Tractato dell'orazione

Santa Caterina da Siena

Tractato dell'orazione
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LXV - Del modo che tiene l’anima per giognere ad l’amore schietto e liberale. E qui comincia el tractato dell’orazione.

— Poi che l’anima è intrata dentro passando perla doctrina di Cristo crocifixo, con vero amore della virtú e odio del vizio, con perfecta perseveranzia, gionta a la casa del cognoscimento di sé, sta serrata in vigilia e continua orazione, separata al tucto da la conversazione del secolo.

Perché si rinchiuse? Per timore, cognoscendo la sua imperfeczione, e per desiderio che ha di giognere a l’amore schiecto e liberale. E perché vede bene e cognosce che per altro modo non vi può giognere, però aspecta con fede viva l’avenimento di me per acrescimento di grazia in sé.

In che si cognosce la fede viva? Nella perseveranzia della virtú, non vollendo el capo a dietro per veruna cosa che sia, né levarsi da l’orazione sancta per veruna cosa che sia: guarda giá che non fusse per obbedienzia o per carità; altrimenti non debba partirsi da l’orazione. Però che spesse volte, nel tempo ordinato de l’orazione, el dimonio giogne con le molte battaglie e molestie piú che quando si truova fuore de l’orazione. Questo fa per farle venire a tedio l’orazione sancta, dicendo spesse volte: — Questa orazione non ti vale, però che tu non debbi pensare altro né actendere ad altro che a quel che tu dici. — Questo le fa vedere il dimonio perché ella venga a tedio e a confusione di mente, e lassi l’exercizio de l’orazione. La quale è una arme con che l’anima si difende da ogni adversario, tenuta con la mano de l’amore e col braccio del libero arbitrio, difendendosi con essa arme col lume della sanctissima fede.

LXVI - Qui, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo, da piena doctrina come l’anima venga da l’orazione vocale a la mentale; e narra qui una visione che questa devota anima ebbe una volta.

— Sappi, figliuola carissima, che ne l’orazione umile e con. tinua e fedele, con vera perseveranzia acquista l’anima ogni virtú. E però debba perseverare e non lassarla mai, né per illusione di dimonio né per propria fragilità (cioè per pensiero o movimento che venisse nella propria carne sua) né per detto di creatura, ché spesse volte si pone il dimonio sopra le lingue loro, facendo lo’ favellare parole che hanno a impedire la sua orazione. Tutte le debba passare con la virtú della perseveranzia. Oh! quanto è dolce a quella anima, e a me è piacevole la sancta orazione fatta nella casa del cognoscimento di sé e nel cognoscimento di me, aprendo l’occhio de l’intelletto col lume della fede e con l’affetto ne l’abbondanzia della mia caritá !

La quale caritá v’è fatta visibile per lo visibile unigenito mio Figliuolo, avendovela mostrata col sangue suo. El quale sangue inebbria l’anima e vestela del fuoco della divina carità, e dalle il cibo del sacramento (el quale v’ho posto nella bottiga del corpo mistico della sancta Chiesa) del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo tutto Dio e tutto uomo, dandolo a ministrare per le mani del mio vicario, el quale tiene la chiave di questo sangue.

Questa è quella bottiga, della quale ti feci menzione, che stava in sul ponte per dare il cibo e confortare e’ viandanti e perregrini che passano per la dottrina della mia Verità, acciò che per debilezza non vengano meno. Questo cibo conforta poco e assai, secondo el desiderio di colui che ‘l piglia, in qualunque modo el piglia, o sacramentalmente o virtualmente. Sacramentalmente è quando si comunica del sancto Sacramento; virtualmente è comunicandosi per sancto desiderio: si per desiderio della comunione, e si per considerazione del sangue di Cristo crocifixo, cioè comunicandosi sacramentalmente de l’affecto della carità, la quale ha gustata e trovata nel Sangue, ci quale vede che per amore fu sparto. E però vi s’inebria e’vi s’accende per sancto desiderio, e vi si sazia trovandosi piena solo della caritá mia e del proximo suo.

Questo dove l’acquistò? Nella casa del cognoscimento di sé, con sancta orazione, dove perdé la imperfeczione. Si come i discepoli e Pietro perdéro (stando dentro in vigilia e orazione) la imperfeczione loro e acquistàro la perfeczione. Con che? con la perseveranzia condita con la sanctissima fede.

Ma non pensare che riceva tanto ardore e nutrimento da questa orazione solamente con orazione vocale, si come fanno molte anime, che la loro orazione è di parole piú che d’affetto. Le quali non pare che attendano ad altro se none in compire e’ molti salmi e dire i molti paternostri. E compito el numero che si sonno proposti di dire, non pare che pensino piú oltre. Pare che pongano affetto e attenzione a l’orazione solo nel dire vocalmente: ed egli non si vuole fare cosí ; però che, non facendo altro, poco frutto ne tragono, e poco è piacevole a me.

Ma se tu mi dici: — Debbasi lassare stare questa, ché tutti non pare che siano tratti a l’orazione mentale? — No, ma debba andare col modo, ché Io so bene che, come l’anima è prima imperfetta che perfetta, cosí è imperfetta la sua orazione. Debba bene, per non cadere ne l’ozio, quando è ancora imperfetta, andare con l’orazione vocale; ma non debba fare l’orazione vocale senza la mentale: cioè che, mentre che dice, s’ingegni di levare e dirizzare la mente sua ne l’affetto mio, con la considerazione comunemente de’ difetti suoi e del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, dove truova la larghezza della mia caritá e la remissione de’ peccati suoi.

E questo debba fare acciò che ‘l cognoscimento di sé e la considerazione de’ difetti suoi le faccia cognoscere la mia bontá in sé e continuare l’exercizio suo con vera umilità.

Non voglio che siano considerati e’ difecti in particulare, ma in comune, acciò che la mente non sia contaminata per lo ricordamento de’ particulari e ladi peccati. Dicevo che lo non voglio; e non debba avere solo la considerazione de’ peccati in comune né in particulare senza la considerazione e memoria del Sangue e larghezza della misericordia, acciò che non venga a confusione. Ché se ‘l cognoscimento di sé e considerazione del peccato non fusse condito con la memoria del Sangue e speranza della misericordia, starebbe in essa confusione: e con essa, insieme col dimonio che l’ha guidato sotto colore di contrizione e dispiacimento del peccato, giognerebbe a l’etterna dannazione; non solamente per questo, ma perché da questo, non pigliando el braccio della misericordia mia, verrebbe a disperazione.

Questo è uno de’ sottili inganni che ‘l dimonio faccia a’ servi miei. E però conviene, per vostra utilitá e per campare l’inganno del dimonio e per essere piacevoli a me, che sempre vi dilarghiate il cuore e l’affetto nella smisurata misericordia mia con vera umilità. Ché sai che la superbia del dimonio non può sostenere la mente umile; né la sua confusione la larghezza della mia bontá e misericordia, dove l’anima in veritá speri.

E però, se ben ti ricorda, quando el dimonio ti voleva aterrare per confusione, volendoti mostrare che la vita tua fusse stata inganno e non avere seguitata né fatta la volontà mia, tu allora facesti quel che tu dovevi fare e che la mia bontá ti die’ di potere fare (la quale bontá non è nascosa a chi la vuole ricevere), cioè che t’innalzasti nella misericordia mia con umilità, dicendo: — Io confesso al mio Creatore che la vita mia non è passata altro che in tenebre; ma io mi nascondarò nelle piaghe di Cristo crocifixo e bagnarommi nel sangue suo; e cosí avarò consumate le iniquità mie e godarommi, per desiderio, nel mio Creatore.

Sai che alora el dimonio fuggi. E tornando poi con l’altra, cioè di volerti levare in alto per superbia, dicendo: — Tu se’ perfetta e piacevole a Dio; non bisogna piú che t’affliga né che pianga e’ difetti tuoi; — donandoti Io alora el lume, vedesti la via che ti conveniva fare, cioè d’umiliarti; e rispondesti al dimonio, dicendo: — Miserabile a me! Giovanni Baptista non fece mai peccato e fu sanctificato nel ventre della madre, e non dimeno fece tanta penitenzia! E io ho commessi cotanti difecti, e non cominciai mai a cognoscerlo con pianto e vera contrizione, vedendo chi è Dio che è offeso da me, e chi so’ io che l’offendo! —

Allora el dimonio non potendo sostenere l’umilità della mente né la speranza della mia bontá, disse a te: — Maladecta sia tu, ché modo non posso trovare con teco! Se io ti pongo abasso per confusione, e tu ti levi in alto a la misericordia. E se io ti pongo in alto, e tu ti poni abasso, venendo ne l’inferno per umilità, e intro lo ‘nferno mi perseguiti. Si che io non tornarò piú a te, però che tu mi percuoti col bastone della caritá. —

Debba dunque l’anima condire col cognoscimento della mia bontá el cognoscimento di sé, e il cognoscimento di me col cognoscimento di sé. A questo modo l’orazione vocale sarà utile a l’anima che la farà, e a me sarà piacevole. E da l’orazione vocale imperfetta giognarà, perseverando con l’exercizio, a l’orazione mentale perfetta. Ma se semplicemente mira di compire el numero suo, o se per la orazione vocale lassasse l’orazione mentale, non vi giogne mai.

Alcuna volta sarà l’anima si ignorante che, fattosi el suo proponimento di dire cotana orazione con la lingua (e io alcuna volta visitarò la mente sua, quando in uno modo e quando in uno altro: alcuna volta in uno lume di cognoscimento di sé con una contrizione del difetto suo; alcuna volta nella larghezza della mia carità; alcuna volta ponendole dinanzi a la mente sua in diversi modi, secondo che piace a me, la presenzia della mia Verità, e secondo che essa anima avesse desiderato), ed ella, per compire il suo numero, lassa la visitazione di me che sente nella mente, quasi per coscienzia che si farà di lassare quello che ha cominciato.

Non debba fare cosí, però che, facendolo, sarebbe inganno di dimonio; ma subbito che sente disponere la mente per mia visitazione (per molti modi, come detto è), debba abandonare l’orazione vocale. Poi, passata la mentale, se ha tempo, può ripigliare quello che proposto s’aveva di dire; non avendo tenpo non se ne debba curare, né venirne a tedio né confusione di mente. Cosí debba fare. Guarda giá che non fusse l’offlzio divino, el quale i cherici e religiosi sonno tenuti e obligati di dire; e non dicendolo, offendono. Essi debbono infino a la morte dire l’offizio suo. E se essi si sentissero, all’ora debita che si debba dire, la mente tracta e levata per desiderio, si debbano provedere di dirlo innanzi o dirlo poi, sí che non trapassi che il debito de l’offizio non sia renduto.

D’ogni altra cosa che l’anima cominciasse, la debba cominciare vocalmente per giognere a la mentale. E sentendosi la mente disposta, la debba lassare per la cagione decta. Questa orazione vocale, facta nel modo che decto t’ho, giognerà ad perfeczione; e però non debba lassare l’orazione vocale, per qualunque modo ella è facta, ma debba andare col modo che decto t’ho. E cosí con l’essercizio e perseveranzia gustarà l’orazione in veritá e il cibo del sangue de l’unigenito mio Figliuolo. E però ti dixi che alcuno si comunicava virtualmente del Corpo e del sangue di Cristo, benché non sacramentalmente, cioè comunicandosi de l’affecto della carità, la quale gusta col mezzo della sancta orazione, poco e assai, secondo l’affecto di colui che òra.

Chi va con poca prudenzia, e non con modo, poco truova; chi con assai, assai truova; perché quanto l’anima piú s’ingegna di sciogliere l’affecto suo e legarlo in me col lume de l’ intellecto, piú cognosce: chi piú cognosce piú ama; piú amando, piú gusta.

Adunque vedi che l’orazione perfecta non s’acquista con molte parole, ma con affecto di desiderio, levandosi in me con cognoscimento di sé, condito insieme l’uno con l’altro. Cosí insiememente avara la vocale e la mentale, perché elle stanno insieme si come la vita activa e la vita contemplativa.

Benché in molti e in diversi modi s’intenda orazione vocale o vuoli mentale: perché posto t’ho che ‘l desiderio sancto è continua orazione, cioè d’avere buona e sancta volontà. La quale volontà e desiderio si leva al luogo e al tempo ordinato actualmente, agionto a quella continua orazione del sancto desiderio. E cosí l’orazione vocale, stando l’anima nella sancta volontà, la farà al tempo ordinato; o alcuna volta fuore del tempo ordinato la fa continua, secondo che gli richiede la caritá in salute del proximo (si come vede il bisogno e la necessità) e secondo lo stato che Io l’ho posto.

Ogniuno, secondo lo stato suo, debba adoperare in salute de l’anime secondo el principio della sancta volontà. Ciò che aduopera vocalmente e actualmente nella salute del proximo è uno orare virtuale: poniamo che actualmente, a luogo debito, la facci per sé. E fuore della debita orazione sua, ciò che egli fa nella caritá del proximo suo, o in sé per exercizio che egli facesse actualmente di qualunque cosa si fusse, è uno orare. Si come disse il glorioso mio banditore di Pavolo, cioè che «non cessa d’orare chi non cessa di bene adoperare». E però ti dixi che l’orazione si faceva in molti modi se si vede l’actuale unita con la mentale, perché l’actuale orazione facta per lo modo decto è facta con l’affecto della caritá. El quale affecto di caritá è la continua orazione.

Ora t’ho decto in che modo si giogne a l’orazione mentale, cioè con l’essercizio e perseveranzia e lassando la vocale per la mentale quando lo visito l’anima. E hotti decto quale è l’orazione comune e la vocale comunemente fuore del tempo ordinato, e l’orazione della buona e sancta volontà; e come ogni exercizio in sé e nel proximo, che fa con buona volontà, fuore de l’ordinato tempo, è orazione. Adunque virilmente l’anima debba speronare se medesima con questa madre de l’orazione. Questo è quello che fa l’anima che è rinchiusa in casa del cognoscimento di sé, gionta a l’amore de l’amico e filiale. E se essa anima non tiene i modi decai, sempre rimarrebbe nella tiepidezza e imperfeczione sua. E tanto amarebbe, quanto sentisse dilecto o utilitá in me o nel proximo suo.

LXVII - De lo inganno che ricevono gli uomini mondani, e’ quali amano e servono Dio per propria consolazione e dilecto.

— Del quale amore imperfecto ti voglio dire. E non ti voglio tacere uno inganno che in esso amore possono ricevere, nella parte d’amare me per propria consolazione. Unde voglio che tu sappi che il servo mio, che imperfectamente m’ama, cerca piú la consolazione, per la quale egli m’ama, che me. E a questo se ne può avedere: che, mancandoli la consolazione o spirituale, cioè di mente, o consolazione temporale, si turba.

Nelle temporali tocca agli uomini del mondo, che vivono con alcuno acto di virtú, mentre che hanno la prosperità; e sopravenendo la tribulazione, la quale Io do per loro bene, si conturbano in quel poco del bene che adoperavano. E chi gli dimandasse: — Perché ti conturbi? — rispondarebbero: — Perché aviamo ricevuta tribolazione, e quel poco del bene ch’io facevo mel pare quasi perdere, perché non el fo con quel cuore e con quello animo che io facevo, mi pare a me. Questo è per latribolazione che io ho ricevuta, però che mi pareva piú adoperare, e piú pacificamente col cuore riposato, innanzi che ora. —

Costoro sonno ingannati nel proprio dilecto. E non è la veritá che ne sia cagione la tribolazione: né che essi amino meno né aduoparino meno, cioè che l’operazione, che fanno nel tempo della tribolazione, tanto vale in sé quanto di prima, nel tempo della consolazione; anco lo’ potrebbe valere piú, se essi avessero pazienzia. Ma questo l’adiviene perché essi si dilectavano nella prosperità: ine con un poco d’acto di virtú amavano me; ine pacificavano la mente loro con quella poca operazione. Essendo privati di quello dove si posavano, lo’ pare che lo’ sia tolto el riposo nel loro adoperare: ed egli non è cosí.

Ma a loro adiviene come de l’uomo che è in uno giardino: che in esso giardino, perché v’ha dilecto, si riposa con la sua operazione. Parli riposare ne l’operazione, ed egli si riposa nel dilecto che egli ha preso nel giardino. E a questo se n’avede che egli è la veritá che egli si dilecta piú nel giardino che ne l’operazione: però che, toltoli el giardino, si sente privato del dilecto. Però che, se ‘l principale dilecto avesse posto nella sua operazione, non l’avarebbe perduto, anco l’avarebbe seco; perché l’exercizio del bene adoperare non si può perdere (se egli non vuole) perché gli sia tolto el dilecto della prosperità, si come a colui el giardino.

Adunque s’ingannano nel loro adoperare per la propria passione. Unde hanno per uso di dire questi cotali: — Io so che io facevo meglio, e piú consolazione avevo innanzi che io fusse tribulato che ora, e giovavami di fare bene; ma ora non me ne giova né dilecto punto. — El loro vedere e il loro dire è falso, però che, se essi si fussero dilectati del bene per amore del bene della virtú, non l’avarebbero perduto né mancato in loro, anco cresciuto. Ma perché el loro bene adoperare era fondato nel proprio loro bene sensitivo, però lo’ manca e vien lo’ meno.

Questo è lo inganno che riceve la comune gente in alcuno loro bene adoperare. Questi sonno ingannati da loro medesimi, dal proprio dilecto sensitivo.

LXVIII - De lo inganno che ricevono e’ servi di Dio, e’ quali ancora amano Dio di questo amore imperfecto predecto.

— Ma e’ servi miei che anco sonno ne l’amore imperfecto, cercando e amando me con affecto d’amore verso la consolazione e dilecto che truovano in me, qualche volta sono ingannati. Perch’Io so’ remuneratore d’ogni bene che si fa, poco e assai, secondo la misura de l’amore di colui che riceve; per questo do consolazione mentale, quando in uno modo e quando in un altro, nel tempo de l’orazione. Questo non fo perché ella ignorantemente riceva la consolazione, cioè che ella raguardi piú el presente della consolazione che è data da me che me, ma perché ella raguardi piú l’affecto della mia caritá con che Io lel do e la indegnità sua che riceve, che el dilecto della propria consolazione. Ma se ella, ignorante, piglia solo el dilecto senza la considerazione de l’affecto mio verso di lei, ne riceve il danno e lo inganno che lo ti dirò.

L’uno si è che, ingannata da la propria consolazione, cerca essa consolazione e ine si dilecta. E piú che, alcuna volta, sentendo in alcuno modo la consolazione e visitazione mia in sé, e poi partendosi, andarà dietro per la via che tenne quando la trovò, per trovare quella medesima. E Io non le do a uno modo (ché cosí parrebbe ch’Io non avesse che dare); anco le do in diversi modi, secondo che piace a la mia bontá e secondo la necessità e il bisogno suo. Essendo ella ignorante, cercarà pure in quello modo come se ella volesse ponere legge allo Spirito sancto. Non debba fare cosí ; ma debba passare virilmente per lo ponte della dottrina di Cristo crocifixo, e ine ricevere in quel modo, in quello luogo e in quel tempo che piace a la mia bontá di dare. E se Io non do, anco quel non dare Io el fo per amore e non per odio, perché essa mi cerchi in veritá e non m’ami solamente per lo dilecto, ma riceva con umilità piú la caritá mia che il dilecto che truova. Però che, se ella non fa cosí, e che ella vada solo al dilecto a suo modo e non a mio, riceverà pena e confusione intollerabile quando si vedrà tolto l’obiecto del dilecto, el quale si pose dinanzi a l’occhio de l’intellecto suo.

Questi sonno quegli che eleggono le consolazioni a loro modo, cioè che, trovando dilecto, in alcuno modo, di me nella mente loro, vorranno passare con quel medesimo. E alcuna volta sonno tanto ignoranti che, visitandogli Io in altro modo che in quello, faranno resistenzia e non riceveranno, anco vorranno pur quello che s’hanno imaginato. Questo è difecto della propria passione e dilecto spirituale il quale trovò in me: ella è ingannata, però che impossibile sarebbe di stare continuamente in uno modo. Perché, come l’anima non può stare ferma, ché o e’ si conviene che ella vada innanzi à le virtú, o ella torni a dietro; cosí la mente in me non può stare ferma solo in uno dilecto, che la mia bontá non ne dia piú. Molto differenti gli do: alcuna volta do dilecto d’una allegrezza mentale; alcuna volta una contrizione e uno dispiacimento, che parrà che la mente sia conturbata in sé; alcuna volta sarò ne l’anima e non mi sentirà; alcuna volta formarò la mia Verità, Verbo incarnato, in diversi modi dinanzi a l’occhio de l’intelletto suo, e nondimeno non parrà che essa, nel sentimento de l’anima, el senta con quello calore e dilecto che a quello vedere le pare che dovesse seguitare; e alcuna volta sentirà e non vedrà grandissimo dilecto.

Tucto questo fo per amore e per conservarla e acrescerla nella virtú de l’umilità e nella perseveranzia, e per insegnarle che essa non voglia poner regola a me, né il fine suo nella consolazione, ma solo nella virtú fondata in me; ma con umilità riceva l’uno tempo e l’altro, e con affecto d’amore l’affecto mio con che Io do; e con viva fede creda ch’Io do a necessità o della salute sua, o a necessità di farla venire a la grande perfeczione.

Debba dunque stare umile, facendo el principio e il fine ne l’affecto della mia carità, e ricevere in essa caritá dilecto e non dilecto, secondo la mia volontà e non secondo la sua. Questo è il modo a non volere ricevere inganno, anco ogni cosa ricevere per amore da me che so’ loro fine, fondati nella dolce mia volontà.

LXIX - Di quelli e’ quali, per non lassare la loro pace e consolazione, non sovengono al proximo ne le sue necessitadi.

— Hotti decto de l’inganno che ricevono coloro che a loro modo vogliono gustare e ricevare me nella mente loro.

Ora ti voglio dire il secondo inganno di coloro che tucto el loro dilecto è posto in ricevere la consolazione della mente loro; intanto che spesse volte vedranno el proximo loro in necessità o spirituale o temporale e non li soverranno, socto colore di virtú dicendo: — Io ne perdo la pace e la quiete della mente, e non dico l’ore mie a l’ora né al tempo. — Unde, non avendo la consolazione, ne lo’ pare offendere me: ed essi sonno ingannati dal proprio dilecto spirituale della mente loro; e offendonmi piú non sovenendo a la necessità del proximo che Tassando tucte le loro consolazioni. Perché ogni exercizio vocale e mentale è ordinato da me, che l’anima el facci per giognere a la caritá perfecta di me e del proximo, e di conservarla in essa caritá. Si che egli m’offende piú Tassando la caritá del proximo per lo suo exercizio actuale e quiete di mente, che lassando l’exercizio per lo proximo.

Perché nella caritá del proximo truovano me, e nel dilecto loro, dove cercano me, ne sarebbero privati. Però che, non sovenendo, ipso facto diminuiscono la caritá del proximo; diminuita la caritá del proximo, diminuisce l’affecto mio verso di loro; diminuito l’affecto, diminuita la consolazione. Si che, volendo guadagnare, essi perdono; e volendo perdere, guadagnano; cioè che, volendo perdere le proprie consolazioni in salute del proximo, riceve e guadagna me e il proximo suo, sovenendolo e servendolo caritativamente.

E cosí gustarebbero in ogni tempo la dolcezza della caritá mia. E, non facendolo, stanno in pena: perché alcuna volta si converrà pur che ‘l sovenga, o per forza o per amore, o per infermità corporale o per infermità spirituale che egli s’abbi; sovenendolo, el soviene con pena, con tedio di mente e stimolo di coscienzia, e diventa incomportabile a sé e ad altrui. E chi el dimandasse: — Perché senti questa pena? — rispondarebbe: — Perché mi pare avere perduta la pace e la quiete della mente, e molte cose, di quelle che io solevo fare, ho lassate, e credone offendere Dio. — Ed egli non è cosí; ma perché ‘l suo vedere è posto nel proprio dilecto, però non sa discernere né cognoscere in veritá dove sta la sua offesa. Però che vedrebbe che l’offesa non sta in non avere la consolazione mentale, né in Tassare l’essercizio de l’orazione nel tempo della necessità del proximo suo; anco sta in essere trovato senza la caritá del proximo, el quale egli debba amare e servire per amore di me.

Si che vedi come s’inganna solo col proprio amore spirituale verso di sé.

LXX - De lo inganno che ricevono quelli li quali hanno posto tucto el loro affecto ne le consolazioni e visioni mentali.

— E alcuna volta per questo cosí facto amore ne riceve anco piú danno. Ché se l’affecto suo solo si pone e cerca nella consolazione e visioni le quali spesse volte dono e do a’ servi miei, quando ella se ne vede privata cade in amaritudine e in tedio di mente, perché le pare essere privata della grazia quando alcuna volta mi sottrago della mente sua; si come ti dixi che Io andavo e tornavo ne l’anima, partendomi non per grazia ma per sentimento, per fare venire l’anima ad perfeczione. Si che ne cade in amaritudine, e parle essere intro lo ‘nferno, sentendosi levata dal dilecto e sentendo le molestie delle molte temptazioni.

Non debba essere ignorante né lassarsi tanto ingannare al proprio amore spirituale che non cognosca la veritá; e cognoscere me in sé, che so’ Io colui, sommo Bene, che le conservo la buona volontà, nel tempo delle bactaglie, che non corre per dilecto dietro a loro. Debbasi dunque umiliare, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E però mi sottrago da lei, per questa cagione: per farla umiliare e per farle cognoscere la caritá mia in sé, trovandola nella buona volontà che lo le conservo nel tempo delle bactaglie; e perché essa non riceva solamente il lacte della dolcezza sprizzato da me nella faccia de l’anima sua, ma perché essa s’atacchi al pecto della mia Verità, si che riceva el lacte insieme con la carne, cioè di trare a sé il lacte della mia caritá col mezzo della Carne di Cristo crocifixo, cioè della doctrina sua, della quale v’ho facto ponte acciò che per lui giongano a me. Per questo mi ritrago da loro.

Andando elleno con prudenzia, e non con ignoranzia ricevendo solamente il lacte, ritorno a loro con piú dilecto e fortezza e lume e ardore di caritá. Ma se esse ricevono con tedio e con tristizia e confusione di mente ci partire del sentimento della dolcezza mentale, poco guadagnano e permangono nella tiepidezza loro.

LXXI - Come i predecti, che si dilectano de le consolazioni e visioni mentali, possono essere ingannati ricevendo el demonio transfigurato in forma di luce. E de’ segni a’ quali si può cognoscere quando la visitazione è da Dio, o dal demonio.

— E doppo questo, ricevono spesse volte un altro inganno dal dimonio, cioè di trasformarsi in forma di luce. Perché ‘l dimonio in quello che vede la mente disposta a ricevere e desiderare, in quello gli dà. Perché vede la mente inghiottornita e posto ci suo desiderio solo nelle consolazioni e visioni mentali (a le quali l’anima non debba ponere il suo desiderio, ma solamente nelle virtú, e di quelle per umilità reputarsene indegna ed in esse consolazioni ricevere l’affecto mio), dico che ‘l dimonio alora si trasforma in quella mente in forma di luce, in diversi modi: quando in forma d’angelo, e quando in forma della mia Verità, o in altra forma de’ sancti miei. E questo fa per pigliarla co’ l’amo del proprio dilecto spirituale che ha posto nelle visioni e dilecto della mente. E se essa anima non si leva con la vera umilità, spregiando ogni dilecto, rimane presa con questo lamo nelle mani del dimonio. Ma se essa con umilità, spregiando ci dilecto, e con amore stregne l’affecto di me, che so’ donatore, e non del dono, ci dimonio non la può sostenere, per la sua superbia, la mente umile.

E se tu mi dimandassi: — A che si può cognoscere che sia piú dal dimonio che da te? — io ti rispondo che questo è il segno: che se ella è dal dimonio, che egli sia venuto nella mente a visitare in forma di luce, come decto è, l’anima riceve subbito nel suo venire allegrezza; e quanto piú sta, piú perde l’allegrezza e rimane tedio e tenebre e stimolo nella mente, obfuscandovisi dentro. Ma se in veritá è visitata da me, Verità etterna, l’anima riceve timore sancto nel primo aspecto; e con esso timore riceve allegrezza e sicurtà con una dolce prudenzia, che, dubbitando, non dubbita; ma, per cognoscimento di sé reputandosi indegna, dirà: — Io non so’ degna di ricevere la tua visitazione; non essendone degna, come può essere? — Alora si vòlle a la larghezza della mia carità, cognoscendo e vedendo che a me è possibile di dare; e non raguardo alla indegnità sua, ma a la dignità mia che la fo degna di ricevere me, per grazia e per sentimento, in sé, perché non dispregio il desiderio col quale ella mi chiama. E però riceve umilmente, dicendo: — Ecco l’ancilla tua: facta sia in me la tua volontà. — E alora esce del camino de l’orazione e visitazione mia con allegrezza e gaudio di mente, e con umilità reputandosi indegna, e con caritá ricognoscendola da me.

Or questo è il segno che l’anima è visitata da me o dalle dimonia: trovando quando è da me, nel primo aspecto, ci timore e, al fine e al mezzo, l’allegrezza e la fame delle virtú. E quando è dal dimonio, ci primo aspecto è l’allegrezza, e poi rimane in confusione e in tenebre di mente. Si che lo ho proveduto in darvi el segno, acciò che l’anima, se ella vuole andare umile e con prudenzia, non possa essere ingannata. El quale inganno riceve l’anima che vorrà navicare solo con l’amore imperfecto delle proprie consolazioni piú che de l’affecto mio, come decto t’ho.

LXXII - Come l’anima, che in verita cognosce se medesima, saviamente si guarda da tucti li predecti inganni.

— Non t’ho voluto tacere l’inganno che ricevono e’ comuni, ne l’amore sensitivo, nel loro poco bene adoperare, cioè di quella poca virtú che essi adoperavano nel tempo della consolazione; né de l’amore proprio spirituale delle proprie consolazioni de’ servi miei, come essi col proprio amore del dilecto s’ingannano che non lo’ lassa cognoscere la veritá de l’affecto mio né discernere la colpa dove ella sta, e l’inganno che ‘l dimonio usa con loro per loro colpa, se essi non tengono el modo che decto t’ ho.

Hottelo decto, acciò che tu e gli altri servì miei andiate dietro a la virtú per amore di me, e none a veruna altra cosa. Tucti questi inganni e pericoli può ricevare e spesse volte ricevono coloro che sonno ne l’amore imperfecto, cioè d’amare me per rispecto del dono e non di me che do. Ma l’anima, che in veritá è intratanella casa del cognoscimento di sé, exercitando l’orazione perfecta e levandosi da la imperfeczione de l’amore de l’orazione inperfecta (per quel modo che nel Tractato de l’orazione Io ti contiai), riceve me per affecto d’amore, cercando di trare a sé el lacte della dolcezza mia col pecto della doctrina di Cristo crocifixo.

Gionti al terzo stato, cioè de l’amore de l’amico e filiale, non hanno amore mercennaio, anco fanno come carissimi amici. . Si come farà l’uno amico con l’altro, che, essendo presentato da l’amico suo, l’occhio non si vòlle solamente al presente, anco nel cuore e ne l’affecto di colui che dà, e riceve e tiene caro el presente solo per amore de l’affecto de l’amico suo. Così l’anima, gionta al terzo stato de l’amore perfecto, quando riceve i doni e le grazie mie non raguarda solamente il dono, ma raguarda con l’occhio de l’intellecto l’affecto della caritá di me donatore.

E acciò che l’anima non abbi scusa di fare così, cioè di raguardare l’affecto mio, lo providi d’unire il dono e ‘l donatore, cioè unendo la natura divina con la natura umana quando vi donai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, el quale è una cosa con meco, e -Io con lui. Si che per questa unione non potete raguardare il dono che non raguardiate me donatore. Vedi dunque con quanto affecto d’amore dovete amare e desiderare il dono e il donatore! Facendo così, sarete in amore puro e schiecto e non mercennaio, si come fanno questi che sempre stanno serrati nella casa del cognoscimento di loro.

LXXIII - Per che modi l’anima si parte da l’amore inperfecto e giogne ad l’amore perfecto dell’amico e filiale.

— In fino a ora Io t’ho mostrato per molti modi come l’anima si leva da la imperfeczione e giogne a l’amore perfecto, e quello che fa poi che ella è gionta a l’amore de l’amico e filiale.

Dixiti e dico che ella vi giogne con perseveranzia, serrandosi nella casa del cognoscimento di sé. El quale cognoscimento di sé vuole essere condito col cognoscimento di me, acciò che non venga a confusione. Perché del cognoscimento di sé acquistarà l’odio della propria passione sensitiva e del dilecto delle proprie consolazioni. E da l’odio fondato in umilità trarrà la pazienzia, nella quale pazienzia diventarà forte contra le bactaglie del dimonio, contra le persecuzioni degli uomini e verso di me, quando per suo bene sottrago el dilecto da la mente sua. Tucte le portarà con questa virtú.

E se la sensualità propria, per malagevolezza, volesse alzare el capo contra la ragione, el giudice della coscienzia debba salire sopra di sé, e con odio tenersi ragione, e non lassare passare i movimenti che non sieno correcti. Benché l’anima che starà ne l’odio sempre si corregge e riprende, d’ogni tempo: non tanto che quegli che sonno contra la ragione, ma quegli che, spesse volte, saranno da me.

Questo volse dire il dolce servo mio sancto Gregorio, quando disse che «la sancta e pura coscienzia faceva peccato dove non era peccato»: cioè che vedeva, per la purità della coscienzia, la colpa dove non era la colpa.

Or cosí debba fare e fa l’anima che si vuole levare dalla imperfeczione, aspectando, nella casa del cognoscimento di sé, la providenzia mia col lume della fede, si come fecero e’ discepoli che stectero in casa e non si mossero mai, ma con perseveranzia in vigilia e umile e continua orazione perseveràro infino a l’avenimento dello.Spirito sancto.

Questo è quello (si come Io ti dixi) che l’anima fa, quando s’è levata dalla imperfeczione e rinchiusasi in casa per giognere a perfeczione. Ella sta in vigilia, vegghiando con l’occhio de l’ intellecto nella doctrina della mia Verità, umiliata perché ha cognosciuta sé in continua orazione, cioè. di sancto e vero desiderio, perché in sé cognobbe l’affecto della mia caritá.

LXXIV - De’ segni a’ quali si cognosce che l’anima sia venuta all’amore perfecto.

— Ora ti resto a dire in che si vede che essi sieno gionti a l’amore perfecto: per quello segno medesimo che fu dato a’ discepoli sancti poi che ebbero ricevuto lo Spirito sancto, che esciro fuore di casa e, perduto el timore, anunziavano la parola mia, predicando la doctrina del Verbo de l’unigenito mio Figliuolo. E non temevano pene, anco si gloriavano nelle pene; non curavano d’andare dinanzi a’ tiranni dei mondo ad anunziar lo’ e dir lo’ la veritá per gloria e loda del nome mio.

Cosí l’anima che ha aspectato per cognoscimento di sé, nel modo che decto t’ho, lo so’ tornato a lei col fuoco de la caritá mia. Nella quale carità, mentre che stette in casa con perseveranzia, concepé le virtú per affecto d’amore, participando della potenzia mia, con la quale potenzia e virtú signoreggiò e vinse la propria passione sensitiva.

E in essa caritá participai in lei la sapienzia del Figliuolo mio, nella quale sapienzia vide e.cognobbe con l’occhio de l’ intellecto la mia Verità e gl’inganni de l’amore sensitivo spirituale, cioè l’amore imperfecto della propria consolazione, come decto è. E cognobbe la malizia e l’inganno del dimonio, che dá a l’anima che è legata in quello amore imperfecto. E però si levò con odio d’essa imperfeczione e amore della perfeczione.

In questa carità, che è esso Spirito sancto, el participai nella volontà sua, fortificando la volontà a volere sostenere pena, ed escire fuore di casa per lo nome mio, e parturire le virtú sopra el proximo suo. Non che esca fuore della casa del cognoscimento di sé, ma escono della casa de l’anima le virtú concepute per affecto d’amore, e parturiscele, al tempo del bisogno del proximo suo, in molti e diversi modi; perché ‘l tintore è perduto, el quale teneva, che non manifestava per timore di non perdere le proprie consolazioni, si come di sopra ti dixi. Ma poi che sonno venuti a l’amore perfecto e liberale, escono fuore per lo modo decto.

E questo gli unisce col quarto stato, cioè che dal terzo stato, el quale è stato perfecto (nel quale terzo stato gusta e parturisce la caritá nel proximo suo), riceve uno stato ultimo di perfecta unione in me. E’ quali due stati sonno uniti insieme, che non è l’uno senza l’altro, se non come la caritá mia senza la caritá del proximo, e quella del proximo senza la mia non può essere separata l’una da l’altra.

Cosí di questi due stati non è l’uno senza l’altro, si come ti verrò dichiarando e mostrando per questo terzo.

LXXV - Come gl’ imperfecti vogliono seguitare solamente el Padre, ma i perfecti seguitano el Figliuolo. E d’una visione che ebbe questa devota anima, ne la quale si narra di diversi baptesmi e d’alcune altre belle e utili cose.

— Hotti decto che sonno esciti fuore. El quale è il segno che so’ levati da la imperfeczione e gionti a la perfeczione. Apre l’occhio de l’ intellecto e miragli córrire per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo, el quale fu regola e via e doctrina vostra. Dinanzi a l’occhio de l’intellecto loro essi non si pongono altro che Cristo crocifixo; non si pongono me, Padre, si come fa colui che sta ne l’amore imperfecto, el quale non vuole sostenere pena. E perché in me non può cadere pena, vuole seguitare solo el dilecto che truova in me, e però dico che séguita me: non me, ma el dilecto che truova in me.

Non fanno cosí costoro; ma, come ebbri e affocati d’amore, hanno congregati e saliti tre scaloni generali, e’ quali ti figurai nelle tre potenzie de l’anima, e i tre scaloni attuali che attualmente ti figurai nel Corpo di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Salito e’ piei, co’ piei de l’affetto de l’anima, gionse al costato, dove trovò il secreto del cuore; e cognobbe il baptesmo de l’acqua (el quale ha virtú nel Sangue) dove l’anima trovò la grazia nel sancto baptesmo, disposto el vasello de l’anima a ricevere la grazia unita e impastata nel Sangue. Dove cognobbe questa dignità di vedersi unita e impastata nel sangue de l’Agnello, ricevendo el sancto baptesmo in virtú del Sangue? Nel costato, dove cognobbe il fuoco della divina caritá. E cosí manifestoe, se bene ti ricorda, la mia Verità, essendo dimandato da te, quando dicevi: — Doh ! dolce ed immaculato Agnello, tu eri morto quando el costato ti fu aperto, perché volesti essere percosso e partito el cuore? — Ed egli rispose, se ben ti ricorda, che assai cagioni ci aveva; ma alcuna principale te ne dirò.

— Perché il desiderio mio verso l’umana generazione era infinito, e l’operazione attuale di sostenere pena e tormenti era finita: e per la cosa finita non potevo mostrare tanto amore quanto piú amavo, perché l’amore mio era infinito. E però volsi che vedeste il secreto del cuore, mostrandovelo aperto, acciò che vedeste che piú amavo che mostrare non vi potevo per la pena finita. Gictando sangue e acqua, vi mostrai el sancto baptesmo de l’acqua, el quale riceveste in virtú del Sangue: e però versava sangue e acqua. E anco mostravo el baptesmo del Sangue in due modi: l’uno è in coloro che sonno baptezzati nel sangue loro sparto per me; il quale ha virtú per lo sangue mio, non potendo essi avere il sancto baptesmo. Alcuni altri si baptezzano nel fuoco, desiderando el baptesmo con affecto d’amore e non poterlo avere: e non è baptesmo di fuoco senza Sangue, però che ‘l Sangue è intriso e impastato col fuoco della divina carità, perché per amore fu sparto.

In un altro modo riceve l’anima questo baptesmo del Sangue, parlando per figura. E questo providde la divina carità, perché, cognoscendo la infermità e fragilità de l’uomo, per la quale fragilità offendendo (non che egli sia costretto da fragilità né da altro a commettere la colpa, se egli non vuole; ma, come fragile, cade in colpa di peccato mortale, per la quale colpa perde la grazia che trasse nel sancto baptesmo in virtú del Sangue), e però fu bisogno che la divina caritá provedesse a lassare il continuo baptesmo del Sangue, el quale si riceve con la contrizione del cuore e con la sancta confessione, confessando, quando può, a’ ministri miei, che tengono la chiave del Sangue. El quale Sangue gitta, ne l’absoluzione, sopra la faccia de l’anima.

E non potendo avere la confessione, basta la contrizione del cuore. Alora la mano della mia clemenzia vi dona el frutto di questo prezioso sangue; ma, potendo avere la confessione, voglio che l’abbiate; e chi la potrà avere e non la vorrà, sarà privato del frutto del Sangue. È vero che ne l’ultima extremità, volendola e non potendola avere, anco el riceverà. Ma non sia alcuno si matto che si voglia però con questa speranza conducersi ad aconciare i fatti suoi ne l’ultima extremità della morte, perché non è sicuro che, per la sua obstinazione, Io con la divina mia giustizia non dicesse: — Tu non ti ricordasti di me nella vita, nel tempo che tu potesti: Io non mi ricordasò di te nella morte. — Si che neuno debba pigliare lo indugio; e se pure per lo difetto suo l’ha preso, non debba lassare infino a l’ultimo di baptezzarsi per speranza nel Sangue.

Si che vedi che questo baptesmo è continuo, dove l’anima si debba baptezzare infino a l’ultimo, per lo modo detto. In questo baptesmo cognosci che l’operazione mia (cioè de la pena della croce) fu finita; ma el frutto della pena, che avete ricevuto per me, è infinito. Questo è in virtú della natura divina infinita, unita con la natura umana finita, la quale natura umana sostenne pena in me, Verbo, vestito della vostra umanità. Ma perché è intrisa e impastata l’una natura con l’altra, trasse a sé, la Deitá etterna, la pena ch’ Io sostenni con tanto fuoco d’amore. E però si può chiamare infinita questa operazione; non che infinita sia la pena, né l’attuale del corpo né la pena del desiderio che Io avevo di compire la vostra redempzione, però che ella terminò e fini in croce quando l’anima si parti dal corpo. Ma el fructo, che esci della pena e desiderio della vostra salute, è infinito: e però el ricevete infinitamente. Però che, se egli non fusse stato infinito, non sarebbe restituita tucta l’umana generazione, né ‘ passati né i presenti né gli avenire. Neanco l’uomo che offende, doppo l’offesa, non si potrebbe rilevare, se questo baptesmo del Sangue non vi fusse dato infinito, cioè che ‘l fructo del Sangue fusse infinito.

Questo vi manifestai ne l’apritura del lato mio, dove truovi el segreto del cuore: mostrando che Io v’amo piú che mostrare non posso con questa pena finita. Mòstrotelo infinito. Con che? col baptesmo del Sangue, unito col fuoco della mia carità, che per amore fu sparto; e nel baptesmo generale (dato a’ cristiani e a chiunque il vuole ricèvare) de l’acqua unita col Sangue e col fuoco, dove l’anima s’ inpasta nel sangue mio. E per mostrarvelo volsi che del costato escisse sangue e acqua.

Ora ho risposto a quello che tu mi dimandavi.

LXXVI - Come l’anima, essendo salita el terzo scalone del sancto ponte, cioè pervenuta a la bocca, piglia incontenente l’offizio de la bocca. E come la propria volonta essendo morta è vero segno che ella v’è gionta.

— Ora ti dico che tutto questo ch’ Io t’ho narrato, sai che narroe la mia Verità. Hottelo narrato da capo, favellandoti lo in persona sua, acciò che tu cognosca l’excellenzia dove è l’anima ch’è salita questo secondo scalone, dove cognosce e acquista tanto fuoco d’amore. Dove subbito corrono al terzo, cioè a la bocca, dove manifesta essere venuto ad perfetto stato.

Unde passoe? per lo mezzo del cuore, cioè con la memoria del Sangue dove si ribaptezzò lassando l’amore imperfetto, per lo cognoscimento che trasse del cordiale amore, vedendo, gustando e provando el fuoco della mia caritá. Gionti sonno costoro a la bocca, e però el dimostrano facendo l’officio della bocca. La bocca parla con la lingua che è ne la bocca; el gusto gusta. La bocca ritiene porgendolo a lo stomaco. I denti schiacciano, però che in altro modo noi potrebbe inghioctire.

Or cosí l’anima: prima parla a me con la lingua che sta nella bocca del sancto desiderio, cioè la lingua della sancta e continua orazione. Questa lingua parla actuale e mentale: mentale, offerendo a me dolci e amorosi desidèri in salute de l’anime; e parla actuale, anunziando la doctrina della mia Verità, amonendo, consigliando e confessando senza alcuno timore di propria pena che ‘l mondo le volesse dare, ma arditamente confessa innanzi a ogni creatura, in diversi modi, e a ciascuno secondo lo stato suo.

Dico che mangia prendendo el cibo de l’anime, per onore di me, in su la mensa della sanctissima croce, però che in altro modo né in altra mensa noi potrebbe mangiare in veritá perfettamente. Dico che lo schiaccia co’ denti, però che in altro modo noi potrebbe inghiottire: cioè con l’odio e con l’amore, e’ quali sonno due filaia di denti nella bocca del sancto desiderio, che riceve il cibo schiacciando con odio di sé e con amore della virtú. In sé e nel proximo suo schiaccia ogni ingiuria, scherni, villanie, strazi e rimprovèri con le molte persecuzioni; sostenendo fame e sete, freddo e caldo e penosi desidèri, lagrime e sudori per salute de l’anime. Tutti gli schiaccia per onore di me, portando e sopportando el proximo suo. E poi che l’ha schiacciato, el gusto el gusta, asaporando el fructo della fadiga e il diletto del cibo de l’anime, gustandolo nel fuoco della caritá mia e del proximo suo. E cosí giogne questo cibo nello stomaco, che per lo desiderio e fame de l’anime s’era disposto a volere ricevere (cioè lo stomaco del cuore), col cordiale amore, diletto e dileczione di caritá col proximo suo; dilettandosene e rugumando per si facto modo, che perde la tenarezza della vita corporale, per potere mangiare questo cibo (preso in su la mensa della croce) della dottrina di Cristo crocifixo.

Alora ingrassa l’anima nelle vere e reali virtú, e tanto rigonfia per l’abbondanzia del cibo, che ‘l vestimento della propria sensualità (cioè del corpo, che ricuopre l’anima), criepa quanto a l’appetito sensitivo. Colui che criepa, muore. Cosí la volontà sensitiva rimane morta. Questo è perché la volontà ordinata de l’anima è viva in me, vestita de l’etterna volontà mia, e però è morta la sensitiva.

