do ogni cosa per mia providenzia: e vita e morte (per qualunque modo lo la dia), fame, sete, perdimento di stato nel mondo, nudità, freddo, caldo, ingiurie, scherni e villanie. Tucte queste cose permetto che lo’ siano facte o decte dagli uomini. Non che lo faccia la malizia della mala volontà di colui che fa el male e la ingiuria, ma el tempo e l’essere che egli ha avuto da me. El quale essere gli dici non perché offendesse me né il prossimo suo, ma perché servisse me e lui con dileczione di caritá. Unde Io permecto quello acto o per provare la virtú della pazienzia in quella anima di colui che riceve, o per farlo ricognoscere.

Alcuna volta permectarò che al giusto tucto el mondo gli sarà contrario, e ne l’ultimo farà morte la quale darà grande admirazione agli uomini del mondo. Parrà a loro una cosa ingiusta di vedere perire uno giusto quando in acqua, quando in fuoco, quando strangolato da l’animale e quando per cadimento di casa sopra di lui, nel quale perderà la vita corporale. Oh, quanto paiono fuore di modo queste cose a quello occhio che non v’è dentro el lume della sanctissima fede! Ma none al fedele: però che’l fedele ha trovato e gustato, per affecto d’amore, nelle cose grandi sopradecte la mia providenzia; e cosí vede e tiene che con providenzia Io fo ciò ch’ Io fo, solo per procurare a la salute dell’uomo. E però ha ogni cosa in reverenzia: non si scandalizza in sé, né ne l’operazioni mie, né nel proximo suo; ma ogni cosa trapassa con vera pazienzia. La providenzia mia non è tolta a veruna creatura, perché tucte le cose sonno condite con essa. Alcuna volta parrà a l’uomo, o grandine o tempesta o saetta che Io mandi sopra el corpo della creatura, che ella sia crudeltá, quasi giudicando che Io non abbi proveduto a la salute di colui. E Io l’ho facto per camparlo della morte etternale; ed egli tiene il contrario. E cosí gli uomini del mondo in ogni cosa vogliono contaminare le mie operazioni e intenderle secondo el loro basso intendimento.

CXXXVIII - Come ciò che Dio ci permecte è solamente per nostro bene e per nostra salute. E come sono ciechi e ingannati quelli che giudicano el contrario.

— E voglio che tu vegga, dilectissima figliuola, con quanta pazienzia a me conviene portare le mie creature, le quali Io ho create, come decto è, a la imagine e similitudine mia con tanta dolcezza d’amore. Apre l’occhio de l’intelletto e raguarda in me; e ponendoti Io uno caso particulare avenuto, del quale se ben ti ricorda, tu mi pregasti ch’ Io provedesse, e io providi, si come tu sai, che senza pericolo di morte riebbe lo stato suo. E come egli è questo particulare, cosí è generalmente in ogni cosa. —

Alora quella anima, aprendo l’occhio de l’intellecto col lume della sanctissima fede nella divina sua maestà con anxietato desiderio (perché per le parole decte piú conosceva della sua veritá nella dolce providenzia sua) per obbedire al comandamento suo, specolandosi ne l’abisso della sua carità, vedeva come egli era somma e etterna Bontà, e come per solo amore ci aveva creati e ricomprati del sangue del suo Figliuolo, e che con questo amore medesimo dava ciò che egli dava e permecteva: tribulazioni e consolazioni; ogni cosa era dato per amore e per provedere a la salute de l’uomo, e non per verun altro fine.

El Sangue sparto con tanto fuoco d’amore vedeva che manifestava che questa era la veritá. Alora diceva el sommo ed etterno Padre: — Questi sono come aciecati per lo proprio amore che hanno di loro medesimi, scandalizzandosi con molta impazienzia. Io ti parlo ora in particulare e in generale, ripigliando quel ch’ Io dicevo. Essi giudicano in male, in loro danno, in ruina e in odio quello che Io fo per amore e per loro bene, per privarli dalle pene etternali, per guadagno e per dar lo’vita etterna. E perché dunque si lagnano di me? perché none sperano in me, ma in loro medesimi; e giá t’ho decto che per questo vengono a tenebre, si che non cognoscono. Unde odiano quel che debbono avere in reverenzia, e, come superbi, vogliono giudicare gli occulti miei giudizi, e’ quali sonno tucti dricti. Ma essi fanno come il cieco, che col tacto della mano, o alcuna volta col sapore del gusto, e quando col suono della voce, vorrà giudicare in bene e in male, secondo el suo basso, infermo e picciolo sapere. E non si vorranno actenere a me, che so’ vero lume e so’ Colui che gli nutrico spiritualmente e corporalmente, e senza me veruna cosa possono avere. E se alcuna volta sonno serviti da la creatura, Io so’ Colui che l’ho data la volontà, l’aptitudine, el sapere, el potere a poterlo fare. Ma, come macto, egli andare vuole col sentimento della malto, che è ingannata nel suo toccare perché non ha lume per discernere il colore: e cosí el gusto s’inganna, perché non vede l’animale immondo che si pone alcuna volta in sul cibo; l’orecchia è ingannata nel diletto del suono, perché non vede colui che canta; se non si guardasse da lui, per lo diletto egli li può dare la morte.

Cosí fanno costoro e’ quagli, come aciecati, perduto el lume della ragione, toccano con la mano del sentimento sensitivo. E’ diletti del mondo lo’ paiono buoni; ma, perché essi non veggono, non si guardano che egli è uno panno meschiato di molte spine, con molta miseria e grandi affanni, in tanto che il cuore, che le possiede fuore di me, è incomportabile a se medesimo. Cosí la bocca del desiderio, che disordinatamente l’ama, gli paiono dolci e soavi a prendere, ed egli v’è su l’animale immondo di molti peccati mortali, e’ quali fanno immonda l’anima e dilonganla dalla similitudine mia e tolgonla della vita della grazia. Unde, se egli non va col lume della sanctissima fede a purificarla nel Sangue, n’ha morte etternale. L’udire è l’amore proprio di sé, che gli pare che facci uno dolce suono. Perché gli pare? perché l’anima corre dietro a l’amore della propria. sensualità; ma, perché non vede, è ingannato dal suono, e, perché gli andò dietro con disordinato diletto, truovasi condotto nella fossa, legato col legame della colpa, menato nelle mani de’ nemici suoi, però che, come aciecato dal proprio amore e confidanza che hanno posta a loro medesimi e al loro proprio sapere, non s’attengono a me, che so’ guida e via loro.

Fatta v’è questa via dal Verbo mio Figliuolo, el quale dixe che era «via, veritá e vita», ed è lume. Unde chi va per lui non può essere ingannato né andare in tenebre; e neuno può venire a me se non per lui, perché egli è una cosa con meco; e giá ti dixi che Io ve n’avevo facto ponte, acciò che tutti poteste venire al termine vostro. E nondimeno, con tutto questo, non si fidano di me, che non voglio altro che la loro sanctificazione. Per questo fine, e con grande amore lo’ do e permetto ogni cosa, ed essi sempre si scandalizzano in me; e Io con pazienzia gli porto e gli sostengo, perché Io gli amai senza essere amato da loro. Ed essi sempre mi perseguitano con molta impazienzia, odio e mormorazioni e con molta infedelità, volendosi ponere ad investigare, secondo el loro cieco vedere, gli occulti miei giudici, e’ quali sonno fatti tucti giustamente e per amore. E non cognoscono ancora loro medesimi, e però vegono falsamente, però che chi non cognosce se medesimo non può cognoscere me né le giustizie mie in veritá.

CXXXIX - Come Dio providde in alcuno caso particulare a la salute di quella anima ad cui adivenne el caso.

— Vuogli ti mostri, figliuola, quanto el mondo è ingannato de’ misteri miei? Or apre l’occhio de l’ intelletto, e raguarda in me; e, mirando, vedrai nel caso particulare del quale lo ti dixi che ti narrarei. E come egli è questo, cosí generalmente ti potrei contare degli altri. —

Alora quella anima, per obbedire al sommo etterno Padre, raguardava in lui con ansietato desiderio. Alora Dio etterno dimostrava la dannazione di colui per cui era adivenuto el caso, dicendo: — Io voglio che tu sappia che, per camparlo di questa etternrna dannazione nella quale tu vedi che egli era, lo permissi questo caso, acciò che col sangue suo nel Sangue della mia Verità unigenito mio Figliuolo avesse vita. Però che non avevo dimenticato la reverenzia e amore che egli aveva a la dolcissima madre, Maria, dell’unigenito mio Figliuolo. A la quale è dato questo, per reverenzia del Verbo, da la mia bontá: cioè che qualunque sarà colui, o giusto o peccatore, che l’abbi in debita reverenzia, non sarà tolto né devorato dal demonio infernale. Ella è come una esca posta da la mia bontá a pigliare le creature che hanno in loro ragione. Si che per misericordia ho facto quello, cioè permessolo, none (acta la mala volontà degl’ iniqui, che gli uomini tengono crudeltá. E tutto questo l’adiviene per l’amore proprio di loro medesimi, che l’ha tolto el lume, e però non cognoscono la veritá mia. Ma, se essi si volessero levare la nuvila, la cognoscerebbero e amarebbero, e cosí avarebbero ogni cosa in reverenzia, e nel tempo della ricolta riceverebbero el frutto delle loro fadighe. Ma non dubbitare, figliuola mia, ché di quello che tu mi preghi Io adempirò e’ desidèri tuoi e de’ servi miei. Io so’ lo Dio vostro remuneratore d’ogni fadiga e adempitore de’ sancti desidèri, purché Io trovasse chi in veritá bussasse a la porta de la mia misericordia con lume, acciò che non errassero né mancassero in speranza della mia providenzia.

CXL - Qui, narrando Dio la providenzia sua verso de le sue creature in diversi altri modi, si lagna de la infedelità d’esse sue creature. Ed exponendo una figura del vecchio Testamento, dá una utile doctrina.

— Hotti narrato di questo caso particulare: ora ti ritorno al generale. Tu non potresti mai vedere quanta è la ignoranzia dell’uomo. Egli è senza veruno senno o cognoscimento, avendoselo tolto per sperare in sé e confidarsi nel suo proprio sapere. O stolto uomo, e non vedi tu che il sapere tuo tu non l’hai da te, ma la mia bontá, che provide al tuo bisogno, te l’ha dato? Chi tel mostra? Quel che tu in te medesimo pruovi: che tale ora vuoli tu fare una cosa, che tu non la puoi fare né saprai fare. Alcuna volta non avarai el tempo, e, se avarai el tempo, ti mancarti el volere. Tucto questo t’è dato da me per provedere a la salute tua, perché tu cognosca te non essere e abbi materia d’umiliarti e non d’insuperbire. Unde in ogni cosa truovi mutazione e privazione, però che non stanno in tua libertà: solo la grazia mia è quella che è ferma e stabile, che non ti può essere tolta né mutata , (cioè di farti partire da essa grazia e tornare a la colpa), se tu medesimo non te la muti.

Dunque, come puoi levare il capo contra la mia bontá? Non puoi, se tu vuoli seguitare la ragione, né puoi sperare in te né confidarti del tuo sapere. Ma, perché se’ facto animale senza ragione, non vedi che ogni cosa si muta, excepto la grazia mia. E perché non ti confidi di me, che so’ el tuo Creatore? perché ti confidi in te. E non so’ Io fedele e leale a te? Certo si: e questo non t’ è nascosto, però che continuamente l’hai per pruova.

O dolcissima e carissima figliuola, l’uomo non fu leale né fedele a me, trapassando l’obbedienzia che Io gli avevo imposta, per la quale cadde nella morte. E Io fui fedele a lui, attenendoli quello per che lo l’avevo creato, volendogli dare il sommo ed etterno Bene. E, per compire questa mia veritá, unii la Deitá mia, somma altezza, con la bassezza della sua umanità, essendo ricomprato e restituito a grazia col mezzo del sangue de l’unigenito mio Figliuolo. Si che egli l’ha provato. Ma e’ pare che essi non credano che Io sia potente a poterli sovenire, forte a poterli aitare e difendere da’ nemici loro, e sapiente per illuminarli l’occhio de l’intelletto loro, né che Io abbi clemenzia a voler lo’ dare quello che è di necessità a la salute loro, né sia ricco per poterli aricchire, né sia bello per poter lo’ dare bellezza, né abbi cibo per dar lo’ mangiare, né vestimento per rivestirli. L’operazioni loro mi manifestano che essi nol credono: però che, se il credessero in veritá, sarebbe con opera di sancte e buone operazioni.

E nondimeno essi pruovano continuamente che Io so’ forte, perché li conservo ne l’essere e difendoli da’ nemici loro. E veggono che neuno può ricalcitrare contra la potenzia e fortezza mia; ma essi nol veggono, ché nol vogliono vedere. Con la mia sapienza Io ho ordinato e governo tucto quanto el mondo con tanto ordine, che veruna cosa vi manca e veruno ci può apponere. Ne l’anima e nel corpo, in tucto ho proveduto; non costretto a farlo da la volontà vostra, però che voi non eravate, ma solo da la mia clemenzia, costrecto da me medesimo, facendo el cielo e la terra e il mare e il fermamento; cioè il cielo, perché si movesse sopra di voi; l’acre, perché respiraste; el fuoco e l’acqua, per temperare contrario con contrario; el sole, perché non steste in tenebre; tucti facti e ordinati, perché sovenganO a la necessità dell’uomo. El cielo adornato degli ucelli ; la terra germina e’ fructi, con molti animali, per la vita dell’uomo; ci mare, adornato di pesci. Ogni cosa ho facto con grandissimo ordine e providenzia.