Or questo fa l’anima che in veritá è gionta al terzo scalone della bocca, e il segno che ella v’è gionta è questo: che ella ha morta la propria volontà quando gustò l’affecto della caritá mia.

E però trovò pace e quiete ne l’anima sua nella bocca. Sai che nella bocca si dá la pace. Cosí in questo terzo stato truova la pace per si facto modo che neuno è che la possa turbare, perché ha perduta e annegata la sua propria volontà, la quale volontà dá pace e quiete quando ella è morta.

Questi parturiscono le virtú senza pena sopra del proximo loro: non che le pene non siano pene in loro, ma non è pena a la volontà morta, però che volontariamente sostiene pena per lo nome mio. Questi corrono, senza negligenzia, per la doctrina di Cristo crocifixo, e non allentano l’andare per ingiuria che lo’ sia facta né per alcuna persecuzione né per dilecto che trovassero; cioè dilecto che il mondo lo’ volesse dare. Ma tucte queste cose trapassano con vera fortezza e perseveranzia, vestito l’affecto loro de l’affecto della carità, gustando el cibo della salute de l’anime con vera e perfecta pazienzia. La quale pazienzia è uno segno demostrativo, che mostra che l’anima ami perfectissimamente e senza alcuno rispecto. Però che, se ella amasse me e il proximo per propria utilitá, sarebbe impaziente e allentarebbe ne l’andare. Ma perché essi amano me per me, in quanto Io so’ somma bontá e degno d’essere amato, e loro amano per me e ‘l proximo per me, per rendere loda e gloria al nome mio, però sonno pazienti e forti a sostenere e perseveranti.

LXXVII - De le operazioni de l’anima poi che è salita el predecto sancto terzo scalone.

— Queste sonno quelle tre gloriose virtú fondate nella vera carità, le quali stanno in cima de l’arbore d’essa carità: cioè la pazienzia, la fortezza e la perseveranzia, che è coronata col lume della sanctissima fede, col quale lume corrono, senza tenebre, per la via della veritá. Ed è levata in alto per sancto desiderio, e però non è alcuno che la possa offendere: né il dimonio con le sue temptazioni (perché egli teme l’anima che arde nella fornace della carità), né le detraczioni né le ingiurie degli uomini; anco, con tucto ciò che ‘l mondo gli perseguiti, el mondo ha timore di loro.

Questo permette la mia bontá: di fortificarli e farli grandi dinanzi a me e nel mondo, perché essi si sonno facti piccoli per umilità. Bene lo vedi tu nei sanai miei, e’ quali per me si fecero piccoli, e Io gli ho facti grandi in me, Vita durabile, e nel corpo mistico della sancta Chiesa, dove si fa sempre menzione di loro perché i nomi loro sonno scripti in me, libro di vita; si che ‘l mondo gli ha in reverenzia perché essi hanno spregiato el mondo. Questi non nascondono la virtú per timore ma per umilità; e se egli è bisogno del servizio suo nel proximo, egli non la nasconde per timore della pena né per timore di perdere la propria consolazione, ma virilmente il serve perdendo se medesimo e non curando di sé.

E in qualunque modo egli exercita la vita e’l tempo suo in onore di me, si gode e truovasi pace e quiete nella mente. Perché? perché non elegge di servire a me a suo modo ma a modo mio; e però gli pesa tanto el tempo della consolazione quanto quello della tribolazione, e tanto la prosperità quanto l’aversità. Tanto gli pesa l’una quanto l’altra, perché in ogni cosa truova la volontà mia, ed egli non pensa di fare altro se non di conformarsi, dovunque egli la truova, con essa volontà.

Egli ha veduto che veruna cosa è fatta senza me, e con misterio e con divina providenzia, se non il peccato che non è: e però odiano el peccato, e ogni altra cosa hanno in reverenzia; e però sonno tanto fermi e stabili nel loro volere andare per la via della veritá, e non allentano, ma fedelmente servono el proximo loro, non raguardando a l’ ignoranzia e ingratitudine sua. Né perché alcuna volta el vizioso gli dica ingiuria e riprenda el suo bene adoperare, che egli non gridi, nel cospetto mio, per orazione per lui, dolendosi piú de l’offesa che egli fa a me ‘e danno de l’anima sua che della ingiuria propria.

Costoro dicono col glorioso di Pavolo mio banditore: «El mondo ci maladice, e noi benediciamo; egli ci perseguita, e noi ringraziamo; cacciaci come immondizia e spazzatura del mondo, e noi pazientemente portiamo». Si che vedi, figliuola dilettissima, e’ dolci segni; e singularmente, sopra ogni segno, la virtú della pazienzia, dove l’anima dimostra in veritá d’essere levata da l’amore imperfetto e venuta al perfetto, seguitando el dolce e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale, stando in su la croce tenuto da’ chiovi de l’amore, non ritrae adietro per detto dei giuderi che dicevano: «Discende della croce e credarenti». Né per ingratitudine vostra non ritrasse adietro che non perseverasse ne l’obbedienzia, che Io gli avevo posta, con tanta pazienzia che il grido suo non fu udito per alcuna mormorazione.

Cosí questi cotali dilettissimi figliuoli e fedeli servi miei seguitano la dottrina e l’exemplo della mia Verità. E perché con lusinghe e minacce il mondo gli voglia ritrare, non vòllono però el capo adietro a mirare l’aratro, ma guardano solo ne l’obietto della mia Verità. Questi non si vogliono partire del campo della battaglia per tornare a casa per la gonnella, cioè per la gonnella propria, che egli lassò, del piacere piú a le creature e temere piú loro che me Creatore suo; anco con dilecto sta nella battaglia, pieno e inebriato del sangue di Cristo crocifixo. El quale Sangue v’è posto dinanzi nella bottiga del corpo mistico della sancta Chiesa da la mia carità, per fare inanimare coloro che vogliono essere veri cavalieri, e combattere con la propria sensualità e carne fragile, col mondo e col dimonio, col coltello de l’odio d’essi nemici suoi, con cui egli ha a combàctare, e con amore delle virtú. El quale amore è una arme che ripara da’ colpi che noi possono accanare se esso non si trae Tarme di dosso e ‘l coltello di mano e dialo nelle mani de’ nemici suoi, cioè dando Tarme con la mano del libero arbitrio, arrendendosi volontariamente a’ nemici suoi. Non fanno cosí questi che sonno inebriati nel Sangue, anco virilmente perseverano infino a la morte, dove rimangono sconfitti tutti e’ nemici suoi.

O gloriosa virtú, quanto se’ piacevole a me e riluci nel mondo negli occhi tenebrosi degl’ignoranti, che non possono fare che non participino della luce de’ servi miei! Ne l’odio loro riluce la clemenzia ch’e’ servi miei hanno a la loro salute; nella invidia loro riluce la larghezza della carità; nella crudeltá la pietà, però che essi sonno crudeli verso di loro, ed essi sonno pietosi; nella ingiuria riluce la pazienzia, rema che signoreggia e tiene la signoria di tutte le virtú, perché ella è il mirollo della caritá. Ella dimostra e rasegna le virtú ne l’anima; dimostra se elle sonno fondate in me in veritá, o no. Ella vince e non è mai vinta; ella è compagna della fortezza e perseveranzia, come detto è; ella torna a casa con la vittoria, escita del campo della battaglia, tornata a me, Padre etterno, remuneratore d’ogni loro fadiga, e ricevono da me la corona della gloria.

LXXVIII - Del quarto stato, el quale non è però separato dal terzo; e de le operazioni de l’anima che è gionta a questo stato; e come Dio non si parte mai da essa per continuo sentimento.

— Ora t’ho detto come dimostrano d’essere gionti a la perfeczione de l’amore de l’amico e filiale.

Ora non ti voglio tacere in quanto diletto gustano me, essendo ancora nel corpo mortale. Perché, gionti al terzo stato, in esso stato, si com’ Io ti dixi, acquistano el quarto stato. Note che sia stato separato dal terzo, ma unito insieme con esso, e l’uno non può essere senza l’altro se non come la caritá mia e quella del proximo, si com’ Io ti dixi. Ma è uno fructo che esce di questo terzo stato d’una perfecta unione che l’anima fa in me, dove riceve fortezza sopra fortezza, intanto che non che porti con pazienzia, ma esso desidera, con ansietato desiderio, di potere sostenere pene per gloria e loda del nome mio.

Questi si gloriano negli obrobri de l’unigenito mio Figliuolo, si come diceva el glorioso di Pavolo mio banditore: «Io mi glorio nelle tribulazioni e negli obrobri di Cristo crocifixo». E in un altro luogo: «Io non reputo di dovere gloriarmi altro che in Cristo crocifixo». Unde in un altro luogo dice: «Io porto le stimate di Cristo crocifixo nel corpo mio». Cosí questi cotali, come inamorati de l’onore mio e come affamati del cibo de l’anime, corrono a la mensa della sanctissima croce, volendo, con pena e con molto sostenere, fare utilitá al proximo, conservare e acquistare le virtú, portando le stimate di Cristo ne’ corpi loro. Cioè che ‘l crociato amore, il quale hanno, riluce nel corpo, mostrandolo con dispregiare se medesimi e con dilectarsi d’obrobri, sostenendo molestie e pene da qualunque lato e in qualunque modo Io le concedo.

A questi cotali carissimi figliuoli la pena l’è dilecto, el dilecto l’è fadiga e ogni consolazione e dilecto che ‘l mondo alcuna volta lo’ volesse dare. E non solamente quelle che ‘l mondo lo’ dá per mia dispensazione (cioè ch’e’ servi del mondo alcuna volta sonno costrecti da la mia bontá ad averli in reverenzia e sovenirli ne’ loro bisogni e necessità corporali), ma la consolazione che ricevono da me, Padre etterno, nella mente loro, la spregiano per umilità e odio di loro medesimi. Non che spregino la consolazione e’l dono e la grazia mia, ma el dilecto che truova el desiderio de l’anima in essa consolazione. Questo è per la virtú della vera umilità acquistata da l’odio sancto, la quale umilità è baglia e nutrice della caritá acquistata con vero cognoscimento di sé e di me.

Si che vedi che la virtú riluce, e le stímate di Cristo crocifixO, ne’ corpi e nelle menti loro. A questi cotali l’ è tolto di non separarmi da loro per sentimento, si come degli altri ti dixi che lo andavo e tornavo a loro, partendomi non per grazia ma per sentimento. Non fo cosí a questi perfectissimi che sonno gionti alla grande perfeczione, in tucto morti a ogni loro volontà, ma continuamente mi riposo per grazia e per sentimento ne l’anima loro; cioè che ogni otta che vogliono unirsi in me la mente per affecto d’amore, possono, perché ‘l desiderio loro è venuto a tanta unione per affecto d’amore che per veruna cosa se ne può separare, ma ogni luogo l’è luogo e ogni tempo l’è tempo d’orazione; perché la loro conversazione è levata da la terra e salita in cèlo, cioè che ogni affecto terreno e amore proprio sensitivo di loro medesimi hanno tolto da sé. Levati si sonno sopra di loro ne l’altezza del cielo con la scala delle virtú, saliti e’ tre scaloni che lo ti figurai nel corpo del mio Figliuolo.

Nel primo spogliàro e’ piei de l’affecto de l’amore del vizio; nel secondo gustàro el secreto e l’affecto del cuore, unde concepettero amore nelle virtú; nel terzo (cioè della pace e quiete della mente) provarono in sé le virtú e, levandosi da l’amore imperfecto, gionsero a la grande perfeczione. Unde hanno trovato el riposo nella doctrina della mia Verità; hanno trovata la mensa, el cibo e il servidore. El quale cibo gustano col mezzo della doctrina di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo; Io lo’ so’ letto e mensa. Questo dolce e amoroso Verbo l’è cibo, si perché gustano el cibo de l’anime in questo glorioso Verbo, e si perché egli è cibo dato da me a voi: la carne e ‘l sangue suo, tucto Dio e tucto uomo, el quale ricevete nel Sacramento de l’altare, posto e dato a voi da la mia bontá, mentre che sète peregrini e viandanti, acciò che non veniate meno, ne l’andare, per debilezza, e perché non perdiate la memoria del benefizio del Sangue sparto per voi con tanto fuoco d’amore, ma perché sempre vi confortiate e dilectiate nel vostro andare. Lo Spirito sancto gli serve, cioè l’affecto della mia carità, la quale caritá lo’ ministra e’ doni e le grazie. Questo dolce servidore porta e arreca: arreca a me i penosi e dolci ed ateo rosi desidèri, e porta a loro el fructo della divina caritá delle loro fadighe ne l’anime loro, gustando e notricandosi della dolcezza della mia caritá. Si che vedi che Io lo’ so’ mensa, el Figliuolo mio l’è cibo, e lo Spirito sancto gli serve, che procede da me Padre e dal Figliuolo.

Vedi dunque che sempre, per sentimento, mi sentono nella loro mente. E quanto piú hanno spregiato el dilecto e voluta la pena, piú hanno perduta la pena e acquistato el dilecto. Perché? perché sonno arsi e affocati nella mia carità, dove è consumata la volontà loro. Unde el dimonio teme il bastone della caritá loro, e però gicta le saecte sue da longa e non s’ardisce d’acostare. EI mondo percuote nella corteccia de’ corpi loro credendo offendere, ed egli è offeso, perché la saecta, che non truova dove intrare, ritorna a colui che la gitta. Cosí el mondo con le saecte delle ingiurie e persecuzioni e mormorazioni sue, gictandole ne’ perfectissimi servi miei, non v’è luogo da veruna parte dove possa intrare, perché l’orto de l’anima loro è chiuso; e però ritorna la saecta a colui che la gicta, avelenata col veleno della colpa.

Vedi che da veruno lato la può percuotere, però che, percotendo el corpo, non percuote l’anima. Ma sta beata e dolorosa: dolorosa sta de l’offesa del proximo suo, e beata per l’unione e affecto della caritá che ha ricevuta in sé.

Questi seguitano lo immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale stando in croce era beato e doloroso: doloroso era, portando la croce del corpo, sostenendo pena, e la croce del desiderio per satisfare la colpa de l’umana generazione; e beato era, perché la natura divina, unita con la natura umana, non poteva sostenere pena, e sempre faceva l’anima sua beata mostrandosi a lei senza velame. E però era beato e doloroso, perché la carne sosteneva, e la Deitá pena non poteva patire; neanco l’anima quanto a la parte di sopra de l’intellecto.

Cosí questi dilecti figliuoli, gionti al terzo e al quarto stato, sonno dolorosi portando la croce actuale e mentale: cioè actualmente, sostenendo pene ne’ corpi loro, secondo che Io permecto, e la croce del desiderio del crociato dolore de l’offesa mia e danno del proximo. Dico che sonno beati, però che ‘l dilecto della carità, la quale gli fa beati, non lo’ può essere tolto, unde eglino ricevono allegrezza e beatitudine. Unde si chiama questo dolore, non «dolore afffiggitivo» che disecca l’anima, ma «ingrassativo», che ingrassa l’anima ne l’affecto della carità, perché le pene aumentano la virtú e fortificano e crescono e pruovano la virtú.

Si che è pena ingrassativa e non affliggitiva, perché veruno dolore né pena la può trare del fuoco, se non come il tizzone, che è tucto consumato nella fornace, che veruno è che ‘l possa pigliare per spegnere, perché gli è facto fuoco. Cosí queste anime, gictate nella fornace della mia carità, non rimanendo veruna cosa fuore di me, cioè veruna loro volontà, ma tucti affocati in me, veruno è che le possa pigliare né trarle fuore di me per grazia, perché sonno facte una cosa con meco ed lo con loro. E mai da loro non mi sottraggo per sentimento che la mente loro non mi senta in sé, si come degli altri ti dixi che lo andavo e tornavo, partendomi per sentimento e non per grazia; e questo facevo per farli venire a la perfeczione. Gionti a la perfeczione, lo’ tolgo el giuoco de l’amore d’andare e di tornare, el quale si chiama «giuoco d’amore», ché per amore mi parto e per amore torno: non propriamente Io (ché lo so’ lo Idio vostro immobile che non mi muovo), ma el sentimento che dá la mia caritá ne l’anima è quello che va e torna.

LXXIX - Come Dio da’ predecti perfectissimi non si sottrae per sentimento né per grazia, ma si per unione.

— Dicevo che a costoro l’è tolto che ‘l sentimento non perdono mai. Ma in un altro modo mi parto: perché l’anima che è legata nel corpo non è sufficiente a ricevere continuamente l’unione ch’Io fo ne l’anima; e perché non è sufficiente, mi sottrago non per sentimento né per grazia, ma per unione. Perché, levandosi l’anime con ansietato desiderio, corsero con virtú per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo; giongono a la porta levando la mente loro in me, bagnate, inebriate di Sangue, arse di fuoco d’amore; gustano in me la Deitá etterna, el quale è a loro uno mare pacifico, dove l’anima ha facta tanta unione che veruno movimento quella mente non ha altro che in me.

Ed essendo mortale, gusta el bene degl’inmortali; ed essendo col peso del corpo, riceve la leggerezza dello spirito. Unde spesse volte il corpo è levato da la terra per la perfecta unione che l’anima ha facta in me, quasi come il corpo grave diventasse leggiero. Non è però che gli sia tolta la gravezza sua, ma perché l’unione che l’anima ha facta in me è piú perfecta che non è l’unione fra l’anima e ‘l corpo; e però la fortezza dello spirito unita in me leva da tera la gravezza del corpo. El corpo sta come immobile, tucto stracciato da l’affecto de l’anima, intanto che (si come ti ricorda d’avere udito da alcune creature) non sarebbe possibile di vivere se la mia bontá non el cerchiasse di fortezza.

Unde Io voglio che tu sappi che maggiore miracolo è a vedere che l’anima non si parte dal corpo in questa unione, che vedere molti corpi resuscitati. E però Io, per alcuno spazio, sottrago l’unione, facendola tornare al vasello del corpo suo: cioè che ‘l sentimento del corpo, che era tucto alienato per l’affecto de l’anima, torna al sentimento suo. Però che, non è che l’anima si parta dal corpo, ché ella non si parte se non col mezzo della morte, ma partonsi le potenzie e l’affecto de l’anima per amore unito in me. Unde la memoria non si truova piena d’altro che di me; lo intellecto è levato speculando ne l’obiecto della mia Verità; I’affecto, che va dietro a l’ intellecto, ama e uniscesi in quello che l’occhio de l’ intellecto vide.

Congregate e unite tucte insieme queste potenzie, e immerse e affogate in me, perde il corpo el sentimento: ché l’occhio vedendo non vede, l’orecchia udendo non ode, la lingua parlando non parla (se non come alcuna volta, per l’abondanzia del cuore, permectarò che’l membro della lingua parli per sfogamento del cuore e per gloria e loda del nome mio; si che parlando non parla, la mano toccando non tocca, e’ piei andando non vanno; tucte le membra sonno legate e occupate dal legame e sentimento de l’amore. Per lo quale legame sonnosi soctoposte a la ragione e uniti con l’affecto de l’anima, ché, quasi contra sua natura, a una voce tucte gridano a me, Padre etterno, di volere essere separate da l’anima, e l’anima dal corpo. E però grida, dinanzi da me, col glorioso di Pavolo: «O disaventurato a me, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Perch’ io ho una legge perversa che impugna contra lo spirito».

Non tanto diceva Pavolo della impugnazione che fa el sentimento sensitivo contra lo spirito, ché per la parola mia era quasi certificato quando gli fu decto: u Pavolo, bastiti la grazia mia». Ma perché il diceva? perché, sentendosi Pavolo legato nel vasello del corpo, el quale gl’impediva per spazio di tempo la visione mia (cioè infino a l’ora de la morte), l’occhio era legato a non potere vedere me, Trinitá etterna, nella visione de’ beati immortali che sempre rendono gloria e loda al nome mio, ma trovavasi fra’ mortali che sempre offendono me, privato della mia visione, cioè di vedermi ne l’essenzia mia.

None che esso e gli altri servi miei non mi veggano e gustino, non in essenzia, ma in affecto di caritá in diversi modi, secondo che piace a la bontá mia di manifestare me medesimo a voi; ma ogni vedere, che l’anima riceve mentre che è nel corpo mortale, è una tenebre a rispecto del vedere che ha l’anima separata dal corpo. Si che pareva a Pavolo che’l sentimento del vedere impugnasse il vedere dello spirito, cioè che ‘l sentimento umano della grossezza del corpo impedisse l’occhio de l’ intellecto, che non lassava vedere me a faccia a faccia. La volontà gli pareva che fusse legata a non potere tanto amare quanto desiderava d’amare, perché ogni amore in questa vita è imperfecto infino che non giogne a la sua perfeczione.

None che l’amore di Pavolo o degli altri veri servi miei fusse imperfecto a grazia e a perfeczione di caritá (ché egli era perfecto), ma era imperfecto ché non aveva sazietà nel suo amore; unde era con pena. Ché se fusse stato pieno el desiderio di quello che egli amava, non avarebbe avuta pena; ma perché l’amore perfectamente, mentre che egli è nel corpo mortale, non ha quel che egli ama, però ha pena. Ma, separata l’anima dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e però ama senzapena. È saziata, e di longa è il fastidio da la sazietà; essendo saziata, ha fame, ma di longa è la pena da la fame, perché, separata l’anima dal corpo, è ripieno el vasello suo in me in veritá, fermato e stabilito che non può desiderare cosa che non abbi. Desiderando di vedere me, egli mi vede a faccia a faccia; desiderando di vedere la gloria e loda del nome mio ne’ sancti miei, egli la vede si nella natura angelica e si nella natura umana.

LXXX - Come li mondani rendono gloria e loda a Dio, vogliano essi o no.

— E tanto è perfecto el suo vedere che non tanto ne’ cittadini che sonno a vita etterna ma nelle creature mortali vede la gloria e loda del nome mio; ché, o voglia el mondo o no, egli mi rende gloria. Vero è che non me la rende per lo modo che debba, amando me sopra ogni cosa. Ma da la parte mia Io trago di loro gloria e loda al nome mio, cioè che in loro riluce la misericordia mia e l’abbondanzia della mia carità, prestando el tempo, non comandando a la terra che gl’ inghioctisca per li difecti loro. Anco gli aspecto, e a la terra comando che lo’ doni de’ fructi suoi, al sole che gli scaldi e dia lo’ la luce e ‘l caldo suo, al cielo che si muova; e in tucte quante le cose create facte per loro Io uso la mia misericordia e carità, non sottraendole per li difecti loro. Anco le do al peccatore come al giusto, e spesse volte piú al peccatore che al giusto, perché il giusto, che è apto a portare, il privarò del bene della terra per darli piú abondantemente del bene del cielo. Si che la misericordia mia e caritá riluce sopra di loro.

Alcuna volta, nelle persecuzioni ch’e’ servi del mondo faranno a’ servi miei, provando in loro la virtú della pazienzia e della carità, offerendo il servo mio, che sostiene, umili e continue orazioni, me ne torna gloria e loda al nome mio. Si che, o voglia quello iniquo o no, me ne torna gloria; poniamo che ‘l suo rispecto non fusse per ciò, ma per farmi vituperio.

LXXXI - Come eziandio li demòni rendono gloria e loda a Dio.

— Questi stanno in questa vita ad aumentare la virtú ne’ servi miei, si come le dimonia stanno ne l’inferno come miei giustizieri e aumentatori: cioè facendo giustizia de’ dannati, e aumentatori a le creature mie che sonno viandanti e peregrine in questa vita, facte per giognere a me termine loro. Essi gli aumentano exercitandóli in virtú con molte molestie e temptazioni in diversi modi: facendo fare ingiuria l’uno a l’altro, e tòllare le cose l’uno dell’altro non solamente per le cose o per la ingiuria, ma per privarli della caritá. Credendo privare i servi miei, ed essi gli fortificano, provando in loro la virtú della pazienzia, fortezza e perseveranzia.

Per questo modo rendono gloria e loda al nome mio, e cosi s’adempie la mia veritá in loro, che gli avevo creati per gloria e loda di me Padre etterno e perché participassero la bellezza mia; ma, ribellando a me per la superbia sua, cadde e fu privato della mia visione: onde non mi rendono gloria in dileczione d’amore. Ma Io,Verità etterna, gli ho messi.per strumento ad exercitare e’ servi miei nella virtú, e come giustizieri di coloro che per li loro difecti vanno a l’ecterna dannazione, e cosí di coloro che vanno a le pene del purgatorio. Si che vedi che egli è la veritá che la veritá mia è adempita in loro, cioè che mi rendono gloria non come cittadini di vita etterna (ché ne sonno privati per li loro difecti) ma come miei giustizieri, manifestando per loro la giustizia mia sopra e’ dannati e sopra quegli del purgatorio.

LXXXII - Come l’anima, poi che è passata di questa vita, vede pienamente la gloria e loda del nome di Dio in ogni creatura. E come in essa è finita la pena del desiderio, ma non el desiderio.

— Questo chi el vede e gusta: che in ogni cosa creata, e nelle creature che hanno in loro ragione, e nelle dimonia si vega la gloria e loda del nome mio? L’anima che è denudata dal corpo e gionta a me, fine suo, vede schiectamente, e nel suo vedere cognosce la veritá. Vedendo me, Padre etterno, ama; amando, è saziato; saziato, cognosce la veritá; cognoscendo la veritá, è fermatà la volontà sua nella volontà mia e legata e stabilita per modo che in veruna cosa può sostenere pena, perché egli ha quello che desiderava d’avere prima di vedere me, e di vedere la gloria e loda del nome mio.

Egli la vede a pieno in veritá ne’ sancti miei e negli spiriti beati e in tucte l’altre creature e nelle dimonia, come decto t’ho. E poniamo che anco vega l’offesa che è facta a me, della quale in prima aveva dolore: ora non ne può avere dolore, ma compassione senza pena, amandoli e sempre pregando me con affecto di caritá ch’ Io facci misericordia al mondo.

È terminata in loro la pena ma non la carità: si come al Verbo del mio Figliuolo in su la croce, nella penosa morte, terminò la pena del crociato desiderio che egli aveva portato dal principio che Io el mandai nel mondo infino a l’ultimo della morte per la salute vostra; ma non terminò l’affecto della vostra salute, ma si la pena. Ché se l’affecto della mia carità, la quale per mezzo di lui vi mostrai, fusse alora terminata e finita in voi, voi non sareste, perché sète facti per amore: se l’amore fusse ritracto a me, che Io non amasse l’essere vostro, voi non sareste. Ma l’amore mio vi creò, e l’amore mio vi conserva. E perché Io so’ una cosa con la mia Verità, ed egli, Verbo incarnato, con meco, fini la pena del desiderio e non l’amore del desiderio.

Vedi dunque che i santi e ogni anima che è ad vita ecterna hanno desiderio della salute dell’anime senza pena, però che la pena terminò nella morte loro, ma none l’affecto della caritá. Anche, come ebbri nel sangue dello inmaculato Agnello, vestiti della caritá del proximo, passarono per la porta strecta, bagnati nel sangue di Cristo crucifixo, e trovaronsi in me, mare pacifico, levati dalla imperfeczione, cioè dalla insazietà, e giunti alla perfeczione saziati d’ogni bene.

LXXXIII - Come, poi che sancto Paulo appostolo fu tracto a vedere la gloria de’ beati, desiderava d’essere sciolto dal corpo; la qual cosa fanno anche quelli che sono giunti al terzo e al quarto santo stato predecto.

— Paulo dunque aveva veduto e gustato questo bene quando lo el trassi al terzo cielo, cioè nell’altezza della Trinitá, gustando e cognoscendo la veritá mia, dove egli ricevette ad pieno lo Spirito santo e imparò la doctrina della mia Verità, Verbo incarnato. Vestitasi l’anima di Paulo, per sentimento e unione, di me Padre ecterno, come i beati della vita durabile, excepto che l’anima non era separata dal corpo, ma per sentimento e unione; e piacendo alla mia bontá di farlo vasello d’elleczione nell’abisso di me Trinitá ecterna, lo spogliai di me, perché in me non cade pena, e Io volevo che sostenesse per lo nome mio; e però gli posi per obiecto Cristo crucifixo dinanzi ad l’occhio dell’ intellecto suo, vestendoli el vestimento della doctrina sua, legato e incatenato con la clemenzia dello Spirito santo, fuoco di caritá. Egli, come vasello disposto e reformato dalla bontá mia, perché non fece resistenzia quando fu percosso, anche dixe: «Signore mio, che vuogli tu che io faccia? Dimi quello che tue vuogli che io faccia, e io el farò»; lo gliel’insegnai, quando gli posi Cristo crucifixo dinanzi ad l’occhio suo, vestendolo della doctrina della mia Verità. Illuminato perfectiximamente col lume della vera contrizione (colla quale spense el difecto suo), fondato nella mia carità, si vesti della dottrina di Cristo crucifixo. E strinselo per si facto modo, siccome esso ti manifestò, che giamai no gli fu tracto di dosso: né per tentazione di demonia, né per lo stimolo della carne che spesse volte lo impugnava (lassato ad lui dalla mia bontá per crescerlo in grazia e in merito, e per umiliazione, però che egli avea gustata l’altezza della Trinitá); neanche per tribolazioni, né per veruna cosa che gli avenisse, allentava el vestimento di Cristo crucifixo, cioè la perserveranzia della doctrina sua, anche, piú strettamente se lo incarnava. E tanto sello strinse, che egli ne die’ la vita, e con esso vestimento ritornò ad me, Dio ecterno.

Sicché Paulo avea provato che cosa era gustare me senza la gravezza del corpo, facendogliele Io gustare per sentimento d’unione, ma non per separazione.

Adunque, poi che fu ritornato ad sé, vestito del vestimento di Cristo crocifixo, alla perfeczione dell’amore che in me aveva gustata e veduta e che i santi gustano separati dal corpo, gli pareva, el suo, impertecto. E però gli pareva che la gravezza del corpo gli ribellasse, cioè che gl’impedisse la grande perfeczione della sazietà del desiderio, che riceve l’anima doppo la morte. Onde la memoria gli pareva imperfecta e debole, come ella è, per la quale debilezza e imperfeczione gl’impediva di potere ritenere ed essere capace e ricevere e gustare me in veritá con quella perfeczione che mi ricevono i santi. E però gli pareva che ogni cosa, mentre che stava nel corpo suo, gli fuxe una legge perversa che impugnasse e ribellasse contro allo spirito. Non di impugnazione di peccato, però che giá ti dixi che lo el certificai dicendo: «Paulo, bastiti la grazia mia»; ma di impugnazione che faceva di impedire la perfeczione dello spirito, cioè di vedere me nell’essenzia mia, el quale vedere era impedito dalla legge e gravezza del corpo. E però gridava: «Disaventurato uomo, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? ché io ho una legge perversa, legata nelle menbra mie, che impugna contro allo spirito». E cosí è la veritá: però che la memoria è impugnata dalla imperfeczione corporale; lo intelletto è impedito e legato, per questa grossezza del corpo, di non vedere me come Io sono nell’essenzia mia; e la volontà è legata, cioè che non può giugnere col peso del corpo a gustare me, senza pena, Dio ecterno, per lo modo che decto t’ho. Sicché Paulo diceva la veritá: che egli aveva una legge perversa legata nel corpo che impugnava contro allo spirito. E così. questi miei servi, de’ quali io ti dicevo che erano giunti al terzo e al quarto stato della perfecta unione che fanno in me, gridano con lui volendo essere sciolti dal corpo e separati.

LXXXIV - Per quali cagioni l’anima desidera d’essere sciolta dal corpo. La quale cosa non potendo essere, non discorda però dalla volontà di Dio; ma piú tosto si gloria in questa e in ogni altra pena per onore di Dio.

— Questi non sentono malagevolezza della morte, però che n’hanno desiderio, e con odio perfecto hanno facto guerra col corpo loro; onde hanno perduta la tenerezza che naturalmente è fra l’anima e ‘l corpo: sicché, dato el botto all’amore naturale, con odio della vita del corpo suo e con amore di me, desidera la morte. E però dice: «Chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero d’essere sciolta dal corpo ed essere con Cristo». E dicono ancora questi cotali col medeximo Paulo: «La morte m’è in dexiderio e la vita impazienzia». Però che l’anima levata in questa perfetta unione desidera di vedere me e di vedermi rendere gloria e loda. Onde, tornando poi alla nuvila del corpo suo, tornando, dico, el sentimento nel corpo (el quale sentimento era tratto in me per affetto d’amore, siccome lo ti dixi, cioè che tutti e’ sentimenti del corpo erano tratti per la forza dell’affetto dell’anima, unita in me piú perfettamente che non è l’unione tra l’anima e ‘l corpo); traendo dunque ad me questa unione (però che giá ti dixi che il corpo non era sufficiente a portare la continua unione), lo mi parto per unione, ma non per grazia né per sentimento, come nel secondo e terzo stato ti feci menzione, e sempre torno con piú acrescimento di grazia e con piú perfetta unione. Onde, sempre di nuovo e con piú altezza e cognoscimento della mia veritá, torno, manifestando me medeximo a loro. E quando Io mi parto, per lo modo detto, perché il corpo torni un poco al sentimento suo, dico che per l’unione che Io avevo fatta nell’anima, e l’anima in me, tornando ad sé, cioè al sentimento del corpo, è impaziente nel vivere, vedendosi levata da l’unione di me, levandosi da la conversazione degl’ inmortali e trovandosi con la conversazione de’ mortali, vedendo offendere me tanto miserabilemente.

Questo è il crociato desiderio che eglino portano vedendomi offendere da le mie creature. Per questo e per lo desiderio di vedermi, l’è incomportabile la vita loro; e nondimeno, perché la volontà loro non è loro, anco è fatta una cosa con meco per amore, non possono volere né desiderare altro che quello ch’ Io voglio. Desiderando el venire, sonno contenti di rimanere, se Io voglio che rimangano con loro pena, per piú gloria e loda del nome mio e salute de l’anime. Si che in veruna cosa si scordano da la mia volontà, ma corrono con espasimato desiderio, vestiti di Cristo crocifixo, tenendo per lo ponte della dottrina sua, gloriandosi degli obrobri e pene sue. Tanto si dilettano quanto si veggono sostenere; anco, nel sostenere de le molte tribulazioni, a loro è uno refrigerio nel desiderio della morte, che, spesse volte, per lo desiderio e volontà del sostenere mitiga la pena che essi hanno d’essere sciolti dal corpo.

Costoro non tanto che portino con pazienzia, come nel terzo stato ti dixi, ma essi si gloriano, per lo nome mio, portare molte tribolazioni. Portando, hanno diletto; non portando, hanno pena temendo che el loro bene adoperare non el voglia remunerare in questa vita, o che non sia piacevole a me il sacrificio de’ loro desidèri: ma sostenendo, permettendo lo’ le molte tribolazioni, essi si rallegrano, vedendosi vestire delle pene e obrobri di Cristo crocifixo. Unde, se lo’ fusse possibile d’avere virtú senza fadiga, non la vorrebbero, ché piú tosto si vogliono dilectare in croce con Cristo e con pena acquistare le virtú, che per altro modo avere vita etterna.

Perché? perché sonno affogati e annegati nel Sangue, dove truovano l’affocata mia carità; la quale caritá è uno fuoco, che procede da me, che rapisce il cuore e la mente loro, acceptando el sacrificio de’ loro desidèri. Unde si leva l’occhio de l’intelletto specolandosi nella mia Deitá, dove l’affetto si notrica e si unisce, tenendo dietro a l’intelletto. Questo è uno vedere per grazia infusa che Io fo ne l’anima che in veritá ama e serve me.

LXXXV - Come quelli che sono gionti al predetto stato unitivo, sono illuminati nell’occhio dell’intelletto loro di lume sopranaturale infuso per grazia; e come è meglio andare per consiglio de la salute dell’anima ad uno umile con sancta coscienzia, che a uno superbo licterato.

— Con questo lume, il quale è posto ne l’occhio de l’ intellecto, mi vidde Tomaso, unde acquistò el lume della molta scienzia. Agustino, Ieronimo e gli altri dottori e sancai miei, illuminati dalla mia veritá, intendevano e cognoscevano nelle tenebre la mia veritá; cioè che la sancta Scriptura, che pareva tenebrosa perché non era intesa, non per difetto della Scriptura ma dello intenditore che non intendeva. E però Io mandai queste lucerne ad illuminare gli accecati e grossi intendimenti. Levavano l’occhio de l’intelletto per cognoscere la veritá nella tenebre, come detto è. E Io, fuoco acceptatore del sacrificio loro, gli rapivo, dando lo’ lume non per natura ma sopra ogni natura, e nella tenebre ricevevano el lume cognoscendo la veritá per questo modo.

Unde, quella che alora appareva tenebrosa, appare ora con perfectissimo lume a’ grossi e a’ sottili di qualunque maniera gente si sia. Ogniuno riceve secondo la sua capacità e secondo che esso si vuole disponere a cognoscere me, perch’Io none spregio le loro disposizioni. Si che vedi che l’occhio de l’intellecto ha ricevuto lume infuso per grazia sopra del lume naturale, nel quale i dottori e gli altri sancai cognobbero la luce nella tenebre, e di tenebre si fece luce, però che lo ‘ntellecto fu prima che fusse formata la Scriptura; unde da l’ intellecto venne la scienzia, perché nel vedere discerse.

Per questo modo discersero e intesero e’ sancti padri e profeti che profetavano de l’avenimento e morte del mio Figliuolo. Per questo modo ebbero gli apostoli doppo l’avenimento dello Spirito sancto, che lo’ donòe questo lume sopra el lume naturale. Questo ebbero evangelisti, doctori, confessori, vergini e martiri; e tutti sono stati illuminati da questo perfetto lume; e ogniuno avutolo in diversi modi, secondo la necessità della salute sua e della salute de le creature, e a dichiarazione della sancta Scriptura. Si come fecero e’ sancti doctori, nella scienzia dichiarando la dottrina della mia Verità, la predicazione degli appostoli, le sposizioni sopra e’ vangeli de’ vangelisti; e’ martiri, dichiarando nel sangue loro el lume della sanctissima fede, el frutto e il tesoro del sangue de l’Agnello; le vergini, ne l’affecto della caritá e purità; negli obedienti è dichiarata l’obedienzia del Verbo, cioè mostrando la perfeczione de l’obedienzia, la quale riluce nella mia Verità, che, per l’obedienzia ch’ Io gl’imposi, corse a l’obrobriosa morte della croce.

Tutto questo lume e’ si vede nel vecchio e nel nuovo Testamento. Nel vecchio, le profezie de’ sancti profeti, fu veduto e cognosciuto da l’occhio de l’intelletto col lume infuso per grazia da me sopra el lume naturale, come detto t’ho. Nel nuovo Testamento della vita evangelica, con che è dichiarata a’ fedeli cristiani? con questo lume medesimo. E perché ella procedeva da uno medesimo lume, non ruppe la legge nuova la legge vechia, anco si legò insieme; ma tolsele la imperfeczione, perché ella era fondata solo in timore. Venendo el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, con la legge de l’amore la compí, dandole l’amore, levando el timore della pena e rimanendo el timore sancto. E però dixe la mia Verità a’ discepoli per dimostrare che Egli non era rompitore della legge: «lo non so’ venuto a dissolvere la legge, ma adempirla». Quasi dicesse la mia Verità a loro: — La legge è ora imperfetta, ma col sangue mio la farò perfetta, e cosí la riempirò di quello che ora le manca, tollendo via el timore della pena e fondandola in amore e in timore sancto.

Chi la dichiarò che questa fusse la veritá? El lume che fu dato ed è dato a chi el vuole ricevere per grazia sopra el lume naturale, come detto è. Si che ogni lume che esce della sancta Scriptura è uscito ed esce da questo lume. E però gl’ignoranti superbi scienziati aciecano nel lume, perché la superbia e la nuvila de l’amore proprio ha ricoperta e tolta questa luce: però intendono piú la Scriptura licteralmente che con intendimento; e però ne gustano la lettera rivollendo molti libri, e non gustano il merollo della Scriptura, perché s’hanno tolto el lume con che è formata e dichiarata la Scriptura. Unde questi cotali si maravigliano e cadranno nella mormorazione vedendo molti grossi e idioti nel sapere la Scriptura sancta, e nondimeno sonno tanto illuminati nel cognoscere la veritá come se longo tempo l’avessero studiata. Questa non è maraviglia neuna, perché egli hanno la principale cagione del lume unde venne la scienzia. Ma perché essi superbi hanno perduto el lume, non veggono né cognoscono la bontá mia, né el lume della grazia infusa sopra de’ servi miei.

Unde Io ti dico che molto è meglio andare per consiglio della salute de l’anima a uno umile con sancta e dritta coscienzia, che a uno superbo letterato studiante nella molta scienzia, perché colui non porge se non di quello che elli ha in sé, unde, per la tenebrosa vita, spesse volte el lume della sancta Scriptura porgerà in tenebre. El contrario trovarà ne’ servi miei, ché el lume che hanno in loro, quello porgono con fame e desiderio de la salute sua.

Questo t’ho detto, dolcissima figliuola mia, per farti cognoscere la perfeczione di questo unitivo stato, dove l’occhio de l’ intellecto è rapito dal fuoco della caritá mia, nella quale caritá ricevono el lume sopranaturale. Con esso lume amano me, perché l’amore va dietro a l’ intellecto, e quanto piú cognosce, piú ama, e quanto piú ama, piú cognosce. Cosí l’uno nutrica l’altro.

Con questo lume giongono a l’etterna mia visione, dove veggono e gustano me in veritá, separata l’anima dal corpo, si come Io ti dixi quando ti contiai della beatitudine che l’anima riceveva in me. Questo è quello stato excellentissimo che, essendo anco mortale, gusta tra gl’ inmortali. Unde spesse volte viene a tanta unione, che a pena che egli sappi se egli è nel corpo o fuore del corpo, e gusta l’arra di vita etterna si per l’unione che ha fatta in me e si perché la volontà è morta in sé, per la quale morte fece unione in me, che in altro modo perfettamente non la poteva fare. Adunque gustano vita etterna, privati de lo ‘nferno della propria volontà, la quale dá una arra d’inferno a l’uomo che vive a la volontà sensitiva, si come Io ti dixi.

LXXXVI - Repetizione utile di molte cose gia dette; e come Dio induce questa devota anima a pregarlo per ogni creatura e per la sancta Chiesa.

— Ora hai veduto con l’occhio de l’intelletto tuo ed hai udito con l’orecchia del sentimento da me, Verità etterna, che modo ti conviene tenere a fare utilitá, a te e al proximo tuo, di dot trina e di cognoscere la mia veritá, si come nel principio ti dixi che a cognoscimento della veritá si viene per lo cognoscimento di te: non puro cognoscimento di te, ma condito e unito col cognoscimento di me in te. Unde hai trovato umilità, odio e dispiacimento di te, e il fuoco della mia caritá per lo cognoscimento che trovasti di me in te; unde venisti ad amore e dileczione del proximo, facendo a lui utilitá di dottrina e di sancta e onesta vita.

Anco t’ho mostrato el ponte come egli sta, ed hotti mostrato e’ tre scaloni generali posti per le tre potenzie de l’anima; e come veruno può avere la vita della grazia se non gli saglie tutti e tre, cioè che sieno congregati nel nome mio. E anco te gli ho manifestati in particolare per li tre stati de l’anima figurati nel Corpo de l’unigenito mio Figliuolo, del quale ti dixi che egli aveva facto scala del Corpo suo, mostrandolo ne’ piei confitti, e ne l’apritura del lato, e nella bocca dove gusta l’anima la pace e la quiete, per lo modo che detto è.

E botti mostrata la imperfeczione del timore servile e la imperfeczione de l’amore, amando me per dolcezza; e la perfeczione del terzo stato di coloro che sonno gionti a la pace della bocca, essendo corsi con ansietato desiderio per lo ponte di Cristo crocifixo, salendo e’ tre scaloni generali, cioè d’avere congregate le tre potenzie de l’anima, dove congrega tutte le sue operazioni nel nome mio, si come di sopra ti spianai piú chiaramente; e de’ tre scaloni particolari e’ quali ha saliti, passato dallo stato imperfetto al perfetto. E tosi gli hai veduti córrire in veritá, e fattati gustare la perfeczione de l’anima con l’adornamento delle virtú, e gl’inganni che riceve prima che gionga a la sua perfeczione, se essa non essercita el tempo suo nel cognoscimento di sé e di me.

Anco t’ho dichiarata la miseria di coloro che vanno annegandosi per lo fiume, non tenendo per lo ponte della dottrina della mia Verità, el quale Io vi posi perché voi none annegaste; ma eglino, come matti, sono voluti annegare nella miseria e puzza del mondo.

Tutto questo t’ho dichiarato per farti crescere il fuoco del sancto desiderio e la compassione e dolore della dannazione de l’anime, acciò che ‘l dolore e l’amore ti costringa a strignere me con lagrime e sudori: con lagrime de l’umile e continua orazione offerta a me con fuoco d’ardentissimo desiderio. E non solamente per te, ma per molte altre creature e servi miei che l’udiranno. Saranno costretti da la mia caritá (cosí insiememente tu e gli altri servi miei) di pregare e strignere me a fare misericordia al mondo e al corpo mistico della sancta Chiesa per cui tu tanto mi preghi.

Perché giá ti dixi, se ben ti ricorda, che Io adempirei e’ desidèri vostri dandovi refrigerio nelle vostre fadighe, cioè satisfacendo a’ penosi vostri desidèri, donando la reformazione della sancta Chiesa di buoni e sancti pastori: non con guerra, come Io ti dixi, né con coltello né crudeltá, ma con pace e quiete, lagrime e sudori de’ servi miei, e’ quali v’ho messi come lavoratori de (‘anime vostre e di quelle del proximo, e nel corpo mistico della sancta Chiesa. In voi, lavorare in virtú: nel proximo e nella sancta Chiesa, in exemplo e in doctrina, e continua orazione offerire a me per lei e per ogni creatura; parturendo le virtú sopra del proximo vostro per lo modo che decto t’ho. Perché giá ti dixi che ogni virtú e difecto si faceva e aumentavasi sopra del proximo.

E però voglio che facciate utilitá al proximo vostro; e per questo modo darete de’ fructi della vigna vostra. Non vi ristate di gittarmi oncenso d’odorifere orazioni per salute de l’anime e perch’ Io voglio fare misericordia al mondo, e con esse orazioni e sudori e lagrime lavare la faccia della sposa mia, cioè della sancta Chiesa, perché giá te la mostrai in forma d’una donzella lordata tucta la faccia sua, quasi come lebbrosa. Questo era per lo difecto de’ ministri, e di tucta la religione cristiana, che al pecto di questa sposa si notricano. De’ quali difecoi lo in un altro luogo ti narrarò.

LXXXVII - Come questa devota anima fa petizione a Dio di volere sapere de li stati e fructi de le lagrime.

Alora quella anima, ansietata di grandissimo desiderio, levandosi come ebbra si per l’unione che era facta in Dio e sí per quello che aveva udito e gustato da la prima dolce Verità, e ansietata di dolore della ignoranzia delle creature di non cognoscere il loro benefactore e l’affecto della caritá di Dio (e nondimeno aveva una allegrezza d’una speranza della promessa che la veritá di Dio aveva facta a lei, insegnandole el modo che ella dovesse tenere, ed ella e gli altri servi di Dio, per volere che egli faccia misericordia al mondo); levando l’occhio de l’ intellecto nella dolce Verità dove stava unita, volendo alcuna cosa sapere sopra de’ decti stati de l’anima che Dio aveva a lei narrati, vedendo che l’anima passa agli stati con lagrime; e però voleva sapere da la Verità la differenzia delle lagrime, e come erano facte, e unde procedevano, e il fructo che seguitava doppo el pianto.

Volendo adunque saperlo da la prima dolce Verità únde procedevano le decte lagrime, e di quante fussero ragioni lagrime, perché la veritá non si può cognoscere altro che da essa Verità, però dimanda la Verità. E nulla cosa si cognosce nella Verità che non si vegga con l’occhio de l’ intellecto, unde è bisogno, a chi vuole cognoscere, che si levi con desiderio di volere cognoscere col lume della fede nella Verità, aprendo l’occhio de (‘intellecto con la pupilla della fede ne l’obbiecto della Verità.

Poi che ebbe cognosciuto, perché non l’era escito di mente la doctrina che le die’ la Verità, cioè Dio, che per altra via non poteva sapere quello che desiderava di sapere degli stati e fructi delle lagrime, levò sé sopra di sé con grandissimo desiderio oltre a ogni modo, e col lume della fede viva upriva l’occhio de l’ intellecto suo nella Verità etterna, nella quale vide e cognobbe la veritá di quello che dimandava. Manifestandole Dio se medesimo, cioè la benignità sua, conscendendo a l’affocato desiderio, adempiva la sua petizione.

LXXXVIII - Come sono cinque maniere di lagrime.

Alora diceva la Verità prima dolce di Dio: — O dilectissima e carissima figliuola, tu m’adimandi di volere sapere delle ragioni delle lagrime e de’ fructi loro; e Io non ho spregiato el desiderio tuo. Apre bene l’occhio de l’intellecto, e mostrarocti, per li decti stati de l’anima che contiati t’ho, le lagrime imperfecte fondate nel timore.

Ma prima, delle lagrime degl’ iniqui uomini del mondo. Queste sonno lagrime di dannazione.

Le seconde sonno quelle del timore, di coloro che si levano dal peccato per timore della pena, e per timore piangono.

El terzo è di coloro che, levati dal peccato, cominciano a gustare me, e con dolcezza piangono, e comincianmi a servire; ma, perché è imperfecto l’amore, è imperfecto el pianto, si come Io ti narrarò.

El quarto è di coloro che gionti sonno a perfeczione nella caritá del proximo, amando me senza rispecto veruno di sé. Costoro piangono, e il pianto loro è perfecto.

El quinto è unito col quarto: sonno lagrime di dolcezza gictate con grande suavità, si come di socto distesamente ti dirò. Anco ti narrarò delle lagrime del fuoco, senza lagrima d’occhio, per satisfare a coloro che spesse volte desiderano el pianto e non el possono avere. E voglio che tu sappi che tucti questi diversi stati possono essere in una anima levandosi dal timore e da l’amore imperfecto e giognendo a la caritá perfecta e a l’unitivo stato.

Ora ti comincio a narrare delle dette lagrime per questo modo.

LXXXIX - De la differenzia d’esse lagrime, discorrendo per li predecti stati dell’anima.

— Io voglio che tu sappi che ogni lagrima procede dal cuore, perché neuno membro è nel corpo che voglia tanto satisfare al cuore quanto l’occhio. Se egli ha dolore, l’occhio el manifesta; e se egli è dolore sensitivo, gitta lagrime cordiali che generano morte, perché procedevano dal cuore, perché l’amore era disordinato fuore di me; e perché egli è disordinato, però è con offesa di me e riceve mortale dolore e lagrime. È vero che la gravezza della colpa e pianto è piú grave e meno, secondo la misura del disordinato amore. Questi sonno quelli primi che hanno lagrime di morte, de’ quali Io t’ho decto e dirò. Ora comincia a vedere le lagrime che cominciano a dare vita, cioè di coloro che, cognoscendo le colpe loro, per timore della pena cominciano a piangere. Queste sonno lagrime cordiali e sensitive, cioè che, non essendo ancora al perfectissimo odio della colpa commessa per l’offesa facta a me, levansi con uno cordiale dolore per la pena che lo’ séguita doppo el peccato commesso; e però l’occhio piagne perché vuole satisfare al dolore del cuore.

Ed exercitandosi l’anima a la virtú, comincia a perdere il timore, perché cognosce che solo el timore non è sufficiente a darli vita etterna, si come nel secondo stato dell’anima Io ti narrai. E però si leva con amore a cognoscere se medesima e la mia bontá in sé, e comincia a pigliare speranza della misericordia mia, nella qualeil cuore sente allegrezza. Mescolato el dolore della colpa con allegrezza della speranza della divina mia misericordia, l’occhio alora comincia a piangere: la quale lagrima esce della fontana del cuore. Ma perché ancora non è gionta a la grande perfeczione, spesse volte gitta lagrime sensuali. Se tu mi dimandi: — Per che modo? — rispondoti: Perché la radice de l’amore proprio di sé non è d’amore sensitivo (che giá v’è levato per lo modo decto), ma è uno amore spirituale quando l’anima appetisce le spirituali consolazioni, delle quali distesamente ti dixi la imperfeczione loro, o mentali o con mezzo d’alcuna creatura amata di spirituale amore. Quando è privata di quella cosa che ama, cioè delle consolazioni o dentro o di fuore (dentro, per consolazione che abbi tracta da me; o di fuore, della consolazione che aveva dalla creatura), e sopravenendo le temptazioni o persecuzioni dagli uomini, el cuore ha dolore: e subbito l’occhio, che sente il dolore e la pena del cuore, comincia a piangere d’uno pianto tenero e compassionevole a se medesima, d’una compassione spirituale di proprio amore, perché non è ancora conculcata e annegata la propria volontà in tucto. Per questo modo gitta lagrime sensuali, cioè di spirituale passione.

Ma, crescendo ed exercitandosi nel lume del cognoscimento di sé, concipe uno dispiacimento in se medesima e odio perfecto di se medesima, unde traie uno cognoscimento vero della mia bontá con uno fuoco d’amore, e comincia a unirsi e conformare la volontà sua con la mia. E cosí comincia a sentire gaudio e compassione: gaudio in sé per l’affetto de l’amore, e compassione al proximo, si come nel terzo stato Io ti narrai. Subbito l’occhio, che vuole satisfare al cuore, gemenella caritá mia e del proximo suo con cordiale amore, dolendosi solo de l’offesa mia e del dapno del proximo e non di pena né danno proprio di sé, perché non pensa di sé, ma solo pensa di potere rendere gloria e loda al nome mio; e con espasimato desiderio si diletta di prendere il cibo in su la mensa della sanctissima croce, cioè conformandosi con l’umile, paziente e inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, del quale feci ponte, come detto è.

Poi che cosí dolcemente è ita per lo ponte, seguitando la doctrina della dolce mia Verità, e passata per questo Verbo, sostenendo con vera e dolce pazienzia ogni pena e molestia, secondo che Io ho permesso per la salute sua, ella virilmente l’ha ricevute, none eleggendole a suo modo ma a mio; e non tanto che porti con pazienzia, come Io ti dixi, ma con allegrezza sostiene. E recasi in una gloria d’essere perseguitata per lo nome mio, pure che abbia di che patire. Alora viene l’anima a tanto diletto e tranquillità di mente, che non è lingua sufficiente a poterlo narrare.

Passata col mezzo di questo Verbo (cioè per la doctrina de l’unigenito mio Figliuolo), fermato l’occhio de l’intelletto in me, dolce prima Verità, veduta la cognosce, e cognoscendo l’ama. Tratto l’affetto dietro a l’ intelletto, gusta la Deitá mia etterna, la quale cognosce, e vede essa natura divina unita con la vostra umanità. Riposasi alora in me, mare pacifico. EI cuore è unito per affetto d’amore in me, si come nel quarto unitivo stato ti dixi. Nel sentimento di me, Deitá etterna, l’occhio comincia a versare lagrime di dolcezza, che drittamente sonno uno latte che nutrica l’anima in vera pazienzia. Queste lagrime sonno uno unguento odorifero che gicta odore di grande soavità.

O dilettissima figliuola mia, quanto è gloriosa quella anima che cosí realmente ha saputo trapassare dal mare tempestoso a me, mare pacifico, e impíto el vaso del cuore suo nel mare di me, somma ed etterna Deitá ! E però l’occhio, ch’è uno condotto, s’ingegna, come egli ha tracto del cuore, di satisfarli; e cosí versa lagrime.

Questo è quello ultimo stato dove l’anima sta beata e dolorosa: beata sta per l’unione che ha fatta meco per sentimento, gustando l’amore divino; dolorosa sta per l’offesa che vede fare a me, bontá e grandezza mia, la quale ha veduta e gustata nel cognoscimento di sé e di me, per lo quale cognoscimento di sé e di me gionse al’ultimo stato. E non è però impedito lo stato unitivo (che dá lagrime di grande dolcezza), per lo conoscimento di sé, nella caritá del proximo, nella quale trovò pianto d’amore della divina mia misericordia e dolore de l’offesa del proximo: piangendo con coloro che piangono e godendo con coloro che godono (ciò sonno coloro che vivono in carità, de’ quali l’anima gode vedendo rendere gloria e loda a me da’ servi miei). Si che ‘l pianto secondo (cioè il terzo) non impedisce l’ultimo, (cioè il quarto), Punitivo secondo; anco condisce l’uno l’altro. Ché se l’ultimo pianto, dove l’anima ha trovata tanta unione, non avesse tracto dal secondo (cioè dal terzo stato della caritá del proximo), non sarebbe perfetto. Si che è di bisogno che si condisca l’uno con l’altro, altrementi verrebbe a presumpzione, nella quale intrarrebbe uno vento sottile d’una propria reputazione, e cadrebbe da l’altezza infino a la bassezza del primo vomito. E però è bisogno di portare e tenere continuo la caritá del proximo suo con vero cognoscimento di sé.

Per questo modo nutricarà el fuoco della mia caritá in sé, perché la caritá del proximo è tratta da la caritá mia, cioè da quello cognoscimento che l’anima ebbe conoscendo sé e la bontá mia in sé, unde ella si vidde amare da me ineffabilemente. E però con questo medesimo amore che vide in sé essere amata, ama ogni creatura che ha in sé ragione; e questa è la ragione che l’anima si distende, subbito che conosce me, ad amare il proximo suo. Unde, perché vidde, l’ama ineffabilemente, si che ama quella cosa che vidde che lo piú amavo.

Poi cognobbe che a me non poteva fare utilitá né rendermi quel puro amore con che si sente essere amata da me; e però si pone a rendermi amore con quello mezzo che Io v’ho posto, cioè il proximo suo, che è quel mezzo a cui dovete fare utilitá (si come Io ti dixi che ogni virtú si faceva col mezzo del proximo a ogni creatura in comune e in particulare), secondo le diverse grazie ricevute da me, dandovele a ministrare. Amare dovete di quel puro amore che Io ho amati voi: questo non si può fare verso di me, perch’ Io v’amai senza essere amato e senza veruno rispecto. E però che v’ho amati senza essere amato da voi, prima che voi fuste (anco l’amore mi mosse a crearvi a la imagine e similitudine mia), non el potete rendere a me, ma dovetelo rendere alla creatura che ha in sé ragione, amandoli senza essere amato da loro; e amare senza alcuno rispecto di propria utilitá o spirituale o temporale, ma solo amare a gloria e loda del nome mio, perché è amata da me. Cosí adempirete il comandamento della legge: d’amare me sopra ogni cosa e il proximo come voi medesimi.

Bene è dunque vero che a quella altezza non si può giognere senza questo secondo stato, cioè che viene el terzo stato e il secondo a l’unione. Né, poi che è gionto, si può conservare se si partisse da quello affecto unde pervenne a le seconde lagrime decte; si come non si può adempire la legge di me, Dio etterno, senza quella del proximo vostro, perché sonno due piei de l’affecto per cui s’observano e’ comandamenti e i consigli (si com’Io ti dixi) che vi die’ la mia Verità, Cristo crocifixo.

Cosí questi due stati, de’ quali è facto uno, notricano l’anima nelle virtú, crescendola nella perfeczione delle virtú e de l’unitivo stato. Non che muti altro stato, poi che è gionto a questo; ma questo medesimo cresce la ricchezza della grazia in nuovi e in diversi doni e amirabili elevazioni di mente, si come Io ti dixi, con uno cognoscimento di veritá che quasi, essendo mortale, pare immortale: perché’l sentimento della propria sensualità è mortificato, e la volontà è morta per l’unione che ha facta in me.

Oh, quanto è dolce questa unione a l’anima che la gusta! che, gustandola, vede le segrete cose mie, onde spesse volte riceverà spirito di profezia in sapere le cose future. Questo fa la mia bontá, benché l’anima umile sempre le debba spregiare: none l’affecto della mia caritá che do, ma l’appetito delle proprie consolazioni, reputandosi indegna della pace e quiete della mente, per notricare la virtú dentro ne l’anima sua. E none sta nel secondo stato, ma torna a la valle del conoscimento di sé. Questo le permecto, per grazia, di darle questo lume acciò che sempre cresca, perché l’anima non è tanto perfecta in questa vita che non possa crescere a maggiore perfeczione, cioè a perfeczione d’amore. Solo el dilecto unigenito mio Figliuolo, capo vostro, fue quello a cui non poté crescere alcuna perfeczione perché Egli era una cosa con meco e Io con lui; l’anima sua era beata per l’unione della natura mia divina. Ma voi, perregrini membri, sempre sète apti a crescere in maggiore perfeczione. Non però ad altro stato, come decto è, poi che sète gionti a l’ultimo; ma potete crescere quello ultimo medesimo con quella perfeczione che sarà di vostro piacere, mediante la grazia mia.

XC - Repetizione breve del precedente capitolo. E come el demonio fugge da quelli che sono gionti a le quinte lagrime. E come le molestie del dimonio sono verace via da giognere a questo stato.

— Ora hai veduto gli stati delle lagrime e la differenzia loro, secondo che è piaciuto a la mia veritá di satisfare al desiderio tuo. Delle prime, di coloro che sonno in stato di morte (di colpa di peccato mortale), vedesti che ‘l pianto loro procede dal cuore generalmente, perché ‘l principio de l’affecto, unde venne la lagrima, era corrocto, e però n’esce corrocto e miserabile pianto e ogni loro operazione.

El secondo stato è di coloro che cominciano a conoscere i loro mali per la propria pena che lo’ séguita doppo la colpa. Questo è uno comincio generale buonamente dato da me a’ fragili, che, come ignoranti, s’anniegano giú per lo fiume, schifando la doctrina della mia veritá; ma molti e molti sonno quegli che conoscono loro senza timore servile, cioè di propria pena, e vannosene chi, di subbito, con uno grande odio di sé, per lo quale odio si reputa degno della pena; alcuni con una buona simplicità si dànno servire me, loro Creatore, dolendosi de l’offesa che hanno facta a me. È vero che egli è piú apto a giognere a lo stato perfecto colui che va con grandissimo odio che gli altri, bene che, exercitandosi, l’uno e l’altro giogne; ma questo giogne prima. Debba guardare l’uno di non rimanere nel timore servile, e l’altro nella tiepidezza sua, cioè che in quella simplicità, non exercitandola, non vi s’intepidisse dentro. Si che questo è uno chiamare comune.

El terzo e il quarto è di coloro che, levati dal timore, sono gionti a l’amore e a speranza, gustando la divina mia misericordia, ricevendo molti doni e consolazioni da me, per le quali l’occhio, che satisfa al sentimento del cuore, piagne; ma perché ancora è imperfecto, mescolato col pianto sensitivo spirituale, come decto è, giogne, exercitandosi in virtú, al quarto, dove l’anima, cresciuta in desiderio, uniscesi e conformasi con la mia volontà, in tanto che non può volere né desiderare se non quel ch’Io voglio, vestito della caritá del proximo, unde traie uno pianto d’amore in sé e dolore de l’offesa mia e danno del proximo suo. Questo è unito con la quinta e ultima perfeczione, dove egli si unisce in veritá, dove è cresciuto ci fuoco del sancto desiderio, dal quale desiderio ci dimonio fugge e non può percuotere l’anima, né per ingiuria che le fusse facta, perché ella è facta paziente nella caritá del proximo, non per consolazione né spirituale né temporale, però che per odio e vera umilità le spregia.

Egli è ben vero che ‘l dimonio da la parte sua non dorme mai, ma insegna a voi negligenti che nel tempo del guadagno state a dormire. Ma la sua vigilia a questi cotali non può nuocere, perché non può sostenere il calore della caritá loro né l’odore de l’unione che ha facta in me, mare pacifico, dove l’anima non può essere ingannata mentre che starà unita in me. Si che fugge come fa la mosca da la pignacta che bolle, per paura che ha del fuoco: se fusse tiepida, non temarebbe, ma andarebbevi dentro, benché spesse volte egli vi perisce, trovandovi piú caldo che non si imaginava. E cosí diviene de l’anima prima che venga a lo stato perfecto: ci dimonio, perché gli pare tiepida, v’entra dentro con molte diverse temptazioni; ma, essendovi ponto di cognoscimento e di calore e dispiacimento della colpa, resiste, legando la volontà, che non consenta, col legame de l’odio del peccato e amore della virtú.

Rallegrisi ogni anima che sente le molte molestie, perché quella è la via da giognere a questo dolce e glorioso stato. Perché giá ti dixi che per lo conoscimento e odio di voi e per conoscimento della mia bontá voi venivate a perfeczione. Veruno tempo è che si conosca tanto bene l’anima se lo so’ in lei, quanto nel tempo delle molte bactaglie. In che modo? Dicotelo: sé conosce bene, vedendosi nelle bactaglie e non si può liberare né resistere che non l’abbia; può belle resistere a la volontà a non consentire, ma in altro no. Alora può conoscere sé non essere: ché se ella fusse alcuna cosa per se medesima, si levarebbe quelle che ella non vuole. Cosí per questo modo s’aumilia con vero conoscimento di sé, e col lume della sanctissima fede corre a me, Dio etterno, per la cui bontá si truova conservare la buona e sancta volontà che non consente, al tempo delle molte bactaglie, ad andare dietro a le miserie nelle quali si sente molestare.

Bene avete dunque ragione di confortarvi con la doctrina del dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, nel tempo delle molte molestie e pene, adversità e temptazioni dagli uomini e dal demonio, poi che aumentano la virtú e fanvi giognere a la grande perfeczione.

XCI - Come quelli, che desiderano le lagrime degli occhi e non le possono avere, hanno quelle del fuoco. E per che cagione Dio sottrae le lagrime corporali.

— Decto t’ho delle lagrime perfecte e imperfecte, e come tucte escono del cuore. Di questo vasello esce ogni lagrima di qualunque ragione si sia, e però tucte si possono chiamare «lagrime cordiali»: solo la differenzia sta ne l’ordinato o disordinato amore e ne l’amore perfetto o imperfetto, secondo che detto è di sopra.

Restoti ora a dire, a satisfaczione del desiderio tuo che m’hai domandato, d’alcuni che vorrebbero la perfeczione delle lagrime e non pare che le possino avere. Hacci altro modo che lagrima d’occhio? Sì: ècci un pianto di fuoco, cioè di vero e sancto desiderio, el quale si consuma per affecto d’amore: vorrebbe dissolvere la vita sua in pianto per odio di sé e salute de l’anime, e non pare che possa. Dico che costoro hanno lagrima di fuoco, in cui piagne lo Spirito sancto dinanzi a me per loro e per lo proximo loro. Cioè dico che la divina mia caritá accende con la sua fiamma l’anima che offera ansietati desidèri dinanzi da me, senza lagrima d’occhio. Dico che queste sono lagrime di fuoco: per questo modo dicevo che lo Spirito sancto piagneva. Questo non potendo fare con lagrime, offera desidèri di volontà che ha di pianto, per amore di me. Benché, se aprono l’occhio de l’intelletto, vedranno che ogni servo mio che gitta odore di sancto desiderio ed umili e continue orazioni dinanzi da me, piagne lo Spirito sancto per mezzo di lui. A questo modo parbe che volesse dire il glorioso apostolo Pavolo, quando dixe che lo Spirito sancto piagneva dinanzi a me, Padre, con gemito inenarrabile per voi.

Adunque vedi che non è di meno el frutto della lagrima del fuoco che di quella de l’acqua: anco spesse volte è di maggiore, secondo la misura de l’amore. E però non debba venire a confusione di mente, né debbale parere essere privata di me quella anima che desidera lagrime e non le può avere per lo modo che desidera; ma debbale desiderare con la volontà acordata con la mia e umiliata al si e al no, secondo che piace a la divina mia bontá. Alcuna volta Io permetto di non dare lagrime corporalmente, per fare l’anima continuamente stare dinanzi da me umiliata e con continua orazione e desiderio gustando me; ché avere da me quello che essa dimanda non le sarebbe di quella utilitá che essa si crede, ma starebbesi contenta ad avere quello che ha desiderato, e allentarebbe l’affetto e il desiderio con che ella me l’adimandava. Si che lo per acrescimento, e non perché diminuisca, sottrago a me di non darle attuali lagrime d’occhio, ma dolle le mentali solamente di cuore, piene di fuoco della divina mia caritá. Si che in ogni stato e in ogni tempo saranno piacevoli a me, pure che l’occhio de l’intelletto non si serri mai col lume della fede da l’obietto della mia veritá etterna con affecto d’amore. Però ch’ Io so’ medico, e voi infermi; e do a tutti quello che è di necessità e di bisogno a la vostra salute e a crescere la perfeczione ne l’anima vostra.

Questa è la veritá, e la dichiarazione degli stati delle dette lagrime dichiarate da me, Verità etterna, a te dolcissima mia figliuola. Anniègati dunque nel sangue di Cristo crocifixo, umile, crociato, inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, crescendo in continua virtú, acciò che si nutrichi el fuoco della divina mia caritá in te.

XCII - Come li quatro stati di questi predetti cinque stati de le lagrime danno infinite varietadi di lagrime. E come Dio vuole essere servito con cosa infinita e non con cosa finita.

— Questi cinque stati predetti sonno come cinque principali canali de’ quali e’ quattro dànno abondanzia e infinite varietà di lagrime, che tutte dànno vita, se sonno exercitate in virtú, come detto t’ho. Come infinite? Non dico che in questa vita siate infiniti in pianto, ma «infinite» le chiamo per lo infinito desiderio de l’anima.

Ora t’ho detto come la lagrima procede dal cuore, e il cuore la porge a l’occhio, avendola ricolta ne l’affocato desiderio: sí come el legno verde che sta nel fuoco, che per lo caldo geme l’acqua, perché egli è verde (ché, se fusse secco, giá non gemarebbe); cosí el cuore, rinverdito per la rinnovazione della grazia, trattane la secchezza de l’amore proprio che disecca l’anima. Si che sonno unite fuoco e lagrime, cioè desiderio affocato. E perché il desiderio non finisce mai, non si sazia in questa vita, ma quanto piú ama meno gli pare amare; e cosi exercita el desiderio sancto che è fondato in carità, col quale desiderio l’occhio piagne.

Ma, separata che l’anima è dal corpo e gionta a me, fine suo, non abandona però el desiderio che non desideri me e la caritá del proximo suo; inperò che la caritá è intrata dentro come donna, portandosene il fructo di tucte l’altre virtú. È vero che termina e finisce la pena, si com’ Io ti dissi; però che, se egli desidera me, esso m’ha in veritá senza alcuno timore di potere perdere quello che ha tanto tempo desiderato. E in questo modo si notrica la fame: cioè che avendo fame sonno saziati, e saziati hanno fame, e di longa è il fastidio dalla sazietà, e di longa è la pena da la fame, perché ine non manca alcuna perfeczione.

Si che il desiderio vostro è infinito: ché altrementi non varrebbe né avarebbe vita alcuna virtú se fussi solamente servito con cosa finita, perché Io, che so’ Dio infinito, voglio essere servito da voi con cosa infinita; e infinito altro non avete se non l’affecto e il desiderio vostro de l’anima. E per questo modo dicevo che erano infinite varietà di lagrime, e cosí è la veritá per lo modo che decto ho: per lo infinito desiderio che era unito con la lagrima. La lagrima, partita che l’anima è dal corpo, rimane di fuore; ma l’affecto della caritá ha tracto a sé el fructo della lagrima e consumatala, si come l’acqua nella fornace: non è che l’acqua sia fuore della fornace, ma el calore del fuoco l’ha consumata e tracta in sé. Cosí l’anima, gionta a gustare il fuoco de la divina mia carità, è passata di questa vita con l’affecto della caritá di me e del prossimo suo, e con l’amore unitivo col quale gictava la lagrima. E non restano mai di continuamente offerire loro desidèri beati e lagrimosi senza pena: non con lagrima d’occhio, ché ella è diseccata nella fornace, come decto è; ma lagrima di fuoco di Spirito sancto.

Veduto hai dunque come sonno infinite, che pure in questa vita medesima non è lingua sufficiente a narrare quanti diversi pianti si fanno in questo stato decto. Ma hocti decta la differenzia de’ quattro stati delle lagrime.

XCIII - Del fructo de le lagrime degli uomini mondani.

— Restoti a dire del fructo che dá la lagrima gictata con desiderio, e quello che adopera ne l’anima. Ma prima ti cominciarò della quinta, della quale al principio ti feci menzione, cioè di coloro che miserabilmente vivono nel mondo, facendosi Dio delle creature e delle cose create e della loro propria sensualità, unde vi viene ogni danno de l’anima e del corpo. Io ti dixi che ogni lagrima procedeva dal cuore, e cosí è la veritá, perché tanto si duole il cuore quanto egli ama. Gli uomini dei mondo piangono quando el cuore sente dolore, cioè quando è privato di quella cosa che egli amava. Ma molto sonno diversi e’ pianti loro: sai quanto? quanto è differente e diverso l’amore. E perché la radice è corrocta del proprio amore sensitivo, ogni cosa n’esce corrocta. Egli è uno arbore che non germina altro che fructi di morte, fiori putridi, foglie macchiate, rami inchinati infino a terra, percossi da diversi venti: questo è l’arbore de l’anima. Perché tucti sète arbori d’amore, e però senza amore non potete vivere, perché sète facti da me per amore. L’anima che virtuosamente vive pone la radice de l’arbore suo nella valle della vera umilità: ma questi che miserabilmente vivono l’hanno posta nel monte della superbia; unde, perché egli è mal piantato, non produce fructo di vita, ma di morte. E’ fructi sonno le loro operazioni, e’ quali sonno tucti avelenati di molti e diversi peccati: e se veruno fructo di buona operazione essi fanno, perché è corrotta la radice, ogni cosa n’esce guasto; cioè che l’anima che è in peccato mortale, neuna buona operazione che faccia, le vale a vita etterna, perché non sonno facte in grazia. Benché non debba lassare però la buona operazione, perché ogni bene è remunerato e ogni colpa punita. El bene che è facto fuore della grazia non è sufficiente né gli vale a vita etterna, come decto è; ma la divina bontá e mia giustizia da remunerazione imperfecta, come ella è data a me l’operazione imperfecta: alcuna volta l’è remunerato in cose temporali, alcuna volta ne gli presto el tempo, si come in un altro luogo, sopra questa materia, di sopra ti narrai, dandoli spazio pure perché egli si possa correggere. Questo anco alcuna volta gli farò: che gli darò vita di grazia con alcuno mezzo de’ servi miei e’ quali sono piacevoli e accepti a me; si come feci al glorioso apostolo Pavolo, che, per l’orazioni di sancto Stefano, si levò da la sua infidelità e persecuzioni che faceva a’ cristiani. Si che vedi bene che, in qualunque stato l’uomo si sia, non debba mai lassare di fare.

Dicevoti che i fiori erano putridi; e cosí è la veritá. E’ fiori sonno le puzzolenti cogitazioni del cuore (le quali sonno spiacevoli a me), e odio e dispiacimento verso el proximo suo. Si come ladro, l’onore ha furato di me, suo Creatore, e datolo a sé. Questo fiore mena puzza di falso e miserabile giudicio, el quale giudicio è in due modi: l’uno verso di me, giudicando gli occulti miei giudici e ogni mio misterio iniquamente, e in odio quello che Io gli ho facto per amore, e in bugia quello che lo gli ho facto per veritá, e in morte quello che Io do per vita. Ogni cosa condannano e giudicano secondo el loro infermo parere, perché si sonno aciecati, col proprio amore sensitivo, l’occhio de l’intelletto e ricoperta la pupilla della sanctissima fede che non lo’ lassa vedere né cognoscere la veritá.

L’altro giudicio ultimo è inverso del proximo suo, unde spesse volte n’esce molto male; ché il misero uomo non cognosce sé, e vuolsi ponere a cognoscere il cuore e l’affecto della creatura che ha in sé ragione, e, per una operazione che vedrà o parola che oda, vorrà giudicare l’affecto del cuore. Ma e’ servi miei sempre giudicano in bene, perché sonno fondati in me, sommo Bene. Ma questi cotali sempre giudicano in male, perché sonno fondati nel miserabile male. De’ quali giudici molte volte ne viene odio, omicidii e dispiacimento verso del proximo suo, e dilungamento da l’amore della virtú de’ servi miei.

Cosí a mano a mano seguitano le foglie, le quali sonno le parole che escono della bocca in vitoperio di me e del sangue de l’unigenito mio Figliuolo e in danno del proximo suo. E non si curano d’altro che di maledire e condepnare l’operazione mie, o di bastemmiare e dire male d’ogni creatura che ha in sé ragione, come facto lo’ viene, secondo che il loro giudicio porta. E non tengono a mente (disaventurati a loro!) che la lingua è facta solo per rendere onore a me e per confessare i difecti loro, e adoperare per amore della virtú e in salute del proximo. Queste sonno le foglie macchiate della miserabile colpa, perché ‘l cuore, unde sonno procedute, non era schiecto, ma molto maculato di doppiezza e di molta miseria. Quanto pericolo (oltre al danpno spirituale della privazione della grazia che ha facta ne l’anima) esce in danno temporale! Ché per le parole avete udito e veduto venire mutazioni di Stati, disfacimento di città e molti omicidii e altri mali: perché la parola intrò nel mezzo del cuore a colui a cui ella fu decta; introe dove non sarebbe passato el coltello colà dove passò e introe la parola.

Dico che l’arbore ha sette rami che chinano infino a terra, de’ quali escono e’ fiori e le foglie per lo modo che decto t’ho. Questi sonno e’ septe peccati mortali, e’ quali sono pieni di diversi e molti peccati, legati nella radice e gambone de l’amore proprio di sé e della superbia. La quale ha facto prima e’ rami e i fiori delle molte cogitazioni; poi procede la foglia delle parole e il fructo di gattive operazioni. Stanno chinati infino a terra, cioè che i rami de’ peccati mortali non si voltano altro che a la terra d’ogni fragile e disordinata sustanz’a de mondo, e in altro modo non mira se none in che modo si possa nutricare della terra insaziabilmente, che mai non si sazia. Insaziabili sonno e incomportabili a loro medesimi; e cosa convenevole è che egli sieno sempre inquieti, ponendosi a desiderare e volere quella cosa che lo’ dá sempre insazietà, si come Io ti dixi. Questa è la cagione perché essi non si possono saziare: Perché sempre apetiscono cosa finita, ed eglino sonno infiniti quanto ad essere, ché l’essere loro non finisce mai (perché finisca a grazia per la colpa del peccato mortale) e perché l’uomo è posto sopra tucte le cose create, e non le cose create sopra lui; e però non si può saziare né stare quieto se none in cosa maggiore di sé. Maggiore di sé non ci è altro che lo, Dio etterno; e però solo lo gli posso saziare. E perché egli n’è privato per la colpa commessa, sta in continuo tormento e pena. Dipo’ la pena gli séguita el pianto; e giognendoli e’ venti, percuotono l’arbore de l’amore della propria sensualità dove egli ha facto ogni suo principio.

XCIV - Come li predecti piangitori mondani sono percossi da quatro diversi venti.

— O egli è vento di prosperità, o egli è vento d’aversità, o di timore, o di coscienzia, che sonno quattro venti.

El vento della prosperità notrica la superbia con molta presumpzione, con grandezza di sé e avilimento del proximo suo. Se egli è signore, va con molta ingiustizia e con vanità di cuore, e con immondizia di corpo e di mente, e con propria reputazione e con molte altre cose che seguitano doppo queste, le quali la lingua tua non potrebbe narrare. Questo vento della prosperità è egli corrocto in sé? No; né questo né veruno; ma è corrocta la principale radice de l’arbore, unde ogni cosa corrompe. Perché Io, che mando e dono ogni cosa che ha essere, so’ somamente buono; e però è buono ciò che è in questo vento prospero. Unde ne gli séguita pianto, perché ‘l suo cuore non è saziato, ché desidera quello che non può avere; e non potendolo avere, ha pena, e nella pena piagne. Già ti dixi che l’occhio vuole satisfare al cuore.

Dipo’ questo viene uno vento di timore servile, nel quale gli fa paura l’ombra sua, temendo di perdere la cosa che egli ama. O egli teme di perdere la vita sua medesima, o quella de’ figliuoli o d’altre creature; o teme di perdere lo stato suo o d’altre per amore proprio di sé, o onore o ricchezza. Questo timore non gli lassa possedere il dilecto suo in pace, perché ordinatamente, secondo la mia volontà, non le possiede; e però gli séguita timore servile e pauroso, facto servo miserabile del peccato, e tale si può reputare quale è quella cosa a cui egli serve. El peccato è non cavelle: adunque egli è venuto a non cavelle.

Mentre che il vento del timore l’ha percosso, ed eili giogne quello della tribulazione e aversità della quale egli temeva, e privalo di quello che egli aveva, alcuna volta in particulare e alcuna volta in generale. Generale è quando è privato della vita, che per forza della morte è privato d’ogni cosa. Alcuna volta è particulare, ché quando levo una cosa e quando un’altra: o della sanità, o de’ figliuoli, o ricchezze, o stati, o onori, secondo che lo, dolce medico, vego che è di necessità a la vostra salute, e però ve l’ho date. Ma, perché la fragilità vostra è tucta corrocta, e senza veruno cognoscimento guasta el fructo della pazienzia; e però germina impazienzia, scandalo e mormorazione, odio e dispiacimento verso di me e delle mie creature, e quello che lo ho dato per vita l’ha ricevuto in morte con quella misura del dolore che egli aveva l’amore.

Ora è condocto a pianto aliggitivo d’impazienzia che disecca l’anima e ucidela tollendole la vita della grazia; e disecca e consuma el corpo, e acciecalo spiritualmente e corporalmente, e privalo d’ogni dilecto e tollegli la speranza, perché è privato di quella cosa nella quale aveva dilecto, dove aveva posto l’affecto e la speranza ‘e la fede sua: si che piagne. E non solamente la lagrima fa venire tanti inconvenienti, ma el disordinato affecto e dolore del cuore, unde è proceduta la lagrima. Ché non la lagrima de l’occhio in sé dá morte e pena, ma la radice unde ella procede, cioè l’amore proprio disordinato del cuore. Ché, se’l cuore fusse ordinato e avesse vita di grazia, la lagrima sarebbe ordinata e costrignerebbe me, Dio etterno, a farli misericordia. Ma perché dicevo che questa lagrima dá morte? perché ella è il messo che vi manifesta. la vita o morte che fusse nel cuore.

Dicevo che veniva uno vento di coscienzia; e questo fa la divina mia Bontà, che, avendo provato con la prosperità per trarli per amore e col timore, ché per importunità dirizzassero el cuore ad amare con virtú e non senza virtú; provato con la tribolazione, data perché cognoscano la fragilità e poca fermezza del mondo; ad alcuni altri, poi che questo non giova, perché v’amo ineffabilemente, do uno stimolo di coscienzia, perché si levino ad aprire la bocca bomicando el fracidume de’ peccati per la sancta confessione. Ma essi, come obstinati, e drictamente riprovati da me per le iniquità loro (che non hanno voluto ricevere la grazia mia in veruno modo), fugono lo stimolo della coscienzia, e vannolo spassando con miserabili dilecti e dispiacere mio e del proximo loro. Tucto l’adiviene perché è corrocta la radice con tucto l’arbore, e ogni cosa l’è in morte, e stanno in continue pene, pianti e amaritudine, come decto è. E se non si correggono mentre che hanno el tempo di potere usare el libero arbitrio, passano da questo pianto dato in tempo finito, e con esso giongono al pianto infinito. Sí che il finito lo’ torna ad infinito, perché la lagrima fu gittata con infinito odio della virtú, cioè col desiderio de l’anima, fondato in odio, che è infinito.

Vero è che, se avessero voluto, ne sarebbero esciti mediante la mia divina grazia nel tempo che essi erano liberi, non obstante ch’Io dicesse essere infinito: infinito è in quanto l’affecto è essere de l’anima, ma none l’odio e l’amore che fusse ne l’anima; ché, mentre che sète in questa vita, potete amare e odiare, secondo che è di vostro piacere. Ma se finisce in amore di virtú, riceve infinito bene, e se finisce in odio, sta in infinito odio ricevendo l’ecterna dannazione, si come Io ti dixi quando ti contiai che s’annegavano per lo fiume; intanto che non possono desiderare bene, privati della misericordia mia e della caritá fraterna, la quale gustano e’ sancti l’uno con l’altro, cioè della caritá di voi, perregrini viandanti in questa vita, posti qui da me per giognere al termine vostro, di me, vita etterna.

Né orazioni né limosine né verun’aitra operazione lor vale: essi sono membri tagliati dal corpo della divina mia carità, perché, mentre che vissero, non volsero essere uniti a l’obbedienzia de’ sanai miei comandamenti nel corpo mistico della sancta Chiesa e nella dolce sua obbedienzia, unde traete il sangue dello immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo. E però ricevono el fructo de l’ecterna dannazione con pianto e stridore di denti.

Questi sonno quelli martiri del dimonio, de’ quali lo ti dixi; si che ‘l dimonio lo’ dá quello fructo che ha per sé. Adunque vedi che questo pianto dá fructo di pene in questo tempo finito, e ne l’ultimo lo’ dá la infinita conversazione delle dimonia.

XCV - De’ fructi de le seconde e de le terze lagrime.

— Ora ti resto a dire de’ fructi che ricevono coloro che si cominciano a levare da la colpa per timore della pena, ad acquistare la grazia. Alquanti sonno che escono della morte del peccato mortale per timore della pena. Questo è il generale chiamare, come detto è.

Che fructo riceve questo? che egli comincia a votiare la casa de l’anima sua della immondizia, mandando el libero arbitrio el messo del timore della pena. Poi che egli ha purificata l’anima da la colpa, riceve pace di coscienzia, comincia a disponere l’affecto de l’anima e aprire l’occhio de l’intelletto a vedere il luogo suo, che, prima che fusse vòto, non il vedeva né vedeva altro che puzza di molti e diversi peccati. Comincia a ricevere consolazioni, perché ‘l vermine della coscienzia sta in pace, quasi aspectando di prendere il cibo della virtú. Si come fa l’uomo, che, poi che ha sanato lo stomaco e tractone fuore gli umori, dirizza l’appetito a prendere il cibo; cosí questi cotali aspectano pure che la mano del libero arbitrio con l’amore del cibo delle virtú gli apparecchi, ché doppo l’apparecchiare aspecta di mangiare. E cosí è veramente: che, exercitando l’anima el primo timore, votiato de’ peccati l’affecto suo, ne riceve il secondo fructo, cioè il secondo stato delle lagrime, dove l’anima, per affecto d’amore, comincia a fornire la casa di virtú. Benché imperfecta sia ancora, poniamo che sia levata dal timore, riceve consolazione e dilecto perché l’amore de l’anima sua ha ricevuto dilecto da la mia veritá che so’ esso amore; e, per lo dilecto e consolazione che truova in me, comincia ad amare molto dolcemente, sentendo la dolcezza della consolazione mia o dalle creature per me.

Exercitando l’amore nella casa de l’anima sua, che è intrato dentro poi che ‘l timore l’ebbe purificata, comincia a ricevere i fructi della divina mia bontá, unde ebbe la casa de l’anima sua. Poi che egli è intrato l’amore a possedere, comincia a gustare ricevendo molti vari e diversi fructi di consolazione; e ne l’ultimo, perseverando, riceve fructo di ponere la mensa: cioè, poi che l’anima è trapassata dal timore a l’amore delle virtú, si pone la mensa sua. Gionto a le terze lagrime, egli pone la mensa della sanctissima croce nel cuore e ne l’anima sua; poi che l’ha posta, trovandovi el cibo del dolce e amoroso Verbo (el quale dimostra l’onore di me Padre e la salute vostra per la quale fu aperto el Corpo de l’unigenito mio Figliuolo dandosi a voi in cibo), alora comincia a mangiare l’onore di me e la salute de l’anime con odio e dispiacimento del peccato.

Che fructo riceve l’anima di questo terzo stato delle lagrime? Dicotelo: riceve una fortezza fondata in odio sancto della propria sensualità, con uno fructo piacevole di vera umilità, con una pazienzia che tolle ogni scandalo, e priva l’anima d’ogni pena, perché col coltello de l’odio ucise la propria volontà, dove sta ogni perìa: ché solo la volontà sensitiva si scandalizza delle ingiurie, delle persecuzioni e delle consolazioni temporali o spirituali, come di sopra ti dixi, e cosí viene ad impazienzia. Ma, perché la volontà è morta, con lagrimoso e dolce desiderio comincia a gustare il fructo della lagrima della dolce pazienzia.

O fructo di grande soavità, quanto se’ dolce a chi ti gusta, e piacevole a me, che stando ne l’amaritudine gusta la dolcezza! Nel tempo de l’ingiuria ricevi la pace; nel tempo che se’ nel mare tempestoso che i venti pericolosi percuotono con le grandi onde la navicella de l’anima, tu se’ pacifica e tranquilla senza veruno male, ricoperta la navicella con la dolce, etterna mia volontà divina. Unde hai ricevuto vestimento di vera e ardentissima carità, perché acqua non vi possa intrare. O dilectissima figliuola, questa pazienzia è reina, posta nella ròcca della fortezza: ella vince e non e mai vinta; essa non è sola, ma è acompagnata con la perseveranzia; ella è il mirollo della carità; ella è colei che manifesta il vestimento d’essa caritá se egli è vestimento nupziale o no; se egli è rocto d’ imperfeczione, ella el manifesta, sentendo subbito el contrario della inpazienzia. Tucte le virtú si possono alcuna volta occultare, mostrandosi .perfecte essendo imperfecte, excepto che a te non si possono nascondere: ché, se ella è ne l’anima questa dolce pazienzia, mirollo di carità, ella dimostra che tucte le virtú sonno vive e perfecte; e se ella non v’è, manifesta che tucte le virtú sonno imperfecte e non sonno gionte ancora alla mensa della sanctissima croce, dove essa pazienzia fu conceputa nel cognoscimento di sé e nel cognoscimento della mia bontá in sé, e parturita da l’odio sancto e unta di vera umilità. A questa pazienzia non è denegato el cibo de l’onore di me e salute de l’anime: anco essa è quella che ‘l mangia continuamente, e cosí è la veritá.

Raguarda, carissima figliuola, ne’ dolci e gloriosi martiri, che col sostenere mangiavano el cibo de l’anime. La morte loro dava vita: resuscitavano e’ morti e cacciavano le tenebre de’ peccati mortali. El mondo con tucte le sue grandezze e i signori con la loro potenzia non si potevano difendere da loro, per la virtú di questa reina, dolce pazienzia. Questa virtú sta come lucerna in sul candelabro. Questo è il glorioso fructo che die’ la lagrima gionta nella caritá del proximo suo, mangiando con lo svenato e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, con crociato e ansietato desiderio e con pena intollerabile de l’of--. fesa di me, Creatore suo: non pena afliggitiva, ché l’amore con la vera pazienzia ucise ogni timore e amore proprio che dá pena; ma pena consolativa, solo de l’offesa mia e danno del proximo, fondata in carità, la quale pena ingrassa l’anima. Godene in sé, perché ella è uno segno dimostrativo che dimostra me essere per grazia ne l’anima.

XCVI - Del fructo de le quarte e unitive lagrime.

— Decto t’ho del tructo delle terze lagrime. Séguita el quarto e ultimo stato della lagrima unitiva, lo quale non è separato dal terzo, come decto è, ma uniti insieme, si come la caritá mia con quella del proximo l’una condisce l’altra. Ma è in tanto cresciuto, gionto al quarto, che, non tanto che porti con pazienzia (si come disopra ti dissi), ma con allegrezza le desidera; in tanto che spregia ogni recreazione, da qualunque lato le viene, pure che si possa conformare con la mia Verità, Cristo crocifixo.

Questa riceve uno fructo di quiete di mente, una unione, facta per sentimento, nella natura mia dolce divina, dove gusta el lacte. Si come il fanciullo, che pacificato si riposa al pecto della madre, traie a sé il lacte col mezzo della carne; cosí l’anima, gionta a questo ultimo stato, si riposa al pecto della divina mia carità, tenendo nella bocca del sancto desiderio la carne di Cristo crocifixo, cioè seguitando le vestigie e la doctrina sua, perché cognobbe bene nel terzo stato che non gli conveniva andare per me, Padre, perché in me, Padre etterno, non può caderiena: ma si nel dilecto mio Figliuolo, dolce e amoroso Verbo. E voi non potete andare senza pena, ma con molto sostenere giognerete a le virtú provate. Si che si pose al pecto di Cristo crocifixo, che è essa veritá; e cosí trasse a sé il lacte della virtú, nella quale virtú ebbe vita di grazia, gustando in sé la natura mia divina che dava dolcezza a le virtú. E cosí è la veritá: che le virtú in loro non erano dolci, ma perché furono facte e unite in me, amore divino: cioè che l’anima non ebbe alcuno rispecto a sua propria utilitá, altro che a l’onore di me e salute de l’anime.