Poi che Io ebbi facta ogni cosa buona e perfecta, Io creai la creatura razionale a la imagine e similitudine mia, e missila in questo giardino. El quale giardino, per lo peccato di Adam, germinoe spine, dove in prima ci erano fiori odoriferi di innocenzia e di grandissima soavità. Ogni cosa era obbediente a l’uomo; ma, per la colpa e disobbedienzia commessa, trovò ribellione in sé e in tucte le creature. Insalvatichi ci mondo e l’uomo, ci quale uomo è un altro mondo. Ma io providi che, mandando nel mondo la mia Verità, Verbo incarnato, gli tolse il salvaticume, trassene le spine del peccato originale e fecilo uno giardino inaffiato del sangue di Cristo crocifixo, piantandovi le piante de’ septe doni dello Spirito sancto e traendone il peccato mortale. E questo fu doppo la morte de l’unigenito mio Figliuolo, ché inanzi no.

Si come fu figurato nel vecchio Testamento, quando fu pregato Eliseo che risuscitasse quel giovano che era morto. Eliseo non andò, ma mandò Giezzi col bastone suo, dicendo che egli ci ponesse sopra’l dosso del garzone. Andando Giezzi e facendo quello che Eliseo gli disse, non ci risuscitò però. Vedendo Eliseo che egli non era risuscitato, andò egli con la propria persona e conformarsi tucto col garzone con tucte le membra sue, e spirò aciando septe volte nella bocca sua. E il garzone respirò septe volte, in segno che egli era resuscitato. Questo fu figurato per Moisé, che lo mandai col bastone della legge sopra ci morto de l’umana generazione, ci quale per questa legge non aveva vita. Mandai ci Verbo de l’unigenito mio Figliuolo (ci quale fu figurato per Eliseo), che si conformò con questo figliuolo morto, per l’unione della natura divina unita con la natura vostra umana. Con tucte le membra si uni questa natura divina, cioè con la potenzia mia, con la sapienzia del mio Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito sancto, tucto me, Dio, abisso di Trinitá, conformato e unito con la natura vostra umana.

Doppo questa unione fece l’altra il dolce e amoroso Verbo, correndo come inamorato a l’obrobriosa morte della croce. In, si distese. E doppo questa unione donò e’ septe doni dello Spirito sancto a questo figliuolo morto, aciando nella bocca del desiderio de l’anima, tollendole la morte nel sancto baptesmo. Egli spira in segno che egli ha vita, gittando fuore di sé e’ septe peccati mortali. Si che egli è facto giardino adornato di dolci e soavi fructi. È vero che l’ortolano di questo giardino, cioè il libero arbitrio, ci può insalvatichire e dimesticare secondo che li piace. Se egli ci semina il veleno de l’amore proprio di sé, unde nascono e’ septe principali peccati e tucti gli altri che procedono da questi, esso facto ne caccia e’ septe doni dello Spirito sancto e privasi d’ogni virtú. Ine non è fortezza, ché egli è indebilito; non v’è temperanzia né prudenzia, ché egli ha perduto ci lume col quale usava la ragione; non v’è fede né speranza né giustizia, però che egli è facto ingiusto, spera in sé e crede con fede morta a se medesimo, fidasi delle creature e non di me suo Creatore; non v’è caritá né pietà veruna, perché se l’ha tolta con l’amore della propria fragilità: è facto crudele a sé, unde non può essere pietoso al proximo suo. Privato è d’ogni bene e caduto in sommo male. E unde riavarà la vita? da questo medesimo Eliseo, Verbo incarnato, unigenito mio Figliuolo. In che modo? che questo ortolano divella queste spine della colpa con odio (ché, se non si odiasse, non ne le trarrebbe mai), e con amore corra a conformarsi con la doctrina della mia Verità, innaffiandola col Sangue. El quale Sangue gli è gictato sopra ci capo suo dal ministro, andando a la confessione con contrizione di cuore e dispiacimento della colpa, e con satisfaczione e con proponimento dl none offendere piú.

Per questo modo può dimesticare questo giardino de l’anima mentre che vive: ché, passata questa vita, non ha piú rimedio veruno, si come in piú altri luoghi Io t’ho narrato.

CXLI - Come Dio provede verso di noi, che noi siamo tribolati per la nostra salute. E de la miseria di quelli che si confidano in sé e non ne la providenzia sua. E de la excellenzia di quelli che si confidano in essa providenzia.

— Vedi dunque che con la mia providenzia lo raconciai el secondo mondo de l’uomo. Al primo non fu tolto, che non germinasse spine di molte tribolazioni e che in ogni cosa l’uomo non trovasse ribellione. Questo non è facto senza providenzia né senza vostro bene, ma con molta providenzia e vostra utilitá, per tòllere la speranza del mondo all’uomo e farlo córrire e dirizzare a me che so’ suo fine, si che almeno, per importunità di molestie, egli ne levi el cuore e l’affecto suo. E tanto ignorante è l’uomo a non cognoscere la veritá, ed è tanto fragile a dilatarsi nel mondo, che, con tucte queste fadighe e spine che egli ci truova, non pare che egli se ne voglia levare, né curi di tornare a la patria sua. Or sappi dunque, figliuola, quel che farebbe se nel mondo trovasse perfecto dilecto e riposo senza veruna pena.

E però con providenzia lo’ permecto e do che ‘l mondo lo’ germini le molte tribulazioni: e per provare in loro la virtú, e della pena, forza e violenzia che fanno a loro medesimi abbi di che remunerarli. Si che in ogni cosa ha ordinato e proveduto con grande sapienzia la providenzia mia. Ho lo’ dato, si come decto è, perché lo so’ ricco e potevolo e posso dare, e la ricchezza mia è infinita; anco ogni cosa è facta da me, e senza me veruna cosa può essere. Unde, se esso vuole bellezza, lo so’ bellezza; se vuole bontá, Io so’ bontá, perché so’ sommamente buono; Io so’ sapienzia; Io benigno, Io giusto e misericordioso Dio; Io largo e none avaro; Io so’ Colui che do a chi m’adimanda, apro a chi bussa in veritá e rispondo a chi mi chiama. Non so’ ingrato, ma grato e conoscente a remunerare chi per me s’afadigarà, cioè per gloria e loda del nome mio. Io so’ giocondo, che tengo l’anima, che si veste della mia volontà, in sommo dilecto. Io so’ quella somma providenzia, che non manco mai a’ servi miei, che sperano in me, né ne l’anima né nel. corpo.

E come può credere l’uomo, che mi vede pascere e nutricare il vermine intro el legno secco, pascere gli animali bruti e i pesci del mare, tucti gli animali della terra e gli ucelli de l’aria; sopra le piante mando el sole e la rugiada che ingrassi la terra: e non crederà che Io nutrichi lui, el quale è mia creatura, creata a l’ imagine e similitudine mia? Conciossiacosaché tucto questo è facto da la mia bontá in servizio suo. Da qualunque lato egli si vòlle, e spiritualmente e temporalmente, non truova altro che ‘l fuoco e l’abisso della mia caritá con maxima, dolce e perfecta providenzia. Ma egli non vede, perché s’ha tolto el lume e non si dá a vederlo, e però si scandelizza. Ristrigne la caritá verso el proximo suo, e con avarizia pensa el di di domane: el quale li fu vetato da la mia Verità, dicendo: «Non voliate pensare del di di domane; basti al di la sollicitudine sua», riprendendovi della vostra infedelità e mostrandovi la mia providenzia e la brevità del tempo, dicendo: «Non voliate pensare il di di domane». Quasi dica la mia Verità: — Non pensate di quello che non sète sicuri d’avere; basta il presente di. — E insegnavi a dimandare prima el regno del cielo (cioè la buona e sancta vita), ché di queste cose minime ben so Io, Padre vostro di cielo, che elle vi bisognano, e però l’ho facte e comandato a la terra che vi doni de’ fructi suoi.

Questo miserabile, perché la sconfidenzia sua ha ristrecto el cuore e le mani nella caritá del prossimo, non ha lecta questa doctrina che gli ha data el Verbo mia Verità. Perché non séguita le vestigie sue, esso diventa incomportabile a se medesimo; èscene, di questo fidarsi in sé e none sperare in me, ogni male: essi si fanno giudici della volontà degli uomini, non veggono che Io gli ho a giudicare: Io e non eglino. La volontà mia non intendono né giudicano in bene, se non quando si veggono alcuna prosperità, dilecto o piacer del mondo. E, venendo lo’ meno questo, perché l’affecto loro con esperanza era tucto posto ine, non lo’ pare sentire né ricevere né providenzia mia né bontá veruna: par lo’ essere privati d’ogni bene., E, perché sonno aciecati dalla propria passione, non vi cognoscono la ricchezza che v’è dentro, né il frutto della vera pazienzia: anco ne tragono morte, e gustano in questa vita l’arra de l’inferno. E Io, con tutto questo, non lasso per la mia bontá che lo non lo’ provegga. Cosí, comando a la terra che dia de’ frutti al peccatore come al giusto, e cosí mando el sole e la piova sopra el campo suo come sopra quello del giusto, e piú n’avarà spesse volte il peccatore che ‘l giusto.

Questo fa la mia bontá per dare piú a pieno delle ricchezze spirituali ne l’anima del giusto che per mio amore s’è spogliato delle temporali, renunziando al mondo, con tutte le sue delizie, e a la propria volontà. Questi sonno quegli che ingrassano l’anima loro, dilatandosi ne l’abisso della mia carità: pèrdono in tutto la cura di loro medesimi, che non tanto delle mondane ricchezze, ma di loro non possono avere cura. Alora , Io so’ facto el loro governatore spiritualmente e temporalmente: uso una providenzia particulare, oltre a la generale; ché la clemenzia mia, Spirito sancto, se lo’ fa servo che gli serve. Questo sai, se ben ti ricorda d’avere letto nella vita de’ sancoi padri, che, essendo infermato quello solitario, sanctissimo uomo che tutto aveva lassato sé per gloria e loda del nome mio, la clemenzia mia providde e mandò ulto angelo perché ‘l governasse e provedesse a la sua necessità. El corpo era sovenuto nel suo bisogno, e l’anima stava in admirabile allegrezza e dolcezza per la conversazione de l’angelo.

Lo Spirito sancto gli è madre che ‘l nutrica al petto della divina mia caritá. Egli l’ha facto libero, si come signore, tollendoli la servitudine de l’amore proprio; ché dove è il fuoco della mia caritá non vi può essere l’acqua di questo amore, che spegne questo dolce fuoco ne l’anima. Questo servidore dello Spirito sancto, che io l’ho dato per mia providenzia, la veste, nutrica e inebbria di dolcezza e dalle somma ricchezza. Perché tutto lassoe, tutto truova; perché si spogliò tutto di sé, si truova vestito di me; fecesi in tutto servo per umilità, e però è facto signore signoreggiando el mondo e la propria sensualità. Perché tutto s’aciecò nel suo vedere, sta in perfectissimo lume: disperandosi di sé, è coronato di fede viva e di perfetta e compíta speranza; gusta vita etterna, privato d’ogni pena e amaritudine afiiiggitiva. Ogni cosa giudica in bene, perché in tutte giudica la volontà mia, quale vide col lume della fede che Io non volevo altro che la sua sanctificazione, e però è facto paziente.

Oh, quanto è beata questa anima, la quale, essendo anco nel corpo mortale, gusta il bene immortale! Ogni cosa ha in reverenzia; tanto gli pesa la mano manca quanto la ritta, tanto la tribolazione quantó la consolazione; tanto la fame e la sete quanto el mangiare e il bere, tanto el freddo, el caldo e la nudità quanto el vestimento, tanto la vita quanto la morte, tanto l’onore quanto el vitoperio e tanto l’afliczione quanto la recreazione. In ogni cosa sta solido, fermo e stabile, perché è fondato sopra la viva pietra. Ha cognosciuto e veduto, col lume della fede e con ferma speranza, che ogni cosa do con uno medesimo amore e per uno medesimo rispetto, cioè per la salute vostra, e che in ogni cosa Io proveggo. Però che nella grande fadiga lo do la grande fortezza, e non pongo maggiore peso che si possa portare, pure che si disponga a volere portare per lo mio amore. Nel Sangue v’è facto manifesto che Io non voglio la morte del peccatore, ma voglio che si converta e viva; e per sua vita gli do ciò ch’ Io gli do.

Questo ha veduto l’anima spogliata di sé, e però gode in ciò che ella vede o sente in sé o in altrui. Non dubbita che le vengano meno le cose minime, perché col lume della fede è certificata nelle cose grandi, delle quali nel principio di questo trattato Io ti narrai. Oh! quanto è glorioso questo lume della sanctissima fede, col quale vide e cognobbe, e cognosce la mia veritá; el quale lume ha dal servidore dello Spirito sancto, el quale è uno lume sopranaturale, che l’anima acquista per la mia bontá, exer`citando el lume naturale che Io l’ho dato.

CXLII - Come Dio providde verso de l’anime dando i sacramenti, e come provede a’ servi suoi affamati del sacramento del Corpo di Cristo; narrando come providde piú volte, per mirabile modo, verso d’una anima affamata d’esso sacramento.