Or raguarda, dolce figliuola, quanto è dolce e glorioso questo stato, nel quale l’anima ha facta tanta unione al pecto della caritá che non si truova la bocca senza el pecto, né il pecto senza el lacte. Cosí questa anima non si truova senza Cristo crociato, né senza me, Padre etterno, el quale truova gustando la somma e etterna Deitá. Oh! chi vedesse come s’empiono le potenzie di quella anima! La memoria s’empie di continuo ricordamento di me, tracto a sé, per amore, i benefizi miei: non tanto facto de’ benefizi, ma l’affecto della caritá mia con che Io gli l’ho donati; e singularmente il benefizio della creazione, vedendosi creato a la imagine e similitudine mia. Nel quale benefizio, nel primo stato decto, cognobbe la pena della ingratitudine che ne gli seguitava; e però si levò da le miserie nel benefizio del sangue di Cristo, dove Io el ricreai a grazia, lavandovi la faccia de l’anime vostre da la lebra del peccato, dove l’anima trovò nel secondo stato una dolcezza, gustando la dolcezza de l’amore e dispiacere della colpa, nella quale egli vidde che tanto era spiaciuta a me, che lo l’avevo punita sopra el corpo de l’unigenito mio Figliuolo.

Dipo’ questo ha trovato l’avenimento dello Spirito sancto, el quale dichiarò e dichiara l’anima della veritá. Quando riceve l’anima questo lume? poi che ha cognosciuto, per lo primo e secondo stato, el benefizio mio in sé. Riceve alora lume perfecto, cognoscendo la veritá di me, Padre etterno, cioè che per amore l’avevo creata per darle vita etterna. Questa era la veritá: hovelo manifestato col sangue di Cristo crocifixo. Poi che l’ha cognosciuta l’ama: amandola, el dimostra amando schiectamente quello ch’ Io amo e odiando quel ch’ Io, odio.

Cosi si truova nel terzo stato della caritá del prossimo. Si che la memoria a questo pecto s’empie, passata ogni imperfeczione, perché s’è ricordata e ha tenuto in sé i benefizi miei. Lo intellecto ha ricevuto el lume: mirando dentro nella memoria, cognobbe la veritá; perdendo la ciechità de l’amore proprio, rimase nel sole de l’obiecto di Cristo crocifixo, dove cognobbe Dio e uomo. Oltre a questo cognoscimento, per l’unione che ha facta, si leva ad uno lume acquistato non per natura, si come Io ti dixi, né per sua propria virtú adoperata, ma per grazia data da la mia dolce Verità, la quale none spregia gli ansietati desidèri né fadighe le quali ha offerte dinanzi da me. Alora l’affecto, che va dietro a lo ‘ntellecto, s’unisce con perfectts. simo e ardentissimo amore. E chi mi dimandasse: — Chi è questa anima? — direi: — È uno altro me, facta per unione d’amore. —

Quale sarebbe quella lingua che potesse narrare l’excellenzia di questo ultimo stato unitivo, e i fructi diversi e divariati che riceve essendo piene le tre potenzie de l’anima? Questa è quella dolce congregazione della quale, ne’ tre scaloni generali, ti feci menzione, dichiarandoti, di sopra, la parola della mia Verità. Non è sufficiente la lingua a poterlo narrare, ma ben vel dimostrano e’ sancti doctori illuminati da questo glorioso lume che con esso spianavano la sancta Scriptura. Unde avete del glorioso Tomaso d’Aquino (che la scienzia sua egli ebbe piú per studio d’orazione ed elevazione di mente e lume d’ intellecto, che per studio umano), el quale fu uno lume che Io ho messo nel corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l’errore. E se ti vòlli al glorioso Giovanni evangelista, quanto lume egli acquistò sopra el prezioso pecto di Cristo, mia Verità, col quale lume acquistato evangelizzò me, ha cotanto tempo.

E, cosí discorrendo, tucti ve l’hanno manifestata, chi per uno modo e chi per un altro. Ma lo intrinseco sentimento, ineffabile dolcezza e perfecta unione, non el potresti narrare con la lingua tua, perché è cosa finita. Questo parbe che volesse dire Pavolo, dicendo: «Occhio non può vedere, né orecchia udire, né cuore pensare quanto è il dilecto e ‘l bene che riceve, e ne l’ultimo è apparecchiato a quelli che in veritá m’amano». Oh quanto è dolce la mansione, dolce sopra ogni dolcezza, con perfecta unione che l’anima ha facta in me, che non ci è in mezzo la volontà de l’anima medesima, perché ella è facta una cosa con meco ! Ella gicta odore per tucto quanto el mondo, fructo di continue e umili orazioni: l’odore del desiderio, grido della salute de l’anime con voce senza voce umana, gridando nel conspecto della mia divina maiestà.

Questi sonno e’ fructi unitivi che mangia l’anima in questa vita ne l’ultimo stato, acquistato con molte fadighe, lagrime e sudori. E cosí passa con vera perseveranzia dalla vita della grazia, da questa unione che è anco imperfecta, ed è perfecta in grazia. Ma mentre che è legata nel corpo, perché in questa vita non si può saziare di quello che desidera, e anco perché è legata con la legge perversa (che s’è adormentata per l’affecto della virtú, ma non è morta, e però si può destare se levassi lo istrumento della virtú che la fa dormire), e però è decta «imperfecta unione». Ma questa imperfecta unione el conduce a ricevere la perfeczione durabile, la quale non gli può essere tolta per veruna cosa che sia, si come Io ti dixi narrandoti de’ beati. Ine gusta co’ gustatori veri in me vita etterna, sommo ed etterno Bene, che mai non finisco. Costoro hanno ricevuto vita etterna incontrario di coloro che ricevettero el fructo del pianto loro, morte etternale. Costoro dal pianto son gionti a l’allegrezza, ricevendo vita sempiterna. Col fructo della lagrima e con l’affocata caritá gridano e offerano lagrima di fuoco, per lo modo decto di sopra, dinanzi a me per voi.

Compito ho di narrarti e’ gradi delle lagrime e la loro perfeczione, e il fructo che riceve l’anima d’esse lagrime: che i perfecti ricevono me vita etterna, e gl’ iniqui l’etterna dannazione.

XCVII - Come questa devota anima, ringraziando Dio de la dechiarazione de’ predecti stati de le lagrime, gli fa tre petizioni.

Alora quella anima, ansietata di grandissimo desiderio per la dolce dichiarazione e satisfaczione che ebbe da la Verità sopra e’ decti stati, diceva come inamorata:

— Grazia, grazia sia a te, sommo ed etterno Padre, satisfacitore de’ sancti desidèri e amatore della salute nostra, che per amore ci hai dato l’amore nel tempo che eravamo in guerra con teco, col mezzo de l’unigenito tuo Figliuolo. Per questo abisso de l’affocata tua caritá t’adimando, di grazia e di misericordia, che, acciò che schiectamente possa venire a te e con lume e non con tenebre corra per la doctrina della tua Verità, della quale tu chiaramente m’hai dimostrata la veritá, e acciò eh, io possa vedere due altri inganni de’ quali io temo che non ci sieno o possano essere, vorrei, Padre etterno, che, prima che io escisse di questi stati, tu mel dichiarassi.

L’uno si è che, se alcuna volta o a me o ad alcuno altro servo tuo fusse venuto per consiglio di volere servire a te, che doctrina io gli debbo dare. Benché di sopra so, dolce Dio etterno, che tu me ne dichiarasti sopra quella parola che tu dicesti: — Io so’ colui che mi dilecto di poche parole e di molte operazioni; — nondimeno, se piace a la tua bontá toccarne alcuna parola ancora, sarammi di grande piacere.

E anco, se alcuna volta, pregando io per le tue creature e singularmente per li servi tuoi, io trovasse, ne l’orazione, ne l’uno la mente disposta, parendomelo vedere che esso si goda di te; e ne l’altro mi paresse che fusse la mente tenebrosa, debbo io, Padre etterno, o posso giudicare l’uno in luce e l’altro in tenebre? O che io vedesse l’uno andare con grande penitenzia e l’altro no: debbo io giudicare che maggiore perfeczione abbi colui che fa penitenzia maggiore, che colui che non la fa? Pregoti che acciò ch’io non sia ingannata dal mio poco vedere, che tu mi dichiari in particulare quello che tu m’hai decto in generale.

La seconda cosa della quale io ti dimando, si è che tu mi dichiari meglio, sopra del segno che tu mi dicesti che riceve l’anima quando è visitata da te, se egli è da te, Dio etterno, o no. Se bene mi ricorda tu mi dicesti, Verità etterna, che la mente rimaneva in allegrezza e inanimata a la virtú. Vorrei sapere se questa allegrezza può essere con inganno della propria passione spirituale; ché, se ci fusse, io m’aterrei solamente al segno della virtú.

Queste sonno quelle cose le quali io t’adimando, acciò che in veritá io possa servire a te e al proximo mio e non cadere in neuno falso giudicio verso le tue creature e de’ servi tuoi, perché mi pare che ‘l giudicio, cioè il giudicare, dilonghi l’anima da te: e però non vorrei cadere in questo inconveniente.

XCVIII - Come el lume de la ragione è necessario ad ogni anima che vuole a Dio in veritá servire. E prima, del lume generale.

Alora Dio etterno, dilectandosi della sete e fame di quella anima e della schiectezza del cuore e del desiderio suo con che ella dimandava di volerli servire, volse l’occhio della pietà e misericordia sua verso di lei, dicendo:

— O dilectissima, o carissima, o dolce figliuola e sposa mia, leva te sopra di te e apre l’occhio de l’intellecto a vedere me, bontá infinita, e l’amore ineffabile che Io ho a te e agli altri servi miei. Ed apre l’orecchia del sentimento del desiderio tuo, però che altrementi, se tu non vedessi, non potresti udire: cioè che l’anima, che non vede con l’occhio de l’intellecto suo ne l’obiecto della mia Verità, non può udire né cognoscere la mia veritá. E però voglio, acciò che meglio la cognosca, che ti levi sopra el sentimento tuo, cioè sopra el sentimento sensitivo; ed Io, che mi dilecto della tua domanda e desiderio, ti satisfarò. Non che dilecto possa crescere a me di voi, però che Io so’ colui che so’ e che fo crescere voi, e non voi me; ma dilectomi nel mio dilecto medesimo della factura mia. —

Alora quella anima obbedí, levando sé sopra di sé per cognoscere la veritá di quello che dimandava. Alora Dio etterno disse a lei: — Acciò che tu meglio possa intendere quello ch’io ti dirò, lo mi farò al principio di quello che mi dimandi, sopra tre lumi che escono di me, vero lume.

L’uno è uno lume generale in coloro che sonno nella caritá comune: bene che decto te l’abbi de l’uno e de l’altro, e molte cose di quelle che Io t’ho decte ti dirò, perché ‘l tuo basso intendimento meglio intenda quello che tu vuoli sapere. E due altri lumi sonno di coloro che sono levati dal mondo e vogliono la perfeczione. Sopra di questo ti dichiararò di quello che m’hai adimandato, dicendoti piú in particulare quello che ti toccai in comune.

Tu sai, si come Io ti dixi, che senza ci lume neuno può andare per la via della veritá, cioè senza ci lume della ragione. El quale lume di ragione traete da me, vero lume, con l’occhio de l’intelletto e col lume della fede che Io v’ho dato nel sancto baptesmo, se voi non vel tollete per li vostri difecti. Nel quale baptesmo, mediante e in virtú del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, riceveste la forma della fede. La quale fede, exercitata in virtú col lume della ragione (la quale ragione è illuminata da questo lume), vi dá vita e favi andare per la via della veritá, e con esso giognete a me, vero lume; e senza esso giognereste a la tenebre.

Due lumi, tracti da questo lume, vi sonno necessari d’avere, ed anco a’ due ti porrò ci terzo. El primo è che voi tucti siate illuminati in cognoscere le cose transitorie del mondo, le quali passano tucte come il vento. Ma non le potete bene cognoscere se prima non cognoscete la propria vostra fragilità quanto ella è inchinevole, con una legge perversa che è legata nelle membra vostre, a ribellare a me, vostro Creatore. Non che per questa legge neuno possa essere costrecto a commectere uno minimo peccato, se egli non vuole; ma bene impugna contra lo spirito. E non dici questa legge perché la mia creatura, che ha in sé ragione, fusse venta, ma perché ella aumentasse e provasse la virtú ne l’anima, però che la virtú non si pruova se non per lo suo contrario. La sensualità è contraria a lo spirito, e però in essa sensualità pruova l’anima l’amore che ha in me, Creatore suo. Quando si pruova? quando con odio e dispiacimento si leva contra di lei.

E anco le dici questa legge per conservarla nella vera umilità. Unde tu vedi che, creando l’anima a la imagine e similitudine mia posta in tanta dignità e bellezza, Io l’acompagnai con la piú vile cosa che sia, dandole la legge perversa, cioè legandola col corpo formato dei piú vile della terra, acciò che, vedendo la bellezza sua, non levasse il capo per superbia contra di me. Unde il fragile corpo, a chi ha questo lume, è cagione di fare umiliare l’anima, e non ha alcuna materia d’insuperbire: anco di vera e perfecta umilità. Si che questa legge non costrigne ad alcuna colpa di peccato per alcuna sua impugnazione, ma è cagione di farvi cognoscere voi medesimi e cognoscere la poca fermezza del mondo.

Questo debba vedere l’occhio de l’intellecto col lume della sanctissima fede, della quale ti dixi che era la pupilla de l’occhio. Questo è quello lume necessario, che generalmente è di bisogno a ogni creatura che ha in sé ragione, a volere participare la vita della grazia in qualunque stato si sia, se vuole participare il fructo del sangue dello inmaculato Agnello. Questo è il lume comune, cioè che comunemente ogni persona ci debba avere, come decto è; e chi non l’avesse, starebbe in stato di dannazione. E questa è la ragione che essi non sonno in stato di grazia non avendo ci lume: però che chi non ha ci lume, non cognosce il male della colpa e chi n’è cagione, e però non può schifare né odiare la cagione sua. E cosí chi non cognosce il bene e la cagione del bene, cioè la virtú, non può amare né desiderare me, che so’ esso Bene, e la virtú che lo v’ho data come strumento e mezzo a darvi la grazia mia, me, vero Bene.

Si che vedi di quanto bisogno v’è questo lume, ché in altro none stanno le colpe vostre se none in amare quel che Io odio o in odiare quel che Io amo. lo amo la virtú e odio ci vizio; chi ama ci vizio e odia la virtú offende me ed è privato della grazia mia. Questi va come cieco che, non cognoscendo la cagione del vizio, cioè il proprio amore sensitivo, non odia se medesimo né cognosce il vizio né il male che gli séguita dipo’ ci vizio. Né cognosce la virtú, né me che so’ cagione di darli la virtú che gli dá vita, né la dignità nella quale egli si conserva e viene a grazia col mezzo della virtú.

Si che vedi che ‘l non cognoscere gli è cagione del suo male. Évi dunque di bisogno d’avere questo lume, come decto è.

XCIX - Di quelli e’ quali hanno posto piú el loro desiderio in mortificare el corpo che in uccidere la propria volontà; el quale è uno lume perfecto piú che il generale, ed è questo el secondo lume.

— E poi che l’anima è venuta ed ha acquistato el lume generale, del quale Io t’ho decto, non debba stare contenta; perché, mentre che sète perregrini in questa vita, sète apti a crescere e dovete crescere: e chi non cresce, ipso facto torna adietro. O debba crescere nel comune lume che egli ha acquistato mediante la grazia mia, o egli debba con sollicitudine ingegnarsi d’andare al secondo lume perfecto, e da l’imperfetto giognere al perfecto, però che con lume si vuole andare alla perfeczione.

In questo secondo lume perfecto sonno due maniere di perfecti: perfecti sonno che si sonno levati dal comune vivere del mondo. In questa perfeczione ci sonno due. L’uno che sonno alcuni che perfectamente si dànno a gastigare il corpo loro, facendo aspra e grandissima penitenzia: e acciò che la sensualità loro non ribelli a laragione, tucto hanno posto il desiderio loro piú in mortificare il corpo che in ucidere la loro propria volontà, si come in un altro luogo ti dixi. Costoro si pascono a la mensa della penitenzia, e sonno buoni e perfecti se ella è fondata in me col lume di discrezione, cioè con vero cognoscimento di loro e di me, e con grande umilità, tucti conformati ad essere giudici della volontà mia e non di quella degli uomini.

Ma se non fussero cosí, cioè con vera umilità vestiti della volontà mia, spesse volte offendarebbero la loro perfeczione, facendosi giudicatori di coloro che nonvanno per quella medesima via che vanno eglino. Sai tu perché a questi cotali l’adiverrebbe? Perché hanno posto piú studio e desiderio in mortificare il corpo che in ucidere la propria volontà. Questi cotali sempre vogliono eleggere i tempi e i luoghi e le consolazioni della mente a loro modo, e anco le tribulazioni del mondo e le bactaglie del dimonio, si come nel secondo stato imperfecto lo ti narrai. Costoro dicono, per inganno di loro medesimi, ingannati da la propria volontà, la quale ti chiamai «volontà spirituale» : — Io vorrei questa consolazione e non queste bactaglie né molestie del dimonio; e giá non el dico per me, ma per piú piacere a Dio e averlo piú per grazia ne l’anima mia, perché meglio mel pare avere e servirlo in questo modo che in quello. —

E cosí per questo modo spesse volte cade in pena ,e in tedio, e diventane incomportabile a se medesimo; e cosí offende il suo stato perfecto e non se n’avvede, né che vi caggia dentro la puzza della superbia; ed ella vi giace, però che, se ella non vi fusse, ma fusse veramente umile e non presumptuoso, vedrebbe col lume che Io, dolce e prima Verità, do stato e tempo e luogo e consolazioni e tribulazioni secondo che è necessità a la salute vostra ed a compire la perfeczione ne l’anima a la quale lo l’ho electe. E vedrebbe che ogni cosa do per amore; e però con amore e riverenzia debba ricevere ogni cosa. Si come fanno e’ secondi (cioè che viene il terzo), de’ quali Io ti dirò, che sonno questi due stati che stanno in questo perfectissimo lume.

C - Del terzo e perfectissimo lume de la ragione. E dell’opere che fa l’anima quando è venuta a esso lume. E d’una bella visione che questa devota anima ebbe una volta, ne la quale si tracta pienamente del modo da venire ad perfecta purita, e dove anco si parla del non giudicare.

— Questi cotali (ciò sonno e’ terzi, che viene secondo a questo), gionti a questo glorioso lume, sonno perfecti in ogni stato che essi sonno. E ciò che lo permecto a loro, ogni cosa hanno in debita reverenzia, si come nel terzo stato de l’anima e unitivo Io ti feci menzione. Questi si reputano degni delle pene e scandali del mondo, e d’essere privati delle loro consolazioni proprie di qualunque cosa si sia. E come si reputano degni delle pene, cosí si reputano indegni del frutto che séguita a loro doppo la pena. Costoro nel lume hanno cognosciuta e gustata l’etterna volontà mia, la quale non vuole altro che ‘l vostro bene; e perché siate sanctificati in me, però ve lo do e permetto.

Poi che l’anima l’ha cognosciuta, si se ne è vestita e non attende ad altro se none a vedere in che modo possa conservare e crescere lo stato suo perfecto per gloria e loda del nome mio, aprendo l’occhio de l’intelletto col lume della fede ne l’obietto di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo, amando e seguitando la doctrina sua, la quale è regola e via a’ perfetti e agl’imperfetti. E vede che lo inamorato Agnello, mia Verità, gli dá doctrina di perfeczione, e vedendola se ne inamora. La perfeczione è questa che cognobbe vedendo questo dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, che si notricò a la mensa del sancto desiderio, cercando l’onore di me, Padre etterno e salute vostra; e con questo desiderio corse, con grande sollicitudine, a Pobrobriosa morte della croce e compi l’obbedienzia che gli fu imposta da me Padre, none schifando fadiga né obbrobri, non ritraendosi per vostra ingratitudine o ignoranzia di non cognoscere tanto benefizio dato a voi, né per persecuzione de’ giudei, né per scherni, villania e mormorazioni e grida del popolo. Ma tutte le trapassò come vero capitano e vero cavaliere, il quale Io avevo posto in sul campo della battaglia a combattere per trarvi delle mani delle dimonia e perché fuste liberi e tratti della piú perversa servitudine che voi poteste avere, e perché esso v’insegnasse la via, la doctrina e regola sua e poteste giognere a la porta di me, vita etterna, con la chiave del suo prezioso Sangue sparto con tanto fuoco d’amore, con odio e dispiacimento delle colpe vostre. Quasi vi dica questo dolce e amoroso Verbo mio Figliuolo: — Ecco che Io v’ho fatta la via e aperta la porta col Sangue mio: non siate dunque voi negligenti a seguitarla, ponendovi a sedere con amore proprio di voi e con ignoranzia di non cognoscere la via, e con presumpzione di volere eleggere il servire a me’ a vostro modo e non di me, che ho fatta a voi la via dritta col mezzo della mia Verità, Verbo incarnato, e battuta col Sangue. — Levatevi dunque suso e seguitatelo, però che neuno può venire a me Padre se non per lui. Egli è la via e la porta unde vi conviene intrare in me, mare pacifico.

Alora quando l’anima è gionta a gustare questo lume, perché dolcemente l’ha veduto e cognosciuto, però el gustoe, e corre come inamorata e ansietata d’amore a la mensa del sancto desiderio. E non vede sé per sé, cercando la propria consolazione né spirituale né temporale, ma come persona che al tutto in questo lume e cognoscimento ha annegata la propria volontà; non schifa alcuna fadiga da qualunque lato ella si viene: anco, con pena sostenendo obrobrio e molestie dal dimonio e mormorazioni dagli uomini, mangia in su la mensa della sanctissima croce il cibo de l’onore di me, Dio etterno, e della salute de l’anime. E none cerca alcuna remunerazione né da me né dalle creature, perché elli è spogliato de l’amore mercennaio, cioè d’amare me per rispetto di sé, ed è vestito del lume perfecto, amando me schiettamente e senza alcuno rispetto, altro che a gloria e loda del nome mio, non servendo me per proprio. diletto né al proximo per propria utilitá, ma per puro amore.

Costoro hanno perduti loro medesimi, e spogliatisi de l’uomo vecchio, cioè della propria sensualità, e vestitisi de l’uomo nuovo, Cristo dolce Iesú, mia Verità, seguitandolo virilmente. Questi sonno quelli che si pongono a la mensa del sancto desiderio: che hanno posta piú la sollicitudine loro in ucidere la propria volontà che in ucidere e mortificare il corpo. Essi hanno bene mortificato el corpo, ma non per principale affetto, ma come strumento che egli è ad aitare ad ucidere la propria volontà, si come lo ti dixi dichiarandoti sopra quella parola «ch’Io volevo poche parole e molte operazioni». E cosí dovete fare, però che ‘l principale affetto debba essere d’ucidere la volontà, che non cerchi né voglia altro che seguitare la mia dolce Verità, Cristo crocifixo, cercando l’onore e gloria del nome mio e salute de l’anime.

Questi che sonno in questo dolce lume il fanno; e però stanno sempre in pace e in quiete, e non hanno chi gli scandalizzi, perché hanno tolta via quella cosa che lo’ dá scandalo, cioè la propria volontà. E tutte le persecuzioni che’l mondo può dare e il dimonio, tucte corrono sotto e’ piedi loro. Stanno ne l’acqua delle molte tribolazioni e temptazioni, e non lo’ nuoce perché stanno staccati al tralcio de l’affocato desiderio. Questo gode d’ogni cosa, e non è facto giudice de’ servi miei né di veruna creatura che abbi in sé ragione; anco gode d’ogni stato e d’ogni modo che vede, dicendo: -Grazia sia a te Padre etterno, che nella Casa tua ha molte mansioni. — E piú gode de’ diversi modi che vede, che se gli vedesse andare tucti per una via, perché vede manifestare piú la grandezza della mia bontá. D’ogni cosa gode e traie l’odore della rosa. E non tanto che del bene, ma di quella cosa che vede che expressamente è peccato, non piglia giudicio, ma piú tosto una vera e sancta compassione, pregando me per loro; e con umilità perfecta dicono: — Oggi tocca a te, e domane a me se non fusse la divina grazia che mi conserva.—

O carissima figliuola, inamórati di questo dolce ed excellente stato, e raguarda costoro che corrono in questo glorioso lume e la excellenzia loro, però che hanno menti sancte e mangiano a la mensa del sancto desiderio; e con lume sonno gionti a notricarsi del cibo de l’anime per onore di me, Padre etterno, vestiti del vestimento dolce de l’Agnello, unigenito mio Figliuolo, cioè della doctrina sua, con affocata caritá. Questi non perdono el tempo a dare i falsi giudici né verso de’ servi miei né verso de’ servi del mondo, e non si scandalizzano per veruna mormorazione né per loro né per altrui: cioè che verso di loro sono contenti di sostenere per lo nome mio; e quando ella è facta in altrui, la portano con compassione del proximo e non con mormorazione verso colui che dá e verso colui che riceve, perché l’amore loro è ordinato in me, Dio etterno, e nel proximo, e non disordinato. E perché egli è ordinato, questi cotali, carissima figliuola, non pigliano mai scandalo verso coloro che essi amano né in alcuna creatura che ha in sé ragione, perché il loro parere è morto e non vivo, e però non pigliano giudicio di giudicare la volontà degli uomini, ma solo la volontà della clemenzia mia.

Questi observano la doctrina, la quale tu sai che al principio della vita tua ti fu data da la Verità mia, dimandando tu con grande desiderio di volere venire a perfecta purità. Pensando tu in che modo vi potessi venire, sai che ti fu risposto, es sendo tu adormentata, sopra questo desiderio: non tanto che nella mente, ma nel suono de l’orecchia tua rinsonò la voce, in tanto che, se bene ti ricorda, tu ritornasti al sentimento del corpo tuo, dicendoti la mia Verità: — Vuoli tu venire a perfecta purità ed essere privata degli scandali, e che la mente tua non sarà scandalizzata per veruna cosa? Or fa’ che tu sempre ti unisca in me per affecto d’amore, però che Io so’ somma ed etterna purità, e so’ quel fuoco che purifico l’anima: e però quanto piú s’acosta a me, tanto diventa piú pura; e quanto piú se ne parte, tanto piú è immonda. E però caggiono in,tante nequizie gli uomini del mondo, perché sonno separati da me; ma l’anima, che senza mezzo si unisce in me, participa della mia purità.

Un’altra cosa ti conviene fare a giognere a questa unione e purità: che tu non giudichi mai, in alcuna cosa che tu vedessi fare o dire, da qualunque creatura si fusse, o verso di te o verso d’altrui, la volontà de l’uomo, ma la volontà mia in loro e in te. E se tu vedessi peccato o difecto expresso, trae di quella spina la rosa, cioè che tu gli offeri dinanzi a me per sancta compassione. E nelle ingiurie che fussero facte a te, giudica che la volontà mia el permecte per provare in te e negli altri servi miei la virtú, giudicando che colui come strumento messo da me faccia quello; vedendo che spesse volte avaranno buona intenzione, però che neuno è che possa giudicare l’occulto cuore de l’uomo. Quello che tu non vedi che sia expresso e palese peccato mortale non il debbi giudicare nella mente tua altro che la volontà mia in loro; e vedendolo, non el pigliare per giudicio, ma per sancta compassione, come decto è. A questo modo verrai a perfecta purità, però che, facendo cosí, la mente tua non sarà scandalizzata né in me né nel proximo tuo; però che lo sdegno cade verso del proximo quando giudicaste la mala volontà loro verso di voi, e non la mia in loro. El quale sdegno e scandalo discosta l’anima da me e impedisce la perfeczione, e in alcuno tolle la grazia, piú e meno secondo la gravezza dello sdegno e de l’odio conceputo nel proximo per lo suo giudicio.

In contrario riceve l’anima che giudicarà la volontà mia, come decto t’ho. La quale non vuole altro che ‘l vostro bene, e ciò ch’ Io do e permecto, do perché aviate il fine vostro per lo quale lo vi creai. E perché sta sempre nella dileczione del proximo, sta sempre nella mia; e stando nella mia, sta unita in me. E però t’è di necessità, a volere venire a la purità che tu m’adimandi, di fare queste tre cose principali, cioè: di unirti in me per affetto d’amore, portando nella memoria tua e’ benefizi ricevuti da me; e con l’occhio de l’intelletto vedere l’affetto della mia caritá che v’amò inestimabilemente; e nella volontà de l’uomo giudicare la volontà mia e non la mala volontà loro, però che Io ne so’ giudice, Io e non voi. E da questo ti verrà ogni perfeczione. —

Questa fu la doctrina data a te da la mia Verità, se ben ti ricorda. Ora ti dico, carissima figliuola, che questi cotali, de’ quali Io ti dixi che pareva che avessero imparata questa doctrina, gustano l’arra di vita etterna in questa vita. Se tu avarai tenuta a mente questa doctrina, non cadrai negl’inganni del dimonio perché gli cognoscerai, né in quello del quale tu m’hai adimandato. Ma nondimeno, per satisfare al desiderio tuo, piú distinctamente tel dirò e manifestarocti che neuno giudicio voi potete dare per giudicio, ma per sancta compassione.

CI - Per che modo ricevono l’arra di vita eterna in questa vita quelli che stanno nel predetto terzo perfectissimo lume.

— E perché ti dixi che ricevevano l’arra di vita etterna? Dico che ricevono l’arra, ma none il pagamento perché aspettano di riceverlo in me, vita durabile, dove ha vita senza morte, e sazietà senza fastidio, e fame senza pena; perché di lunga è la pena da la fame, però che essi hanno quel che desiderano, e di longa è il fastidio dalla sazietà, perché Io lo’ so’ cibo di vita senza alcuno difetto.

É vero che in questa vita ricevono l’arra e gustanla in questo modo, cioè che l’anima comincia a essere afamata de l’onore di me, Dio etterno, e del cibo della salute de l’anime; e come ella ha fame, cosí se ne pasce, cioè che l’anima si notrica della caritá del proximo, del quale ha fame e desiderio (che gli è uno cibo che, notricandosene, non se ne sazia mai), però che è insaziabile, e però rimane la continua fame. E si come l’arra è uno comincio di sicurtà che si dá a l’uomo, per la quale aspecta di ricevere il pagamento (non che l’arra sia perfecta in sé, ma per fede dá certezza di giognere al compimento di ricevere il pagamento suo), cosí questa anima inamorata e vestita della doctrina della mia Verità, che giá ha ricevuta l’arra, in questa vita, della caritá mia e del proximo suo in se medesima, non è perfecta; ma aspecta la perfeczione della vita immortale.

Dico che non è perfecta questa arra: cioè che l’anima che la gusta non ha ancora la perfeczione che non senta le pene in sé e in altrui. In sé, per l’offesa che fa a me per la legge perversa che è legata nelle membra sue quando vuole impugnare contra lo spirito: in altrui, per l’offesa del proximo. È ben perfetto a grazia; ma none a questa perfeczione de’ sancti miei, che sonno gionti a me, vita durabile, si come detto è; ché i desidèri loro sonno senza pena, e i vostri sonno con pena. Stanno questi servi miei (si come Io ti dixi in un altro luogo, che si notricano a la mensa di questo sancto desiderio) che stanno beati e dolorosi, si come stava l’unigenito mio Figliuolo in sul legno della croce sanctissima. Però che la carne sua era dolorosa e tormentata, e l’anima era beata per l’unione della natura divina. Cosi questi cotali sonno beati per l’unione del sancto desiderio loro in me, si come detto è, vestiti della dolce mia volontà; e dolorosi sonno per la compassione del proximo e per tollersidelizie e consolazioni sensuali, affliggendo la propria sensualità.

CII - Per che modo si debba reprendere el proximo, a ciò che la persona non caggia in falso giudizio.

— Ora attende, carissima figliuola; ed acciò che tu meglio sia dichiarata di quello che m’adimandasti, t’ho detto del lume comune il quale tutti dovete avere in qualunque stato voi sète: ciò dico di coloro che stanno nella caritá comune.

E hocti detto di coloro che sonno nel lume perfetto, el quale lume ti distinsi in due, cioè di coloro che erano levati dal mondo e studiavano di mortificare il corpo loro, e degli altri che in tutto ucidevano la propria volontà, e questi erano quegli perfetti che si notricavano a la mensa del sancto desiderio. Ora ti favellarò inparticulare a te: e, parlando a te, parlarò ed agli altri e satisfarò al tuo desiderio. Io voglio che tre cose singulari tu faccia, acciò che l’ ignoranzia non impedisca la tua perfeczione a la quale Io ti chiamo, e acciò che ‘l dimonio, col mantello della virtú della caritá del proximo, non notricasse dentro ne l’anima la radice della presumpzione. Però che da questo cadresti ne’ falsi giudici, e’ quali Io t’ho vetati, parendoti giudicare a dritto e tu giudicaresti a torto andando dietro al tuo vedere. E spesse volte il dimonio ti farebbe vedere molte veritá per conducerti nella bugia. E questo farebbe per farti essere giudice delle menti e delle intenzioni delle creature che hanno in loro ragione, la quale cosa, si come lo ti dixi, solo lo ho a giudicare.

Questa è una di quelle tre cose che Io voglio che tu abbi e servi in te: cioè che tu giudicio non dia alcuno senza modo, ma voglio che il dia col modo. El modo suo è questo: che, se giá Io expressamente, non pure una volta né due ma piú, non manifestasse el difetto del proximo tuo nella mente tua, non il debbi mai dire in particulare, cioè a colui in cui ti paresse vedere il difetto; ma debbi in comune correggere i vizi di chi ti venisse a visitare, e piantare la virtú caritativamente e con benignità, e nella benignità l’asprezza, quando vedi che bisogni E se ti paresse che lo ti manifestasse spesse volte i difecti altrui, se tu non vedi che ella sia expressa revelazione, come detto t’ ho, none il dire in particulare, ma actienti a la parte piú sicura, acciò che fuga lo inganno e la malizia del dimonio. Però che con questo lamo del desiderio ti pigliarebbe, facendoti spesse volte giudicare nel prossimo tuo quello che non. sarebbe, e spesse volte lo scandalizzaresti.

Unde nella bocca tua stia el silenzio o uno sancto ragionamento della virtú, spregiando el vizio. E il vizio, che ti paresse cognoscere in altrui, ponlo insiememente a loro ed a te, usando sempre una vera umilità. E se in veritá quello vizio sarà in quella cotale persona, egli si correggerà meglio vedendosi compreso cosí dolcemente, e costretto sarà da quella piacevole reprensione di correggersi, e dirà a te quello che tu volevi dire a lui; e tu ne starai sicura, e avarai tagliata la via al dimonio, che non ti potrà ingannare né impedire la perfeczione de l’anima tua.

E voglio che tu sappi che d’ogni vedere tu non ti debbi fidare, ma debbiteli ponere doppo le spalle e non volere vederlo; ma solo debbi rimanere nel vedere e nel cognoscimento di te medesima, e in te cognoscere la larghezza e bontá mia. Cosí fanno coloro che sonno gionti a l’ultimo stato, di cui lo ti dixi che sempre tornavano a la valle del cognoscimento di loro, e non impediva però l’altezza e l’unione che avevano fatta in me. E questa è l’una delle tre cose le quali lo ti dissi ch’Io volevo che tu facessi, acciò che in veritá servissi me.

CIII - Come, se, pregando per alcuna persona, Dio la manifestasse, ne la mente di chi prega, piena di tenebre, non si debba però giudicare in colpa.

— Che se alcuna volta ti venisse caso, si come tu mi dimandasti la dichiarazione, che tu pregassi particularmente per alcune creature, e nel pregare tu vedessi in colui per cui tu preghi alcuno lume di grazia e in un altro no (e ambedue sonno pure servi miei), ma paressetelo vedere con la mente aviluppata e tenebrosa, none il debbi né puoi pigliare però in giudicio di difecto di grave colpa in lui, però che spesse volte il tuo giudicio sarebbe falso. E voglio che tu sappi che alcuna volta, pregandomi per una medesima persona, adiviene che l’una volta el trovarai con uno lume e con uno desiderio sancto dinanzi a me, in tanto che del suo bene parrà che l’anima tua ingrassi, si come vuole l’affecto della caritá che participiate il bene l’uno de l’altro; e un’altra volta el trovarai che parrà che la mente sua sia di longa da me e tucta piena di tenebre e di molestie, che parrà che a te medesima sia fadiga a pregare per lui tenendolo dinanzi a me.

Questo adiviene alcuna solta che potrà essere per difecto che sarà in colui per cui tu hai pregato; ma el piú delle volte non sarà per difecto, ma avrà per sottraimento che Io, Dio etterno, avarò facto di me in quella anima, si come spesse volte Io fo, per fare venire l’anima a perfeczione, secondo che negli stati de l’anima Io ti narrai. Sarommi ritracto per sentimento, ma non per grazia; ma per sentimento di dolcezza e di consolazione. E però rimane la mente sterile, asciucta e penosa. La quale pena Io fo sentire a quella anima che per lui prega. E questo fo per grazia e per amore che Io ho a quella anima che riceve l’orazione, acciò che chi prega insiememente con lui aiti a dissolvere la nuvila che è nella mente sua.

Si che vedi, carissima e dolcissima figliuola, quanto sarebbe ignorante e degno di grande reprensione questo giudicio, che tu o alcuno altro per questo semplice vedere giudicassi che vizio fusse in quella anima, perché Io te la manifestasse cosí tenebrosa; dove giá hai veduto che egli non è privato della grazia, ma del sentimento della dolcezza che Io, per sentimento, gli davo di me.

Voglio dunque, e debbi volere tu e gli altri servi miei, che vi diate a cognoscere perfectamente voi, acciò che piú perfettamente cognosciate la bontá mia in voi. E questo e ogni altro giudicio lassate a me, però che egli è mio e non vostro; ma abandonate il giudicio, che è mio, e pigliate la compassione con fame de l’onore mio e salute de l’anime; e con ansietato desiderio anunziate la virtú e riprendete il vizio in voi e in loro per lo modo che decto t’ ho di sopra. Per questo modo verrai a me in veritá e mostrarrai d’avere tenuto a mente e observata la doctrina che ti fu data dalla mia Verità, cioè di giudicare la volontà mia e non quella degli uomini; e cosí debbi fare se vuoli avere la virtú schiectamente e stare ne l’ultimo perfectissimo e glorioso lume, pascendoti a la mensa del sancto desiderio del cibo de l’anime, per gloria e loda del nome mio.

CIV - Come la penitenzia non si die pigliare per fondamento né per principale affecto, ma l’affecto e l’amore de le virtú.

— Decto t’ho, carissima figliuola, delle due: ora ti dirò della terza, a la quale lo voglio che tu abbi avertenzia, e riprenda te medesima se alcuna volta el dimonio o el tuo basso vedere ti molestasse di volere mandare e vedere andare tucti e’ servi miei per quella via che tu andassi tu; però che questo sarebbe contra la doctrina data a te da la mia Verità.

Perché spesse volte adiviene che, vedendo andare molte creature per la via della molta penitenzia, tucti gli vorrebbe mandare per quella medesima via; e se vede che non vi vadano, ne piglia dispiacimento e scandalo in se medesimo, parendoli che non faccian bene. Or vedi quanto è ingannato, però che spesse volte adiverrà che farà meglio colui di cui gli pare male perché fa meno penitenzia, e piú virtuoso sarà (poniamo che non facci tanta penitenzia) che colui che ne mormora. E però ti dixi di sopra che coloro che si pascono ala mensa della penitenzia, se non vanno con vera umilità e che la penitenzia loro non sia posta per principale affecto ma per strumento di virtú, spesse volte per questa mormorazione offendaranno la perfeczione loro. E però non debbono essere ignoranti, ma debbono vedere che la perfeczione non sta solamente in macerare né in ucidere il corpo, ma in ucidere la propria e perversa volontà. E per questa via della volontà, annegata e sottoposta a la dolce volontà mia, dovete desiderare, e voglio che tu desideri, che tucti vadano.

Questa è la doctrina della luce di quello glorioso lume, dove l’anima corre inamorata e vestita della mia Verità. E non dispregio però la penitenzia: perché la penitenzia è buona a macerare il corpo quando vuole impugnare contra lo spirito. Ma non voglio però, carissima figliuola, che tu mel ponga per regola a ogniuno. Però che tucti e’ corpi non sonno aguagliati né d’una medesima forte complessione, però che ha piú forte natura uno che un altro; e anco perché spesse volte, si com’ Io ti dixi, adiviene che la penitenzia che si comincia, per molti accidenti che possono adivenire, si conviene lassare. E se ‘l fondamento dunque fusse in te, o che tu ci dessi altrui, facessi o facessi fare sopra la penitenzia, verrebbe meno e sarebbe imperfecto; e mancarebbevi la consolazione e la virtú ne l’anima. Essendo poi privati di quella cosa che amavate e dove avavate facto ci vostro principio, vi parrebbe essere privati di me, e, parendovi essere privati della mia bontá, verreste a tedio e a grandissima tristizia, amaritudine e confusione. Per questo modo perdareste l’exercizio e la fervente orazione, la quale solevate fare quando faciavate la vostra penitenzia. La quale lassata per molti accidenti che vengono, non vi sa l’orazione di quello sapore che vi sapeva prima. Questo adiverrebbe, perché il fondamento sarebbe facto ne l’affecto della penitenzia e non ne l’ansietato desiderio: desiderio, dico, delle vere e reali virtú.

Si che vedi quanto male ne seguitarebbe per fare solo ci principio nella penitenzia. E però sareste ignoranti e cadreste nella mormorazione verso de’ servi miei, come decto è, e verrestene a tedio e a molta amaritudine, e studiareste di fare solo operazioni finite a me che so’ Bene infinito, e però Io vi richiego infinito desiderio.

Convienvi dunque fare il fondamento in uccidere e annegare la propria volontà, e con essa volontà, sottoposta a la volontà mia, mi darete dolce e afamato e infinito desiderio, cercando l’onore di me e la salute de l’anime. E cosí vi pascerete a la mensa del sancto desiderio; ci quale desiderio non è mai scandalizzato né in sé né nel proximo suo, ma d’ogni cosa gode e trae fructo di tanti diversi e variati modi che Io do ne l’anima. Non fanno cosí e’ miserabili che non seguitano questa doctrina, dolce e dricta via data da la mia Verità: anco fanno ci contrario, giudicando secondo la cechità e infermo vedere loro; e però vanno come farnetichi, e privansi del bene della terra e del bene del cielo. E in questa vita, si come Io ti dixi in un altro luogo, gustano l’arra de l’inferno.

CV - Repetizione in somma de le predecte cose, con una agiunta sopra la reprensione del proximo.

— Ora t’ho decto, carissima figliuola, satisfacendo al desiderio tuo e dichiaratati di quello che mi dimandasti, cioè in che modo tu debbi riprendere il proximo tuo, acciò che tu non sia ingannata dal dimonio né dal tuo basso vedere. Cioè che tu debbi riprendere in generale e non in particulare (se giá per expressa revelazione tu non l’avessi da me), ma con umilità, per lo modo che decto t’ho, riprendere te e loro.

Anco t’ho decto e dico che in veruno modo del mondo t’è licito ci giudicare in alcuna creatura, né in comune né in particulare, ne le menti dei servi miei, né trovandola disposta né non disposta. E decta t’ho la cagione per la quale tu non puoi giudicare, e giudicando rimarresti ingannata nel tuo giudicio; ma compassione debbi avere tu e gli altri, e il giudicio lassare a me.

E anco t’ho decta la doctrina e il principale fondamento che tu debbi dare a coloro che venissero a te per consiglio e che volessero escire delle tenebre del peccato mortale e seguitare la via delle virtú: cioè che tu lo’ dia per principio e fondamento l’affecto e l’amore delle virtú nel cognoscimento di loro e della mia bontá in loro; e ucidano e annieghino la loro propria volontà, acciò che in neuna cosa ribellino a me. E la penitenzia lo’ dá come strumento e non per principale affecto, come decto è non a ogniuno equalmente, ma secondo che sonno apti a portare e secondo la loro possibilità e stato suo, chi poco e chi assai, secondo che può di questi strumenti di fuore.

E perch’ Io ti dixi che la riprensione non t’era licito di farla altro che in generale per lo modo che decto t’ho (e cosí è la veritá), non vorrei però che tu credessi che, vedendo tu actualmente uno expresso difecto, tu noi possa correggere fra te e lui: anco puoi, e anco, se egli fusse obstinato che non si correggesse, el puoi fare manifesto a due o a tre; e se questo non giuova, farlo manifesto al corpo mistico della sancta Chiesa. Ma hotti decto che licito non è per tuo vedere o sentire dentro nella mente tua: né anco, per ogni vedere di fuore, non ti debbi cosí tosto mutare: se tu non vedessi expressamente la veritá o che nella mente tua l’avessi per expressa mia revelazione, non debbi usare la reprensione se non per lo modo che Io ti dissi. Quella è piú sicura per te, da non potere il dimonio ingannarti col mantello della caritá del proximo.

Compíto t’ho ora, carissima figliuola, di dichiararti sopra questa parte quello che bisogna a conservare e crescere la perfeczione ne l’anima tua.

CVI - De’ segni da cognoscere quando le visitazioni e visioni mentali sono da Dio o dal demonio.

— Ora ti dichiararò di quello che tu mi dimandasti sopra el segno che Io ti dixi che Io davo ne l’anima a cognoscere la visitazione che riceve l’anima o per visioni o altre consolazioni che le paia ricevere. E dissiti el segno per lo quale ella si potesse cognoscere quando fusse da me o no. El suo segno era l’allegrezza che rimaneva ne l’anima doppo la visitazione, , e la fame delle virtú, e spezialmente unta della virtú della vera umilità, e arsa nel fuoco della divina caritá.

Ma perché tu m’adimandi se ne l’allegrezza si potesse ricevere inganno alcuno (però che, cognoscendolo, ti vorresti attenere a la parte piú sicura, cioè al segno della virtú che non può essere ingannata), lo ti dirò lo inganno che si può ricevere, e a quello che tu cognoscerai che l’allegrezza sia in veritá o no. Lo inganno si può ricevere in questo modo: lo voglio che tu sappi che di ciò che la creatura, che ha in sé ragione, ama o desidera d’avere, avendola n’ha allegrezza. E tanto quanto piú ama quella cosa che egli ha, tanto meno vede e si dá a cognoscere con prudenzia unde ella viene, per lo dilecto che ha preso in essa consolazione; però che l’allegrezza nel ricevere la cosa che ama non gli li lassa vedere, né si cura di discernerla. Cosi coloro, che molto si dilectano e amano la consolazione mentale, cercano le visioni, e piú hanno posto el principale affecto nel dilecto della consolazione che propriamente in me; sí come lo ti dixi di coloro che anco erano nello stato imperfecto, che raguardavano piú al dono delle consolazioni che ricevevano da me donatore, che a l’affecto della mia caritá con che lo lo’ do.