— Sai tu, carissima figliuola, come Io provego questi miei servi che sperano in me? In due modi: cioè che tutta la providenzia, che Io uso a le mie creature che hanno in loro ragione, è sopra l’anima e sopra ‘l corpo. E ciò, chi Io adopero di providenzia nel corpo, è facto in servizio de l’anima, per farla crescere nel lume della fede, farla sperare in me e perdere la speranza di sé, e perché vega e cognosca che Io so’ Colui che so’, che posso, voglio e so sovenire al suo bisogno e salute. Tu vedi che ne l’anima, per la vita sua, Io l’ho dati e’ sacramenti della. sancta Chiesa, perché sonno suo cibo: none il pane, che è cibo grosso corporale, e però è dato al corpo; ma, perché ella è incorporea, vive della parola mia. Però disse la mia Verità nel sancto Evangelio che di solo pane non viveva l’uomo, ma d’ogni parola che procede da me, cioè di seguitare con spirituale intenzione la dottrina di questa mia Parola incarnata, la quale parola in virtú del Sangue suo e’ sacramenti vi dànno vita.

Sí che i sacramenti spirituali sonno dati a l’anima: poniamo che si pongano e si diano con lo strumento del corpo; non darebbe a l’anima vita di grazia solamente quello atto, se essa anima non si disponesse a riceverli con espirituale, sancto e vero desiderio. E però ti dixi che egli erano spirituali, che si dànno a l’anima perché è cosa incorporea: non obstante che sieno pórti per lo mezzo del corpo, come detto è, al desiderio de l’anima è dato che ‘l riceva. Alcuna volta, per crescerla in fame e sancto desiderio, gli le farò desiderare e non potrà averli; non potendoli avere, cresce la fame, e bella fame il cognoscimento di.sé, reputandosene indegna per umilità. E Io alora la fo degna, provedendo spesse volte in diversi modi sopra questo sacramento. E tu sai che egli è.cosí, se ben ti ricorda d’averlo udito e provato in te medesima. Perché la clemenzia mia dello Spirito sancto, che gli ha presi a servire (dato lo’ da me per la mia bontá), spirarà la mente d’alcuno ministro che l’ha a dare questo cibo, che, costrecto dal fuoco della mia caritá d’esso Spirito sancto, el quale gli dá stimolo di coscienzia, unde per coscienzia si muove a pascere la fame e compire il desiderio di quella anima. Farò indugiare alcuna volta in su l’extremità e, quando in tutto ella n’avarà perduta la speranza, ed ella avara quel che desidera.

E non poteva Io cosí provedere nel principio come ne l’ultimo? Si bene: ma follo per crescerla nel lume della fede, acciò che mai non manchi che ella none speri nella mia bontá; e per farla cauta e prudente, ché imprudentemente non volti el capo a dietro, allentando la fame del sancto desiderio: e però la indugio. Sí come ti ricorda di quella anima, che, giognendo nella sancta chiesa con grande fame della comunione, e giognendo el ministro a l’altare, ella dimandò el Corpo di Cristo tutto Dio e uomo: egli rispose che non volea darlele. In lei crebbe il pianto e il desiderio: e in lui, quando venne ad offerire il calice, crebbe lo stimolo della coscienzia, costrecto dal servidore dello Spirito sancto che provedeva a quella anima. E come provedeva e lavorava in quel cuore dentro, cosí el mostroe di fuore, dicendo a quel che ‘l serviva: — Dimanda se ella si vuole comunicare, ché lo lei darò volontieri. — E se ella aveva una sprizza di fede e d’amore, crebbe in grandissima abondanzia il desiderio; intantoché pareva che la vita si volesse partire dal corpo. E però l’avevo lo permesso: per farla crescere e farle diseccare ogni amore proprio, infidelità e speranza che avesse in sé. Alora providi col mezzo della creatura. Un’altra volta provederà el servidore dello Spirito sancto solo, senza questo mezzo, sicome piú volte a molte persone è adivenuto e adiviene tutto di a’ servi miei. Ma, tra l’altre, due admirabili, si come tu sai, te ne narrarò per farti dilatare in fede e a commendazione della mia providenzia.

Ricordati e rammentati in te medesima d’avere udito di quella anima, che, stando nel tempio mio della sancta chiesa, el di della conversione del glorioso appostolo Pavolo mio dolce banditore, con tanto desiderio di giognere a questo sacramento, pane di vita, cibo degli angeli dato a voi uomini, che ella provò quasi a quanti ministri vennero a celebrare; e da tutti le fu denegato per mia dispensazione, perché volsi che ella cognoscesse che, mancandole gli uomini, non le mancavo Io, suo Creatore. E però a l’ultima messa lo tenni questo modo che Io ti dirò, e usai uno dolce inganno per farla inebbriare della providenzia mia. Lo inganno fu questo: che, avendo ella detto di volersi comunicare, quel che serviva noi volse dire al ministro. Vedendo ella che egli non rispondeva del no, aspettava con grande desiderio di potersi comunicare. Detta la messa e trovandosi di no, crebbe in tanta fame e in tanto desiderio, con vera umilità reputandosene indegna e riprendendo la sua presumpzione, parendole avere presumpto di giognere a tanto misterio. lo, che exalto gli umili, trassi a me il desiderio e l’affetto di quella anima, dandole cognoscimento ne l’abisso della Trinitá di me, Dio etterno, illuminando l’occhio de l’intelletto suo nella potenzia di me, Padre etterno, nella sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo e nella clemenzia dello Spirito sancto, e’ quali siamo una medesima cosa. E in tanta perfeczione si uni quella anima, che ‘l corpo si sospendeva da la terra, perché, come nello stato unitivo de l’anima Io ti narrai, era piú perfetta l’unione che l’anima aveva fatta per affetto d’amore in me che nel corpo suo. E in questo abisso grande, per satisfare al desiderio suo, ricevette da me la sancta comunione. E in segno di ciò che Io in veritá l’avevo satisfacto, per piú di senti per admirabile modo nel gusto corporale il sapore e odore del Sangue e del Corpo di Cristo erocifixo, mia Verità: Unde ella si rinnovellò nel lume della mia providenzia, avendola gustata cosí dolcemente.

Tucto questo fu visibile a lei, ma invisibile agli occhi delle creature. Ma el secondo fu visibile agli occhi del ministro a cui adivenne il caso: ché, essendo quella anima con grande desiderio d’udire la messa e della comunione, per passione corporale non era potuta andare alla chiesa a quella ora che bisognava. Pur gionse, essendo l’ora tardi, a la consecrazione, cioè che gionse in su quella ora che ‘l ministro consecrava. Ed essendo egli da l’uno capo della chiesa, ella si pose da l’altro, però che l’obbedienzia non le concedeva che ella stesse ine. Ella si pose con grandissimo pianto, dicendo: — O miserabile anima mia! e non vedi tu quanto di grazia tu hai ricevuto, che tu se’ nel tempio sancto di Dio e hai veduto il ministro, che se’ degna d’abitare ne l’inferno per li tuoi peccati? — El desiderio però non si quietava, ma quanto piú si profondava nella valle de l’umilità, tanto piú era levata in su, dandole a cognoscere con fede e speranza la mia bontá, confidandosi che ‘l servitore dello Spirito sancto notricasse la fame sua. lo alora le diei quello che ella in quello modo non sapeva desiderare. El modo fu questo: che, venendo el sacerdote per comunicarsi, nel dividere ne cadde uno pezzuolo, el quale per mia dispensazione e virtú (il moccolino de l’ostia, cioè quella particella che se n’era levata) si parti da l’altare e andò ne l’altro capo della chiesa, dove ella era. E, credendosi ella che non fosse cosa visibile ma invisibile, sentendosi comunicata, pensossi con grande e affocato desiderio che, come piú volte l’era adivenuto, Io l’avesse satisfacto invisibilmente. Ma egli non parbe cosí al ministro, che, non trovandola, sentiva intollerabile dolore. Se non che ‘l servdore della mia clemenzia gli manifestò nella mente sua chi l’aveva avuta, sempre però dubitando infino che dichiarato si fu con lei. E non potevo lo tollerle lo impedimento del difetto corporale e farla andare ad ora, dacciò che ella avesse potuto ricevere il sacramento dal ministro? Si; ma volevo farle provare che, col mezzo della creatura e senza il mezzo della creatura, in qualunque stato e in qualunque tempo si sia, in qualunque modo sa desiderare e piú che non sa desiderare, Io la posso, so e voglio satisfare, come detto è, con meravigliosi modi.

Questo ti basti, carissima figliuola, averti narrato della providenzia mia, la quale Io uso con l’anime affamate di questo dolce sacramento. E cosí in tutti gli altri, secondo che lo’ bisogna, uso questa dolce providenzia. Ora ti dirò alcuna cosellina come Io l’uso dentro ne l’anima, la quale uso senza il mezzo del corpo, cioè con estrumento di fuore. Benché parlandoti degli stati de l’anima Io te ne dicesse, nondimeno anco te ne dirò.

CXLIII - De la providenzia di Dio verso di coloro che sono in peccato mortale.

— L’anima o ella è in stato di peccato mortale, o ella è imperfecta in grazia, o ella è perfecta. In ogniuno uso, dilargo e do la mia providenzia; ma in diversi modi, con grande sapienzia, secondo che lo veggo che gli bisogna. Agli uomini del mondo, che giacciono nella morte del peccato mortale, provego destandoli con lo stimolo della coscienzia, o con fadiga che sentiranno nel mezzo del cuore per nuovi e diversi modi. E sonno tanti questi modi, che la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarli. Unde spesse volte si partono, per questa importunità delle pene e stimolo di coscienzia che è dentro ne l’anima, da la colpa del peccato mortale. E alcuna volta (perché Io delle spine vostre sempre traggo la rosa), concependo el cuore de l’uomo amore al peccato mortale o alla creatura fuore della mia volontà, Io gli tollarò el luogo e il tempo che non potrà compire le volontà sue, intantoché con la stanchezza della pena del cuore, la quale egli ha acquistata per suo difecto, non potendo compire le sue disordinate volontà, torna a se medesimo con compunzione di cuore e stimolo di coscienzia, e con esse gicta a terra il farnetico suo. El quale drictamente si può chiamare «farnetico», ché, credendosi ponere l’affecto suo in alcuna cosa, quando viene a vedere, non era cavelle. Era bene ed è alcuna cosa la creatura cui egli amava di miserabile amore; ma quello, che egli ne pigliava, era non cavelle, però che ‘l peccato non è cavelle. Di questo non cavelle della colpa, che è una spina che pugne l’anima, Io ne traggo questa rosa, come decto è, per provedere a la salute sua.

Chi mi costrigne a farlo? Non egli, che non mi cerca né adimanda l’aiutorio e providenzia mia se none in colpa di peccato, in delizie, ricchezze e stati del mondo: ma l’amore mi costrigne, perché v’amai prima che voi fuste; senza essere amato da voi, lo v’amai ineffabilemente. Questo mi costrigne a farlo, e l’orazioni de’ servi miei, e’ quali (el servidore dello Spirito sancto, clemenzia mia, ministrando lo’ l’onore di me e la dileczione del proximo loro) cercano con inextimabile caritá la salute loro, studiandosi di placare l’ira mia e di legare le mani della divina mia giustizia, la quale merita lo iniquo uomo che Io usi contra di lui. Essi mi strengono con le lagrime, umili e continue orazioni. Chi gli fa gridare? La mia providenzia, che proveggo a la necessità di quel morto, perché decto è ch’ Io non voglio la morte del peccatore, ma che egli si converta e viva.

Inamórati, figliuola, della mia providenzia. Se tu apri l’occhio della mente tua e. del corpo, tu vedi che gli scellerati uomini che giacciono in tanta miseria, e’ quali so’ facti puzza di morte, obscuri e tenebrosi per la privazione del lume, essi vanno cantando e ridendo, spendendo il tempo loro in vanità, in delizie e grandi disonestà: tucti lascivi, mangiatori e bevitori, fintantoché del ventre loro si fanno dio, con odio, con rancore, con superbia e con ogni miseria (delle quali miserie piú distintamente sai ch’Io te ne narrai), e non cognoscono lo stato loro. Vanno per la via a giognere alla morte etternale, se non si correggono nella vita loro, e vanno cantando! E non sarebbe reputata grande stoltizia e pazzia se quelli, che è condannato a la morte e va a la giustizia, andasse cantando e ballando, mostrando segni d’allegrezza? Certo si. In questa stoltizia stanno questi miseri, e tanto piú senza comparazione veruna, quanto essi ricevono, quegli pena finita, e costoro pena infinita, morendo in stato di danpnazione. E vanno cantando! Ciechi sopra ciechi! stolti e macti sopra ogni stoltizia !

E i servi miei stanno in pianto, in affíiczione di corpo e in contrizione di cuore, in vigilia e continua orazione, con sospiri e lamenti, macerando la carne loro per procurare a la loro salute; ed essi si fanno beffe di loro! Ma elle caggiono sopra e’ loro capi, tornando la pena della colpa in cui ella debba tornare, e i fructi delle fadighe portate per amore di me si dànno in cui la bontá mia gli ha facti meritare, però che io so’ lo Idio vostro giusto, che a ogniuno rendo secondo che averà meritato. Ma e’ veri servi miei non allentano e’ passi per le beffe, persecuzioni e ingratitudine loro; anco crescono in maggiore sollicitudine e desiderio. Questo chi ci fa, che con tanta fame bussino alla porta della mia misericordia? La providenzia mia, che proveggo e procuro insiememente la salute di questi miseri, e augmento la virtú e cresco il fuoco della dileczione della caritá ne’ servi miei.

Infiniti sonno questi modi di providenzia, ch’ Io uso ne l’anima del peccatore per trarlo della colpa del peccato mortale. Ora ti parlaró di quello che fa la mia providenzia in coloro che sonno levati dalla colpa, e sonno ancora inperfecti ; non ricapitolando gli stati de l’anima, perché giá ordinatamente te gli ho narrati, ma breve breve alcuna cosa ti dirò.

CXLIV - De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ancora nell’amore inperfecto.

— Sai tu, carissima figliuola, che modo lo tengo per levare l’anima inperfecta dalla sua inperfeczione? Che alcuna volta Io la proveggo con molestie di molte e diverse cogitazioni, e con la mente sterile. Parrà che sia tutto abandonata da me, senza veruno sentimento: né nel mondo gli pare essere, ché non v’è; né in me gli pare essere, ché non ha sentimento veruno, fuore che sente che la volontà sua non vuole offendere.

Questa porta della volontà, che è libera, non do Io licenzia a’ nemici che l’aprano. Ma do bene licenzia alle dimonia e agli altri nemici de l’uomo che percuotano l’altre porte; ma questa, che è la principale, no, ché conserva la città de l’anima. È vero che ha la guardia del libero arbitrio, che sta a questa porta: hogliele dato libero, che dica si e no, secondo che gli piace. Molte sonno le porte che ha questa città. Le principali sonno tre (ché l’una è quella che sempre si tiene, se ella vuole, ed è guardia de l’altre): ciò sonno la memoria, lo ‘ntellecto e la volontà. Unde, se la volontà consente, v’entra il nemico de l’amore proprio e tutti gli altri nemici che seguitano doppo lui. Subbito lo ‘ntellecto riceve la tenebre, che è nemica della luce; e la memoria riceve el odio per ricordamento della ingiuria (ci quale odio è nemico della dileczione della caritá del proximo suo); ritiene e’ diletti e piaceri del mondo in diversi modi, come sonno diversi e’ peccati e’ quali sonno contrari alle virtú.

Subito che sonno aperte le porte, s’aprono li sportegli de’ sentimenti del corpo, e’ quali sonno tutti strumenti che rispondono a l’anima. Unde tu vedi che l’affetto disordenato de l’uomo, che ha uperte le porte sue, risponde con questi organi; unde tutti e’ suoni sonno guasti e contaminati, cioè le sue operazioni. L’occhio non porge altro che morte, perché è posto a vedere cosa morta con disordenato guardare colà dove non debba; con vanità di cuore, con leggerezza, con modi e guardature disoneste è cagione di dare morte a sé e ad altrui. Oh misero te! quel ch’ Io t’ho dato perché tu raguardi ci cielo e tutte l’altre cose e la bellezza della creatura per me e perché tu raguardi e’ misteri miei; e tu raguardi in loto e in miseria, e cosa n’acquisti la morte.

Cosí l’orecchia si diletta in cose disoneste, o in udire e’ fatti del proximo suo per giudicio; dove lo gli li dici perché udisse la parola mia e la necessità del proximo suo. La lingua ho data perché annunzi la parola mia e confessi e’ difetti suoi, e perché l’aduopari in salute de l’anime; ed egli l’aduopera in bastemmiare me, che so’ suo Creatore, e in ruina del proximo, nutricandosi delle carni sue, mormorando e giudicando l’operazioni buone in male e le gattive in bene; bastemiando, dando falsa testimonanza; con parole lascive pericola sé e altrui; gitta parole d’ingiuria, che trapassano ne’ cuori de’ proximi come coltella, le quali parole li provocano ad ira. Oh, quanti sonno e’ mali e omicidii, quanta disonestà, quanta ira, odio e perdimento di tempo che escono per questo menbro !

Se egli è l’odorato, né piú né meno offende ne l’essere suo con disordenato piacere nel suo odorare. E, se egli è il gusto, con golosità insaziabile, con disordenato appetito volendo le molte e varie vivande, non mira se non d’empire il ventre suo, non raguardando la misera anima, che aperse la porta, che per lo disordenato prendere de’ cibi viene a riscaldamento la fragile carne sua, con disordenato desiderio di corrómpare se medesimo. Le mani, in tòllere le cose del proximo suo, e con laidi e miserabili toccamenti, le quali sonno fatte per servire il proximo quando il vede nella infermità, sovenendo con la elemosina nella necessità sua. E’ piei, gli sono dati perché servino e portino il corpo in luogo sancto e utile a sé e al proximo suo per gloria e loda del nome mio; ed egli spende e porta el corpo in luoghi vitoperosi in molti e diversi modi, novellando e spiacevoleggiando, corrompendo con le loro miserie l’altre creature in molti modi, secondo che piace alla disordenata volontà.

Tutto questo t’ho detto, carissima figliuola, per darti materia di pianto di vedere gionta a tanta miseria la nobile città de l’anima, e perché tu vegga quanto male esce della principale porta della volontà. Alla quale Io non do licenzia che i nimici de l’anima entrino, come detto è; ma, come lo ti dicevo, do bene licenzia ne l’altre che i nimici le percuotano. Unde lo ‘ntellecto sostengo che sia percosso da una tenebre di mente; e la memoria pare molte volte che sia privata del riscadamento di me. E alcuna volta tutti gli altri sentimenti del corpo parrà che siano in diverse bactaglie. Nel guardare, le cose sancte e toccandole e udendole e odorandole e andandovi, ogni cosa parrà che gli dia mutazione, disonestà e corrompimento. Ma tutto questo non è a morte, però che Io non voglio la morte sua (guarda che egli non fusse si stolto che egli aprisse la porta della volontà): Io permetto che eglino stiano di fuore, ma non che entrino dentro. Dentro non possono intrare se non quando la propria volontà vuole.

E perché tengo Io in tanta pena e affîiczione questa anima atorniata da tanti nemici? Non perché ella sia presa e perda la ricchezza della grazia; ma follo per mostrarle la mia providenzia, acciò che ella si fidi di me e non in sé, levisi dalla negligenzia e con sollicitudine rifugga a me, che so’ suo difenditore, so’ Padre benigno, che procuro la salute sua; acciò che ella stia umile e vegga sé non essere, ma l’essere e ogni grazia che è posta sopra l’essere ricognosca da me, che so’ sua vita. Come ella cognosce questa vita e providenzie mie in queste bactaglie? Ricevendo la grande liberazione, ché non la lasso perInanere continuamente in questo tempo; ma vanno e vengono, secondo ch’ Io veggo che le bisognino. Talora gli parrà essere ne lo ‘nferno, che, senza veruno suo exercizio che allora faccia, ne sarà privata e gustarà vita etterna. L’anima rimane serena: ciò che vede le pare che gridi Dio, tutta infiammata d’amoroso fuoco per la considerazione che fa allora l’anima nella mia providenzia, perché si vede essere uscita di si grande pelago non con suo exercizio, ché il lume venne inproviso, non exercitandosi, ma solo per la mia inextimabile carità, che volsi provedere alla sua necessità nel tempo del bisogno, che quasi non poteva più.

Perché ne l’exercizio, quando s’exercitava a l’orazione e a l’altre cose che bisognano, non le risposi col lume, tollendole la tenebre? Perché, essendo ancora inperfecta, non reputasse in suo exercizio quello che non era suo. Si che vedi che lo inperfecto nelle bactaglie, exercitandosi, viene a perfeczione, perché in esse bactaglie pruova la divina mia providenzia, unde egli s’è levato da l’amore inperfecto.

Anco uso uno sancto inganno, solo per levarli dalla inperfeczione: ch’ Io lo’ farò concipere amore ad alcuna creatura spiritualmente e in particulare, oltre a l’amore generale. Unde con questo mezzo s’exercita alla virtù, leva la sua inperfeczione, fallo spogliare il cuore d’ogni altra creatura che egli amasse sensualmente, di padre, madre, suoro, frategli : ne trae ogni propria passione, e amali per me, Dio. E, con questo amore ordinato del mezzo ch’Io gli ho posto, caccia il disordinato, col quale in prima amava le creature. Adunque vedi che tolle questa inperfeczione. Ma attende che un’altra cosa fa questo amore di questo mezzo: che egli fa provare se perfettamente egli ama me e il mezzo che lo gli ho dato, o no. E però gli li diei Io, perché egli el provasse, acciò che avesse materia di cognoscerlo; ché, non cognoscendolo, né a se medesimo dispiacerebbe, né piacerebbe quello che avesse in sé che fusse mio. Per questo modo el cognosce: e giá t’ho detto che ella è ancora inper. fetta. E non è dubbio che, essendo inperfecto l’amore che ha a me, è inperfecto quello che ha alla creatura che ha in sé ragione, però che la caritá perfetta del proximo dipende dalla perfetta caritá mia. Si che con quella misura perfetta e inperfecta che ama me, con quella ama la creatura. Come el cognosce per questo mezzo? In molte cose. Anco, quasi, se voi aprite l’occhio de l’ intelletto, non passarà tempo che egli nol vegga e pruovi. Ma, perché in un altro luogo Io tel manifestai, poco te ne narrarò.

Quando della creatura cui egli ama di singulare amore, come detto è, egli si vede diminuire il diletto, la consolazione o conversazioni usate, dove trovava grandissima consolazione, o di molte altre cose, o che vedesse che ella avesse piú conversazioni con altrui che con lui, sente pena; la quale pena el fa intrare a cognoscimento di sé. Se vuole andare con lume e con prudenzia, come debba, con piú perfetto amore amerà quel mezzo, perché, col cognoscimento di se medesimo e odio che amerà conceputo al proprio sentimento, si tolle la inperfeczione e viene ad perfeczione. Essendo poi perfetto, séguita piú perfetto e maggiore amore nella creatura generale, e nel particulare mezzo posto dalla mia bontá, che ho proveduto a farla spronare con odio di sé e amore delle virtú in questa vita della perregrinazione, pure che ella non sia ignorante a recarsi, nel tempo delle pene, a confusione e tedio di mente, a tristizia di cuore e senza exercizio. Questa sarebbe cosa pericolosa: verrebbeli a ruina e a morte quello che Io gli ho dato per vita. Non die fare cosí; ma con buona sollicitudine e con umilità reputandosi indegno di quel che desidera (cioè non avendo la consolazione la quale egli voleva), e con lume vegga che la virtú, per la quale principalmente la debba amare, non è diminuita in lui con fame e desiderio di volere portare ogni pena, da qualunque lato ella venga, per gloria e loda del nome mio. Per questo modo adempirà la volontà mia in sé, ricevendo il frutto della perfeczione, per la quale Io ho permesso le battaglie, el mezzo e ogni altra cosa perché ella venga a lume di perfeczione.

In questo modo negl’imperfetti uso la providenzia mia, e in tanti altri modi che lingua non sarebbe sufficiente a narrarli.

CXLV - De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ne la caritá perfetta.

— Ora ti dico de’ perfetti, che Io gli proveggo per conservarli e provare la loro perfeczione e per farli crescere continuamente. Però che neuno è in questa vita, sia perfetto quanto vuole, che non possa crescere a magiore perfeczione. E però tengo questo modo tra gli altri, si come disse la mia Verità quando dixe: «Io so’ vite vera, el Padre mio è il lavoratore, e voi sète i tralci». Chi sta in Lui, che è vite vera, perché procede da me Padre, seguitando la dottrina sua, fa frutto. E, àcciò che ‘l frutto vostro cresca e sia perfetto, lo vi poto con le molte tribulazioni, infamie, ingiurie, scherni e villanie e rimproverio; con fame e sete, in detti e in fatti, secondo che piace alla mia bontá di concederle a ogniuno, secondo ch’egli è atto a portare. Però che la tribulazione è uno segno dimostrativo, che dimostra la perfetta caritá de l’anima e la inperfeczione colà dove ella è. Nelle ingiurie e fadighe, che lo permetto a’ servi miei, si pruova la pazienzia, e cresce il fuoco della caritá in quella anima per compassione che ha a l’anima di colui che gli fa ingiuria; ché piú si duole de l’offesa che fa a me e dapno suo, che della sua ingiuria. Questo fanno quelli che sonno nella grande perfeczione; si che crescono, e però lo lo’ permetto questo e ogni altra cosa. Io lo’ lasso uno stimolo di fame della salute de l’anime, che di e notte bussano alla porta della mia misericordia, intanto che dimenticano loro medesimi, si come nello stato de’ perfetti Io ti narrai. E quanto piú abandonano loro, piú truovano me. E dove mi cercano? Nella mia Verità, andando con perfeczione per la dolce dottrina sua. Hanno letto in questo dolce e glorioso libro, e, leggendo, hanno trovato che, volendo compire l’obbedienzia mia e mostrare quanto amava il mio onore e l’umana generazione, corse con pena e obrobrio alla mensa della sanctissima croce, dove, con sua pena, mangiò il cibo de l’umana generazione. Si che, col sostenere e col mezzo de l’uomo, mo. strò a me quanto amasse il mio onore.

Dico che questi diletti figliuoli, e’ quali sonno gionti a per, fectissimo stato con perseveranzia, con vigilie, umili e continue orazioni, mi dimostrano che in veritá amino me e che essi hanno bene studiato, seguitando questa sancta doctrina della mia Verità, con loro pena e fadiga che portano per la salute del proximo loro, perché altro mezzo non hanno trovato, in cui dimostrare l’amore che hanno a me, che questo. Anco ogni altro mezzo, che ci fusse a potere dimostrare che amano, si è posto sopra questo principale mezzo della creatura che ha in sé ragione, si come in un altro luogo io ti dixi che ogni bene si faceva col mezzo del proximo tuo e ogni operazione. Perché neuno bene può essere facto se non nella caritá mia e del proximo; e, se non è facto in questa carità, non può essere veruno bene, poniamo che gli acri suoi fussero virtuosi. E cosí el male anco si fa con questo mezzo per la privazione della caritá. Si che vedi che in questo mezzo, che Io v’ho posto, dimostrano la loro perfeczione e l’amore schietto che hanno a me, procurando sempre la salute de’ proximi col molto sostenere. Adunque Io gli purgo, perché facciano maggiore e piú soave frutto, con le molte tribulazioni. Grande odore gicta a me la pazienzia loro.