Qui possono ricevere inganno questi cotali, cioè ne l’allegrezza loro, oltre agli altri inganni ch’ Io ti contai distinctamente in un altro luogo. In che modo el ricevono? Dicotelo: che poi che essi hanno conceputo l’amore grande a la consolazione, come decto è, ricevendo poi la consolazione o visione, in qualunque modo l’avesse, sente allegrezza perché si vede quello che ama e desiderava d’avere; e spesse volte potrebbe essere dal dimonio, e sentirebbe pure questa allegrezza: della quale allegrezza lo ti dixi che, quando ella era dal dimonio, questa visitazione della mente veniva con allegrezza e rimaneva con pena e stimolo di coscienzia e vòtia del desiderio della virtú. Ora ti dico che alcuna volta potrà avere questa allegrezza, e con essa allegrezza si levarà da l’orazione: se questa allegrezza si trova senza l’affocato desiderio della virtú, unta d’umilità e arsa nella fornace della divina mia carità, quella visitazione e consolazione e visione, che ella ha ricevuta, è dal demonio e non da me, non obstante che si senta el segno de l’allegrezza. Ma perché l’allegrezza non è unita con l’affetto della virtú per lo modo che detto t’ho, puoi vedere manifestamente che quella è allegrezza tratta da l’amore che aveva a la propria consolazione mentale, e però gode ed ha allegrezza perché si vede avere quello che desiderava; perché gli è condiczione de l’amore di qualunque cosa si sia, sentire allegrezza quando riceve quella cosa che egli ama.

Si che per pura allegrezza non te ne potresti fidare: poniamo che l’allegrezza ti durasse mentre che tu hai la consolazione, e anco piú. L’amore ignorante in essa allegrezza non cognosciarebbe l’inganno del dimonio, non andando con altra prudenzia; ma, se con prudenzia andarà, vederà se l’allegrezza andarà con l’affetto della virtú, o si o no, e cognoscerà in questo modo se ella sarà da me o dal dimonio la visitazione che riceve nella mente sua.

Questo è quello segno che lo ti dixi in che modo tu potessi cognoscere che l’allegrezza ti fusse segno quando fusse visitata da me, se ella fusse unita con la virtú, sí com’ Io t’ho detto. Veramente questo è segno dimostrativo, che ti dimostra quello che è inganno e quello che non è inganno: cioè de l’allegrezza che ricevi nella mente tua da me in veritá, da l’allegrezza che ricevessi per proprio amore spirituale, cioè da l’amore ed affetto che avessi posto a la propria consolazione: quella che è da me è unita l’allegrezza con l’affetto della virtú, e quella che è dal dimonio sente solamente allegrezza, e, quando viene a vedere, tanta virtú si truova quanto prima. Questa allegrezza lo’ procede da l’amore della propria consolazione, come detto è.

E voglio che tu sappi che ogniuno non riceve però inganno da questa allegrezza, se non solamente questi imperfetti che pigliano diletto e consolazione, e piú raguardano al dono che a me donatore. Ma quegli, che, schiettamente e senza rispetto alcuno di loro, raguardano come affocati a l’ affetto solamente di me che dono e non al dono, e il dono amano per me che dono e non per propria loro consolazione, non possono essere ingannati da questa allegrezza.

E però l’ è a loro subito questo el segno, quando el dimonio alcuna volta volesse per suo inganno trasformarsi in forma di luce e mostrarsi nella mente loro, giognendo subito con grande allegrezza. Ma essi, che non sono passionati da l’amore della consolazione nella mente loro, con prudenzia in veritá cognoscono lo ingannosuo: passando tosto l’allegrezza, vegonsi rimanere in tenebre. E però s’aumiliano con vero cognoscimento di loro, e spregiano ogni consolazione e abracciano e stringono la dottrina della mia Verità. El dimonio, come confuso, rade volte o non mai in questa forma vi torna.

Ma quelli, che sonno amatori della propria consolazione, spesse volte ne riceveranno; ma conosceranno l’inganno loro per lo modo che detto t’ho, cioè trovando l’allegrezza senza la virtú, cioè che non si vega escire di quello camino con umilità e vera carità, fame de l’onore di me, Dio etterno, e della salute de l’anime.

Questo ha facto la mia bontá: d’avere proveduto verso di voi, a’ perfetti e agl’imperfetti, in qualunque stato voi sète, perché neuno inganno voi potiate ricevere, se vorrete conservarvi el lume de l’intelletto che lo v’ho dato con la pupilla della sanctissima fede, che voi non vel Tassiate obumbrare dal dimonio e nol veliate con l’amore proprio di voi. Perché, se non vel tollete voi, non è alcuno che vel possa tollere.

CVII - Come Dio è adempitore de’ sancti desidèri de’ servi suoi, e come molto gli piace chi dimanda e bussa a la porta de la sua Verità top perseveranzia.

— Ora t’ho detto, carissima figliuola, e in tutto dichiarato e illuminatone l’occhio de l’intelletto tuo verso gl’inganni che ‘l dimonio ti potesse fare. E ho satisfacto al desiderio tuo in quello che tu mi dimandasti, perché lo non so’ spregiatore del desiderio de’ servi miei. Anco do a chimi dimanda, e invitovi a dimandare; e molto mi spiace colui che in veritá non bussa a la porta della sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo, seguitando la doctrina sua; la quale doctrina, seguitandola, è uno bussare chiamando a me, Padre etterno, con la voce del sancto desiderio, con umili e continue orazioni. E Io so’ quel Padre che vi do el pane della grazia col mezzo di questa porta, dolce mia Verità. E alcuna volta,, per provare i desidèri vostri e la vostra perseveranzia, fo vista di non intendervi; ma Io v’intendo, e dòvi, mentre, quello che bisogna, perché vi do la fame e la voce con che chiamate a me; e Io, vedendo la sostanzia vostra, compio e’ vostri desidèri, quando sonno ordinati e dirizzati in me.

A questo chiamare v’ invitoe la mia Verità quando dixe: «Chiamate e saravi risposto; bussate e saravi aperto; chiedete e saravi dato». E cosí ti dico che Io voglio che tu facci: che tu non allenti mai el desiderio tuo di chiedere l’aiutorio mio; né abbassi la voce tua di chiamare a me, ch’ Io facci misericordia al mondo; né tiristare di bussare a la porta della mia Verità, seguitando le vestigie sue; e dilèctati in croce con Lui, mangiando el cibo de l’anime per gloria e loda del nome mio. E con ansietà di cuore mughiare sopra el morto de l’umana generazione, el quale vedi condotto a tanta miseria che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo. Con questo mughio e grido vorrò fare misericordia al mondo. E questo è quello che lo richiego da’ servi miei, e questo mi sarà segno che in veritá m’amino. E Io non sarò spregiatore de’ loro desidèri, si come Io t’ho decto.

CVIII - Come questa devota anima, rendendo grazie a Dio, s’umilia. Poi fa orazione per tutto el mondo e singularmente per lo corpo mistico de la sancta Chiesa e per li figliuoli suoi spirituali e per li due padri de l’anima sua. E, doppo queste cose, dimanda d’udire parlare de’ defecti de’ ministri de la sancta Chiesa.

Alora quella anima, come ebbra veramente, pareva fuore di sé, e, alienati e’ sentimenti del corpo suo, per l’unione de l’amore che fasta aveva nel Creatore suo, levata la mente e specolando nella Verità etterna con l’occhio de l’intelletto suo, avendo cognosciuta la veritá, s’era innamorata della veritá, e diceva: O somma ed etterna bontá di Dio, e chi so’ io, miserabile, che tu, sommo ed etterno Padre, hai manifestata a me la veritá tua e gli occulti inganni del dimonio; e lo ‘nganno del proprio sentimento, che io e gli altri potiamo ricevere in questa vita della perregrinazione, acciò che io non sia ingannata né dal dimonio né da me medesima? Chi t’ha mosso? L’amore. Però che tu m’amasti senza essere amato da me. O fuoco d’amore, grazia, grazia sia a te, Padre etterno. lo, imperfetta, piena di tenebre; e tu, perfetto e luce, hai mostrato a me la perfeczione e la via lucida della dottrina de l’unigenito tuo Figliuolo. Io ero morta, e tu m’hai risuscitata; io ero inferma, e tu m’hai data la medicina: e non tanto la medicina del Sangue che tu desti allo Infermo de l’umana generazione col mezzo del tuo Figliuolo, ma tu m’hai data una medicina contra una infermità occulta, la quale io non cognoscevo, dandomi tu la dottrina che in neuno modo io posso giudicare alcuna creatura che abbi in sé ragione, e singularmente verso de’ servi tuoi, de’ quali spesse volte, come cieca e inferma di questa infermità, sotto spezie e colore de l’onore tuo e salute de l’anime, davo giudicio. E però io ti ringrazio, somma ed etterna bontá, che, nel manifestare la tua veritá e lo inganno del dimonio e la propria passione, m’hai facto conoscere la infermità mia. Unde io t’adimando per grazia e misericordia che oggi sia posto termine e fine che io mai non esca della dottrina tua, data a me da la tua bontá e a chiunque la vorrà seguitare, però che senza te neuna cosa è fasta.

A te dunque ricorro e rifugo, Padre etterno, e non te l’adimando per me sola, Padre, ma per tutto quanto el mondo, e singularmente per lo corpo mistico della sancta Chiesa: che questa veritá e dottrina riluca ne’ ministri tuoi, data da te. Verità etterna, a me miserabile. Ed anso t’adimando spezialmente per tutti coloro e’ quali m’hai dati che io ami di singulare amore, e’ quali hai fasti una cosa con meco; però che essi saranno el mio refrigerio per gloria e loda del nome tuo, vedendoli còrrire per questa dolce e dritta via schietti e morti ad ogni loro volontà e pareri, e senza alcuno giudicio o scandalo o mormorazione del proximo loro. E pregoti, dolcissimo amore, che neuno me ne sia tolto delle mani dal dimonio infernale, si che ne l’ultimo giongano a te, Padre etterno, fine loro.

Anco ti fo un’altra petizione per le due colonne de’ padri che m’hai posti in terra a guardia e doctrina di me, inferma, miserabile, dal principio della mia conversione infino a ora: che tu gli unisca e di due corpi facci una anima, e che neuno actenda ad altro che a compire in loro, e nei misterii che tu l’hai posti nelle mani, la gloria e loda del nome tuo in salute de l’anime. E io, indegna e miserabile, schiava e non figliuola, tenga quel modo, con debita reverenzia e sancto timore verso di loro, per amore di te, che sia tuo onore, pace e quiete loro ed edificazione del proximo.

So’ certa, Verità etterna, che tu non dispregiarai el desiderio mio né le petizioni che Io t’ho adimandate, però che io cognosco per veduta, secondo che t’è piaciuto di manifestare, e molto maggiormente per pruova, che tu se’ acceptatore de’ sancti desidèri. Io, indegna tua serva, m’ ingegnarò, secondo che mi darai la grazia, d’observare il comandamento e la doctrina tua.

O Padre etterno, ricordato m’è d’una parola che tu dicesti quando mi narravi alcuna cosa de’ ministri della sancta Chiesa, dicendo tu che piú distinctamente in un altro luogo me ne parlaresti: de’ difecti che al di d’oggi essi commectono. Unde, se piacesse a la tua bontá di dirne alcuna cosa, acciò che io avesse materia di crescere il dolore e la compassione e l’ansietato desiderio per la salute loro (ché mi ricordo che giá tu dicesti che, col sostenere e lagrime, dolori, sudori e orazioni de’ servi tuoi, ci daresti refrigerio, riformandola di sancti e buoni pastori); si che, acciò che questo cresca in me, però te l’adimando.

CIX - Come Dio rende sollicita la predecta anima all’orazione, rispondendo ad alcuna de le predecte petizioni.

Alora Dio etterno, vollendo l’occhio della sua misericordia e non spregiando el suo desiderio, ma acceptando le sue petizioni, volendo satisfare a l’ultima petizione che ella aveva facta sopra la promessa sua, diceva: — O dilectissima e carissima figliuola, lo adempirò in quello che m’hai adimandato el desiderio tuo, purché da la tua parte non commecta ignoranzia né negligenzia. Però che molto ti sarebbe piú grave e degna di maggiore reprensione ora che prima, perché piú hai cognosciuto della mia veritá: E però sia dunque sollicita di dare orazioni per tucte le creature che hanno in loro ragione, e per lo corpo mistico della sancta Chiesa, e per quegli che Io t’ho dati che tu ami di singulare amore. E non commectere negligenzia in dare orazioni ed exemplo di vita e la doctrina della parola, riprendendo il vizio e commendando la virtú giusta ‘l tuo potere. Delle colonne le quali lo ho date a te, delle quali tu mi dicesti, e cosí è la veritá, fa’ che tu sia uno mezzo di dare a ciascuno quello che gli bisogna, secondo l’aptitudine loro e come Io, tuo Creatore, ti ministrarò, però che senza me neuna cosa potresti fare; ed Io adempiroe i desidèri tuoi. Ma non mancare tu né eglino nello sperare in me, però che la providenzia mia non mancarà in voi; e ogniuno umilemente riceva quello che esso è apto a ricevere, e ogniuno ministri quello che lo gli darò a ministrare, ogniuno nel modo suo, secondo che hanno ricevuto e riceveranno da la mia bontá.

CX - De la dignità de’ sacerdoti, e del sacramento del Corpo di Cristo. E di quelli che comunicano degnamente e indegnamente.

— Ora ti rispondo di quello che m’hai adimandato sopra e’ ministri della sancta Chiesa. E acciò che tu meglio possa cognoscer la veritá, apre l’occhio de l’intellecto tuo e raguarda l’excellenzia loro, in quanta dignità lo gli ho posti. E perché meglio si cognosce l’uno contrario per l’altro, voglioti mostrare la dignità di coloro che exercitano in virtú el tesoro che lo lo’ missi fra le mani; e per questo, meglio vedrai la miseria di coloro che oggi si pascono al pecto di questa sposa. —

Alora quella anima, per obbedire, si specolava nella veritá, dove vedeva rilucere le virtú ne’ veri gustatori. Alora Dio etterno diceva: — Carissima figliuola, prima ti voglio dire la dignità loro dove lo gli ho posti per la mia bontá; oltre a l’amore generale che Io ho avuto a le mie creature creandovi a la imagine e similitudine mia, e ricreativi tucti a grazia nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo; unde veniste in tanta excellenzia, per l’unione ch’ Io feci della Deitá mia nella natura umana, che in questo avete maggiore excellenzia e dignità voi che l’angelo, perch’ Io presi la natura vostra e non quella de l’angelo. Unde, si come Io dixi, Io Dio so’ facto uomo e l’uomo è facto Dio per l’unione della natura mia divina nella natura vostra umana.

Questa grandezza è data in generale ad ogni creatura che ha in sé ragione; ma tra questi ho electi e’ miei ministri per la salute vostra, acciò che per loro vi sia ministrato el sangue de l’umile e immaculato Agnello unigenito mio Figliuolo. A costoro ho dato a ministrare il Sole, dando lo’ el lume della scienzia e il caldo della divina caritá e il colore unito col caldo e col lume, cioè il Sangue e il Corpo del mio Figliuolo. El quale Corpo è uno sole, perché è una cosa con meco, vero Sole. E tanto è unito, che l’uno non si può separare da l’altro né tagliare, se non come il sole, che non si può dividere né il caldo suo da la luce né la luce dal suo colore, per la sua perfeczione de l’unione.

Questo sole, non partendosi da la ruota sua, cioè che non si divide, dá lume a tucto quanto el mondo e scalda a chiunque da lui vuole essere scaldato; e per alcuna immondizia questo sole non si lorda, e il lume suo è unito, come detto t’ho. Cosí questo Verbo mio Figliuolo, con el sangue dolcissimo suo, è uno sole, tucto Dio e tucto uomo, perché egli è una medesima cosa con meco e lo con lui. La potenzia mia non è separata da la sapienzia sua, né il calore, fuoco di Spirito sancto, non è separato da me Padre, né da lui Figliuolo, però che egli è una medesima cosa con Noi, perché lo Spirito sancto procede da me Padre e dal Figliuolo, e siamo uno medesimo Sole.

Io so’ quel Sole, Dio etterno, unde è proceduto el Figliuolo e lo Spirito sancto. Allo Spirito sancto è appropriato el fuoco; al Figliuolo la sapienzia, nella quale sapienzia e’ ministri miei ricevono uno lume di grazia, perché hanno ministrato questo lume con lume e con gratitudine del benefizio ricevuto da me Padre etterno, seguitando la doctrina di questa sapienzia, unigenito mio Figliuolo.

Questo è quello lume che ha in sé il colore della vostra umanità, unito l’uno con l’altro. Unde il lume della Deitá mia fu quello lume unito col colore de l’umanità vostra. El quale colore diventò lucido, quando fu inpassibile in virtú della Deitá, natura divina. E per questo mezzo, cioè de l’obiecto di questo Verbo incarnato, intriso e impastato col lume della mia Deitá, natura divina, e col caldo e fuoco dello Spirto sancto, avete ricevuto el lume. A cui l’ho dato a ministrare? A’ ministri miei nel corpo mistico della sancta Chiesa, acciò che aviate vita, dandovi el Corpo suo in cibo e il Sangue in beveraggio.

Decto t’ho che questo Corpo è sole. Unde non vi può essere dato el Corpo che non vi sia dato el Sangue, né il Sangue né il Corpo senza l’anima di questo Verbo, né l’anima né il Corpo senza la Deitá di me Dio etterno, perché l’una non si può separare da l’altra; si come in un altro luogo ti dixi che la natura divina non si parti mai da la natura umana, né per morte né per verun’altra cosa non si poteva né può separare. Si che tutta l’essenzia divina ricevete in quello dolcissimo sacramento sotto quella bianchezza del pane. E si come il sole non si può dividere, cosí non si divide tutto Dio ed uomo in questa bianchezza dell’ostia. Poniamo che l’ostia si dividesse: se mille migliaia di minuzzoli fusse possibile di farne, in ciascuno so’ tutto Dio e tutto uomo, come detto ho. Si come lo specchio che si divide, e non si divide però la imagine che si vede dentro nello specchio; cosí, dividendo questa ostia, non si divide tutto Dio e tutto uomo, ma in ciascuna parte è tutto. Né non dimi. nuisce però in se medesimo se non come il fuoco, cioè in questo exemplo.

Se tu avessi uno lume, e tutto ci mondo venisse per questo lume; per quello tollere, ci lume non diminuisce, e nondimeno ciascuno l’ha tutto. É vero che chi piú o meno participa di questo lume: secondo la materia che colui, che riceve, porta, cosí riceve il fuoco. E acciò che meglio m’intenda, pongoti questo exemplo. Se fussero molti che portassero candele, e l’una avesse materia d’una oncia e l’altra di due o di sei, o chi di libra e chi piú, e andassero al lume e accendessero le candele loro; poniamo che in ciascuno, ne l’assai e nel poco, vede tutto ci lume, cioè il caldo e il colore ed esso lume; nondimeno tu giudicarai che meno n’abbi colui che la porta d’una oncia che quelli di libra. Or cosí adiviene di quegli che ricevono questo sacramento: chi porta la candela sua, cioè il sancto desiderio con che si riceve e piglia questo Sacramento; la quale candela in sé è spenta, e accendesi ricevendo questo Sacramento. a Spenta» dico, perché da voi non sète alcuna cosa. È vero che Io v’ho data la materia con che voi potiate notricare in voi questo lume e riceverlo. La materia vostra è l’amore, perch’ Io vi creai per amore, e però non potete vivere senza amore.

Questo essere dato a voi per amore ha ricevuta la disposizione nel sancto baptesmo, che ricevete in virtú del sangue di questo Verbo; ché in altro modo non potreste participare di questo lume, anco sareste come candela senza ci papeio dentrovi, che non può ardere né ricevere in sé questo lume. Cosí voi, se ne l’anima vostra non aveste ricevuto ci papeio che riceve questo lume, cioè la sanctissima fede, ed unita la grazia che ricevete nel baptesmo con l’affetto de l’anima vostra creata da Ine, apta ad amare; si come detto t’ho che tanto è apta ad amare che senza amore non può vivere, anco ci suo cibo è l’amore.

Dove s’accende questa anima unita per lo modo che detto t’ho? Al fuoco della divina mia carità, amando e temendo me e seguitando la dottrina della mia Verità. È vero che s’accende piú e meno, si com’ Io ti dixi, secondo che portarà e darà materia a questo fuoco; però che, bene che tutti abbiate una medesima materia, cioè che tutti siate creati a la imagine e similitudine mia e abbiate ci lume del sancto baptesmo voi cristiani, nondimeno ogniuno può crescere in amore e in virtú, secondo che piace a voi, mediante la grazia mia. Non che voi mutiate altra forma che quella che lo v’ho data, ma crescete e aumentate ne l’amore le virtú, usando in virtú e in affetto di caritá ci libero arbitrio, mentre che avete il tempo; però che, passato ci tempo, non il potreste fare. Si che potete crescere in amore, come detto t’ho. El quale amore, venendo con esso a ricevere questo dolce e glorioso lume (del quale Io v’ho dato a ministrare col mezzo dei ministri miei, e dato ve l’ hoe in cibo, e tanto ricevete di questo lume quanto portarete de l’amore e affocato desiderio), poniamo che tutto ci ricevete (si com’ Io dixi ponendoti l’exemplo di coloro che portavano candele, e’ quali secondo la quantità del peso cosí ricevevano), poniamo che in ogniuno ci vedessi tutto intero e non diviso, però che dividere non si può, come detto è, per veruna vostra imperfeczione, né di voi che ‘l ricevete né di chi ci ministra; ma tanto participate in voi di questo lume, cioè della grazia che ricevete in questo sacramento, quanto vi disponete a ricevere con sancto desiderio. E chi andasse a questo dolce sacramento con colpa di peccato mortale, da questo sacramento non riceve grazia, poniamo che egli riceva attualmente tutto Dio ed uomo, si come detto t’ho.

Ma sai come sta questa anima che ‘l riceve indegnamente? Sta si come la candela che v’è caduta l’acqua, che non fa altro che strídare quando è acostata al fuoco: che, subbito che ‘l fuoco v’è intrato, è spento in quella candela, e non vi rimane altro che ‘l fummo. Cosí questa anima porta sé, candela, la quale ricevette il sancto baptesmo e poi gittoe l’acqua della colpa dentro ne l’anima sua, la quale fue una acqua che inacquoe il papeio del lume della grazia del baptesmo. Non essendosi scaldata al fuoco della vera contrizione, confessandosi della colpa sua, andò alla mensa de l’altare a ricevere questo lume attualmente. Questo vero lume, non essendo disposta quella anima come si debba disponere a tanto misterio, non rimane per grazia in quella anima, ma partesi, e ne l’anima rimane maggiore confusione, spenta con tenebre e aggravata la colpa sua. Di questo sacramento non sente altro che strido di rimorso della coscienzia, non per difecto del lume, però che non può ricevere alcuna lesione, ma per difecto de l’acqua che trovò ne l’anima; la quale acqua impedí l’affetto de l’anima, che non poté ricevere questo lume.

Si che vedi che in neuno modo questo lume, unito el caldo e il colore a esso lume, si può dividere: né per piccolo desiderio che porti l’anima ricevendo questo Sacramento, né per difecto che fusse ne l’anima che ‘l riceve né di colui che ‘l ministra; si come Io ti dixi del sole, el quale, stando in su la cosa immonda, non si lorda però. Cosí questo dolce lume in questo sacramento per neuna cosa si lorda, né si divide, né diminuisce il lume suo, né non si stacca da la ruota: poniamo che tutto el mondo si comunichi del lume e del caldo di questo sole. Cosí non si stacca questo Verbo Sole, unigenito mio Figliuolo, da me Sole, Padre etterno, perché nel corpo mistico della sancta Chiesa sia ministrato a chiunque il vuole ricevere; ma tutto rimane, e tucto l’avete, Dio e uomo, si come ti diei exemplo del lume: che se tutto el mondo mandasse per esso lume, tutti l’hanno tutto, e tutto si rimane.

CXI - Come i sentimenti corporali tucti sono ingannati del predetto sacramento, ma non quelli dell’anima; e però con quelli si debba vedere, gustare e toccare. E d’una bella visione che questa anima ebbe sopra questa materia.

— O carissima figliuola, apre bene l’occhio dell’intéllecto a raguardare l’abisso della mia carità, ché non è alcuna creatura che abbi in sé ragione che non si dovesse dissolvere il cuore suo per affetto d’amore a raguardare fra gli altri benefizi che avete ricevuti da me, vedere il benefizio che ricevete di questo sacramento. E con che occhio, carissima figliuola, debbi tu e gli altri vederlo e raguardare questo misterio e toccarlo? Non solamente con toccamento e vedere di corpo, però che tutti e’ sentimenti del corpo ci vengono meno. Tu vedi che l’occhio non vede altro che quella bianchezza di quel pane, la mano altro non tocca, el gusto altro non gusta che il sapore del pane; si che i grossi sentimenti del corpo sonno ingannati: ma el sentimento de l’anima non può essere ingannato, se ella vorrà, cioè che ella non si voglia tollere il lume della sanctissima fede con la infidelità.

Chi gusta e vede e tocca questo sacramento? el sentimento de l’anima. Con che occhio el vede? con l’occhio de l’intellecto, se dentro ne l’occhio è la pupilla della sanctissima fede. Questo occhio vede in quella bianchezza tutto Dio e tutto uomo, la natura divina unita con la natura umana. El corpo, l’anima e il sangue di Cristo; l’anima unita nel corpo. El corpo e l’anima uniti con la natura mia divina, non staccandosi da me. Si come ben ti ricorda che, quasi nel principio della vita tua, lo ti manifestai. E non tanto con l’occhio de l’intelletto, ma con l’occhio del corpo, bene che, per lo lume grande, l’occhio del corpo tuo perdé il vedere e rimase solo il vedere a l’occhio de l’intelletto.

Mostratelo a tua dichiarazione contra la battaglia che ‘l dimonio in esso sacramento t’aveva data, e per farti crescere in amore e nel lume della sanctissima fede. Unde tu sai che andando tu la mattina, a l’aurora, a la chiesa per udire la messa, essendo stata dinanzi passionata dal dimonio, tu ti ponesti ritta a l’altare del Crocifixo. El sacerdote era venuto a l’altare di Maria; e stando ine a considerare il difetto tuo, temendo di non avere offeso me per la molestia che ‘l dimonio t’aveva data, e a considerare l’affetto della mia caritá che t’avevo facta degna d’udire la messa (conciosiacosaché tu ti reputavi indegna d’entrare nel sancto tempio mio), venendo el ministro a consdgrare, a la consacrazione tu alzasti gli occhi sopra del ministro; e nel dire le parole della consacrazione, Io manifestai me a te, vedendo tu escire del petto mio uno lume come il raggio del sole che esce della ruota del sole, non partendosi da essa ruota. Nel quale lume veniva una colomba, uniti insieme l’uno con l’altro, e percoteva sopra de l’ostia in virtú delle parole della consacrazione che ‘l ministro diceva; perché l’occhio tuo corporale non fu sufficiente a sostenere il lume, ma rimaseti ci vedere solo ne l’occhio intellettuale, e ine vedesti e gustasti l’abisso della Trinitá, tutto Dio e uomo, nascoso e velato sotto quella bianchezza. Né il lume né la presenzia del Verbo, che tu in essa bianchezza vedesti intellectualmente, non tolleva però la bianchezza del pane: l’uno non impediva l’altro, né il vedere Dio e uomo in quello pane, né quel pane era impedito da me, cioè che non gli era tolto né la bianchezza né il toccare né il sapore.

Questo fu mostrato a te da la mia bontá, come detto t’ho. A cui rimase il vedere? A l’occhio de l‘intellecto con la pupilla della sanctissima fede; si che nell’occhio de l’intelletto debba essere il principale vedere, però che egli non può essere ingannato. Adunque con esso dovete raguardare questo sacramento. Chi el tocca? la mano de l’amore. Con questa mano si tocca quello che l’occhio ha veduto e cognosciuto in questo sacramento. Per fede il tocca con la mano de l’amore, quasi certificandosi di quello che per fede vide e cognobbe intellectualmente. Chi ci gusta? el gusto del sancto desiderio. El gusto del corpo gusta ci sapore del pane; ed il gusto de l’anima, cioè il sancto desiderio, gusta Dio e uomo. Si che vedi che ‘ sentimenti del corpo sonno ingannati, ma none il sentimento de l’anima: anco n’è chiarificata e certificata in se medesima, perché l’occhio de l’intellecto l’ha veduto con la pupilla del lume della sanctissima fede. Perché ‘l vidde e il cognobbe, però ci tocca con la mano de l’amore, però che quello che vide il tocca per amore con fede. E col gusto de l’anima, con l’affocato desiderio ci gusta, cioè l’affocata mia carità, amore ineffabile. Col quale amore l’ho fatta degna di ricevere tanto misterio di questo sacramento, e la grazia che in esso sacramento si vede ricevere. Si che vedi che non solamente col sentimento corporale dovete ricevere e vedere questo sacramento, ma col sentimento spirituale, disponendo e’ sentimenti de l’anima con affetto d’amore a vedere, ricevere e gustare questo sacramento, come detto t’ho.

CXII - De la excellenzia dove l’anima sta, la quale piglia el predetto sacramento in grazia.

— Raguarda, carissima figliuola, in quanta excellenzia sta l’anima ricevendo, come debba ricevere, questo pane della vita, cibo degli angeli. Ricevendo questo sacramento, sta in me e Io in lei; si come il pesce sta nel mare e il mare nel pesce, cosí lo sto ne l’anima e l’anima in me, mare pacifico. In essa anima riniane la grazia, perché, avendo ricevuto questo pane della vita in grazia, rimane la grazia, consumato quello accidente del pane. Io vi lasso la imprompta della grazia mia si come il suggello che si pone sopra la cera calda: partendosi e levando el suggello, vi rimane la imprompta d’esso suggello. Cosí la virtú di questo sacramento vi rimane ne l’anima, cioè che vi rimane il caldo della divina carità, clemenzia di Spirito sancto. Rimanvi ci lume della sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo, illuminato l’occhio de l’intelletto in essa sapienzia a cognoscere e a vedere la dottrina della mia Verità ed essa sapienzia. Rimane forte, participando della fortezza mia e potenzia, facendola forte e potente contra la propria passione sua sensitiva, contra le dimonia e contra’l mondo. Si che vedi che le rimane la imprompta, levato che ‘l suggello s’è; cioè che, consumata quella materia, cioè gli accidenti del pane, questo vero Sole si ritorna a la ruota sua; non che fusse staccato, come decto t’ho, ma unito insieme con meco. Ma l’abisso della mia carità, per vostra salute e per darvi cibo in questa vita, dove sète perregrini e viandanti, acciò che aviate refrigerio e non perdiate la memoria del benefizio del Sangue, ve l’ha dato in cibo per mia dispensazione e divina providenzia, sovenendo a’ vostri bisogni dandovelo in cibo questa mia dolce Verità, come decto t’ho.

Si che mira quanto sète tenuti e obligati a me a rendarmi amore, poi che lo tanto v’amo, e perché Io so’ somma ed etterna bontá, degno d’essere amato da voi.

CXIII - Come le predecte cose, che sono dette intorno a la excellenzia del sacramento, sono decte per meglio cognoscere la dignità de’ sacerdoti. E come Dio richiede in essi maggiore purità che nell’altre creature.

— O carissima figliuola, tucto questo t’ho decto acciò che tu meglio cognosca la dignità dove Io ho posti e’ miei ministri, acciò che piú ti doglia delle miserie loro. Se essi medesimi raguardassero la loro dignità, non giacerebbero nella tenebre del peccato mortale né lordarebbero la faccia de l’anima loro. E non tanto che essi offendessero me e la loro dignità, ma, se dessero el corpo loro ad ardere, non lo’ parrebbe potere satisfare a tanta grazia e a tanto benefizio quanto hanno ricevuto, però che a maggiore dignità in questa vita non possono venire.

Essi sonno e’ miei unti, e chiàmoli e’ miei «cristi», perché l’ho dato a ministrare me a voi. Questa dignità non ha l’angelo, ed holla data agli uomini: a quelli che Io ho electi per miei ministri, e’ quali ho posti come angeli, e debbono essere angeli terrestri in questa vita, però che debbono essere come angeli. In ogni anima richieggio purità e carità, amando me e il proximo suo, e sovenendo il proximo di quello che può, ministrandoli l’orazione e stando nella dileczione della carità, si come in un altro luogo sopra questa materia lo ti narrai. Ma molto maggiormente Io richieggio purità ne’ miei ministri e amore verso di me e del proximo loro, ministrando lo’ el Corpo e’l Sangue de l’unigenito mio Figliuolo con fuoco di caritá e fame della salute de l’anime, per gloria e loda del nome mio.

Si come essi ministri vogliono la nectezza del calice dove si fa questo sacrifizio, cosí richeggio Io la purità e nectezza del cuore, de l’anima e della mente loro. E il corpo, si come strumento de l’anima, voglio che si conservi in perfecta purità; e non voglio che si notrichino né involgano nel loto della immondizia, né siano infiati per superbia cercando le grandi prelazioni, né crudeli verso di loro e del proximo, però che la crudeltá loro non possono usarla senza el proximo loro. Perché, se essi sonno crudeli a loro di colpa, sonno crudeli a l’anime de’ proximi loro, perché non lo’ dànno exemplo di vita né si curano di trare l’anime delle mani del dimonio, né di ministrar lo’ el Corpo e’l Sangue de l’unigenito mio Figliuolo, e me vera luce, come decto t’ho, negli altri sacramenti della sancta Chiesa. Si che, se essi sonno crudeli a loro, sonno crudeli in altrui.

CXIV - Come li sacramenti non si debbono vendere né comprare, e come quelli che el ricevono debbono sovenire li ministri de le cose temporali, quali essi ministri debbono dispensare in tre parti.

— Voglio che siano larghi e non avari, cioè che per cupidità e avarizia vendano la grazia mia dello Spirito sancto. Non debbono fare, né Io voglio che faccino così anco, come di dono e larghezza di caritá hanno ricevuto da la bontá mia, cosi in dono e in cuore largo, per affecto d’amore verso l’onore mio e salute de l’anime, debbono donare caritativamente a ogni creatura che ha in sé ragione, che umilemente l’adimandi. E non debbono tollere alcuna cosa per prezzo, però che non l’hanno comprata, ma ricevuta per grazia da me perché ministrino a voi; ma ben possono e debbono tollere per limosina. E cosí debba fare il subdito che riceve: che debba da la parte sua, quando egli può, dare per limosina; però che essi debbono essere pasciuti da voi delle cose temporali, sovenendo alla necessità loro. E voi dovete essere pasciuti e notricati da loro della grazia e doni spirituali, cioè de’ sancti sacramenti che lo ho posti nella sancta Chiesa, perché ve li ministrino in vostra salute.

E fovi a sapere che, senza veruna comparazione, donano piú a voi che voi a loro; però che comparazione non si può ponere da le cose finite e transitorie, delle quali sovenite loro, a me, Dio, che so’ infinito, el quale per mia providenzia e divina caritá ho posti loro che il ministrino a voi. E non tanto di questo misterio, ma di qualunque cosa si sia, e da qualunque creatura vi fusse ministrato grazie spirituali, o per orazione o per alcuna altra cosa; con tutte le vostre substanzie temporali non agiongono né potrebbero agiognere a quello che ricevete spiritualmente, senza veruna comparazione.

Ora ti dico che la substanzia, che essi ricevono da voi, essi sonno tenuti di distribuirla in tre modi, cioè farne tre parti l’una per la vita loro, l’altra a’ poveri e l’altra mettere nella Chiesa nelle cose che sonno necessarie; e per altro modo no. Facendone altrementi, offenderebbero me.

CXV - De la dignità de’ sacerdoti, e come la virtú de’ sacramenti non diminuisce per le colpe di chi gli ministra o riceve. E come Dio non vuole che li secolari s’ inpaccino di corrèggiarli.

— Questo facevano e’ dolci e gloriosi ministri, de’ quali Io ti dixi ché volevo che vedessi l’excellenzia loro, oltre a la dignità che Io l’avevo data avendoli facci miei cristi, si come Io ti dixi. Exercitando in virtú questa dignità, sonno vestiti di questo dolce e glorioso Sole el quale Io lo’ diei a ministrare. Raguarda Gregorio dolce, Silvestro e gli altri antecessori e subcessori che sonno seguitati doppo el principale pontefice Pietro, a cui furono

date le chiavi del regno del cielo da la mia Verità, dicendo: «Pietro, Io ti do le chiavi del regno del cielo; e cui tu scioglierai ín terra sarà sciolto in cielo, e cui tu legarai in terra sarà legato in cielo».

Attende, carissima figliuola, che, manifestandoti l’excellenzia delle virtú di costoro, lo piú pienamente ti mostrarrò la dignità nella quale Io ho posti questi mieiministri. Questa è la chiave del sangue de l’unigenito mio Figliuolo. La quale chiave diserrò vita etterna, che grande tempo era stata serrata per lo peccato d’Adam; ma poi che Io vi donai la Verità mia, cioè il Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, sostenendo morte e passione, con la morte sua destrusse la morte vostra, facendovi bagno del sangue suo. Sí che ‘l sangue e morte sua, ed in virtú della natura mia divina unita con la natura umana, diserroe vita etterna. A cui ne lassoe le chiavi di questo Sangue? Al glorioso apostolo Pietro e a tutti gli altri, che so’ venuti o verranno di qui a l’ultimo di del giudicio; si che tutti hanno e avaranno quella medesima auctorità che ebbe Pietro. E per neuno loro difetto non diminuisce questa auctorità, né tolle la perfeczione al Sangue né ad alcuno sacramento, perché giá ti dixi che questo Sole per neuna immondizia si lordava, e non perde la luce sua per tenebre di peccato mortale che fusse in colui che ‘l ministra o in colui che ‘l riceve: però che la colpa sua neuna lesione a’ sacramenti della sancta Chiesa può fare, né diminuire la virtú in loro; ma ben diminuisce la grazia, e cresce la colpa in colui che ‘l ministra e in colui che ‘l riceve indegnamente.

Si che Cristo in terra tiene le chiavi del Sangue, si come, se ben ti ricorda, lo tel manifestai in questa figura, volendoti mostrare quanta reverenzia e’ secolari debbono avere a questi ministri, o buoni o gattivi che siano, e quanto mi spiaceva la inreverenzia. Sai che lo ti posi el corpo mistico della sancta Chiesa quasi in forma d’uno cellaio, nel quale cellaio era il sangue de l’unigenito mio Figliuolo; nel quale sangue vagliono tutti e’ sacramenti, e hanno vita in virtú di questo sangue. A la porta di questo cellaio era Cristo in terra, a cui era commesso a ministrare el Sangue, e a lui stava di mectere i ministratori che l’aitassero a ministrare per tucto l’universale corpo della religione cristiana. Chi era acceptato e unto da lui n’era facto ministro, e altri no. Da costui esce tucto l’ordine chericato, e messili, ciascuno ne l’offizio suo, a ministrare questo glorioso Sangue. E come egli gli ha messi per suoi aitatori, cosí a lui tocca el correggerli de’ difecti loro; e cosí voglio che sia, che, per l’excellenzia ed auctorità che Io l’ho data, Io gli ho tracti della servitudine, cioè subieczione della signoria de’ signori temporali. La legge civile non ha a fare cavelle con la legge loro in punizione; ma solo in colui che è posto a signoreggiare e a ministrare nella legge divina. Questi sono e’ miei unti, e però dixi per la Scriptura: «Non vogliate toccare e’ cristi miei». Unde a maggiore ruina non può venire l’uomo che se ne fa punitore.

CXVI - Come la persecuzione, che si fa a la sancta Chiesa o vero a’ ministri, Dio la reputa facta a sé, e come questa colpa piú è grave che neuna altra.

— E se tu mi dimandassi per che cagione Io ti mostrai che piú era grave la colpa di coloro che perseguitavano la sancta Chiesa che tucte l’altre colpe commesse, e perché per li loro difecti Io non volevo che la reverenzia verso di loro diminuisse, Io ti rispondarei e rispondo: perché ogni reverenzia che si fa a loro, non si fa a loro, ma a me, per la virtú del Sangue che Io l’ho dato a ministrare. Unde, se non fusse questo, tanta reverenzia avareste a loro quanta agli altri uomini del mondo, e non piú. E per questo ministerio sète costrecti a far lo’ reverenzia; e a le loro mani vi conviene venire, non a loro per loro, ma per la virtú che Io ho data a loro, se volete ricevere i sancti sacramenti della Chiesa; però che, potendoli avere e non volendogli, sareste e morreste in stato di dannazione.

Si che la reverenzia è mia e di questo glorioso Sangue (che siamo una medesima cosa per l’unione della natura divina con la natura umana, come decto è), e non loro. E si come la reverenzia è mia, cosí la inreverenzia: ché giá t’ho decto che la reverenzia non dovete fare a loro per loro, ma per l’auctorità che lo ho data a loro. E cosí non debbono essere offesi, però che, offendendo loro, offendono me e non loro. E giá l’ho vetato, e decto che i miei cristi — non voglio che sieno toccati per le loro mani; e per questo neuno si può scusare dicendo: — Io non fo ingiuria né so’ ribello a la sancta Chiesa, ma follo a’ difecti de’ gactivi pastori. — Questi mente sopra el capo suo e, come aciecato dal proprio amore, non vede; ma elli vede bene, ma fa vista di non vedere per ricoprire lo stimolo della coscienzia sua. Vedrebbe, e vede, che egli perseguita el Sangue e non loro. Mia è l’ingiuria, si come mia era la reverenzia. E cosí è mio ogni danno: scherni, villanie, obrobrio e vitoperio, che fanno a loro; cioè che reputo facto a me quel che fanno a loro, perché Io lo’ dixi e dico che i miei cristi non voglio che sieno toccati da loro. Io gli ho a punire, e non eglino. Ma eglino dimostrano, gl’iniqui, la inreverenzia che essi hanno al Sangue, e che poco tengono caro el tesoro che Io l’ho dato in salute e in vita de l’anime loro.

Piú non potavate ricevere che darmivi tucto Dio e uomo in cibo, sí come Io t’ho decto. Ma perché la reverenzia non era facta a me per mezzo di loro, però l’hanno diminuita perseguitandoli, vedendo in loro molti peccati e difecti, si come, in un altro luogo, de’ difecti loro Io ti narraroe. Se in veritá avessero avuta questareverenzia in loro per me, non sarebbe levata per neuno difecto loro, perché non diminuisce, come decto è, la virtú di questo sacramento per neuno difecto. E però non debba diminuire la reverenzia; e quando diminuisce, n’offendono me.

E però m’è piú grave questa colpa che tucte l’altre, per molte ragioni: ma tre principali te ne dirò. L’una si è perché quello che fanno a loro fanno a me. L’altra si è perché trapassano el comandamento: perché giá l’ho vetato che non gli tocchino; unde spregiano la virtú del Sangue che trassero del sancto baptesmo, perché essi disobediscono facendo quel che l’è vetato. E so’ ribelli a questo Sangue, perché hanno levata la reverenzia, e levatisi con la grande persecuzione. Essi sonno come membri putridi, tagliati dal corpo mistico della sancta Chiesa; unde, mentre ché stessero obstinati in questa rebellione e inreverenzia, morendo con essa, giongono a l’etterna dapnazione. É vero che, giognendo a l’extremità, umiliandosi e cognoscendo la colpa loro, volendosi reconciliare col loro capo e non potendo attualmente, riceve misericordia: poniamo che non debba però aspettare il tempo, perché non è securo d’averlo. L’altra si è perché la loro colpa è piú aggravata che tutte l’altre, perché egli è peccato facto per propria malizia e con deliberazione, e cognoscono che con buona coscienzia essi noi possono fare; e, facendolo, offendono. Ed è offesa con una perversa superbia, senza diletto corporale; anco si consumano l’anima e’l corpo: l’anima si consuma privata della grazia, e spesse volte lo’ rode il vermine della coscienzia; la sustanzia temporale si consuma in servigio del dimonio, e i corpi ne sonno morti come animali.

Si che questo peccato è facto propriamente a me, ed è facto senza colore di propria utilitá o diletto alcuno, se non con malizia e fummo di superbia, la quale superbia nacque dal proprio amore sensitivo, e da quello timore perverso che ebbe Pilato che, per timore di non perdere la signoria, uccise Cristo unigenito mio Figliuolo. Cosí hanno facto e fanno costoro.

Tucti gli altri peccati sonno fatti o per simplicità o per ignoranzia di non cognoscere, o per malizia, cioè che cognosce il male che egli fa, ma per lo disordinato diletto e piacere che ha in esso peccato, o per alcuna utilitá che vi trovasse, offende, e, offendendo, fa dapno e offende l’anima sua, e offende me e il proximo suo. Me, perché non rende gloria e loda al nome mio; el proximo, perché non gli rende la dileczione della caritá. Ma egli non mi percuote attualmente che la faccia propriamente a me, ma offende sé; la quale offesa mi dispiace per lo dapno suo. Ma questa è offesa fatta a me proprio, senza mezzo. Gli altri peccati hanno alcuno colore e sonno fatti con alcuno colore e sonno fatti con mezzo, perché Io ti dixi che ogni peccato si faceva col mezzo del proximo, e ogni virtú: el peccato si fa per la privazione della caritá di me, Dio, e del proximo; e la virtú con la dileczione della carità: offendendo il proximo, offendono me col mezzo di loro. Ma perché tra le mie creature che hanno in loro ragione lo ho eletti questi miei ministri, e’ quali sonno e’ miei unti, si come lo ti dixi, ministratori del corpo e del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, carne vostra umana unita con la natura mia divina, unde, consecrando, stanno in persona di Cristo mio Figliuolo; si che vedi che questa offesa è facta a questo Verbo; ed essendo fatta a lui, è fatta a me, perché siamo una medesima cosa.