Quanto è soave e dolce questo frutto e di quanta utilitá a l’anima che sostiene senza colpa! Ché, se ella el vedesse, non sarebbe veruna che con grande sollicitudine e allegrezza non cercasse di portare. Io, per dar lo’ questo grande tesoro, gli proveggo di poner lo’ il peso delle molte fadighe, acciò che la virtú della pazienzia non irrugginisca in loro; si che, venendo poi el tempo che ella bisogna provare, non la trovassero ruginosa, trovandovi, per non averla abituata, la ruggine della inpazienzia, la quale rode l’anima.

Alcuna volta uso uno piacevole inganno con loro per conservarli nella virtú de l’umilità: ch’io lo’ farò adormentare il sentimento loro, che non parrà che nella volontà né nel sentimento essi sentano veruna cosa adversa, se non come persone adormentate, non dico morte. Però che ‘I sentimento sensitivo dorme ne l’anima perfecta, ma non muore; però che, subbito ch’egli allentasse l’exercizio e il fuoco del sancto desiderio, si destarebbe piú forte che mai. E però non sia veruno che se ne fidi, sia perfetto quanto si vuole: egli gli bisogna stare nel sancto timore di me; ché molti per lo fidarsi caggiono miserabilemente, ché altrementi non cadrebbero eglino. Si che dico che in loro pare che dormano i sentimenti, e, sostenendo e portando i grandi pesi, non pare che sentano. A mano a mano, in una picciola cosellina che sarà non tavelle, che essi medesimi se ne faranno beffe poi, si sentiranno per si facto modo in loro medesimi, che vi diventaranno stupefatti. Questo fa la providenzia mia perché l’anima cresca e vada nella valle de l’umilità: però che ella allora, come prudente, si leva sé sopra di sé, non perdonandosi; ma coll’odio e rimproverio gastiga il sentimento; el quale gastigare è uno farlo adormentare piú fortemente.

Alcuna volta proveggo ne’ grandi servi’ miei di dar lo’ uno stimolo, si com’ Io feci al dolce appostolo Pavolo, vasello d’eleczione. Avendo ricevuta la doctrina della mia Verità ne l’abisso di me, Padre etterno; e nondimeno gli lassai lo stimolo e inpugnazione della carne sua. E non potevo lo fare, e posso, a Pavolo e agli altri in cui Io lasso lo stimolo in diversi modi, che essi non l’avessero? Si. Perché il fa la mia providenzia? Per farli meritare, per conservarli nel cognoscimento di loro, unde traggono la vera umilità, e per farli pietosi e non crudeli verso de’ proximi loro, che siano conpassionevoli a le loro fadighe. Però che molta piú conpassione hanno a’ tribolati e passionati, sentendo eglino passione, che se non l’avessero. Crescono in maggiore amore, e corrono a me tutti unti di vera umilità e arsi nella fornace della divina caritá. E con questi mezzi e con infiniti altri giongono ad perfecta unione, si come lo ti dixi. In tanta unione e cognoscimento della mia bontá che, essendo nel corpo mortale, gustano il bene degl’ inmortagli ; stando nella carcere del corpo, ne lo’ pare essere di fuore; e, perché molto hanno cognosciuto di me, molto m’amano. E chi molto ama, molto si duole; unde a cui cresce amore, cresce dolore.

In su che dolore e pene rimangono? Non in ingiurie che lo’ fussero fatte, né per pene corporali, né per molestie di dimonio, né per veruna altra cosa che lo’ potesse avenire, propriamente a loro, che l’avesse a dare pena; ma solo si dolgono de l’offese fatte a me (vedendo e cognoscendo ch’ Io so’ degno d’essere amato e servito) e del danno de l’anime, vedendoli andare per la tenebre del mondo e stare in tanta ciechità. Perché ne l’unione, che l’anima ha (acta in me per affetto d’amore, raguardò e cognobbe in me quanto Io amo la mia creatura ineffabilemente. E, vedendola rappresentare la imagine mia, s’ inamorò di lei per amore di me. Unde sente intollerabile dolore quando gli vede dilongare dalla mia bontá; e so’ si grandi queste pene, che ogni altra pena fanno diminuire e venire meno in lei, che niente l’apprezza se non come non fusse egli che ricevesse.

Io gli proveggo. Con che? Con la manifestazione di me medesimo a loro, facendo lo’ in me vedere, con grande amaritudine, le iniquità e miserie del mondo, la danpnazione de l’anime in comune e in particulare, secondo che piace alla mia bontá, per farli crèsciare in amore e in pena; acciò che, stimolati dal fuoco del desiderio, gridino a me, con speranza ferma e col lume della sanctissima fede, a chiedere l’aiutorio mio che sovenga a tante loro necessita. Sí che insiememente proveggo con divina providenzia per sovenire al mondo, lassandomi costringere da’ penosi, dolci e anxietati desidèri de’ servi miei, e a loro nutricandoli e crescendoli, per questo, in maggiore e piú perfetto cognoscimento e unione di me.

Adunque vedi che Io proveggo questi perfetti per molte vie e diversi modi; perché, mentre che voi vivete, sempre sète atti a crèsciare lo stato della perfeczione e a meritare. E però Io gli purgo d’ogni proprio e disordenato amore spirituale e temporale; e potogli con le molte tribulazioni, acciò che faccino maggiore e piú perfetto frutto, come detto è. E con la grande tribulazione che sostengono, vedendo offendere me e privare l’anima della grazia, si spegne ogni sentimento di questa mi nore. Intantoché tutte le fadighe loro, che in questa vita possino sostenere, le reputano meno che non cavelle. E per questo, si cum’ Io ti dixi, si curano tanto della tribulazione quanto della consolazione, perché non cercano le loro consolazioni, e non m’amano d’amore mercennaio per proprio diletto, ma cercano la gloria e loda del nome mio.

Adunque vedi, carissima figliuola, che in ogni creatura che ha in sé ragione Io distendo e uso la providenzia mia in molti e infiniti luoghi, con modi admirabili non cognosciuti dagli uomini tenebrosi, perché la tenebre non può conprendere la luce. Solo da quegli che hanno lume sonno cognosciuti perfettamente e inperfectamente, secondo la perfeczione del lume ch’egli hanno. El quale lume s’acquista nel cognoscimento che l’anima ha di sé, unde si leva con perfectissimo odio della tenebre.

CXLVI - Repetizione breve de le predette cose. Poi parla sopra quella parola che dixe Cristo a sancto Pietro, quando dixe: «Mette la rete da la parte dextra de la nave».

— Hotti narrato e hai veduto, meno che l’odore d’una sprizza che è non cavelle a comparazione del mare; come Io proveggo le mie creature, avendoti parlato in generale e in particulare. E ora per questi stati, contandoti prima del Sagramento, come Io proveggo e per che modo a fare crèsciare la fame ne l’anima, e come Io procuro dentro nel sentimento de l’anime, ministrando lo’ la grazia col mezzo del servidore dello Spirito sancto: allo iniquo per riducerlo in stato di grazia, allo inperfecto per farlo giognere a perfeczione, al perfetto per augmentare e crescere la perfeczione in lui, perché sète atti a crescere, e per farli buoni e perfetti mezzi tra l’uomo, che è caduto in guerra, e me. Perché giá ti dixi, se ben ti ricorda, che col mezzo de’ servi miei Io farei misericordia al mondo e col molto sostenere riformarei la sposa mia.

Veramente questi cotali si possono chiamare un altro Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, perché hanno preso a fare l’offizio suo. Egli venne come tramezzatore, per levare la guerra e reconciliare in pace con meco l’uomo, col molto sostenere infino a l’obbrobriosa morte della croce. Cosí questi cotali vanno crociati, facendosi mezzo con l’orazione, con la parola e con la buona e sancta vita, ponendola per exempro dinanzi a loro. Rilucono le pietre preziose delle virtú con pazienzia, portando e sopportando i loro difecti. Questi sonno e’ lami con che essi pigliano l’anime. Essi gictano la rete da la mano dricta e non da la manca, come dixe la mia Verità a Pietro e agli altri discepoli doppo la resurreczione; però che la mano manca del proprio amore è morta in loro, e la mano dricta è viva d’uno vero e schiecto, dolce e divino amore, col quale gictano la rete del sancto desiderio in me, mare pacifico. E giugnendo la storia che fu inanzi a la resurreczione con quella che fu doppo, sappi che, tirando a loro la rete, richiudendola nel cognoscimento di loro, pigliano tanta abondanzia di pesci d’anime, che si conviene che chiamino il compagno perché gli aiti a trarli della rete, però che solo non può. Perché nello strignere e nel gittare gli conveniva la compagnia della vera umilità, chiamando il proximo per dileczione, chiedendo che gli aiti a trare questi pesci de l’anime.

E che questo sia vero, tu il vedi ne’ servi miei e pruovi ché si grande peso lo’ pare a tirare queste anime che sonno prese nel sancto desiderio loro, che chiamano compagnia, e vorrebero che ogni creatura che ha in sé ragione gli aitasse, con umilità reputandosi insufficienti. E però ti dixi che chiamavano l’umilità e la caritá del proximo, ché gli aitasse a trare questi pesci. Tirando, ne trae in grandissima abondanzia: poniamo che molti per li loro difecti n’escono, che non stanno rinchiusi nella rete. La rete del desiderio gli ha ben tucti presi, perché l’anima, affamata de l’onore mio, non si chiama contenta a una particella, ma tucti gli vuole: e’ buoni dimanda perché gli aitino a niectere e’ pesci nella rete sua, acciò che si conservino e crescano la perfeczione. Gl’imperfecti vorrebbe che fussero perfecti, e’ gattivi vorrebbe che fussero buoni, gl’infedeli tenebrosi vorrebbe che tornassero al lume del sancto baptesimo. Tucti gli vuole: di qualunque stato o condizione si siano, perché tucti gli vede in me, creati dalla mia bontá in tanto fuoco d’amore e ricomprati del sangue di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo. Si che tucti gli ha presi nella rete del sancto desiderio suo. Ma molti n’escono, come decto è, che si partono dalla grazia per li difecti loro: e gl’infedeli e gli altri che stanno in peccato mortale. Non è però che essi non siano in quello desiderio per continua orazione: però che, quantunque l’anima si parta da me per le colpe sue, e da l’amore e conversazione che debbono avere a’ servi miei, e debita reverenzia; non è però diminuito, né debba diminuire, l’affecto della caritá in loro. Si che essi gictano questa dolce rete dalla mano dricta.

O figliuola carissima, se tu considerrai punto facto che fece il glorioso appostolo Pietro, il quale si conta nel sancto Evangelio, che gli fece fare la mia Verità quando gli comandò che gittasse la rete nel mare, Pietro rispose che tucta nocte s’era afadigato e neuno n’aveva potuto avere, dicendo: — «Ma nel comandamento e alla parola tua, io la gittarò»; — gittandola, ne prese in tanta abondanzia, che solo non poté tirarla fuore, e chiamò e’ discepoli che l’aitassero. Dico che in questa figura, la quale fu in veritá cosí (ma figura te per quello che decto Io t’ho), tu la troverai che ella t’è propria. E fotti sapere che tucti e’ misteri e modi che tenne la mia Verità nel mondo, e co’ discepoli e senza e’ discepoli, erano figurativi dentro ne l’anima de’ servi miei, e in ogni maniera di genti ; acciò che in ogni cosa poteste avere regola e doctrina, speculandovi col lume della ragione: e a’ grossi e a’ sottili, a quegli che hanno basso intendimento e alto; ogniuno può pigliare la parte sua, pure che voglia.

Dixiti che Pietro al comandamento del Verbo gittò la rete. Si che fu obbediente, credendo con fede viva poterli pigliare; e però ne prese assai, ma non nel tempo della nocte. Sai tu qual è il tempo della nocte? È la scura nocte del peccato mortale, quando l’anima è privata del lume della grazia. In questa nocte veruna cosa prende, però che gitta l’affetto suo non nel mare vivo, ma nel morto, dove truova la colpa, che è non tavelle. Indarno s’affadiga con grandi e intollerabili pene, senza veruna utilitá: fannosi màrteri del dimonio e non di Cristo crocifixo. Ma, apparendo el di, che egli esce della colpa e torna a lo stato della grazia, gli appariscono nella mente sua e’ comandamenti della Legge, e’ quali li comandano che gitti questa rete nella parola del mio Verbo, amando me sopra ogni cosa e il proximo come se medesimo. Allora con obbedienzia e col lume della fede, con ferma speranza, la gitta nella parola sua, seguitando la dottrina e le vestigie di questo dolce e amoroso Verbo, e discepoli. E come gli piglia, e cui egli chiama, giá te l’ho detto di sopra, e però non te gli ricapitolo piú.

CXLVII - Come la predetta rete la gitta; piú perfettamente uuo; che un altro, unge piglia piú pesci. E de la excellenzia di questi perfetti.

— Questo t’ho detto, acciò che col lume de l’intelletto cognosca con quanta providenzia questa mia Verità, nel tempo che conversò con voi, egli adoperò e’ ministeri suoi e tutti e’ suoi atti; perché tu cognosca quello che vi conviene fare, e quello che fa l’anima che sta in questo perfectissimo stato. E pensa che piú perfetto il fa uno che un altro, secondo che va ad obbedire a questa parola piú promptamente e con piú perfetto lume, perduta ogni speranza di sé, ma solo ricolta in me, suo Creatore. Piú perfettamente la gitta colui che obedisce, observando e’ comandamenti e consigli mentalmente e attualmente, che colui che observa solo i comandamenti, e i consigli mentalmente. Ché chi non osservasse i consigli mentalmente, giá non observarebbe e’ comandamenti attualmente, perché sonno legati insieme, sí come in un altro luogo piú pienamente lo ti narrai. Si che perfettamente piglia, secondo che perfectamente gitta. Ma e’ perfecti, de’ quali Io t’ho narrato, pigliano in abbondanzia e in grande perfeczione.