Questi miserabili perseguitano el Sangue e privansi del tesoro e del frutto del Sangue. Unde ella m’è piú grave questa offesa, fatta a me e non a’ ministri, perché loro non reputo ne debba essere né l’onore né la persecuzione; anco a me, cioè a questo glorioso sangue del mio Figliuolo, che siamo una medesima cosa, come detto t’ho. Unde lo ti dico che, se tutti gli altri peccati che essi hanno commessi fussero da l’uno lato, e questo solo da l’altro, mi pesa piú questo uno che gli altri, per lo modo che detto t’ho, si come lo tel manifestai, acciò che tu avessi piú materia di dolerti de l’offesa mia e della dapnazione di questi miserabili, acciò che col dolore e con l’amaritudine tua e degli altri servi miei, per mia bontá e misericordia, si dissolvesse tanta tenebre quanta è venuta in questi membri putridi, tagliati dal corpo mistico della sancta Chiesa.

Ma lo non truovo quasi chi si doglia della persecuzione che è fatta a questo glorioso e prezioso Sangue: ma truovo bene chi mi percuote continuamente con le saette del disordinato amore e timore servile, e con la propria reputazione, come aciecati, recandosi a onore quello che l’è a vitoperio, e a vitoperio quello che l’è onore, cioè d’aumiliarsi al capo loro. Per questi difetti si sonno levati e levano a perseguitare il Sangue.

CXVII - Qui si parla contra li persecutori de la sancta Chiesa e de’ ministri, in diversi modi.

— Perché ti dixi che mi percotevano, e cosí è la veritá. In quanto la intenzione loro mi percuotono con quello che possono: none che Io in me possa ricevere alcuna lesione né essere percosso da loro; ma Io fo come la pietra che, gictandole il colpo, nol riceve, ma torna verso colui che ‘l gicta. Cosí le percosse de l’offese loro, le quali gictano puzza, a me non possono nuocere, ma ritorna a loro la sancta avelenata della colpa. La quale colpa in questa vita gli priva della grazia, perdendo el fructo del Sangue; e ne l’ultimo, se essi non si correggono con la sancta confessione e contrizione del cuore, giongono a l’etterna dapnazione, tagliati da me e legati col dimonio. E hanno facta lega insieme, perché, subbito che l’anima è privata della grazia, è legata nel peccato d’odio della virtú e amore del vizio. El quale legame hanno posto col libero arbitrio nelle mani delle dimonia, e con esso gli lega, però che in altro modo non potrebbero essere legati.

Con questo legame si sonno legati e’ persecutori del Sangue l’uno con l’altro, e’ come membri legati col dimonio, hanno preso l’offizio delle dimonia. Le dimonia s’ingegnano di pervenire le mie creature e trarle della grazia e riducerle a la colpa del peccato mortale, acciò che di quel male che essi hanno in loro medesimi, di quello abbino le creature. Cosí fanno questi cotali, né piú né meno: però che, si come membri del dimonio, vanno subvertendo e’ figliuoli della Sposa di Cristo unigenito mio Figliuolo, e sciogliendoli dal legame della caritá e legandoli nel miserabile legame, privati del fructo del Sangue con loro insieme. Legame annodato col nodo della superbia e con la propria reputazione, col nodo del timore servile; che, per timore di non perdere le signorie temporali, perdono la grazia e caggiono nella maggiore confusione che venire possino, essendo privati della dignità del Sangue. Questo legame è suggellato col suggello della tenebre, però che essi non cognoscono in quanti inconvenienti e miserie essi sonno caduti e fanno cadere altrui, e però non si correggono, perché non el cognoscono, ma come aciecati si gloriano della loro destruczione de l’anima e del corpo.

O carissima figliuola, duolti inextimabilmente di vedere tanta ciechità e miseria in coloro che sono lavati nel Sangue come tu, e nutricatisi e allevatisi d’esso Sangue al pecto della sancta Chiesa; e ora, come ribelli, per timore e socto colore di correggere e’ difecti de’ ministri miei (de’ quali lo ho vetato eh’ Io non voglio che siano toccati da loro), si si sonno partiti da questo pecto. Unde terrore ti debba venire, a te e agli altri servi miei, quando odi ricordare questo cosí facto miserabile legame. La lingua tua non sarebbe sufficiente a potere narrare quanto m’è abominevole: e peggio è che col mantello del difecto de’ ministri miei si vogliono amantellare e ricoprire i difecti loro; e non pensano che con neuno mantello si possono riparare a l’occhio mio ch’ Io nol vegga. Potrebbersi bene nascondere a l’occhio della creatura, ma none a me, che non tanto che sieno nascoste a me le cose presenti, ma neuna cosa a me è nascosa. Io v’amai e vi cognobbi prima che voi fuste.

E questa è una delle cagioni ch’e’ miserabili uomini del mondo non si correggono, perché in veritá col lume della fede viva non credono ch’ Io li vegga. Però che, se essi credessero in veritá che lo veggo e’ difecti loro, e che ogni difecto è punito, come ogni bene è remunerato, si come in un altro luogo ti dixi, non farebbero tanto male, ma correggerebbersi di quello che hanno facto e dimandarebbero umilemente la misericordia mia. E Io, col mezzo del sangue del mio Figliuolo, lo’ farei misericordia. Ma essi sono come obstinati e riprovatisi da la mia bontá per li difecti loro, e caduti ne l’ultima ruina, per li loro difecti, d’essere privati del lume, e come ciechi sono facci persecutori del Sangue. La quale persecuzione non debba essere facta per alcuno difecto che si vedesse ne’ ministri del Sangue.

CXVIII - Repetizione breve sopra le predecte cose de la sancta Chiesa e de’ ministri.

— Hotti narrato, carissima figliuola, alcuna cosa della reverenzia che si debba fare a’ miei unti, non obstante i difecti loro; perché la reverenzia non è facta né debba essere facta a loro per loro, ma per l’auctorità che lo ho data a loro. E perché per li difecti loro el misterio del sacramento non può diminuire né essere diviso, non debba venire meno la reverenzia verso di loro: non per loro, come decto è, ma per lo tesoro del Sangue.

Facendo el contrario, hotti mostrato alcuna piccola cosa (per rispecto che ella è) quanto egli è grave e spiacevole a me e dapno a loro la inreverenzia e persecuzione del Sangue, e il legame facto contra a me, che essi hanno facto e fanno insieme, legati in servizio del dimonio; acciò che tu piú ti doglia.

Questo è uno difecto el quale particularmente Io t’ho narrato per la persecuzione della sancta Chiesa. E cosí ti dico generalmente della religione cristiana: che, stando in peccato mortale, spregiano el Sangue privandosi della vita della grazia. Questo mi dispiace, ed è grave colpa la loro, di quelli che narrato t’ho particularmente, sí come decto è.

CXIX - De la excellenzia e de le virtii e de le operazioni sancte de’ virtuosi e sancti ministri. E come essi hanno la condiczione del sole. E de la correczione loro verso de’ subditi.

— Ora, per dare un poco di refrigerio a l’anima tua, mitigarò el dolore della tenebre di questi miserabili subditi con la vita sancta de’ miei ministri, de’ quali Io ti dixi che aveano la condiczione del sole; si che con l’odore delle loro virtú mitiga la puzza, e con la luce loro la tenebre. E anco con questa luce meglio vorrò che tu cognosca la tenebre e il difecto de’ ministri miei, de’ quali Io ti dixi.

Apre l’occhio de l’ intellecto tuo, e raguarda in me, sole di giustizia; e vedrai e’ gloriosi ministri e’ quali, avendo ministrato el Sole, hanno presa la condiczione del Sole, si come Io ti contai di Pietro, el principe degli appostoli, el quale ricevette le chiavi del reame del cielo. Cosí ti dico degli altri che in questo giardino della sancta Chiesa hanno ministrato el Lume, cioè il Corpo e il Sangue de l’unigenito mio Figliuolo (Sole unito e non diviso come decto è), e tucti e’ sacramenti della sancta Chiesa, e’ quali tucti vagliono e dànno vita in virtú del Sangue; ogniuno posto in diversi gradi, secondo lo stato suo, a ministrare la grazia dello Spirito sancto. Con che l’hanno ministrata? col lume della grazia che hanno tracta da questo vero lume.

Questo lume è egli solo? No, però che egli non può essere solo el lume della grazia, né può essere diviso: anco si conviene o che egli l’abbi tucto o nonne mica. Chi sta in peccato mortale, esso facto, è privato del lume della grazia; e chi ha la grazia ha illuminato l’occhio de l’ intellecto suo in cognoscere me, che gli ho data la grazia e la virtú che conserva la grazia. E cognosce in esso lume la miseria del peccato e la cagione del peccato, cioè il proprio amore sensitivo, e però e’ l’odia, e odiandolo riceve il caldo della divina caritá ne l’affecto suo, perché l’affecto va dietro a l’ intellecto. Riceve il colore di questo glorioso lumei seguitando la doctrina della dolce mia Verità; unde la memoria sua s’è impita nel ricordamento del benefizio del Sangue.

Si che vedi che non può ricevere il lume che non riceva el caldo e il colore, perché sonno uniti insieme e sono una medesima cosa. E cosí non può, si com’ Io ti dixi, avere una potenzia de l’anima ordinata a ricevere me, vero Sole, che tucte e tre non siano ordinate e congregate nel nome mio. Però che subbito che l’occhio de l’intellecto col lume della fede si leva sopra el vedere sensitivo speculandosi in me, l’affecto gli va dietro amando quello che l’ intellecto vidde e cognobbe, e la memoria s’empie di quello che l’affecto ama. E subbito che elle sonno disposte, participa me, Sole, illuminandolo nella potenzia mia e nella sapienzia de l’unigenito mio Figiliulo, e nella clemenzia del fuoco dello Spirito sancto.

Si che vedi che essi hanno presa la condíczione del sole, cioè che, essendo vestiti e piene le potenzie de l’anima loro di me, vero Sole, come decto t’ho, fanno come il sole. El sole scalda e illumina, e col caldo suo fa germinare la terra: cosí questi miei dolci ministri, electi e unti e messi nel corpo mistico della sancta Chiesa a ministrare me, Sole, cioè il Corpo e il Sangue de l’unigenito mio Figliuolo con gli altri sacramenti e’ quali hanno vita da questo Sangue, essi el ministrano actualmente e ministrarlo mentalmente, cioè rendendo lume nel corpo mistico della sancta Chiesa. Lume di scienzía sopranaiurale col colore d’onesta e sancta vita, cioè seguitando la doctrina della mia Verità, e ministrano el caldo de l’ardentissima caritá. Unde col caldo loro facevano germinare l’anime sterili, illuminandole col lume della scienzia, e con la vita loro sancta e ordinata cacciavano la tenebre de’ peccati mortali e di molta infidelità, e ordinavano la vita di coloro che disordenatamente vivevano in tenebre di peccato e in freddezza per la privazione della caritá. Si che vedi che essi sonno sole, perché hanno presa la condiczione del sole da me, vero Sole, perché per affecto d’amore son facti una cosa con meco e Io con loro, si come Io in un altro luogo ti narrai.

Ogniuno ha dato, secondo lo stato suo che Io l’ho electo, lume nella sancta Chiesa. Pietro con la predicazione e doctrina e ne l’ultimo col sangue; Gregorio con la scienzia e sancta Scriptura e con especchio di vita; Silvestro contra gl’infedeli e maximamente con la disputazione e provazione che fece della sanctissima fede in parole e in facti, ricevendo la virtú da me. Se tu ti vòlli ad Agustino e al glorioso Tomaso, Ieronimo e gli altri, vedrai quanto lume hanno gictato in questa Sposa, extirpando gli errori, si come lucerne poste in sul candelabro, con vera e perfecta umilità. E, come affamati de l’onore mio e salute de l’anime, questo cibo mangiavano con dilecto in su la mensa della sanctissima croce: e’ martiri col sangue, el quale sangue gictava odore nel cospecto mio e con l’odore del sangue e delle virtú e col lume della scienzia facevano fructo in questa Sposa, dilatavano la fede; e’ tenebrosi venivano al lume, e riluceva in loro el lume della fede; e’ prelati, posti nello stato della prelazione da Cristo in terra, mi facevano sacrifizio di giustizia con sancta e onesta vita; la margarita della giustizia, con vera umilità e ardentissima carità, col lume della discrezione, riluceva in loro e ne’ loro subditi: in loro principalmente, però che giustamente rendevano a me il debito mio, cioè rendendo gloria e loda al nome mio; a sé rendevano odio e dispiacimento della propria sensualità, spregiando e’ vizi e abbracciando le virtú con la caritá mia e del proximo loro. Con umilità conculcavano la superbia, e andavano come angeli a la mensa de l’altare; con purità di cuore e di corpo e con sincerità di mente celebravano, arsi nella fornace della caritá. E perché prima avevano facta giustizia di loro, però facevano giustizia de’ subditi, volendoli veder vivere virtuosamente, e correggevangli senza veruno timore servile, perché non actendevano a loro medesimi, ma solo a l’onore mio e a la salute de l’anime, si come pastori buoni, seguitatori del buono Pastore, mia Verità, el quale lo vi diei a governare voi pecorelle e volsi che ponesse la vita per voi. Costoro hanno seguitato le vestigie sue, e però corressero e non lassàro imputridire e’ membri per non corregere; ma caritativamente correggevano con l’unguento della benignità, e con l’asprezza del fuoco incendendo la piaga del difecto con la riprensione e penitenzia, poco e assai secondo la gravezza del peccato. E per lo correggere e dire la veritá non curavano la morte.

Questi erano veri ortolani, che con sollicitudine e sancto timore divellevano le spine de’ peccati mortali e piantavano piante odorifere di virtú. Unde i subditi vivevano in sancto e vero timore, e allevavansi come fiori odoriferi nel corpo mistico della sancta Chiesa, perché correggevano senza timore servile, perché n’erano privati. E perché in loro non era colpa di peccato, però tenevano la sancta giustizia, riprendendo virilmente e senza veruno timore. Questa era ed è quella margarita, in cui ella riluce, che dava pace e lume nelle menti delle creature e faceale stare in sancto timore, ed e’ cuori erano uniti. Unde Io voglio che tu sappi che per neuna cosa è venuta tanta tenebre e divisione nel mondo tra secolari e religiosi, cherici e pastori della sancta Chiesa, se non solo perché il lume della giustizia è mancato ed è venuta la tenebre della ingiustizia.

Neuno Stato si può conservare nella legge civile e nella legge divina in stato di grazia senza la sancta giustizia, però che colui che non è correcto e non corregge fa come il membro che è cominciato a infracidare, che, se ‘l gattivo medico vi pone subbitamente l’unguento solamente e non incuoce la piaga, tucto il corpo imputridisce e corrompe. Cosí el prelato, o altri signori che hanno subditi, vedendo il membro del subdito loro essere infracidato per la puzza del peccato mortale, se esso vi pone solo l’unguento della lusinga senza la reprensione, non guarisce mai, ma guastarà l’altre membra, che gli sonno d’intorno legate in uno medesimo corpo, cioè a uno medesimo pastore. Ma se elli sarà vero e buono medico di quelle anime, si come erano questi gloriosi pastori, egli non darà unguento senza fuoco della reprensione. E se il membro fusse pure obstinato nel suo mal fare, el tagliarà dalla congregazione, acciò che non imputridisca gli altri con la puzza del peccato mortale.

Ma essi non fanno oggi cosí: anco fanno vista di non vedere. E sai tu perché? perché la radice de l’amore proprio vive in loro, unde essi traggono il perverso timore servile; però che, per timore di non perder lo Stato o le cose temporali o prelazione, non correggono; ma e’ fanno come aciecati, e però non cognoscono in che modo si conserva lo Stato. Che se essi vedessero come egli si conserva per la sancta giustizia, la manterrebbero. Ma perché essi sonno privati del lume, noi cognoscono; ma, credendolo conservare con la ingiustizia, non riprendono e’ difecti de’ subditi loro; ma ingannati sonno da la propria passione sensitiva e da l’appetito della signoria o della prelazione.

E anco non correggono, perché essi sonno in quelli medesimi difecti o maggiori. Sentonsi compresi nella colpa, e però perdono l’ardire e la sicurtà; e, legati dal timore servile, fanno vista di non vedere. E se pure veggono, non correggono; anco si lassano legare con le parole lusinghevoli e con molti presenti, e essi medesimi truovano le scuse per non punirli. In costoro si compie la parola che dixe la mia Verità, dicendo: «Costoro sono ciechi e guide de’ ciechi ; e se l’uno cieco guida l’altro, ambedue caggiono nella fossa».

Non hanno facto né fanno cosí quegli che sonno stati (o se alcuno ne fusse) miei dolci ministri, de’ quali Io ti dixi che avevano la proprietà e condiczione del sole. E veramente sonno sole, come decto t’ho, però che in loro non è tenebre di peccato né ignoranzia, perché seguitano la doctrina della mia Verità; né sonno tiepidi, però che essi ardono nella fornace della mia carità, e sonno spregiatori delle grandezze e stati e delizie del mondo: e però non temono di correggere. Ché chi non appetisce la signoria o la prelazione, non temono di perderla, ma riprendono virilmente; ché chi non si sente ripresa la coscienzia da la colpa, non teme.

E però non era tenebrosa questa margarita negli unti e cristi miei, de’ quali Io t’ho narrato; anco era lucida, ed erano abbracciatori della povertà voluntaria e cercavano la viltà con umilità profonda. E però non curavano né scherni né villanie né detraczioni degli uomini né ingiuria né obrobri né pena né tormento. Essi erano bastemmiati, e eglino benedicevano, e con vera pazienzia portavano si come angeli terrestri e piú che angeli: non per natura, ma per lo misterio e grazia data a loro, sopranaturale, di ministrare il Corpo e ‘l Sangue de l’unigenito mio Figliuolo.

E veramente sonno angeli, però che, come l’angelo che Io do a vostra guardia vi ministra le sancte e buone spirazioni, cosí questi ministri erano angeli, e cosí dovarebbero essere: dati a voi da la mia bontá a vostra guardia. E però essi continuamente tenevano l’occhio sopra e’ subditi loro sí come veri guardiani, spirando ne’ cuori loro sancte e buone spirazioni cioè che per loro offerivano dolci e amorosi desidèri dinanzi a me con continua orazione, con la doctrina della parola e con l’exemplo della vita. Si che vedi che essi sonno angeli posti da l’affocata mia caritá come lucerne nel corpo mistico della sancta Chiesa per vostra guardia, acciò che voi, ciechi, abbiate guida che vi dirizzi nella via della veritá, dandovi le buone spirazioni, con orazioni ed exemplo di vita e dottrina, come detto è.

Con quanta umilità governavano e conversavano co’ subditi loro! Con quanta speranza e fede viva che non curavano né temevano che a loro né a’ subditi loro venisse meno la substanzia temporale; e però con larghezza distribuivano a’ poveri la substanzia della sancta Chiesa! Unde essi observavano a pieno quello che erano tenuti e obligati di fare, cioè di distribuire la substanzia temporale, a la loro necessità, a’ poveri e nella sancta Chiesa. Essi non facevano diposito, e doppo la morte loro non rimaneva la molta pecunia: anco erano alcuni che, per li poveri, lassavano la Chiesa in debito. Questo era per la larghezza della loro caritá e della speranza che avevano posta nella providenzia mia. Erano privati del timore servile, e però non temevano che alcuna cosa lo’ venisse meno, né spirituale né temporale.

Questo è il segno che la creatura spera in me e non in sé: cioè quando ella non teme di timore servile. Ma coloro che sperano in loro medesimi sonno quegli che temono e hanno paura de l’ombra loro, e dubbitano che non lo’ venga meno el cielo e la terra. Con questo timore e perversa speranza che pongono nel loro poco sapere, pigliano tanta miserabile sollicitudine in acquistare e in conservare le cose temporali, che pare che le spirituali si pongano doppo le spalle, e non si truova chi se ne curi.

Ma e’ non pensano, e’ miserabili, infedeli e superbi, che Io so’ solo Colui che proveggo in tutte quante le cose che sono di necessità a l’anima e al corpo; benché con quella misura che voi sperate in me, con quella vi sarà misurata la providenzia mia. E’ miserabili presumptuosi non raguardano che Io so’ Colui che so’, ed essi sonno quegli che non sono: l’essere loro hanno ricevuto da la mia bontá e ogni grazia che è posta sopra l’essere. E però invano si può colui reputare affadigarsi che guarda la città, se ella non è guardata da me. Vana sarà ogni sua fadiga, se egli per sua fadiga la crede guardare o per sua sollicitudine: però che solo Io la guardo. È vero che l’essere e le grazie che Io ho poste sopra l’essere vostro voglio che nel tempo l’exercitiate in virtú, usando el libero arbitrio, che Io v’ho dato, col lume della ragione. Però che Io vi creai senza voi, ma senza voi non vi salvarò.

Io v’amai prima che voi fuste; e questo videro e cognobbero questi miei diletti. E però m’amavano ineffabilemente e, per l’amore che essi avevano, speravano con tanta larghezza in me e in neuna cosa temevano. Non temeva Silvestro, quando stava dinanzi a l’ imperadore Gostantino disputando con quegli dodici giuderi dinanzi a tutta la turba; ma con fede viva credeva che, essendo lo per lui, neuno sarebbe contra lui. E cosí tutti gli altri perdevano ogni timore, perché non erano soli, ma acompagnati; però che, stando nella dileczione della carità, stavano in me, e da me acquistavano el lume della sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo; da me ricevevano la potenzia, essendo forti e potenti contra e’ principi e tiranni del mondo; e da me avevano el fuoco dello Spirito sancto, participando la clemenzia e l’affocato amore d’esso Spirito sancto. Questo amore era ed è acompagnato, a chi el vuole participare, col lume della fede, con la speranza, con la fortezza, con pazienzia vera e con longa perseveranzia infino a l’ultimo della morte. Si che vedi che non erano soli, ma erano acompagnati; e però non temevano. Solamente colui che si sente solo, che spera in sé, privato della dileczione della carità, teme: e ogni piccola cosa gli fa paura, perché è solo, privato di me, che do somma sicurtà a l’anima che mi possiede per affetto d’amore. Bene il provavano, questi gloriosi e diletti miei, che neuna cosa a l’anime loro poteva nuocere: anco essi nocevano agli uomini e a le dimonia, e spesse volte ne rimanevano legate per la virtú e potenzia che Io l’avevo data sopra di loro. Questo era perch’ Io rispondevo a l’amore, fede e speranza che avevano posta in me.

La lingua tua non sarebbe sufficiente a narrare le virtú di costoro, né l’occhio de l’intelletto tuo a vedere il frutto che essi ricevono nella vita durabile, e riceverà chiunque seguitarà le vestigie loro. Essi sonno come pietre preziose, e cosí stanno nel cospetto mio, perch’ Io ho ricevute le fadighe loro e il lume che essi gictarono e missero con l’odore della virtú nel corpo mistico della sancta Chiesa. E però gli ho collocati nella vita durabile in grandissima dignità, e ricevono beatitudine e gloria nella mia visione, perché diéro exemplo d’onesta e sancta vita e con lume ministràro el Lume del Corpo e del Sangue de l’unigenito mio Figliuolo e tutti gli altri sacramenti. E però sonno molto singularmente amati da me, si per la dignità nella quale Io gli ho posti, che sonno miei unti e ministri, e si perché il tesoro che lo lor missi nelle mani non l’hanno sotterrato per negligenzia e ignoranzia: anco l’hanno riconosciuto da me, e exercitatolo con sollicitudine e profonda umilità, con vere e reali virtú. E perché Io in salute de l’anime gli avevo posti in tanta excellenzia, non si ristavano mai, si come pastori buoni, di rimettere le pecorelle ne l’ovile della sancta Chiesa. Unde essi per affetto d’amore e fame de l’anime si mettevano a la morte per trarle delle mani delle dimonia.

Eglino infermavano, cioè facendosi infermi con quegli che erano infermi; cioè che spesse volte per non confóndare loro di disperazione, e per dar lo’ piú larghezza di manifestare la loro infermità, davano vista, dicendo: — Io so’ infermo con teco insieme. — Essi piangevano co’ piangenti e godevano co’ godenti, e cosí dolcemente sapevano dare a ciascuno el cibo suo: i buoni conservando, e godendo delle loro virtú, perché non si rodevano per invidia, ma erano dilatati nella larghezza della caritá del proximo e de’ subditi loro; e quegli che erano defectuosi traevano del difetto, facendosi defectuosi e infermi con loro insieme (come detto è), con vera e sancta compassione, e con la correczione e penitenzia de’ difetti loro commessi, facendo eglino per caritá la penitenzia con loro insieme. Cioè che, per l’amore che essi avevano, portavano maggiore pena essi che la davano, che coloro che la ricevevano. E alcuna volta erano di quelli che attualmente la facevano, e spezialmente quando avessero veduto che al subdito fusse paruto molto malagevole. Unde per quello atto la malagevolezza lo’ tornava in dolcezza.

O diletti miei! essi si facevano subditi, essendo prelati; essi si facevano servi, essendo signori; essi si facevano infermi, essendo sani e privati della infermità e lebbra del peccato mortale; essendo forti, si facevano debili; coi macti e semplici si mostravano semplici, e co’ piccoli, piccoli. E cosí con ogni maniera di gente, per umilità e carità, sapevano essere, e a ciascuno davano el cibo suo. Questo chi el faceva? la fame e il desiderio, che avevano conceputo in me, de l’onore mio e salute de l’anime. Essi corrivano a mangiarlo in su la mensa della sanctissima croce, non rifiutando labore né fuggivano alcuna fadiga; ma, come zelanti de l’anime e bene della sancta Chiesa e dilatazione della sancta fede, si mettevano tra le spine delle molte tribulazioni, e mectevansi a ogni pericolo con vera pazienzia, gictando incensi odoriferi d’ansietati desidèri e d’umile e continua orazione. Con le lagrime e sudori ugnevano le piaghe de’ proximi loro, cioè le piaghe della colpa de’ peccati mortali, unde ricevevano perfetta sanità, se essi umilemente ricevevano cosí facto unguento.

CXX - Repetizione in somma del precedente capitolo; e de la reverenzia che si debba rendere a’ sacerdoti, o buoni o rei che siano.

— Ora t’ho mostrato, carissima figliuola, una sprizza de l’excellenzia loro: una sprizza, dico, per rispetto di quello che ella è; e narrato della dignità nella quale Io gli ho posti, perché gli ho eletti e fatti miei ministri. E per questa auctorità e dignità che lo ho dato a loro, Io non voleva né voglio che sieno toccati, per veruno loro difetto, per mano di secolari; e, toccandoli, offendono me miserabilemente. Ma voglio che gli abbino in debita reverenzia: non loro per loro, come detto t’ho, ma per me, cioè per l’autorità che Io l’ho data. Unde questa reverenzia non debba diminuire mai perché in loro diminuisca la virtú, né nei virtuosi de’ quali Io t’ho narrato delle virtú loro e postiteli ministratori del Sole, cioè del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo e degli altri sacramenti, però che questa dignità tocca a’ buoni e a’ gattivi : ogniuno l’ha a ministrare, colpe decto è.

Dixiti che questi perfecti avevano la condiczione del sole; e cosí è, illuminando e scaldando, per la dileczione della carità, e’ proximi loro, e con questo caldo facevano fructo e germinare le virtú ne l’anime de’ subditi loro. Hocteli posti che essi sono angeli; e cosí è la veritá: dati da me a voi per vostra guardia, perché vi guardino e spirino le buone spirazioni ne’ cuori vostri per sancte orazioni e doctrina con specchio di vita, e che vi servano ministrandovi e’ sancti sacramenti, si come fa l’angelo che vi serve e guardavi e spira le buone e sancte spirazioni in voi.

Si che vedi che, oltre alla dignità nella quale Io gli ho posti, essendovi l’adornamento delle virtú (si come di questi cotali Io t’ho narrato, e come tucti sonno tenuti e obligati d’essere), quanto essi sonno degni d’essere amati! E doveteli avere in grande reverenzia questi, che sonno dilecti figliuoli ed uno sole messo nel corpomistico della sancta Chiesa per le loro virtú. Però che ogni uomo virtuoso è degno d’amore, e molto maggiormente costoro per lo ministerio che lo l’ho dato in mano. Sí che, per virtú e per la dignità del sacramento, gli dovete amare: e odiare dovete e’ difecti di quegli che vivono miserabilmente; ma non però farvene giudici, ché Io non voglio, perché sonno e’ miei cristi, e dovete amare e reverire l’auctorità che Io ho data a loro.

Voi sapete bene che, se uno immondo e male vestito vi recasse uno grande tesoro del quale traeste la vita, che per amore del tesoro e del signore che vel mandasse voi non odiareste però el portatore, non obstante che egli fusse stracciato e immondo. Dispiacerebbevi bene, e ingegnarestevi, per amore del signore, che silevasse la immondizia e si rivestisse. Cosí dunque dovete fare per debito, secondo l’ordine della carità, e voglio che voi el facciate, di questi cotali miei ministri poco ordinati, che con inmondizia e col vestimento de’ vizi, stracciati per la separazione della carità, vi recano e’ grandi tesori, cioè i sacramenti della sancta Chiesa; da’ quali sacramenti ricevete la vita della grazia, ricevendoli degnamente (non obstante che essi siano in tanto difecto) per amore di me, Dio etterno, che ve li mando, e per amore della vita della grazia che ricevete dal grande tesoro ministrandovi tucto Dio e uomo, cioè il Corpo e ‘l Sangue del mio Figliuolo, unito con la natura mia divina. Debbanvi dispiacere e dovete odiare i difecti loro e ingegnarvi, con affecto di caritá e con l’orazione sancta, di rivestirli, e con lagrime lavare la immondizia loro, cioè offerirli dinanzi a me con lagrime e grande desiderio che Io gli rivesta, per la mia bontá, del vestimento della caritá.

Voi sapete bene che lo’ voglio fare grazia, pure che essi si dispongano a ricevere e voi a pregarmi. Però che di mia volontà non è che essi vi ministrino el Sole intenebre, né che sieno dinudati del vestimento della virtú, né immondi, vivendo disonestamente: anco gli ho posti e dati a voi perché siano angeli terrestri e sole, come decto t’ho. Non essendo, mi dovete pregare per loro e non giudicarli, e il giudicio lassate a me. E Io, con le vostre orazioni, volendo eglino ricevere, lo’ farò misericordia; e, non correggendosi la vita loro, la dignità, che essi hanno, lo’ sarà in ruina. E con grande rimproverio da me, sommo giudice, ne l’ultima extremità della morte non correggendosi né pigliando la larghezza della mia misericordia, saranno mandati al fuoco etternale.

CXXI - De’ difecti e de la malavita degl’ iniqui sacerdoti e ministri.

— Ora actende, carissima figliuola, che, acciò che tu e gli altri servi miei aviate piú materia d’offerire a me, per loro, umili e continue orazioni, ti voglio mostrare e dire la scellerata vita loro. Benché da qualunque lato tu ti vòlli, e secolari e religiosi, cherici e prelati, piccoli e grandi, giovani e vecchi e d’ogni altra maniera gente, non vedi altro che offesa; e tucti mi gictano puzza di peccato mortale. La quale puzza a me non fa danno veruno né nuoce, ma a loro medesimi.

Io t’ho contiato infino a qui de l’excellenzia de’ miei ministri e della virtú de’ buoni, si per dare refrigerio a l’anima tua, e si perché tu meglio cognosca la miseria di questi miserabili, e vegga quanto sonno degni di maggiore riprensione e di sostenere piú intollerabili pene; si come gli eletti e diletti miei, perché hanno exercitato in virtú el tesoro dato a loro, sonno degni di maggiore premio e d’essere posti come margarite nel cospetto mio. El contrario questi miserabili, però che riceveranno crudele pena.

Sai tu, carissima figliuola (e attende con dolore e amaritudine di cuore), dove essi hanno facto el principio e il fondamento loro? Ne l’amore proprio di loro medesimi, unde è nato l’arbore della superbia col figliuolo della indiscrezione; ché, come indiscreti, pongono a loro l’onore e la gloria, cercando le grandi prelazioni, con adornamenti e delicatezza del corpo loro, e a me rendono vitoperio e offesa, e retribuiscono a loro quello che non è loro, e a me dànno quello che non è mio. A me debba essere dato gloria e loda al nome mio, e a loro debbono rendere odio della propria sensualità con vero cognoscimento di loro, reputandosi indegni di tanto ministerio quanto essi hanno ricevuto da me.

Ed essi fanno el contrario, però che, come infiati di superbia, non si saziano di rodere la terra delle ricchezze e delizie del mondo, stretti, cupidi e avari verso e’ poveri. Unde per questa miserabile superbia e avarizia, la quale è nata dal proprio amore sensitivo, hanno abandonata la cura de l’anime; e solo si dànno a guardare e avere cura delle cose temporali, e lassano le mie pecorelle, ch’ Io l’ho messe nelle mani, come pecore senza pastore. E non le pascono né le notricano né spiritualmente né temporalmente. Spiritualmente ministrano e’ sacramenti della sancta Chiesa (e’ quali sacramenti per veruno loro difetto vi possono essere tolti, né diminuisce la virtú loro); ma non vi pascono d’orazioni cordiali, di fame e desiderio della salute vostra con sancta e onesta vita. E non pascono e’ subditi delle cose temporali (ciò sonno e’ poverelli), della quale substanzia lo ti dixi che se ne die fare tre parti: l’una a la loro necessità, l’altra a’ poverelli e l’altra in utilitá della Chiesa.

Ed essi fanno el contrario: ché non tanto che diano quella substanzia che sonno tenuti ed obligati di dare a’ poveri, ma essi tolgono l’altrui per simonia e appetito di pecunia, e vendono la grazia dello Spirito sancto. Però che spesse volte sonno di quelli, che sonno tanto sciagurati che non vorranno dare a chi n’ha bisogno quello ch’ Io l’ho dato per grazia e perché ‘l diano a voi, che non lo’ sia piena la mano, o proveduti con molti presenti. E tanto amano e’ subditi loro quanto ne ritraggono, e piú no. Tutto el bene della Chiesa non spendono in altro che in vestimenti corporali e in andare vestiti delicatamente, non come cherici e religiosi, ma come signori o donzelli di corte. E studiansi d’avere i grossi cavagli e molti vaselli d’oro e d’argento con adornamento di casa, tenendo e possedendo quello che non possono tenere, con molta vanità di cuore. El cuore loro favella con disordinata vanità. E tutto il desiderio loro è in vivande, facendosi del ventre loro dio, mangiando e beiendo disordinatamente. E però caggiono subbito nella immondizia, vivendo lascivamente.

Guai, guai a la loro misera vita: ché quello che il dolce Verbo, unigenito mio Figliuolo, acquistò con tanta pena in sul legno della sanctissima croce, essi lo spendono con le publiche meretrici. Sonno devoratori de l’anime ricomprate del sangue di Cristo, divorandole con molta miseria, in molti e in diversi modi; e di quello de’ poveri ne pascono e’ figliuoli loro. O templi del diavolo, Io- v’ho posti perché voi siate angeli terrestri in questa vita, e voi sète dimòni e preso avete l’officio delle dimonia. Le dimonia dànno tenebre di quelle che hanno per loro, e ministrano crociati tormenti; sottraggono l’anime dalla grazia con molte molestie e temptazioni, per reducerle a la colpa del peccato mortale, ingegnandosi di farne quello che essi possono: bene che neuno peccato possa cadere ne l’anima piú che essa voglia; ma essi ne fanno quel che possono. Cosí questi miserabili, non degni d’essere chiamati ministri, sonno dimòni incarnati, perché per loro difetto si sonno conformati con la volontà delle dimonia, e però fanno l’officio loro ministrando me, vero Sole, con la tenebre del peccato mortale, e ministrano la tenebre della disordinata e scellerata vita loro ne’ subditi e ne l’altre creature che hanno in loro ragione. E dànno confusione, e ministrano pene nelle menti delle creature che disordinatamente gli veggono vivere: anco sonno cagione di ministrare pene e confusione di coscienzia in coloro che spesse volte sottraggono dallo stato della grazia e via della veritá, e, conducendoli a la colpa, gli fanno andare per la via della bugia.

Benché, colui che gli séguita non è però scusato dalla colpa sua, perché non può essere costrecto a colpa di peccato mortale né da questi dimòni visibili né dagl’invisibili, però che neuno debba guardare a la vita loro né seguitare quello che fanno; ma come v’amuní la mia Verità nel sancto Evangelio, dovete fare quello che essi vi dicono (cioè la doctrina che v’è data nel corpo mistico della sancta Chiesa pòrta per la sancta Scriptura, per lo mezzo de’ banditori, ciò sonno i predicatori, che vanno ad anunziare la parola mia), e i loro guai che meritano, e la mala vita loro non seguitare, né punirli voi, però che offendareste me. Ma lassate la mala vita a loro, e voi pigliate la doctrina, e la punizione lassate a me; però che lo so’ il dolce Dio etterno, che ogni bene remunero e ogni colpa punisco.

Non lo’ sarà risparmiata da me la punizione per la dignità che egli hanno d’essere miei ministri: anco saranno puniti, se non si correggeranno, piú miserabilmente che tucti gli altri, perché piú hanno ricevuto da la mia bontá. Offendendo tanto miserabilmente, sonno degni di maggiore punizione. Si che vedi che essi sonno dimòni, si come degli electi miei ti dixi che egli erano angeli terrestri e però facevano l’officio degli angeli.

CXXII - Come ne’ predecti iniqui ministri regna la ingiustizia, e singularmente non correggendo i subditi.

— Io ti dissi che in questi miei dilecti riluceva la margarita della giustizia. Ora ti dico che questi miserabili tapinelli portano nel pecto loro per fibbiale la ingiustizia. La quale ingiustizia procede ed è affibbiata con l’amore proprio di loro medesimi, però che per lo proprio amore commectono ingiustizia verso de l’anime loro e verso me, con la tenebre della indiscrezione. A me non rendono gloria, e a loro non rendono onesta e sancta vita né desiderio della salute de l’anime né fame delle virtú. E per questo commectono ingiustizia verso e’ subditi e proximi loro, e non correggono e’ vizi: anco, come ciechi che non cognoscono, per lo disordinato timore di non dispiacere alle creature, li lassano dormire e giacere nelle loro infermità. Ma essi non s’aveggono che, volendo piacere alle creature, dispiacciono a loro e a me, Creatore vostro. E alcuna volta correggeranno, per mantellarsi con quella poca della giustizia: e non si faranno al maggiore, che sarà in maggiore difecto che ‘l minore, per timore che essi avaranno che non lo’ impedisca lo stato o la vita loro; ma farannosi al minore, perché veggono che non lo’ può nuocere né toller lo’ lo stato loro.

Questo commecte la ingiustizia col miserabile amore proprio di loro medesimi. El quale amore proprio ha atoscato tucto quanto el mondo e il corpo mistico della sancta Chiesa, e ha insalvatichito el giardino di questa Sposa e adornato di fiori putridi. El quale giardino fu dimesticato al tempo che ci stavano e’ veri lavoratori, cioè i ministri sancti miei; adornato di molti odoriferi fiori, perché la vita de’ subditi, per li buoni pastori, non era scellerata, anco erano virtuosi con onesta e sancta vita.

Oggi non è cosí: anco è il contrario, però che per li gattivi pastori sonno gattivi e’ subditi. Piena è questa Sposa di diverse spine, di molti e variati peccati. Non che in sé possa ricever puzza di peccato, cioè che la virtú de’ sancti sacramenti possa ricevere alcuna lesione; ma quegli che si pascono al pecto di questa Sposa ricevono puzza ne l’anima loro, tollendosi la dignità nella quale Io gli ho posti: none che la dignità in sé diminuisca, ma in verso di loro medesimi. Unde per li loro difecti n’è avilito el Sangue, cioè perdendo e’ secolari la debita reverenzia che debbono fare a loro per lo Sangue. Benché essi non el debbano fare, e, se la perdono, non è però di minore la colpa loro per li difetti de’ pastori; ma pure e’ miserabili sonno specchio di miseria, dove Io gli ho posti perché siano specchio di virtú.

CXXIII - Di molti altri defecti de’ predetti ministri, e singularmente dell’andare per le taverne e del giocare e del tenere le concubine.

— Unde riceve l’anima loro tanta puzza? da la propria loro sensualità. La quale sensualità con amore proprio hanno fatta donna, e la tapinella anima hanno fatta serva; dove Io gli feci liberi, col sangue del mio Figliuolo, della liberazione generale, quando tutta l’umana generazione fu tratta della servitudine del dimonio e della sua signoria. Questa grazia ricevette ogni creatura che ha in sé ragione; ma questi miei unti gli ho liberati dalla servitudine del mondo e postigli a servire solo me, Dio etterno, a ministrare i sacramenti della sancta Chiesa. E hogli fatti tanto liberi, che non ho voluto né voglio che neuro signore temporale di loro si faccia giudice. E sai che merito, dilettissima figliuola, essi mi rendono di tanto benefizio quanto hanno ricevuto da me? El merito loro è questo: che continuamente mi perseguitano in tanti diversi e scellerati peccati, che la lingua tua non gli potrebbe narrare e a udirlo ci verresti meno. Ma pure alcuna cosa te ne voglio dire, oltre a quel ch’ Io t’ho detto, per darti piú materia di pianto e di compassione.

Eglino debbono stare in su la mensa della croce per sancto desiderio, e ire notricarsi del cibo de l’anime per onore di me. E benché ogni creatura che ha in sé ragione questo debba fare, molto maggiormente el debbono fare costoro che Io ho eletti perché vi ministrino el Corpo e ‘l Sangue di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, e perché vi diano exemplo di sancta e buona vita, e, con pena loro e con sancto e grande desiderio seguitando la mia Verità, prendano el cibo de l’anime vostre. Ed essi hanno presa per mensa loro le taverne: ire, giurando e spergiurando, con molti miserabili difetti, pubblicamente, come uomini aciecati e senza lume di ragione, sonno fatti animali per li loro difetti e stanno in atti, in fatti e in parole lascivamente.

E non sanno che si sia Officio; e se alcuna volta el dicono, ci dicono con la lingua, e ‘l cuore loro è dilunga da me! Essi stanno come ribaldi e barattieri; e poi che hanno giocata l’anima loro e messala nelle mani delle dimonia, ed essi giuocano e’ beni de la Chiesa, e la sustanzia temporale, la quale ricevono in virtú del Sangue, giuocano e sbaractano. Unde i poveri non hanno el debito loro; e la Chiesa n’è sfornita, e non con quelli fornimenti che le sonno necessari. Unde, perché essi sonno fatti templo del diavolo, non si curano del templo mio. Ma quello adornamento, che debbono fare nel templo e nella Chiesa per riverenzia del Sangue, egli el fanno nelle case loro dove essi abitano. E peggio è però che essi fanno come lo sposo che adorna la sposa sua; cosí questi dimòni incarnati, del bene della Chiesa adornano la diavola sua, con la quale egli sta iniquamente e immondamente. E senza veruna vergogna le faranno andare, stare e venire, mentre ch’e’ miseri dimòni saranno a celebrare a l’altare. E non si curaranno che questa miserabile diavola vada, co’ figliuoli a mano, a fare l’offerta con l’altro popolo.

O dimòni sopra dimòni ! Almeno le iniquità vostre fussero piú nascoste negli occhi de’ vostri subditi; ché, facendole nascoste, offendete me e fate danno a voi, ma non fate danno al proximo, ponendo attualmente la vita vostra scellerata dinanzi a loro, però che per lo vostro exemplo gli sète materia e cagione, non che egli esca de’ peccati suoi, ma che egli Gaggia in quegli simili e maggiori che avete voi. È questa la purità che lo richeggio al mio ministro quando egli va a celebrare a l’altare? Questa è la purità che egli porta: che la mattina si levarà con la mente contaminata e col corpo suo corrotto, stato e giaciuto nello immondo peccato mortale, e andarà a celebrare. O tabernacolo del dimonio, dove è la vigilia della notte col solenne e devoto Officio? dove è la continua e devota orazione? Nel quale tempo della notte tu ti debbi disponere al misterio che hai a fare la mattina, con uno cognoscimento di te, cognoscen. doti e reputandoti indegno a tanto misterio, e con uno cogno, scimento di me che per la mia bontá te n’ hoe facto degno e non per li tuoi meriti, e fattoti mio ministro, acciò che ‘l ministri a l’altre mie creature.

CXXIV - Come ne’ predetti ministri regna el peccato contra natura, e d’una bella visione che questa anima ebbe sopra questa materia.

— Io ti fo a sapere, carissima figliuola, che tanta purità lo richeggio a voi e a loro in questo sacramento, quanta è possibile a uomo in questa vita; in quanto da la parte vostra e loro ve ne dovete ingegnare d’acquistarla continuamente. Voi dovete pensare che, se possibile fusse che la natura angelica si purificasse, a questo misterio sarebbe bisogno che ella si purificasse; ma non è possibile, perché non ha bisogno d’essere purificata, perché in loro non può cadere veleno di peccato. Questo ti dico perché tu vega quanta purità lo richeggio da voi e da loro in questo sacramento, e singularmente da loro. Ma el contrario mi fanno, però che tutti inmondi vanno a questo misterio; e non tanto della immondizia e fragilità, a la quale sète inchinevoli naturalmente per fragile natura vostra (benché la ragione, quando el libero arbitrio vuole, fa stare queta la sua rebellione); ma e’ miseri non tanto che raffrenino questa fragilità, ma essi fanno peggio, commettendo quel maledetto peccato contra natura. E come ciechi e stolti, obfuscato el lume de l’intelletto loro, non cognoscono la puzza e la miseria nella quale eglino sonno: che non tanto che ella puta a me, che so’ somma e etterna purità (ed emmi tanto abominevole che per questo solo peccato profondaro cinque città per divino mio giudicio, non volendo piú sostener la divina giustizia, tanto mi dispiacque questo abominevole peccato); ma non tanto a me, come detto t’ho, ma a le demonia (le quali dimonia e’ miseri s’hanno facto signori) lo’ dispiace. Non che lo’ dispiaccia el male perché lo’ piaccia alcuno bene, ma perché la natura loro fu natura angelica, e però la natura loro schifa di vedere o di stare a vedere commectere quello enorme peccato attualmente. Hagli bene inanzi gittata la saetta avelenata del veleno della concupiscenzia, ma, giognendo a l’atto del peccato, egli si va via per la cagione e per lo modo che detto t’ho.