Oh! come hanno ordinati gli organi loro per la buona e dolce guardia che fece la guardia del libero arbitrio alla porta della volontà. Tutti e’ sentimenti loro fanno un suono soavissimo, el quale esce dentro della città de l’anima, perché le porte sonno tutte chiuse e aperte. Chiusa è la volontà all’amore proprio; ed è aperta a desiderare e amare il mio onore e la dileczione del proximo: Lo intell’ecto è chiuso a raguardare le delizie, vanità e miserie del mondo, le quali sonno tutte una notte che dànno tenebre allo ‘ntellecto che disordenatamente le guarda; ed è aperto col lume posto ne l’obietto del lume della mia Verità. La memoria è serrata nel ricordamento del mondo e di sé sensitivamente; ed è aperta a ricevere e reducersi a memoria el ricordamento de’ benefizi miei. L’affetto de l’anima fa allora uno giubilo e uno suono, temparate e acordate le corde con prudenzia e lume; accordate tutte a uno suono, cioè a gloria e loda del nome mio.

In questo medesimo suono, che sonno acordate le corde grandi delle potenzie de l’anima, sonno acordate le piccole de’ sentimenti e strumenti del corpo. Si com’ Io ti dixi, parlandoti degl’ iniqui uomini, che tutti sonavano morte, ricevendo e’ loro nemici; cosí questi suonano vita, ricevendo gli amici delle vere e reali virtú, stormentano con sancte e buone operazioni. Ogni menbro lavora el lavorio che gli è dato a lavorare, ogniuno perfettamente nel grado suo: l’occhio nel suo vedere, l’orecchia nel suo udire, l’odorato nel suo odorare, il gusto nel suo gustare, la mano nel toccare e adoperare, e’ piei ne l’andare. Tutti s’accordano in uno medesimo suono: a servire il proximo per gloria e loda del nome mio, e servire l’anima con buone e sancte e virtuose operazioni, obbedienti a l’anima a rispondere come organi. Piacevoli sonno a me, piacevoli a la natura angelica, e piacevoli a’ veri gustatori, che gli aspettano con grande gaudio e allegrezza dove participarà il bene l’uno de l’altro, e piacevoli al mondo. Voglia il mondo o no, non possono fare gl’ iniqui uomini che non sentano de la piacevolezza di questo suono. Anco, molti e molti con questo ]amo e stor. mento ne rimangono presi: partonsi dalla morte e vengono alla vita.

Tucti e’ sancti hanno preso con questo organo. El primo che solfasse in suono di vita fu il dolce e amoroso Verbo, pigliando la vostra umanità. E con questa umanità unita con la Deitá, facendo uno dolce suono in su la croce, prese il figliuolo de l’umana generazione, e prese il dimonio, che ne li tolse la signoria che tanto tempo l’aveva posseduto per la colpa sua. Tucti voi altri sonate inparando da questo Maestro. Con questo imparare da lui presero gli appostoli, seminando la parola sua per tucto il mondo; e’ màrteri e confessori e doctori e le vergini, tucti pigliavano l’anime col suono loro. Raguarda la gloriosa vergine Orsina, che tanto dolcemente sonò il suo stormento, che solo di vergini n’ebbe undici migliaia, e piú d’altretanti d’altra gente ne prese con questo medesimo suono. E cosí tucti gli altri, chi in uno modo e chi in un altro. Chi n’è cagione? La mia infinita providenzia, che ho proveduto in dar lo’ gli strumenti, e dato l’ho la via e ‘l modo con che possino sonare. E ciò ch’ Io do e permetto in questa vita l’è via ad augmentare questi stormenti, se essi la vogliono cognoscere, e che non si voglino tollere il lume, con che e’ veggono, con la nuvila de l’amore proprio, piacere e parere di loro medesimi.

CXLVIII - De la providenzia di Dio in generale, la quale usa verso le sue creature in questa vita é nell’altra.

— Dilarghisi, figliuola, el cuore tuo, e apre l’occhio de l’ intellecto col lume della fede a vedere con quanto amore e providenzia Io ho creato e ordinato l’uomo acciò che goda nel mio sommo, etterno bene. E in tutto ho proveduto, come detto t’ho, ne l’anima e nel corpo, negl’ imperfecti e ne’ perfecti, a’ buoni e a’ gattivi, spiritualmente e temporalmente, nel cielo e nella terra, in questa vita mortale e nella inmortale.

In questa vita mortale, mentre che sète viandanti, Io v’ho legati nel legame della carità: voglia ]’uomo o no, egli ci è legato. Se egli si scioglie per affecto che non sia nella caritá del proximo, egli ci è legato per necessità. Unde, acciò che in acto e in affecto usasse la caritá (e se la perdete in affecto per le iniquità vostre, almeno sète constrecti per vostro bisogno d’usare facto), providdi di non dare a uno uomo, né a ogniuno a se medesimo, el sapere fare quello che bisogna fare in tucto alla vita de l’uomo; ma chi n’ha una parte, e chi n’ha un’altra, acciò che l’uno abbi materia, per suo bisogno, di ricòrrire a l’altro. Unde tu vedi che l’artefice ricorre al lavoratore, e il lavoratore a l’artefice: l’uno ha bisogno de l’altro, perché non sa fare l’uno quello che l’altro. Cosi el cherico e il religioso ha bisogno del secolare, e il secolare del religioso; e l’uno non può fare senza l’altro. E cosí d’ogni altra cosa.

E non potevo Io dare a ogniuno tucto? Si bene; ma volsi, con providenzia, che s’aumiliasse l’uno a l’altro, e costrecti fussero d’usare facto e l’affecto della caritá insieme. Mostrato ho la magnificenzia, bontá e providenzia mia in loro, e essi si lassano guidare alla tenebre della propria fragilità. Le menbra del corpo vostro vi fanno vergogna, perché usano caritá insieme, e non voi: unde, quando il capo ha male, la mano il soviene; e se il dito, che è cosí piccolo menbro, ha male, il capo non si reca a schifo perché sia maggiore e piú nobile che tucta l’altra parte del corpo, anco il soviene con l’udire, col vedere, col parlare e con ciò ch’egli ha. E cosí tucte l’altre menbra. Non fa cosí l’uomo superbo, che, vedendo il povero membro suo infermo e in necessità, non el soviene, non tanto con ciò che egli ha, ma con una minima parola; ma con rimproverio e schifezza volta la faccia adietro. Abbonda in ricchezze, e lassa lui morire di fame; ma egli non vede che la sua miseria e crudeltá gitta puzza a me, e infino al profondo de lo ‘nferno ne va la puzza sua.

Io proveggo quel povarello, e per la povertà gli sarà data somma ricchezza. E a lui, con grande rimproverio, gli sarà rimproverato dalla mia Verità, se egli non si corregge, per lo modo che conta nel sancto Evangelio, dicendo: «Io ebbi fame e non mi desti mangiare; ebbi sete, e non mi desti bere; nudo fui, e non mi vestisti; infermo e in carcere, e non mi visitasti». E non gli varrà in quello ultimo di scusarsi, dicendo: — Io non ti viddi mai, ché, se io t’avesse veduto, io farei facto. — El misero sa bene (e cosí dixe Egli) che quello che fa a’ suoi povaregli, fa a lui. E però giustamente gli sarà dato etterno supplicio con le demonia.

Si che vedi che nella terra Io ho proveduto perché non vadano all’etternale dolore.

Se tu raguardi di sopra, in me vita durabile, nella natura angelica e ne’ cittadini che sonno in essa vita durabile, che in virtú del sangue dell’Agnello hanno avuta vita etterna, Io ho ordinato con ordine la caritá loro, cioè che Io non ho posto che l’uno gusti pure il bene suo proprio, nella beata vita che egli ha da me, e non sia participato dagli altri. Non ho voluto cosí: anco è tanto ordinata e perfecta la caritá loro, che il grande gusta el bene del piccolo, e il piccolo quello del grande. Piccolo, dico, quanto a misura, non che ‘l piccolo non sia pieno come il grande, ognuno nel grado suo, si come in un altro luogo Io ti narrai. Oh! quanto è fraterna questa carità, e quanto è unitiva in me, e l’uno con l’altro, perché da me l’hanno e da me la ricognoscono, con quello timore sancto e debita reverenzia, che rendono loro, s’affogano in me, e in me veggono e cognoscono la loro dignità nella quale Io gli ho posti. L’angelo si comunica con l’uomo, cioè con l’anime de’ beati, e i beati con gli angeli. Sì che ognuno in questa dileczione della carità, godendo el bene l’uno de l’altro, exultano in me con giubilo e allegrezza senza alcuna tristizia, dolce senza alcuna amaritudine, perché, mentre che vissero e nella morte loro, gustàro me per affecto d’amore nella caritá del proximo.

Chi l’ha ordinato? La sapienzia mia con admirabile e dolce providenzia. E se tu ti vòlli al purgatorio, vi trovarrai la mia dolce e inextimabile providenzia in quelle tapinelle anime che per ignoranzia perdéro il tempo, e perché sonno separate dal corpo, non hanno piú el tempo di potere meritare: unde Io l’ ho provedute col mezzo di voi, che anco sète nella vita mortale, che avete il tempo per loro; cioè che con le limosine e divino offizio che facciate dire a’ ministri miei, con digiuni e con orazioni facte in istato di grazia, abbreviate a loro il tempo della pena mediante la mia misericordia. Odi dolce providenzia !

Tucto questo ho decto a te che s’appartiene, dentro ne l’anima, alla salute vostra, per farti inamorare e vestire col lume della fede, con ferma speranza nella providenzia mia, e perché tu gitti te fuore di te, e in ciò che tu hai a fare speri in me senza veruno timore servile.

CXLIX - De la providenzia che Dio usa verso de’ poveri servi suoi, sovenendoli ne le cose temporali.

— Ora ti voglio dire una picciola particella de’ modi ch’ Io tengo a sovenire i servi miei, che sperano in me, nella necessità corporale. E tanto la ricevono perfectamente e inperfectamente, quanto essi sonno perfecti e inperfecti, spogliati di loro e del mondo: ma ogniuno proveggo. Unde i povaregli miei, povari per spirito e di volontà, cioè per spirituale intenzione, non semplicemente dico povari, però che molti sonno povari e non vorrebbero essere: questi sonno ricchi quanto alla volontà e sonno mendichi, perché non sperano in me né portano volontariamente la povertà che Io l’ho data per medicina de l’anima loro, perché la ricchezza farebbe facto male e sarebbe stata loro dannazione; ma e’ servi miei sonno poveri e non mendichi. El mendico spesse volte non ha quello che gli bisogna e pate grande necessità; ma el povaro non abonda, ma ha apieno la sua necessità. Io non gli manco mai mentre ch’egli spera in me: conducoli bene alcuna volta in su la extremità, perché meglio cognoscano e veggano che lo gli posso e voglio provedere, inamorinsi della providenzia mia e abbraccino la sposa della vera povertà. Unde il servo loro dello Spirito sancto, clemenzia mia, vedendo che non abbino quello che lo’ bisogna alla necessità del corpo, accenderà uno desiderio con uno stimolo nel cuore di coloro che possono sovenire, che essi andaranno e soverrannoli de’ loro bisogni. Tucta la vita de’ dolci miei povaregli si governa per questo modo: con sollicitudine che lo do di loro a’ servi del mondo. È vero che, per provarli in pazienzia, in fede e perseveranzia, Io sosterrò che lo’ sia decto rimproverio ingiuria e villania; e nondimeno quel medesimo che lo’ dice e fa ingiuria è costretto dalla mia clemenzia di dar lo’ Pelimosina e sovenire ne’ loro bisogni.

Questa è providenzia generale data a’ miei povarelli. Ma alcuna volta I’usarò ne’ grandi servi miei senza il mezzo della creatura, solo per me medesimo, si come tu sai d’avere provato. E hai udito del glorioso padre tuo Domenico che, nel principio dell’ordine, essendo e’ frati in necessità, intantoché essendo venuta l’ora del mangiare e non avendo che, il dilecto mio servo Domenico, col lume della fede sperando che Io provedesse, dixe: — Figliuoli, ponetevi a mensa. — Obbediendolo e’ frati, alla parola sua si posero a mensa. Allora Io, che proveggo chi spera in me, mandai due angeli con pane bianchissimo, intantoché n’ebbero in grandissima abondanzia per piú volte. Questa fu providenzia non con mezzo d’uomini, ma £acta dalla clemenzia mia dello Spirito sancto.