Si come tu sai, se bene ti ricorda innanzi la mortalità, che lo el manifestai a te quanto m’era spiacevole, e quanto el mondo di questo peccato era corrotto. Unde, levando Io te sopra di te per sancto desiderio ed elevazione di mente, ti mostrai tutto quanto el mondo, e quasi in ogni maniera di gente tu vedevi questo miserabile peccato. E vedevi e’ dimòni, si come Io ti mostrai, che fuggivano come detto è. E sai che fu tanta la pena che tu ricevesti nella mente tua e la puzza, che quasi ti pareva essere in su la morte. Tu non vedevi luogo dove tu e gli altri servi miei vi poteste ponere, acciò che questa lebbra non vi si a_accasse. E non vedevi di potere stare né tra piccoli né tra grandi, né vecchi né giovani, né religiosi né cherici, né prelati né subditi, né signori né servi, che di questa malediczione non fussero contaminati le menti e i corpi loro. Mostra’telo in generale, non ti dico, ne mostrai de’ particulari, se alcuno ce n’ha a cui non tocchi, ché pure tra ‘ gactivi ho riserbato alcuno de’ miei, de’ quali per le loro giustizie Io ritengo la mia giustizia che non comando a le pietre che si rivolgano contra di loro, né alla terra che gl’inghiottisca, né agli animali che gli devorino, né alle dimonia che ne portino l’anime e i corpi. Anco vo trovando le vie e i modi per poter lo’ fare misericordia, cioè perché correggano la vita loro; e metto per mezzo e’ servi miei che sonno sani e non lebbrosi, perché per loro mi preghino.

E alcuna volta lo’ mostraròe questi miserabili peccati acciò che sieno piú solliciti a cercare la salute loro, offerendoli a me con maggiore compassione; e con dolore de’ loro difetti e de l’offesa mia pregare me per loro, si come Io feci a te per lo modo che tu sai e detto t’ho. E se bene ti ricorda, facendoti sentire una sprizza di questa puzza, tu eri venuta a tanto che tu non potevi piú, si come tu dicesti a me: — O Padre etterno, abbi misericordia di me e delle tue creature! O tu mi traie l’anima del corpo, però che non pare che io possa piú; o tu mi dà’ refrigerio e mostrami in che luogo io e gli altri servi tuoi ci possiamo riposare, acciò che questa lebbra non ci possa nuocere né tollere la purità de l’anime e de’ corpi nostri.—

Io ti risposi vollendomi verso di te con l’occhio della pietà, e dixi, e dico: — Figliuola mia, el vostro riposo sia di render gloria e loda al nome mio, e gittarmi oncenso di continua orazione per questi tapinelli che si sonno posti in tanta miseria, facendosi degni del divino giudicio per li loro peccati. El vostro luogo, dove voi stiate, sia Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, abitando e nascondendovi nella caverna del costato suo, dove voi gustarete, per affetto d’amore, in quella natura umana la natura mia divina. In quello cuore aperto trovarete la caritá mia e del proximo vostro, però che per onore di me, Padre etterno, e per compire l’obbedienzia ch’Io posi a lui per la salute vostra, corse a l’obbrobriosa morte della sanctissima croo,. Vedendo voi e gustando questo amore, seguitarete la dottrina sua, notricandovi in su la mensa della croce, cioè portando per carità, con vera pazienzia, el proximo vostro, pena, tormento e fadiga, da qualunque lato elle si vengano. A questo modo camparete e fuggirete la lebbra. —

Questo è il modo che lo diei e do a te e agli altri. Ma per tutto questo, da l’anima tua non si levava però el sentimento della puzza, né a l’occhio de l’intelletto la tenebre. Ma la mia providenzia providde; però che, comunicandoti del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo tutto Dio e tutto uomo, si come ricevete nel sacramento de l’altare, in segno che questo era veritá, levossi la puzza per l’odore che ricevesti nel sacramento, e la tenebre si levò per la luce che in esso sacramento ricevesti. E rimaseti, per admirabile modo, si come piacque a la mia bontá, l’odore del Sangue nella bocca e nel gusto del corpo tuo per piú di, si come tu sai.

Si che vedi, carissima figliuola, quanto m’è abominevole in ogni creatura: or ti pensa che molto maggiormente in questi che Io ho tratti che vivano nello stato della continenzia. E fra questi continenti che sonno levati dal mondo, chi per religione e chi come pianta piantata nel corpo mistico della sancta Chiesa, tra ‘ quali sonno e’ ministri, non potresti tanto udire quanto piú mi dispiace questo peccato in loro; oltre al dispiacere che lo ricevo dagli uomini generali del mondo, e de’ particulari continenti, de’ quali Io t’ho detto; perché costoro sono lucerne poste in sul candelabro, ministratori di me, vero Sole, in lume di virtú, di sancta e onesta vita; ed essi ministrano in tenebre. E tanto sonno tenebrosi, che la sancta Scriptura, che in sé è illuminata, perché la trassero e’ miei eletti col lume sopranaturale da me, vero lume (si come in un altro luogo lo ti narrai), per la enfiata loro superbia, e perché sonno immondi e lascivi, non ne veggono né intendono altro che la corteccia, licteralmente, e quella ricevono senza alcuno sapore, perché ‘l gusto de l’anima non è ordinato: anco è corrotto da l’amore proprio e da la superbia, ripieno lo stomaco della immondizia, desiderando di compire i disordenati diletti loro; ripieni di cupidità e d’avarizia, e senza vergogna publicamente commettono e’ difecti loro. E l’usura, che è vetata da me, saranno molti miserabili che la commectaranno.

CXXV - Come per gli predetti defecti li subditi non si correggono. E de’ defecti de’ religiosi. E come, per lo non correggere li predetti mali, molti altri ne seguitano.

— In che modo possono questi, pieni di tanti difecti, correggere e fare giustizia e riprendere i difecti de’ subditi loro? Non possono, perché i loro difecti lo’ tolgono l’ardire e’l zelo della sancta giustizia. E se alcuna volta la facessero, sanno dire i subditi scellerati con loro insieme: — Medico, medica innanzi te medesimo, e poi medica me; e io pigliarò la medicina che tu mi darai. Egli è in maggiore difetto che non so’ io, e dice male a me! — Male fa colui la cui reprensione è solo con la parola e non con buona e ordinata vita: non che egli non debba però riprendere il male (o buono o gattivo che egli si sia) nel suo subdito; ma male fa che egli non corregge con sancta e onesta vita. E molto peggio fa colui che, per qualunque modo gli è facta la reprensione, o da buono o da gattivo pastore che sia, che egli non la riceve umilemente, correggendo la vita sua scellerata; però che egli fa male pure a sé e non altrui, ed egli è quello che sosterrà le pene de’ difecti suoi.

Tucti questi mali, carissima figliuola, adivengono per non correggere con buona e sancta vita. Perché non correggono? Perché sonno acciecati da l’amore proprio di loro medesimi, nel quale amore proprio sonno fondate tucte le loro iniquità, e non mirano se none in che modo possano compire i loro disordinati dilecti e piaceri, e subditi e pastori, e cherici e religiosi. Doh ! figliuola mia dolce, dove è l’obbedienzia de’ religiosi, e’ quali sonno posti nella sancta religione come angeli, ed eglino sonno peggio che dimòni; posti perché adnunzino la parola mia in doctrina e in vita, e essi gridano solo col suono della parola, e però non fanno fructo nel cuore de l’uditore? Le loro predicazioni sonno facte piú a piacere degli uomini e per dilectare l’ orecchie loro che ad onore di me; e però studiano non in buona vita, ma in favellare molto pulito.

Questi cotali non seminano el seme mio in veritá, perché non actendono a divellere i vizi e piantare le virtú. Onde, perché non hanno tracte le spine de l’orto loro, non si curano di trarle de l’orto del loro proximo. Tucti e’ loro dilecti sonno d’adornare i corpi e le celle loro e d’andare discorrendo per le città. E adiviene di loro come del pesce, el quale, stando fuore de l’acqua, muore. Cosí questi cotali religiosi con vana e disonesta vita, stando fuore della cella, muoiono. Partonsi dalla cella, della quale si debba fare un cielo, e vanno per le contrade cercando le case de’ parenti e d’altre genti secolari, secondo che piace a’ loro miseri subditi e a’ gattivi prelati, che gli hanno legati longhi e none corti. E come miserabili pastori non si curano di vedere il loro frate subdito nelle mani delle dimonia, anco spesse volte essi stessi ve ne mectono; e alcuna volta, cognoscendo che essi sonno dimòni incarnati, gli mandaranno per li monasterii a quelle che sonno dimonie incarnate con loro insieme, e cosí l’uno guasta l’altro con molti e sottili ingegni ed inganni. E il loro principio porrà el dimonio socto colore di devozione; ma perché la Trita loro è lasciva e miserabile, non sta molto colorato col colore della devozione: anco subbito appariscono e’ fructi delle loro devozioni: prima si veggono e’ fiori puzzolenti de’ disonesti pensieri con le foglie corrocte delle parole, e con miserabili modi compiono e’ desidèri loro. E’ fructi che se ne vegono, bene lo sai tu che n’hai veduti, che sonno e’ figliuoli. E spesse volte si conducono a tanto che l’uno e l’altra esce della sancta religione. Egli è facto uno ribaldo, ed ella una publica meretrice.

Di tucti questi mali e di molti altri sono cagione i prelati, perché non ebbero l’occhio sopra el loro subdito, anco gli davano largo, ed esso medesimo el mandava e faceva vista di non vedere le miserie sue. E perché il subdito non si dilectòe della cella, cosí per difecto dell’uno e de l’altro n’è rimaso morto. La lingua tua non potrebbe narrare tanti difecti, né per quanti miserabili modi essi m’offendono. Facti sonno arme del diavolo, e con le puzze loro avelenano dentro e di fuore. Di fuore ne’ secolari, e dentro nella religione. Privati sonno della caritá fraterna, e ogniuno vuole essere il maggiore e ogniuno mira di possedere. Unde essi fanno contra el comandamento e contra el voto che hanno facto. Essi hanno facta promessa d’observare l’ordine, ed eglino il trappassano: ché non tanto che l’observino eglino, ma essi faranno come lupi affamati sopra gli agnelli che vorranno essere observatori de l’ordine, beffandoli e schernendoli. E credono, e’ miserabili, con le persecuzioni, beffe e scherni che fanno a’ buoni religiosi e observatori de l’ordine, ricoprire i difecti loro: ed essi gli scuoprono molto piú. E tanto male è venuto ne’ giardini delle sancte religioni, però che sancte sonno in loro, perché sonno facte e fondate dallo Spirito sancto; e però l’ordine, in sé, non può essere guasto né corrocto per lo difecto del subdito né del prelato. E però colui che vuole intrare ne l’ordine non debba mirare a quegli che sonno gattivi, ma debba navigare sopra le braccia de l’ordine, che non è infermo né può infermare, observandolo infino alla morte. Dicevoti che a tanto erano venuti per li mali correggitori e per li gattivi subditi, che quelli, che tengono l’ordine schiettamente, lo’ pare che trapassino l’ordine, non tenendo i loro costumi e non observando le loro cerimonie, le quali hanno ordinate e observanole negli occhi de’ secolari, volendo compiacere, per mantellare i difetti loro.

Si che vedi che il primo voto de l’obbedienzia, d’observare l’ordine, non l’adempiono; della quale obbedienzia in un altro luogo ti parlarò. Fanno vato ancora d’observare volontaria povertà e d’essere continenti. Questo come essi l’observano, mira le possessioni e la molta pecunia che essi tengono in particulare, separati dalla caritá comune di comunicare co’ frati suoi le substanzie temporali e le spirituali, sí come vuole l’ordine della caritá e l’ordine suo. Ed essi non vogliono ingrassare altro che loro e gli animali; e l’una bestia nutrica l’altra, e il suo povero frate muore di freddo e di fame. E poi che è bene foderato egli e ha le buone vivande, di lui non pensa, né con lui si vuole ritrovare a la povera mensa del refettorio. El suo dilecto è di potere stare dove egli si possa empire di carne e saziare la gola sua. Impossibile gli è a questo cotale di observare il terzo voto della continenzia, però che ‘l ventre pieno non fa la mente casta, anco diventano lascivi con disordinati riscaldamenti. E cosí vanno di male in male, e molto ne l’adiviene del male per lo possedere; perché, se essi non avessero che spendere, non viverebbero tanto disordinatamente e non avarebbero le curiose amistà, però che, non avendo che donare, non si tiene l’amore né l’amistà, che è fondata per amore del dono e per alcuno dilecto e piacere che l’uno traie de l’altro, e non in perfetta caritá.

Oh miseri, posti in tanta miseria per li loro difetti, e da me sonno posti in tanta dignità ! Essi fuggono dal coro, come se fusse uno veleno. E se essi vi stanno, gridano con la voce, e il cuore loro è dilonga da me. A la mensa de l’altare se l’hanno presa per una consuetudine d’andarvi senza veruna disposizione, si come a la mensa corporale. Tucti questi mali e molti altri, de’ quali Io non ti voglio pia dire per non appuzzare l’orecchie tue, seguitano per difetto de’ gattivi pastori, che non correggono né puniscono e’ difetti de’ subditi e non si curano né sonno zelanti che l’ordine sia observato, perché essi non sonno observatori de l’ordine. Porranno bene le pietre in capo, delle grandi obbedienzie, a coloro che ‘l vogliono observare, punendoli delle colpe che non hanno commesse. E tutto questo fanno, perché in loro non riluce la margarita della giustizia, ma della ingiustizia. E però ingiustamente danno, a colui che merita grazia e benivolenzia, penitenzia e odio: a quegli che sonno membri del diavolo, come eglino, dànno amore dilecto e stato, commettendo in loro gli offizi de l’ordine. Come aciecati vivono, e come aciecati dànno gli offizi e governano e’ subditi. E se essi non si correggono, con questa ciechità giongono a la tenebre de l’etterna danazione, e convie’ lo’ rendere ragione a me, sommo giudice, de l’anime de’ subditi loro: anale e gattivamente me la possono rendere, e però ricevono da me, giustamente, quello che hanno meritato.

CXXVI - Come ne’ predecti iniqui ministri regna el peccato de la luxuria.

— Detto t’ho, carissima figliuola, alcuna sprizzarella della vita di coloro che vivono nella sancta religione, con quanta miseria egli stanno ne l’ordine col vestimento della pecora, ed essi sonno lupi rapaci. Ora ti ritorno a’ cherici e ministri della sancta Chiesa, lamentandomi con teco de’ loro difetti, oltre a quegli che Io t’ho narrati, sopra tre colonne di vizi, de’ quali un’altra volta ti mostrai, lagnandomi con teco di loro: cioè della immondizia e della infiata superbia e della cupidità, ché per cupidità vendevano la grazia dello Spirito sancto, sí come Io t’ho decto.

Di questi tre vizi l’uno dipende da l’altro, e il loro fondamento di queste tre colonne è l’amore proprio di loro medesimi. Queste tre colonne, mentre che elle stanno ricte, che per forza de l’amore delle virtú elle non diano a terra, sonno sufficienti a tenere l’anima ferma e obstinata in ogni altro vizio. Però che tucti e’ vizi, come decto t’ho, nascono da l’amore proprio, perché da l’amore proprio nasce il principale vizio della superbia; e l’uomo superbo è privato della dileczione della carità, e da la superbia viene alla immondizia e a l’avarizia. E cosí s’incatenano essi medesimi con la catena del diavolo.

Ora ti dico, carissima figliuola, guarda con quanta miseria d’ immondizia essi lordano el corpo e la mente loro, si come decto lo te n’ho alcuna cosa. Ma un’altra te ne voglio dire, perché tu cognosca meglio la fontana della mia misericordia e abbi maggiore compassione a’ miserabili a cui tocca. E’ sonno alcuni che tanto sonno dimòni, che, non che essi abbino in reverenzia el sacramento e tengano cara la excellenzia loro nella quale Io gli ho posti per la mia bontá, ma essi, come al tucto fuore della memoria, per l’amore che avaranno posto ad alcune creature, e non potendo avere di loro quello che desiderano, faranno con incantagioni di dimonia e col sacramento che v’ è dato in cibo di vita, faranno malie per volere compire i loro miserabili e disonesti pensieri e volontà loro mandarle in effecto. E quelle pecorelle, delle quali essi debbono avere cura e pascere l’anime e i corpi loro, essi le tormentano in questi cotali modi e in molti altri, e’ quali Io trapassarò per non darti piú pena. Si come tu hai veduto, le fanno andare sciarrate fuore della memoria, venendo lo’ in volontà, per quello che quel dimonio incarnato l’ha facto, di fare quello che elle non vogliono; e per la resistenzia che elle fanno a loro medesime, e’ corpi loro ne ricevono gravissime pene. Questo e molti altri miserabili mali e’ quali tu sai, e non bisogna che Io te li narri, chi l’ha facto? la disonesta e miserabile vita sua.

O carissima figliuola, la Carne che è levata sopra tucti e’ cori degli angeli, per la natura mia divina unita con la natura vostra umana, questi la dànno a tanta miseria. O abominevole e miserabile uomo, non uomo, ma animale, che la carne tua, unta e consacrata a me, tu la dài alle meritrici e anco peggio!

A la carne tua e di tucta l’umana generazione fu tolta la piaga, che Adam l’aveva facta per lo peccato suo, in sul legno della sanctissima croce col Corpo piagato de l’unigenito mio Figliuolo. O misero! Egli ha facto a te onore; e tu gli fai vergogna! Egli t’ha sanate le piaghe col sangue suo, e piú, ché ne se’ facto ministro; e tu el percuoti con lascivi e disonesti peccati ! li pastore buono ha lavate le pecorelle nel sangue suo; e tu gli lordi quelle che sonno pure, tu ne fai la tua possibilità di mecterle nel letame. Tu debbi essere specchio d’onestà; e tu se’ specchio di disonestà. Tucte le membra del corpo tuo hai dirizzate in adoperarle miserabilemente, e fai el contrario di quello che per te ha facto la mia Verità. Io sostenni che li fussero fasciati gli occhi per te illuminare; e tu con gli occhi tuoi lascivi gitti saette avelenate ne l’anima tua e nel cuore di coloro in cui con tanta miseria raguardi. lo sostenni che Elli fusse abeverato di fiele e d’aceto; e tu, come animale disordinato, ti dilecti in cibi delicati, facendoti del ventre tuo Dio. Nella lingua tua stanno disoneste e vane parole; con la quale lingua tu se’ tenuto d’amonire il proximo tuo e d’anunziare la parola mia e dire l’Offizio col cuore e con la lingua tua, e lo non ne sento altro che puzza, giurando e spergiurando come se tu lussi uno baractiere, e spesse volte bastemiandomi. lo sostenni che li fussero legate le mani per sciogliere te e tucta l’umana generazione dal legame della colpa, e le mani tue unte e consacrate ministrando el sanctissimo Sacramento; e tu laidamente le exerciti in miserabili toccamenti. Tucte le tue operazioni, le quali s’intendono per le mani, sonno corrocte e dirizzate nel servizio del dimonio. Oh! misero, e Io t’ho posto in tanta dignità perché tu serva solamente a me, te ed ogni creatura che ha in sé ragione!

Io volsi che gli fussero conficti e’ piei, facendoti scala del Corpo suo; e il costato aperto, acciò che tu vedessi el secreto del cuore, Io ve l’ho posto per una bottiga aperta dove voi potiate vedere e gustare l’amore ineffabile che lo v’ho, trovando e vedendo la natura mia divina unita nella natura vostra umana: ine vedi che ‘l Sangue, il quale tu ministri, Io te n’ hoe facto bagno per lavare le vostre iniquità. E tu del tuo cuore hai facto tempio del dimonio. E l’affecto tuo, il quale è significato per li piei, non tiene né offera a me altro che puzza e vitoperio; e’ piei de l’affecto tuo non portano l’anima altro che ne’ luoghi del dimonio. Si che con tucto el corpo tuo tu percuoti el Corpo del Figliuolo mio, facendo tu el contrario di quello che ha facto Egli e di quello che tu e ogni creatura sète tenuti e obligati di fare. Questi strumenti del corpo tuo hanno ricevuto in male il suono, perché le tre potenzie de l’anima tua sonno congregate nel nome del dimonio; colà dove tu le debbi congregare nel nome mio.

La memoria tua debba essere piena de’ benefizi miei, e’ quali tu hai ricevuti da me; ed ella è piena di disonestà e di molti altri mali. L’occhio de l’intelletto el debbi ponere col lume della fede ne l’obiecto di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, di cui tu se’ facto ministro; e tu gli hai posto dinanzi delizie, stati e ricchezza del mondo con misera vanità. L’affecto tuo debba solamente amare me senza alcuno mezzo; e tu l’hai posto miseramente in amare le creature e nel corpo tuo, e i tuoi animali amarai piú che me. E chi mel dimostra? la tua impazienzia che tu hai verso di me quando Io ti tollesse la cosa che tu molto ami, e il dispiacimento che tu hai al proximo tuo quando ti paresse ricevere alcuno danno temporale da lui, e odiandolo e bastemmiandolo ti parti dalla caritá mia e sua. Oh! disaventurato te! se’ facto ministro del fuoco della divina mia carità; e tu, per li tuoi propri e disordinati dilecti e per picciolo danno che ricevi dal proximo tuo, la perdi.

O figliuola carissima, questa è una di quelle tre miserabili colonne che Io ti narrai.

CXXVII - Come ne’ predecti ministri regna l’avarizia, prestando ad usura; ma singularmente vendendo e comprando li benefizi e le prelazioni. E de’ mali che per questa cupidità sono advenuti ne la sancta Chiesa.

— Ora ti dirò della seconda, cioè de l’avarizia; ché quello che il mio Figliuolo ha dato in tanta larghezza (unde tu el vedi tucto aperto il Corpo suo in sul legno della croce che da ogni parte versa), e non l’ha ricomprato d’oro né d’argento, anco di sangue; per larghezza d’amore non ci capie solo una metà del mondo, ma tucta l’umana generazione, e’ passati, e’ presenti e i futuri. Non v’è ministrato Sangue che non v’abbi ministrato e dato fuoco, perché per fuoco d’amore egli ve l’ha dato; né fuoco né Sangue senza la natura mia divina, perché perfectamente si uni la natura divina nella natura umana; e di questo Sangue unito per larghezza d’amore, te misero Io n’ho facto ministro: e tu, con tanta avarizia e cupidità, quello che il mio Figliuolo ha acquistato in su la croce (ciò sonno l’anime ricomprate con tanto amore), e quello che Elli t’ha dato essendo facto ministro del Sangue, e tu ne se’ facto, misero, in tanta strettezza che per avarizia ti poni a vendere la grazia dello Spirito sancto, volendo che i tuoi subditi si ricomprino da te, quando ti chieggono, quello che tu hai ricevuto in dono.

La tua gola non hai disposta a mangiare anime per onore di me, ma a devorare pecunia. E tanto se’ facto strecto in caritá di quel che tu hai ricevuto in tanta larghezza, che lo non cappio in te per grazia, né il proximo tuo per amore. La substanzia che tu ricevi temporale in virtú di questo Sangue, la ricevi largamente; e tu, misero avaro, non se’ buono altro che per te, e come ladro e furo, degno della morte etternale, imboli quel de’ poveri e della sancta Chiesa, e spendilo luxuriosamente con femmine e uomini disonesti e co’ parenti tuoi, e spendilo in delizie e règgine i tuoi figliuoli.

O miserabili, dove sonno e’ figliuoli delle reali e dolci virtú, le quali tu debbi avere? dove è l’affocata caritá con che tu debbi ministrare? dove è l’ansietato desiderio de l’onore di me e salute de l’anime? dove è il crociato dolore che tu debbi portare di vedere il lupo infernale che ne porta le tue pecorelle? Non ci è, perché nel tuo cuore strecto non v’è né amore di me né di loro : tu ami solamente te medesimo d’amore proprio sen. sitivo, col quale amore aveleni te e altrui. Tu se’ quel dimonio infernale che le inghiottisci con disordinato amore; altro non appetisce la gola tua, e però non ti curi perché ‘l dimonio invisibile ne le porti: tu, esso dimonio visibile, ne se’ facto istrumento a mandarle a l’inferno. Cui ne vesti e ne ingrassi di quel della Chiesa? te e gli altri dimòni con teco insieme e gli animali, cioè i grossi cavagli che tu tieni per tuo diletto disordinato e non per necessità. E tu debbi tenere per necessita e non per diletto; questi diletti sonno degli uomini del mondo, e i tuoi diletti debbono essere i poveri e il visitare gl’infermi, sovenendoli ne’ loro bisogni spiritualmente e tenporalmente, però che per altro non t’ho Io facto ministro né datati tanta dignita. Ma, perché tu se’ facto animale bruto, però ti diletti in essi animali. Tu non vedi, ché, se tu vedessi e’ supplíci che ti sonno apparecchiati se tu non ti correggi, tu non faresti così: anco ti dorresti di quello che tu hai facto nei tempo passato e correggeresti el presente.

Vedi quanto, carissima figliuola, Io ho ragione di lagnarmi di questi miseri, e quanta larghezza Io ho usata in loro; ed essi verso me tanta strettezza. Che piú? Come Io ti dixi, saranno alcuni che prestaranno a usura; non che tengano la tenda come i publichi usurai, ma con molto sottili modi vendaranno el tempo al proxirno loro per la loro cupidità; la qual cosa non è licita per veruno modo del mondo. Se egli fusse uno presente d’una piccola cosa, e con la sua intenzione egli el ricevesse per prezzo sopra el servizio che egli ha facto a colui prestandoli el suo, quello è usura, e ogni altra cosa che ricevesse per quel tempo, come detto è. E Io ho posto il misero che le vieti a’ secolari, e egli fa quel medesimo e piú; ché, andandoli uno a chiedere consiglio sopra questa materia, perché egli è in quello simile difecto e perché egli ha perduto il lume della ragione, el consiglio che egli li dae è tenebroso e passionato, per quella passione che è dentro ne l’anima sua.

Questo e molti altri difecti nascono dal cuore suo strecto, cupido e avaro. E’ si può dire quella parola che dixe la mia Verità quando entrò nel tempio, che egli vi trovò coloro che vendevano e compravano, cacciandoli fuore con la ferza della fune, dicendo: — «Della casa del Padre mio, che è casa d’orazione, n’avete fatta spilonca di ladroni». —

Tu vedi bene, dolcissima figliuola, che egli è cosí che della Chiesa mia, che è luogo d’orazione, n’è facto spilonca di ladroni: eglino vendono e comprano, e hanno fatta mercanzia della grazia dello Spirito sancto. Unde tu vedi che chi vuole le prelazioni e i benefizi della sancta Chiesa, gli comprano con molti presenti, presentando quegli che sonno d’ atorno di derrate e di denari; e i miserabili non raguardano che elli sia buono piú che gattivo, ma, per compiacerli e pèr amore del dono che hanno ricevuto, s’ingegnano di mettere questa pianta putrida nel giardino della sancta Chiesa, e faranno per questo, e’ miseri, buona relazione di lui a Cristo in terra. E cosí l’uno e l’altro usano la falsità e l’inganno verso Cristo in terra, colà dove essi debbono andare schietti e con ogni veritá. Ma se il vicario del mio Figliuolo s’avede de’ difecti dell’uno e de l’altro, li debba punire: e a colui tollere l’ofizio suo, se non si corregge e non amenda la sua mala vita; e a colui che compra gli starebbe bene che egli li desse, in quello scambio, la pregione, si che egli sia corretto del suo difecto, e gli altri ne prendano exemplo e temano, acciò che neuno si levi piú a farlo. Se Cristo in terra el fa, fa el debito suo; e se non el fa, non sarà impunito questo peccato, quando li converrà rendere ragione dinanzi a me delle sue pecorelle.

Credemi, figliuola mia, che oggi egli non si fa, e però è venuta la Chiesa mia in tanti difecti e abominazioni. Essi non cercano né vanno investigando de la vita loro, quando danno le prelazioni, se essi sono buoni o gattivi; e se alcuna cosa ne cercano, ne dimandano e cercano da coloro che sonno gattivi con loro insieme, e’ quali non renderebbero altro che buona testimonianza, perché quegli simili dífecti sonno in loro medesimi. E non raguardano ad altro se non a grandezza di stato e a gentilezza e a ricchezza e che sappiano parlare molto polito. E peggio, ché alcuna volta allegarà el concestoro che egli abbi bella persona..Odi cose di dimòni ! ché dove essi debbono cercare l’adornamento e bellezza delle virtú, ed essi raguardano a la bellezza del corpo! Debbono cercare gli umili poverelli che per umilità fuggano le prelazioni, ed essi tolgono coloro che vanamente e con infiata superbia le cercano.

Mirano a la scienzia. La scienzia in sé è buona e perfetta, quando lo scienziato ha insiememente la scienzia e la buona e onesta vita e con vera umilità. Ma se la scienzia è nel superbo, disonesto e scellerato nella vita sua, ella è uno veleno, e della Scriptura non intende se non secondo la lettera: in tenebre l’intende perché ha perduto el lume della ragione e ha obfuscato l’occhio de l’intelletto suo. Nel quale lume, col lume sopranaturale, fu dichiarata e intesa la sancta Scriptura, si come in un altro luogo piú chiaramente ti dixi. Si che vedi che la scienzia è buona in sé, ma none in colui che non l’usa come egli la debba usare: anco gli sarà fuoco pennate se egli non correggerà la vita sua. E però debbono piú tosto raguardare a la sancta e buona vita che allo scienziato che gattivamente guidi la vita sua. Ed eglino ne fanno el contrario: anco e’ buoni e virtuosi, che siano grossi in scienzia, reputano matti e sonno spregiati da loro; e i povaregli schifano, perché non hanno che donare.

Si che vedi che nella casa mia, che debba essere casa d’orazione, e dove debba rilucere la margarita della giustizia e il lume della scienzia con onesta e sancta vita, e debbavi essere l’odore della veritá, ed egli v’abbonda la men gna. Debbono possedere povertà volontaria, e con vera sollicitudine conservare l’anime e trarle delle mani delle dimonià; ed essi appetiscono ricchezze. E tanto hanno presa la cura delle cose temporali che al tutto hanno abandonata la cura delle spirituali, e non attendono ad altro che a giuoco e a riso e a crescere e multiplicare le substanzie temporali. E’ miseri non s’avegono che questo è il modo da perderle, però che, se eglino abondassero in virtú e pigliassero la cura delle spirituali, si come debbono, abbondarebbero nelle temporali. E molte rebellioni ha avute la sposa mia di quelle che ella non avarebbe avute. Eglino debbono lassare i morti sepellire a’ morti, ed essi debbono seguitare la dottrina della mia Verità e compire in loro la volontà mia, cioè fare quello per che Io gli ho posti. Ed essi fanno tutto el contrario, ché le cose morte e transitorie si pongono a sepellire con disordinato affetto e sollicitudine, e tragono l’officio di mano agli uomini del mondo. Questo è spiacevole a me e danno a la sancta Chiesa. Debbonle lassare a loro, e l’uno morto sepellisca l’altro, cioè che coloro, che sonno posti a governare le cose temporali, le governino.

E perché ti dixi «l’uno morto sepellisca l’altro»? Dico che «morto» s’intende in due modi: l’uno è quando ministra e governa le cose corporali con colpa di peccato mortale per disordinato affetto e sollicitudine; l’altro modo è perché egli è offlzio del corpo che sonno cose manuali, e il corpo è cosa morta, che non ha vita in sé se non quanto l’ha tratta da l’anima, e participa della vita mentre che l’anima sta nel corpo, e piú no.

Debbano dunque questi miei unti, che debbono vivere come angeli, lassare le cose morte a’ morti ed essi governare l’anime, che sonno cosa viva e non muoiono mai quanto che ad essere, governandole e ministrando lo’ e’ sacramenti e i doni e le grazie dello Spirito sancto, e pascerle del cibo spirituale con buona e sancta vita. A questo modo sarebbe la casa mia casa d’orazione, abondando delle grazie e virtú loro. E perché essi nol fanno, ma fanno el contrario, posso dire che ella sia facta spilonca di ladroni, perché son fatti mercatanti per avarizia, vendendo e comprando, come detto è. Ed è facta receptacolo d’animali, perché vivono come animali bruti disonestamente; unde per questo n’hanno facta stalla, perché ine giacciono nel loto della disonestà, e cosí tengono le dimonia loro nella Chiesa, come lo sposo tiene la sposa nella casa sua.

Si che vedi quanto male, e molto piú, e quasi senza comparazione che quello che Io t’ho narrato, ci quale nasce da queste due colonne fetide e puzzolenti, cioè la immondizia e la cupidità e avarizia.

CXXVIII - Come ne’ predecti ministri regna la superbia, per la quale si perde el co. gnoscimento; e come, avendo perduto el cognoscimento, caggiono in questo defecto, cioè che fanno vista di consecrare e non consacrano.

— Ora ti voglio dire della terza, cioè della superbia, che, per ché Io te l’abbi posta per l’ultima, ella è ultima e prima, perché tucti e’ vizi sonno conditi dalla superbia, sí come le virtú sonno condite e ricevono vita dalla caritá.

E la superbia nasce ed è nutricata da l’amore proprio sensitivo, del quale Io ti dixi che era fondamento di queste tre colonne e di tucti quanti e’ mali che commectono le creature: però che chi ama sé di disordinato amore, è privato de l’amore di me perché non m’ama; e, non amandomi, m’offende, perché non observa ci comandamento della legge, cioè d’amare me sopra ogni cosa e il prossimo come se medesimo. Questa è la cagione che, amandosi d’amore sensitivo, essi non servono né amano me, ma servono e amano ci mondo: perché l’amore sensitivo né il mondo non hanno conformità con meco. Non avendo conformità insieme, di bisogno è che chi ama ci mondo d’amore sensitivo e servelo sensitivamente, odii me; e chi ama me in veritá, odii ci mondo. E però dixe la mia Verità che neuno può servire a due signori contrari, però che, se egli serve a l’uno, sarà incontempto a l’altro. Si che vedi che l’amore proprio priva l’anima della mia caritá e vestela del vAio della superbia, unde nasce ogni difecto per lo principio de l’amore proprio.

D’ogni creatura la quale ha in sé ragione mi doglio e mi lamento, ma singularmente degli unti miei, e’ quali debbono essere umili si perché ogniuno debba avere la virtú de l’umilità, la quale nutrica la carità, e si perché sonno facoi ministri de l’umile e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo. E non si vergognano essi e tucta l’umana generazione d’insuperbire vedendo me, Dio, umiliato a l’uomo, dandovi ci Verbo del mio Figliuolo nella carne vostra? E questo Verbo veggono, per l’obbedienzia ch’ Io li posi, corrire e umiliarsi a l’obrobriosa morte della croce. Egli ha ci capo chinato per te salutare, la corona in capo per te ornare, le braccia stese per te abracciare e i piei conficti per teco stare. E tu, misero uomo, che se’ facto ministro di questa larghezza e di tanta umilità, debbi abbracciare la croce; e tu la fuggi ed abracciti con le inique e inmonde creature. Tu debbi stare fermo e stabile, seguitando la doctrina della mia Verità, conficcando il cuore e la mente tua in Lui; e tu ti vòlli come la foglia al vento, e per ogni cosa vai a vela. Se ella è prosperità, ti muovi con disordinata allegrezza; e se ella è adversità, ti muovi per impazienzia, e cosí trai fuore il mirollo della superbia, cioè la impazienzia; però che come la caritá ha per suo merollo la pazienzia, cosí la impazienzia è il merollo della superbia. Unde d’ogni cosa si turbano e si scandalizzano coloro che sonno superbi e iracundi.

E tanto m’è spiacevole la superbia, che ella cadde di cielo quando l’angelo volse insuperbire. La superbia non saglie in cielo, ma vanne nel profondo de l’inferno; e però dixe la mia Verità: K Chi si exaltarà, cioè per superbia, sarà umiliato; e chi se umilia, sarà exaltato». In ogni generazione di gente mi dispiace la superbia, ma molto piú in questi ministri, si come Io t’ho decto, perché Io gli ho posti nello stato umile a ministrare l’umile Agnello; ma essi fanno tucto el contrario. E come non si vergogna ci misero sacerdote insuperbire, vedendo me umiliato a voi dandovi el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo? E loro n’ho facoi ministri, e il Verbo per l’obbedienzia mia s’è umiliato a l’obrobriosa morte della croce! Egli ha ci capo spinato; e questo misero leva ci capo contra me e contra ci proximo suo, e d’agnello umile, che egli debba essere, è facto montone con le corna della superbia, e chiunque se gli accosta, percuote.

O disaventurato uomo ! Tu non pensi che tu non puoi escire di me. È questo l’officio che Io t’ho dato, che tu percuota me con le corna della superbia tua, facendo ingiuria a me e al proximo tuo, e con ingiuria e con ignoranzia conversi con lui? È questa la mansuetudine con che tu debbi andare a celebrare il Corpo e’l Sangue di Cristo mio Figliuolo? Tu se’ facto come uno animale feroce, senza veruno timore di me. Tu devori el proximo tuo e stai in divisione, e facto se’ acceptatore delle creature, acceptando quelli che ti servono e che ti fanno utilitá, o altri che ti piaccino che siano di quella medesima vita che tu; e’ quali tu debbi correggere e dispregiare i difecti loro. E tu fai el contrario, dando lo’ exemplo che faccino quello, e peggio. Ma se tu fussi buono, el faresti; ma, perché tu se’ gattivo, non sai riprendere né ti dispiace il difecto altrui.

Tu dispregi gli umili e virtuosi poveregli. Tu li fuggi: ma tu hai ragione di fuggirli, poniamo che tu nol debba fare; tu li fuggi perché la puzza del vizio tuo non può sostenere l’odore della virtú. Tu ti rechi a vile di vederti a l’uscio e’ miei poveregli. Tu schifi ne’ loro bisogni d’andare, a visitarli: vedili morire di fame e non li sovieni. E tucto questo fanno le corna della superbia, che non si vogliono inchinare a usare uno poco d’acto d’umilità. Perché non s’inchina? perché l’amore proprio, che notrica la superbia, non l’ha punto tolto da sé; e però non vuole conscendere né ministrare a’ poveregli né substanzia temporale né la spirituale senza rivendaría.

O maladecta superbia, fondata ne l’amore proprio, come hai acciecato l’occhio de l’ intellecto loro per si facto modo, che, parendo lo’ amare e essere teneri diloro medesimi, essi ne sonno facti crudeli; e parendo lo’ guadagnare, pérdono; parendo lo’ stare in delizie e in ricchezze e in grande altezza, essi stanno in grande povertà e miseria, perché sonno privati della ricchezza della virtú; sonno discesi da l’al zza della grazia alla bassezza del peccato mortale. Par lo’ vedere; ed e’ sonno ciechi, perché non conoscono loro né me. Non conoscono lo stato loro né la dignità dove lo gli ho posti, né conoscono la fragilità del mondo e la poca fermezza sua; però che, se ‘l cognoscessero, non se ne farebbero Dio. Chi l’ha tolto il cognoscimento? la superbia. E a questo modo sonno diventati din,òni, avendoli lo electi per angeli e perché siano angeli terrestri in questa vita; ed essi caggiono da l’altezza del cielo alla bassezza della tenabre. E tanta è multiplicata la tenebre e la loro iniquità, che alcuna volta caggiono nel difecto che Io ti dirò.

Sono alcuni che sonno tanto dimòni incarnati, che spesse volte faranno vista di consecrare, e non consecraranno, per timore del mio giudicio, e per tollersi ogni freno e timore del loro mal fare. Sarannosi levati la mactina dalla immondizia, e la sera dal disordinato mangiare e bere. Saragli bisogno di satisfare al popolo, e egli, considerando le sue iniquità, vede che con buona conscienzia egli non debba né può celebrare. Unde gli viene un poco di timore del mio giudicio; non per odio del vizio, ma per amore proprio che egli ha a se medesimo. Vedi, carissima figliuola, quanto egli è cieco! Non ricorre egli a la contrizione del cuore e al dispiacimento del difecto suo con proponimento di correggersi; anco piglia questo remedio: che non consecrarà. E, come cieco, non vede che l’errore e il difecto di poi è maggiore che quello di prima, perché fa el popolo idolatro, facendo lo’ adorare quella ostia, non consecrata, per lo Corpo e Sangue di Cristo, mio unigenito Figliuolo tucto Dio e tucto Uomo, si come Egli è quando è consecrato: ed egli è solamente pane.

Or vedi quanta è questa abominazione e quanta è la pazienzia mia che gli sostengo! Ma se essi non si correggeranno, ogni grazia lo’ tornerà a giudicio. Ma che dovarebbe fare il popolo acciò che non venisse in quello inconveniente? Debba orare con condiczione: se questo ministro ha decto quel che debba dire, credo veramente che tu sia Cristo Figliuolo di Dio vivo, dato a me in cibo dal fuoco della tua inextimabile carità, e in memoria della tua dolcissima passione e del grande benefizio del Sangue, il quale spandesti con tanto fuoco d’amore per lavare le nostre iniquità. Facendo cosí, la ciechità di colui non lo’ darà tenebre, adorando una cosa per un’altra: benché la colpa di peccato è solo del miserabile ministro, ma eglino pure ne facto farebbero quello che non si debba fare.

O dolcissima figliuola, chi tiene la terra che non gl’ inghioc. tisce? chi tiene la mia potenzia che non gli fa essere immobili e statue ferme innanzi a tucto el popolo per loro confusione? La misericordia mia. E tengo me medesimo, cioè che con la misericordia tengo la divina mia giustizia per vincerli per forza di misericordia. Ma essi, come obstinati dimòni, non cognoscono né veggono la misericordia mia; ma, quasi come se credessero avere per debito ciò che egli hanno da me, perché la superbia gli ha aciecati, non veggono che l’hanno solo per grazia e non per debito.

CXXIX - Di molti altri defecti e’ quali per superbia e per l’amore proprio si comectono.

— Tucto questo t’ho decto per darti piú materia di pianto e d’amaritudine della ciechità loro, cioè di vederli stare in stato di dannazione, e perché tu cognosca meglio la misericordia mia, acciò che tu in questa misericordia pigli fiducia e grandissima sicurtà, offerendo loro ministri della sancta Chiesa e tucto quanto el mondo dinanzi a me, chiedendo a me, per loro, misericordia. E quanto piú per loro m’offerirai dolorosi e amorosi desidèri, tanto piú mi mostrarrai l’amore che tu hai a me. Però che quella utilitá che tu a me none puoi fare, né tu né gli altri servi miei, dovete farla e mostrarla col mezzo di loro. E Io allora mi lassarò costrignere al desiderio, alle lagrime e a l’orazioni de’ servi miei, e farò misericordia alla sposa mia, riformandola di buoni e sancti pastori.

Riformatala di buoni pastori, per forza sì correggeranno e’ subditi, però che, quasi, de’ mali che si fanno per li subditi sonno colpa e’ gattivi pastori; però che, se essi correggessero, F rilucesse in loro la margarita della giustizia, con onesta e sancta vita, non farebbero cosí. E sai che n’adiviene di questi cotali perversi modi? che l’uno séguita le vestigie de l’altro; però che i subditi non sonno obbedienti, perché, quando el prelato era subdito, non fu obbediente al prelato suo. Unde riceve da’ subditi suoi quel che die’ egli; e perché fu gattivo subdito, è gattivo pastore.

Di tucto questo, e d’ogni altro difecto, è cagione la superbia fondata in amore proprio. Ignorante e superbo era subdito, e molto piú è ignorante e superbo ora che è prelato. E tanta è la sua ignoranzia che, come cieco, darà l’offizio del sacerdote a uomo idiota, il quale a pena saprà pure leggere e non saprà l’officio suo. E spesse volte, per la sua ignoranzia, non sapendo bene le parole sacramentali, non consecrarà. Unde, per questo, commecte quello medesimo difecto di non consecrare, che quegli hanno facto per malizia, non consecrando ma facendo vista di consecrare. Colà dove egli debba scegliere uomini experti e fondati in virtú che sappino e intendano quello che dicono. Ed essi fanno tucto il contrario, perché non mirano che egli sappi e non mirano a tempo ma a dilecto: pare che scelgano fanciulli e non uomini maturi. E non mirano che essi siano di sancta e onesta vita, né che cognoscano la dignità alla quale essi vengono, né il grande misterio che essi hanno a fare; ma mirano pure di moltiplicare gente, ma non virtú. Essi sonno ciechi e ragunatori di ciechi, e non veggono che Io di questo e de l’altre cose lo’ richiedarò ragione ne l’ultima extremità della morte. E poi che egli hanno facti e’ sacerdoti cosí tenebrosi come decto è, ed essi lo’ danno ad avere cura d’anime, e veggonó che di loro medesimi non sanno avere cura.

Or come potranno costoro, che non cognoscono el difecto loro, correggerlo e cognoscerlo in altrui? Non può né vuole fare contra se medesimo. E le pecorelle, che non hanno pastore che curi di loro né che le sappi guidare, agevolemente si smarriscono e spesse volte sonno devorate e sbranate da’ lupi. E perché è gattivo pastore, non si cura di tenere il cane che abbai vedendo venire il lupo; ma tale il tiene quale è egli. E cosí questi ministri e pastori perché non hanno sollicitudine né hanno el cane della coscienzia, né il bastone della sancta giustizia, né la verga per correggere, e la conscienzia non abbaia riprendendo se medexima, né reprendendo le pecorelle vedendole smarrite e non tenere per la via della veritá, cioè non observando e’ comandamenti miei, el lupo infernale le divora. Abbaiando questo cane, ponendo e’ difecti loro sopra di sé con la verga della sancta giustizia, come decto è, camparebbe le pecorelle sue e tornarebbero a l’ovile. Ma perché egli è pastore senza verga e senza cane di conscienzia, periscono le sue pecorelle, e non se ne cura, perché il cane della coscienzia sua è indebilito, e però non abbaia, perché non gli ha dato el cibo. Però che il cibo che si debba dare a questo cane è il cibo de l’Agnello mio Figliuolo; però che piena che la memoria è del Sangue, si come vasello de l’anima, la coscienzia se ne notrica; cioè che per la memoria del Sangue l’anima s’accende ad odio del vizio e amore della virtú. El quale odio e amore purificano l’anima dalla macchia del peccato mortale, e dá tanto vigore a la conscienzia che la guarda, che subbito che veruno nemico de l’anima, cioè il peccato, volesse intrare dentro (non tanto l’affetto, ma el pensiero), subbito la coscienzia come cane abbaia con stimolo, tanto ché desta la ragione. E però non commecte ingiustizia, però che colui che ha coscienzia ha giustizia. E però questi cotali iniqui, non degni d’essere chiamati non tanto ministri ma creature ragionevoli, perché sonno facti animali per li loro difecti, non hanno cane (perché si può dire per la debilezza sua che essi non l’abbino), e però non hanno la verga della sancta giustizia. E tanto gli hanno facti timidi e’ difecti loro, che l’ombra lo’ fa paura, non di timore sancto, ma di timore servile. Eglino si debbono dispónare a la morte per trare l’anime delle mani delle dimonia, ed essi ve le mectono, non dando lo’ dottrina di buona e sancta vita, né volendo sostenere una parola ingiuriosa per la salute loro.