Alcuna volta proveggo multiplicando una piccola quantità, la quale non era bastevole a loro, si come tu sai di quella dolce vergine sancta Agnesa. La quale, dalla sua puerizia infino a l’ultimo, servi a me con vera umilità, con esperanza ferma, intantoché non pensava di sé né della sua famiglia con dubbitazione. Unde ella con viva fede, per comandamento di Maria, si mosse, poverella e senza alcuna substanzia temporale, a fare il mònasterio. Sai che era luogo di peccatrici. Ella non pensò: — Come potrò io farequesto? — Ma sollicitamente, con la mia providenzia, ne fece luogo sancto, monasterio ordinato a religiose. Ine congregò nel principio circa diciotto fanciulle vergini senza avere cavelle, se non come Io la provedevo: tra l’altre volte, avendo Io sostenuto che tre di erano state senza pane, solo con l’erba. E se tu mi dimandassi : — Perché le tenesti a quel modo, conciosiacosaché di sopra mi dicesti che tu non manchi mai a’ servi tuoi che sperano in te, e che essi hanno la loro necessità? In questo mi pare che lo’ mancasse il loro bisogno, perché pure de l’erba non vive il corpo della creatura, parlando comunemente e in generale di chi non è perfecto: ché, se Agnesa era perfecta ella, non erano l’altre in quella perfeczione; — Io ti risponderei ch’ Io el feci e permissi per farla inebriare della providenzia mia; e quelle, che anco erano inperfecte, per lo miracolo che poi seguitò, avessero materia di fare il principio e fondamento loro nel lume della sanctissima fede. In quella erba o in altro a cui divenisse simile caso, o per verun altro modo, davo e do una disposizione a quel corpo umano, intantoché meglio starà con quella poca dell’erba, o alcuna volta senza cibo, che inanzi non faceva col pane e con l’altre cose che si dànno e sonno ordinate per la vita de l’uomo. E tu sai che egli è cosí, che l’hai provato in te medesima.

Dico che Io proveggo col moltiplicare. Ché, essendo ella stata in questo spazio del tempo, che Io t’ho decto, senza pane, vollendo ella l’occhio della mente sua col lume della fede a me, disse: — Padre e Signore mio, sposo etterno, ed ha’ mi tu facte trare queste figliuole delle case de’ padri loro perché elle periscano di fame? Provede, Signore, alla loro necessità. — Io ero Colui che la facevo adimandare: piacevami di provare la fede sua, e l’umile sua orazione era a me piacevole. Distesi la mia providenzia in quello che con la mente sua stava dinanzi a me, e costrinsi per spirazione una creatura, nella sua mente, che le portasse cinque panuccioli. E, manifestandolo a lei nella sua mente, dixe, vollendosi a le suore: — Andate, figliuole mie, rispondete alla ruota, e tollete quel pane. — Arrecandolo elle, si posero a mensa. Io le diei tanta virtú, nello spezzare el pane che ella fece, che tucte se ne saziarono apieno, e tanto ne levarono di su la mensa, che pienamente un’altra volta n’ebbero abondantemente alla necessità del corpo loro.

Queste sonno delle providenzie che Io uso co’ servi miei a quelli che son povari volontariamente; e non pure volontariamente, ma per spirito. Però che senza spirituale intenzione nulla lo’ varrebbe. Si come divenne a’ filosofi, che, per amore che avevano alla scienzia e volontà d’impararla, spregiavano le ricchezze e facevansi povari volontariamente; cognoscendo, di cognoscimento naturale, che la sollicitudine delle mondane ricchezze gli aveva ad inpedire di non lassarli giognere al termine loro della scienzia, el quale ponevano, per uno loro fine, dinanzi all’occhio de l’intelletto loro. Ma, perché questa volontà de la povertà non era spirituale, fatta per gloria e loda del nome mio, però non avevano vita di grazia né perfeczione, ma morte etternale.

CL - Dei mali che procedono dal tenere o desiderare disordinatamente le ricchezze temporali.

— Doh ! raguarda, carissima figliuola, quanta vergogna a’ miseri uomini amatori delle ricchezze, che non seguitano il cognoscimento che lo’ porge la natura per acquistare il sommo ed etterno Bene! Lo fanno questi filosofi, che, per amore della scienzia, cognoscendo che e’ l’era inpedimento, le gittavano da loro. E questi de le ricchezze si vogliono fare uno idio. E questo manifesta ch’egli è cosí : che essi si dogliono piú quando perdono la ricchezza e substanzia temporale che quando perdono me, che so’ somma ed etterna ricchezza. Se tu raguardi bene, ogni male n’esce di questo disordenato desiderio e volontà della ricchezza.

Egli n’esce la superbia, volendo essere il maggiore; la ingiustizia in sé e in altrui; l’avarizia, che per l’appetito della pecunia non si cura di robbare il fratello suo, né di tollere quello della sancta Chiesa, che è acquistato col sangue del Verbo unigenito mio Figliuolo. Èscene rivendarìa delle carni del proximo suo e del tempo: come sonno gli usurai, che, come ladri, vendono quel che non è loro. Èscene golosità per li molti cibi e disordenatamente prenderli, e disonestà. Ché, se non avesse che spendere, spesse volte non starebbe in conversazioni di tanta miseria. Quanti omicidii, odio e rancore verso il suo proximo, e crudeltá con infidelità verso di me, presumendo di loro medesimi, come se per loro virtú l’avessero acquistate! Non vedendo che per loro virtú non le tengono né l’acquistano, ma solo per mia, perdono la speranza di me, sperando solo nelle loro ricchezze. Ma la speranza loro è, vana, ché, non avedendosene, elle vengono meno: o essi le perdono in questa vita per mia dispensazione e loro utilitá, o essi le perdono col mezzo della morte. Allora cognoscono che vane e none stabili elle erano. Elle inpoveriscono e uccidono l’anima: fanno l’uomo crudele a se medesimo, tolgonli la dignità dello infinito e fannolo finito, cioè che’l desiderio suo, che debba essere unito in me che so’ bene infinito, egli l’ha posto e unito per affetto d’amore in cosa finita. Egli perde il gusto del sapore della virtú e de l’odore della povertà, perde la signoria di sé, facendosi servo delle ricchezze. È insaziabile, perché ama cosa meno di sé; però che tutte le cose che sonno create sonno fatte per l’uomo perché il servissero e non perché egli se ne faccia servo, e l’uomo die servire a me che so’ suo fine.

A quanti pericoli e a quante pene si mette l’uomo, per mare e per terra, per acquistare la grande ricchezza, per tornare poi nella città sua con delizie e stati; e non si cura d’acquistare le virtú né di sostenere un poca di pena per averle, che sonno la ricchezza de l’anima. Essi sonno tutti, ammersi il cuore, e l’affetto, che debba servire a me, egli l’hanno posto nelle ricchezze, e con molti guadagni inliciti carica la conscienza loro. Vedi a quanta miseria egli si recano e di cui e’ si sonno fatti servi: non di cosa ferma né stabile, ma mutabile, ché oggi son ricchi e domane povari ; ora sonno in alto, ora sonno a basso; Ora sono temuti e avuti in reverenzia dal mondo per la loro ricchezza, e ora è facto beffe di loro avendola perduta, con rimproverio e vergogna e senza conpassione eglino son trattati, perché si facevano amare e erano amati per le ricchezze e non per virtú che fussero in loro. Ché, se fussero stati amati e fussersi facti amare per le virtú che fussero state in loro, non sarebbe levata la reverenzia né l’amore, perché la sustanzia temporale fuxe perduta e non la ricchezza delle virtú.

Oh, come è grave loro a portare nella coscienzia loro questi pesi! E l’è si grave, che in questo camino della perregrinazione non può còrrire né passare per la porta stretta. Nel `sancto Evangelio vi disse cosí la mia Verità: che «egli è piú inpossibile ad intrare uno ricco a vita etterna che uno camello per una cruna d’aco». Ciò sonno coloro che con disordenato e miserabile affetto posseggono o desiderano la ricchezza. Però che molti sonno quelli che sonno povari, si com’ Io ti dixi, e per affetto d’amore disordenato posseggono tutto il mondo con la loro volontà, se essi el potessero avere. Questi non possono passare per la porta, però che ella è stretta e bassa; unde, se non gittano il carico a terra e non ristrengono l’affetto loro nel mondo e chinano il capo per umilità, non ci potranno passare. E non ci è altra porta che gli conduca ad vita se non questa. Ècci la porta larga che gli mena a l’etterna dannazione; e, come ciechi, non pare che veggano la loro ruina, che in questa vita gustano l’arra de l’inferno. Però che in ogni modo ricevono pena, desiderando quello che non possono avere. Non avendo, hanno pena, e se e’ perdono, perdono con dolore. Con quella misura hanno il dolore, che essi la possedevano con amore. Perdono la dileczione del proximo, non si curano d’acquistare veruna virtú. Oh, fracidume del mondo! non le cose del mondo in loro, però che ogni cosa creai buona e perfetta, ma fracido è colui che con disordenato amore le tiene e cerca. Mai non potresti con la tua lingua narrare, figliuola mia, quanti sonno e’ mali che n’escono e veggonne e pruovanne tutto di; e non vogliono vedere né cognoscere il danno loro.

CLI - De la excellenzia de’ poveri per spirituale intenzione. E come Cristo ci amaestrò di questa povertà non solamente per parole, ma per exemplo. E de la providenzia di Dio verso di quelli che questa povertà pigliano.

— Hottene toccato alcuna cosa perché meglio cognosca il tesoro della povertà volontaria per spirito. Chi la cognosce? I diletti povaregli servi miei, che, per potere passare questo camino e intrare per la porta stretta, hanno gittato a terra il peso delle ricchezze. Alcuno le gitta attualmente e mentalmente; e questi sonno quegli che observano e’ comandamenti e consigli attualmente e mentalmente. E gli altri observano i consigli solo mentalmente, spogliatosi l’affetto della ricchezza, ché non la possiede con disordenato amore, ma con ordine e timore sancto; fattone non posessore, ma dispensatore a’ povari. Questo è buono; ma el primo è perfetto, con piú frutto e meno inpaccio, in cui si vede piú rilucere la providenzia mia attualmente. Della quale, insiememente commendando la vera povertà, Io ti compirò di narrare. L’uno e l’altro hanno chinato il capo, facendosi piccoli per vera umilità. E perché in un altro luogo, se ben ti ricorda, di questo secondo alcuna cosa ti parlai, però ti dirò solo di questo primo.

Io t’ho mostrato e detto che ogni male, danno e pena in questa vita e ne l’altra esce da l’amore delle ricchezze. Ora ti dico, per contrario, che ogni bene, pace e riposo e quiete esce della vera povertà. Mirami pure l’aspetto de’ veri povaregli: con quanta allegrezza e giocundità stanno; mai non si contristano se non de l’offesa mia, la quale tristizia non affligge ma ingrassa l’anima. Per la povertà, hanno acquistata la somma ricchezza; per lassare la tenebre, truovansi perfectissima luce; per lassare la tristizia del mondo, posseggono allegrezza; per li beni mortali, truovano gl’ inmortali e ricevono maxima consolazione. Le fadighe e’l sostenere l’è uno rifrigerio, con giustizia e caritá fraterna con ogni creatura che ha in sé ragione. Non sono acceptatori delle creature in cui riluce la virtú della sanctissima fede e vera speranza, dove arde il fuoco della divina caritá in loro: ché, col lume della fede che ebbero in me, somma e etterna ricchezza, levarono la speranza loro dal mondo e da ogni vana ricchezza, e abbracciarono la sposa della vera povertà con le serve sue. E sai quali sonno le serve della povertà? La viltà e dispiacimento di sé e la vera umilità, che servono e notricano l’affecto della povertà ne l’anima. Con questa fede e speranza, accesi di fuoco di carità, saltavano e saltano e’ veri servi miei fuore delle ricchezze e del proprio sentimento. Si come il glorioso Matteo appostolo lassò le grandi ricchezze saltando il banco, e seguitò la mia Verità, che v’insegnò il modo e regola, insegnandovi amare e seguitare questa povertà. E non ve la insegnò solamente con parole, ma con exemplo; unde, dal principio della sua natività infino a l’ultimo della vita sua, in exemplo v’insegnò questa doctrina.

Egli la sposò per voi questa sposa della vera povertà, conciosiacosaché egli fusse somma ricchezza per l’unione della natura divina, unde egli è una cosa con meco e Io con lui, che so’ etterna ricchezza. E se tu il vuoli vedere umiliato in grande povertade, raguarda Dio essere facto uomo, vestito della viltà e umanità vostra. Tu vedi questo dolce e amoroso Verbo nascere in una stalla, essendo Maria in camino, per mostrare a voi viandanti che voi dovete sempre rinascere nella stalla del cognoscimento di voi, dove trovarrete nato me, per grazia, dentro ne l’anima vostra.

Tu il vedi stare ine in mezzo degli animali in tanta povertà, che Maria non ha con che ricoprirlo. Ma, essendo tempo di freddo, col fiato de l’animale e col fieno, si el riscaldava. Essendo fuoco di carità, vuole sostenere freddo ne l’umanità sua in tucta la vita. Mentre che visse nel mondo volse sostenere, e senza e’ discepoli e co’ discepoli: unde alcuna volta, per la fame, sgranellavano i discepoli le spighe e mangiavano le granella. E, ne l’ultimo della vita sua, nudo fu spogliato e fragellato alla colonna, e assetato sta in sul legno della croce, in tanta povertà, che la terra e il legno gli venne meno, non avendo luogo dove riposare il capo suo; ma convennesi che sopra la spalla sua riposasse il capo, e, come ebbro d’amore, vi fa bagno del sangue suo, aperto il Corpo di questo Agnello, che da ogni parte versa.

Essendo in miseria, dona a voi la grande ricchezza; stando in sul legno strecto della croce, egli spande la larghezza sua a ogni creatura che ha in sé ragione; assaggiando l’amaritudine del fiele, egli dá a voi perfectissima dolcezza; stando in tristizia, vi dá consolazione; stando confitto e chiavellato in croce, vi scioglie dal legame del peccato mortale; essendosi facto servo, ha facti voi liberi e tracti de la servitudine del dimonio; essendo venduto, v’ha ricomperati di Sangue; dando a sé morte, ha dato a voi vita.

Bene v’ha dato dunque regola d’amore, mostrandovi maggiore amore che mostrare vi potesse, dando la vita per voi, che eravate facti nemici a lui e a me, sommo ed etterno Padre. Questo non cognosce lo ignorante uomo, che tanto m’offende e tiene a vile si facto prezzo. Havi data regola di vera umilità, umiliandosi a l’obrobriosa morte della croce; e di viltà, sostenendo gli obrobri e i grandi rimprovèri; e di vera povertà, unde parla di lui la Scrittura, lamentandosi in sua persona: «Le volpi hanno tana e gli uccelli hanno il nido, e’l Figliuolo della Vergine non ha dove riposare il capo suo». Chi el cognosce questo? Quello che ha il lume della sanctissima fede. In cui truovi questa fede? Ne’ povaregli per spirito, che hanno presa per sposa la reina della povertà, perché hanno gittato da loro le ricchezze che dànno tenebre d’ infidelità.

Questa reina ha il reame suo che non v’è mai guerra, ma sempre ha pace e tranquilità. Ella abbonda di giustizia, perché quella cosa che commecte ingiustizia è separata da lei; le mura della città sua son forti, perché ‘l fondamento non è facto Sopra la terra, ma sopra la viva pietra: Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo.Dentro v’è luce senza tenebre, perché la madre di questa reina è l’abisso della divina caritá. L’addornamento di questa città è la pietà e misericordia, perché n’ha tracto il tiranno della ricchezza che usava crudeltá. Ine v’è una benivolenzia con tucti i cittadini, cioè la dileczione del proximo. Avi la longa perseveranzia con la prudenzia, che non va né governa la città sua imprudentemente, ma con molta prudenzia e solicita guardia. Unde l’anima, che piglia questa dolce reina della povertà per sposa, si fa signore di tucte queste ricchezze, e non può essere de l’uno che ella non sia de l’altro.

Guarda giá che la morte de l’appetito delle ricchezze non cadesse in quella anima: allora sarebbe divisa da quello bene, e trovarebbesi di fuore della città in somma miseria. Ma, se ella è leale e fedele a questa sposa, sempre in etterno le dona la ricchezza sua. Chi vede tanta excellenzia? in cui riluce il lume della fede. Questa sposa riveste lo sposo suo di purità, tollendo via la ricchezza che ‘l faceva inmondo; privalo delle gattive conversazioni e dagli le buone; tra’ne la marcia della negligenzia, gittando fuore la sollicitudine del mondo e delle ricchezze; tra’ne l’amaritudine e rimane la dolcezza; taglia le spine e rimanvi la rosa; vòta lo stomaco de l’anima d’umori corrocti del disordenato amore, e fallo leggiero; e, poi che egli è vòto, l’empie del cibo delle virtú, che dànno grandissima soavità. Ella gli pone il servo de l’odio e de l’amore, acciò che purifichi il luogo suo: unde el odio del vizio e della propria sensualità spazza l’anima, e l’amore delle virtú l’addorna; tra’ne ogni dubbitazione, privandola del timore servile e dalle sicurtà con timore sancto.

Tucte le virtú, tucte le grazie, piaceri e dilecti che sa desiderare truova l’anima che piglia per sposa la reina della povertà. Non teme briga, ché non è chi le facci guerra; non teme di fame né di caro, perché la fede vide e sperò in me, suo Creatore, unde procede ogni ricchezza e providenzia, che sempre gli pasco e gli notrico. E trovossi mai uno vero mio servo, sposo della povertà, che perisse di fame? No, ché si sonno trovati di quelli che sonno abondati nelle grandi ricchezze, confidandosi nelle lore ricchezze e non in me, e però perivano; ma a questi non manco lo mai, perché non mancano in speranza, e però gli proveggo come benigno e pietoso padre. E con quanta allegrezza e larghezza sonno venuti a me, avendo cognosciuto col ( ) lume della fede che, dal principio infino a l’ultimo del mondo, ho usato e uso e usarò in ogni cosa la providenzia mia spiritualmente e temporalmente, come decto è. Fogli Io bene sostenere, si com’ Io ti dixi, per farli crescere in fede e in speranza e per rimunerarli delle lore fadighe; ma non lo’ manco mai in veruna cosa che lo’ bisogni. In tucto hanno provato l’abisso della mia providenzia, gustandovi el lacte della divina dolcezza, e però non temono l’amaritudine della morte: ma con ansietato desiderio corrono, come morti al proprio sentimento di loro e delle ricchezze, abbracciati con la sposa della povertà come inamorati, e vivi nella volontà mia, a sostenere freddo, nudità, caldo, fame, sete, strazi e villanie; e a la morte, con desiderio di dare la vita per amore della Vita (cioè di me, che so’ toro vita) e il sangue per amore del Sangue.

Raguarda gli appostoli povarelli e gli altri gloriosi màrteri, Pietro, Pavolo, Stefano e Lorenzo, che non pareva che stesse sopra ‘l fuoco, ma sopra fiori di grandissimo dilecto, quasi stando in mocti col tiranno, dicendo: — Questo lato è cocto: vòllelo e comincialo a mangiare. — Col fuoco grande della divina caritá spegneva il piccolo nel sentimento de l’anima sua. Le pietre a Stefano parevano rose: chi n’era cagione? L’amore, col quale aveva preso per sposa la vera povertà, avendo Tassato il mondo per gloria e loda del nome mio, e presala per sposa col lume della fede, con ferma speranza e prompta obbedienzia: fattisi obbedienti a’ comandamenti e a’ consigli che lo’ die’ la mia Verità actualmente e mentalmente, come decto è.

La morte hanno in desiderio e la vita in dispiacere e ad inpazienzia, non per fuggire labore né fadiga, ma per unirsi in me, che so’ loro fine. E perché non temono la morte che naturalmente l’uomo teme? Perché la sposa, la quale egli hanno presa della povertà, gli ha facci sicuri, tollendo lo’ l’amore di sé e delle ricchezze. Unde con la virtú hanno conculcato l’amore naturale e ricevuto quello lume e amore divinq che è sopra naturale. E come potrà l’uomo che è in questo stato dolersi della . morte sua, che desidera di lassare la vita, e pena gli è di portarla quando la vede tanto prolongare? Potrassi dolere di lassare le ricchezze del mondo, che l’ha spregiate con tanto desiderio? Non è grande facto ponto, ché chi non ama non si duole, anco si dilecta quando lassa la cosa che odia. Si che, da qualunque lato tu ti vòlli, truovi in loro perfecta pace e quiete e ogni bene; e ne’ miseri, che posseggono con tanto disordenato amore, sommo male e intollerabili pene: poniamo che all’aspecto di fuore paresse il contrario; ma in veritá egli è pure cosí.

E chi non avarebbe giudicato che Lazzaro povero fusse stato in somma miseria, e il ricco danpnato in grande allegrezza e riposo? E nondimeno non era né fu cosí: ché sosteneva maggiore pena quello ricco con le sue ricchezze, che Lazzaro povarello crociato di lebbra; perché in lui era viva la volontà unde procede ogni pena, e in Lazzaro era morta, e viva in me, che nella pena aveva rifrigerio e consolazione. Essendo cacciato dagli uomini, e maximamente dal ricco danpnato, non forbito né governato da loro, Io provedevo che l’animale, che non ha ragione, leccasse le piaghe sue; e ne l’ultimo della loro vita vedete, col lume della fede, Lazzaro a vita etterna e il ricco ne l’inferno.

Si che i ricchi stanno in tristizia e i dolci miei povarelli in allegrezza. Io me gli tengo al pecto mio, dando lo’ del lacte delle molte consolazioni: perché tucto lassarono, però tucto mi posseggono; lo Spirito sancto si fa baglia de l’anime e de’ corpicelli loro in qualunque stato e’ sieno. Agli animali li fo provedeve in diversi modi, secondo che hanno bisogno: agl’infermi solitari farò escire l’altro solitario della cella per andare a sovenirlo; e tu sai che molte volte t’adivenne ch’ Io ti trassi di cella per satisfare alla necessità delle povarele che avevano bisogno. Alcuna volta te la feci provare in te questa medesima providenzia, facendoti sovenire alla tua necessità, e, quando mancava la creatura, non mancavo Io; tuo Creatore. In ogni modo Io gli proveggo. E unde verrà che l’uomo, stando nelle ricchezze e in tanta cura del corpo suo e con molti panni, e sempre starà infermiccio; e spregiando poi sé e abbracciando la povertà per amore di me, el vestimento terrà solo per ricoprire il corpo suo, e diventarà forte e sano, e veruna cosa parrà che gli sia nociva, che a quello corpo non pare che gli faccia danno piú né freddo né caldo né grossi cibi? Dalla mia providenzia gli venne, che providdi e tolsi ad avere cura di lui, perché tucto si lassò.

Adunque vedi, dilectissima figliuola, in quanto riposo e dilecto stanno questi dilecti miei povaregli.

CLII - Repetizione in somma de la predecta divina providenzia.

— Ora t’ho narrato alcuna picciola particella della providenzia mia in ogni creatura e in ogni maniera di gente, come decto è; mostrandoti che, dal principio ch’ Io creai el mondo primo, e il secondo mondo della mia creatura, dandole l’essere alla imagine e similitudine mia, infino a l’ultimo, Io ho usato, facto e fo ciò che Io fo con providenzia per procurare alla salute vostra, perché Io voglio la vostra sanctificazione; e ogni cosa data a voi, che abbia essere, vi do per questo fine. Questo non veggono gl’ iniqui uomini del mondo che s’hanno tolto il lume; e decto t’ho che, però che non cognoscono, si scandelizzano in me. Nondimeno Io con pazienzia gli porto, aspectandogli infine a l’ultimo, procurando sempre al loro bisogno, si com’ Io ti dissi, a loro che sonno peccatori, come de’ giusti, in queste cose temporali e nelle spirituali. Anco t’ho contata la inperfeczione delle ricchezze, una sprizza della miseria nella quale conducono colui che le possiede con disordinato affecto, e della excellenzia della povertà: della ricchezza che dá nell’anima che la elegge per sua sposa, aconpagnata con la sorella della viltà. Della quale viltà insieme con l’obbedienzia ti narrarò.

Anco t’ho mostrato quanto è piacevole a me e come Io la tengo cara e come Io la proveggo con la providenzia mia. Tucto l’ho decto a comendazione di questa virtú e della sanctissima fede, con la quale gionse a questo perfectissimo stato ed excellentissimo, per farti crescere in fede e in speranza, e perché bussi alla porta della mia misericordia. Con fede viva tiene che il desiderio tuo e de’ servi miei lo l’adempirò col molto sostenere infino alla morte. Ma confortati ed exulta in me, che so’ tuo difenditore e consolatore.

Ora ho satisfacto al parlare della providenzia, della quale tu mi pregasti che lo provedesse alla necessità delle mie creature, e hai veduto che lo non so’ dispregiatore de’ sancti e veri desidèri.

CLIII - Come questa anima, laudando e ringraziando Dio, el prega che esso le parli de la virtú de la obedienzia.

Allora quella anima, come ebbra, innamorata della vera e sancta povertà, dilatata nella somma, etterna grandezza, e transformata ne l’abisso della somma e inextimabile providenzia (intantoché, stando nel vassello del corpo, si vedeva fuore del corpo per la obunbrazione e rapire che facto aveva il fuoco della sua caritá in lei), teneva l’occhio de l’ intellecto suo fixo nella divina maiestà, dicendo al sommo e etterno Padre:

— O Padre etterno ! O fuoco e abisso di caritá ! O etterna bellezza, o etterna sapienzia, o etterna bontá, o etterna clemenzia, o speranza, o refugio de’ peccatori, o larghezza inextimabile, o etterno e infInito bene, o pazzo d’amore! E hai tu bisogno della tua creatura? Sí, pare a me; ché tu tieni modi come se senza lei tu non potessi vivere, conciosiacosaché tu sia vita, dal quale ogni cosa ha vita e senza te neuna cosa vive. Perché dunque se’ cosí inpazzato? Perché tu t’ innamorasti della tua factura, piacestiti e dilectastiti in te medesimo di lei, e, come ebbro della sua salute, ella ti fugge, e tu la vai cercando; ella si dilonga, e tu t’appressimi: piú presso non potevi venire che vestirti della sua umanità. E che dicerò? Farò come Troglio.che dicerò: — A, a, — perché non so che Ini dire altro, però che la lingua finita non può exprimere l’affecto de l’anima che infinitamente desidera te. Parrai ch’io possa dire la parola di Pavolo, quando disse: «Né lingua può parlare, né urecchia udire, né occhio vedere, né cuore pensare quello che io viddi». Che vedesti? Vidde «arcana Dei». E io che dico? Non ci aggiongo con questi sentimenti grossi; ma tanto ti dico che hai gustato e veduto, anima mia, l’abisso della somma, etterna providenzia. Ora rendo grazie a te, sommo etterno Padre, della smisurata tua bontá mostrata a me, miserabile, indegna d’ogni grazia. Ma perch’io veggo che tu se’ adempitore de’ sancti desidèri, e la tua Veritá non può mentire, e perché io desidero che ora un poco tu mi parlassi della virtú de l’obbedienzia e della excellenzia sua, si come tu, Padre etterno, mi promectesti che mi narrarestí, acciò che io d’essa virtú m’ inamori, e mai non mi parta da l’obbedienzia tua; piacciati, per la tua infinita bontà, di dirmi della sua perfeczíone, e dove io la posso trovare, e quale è la cagione che me la tolle, e chi me la dá, e il segno che io l’abbi o non l’abbi.