E spesse volte sarà l’anima del subdito inviluppata in gravissimi peccati, e avara a satisfare ad altre; e per l’amore disordinato che egli avara a la sua fameglia, per none spropriarli, non renderà il debito suo. La vita sua sarà nota a grande quantità di gente e anco al misero sacerdote; e nondimeno anco gli sarà facto sapere, acciò che, come medico che egli debba essere, curi quella anima. El misero ministro andarà per fare quello che debba fare; e una parola che gli sia decta ingiuriosa o una mala miratura che gli sia facta, per timore non se ne impacciarà piú. E alcuna volta gli sarà donato; unde, fra el dono e il timore servile, lassarà stare quella anima nelle mani delle dimonia, e daragli el sacramento del Corpo di Cristo, unigenito mio Figliuolo. E vede e sa che quella anima non è sviluppata dalla tenebre del peccato mortale; e nondimeno, per compiacere agli uomini del mondo e per lo disordinato timore e dono che ha ricevuto da loro, gli ha ministrato e’ sacramenti e sepellitolo a grande onore nella sancta Chiesa, colà dove, come animale e membro tagliato dal corpo, el dovarebbe gictare fuore. Chi n’è cagione di questo? l’amore proprio e le corna della superbia. Però che, se egli avesse amato me sopra ogni cosa e l’anima di quel tapinello, e fusse stato umile e senza timore, avarebbe cercata la salute di quella anima.

Vedi dunque quanto male séguita di questi tre vizi, e’ quali Io t’ho posti per tre colonne unde procedono tucti gli altri peccati: la superbia, avarizia e inmondizia delle menti e corpi loro. L’orecchie tue non sarebbero sufficienti a udirli, quanti sonno e’ mali che di costoro escono si come membri del dimonio. E per la superbia, disonestà e cupidità loro fanno che alcuna volta (e tu hai veduto coloro a cui egli toccò) saranno cotali semplicelle di buona fede che si sentiranno cotali difecti di paura nelle menti loro. Temendo di non avere il dimonio, vannosene al misero sacerdote, credendo che egli le possa liberare; e vanno perché l’uno diavolo cacci l’altro. E egli, come cupido, riceve il dono, e, come disonesto, bructo, lascivo e miserabile, dirà a quelle tapinelle: — Questo difecto che voi avete non si può levare se non per lo tale modo; — e cosí, miserabilemente, Io’ farà fiaccare il collo con lui insieme.

O dimonio sopra dimonio ! in tutto se’ facto peggio che il dimonio. Molti dimòni sonno che hanno a schifo questo peccato; e tu, che se’ facto peggio di lui, vi t’ involli dentro come il porco nel loto. O immondo animale, è questo quel ch’ Io ti richiego, che tu con la virtú del Sangue, del quale Io t’ho facto ministro, cacci le dimonia da l’anime e da’ corpi; e tu ve li metti dentro? Non vedi che la scure della divina giustizia è giá posta a la radice de l’arbore tuo? E dicoti che elle ti stanno a usura e a l’ora e al tempo suo, se tu non punisci le tue iniquità con la penitenzia e contrizione del cuore: tu non sarai riguardato perché tu sià sacerdote, anco sarai punito miserabilemente e portarai le pene per te e per loro. E piú crudelmente sarai cruciato che gli altri: staracti a mente alora di cacciare il dimonio col dimonio della concupiscenzia. E l’altro misero, che andarà la creatura a lui che l’absolva perché sarà legata in peccato mortale, e egli la legarà in cotale e maggiore, e per nuove vie e modi cadrà in peccato con lei. E se ben ti ricorda, tu vedesti la creatura con gli occhi tuoi, a cui egli toccò. Bene è dunque pastore senza cane di coscienzia: anco affoga la coscienzia altrui non tanto che la sua.

Io gli ho posti perché cantino e psalmeggino la nocte, dicendo l’officio divino; e essi hanno imparato a fare malie e incantare le dimonia, facendosi venire per incanto di demonio, di mezza nocte, quelle creature che miseramente amano. Parrà che vengano, ma non sarà. Or hotti Io posto perché la vigilia della nocte tu la spenda in questo? Certo no, ma perché tu la spenda in vigilia ed orazione, acciò che la mactina, disposto, tu vada a celebrare, e dia odore di virtú al popolo e non puzza di vizio. Se’ posto nello stato angelico, acciò che tu possa conversare con gli angeli per sancta meditazione in questa vita, e poi ne l’ultimo gustare me con loro insieme; e tu ti dilecti d’essere dimonio, e di conversare con loro prima che venga el punto della morte. Ma le corna della tua superbia t’hanno percosso dentro ne l’occhio de l’intelletto la pupilla della sanctissima fede, e hai perduto el lume, e però non vedi in quanta miseria tu stai. E non credi in veritá che ogni colpa è punita e ogni bene è remunerato: ché, se in veritá tu el credessi, non faresti cosí, e non cercaresti né vorresti si facta conversazione, anco ti verrebbe in terrore pure d’udire mentovare il nome suo. Ma perché tu séguiti la volontà sua, di lui e delle sue operazioni pigli dilecto. Cieco sopra cieco, Io vorrei che tu dimandassi el dimonio che merito egli ti può rendere del servizio che tu li fai. Esso ti risponderebbe, dicendo che ti darà quel fructo che ha per sé. Però che altro non ti può dare se non quelli crociati tormenti e fuoco nel quale arde continuamente, dove esso cadde, per la superbia sua, da l’altezza del cielo.

E tu, angelo terrestre, cadi da l’altezza (per la superbia tua) della dignità del sacerdote e dal tesoro delle virtú nella povertà di molte miserie e, se tu non ti correggerai, nel profondo . de l’inferno. Tu t’hai facto dio e signore il mondo e te medesimo: or di’ al mondo con tucte le sue delizie che tu hai prese in questa vita, e a la propria tua sensualità con che tu hai usate le cose del mondo (colà dove Io ti posi nello stato del sacer. dozio perché tu le spregiassi, e te e il mondo sensualmente); di’ che rendano ragione per te dinanzi a me, sommo giudice. Rispondarannoti che non ti possono aitare e farannosi beffe di te, dicendo: — Per te conviene che riesca. — E tu rimani confuso e vitoperato dinanzi a me e dinanzi al mondo. Tucto questo tuo danno tu nol vedi, però che, come decto è, le corna della superbia tua t’hanno aciecato. Ma tu el vedrai ne l’ultima extremità della morte, dove tu non potrai pigliare rimedio in alcuna tua virtú, però che, non l’hai se non solo nella misericordia mia, sperando in quello dolce Sangue del quale fusti facto ministro. Questo né a te né ad alcuno sarà mai tolto, mentre che vorrai sperare nel Sangue e nella misericordia mia; benché neuno debba essere si matto né tu si cieco che tu ti conduca a l’extremità.

Pensa che in su quella extremità l’uomo che iniquamente è vissuto le dimonia l’accusano, el mondo e la propria fragilità; e none il lusenga né li mostra il dilecto colà dove era l’amaro, né la cosa perfetta colà dove era imperfeczione, né il lume per la tenebre, si come fare solevano nella vita sua: anco mostrano la veritá di quello che è. El cane della coscienzia, che era debile, comincia ad abbaiare tanto velocemente che quasi conduce l’anima a la disperazione. Benché neuna ve ne debba giognere, ma debba pigliare con esperanza il Sangue, non obstante i difecti che abbi commessi; però che senza veruna comparazione è maggiore la misericordia mia, la quale ricevete nel Sangue, che tutti e’ peccati che si commettono nel mondo. Ma ncuno s’indugi, come detto è; ché forte cosa è a l’uomo trovarsi disarmato nel campo della battaglia tra molti nemici.

CXXX - Di molti altri defecti e’ quali comectono li predetti iniqui ministri.

— O carissima figliuola, questi miseri, de’ quali Io t’ho narrato, non ci hanno alcuna considerazione; però che, se essi l’avessero, non verrebbero a tanti difetti né eglino né gli altri, ma farebbero come gli altri che virtuosamente vivevano. E’ quali prima eleggevano la morte che volessero offender me e sozzare la faccia de l’anima loro e diminuire la dignità nella quale lo gli avevo posti, ma crescevano la dignità e la bellezza de l’anime loro. Non che la dignità del sacerdote, puramente la dignità, possa crescere per virtú né minuire per difetto, come detto t’ho; ma le virtú sonno uno adornamento e una dignità che dànno a l’anima, oltre a la pura bellezza de l’anima che ella ha dal suo principio quando Io la creai a la imagine e similitudine mia. Questi cognobbero la veritá della bontá mia e la bellezza e dignità loro, perché la superbia e amore-,proprio non l’aveva obfuscato né tolto el lume della ragione, però che n’erano privati e amavano me e la salute de l’anime.

Ma questi tapinelli, perché al tutto sonno privati del lume, non si curano d’andare di vizio in vizio, in fine che giongono a la fossa. E del tempio de l’anima loro e della sancta Chiesa, che è uno giardino, ne fanno riceptacolo d’animali. O carissima figliuola, quanto m’è abominevole che le case loro che debbono essere riceptacolo de’ servi miei e de’ poverelli, e debbono tenere per sposa el breviario, e i libri della sancta Scriptura per figliuoli, e ine dilettarsi per dare dottrina al proximo loro in prendere sancta vita; e esse sono riceptacolo d’ inmondizie e d’inique persone. La sposa sua non è il breviario, anco tratta la detta sposa del breviario come adultera, ma è una miserabile dimonia che immondamente vive con lui; e’ libri suoi sonno la brigata de’ figliuoli ; e co’ figliuoli, che egli ha acquistati in tanta bruttura e miseria, si diletta senza vergogna alcuna. Le pasque e i di solempni, ne’ quali egli debba rendere gloria e loda al nome mio col divino officio e gictarmi oncenso d’umili e devote orazioni, e egli sta in giuoco e in sollazzo con le sue dimonie e va brigatando co’ secolari, cacciando e ucellando come se fusse uno secolare e uno signore di corte.

O misero uomo, a che se’ venuto? Tu debbi cacciare e ucellare ad anime per gloria e loda del nome mio, e stare nel giardino della sancta Chiesa; e tu vai per li boschi. Ma perché tu se’ facto bestia, tieni dentro ne l’anima tua gli animali de’ molti peccati mortali; e però se’ facto cacciatore e ucellatore di bestie, perché l’orto de l’anima tua è insalvatichito e pieno di spine: però hai preso diletto d’andare per li luoghi deserti cercando le bestie salvatiche. Vergògnati, uomo, e raguarda e’ tuoi difetti, però che hai materia di vergognarti da qualunque lato tu ti vòlli. Ma tu non ti vergogni, perché hai perduto el sancto e vero timore di me. Ma, come la meretrice che è senza vergogna, ti vantarsi di tenere il grande stato nel mondo e d’aver la bella fameglia e la brigata de’ molti figliuoli. E se tu non gli hai, cerchi d’averli, perché rimangano eredi del tuo. Ma tu se’ ladro e furo, però che tu sai bene che tu non el puoi lassare, perché le tue erede sonno e’ poveri e la sancta Chiesa. O dimonio incarnato, senza lume, tu cerchi quel che tu non debbi cercare; loditi e vantiti di quello che tu debbi venire a grande confusione e vergognarti dinanzi a me, che veggo lo intrinsico del cuore tuo, e dinanzi a le creature. Tu se’ confuso, e le corna della tua superbia non ti lassano vedere la tua confusione.

O carissima figliuola, lo l’ho posto in sul ponte della dottrina della mia Verità a ministrare a voi perregrini e’ sacramenti della sancta Chiesa; ed egli sta nel miserabile fiume di sotto al ponte, e nel fiume delle delizie e miserie del mondo ve li ministra, e non se n’avede che li giogne l’onda della morte, e vanne insieme co’ suoi signori dimòni, a’ quali esso ha servito e lassatosi guidare per la via del fiume senza alcuno ritegno. E se egli non si corregge, giogne a l’etterna danpnazione con tanta reprensione e rimproverio, che la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarlo. E molto piú egli che un altro, secolare: unde una medesima colpa è piú punita in lui che in un altro che fusse nello stato del mondo; e con piú rimproverio si levano e’ nemici suoi nel ponto della morte ad accusarlo, si come Io ti dixi.

CXXXI - De la differenzia de la morte de’ giusti ad quella de’ peccatori. E prima, de la morte de’ giusti.

— E perché lo ti narrai come il mondo, le dimonia e la propria sensualità l’accusavano, e cosí è la veritá, ora tel voglio dire in questo ponto sopra questi miseri piú distesamente (perché tu l’abbi maggiore compassione) quante sonno differenti le bactaglie che riceve l’anima del giusto da quelle del peccatore, e quanto è differente la morte loro, e in quanta pace è la morte del giusto, piú e meno, secondo la perfeczione de l’anima.

Unde Io voglio che tu sappi che tucte quante le pene, che le creature che hanno in loro ragione hanno, stanno nella volontà; però che, se la volontà fusse ordinata e accordata con la volontà mia, non sosterrebbe pena. Non che fussero però tolte le fadighe; ma a quella volontà, che volontariamente porta per lo mio amore, non le sarebbe pena, perché questi cotali volontieri portano, vedendo che è la volontà mia. E per l’odio sancto, che hanno di loro medesimi, hanno facto guerra col mondo, col dimonio e con la propria loro sensualità. Unde, venendo el punto della morte, la morte loro è in pace, perché i nemici suoi nella vita sua sonno stati sconficti da lui. El mondo nol può accusare, però che egli cognobbe i suoi inganni, e però renunziò al mondo e a tucte le delizie sue. La fragile sensualità e corpo suo non l’accusa, però che egli la tenne come serva col freno della ragione, macerando la carne con la penitenzia, con la vigilia e umile e continua orazione. La volontà sensitiva ucise con odio e dispiacimento del vizio e amore della virtú, in tuctO perduta la tenerezza del corpo suo; la quale te nerezza e amore, che è tra l’anima e’l corpo, naturalmente fa parere la morte malagevole, e però naturalmente l’uomo teme la morte.

Ma perché la virtú nel giusto perfecto passa la natura, cioè che ‘l timore, che gli è naturale, lo spegne e trapassa con odio sancto e col desiderio di tornare al fine suo, si che la tenerezza naturale non gli può fare guerra, la coscienzia sta queta, perché nella vita sua fece buona guardia, abbaiando quando e’ nemici passavano per volere tollere la città de l’anima. Si come il cane che sta a la porta, il quale, vedendo e’ nemici, abbaia, e abbaiando desta le guardie; cosí questo cane della coscienzia destòe la guardia della ragione, e la ragione insieme col libero arbitrio cognobbero, col lume de l’ intellecto, se era amico o nemico. A l’amico, cioè le virtú e i sancoi pensieri del cuore, diéro dileczione e affecto d’amore, exercitandole con grande sollicitudine; e al nemico, cioè al vizio e alle perverse cogitazioni, diéro odio e dispiacimento; e col coltello de l’odio e de l’amore, e col lume della ragione, e con la mano del libero arbitrio percossero e’ nemici suoi; si che poi, al ponto della morte, la coscienzia non si rode, perché ella fece buona guardia, ma stassi in pace.

È vero che l’anima per umilità e perché meglio nel tempo della morte cognosce il tesoro del tempo e le pietre preziose delle virtú, riprende se medesima, parendole poco aver exercitato questo tempo; ma questa non è pena afiggitiva, anco è pena ingrassativa, però che fa ricogliere l’anima tucta in se medesima, ponendosi inanzi el sangue de l’umile e immaculato Agnello mio Figliuolo. E non si vòlle adietro a mirare le virtú sue passate, perché non vuole né può sperare in sue virtú, ma solo nel Sangue, dove ha trovata la misericordia mia. E come è vissuta con la memoria del Sangue, cosí nella morte s’ innebria e anniegasi nel Sangue. Le dimonia perché non la possono riprendere di peccato? perché ella nella vita sua con sapienzia vinse la loro malizia; ma giongono per volere vedere se potessero acquistare alcuna cosa. Unde giongono’orribili, per farle paura con laidissimo aspetto e con molte e diverse fantasie; ma, perché ne l’anima non è veleno di peccato, l’aspetto loro non le dá quel timore né mette paura come a uno altro el quale iniquamente sia vissuto nel mondo. Vedendo le dimonia che l’anima è intrata nel Sangue con ardentissima carità, non la possono sostenere, ma stanno da la longa a gittare le saette loro. E però la loro guerra e le loro grida a quella anima non nocciono, però che ella giá comincia a gustare vita etterna, si come in un altro luogo ti dixi ; però che con l’occhio de l’intelletto, che ha la pupilla del lume della sanctissima fede, vede me, suo infinito ed etterno Bene, el quale aspetta d’avere per grazia e non per debito nella virtú di Iesu Cristo mio Figliuolo. Unde distende le braccia della speranza e con le mani de l’amore lo strigne, intrando in possessione prima che vi sia, come detto t’ho el modo in un altro luogo. Subbito passando (annegata nel Sangue) per la porta stretta del Verbo, giogne in me, mare pacifico, che siamo insieme uniti lo, mare, e la porta: perché Io e la mia Verità, unigenito mio Figliuolo, siamo una medesima cosa.

Quanta allegrezza riceve l’anima che tanto dolcemente si vede gionta a questo passo, però che gusta el bene della natura angelica! Questo ricevono coloro che passano cosí dolcemente; ma e’ ministri miei, de’ quali lo ti dixi che erano vissuti come angeli, molto maggiormente, perché in questa vita vissero con piú cognoscimentoe con piú fame de l’onore di me e salute de l’anime. Non dico puramente del lume della virtú, che generalmente ogniuno può avere, ma perché questi, aggionto al lume del vivere virtuosamente, che è lume sopranaturale, ebbero el lume della sancta scienzia, per la quale scienzia cognobbero piú della mia Verità. E chi piú cognosce, piú ama: e chi. piú ama, piú riceve. El merito vostro v’è misurato secondo la misura de l’amore. E se tu mi dimandassi: — Un altro, che non abbi scienzia, può giognere a questo amore? — si bene che egli è possibile che egli vi gionga; ma veruna cosa particulare non fa legge comunemente per ogniuno, e Io ti favello in generale. E anco ricevono maggiore dignità per lo stato del sacerdote, perché propriamente lo’ fu dato l’officio del mangiare anime per onore di me. E poniamo che a ciascuno sia dato che tuctí doviate stare nella dileczione del proximo vostro, a costoro è dato a ministrare il Sangue e a governare l’anime; unde, facendolo sollicitamente e con affetto di virtú, come detto è, ricevono costoro piú che gli altri.

Oh, quanto è beata l’anima-loro quando vengono a l’extremità della morte, perché sonno stati annunziatori e difenditori della fede al proximo loro. Eglino se l’hanno incarnata intro le mirolla de l’anima, con la quale fede veggono el luogo loro in me. La speranza con la quale sonno vissuti, sperando nella providenzia mia, perdendo ogni speranza di loro medesimi (cioè di none sperare nel loro proprio sapere); e perché essi perdéro la speranza di loro, non posero affetto disordinato in veruna creatura né in veruna cosa creata, perché vissero poveri volontariamente; e però con grande diletto distendono la speranza loro in me. El cuore loro (che fu uno vasello di dileczione che portava el nome mio con ardentissima carità, l’annunziavano con exemplo di buona e sancta vita e con la dottrina della parola al proximo loro) levasi adunque con amore ineffabile e strigne me per affetto d’amore, che so’ suo fine, recandomi la margarita della giustizia, perché la portò sempre dinanzi da sé, facendo giustizia a ogniuno e rendendo discretamente il debito suo. E però rende a me giustizia con vera umilità e rende gloria e loda al nome mio, perché retribuisce aver avuto da me grazia d’avere corso el tempo suo con pura e sancta conscienzia; e a sé rende indegnazione, reputandosi indegno d’avere ricevuta e ricevere tanta grazia.

La coscienzia sua mi rende buona testimonianza, e Io a lui giustamente rendo la corona della giustizia adornata delle margarite delle virtú, cioè del frutto che la caritá ha tratto delle virtú. O angelo terrestre! beato te che non se’ stato ingrato de’ benefizi ricevuti da me e non hai conmessa negligenzia né ignoranzia; ma sollicito, con vero lume, tenesti l’occhio tuo aperto sopra e’ subditi tuoi, e come fedele e virile pastore hai seguitata la doctrina del vero e buono Pastore Cristo, dolce Iesú, unigenito mio Figliuolo. E però realmente tu passi per lui bagnato e annegato nel Sangue suo con la torma delle tue pecorelle, delle quali, con la sancta doctrina e vita tua, molte n’hai condocte a la vita durabile, e molte n’hai lassate in stato di grazia.

O figliuola carissima, a costoro non nuoce la visione delle dimonia, però che per la visione di me (la quale per fede veggono e per amore tengono, perché in loro non è veleno di peccato) la obscurità e terribilezza loro non lo’ dá noia né alcuno timore, perché in loro non hanno timore servile, anco timore sancto. Unde non temono e’ loro inganni, perché col lume sopranaturale e col lume della sancta Scriptura cognoscono gl’inganni suoi, si che non ricevono tenebre né turbazione di mente. Or cosí gloriosamente passano bagnati nel Sangue, con la fame della salute ‘de l’anime, tucti affocati nella caritá del proximo, passati per la porta del Verbo e intrati in me. E dalla mia bontá sonno conlocati ciascuno nello stato suo, e misurato lo’ secondo la misura che hanno recata a me de l’affecto della caritá.

CXXXII - De la morte de’ peccatori e de le pene loro nel punto de la morte.

— O carissima figliuola, non è tanta l’excellenzia di costoro, che e’ non abbino molta piú miseria e’ miseri tapinelli de’ quali Io t’ho narrato. Quanto è terribile e obscura la morte loro! Però che nel punto della morte, si come Io ti dixi, le dimonia gli accusano con tanto terrore e obscurità, mostrando la figura loro, che sai che è tanto orribile che ogni pena che in questa vita si potesse sostenere eleggerebbe la creatura, inanzi che vederlo nella visione sua. E anco se li rinfresca lo stimolo della coscienzia, che miserabilemente il rode nella coscienzia sua. Le disordinate delizie e la propria sensualità (la quale si fece signora, e la ragione fece serva), l’acusano miserabilmente, perchémalora cognosce la veritá di quello che in prima non cognosceva. Unde viene a grande confusione de l’errore suo, perché nella vita sua vixe come infedele e non fedele a me, perché l’amore proprio gli velò la pupilla del lume della sanctissima fede. El dimonio el molesta d’infedelità, per farlo venire a disperazione.

Oh! quanto gli è dura questa bactaglia, perché ’l truova disarmato e non gli truova l'arme de l’affecto della carità, perché in tucto, come membri del diavolo, ne sonno stati privati. Unde non hanno lume sopranaturale né quel della scienzia, perché non l’intesero, però che le corna della superbia non lo’ lassano intendere la dolcezza del suo merollo; unde ora nelle grandi bactaglie non sanno che si fare. Nella speranza essi non sonno notricati, però che non hanno sperato in me né nel Sangue, del quale lo gli feci ministri, ma solo in loro medesimi e negli stati e delizie del mondo. E non vedeva il misero dimonio incarnato che ogni cosa gli stava ad usura, e come debitore gli conveniva rendere ragione dinanzi a me? Ora si truova innudo e senza alcuna virtú, e, da qualunque lato egli si vòlle, non ode altro che rimproverio con grande confusione.

La ingiustizia sua, la quale egli ha usata nella vita, l’accusa a la coscienzia, unde non s’ardisce di dimandare altro che giustizia. E dicoti che tanta è quella vergogna e confusione, che, se non che essi s’hanno preso nella vita loro per uno uso di sperare nella misericordia mia, bene che per li loro difecti el?a è grande presumpzione (perché condì che offende col braccio della misericordia, in effecto non si può dire che questa sia speranza di misericordia, ma è piú tosto presumpzione), ma pure ha preso facto della misericordia; unde, venendo a l’extremità della morte e cognoscendo il difecto suo e scaricando la cóscienzia per la sancta confessione, è levata la presumpzione, che non offende piú, e rimane la misericordia. E con questa misericordia possono pigliare atacco di speranza, se essi vogliono. Che se non fusse questo, neuno sarebbe che non si disperasse, e con la disperazione giognarebbe con le dimonia a l’etterna dannazione.

Questo fa la mia misericordia: di farli sperare, nella vita loro, nella misericordia, bene che Io non lo’ ‘l do perché essi offendano con la misericordia, ma perché si dilatino in caritá e in considerazione della bontá mia. Ma essi l’usano tucta in contrario, però che con la speranza, che essi hanno presa della mia misericordia, m’offendono. E nondimeno Io gli pure conservo nella speranza della misericordia, perché ne l’ultimo della morte egli abbino a che ataccarsi e al tucto non vengano meno nella reprensione e non giongano a disperazione. Però che molto piú è spiacevole a me e danno a loro questo ultimo peccato del dispe. rarsi, che tucti gli altri peccati che egli hanno commessi. E questa è la cagione perché egli è piú danno a loro e spiacevole a me: perché gli altri peccati essi gli fanno con alcuno dilecto della propria sensualità, e alcuna volta se ne dolgono, unde se ne possono dolere per modo che per quello dolere ricevono misericordia. Ma al peccato della disperazione non ve li muove fragilità, però che non vi truovano alcuno dilecto né altro che pena intollerabile; e nella disperazione spregia la misericordia mia, facendo maggiore il difecto suo che la misericordia e bontá mia. Unde, caduto che egli è in questo peccato, non si pente né ha dolore de l’offesa: mia in veritá come si debba dolere: duolsi bene del danno suo, ma non si duole de l’offesa che ha facta a me; e cosí riceve la etterna dannazione.

Si che vedi che solo questo peccato el conduce a l’inferno, e ne l’inferno è crociato di questo e di tucti gli altri difecti che egli ha commessi. E se egli si fusse doluto e pentutosi de l’offesa che aveva (acta a me e avesse sperato nella misericordia, avarebbe trovato misericordia. Però che senza alcuna comparazione, si come io ti dixi, è maggiore la misericordia mia che tucti e’ peccati che potesse commectere neuna creatura. E però molto mi dispiace che essi pongano maggiori e’ difecti loro; e questo è quel peccato che non è perdonato né di qua né di là. E perché nel punto della morte (poi che la vita loro è passata disordinatamente e scelleratamente), perché molto mi dispiace la disperazione, vorrei che pigliassero speranza nella misericordia mia, e però nella vita loro Io uso questo dolce inganno, cioè di farli sperare largamente nella misericordia mia; però che, quando vi sonno nutricati dentro in questa speranza, giognendo a la morte non sonno cosí inchinevoli a lassarla per le dure reprensioni che odono, si come farebbero non essendovisi nutricati dentro.

Tucto questo lo’ dá el fuoco e l’abisso della inextimabile caritá mia. Ma, perché essi l’hanno usata con la tenebre de l’amore proprio, unde l’è proceduto ogni difecto, non l’hanno cognosciuta in veritá; e però l’è reputato a grande presumpzione, quanto che ne l’affecto loro, la dolcezza della misericordia. E questa è un’altra reprensione che lo’ dá la coscienzia ne l’aspecto delle dimonia, rimproverando che ‘l tempo e la larghezza della misericordia, nella quale egli sperava, si doveva dilatare in caritá e in amore delle virtú e con virtú spendere il tempo che lo per amore lo’ diei; e eglino, col tempo e con la larga speranza della misericordia, m’offendevano miserabilemente. O cieco, sopra cieco! Tu sotterravi la margarita e il talento che Io ti missi nelle mani perché tu guadagnassi con esso; e tu, come presumptuoso, non volesti fare la volontà mia, anco el sotterrasti socto la terra del disordinato amore proprio di te medesimo, il quale ora ti rende fructo di morte. Oh, misero te! quanta è grande la pena tua, la quale tu ora ne l’extremità ricevi. Elle non ti sonno occulte le tue miserie, però che ‘l vermine della coscienzia ora non dorme, anco rode. Le dimonia ti gridano e rendonti el merito che egli usano di rendere a’ servi loro: confusione e rimproverio. Acciò che nel punto della morte tu non l’esca delle mani, vogliono che tu gionga a la disperazione, e però ti dànno la confusione, acciò che poi, con loro insieme, ti rendano di quello che egli hanno per loro.

Oh, misero! la dignità, nella quale Io ti posi, ti si rapresenta lucida cpme ella è. E per tua vergogna, cognoscendo che tu l’hai tenuta e usata in tanta tenebre di colpa la substanzia della sancta Chiesa, ti pone innanzi che tu se’ ladro e debitore, el quale dovevi rendere il debito a’ poveri e a la sancta Chiesa. Alora la coscienzia tua tel rapresenta che tu l’hai speso e dato a le publiche meritrici, e nutricati e’ figliuoli e aricchiti e’ parenti tuoi, e haitelo cacciato giú per la gola con adornamento di casa e con molti vasi de l’argento, colà dove tue dovevi vivere con povertà volontaria.

L’officio divino ti rapresenta la tua coscienzia, ché tu el lassavi, e non ti curavi perché cadessi nella colpa del peccato mortale; e, se tu el dicevi con la bocca, el cuore tuo era di longa da me. E’ subditi tuoi, cioè la caritá e la fame, che verso di loro dovevi avere di notricarli in virtú, dando lo’ exemplo di vita e batterli con la mano della misericordia e con la verga della giustizia; e, perché tu facesti el contrario, la coscienzia ne l’orribile aspetto delle dimonia ti riprende. E se tu, prelato, hai date le prelazioni o cura d’anime a veruno tuo subdito ingiustamente, cioè che tu non abbi veduto a cui e come tu l’hai dato, ti si pone dinanzi a la coscienzia, perché tu le dovevi dare non per parole lusinghevoli né per piacere alle creature né per doni, ma solo per rispetto di virtú, per onore di me e salute de l’anime. E perché tu non l’hai facto, ne se’ ripreso; e per maggiore tua pena e confusione hai dinanzi a la coscienzia e al lume de l’intelletto quello che tu hai facto, che non dovevi fare, e quello che tu dovevi fare, che tu non hai facto.

E voglio che tu sappi, carissima figliuola, che piú perfettamente si cognosce la bianchezza allato al nero e il nero allato a la bianchezza, che separati l’uno da l’altro. Cosí adiviene a questi miseri, a costoro in particulare e a tutti gli altri generalmente, che nella morte (dove l’anima comincia piú a vedere i guai suoi, e il giusto la beatitudine sua) ella è rapresentata al misero la vita sua scellerata. E non bisogna che alcuno l’ il ponga dinanzi, però che la coscienzia sua si pone innanzi e’ difecti che egli ha commessi e le virtú che doveva adoperare. Perché la virtú? per maggiore sua vergogna: perché, essendo allato il vizio e la virtú, per la virtú cognosce meglio el difetto, e quanto piú el cognosce, maggiore vergogna n’ha. E per lo difetto suo cognosce meglio la perfeczione della virtú, unde ha maggiore dolore, perché si vede nella vita sua essere stato fuore d’ogni virtú. E voglio che tu sappi che nel cognoscimento, che essi hanno della virtú e del vizio, veggono troppo bene elbene che séguita doppo la virtú a l’uomo virtuoso, e la pena che séguita a quel che è giaciuto nella tenebre del peccato mortale.

Questo cognoscimento do non perché venga a disperazione, ma perché venga a perfetto cognoscimento di sé e a vergogna del difetto suo con esperanza; acciò che con la vergogna e cognoscimento sconti de’ difecti suoi e plachi l’ira mia, dimandando umilmente misericordia. El virtuoso ne cresce in gaudio e in cognoscimento della mia carità, perché retribuisce la grazia d’avere seguitate le virtú e d’essere ito per la dottrina della mia Verità, da me e non da sé, e però exulta in me. Con questo vero lume e cognoscimento gusta e riceve il dolce fine suo per lo modo che Io in un altro luogo ti dixi. Si che l’uno exulta in gaudio, cioè il giusto che è vissuto con ardentissima carità, e lo iniquo tenebroso si confonde in pena. Al giusto la tenebre e visione delle dimonia non gli nuoce, e non teme, però che solo el peccato è quel che teme e riceve nocimento. Ma quegli, che lascivamente e con molte miserie hanno guidata la vita loro, ricevono nocimento e timore ne l’aspetto delle dimonia. Non è nocimento di disperazione, se essi non vorranno, ma di pena di riprensione, di rinfrescamento di coscienzia e di paura e timore ne l’orribile aspetto loro.

Ora vedi quanto è differente, carissima figliuola, la pena della morte e la battaglia che ricevono nella morte, quella del giusto da quella del peccatore, e quanto è differente il fine loro. Una piccola, piccola particella te n’ho narrato e mostrato a l’occhio de l’intelletto tuo: ed è si piccola per rispetto di quel che ella è, cioè della pena che riceve l’uno e del bene che riceve l’altro, che è quasi non tavelle. Or vedi quanta è la ciechità dell’uomo, e spezialmente di questi miserabili, però che tanto quanto hanno ricevuto piú da me e piú sonno illuminati della sancta Scriptura, piú sonno obligati e ricevono piú intollerabile confusione. E perché piú cognobbero della sancta Scriptura nella vita loro, piú cognoscono nella morte loro e’ grandi difecti che hanno commessi, e sonno conlocati in maggiori tormenti che gli altri, si come e’ buoni sonno posti in maggiore excellenzia. A costoro adiviene come del falso cristiano, che ne l’inferno è posto in maggiore tormento che uno pagano, perché esso ebbe il lume della fede e renunziò al lume della fede, e colui non l’ebbe. Cosí questi miseri avaranno piú pena d’una medesima colpa che gli altri cristiani, per lo misterio che Io lo’ diei dando lo’ a ministrare il Sole del sancto Sacramento, e perché ebbero el lume della scienzia a potere discernere la veritá e per loro e per altrui, se essi avessero voluto. E però giustamente ricevono maggiori pene.

Ma e’ miseri nol cognoscono; ché, se essi avessero punto di considerazione dello stato loro, non verrebbero in tanti mali, ma sarebbero quel che debbono essere e non sonno. Anco tucto el mondo è corrocto, facendo molto peggio essi che i secolari nel grado loro. Unde con le loro puzze lordano la faccia de l’anime loro e corrompono e’ subditi e succhiano il sangue a la sposa mia, cioè alla sancta Chiesa. Unde per li loro difecti essi la impalidiscono, cioè che l’amore e l’affetto della carità, che debbono avere a questa sposa, l’hanno posto a loro medesimi, e non attendono ad altro che a piluccarla e a trarne le prelazioni e le grandi rendite, dove essi debbono cercare anime. Unde per la loro mala vita vengono e’ secolari ad inreverenzia e a disobbedienzia alla sancta Chiesa, benché essi nol debbano fare. E non è scusato il difetto loro per lo difetto de’ ministri.

CXXXIII - Repetizione breve sopra molte cose gia dette, e come Dio in tutto vieta che i sacerdoti non siano toccati per le mani de’ secolari, e come invita la predetta anima a piangere sopra essi miseri sacerdoti.

— Molti difetti t’avarei a dire; ma non voglio piú apuzzare l’orecchie tue. Hotti narrato questo per satisfare al desiderio tuo, e perché tu sia piú sollicita a offerire dolci, amorosi e amari desidèri dinanzi a me per loro. E hotti contata della excellenzia nella quale Io gli ho posti, e del tesoro che v’è ministrato per le mani loro, cioè del sancto Sacramento tucto Dio e tutto uomo, dandoti la similitudine del sole, acciò che tu vedessi che per li loro difecti non diminuisce la virtú di questo Sacramento: e però non voglio che diminuisca la reverenzia verso di loro. E hotti mostrata la excellenzia de’ virtuosi ministri miei, in cui riluceva la margarita delle’ virtú e della sancta giustizia. E hotti mostrato quanto m’è spiacevole l’offesa che fanno e’ persecutori della sancta Chiesa, e la inreverenzia che essi hanno al Sangue; però che, perseguitando loro, el reputo facto al Sangue e non a loro, però che Io l’ho vetato che non tocchino e’ cristi miei.

Ora t’ho contiato della vitoperosa vita loro, e quanto miseramente vivono, e quanta pena e confusione hanno nella morte, e quanto crudelmente, piú che gli altri, sonno cruciati doppo la morte. Ora t’ho atenuto quel ch’ Io ti promissi, cioè di narrarti della vita loro alcuna cosa; e hotti satisfacto di quel che mi dimandasti, volendo tu che Io t’actenessé quel che promesso t’aveva.

Ora ti dico da capo che, con tutti quanti e’ loro difetti, e se fussero ancora piú, Io non voglio che neuno secolare s’impacci di punirli. E se essi el faranno, non rimarrà impunita la colpa loro, se giá non la puniscono con la contrizione del cuore, ammendandosi de’ difetti loro. Ma l’uno e gli altri sonno dimòni incarnati, e per divina giustizia l’uno dimonio punisce l’altro; e l’uno e l’altro offende. El secolare non è scusato per lo peccato del prelato, né il prelato per lo peccato del secolare. Ora invito te, carissima figliuola, e tutti gli altri servi miei a piagnere sopra questi morti, e a stare come pecorelle nel giardino della sancta Chiesa a pascere per sancto desiderio e continue orazioni, offerendole dinanzi a me per loro, però che Io voglio fare misericordia al mondo. E non vi ritraete da questo pascere né per ingiuria né per alcuna prosperità, cioè che non voglio che alziate il capo né per impazienzia né per disordinata allegrezza, ma umilmente attendete a l’onore di me e alla salute de l’anime e alla reformazione della sancta Chiesa. E questo mi sarà segno che tu e gli altri m’amiate in veritá. Tu sai bene che Io ti manifestai che volevo che tu e gli altri fuste pecorelle, le quali sempre pasceste nel giardino della sancta Chiesa, sostenendo con fadiga, infino a l’ultimo della morte. E, cosí facendo, adempirò e’ desidèri tuoi.

CXXXIV - Come questa devota anima, laudando e ringraziando Dio, fa orazione per la sancta Chiesa.

Alora quella anima, come ebbra, ansietata e affocata d’amore, ferito el cuore di molta amaritudine, si vòlleva alla somma ed etterna bontá, dicendo: — O Dio etterno, o luce sopra ogni altra luce, ché da te esce ogni luce! o fuoco sopra ogni fuoco, però che tu se’ solo quello fuoco che ardi e non consumi; e consumi ogni peccato e amore proprio che trovassi ne l’anima; e non la consumi afliiggitivamente, ma ingrassila d’amore insaziabile, però che, saziandola, non si sazia, ma sempre ti desidera, e quanto piú t’ha piú ti cerca, e quanto piú ti desidera piú truova e gusta di te, sommo ed etterno fuoco, abisso di caritá ! O sommo ed etterno Bene, chi t’ha mosso te, Dio infinito, d’aluminare me, tua creatura finita, del lume della tua veritá? Tu, esso medesimo fuoco d’amore, ne se’ cagione. Però che sempre l’amore è quello che ha costretto e costrigne te a crearci a la imagine e similitudine tua, e a farci misericordia donando smisurate e infinite grazie alle tue creature che hanno in loro ragione. O Bontà sopra ogni bontá ! tu solo se’ colui che se’ sommamente buono, e nondimeno tu donasti el Verbo de l’unigenito tuo Figliuolo a conversare con noi, puzza e pieni di tenebre. Di questo chi ne fu cagione? L’amore, però che ci amasti prima che noi fussimo. O buono, o etterna grandezza, facestiti basso e piccolo per fare l’uomo grande. Da qualunque lato Io mi vòllo, non truovo altro che abisso e fuoco della tua caritá.

E sarò io quella misera che possa restituire alle grazie e a l’affocata caritá che tu hai mostrata, e mostri tanto affocato amore in particulare, oltre a la caritá comune e amore che tu mostri a le tue creature? No: ma solo tu, dolcissimo e amoroso Padre, sarai quello che sarai grato e cognoscente per me, cioè che l’affetto della tua caritá medesima ti renderà grazie; però che io so’ colei che non so’. E se io dicesse alcuna cosa per me, io mentirei sopra el capo mio e sarei mendace figliuola del dimonio, che è padre delle bugie. Però che tu se’ solo colui che se’; e l’essere e ogni grazia, che hai posta sopra l’essere, ho da te, che mel desti e dài per amore e non per debito. O dolcissimo Padre, quando l’umana generazione giaceva inferma per lo peccato di Adam, e tu le mandasti el medico del dolce e amoroso Verbo, tuo Figliuolo. Ora, quando Io giacevo inferma della infermità della negligenzia e di molta ignoranzia, e tu, soavissimo e dolcissimo medico, Dio etterno, m’hai data una soave, dolce e amara medicina, acciò che io guarisca e mi levi da la mia infermità. Soave m’è, però che con la soavità e caritá tua hai manifestato te a me: dolce sopra ogni dolce m’è, però che hai illuminato l’occhio de l’intelletto mio col lume della sanctissima fede. Nel quale lume, secondo che t’è piaciuto di manifestare, cognobbi la excellenzia e la grazia che hai data a l’umana generazione, ministrando tutto Dio e tutto uomo nel corpo mistico della sancta Chiesa, e la dignità de’ tuoi ministri, e’ quali hai posti che ministrino te a noi.

Io desideravo che tu satisfacessi a la promessa la quale facesti a me; e tu desti molto piú, dando quello che io non sapevo adomandare. Unde io cognosco veramente in veritá che ‘l cuore dell’uomo non sa tanto adimandare né desiderare quanto tu piú dài; e cosí veggo che tu se’ colui che se’, infinito e etterno Bene, e noisiamo coloro che non siamo. E perché tu se’ infinito e noi finiti, però dài tu quello che la tua creatura, che ha in sé ragione, non può né sa tanto desiderare: né per quel modo che tu sai, puoi e vuogli satisfare a l’anima e saziarla di quelle cose che ella non t’adimanda, né per quel modo tanto dolce e piacevole quanto tu le dài. E però ho ricevuto lume nella grandezza e caritá tua per l’amore, che hai manifestato che tu hai a tutta l’umana generazione, e singularmente agli unti tuoi, e’ quali debbono essere angeli terrestri in questa vita. Mostrato hai la virtú e beatitudine di questi tuoi unti, e’ quali sonno vissuti come lucerne ardenti con la margarita della giustizia nella sancta Chiesa. E, per questo, meglio ho cognosciuto el difecto di coloro che miserabilemente vivono. Unde ho conceputo grandissimo dolore de l’offesa tua e danno di tucto quanto el mondo: perché fanno danno al mondo, essendo specchio di miseria, dove essi debbono essere specchio di virtú. E perché tu a me, misera, cagione e strumento di molti difecti, hai manifestate e lamentatoti delle iniquità loro, ho trovato dolore intollerabile.

Tu, amore inextimabile, l’hai manifestato dandomi la medicina dolce e amara, perché io mi levi in tucto da la infermità della ignoranzia e negligenzia, e con sollicitudine e anxietato desiderio ricorra a te, cognoscendo me e la bontá tua, e l’offese che sonno facte a te da ogni maniera di gente e spezialmente da’ ministri tuoi, acciò che io distilli uno fiume di lagrime Sopra me miserabile, traendole del cognoscimento della tua infinita bontá, e sopra questi morti, e’ quali tanto miserabilmente vivono. Unde io non voglio, ineffabile fuoco e dileczione di carità, Padre etterno, che ‘l desiderio mio si stanchi mai di desiderare il tuo onore e la salute de l’anime, e gli occhi miei non si ristiano; ma dimandoti per grazia che sieno facti due fiumi d’acqua, che esca di te, mare pacifico. Grazia, grazia sia a te, Padre, che, satisfacendo a me di quel che io ti dimandai e di quello che io non cognoscevo e non ti dimandai, tu m’hai invitata, dandomi la materia del pianto, e d’offerire dolci e amorosi e anxietati desidèri dinanzi da te con umile e continua orazione. Ora t’adimando che tu facci misericordia al mondo e alla sancta Chiesa tua. Pregoti che tu adempia quello che tu mi fai adimandare. Oimè, misera, dolorosa l’anima mia, cagione d’ogni male! Non indugiare piú a fare misericordia al mondo: conscende e adempie il desiderio de’ servi tuoi. Oimè! tu se’ colui che gli fai gridare: adunque ode la voce loro. La tua Verità disse che noi chiamassimo e sarebbeci risposto, bussassimo e sarebbeci aperto, chiedessimo e sarebbeci dato. O Padre etterno, e’ servi tuoi chiamano a te misericordia: risponde lo’ dunque. lo so bene che la misericordia t’è propria, e però non la puoi stollere che tue non la dia a chi te l’adomanda. Essi bussano a la porta della tua Verità, però che nella Verità tua, unigenito tuo Figliuolo, cognoscono l’amore ineffabile che tu hai a l’uomo, si che bussano a la porta. Unde il fuoco della tua caritá non si debba né può tenere che tu non apra a chi bussa con perseveranzia.

Adunque apre, diserra e spezza e’ cuori indurati delle tue creature: non per loro che non bussano, ma fallo per la tua infinita bontá e per amore de’ servi tuoi, che bussano a te per loro. Dà lo’, Padre etterno, ché vedi che stanno a la porta della Verità tua e chiegono. E che chiegono? il Sangue di questa porta, Verità tua. E nel sangue tu hai lavate le iniquità, e tracta la marcia del peccato d’Adam. El Sangue è nostro, però che ce n’hai facto bagno: noi puoi né vuogli disdire a chi te l’adimanda in veritá. Dà’ dunque il fructo del Sangue a le tue . creature: pone nella bilancia el prezzo del sangue del tuo Figliuolo, acciò che le dimonia infernali non ne portino le tue pecorelle. Oli! tu se’ pastore buono, che ci desti el Pastore vero de l’unigenito tuo Figliuolo, el quale, per l’obbedienzia tua, pose la vita per le tue pecorelle e del Sangue ci fece bagno. Questo è quel Sangue che t’adimandano come affamati e’ servi tuoi a questa porta: per lo quale Sangue adimandano che tu facci misericordia al mondo, e rifiorisca la sancta Chiesa di fiori odoriferi di buoni e sancti pastori, e con l’odore spenga la puzza degl’iniqui fiori e putridi. Tu dicesti, Padre etterno, che per l’amore che tu hai alle tue creature, che hanno in loro ragione, che con l’orazioni dei servi tuoi e col molto loro sostenere fadighe senza colpa, faresti misericordia al mondo e riformaresti la Chiesa tua, e cosí ci daresti refrigerio. Adunque non indugiare a vòllere l’occhio della tua misericordia, ma risponde, però che vuoli rispondere prima che noi chiamiamo, con la voce della tua misericordia.

Apre la porta della tua inextimabile carità, la quale ci donasti per la porta del Verbo. Si, so io che tu apri prima che noi bussiamo, però che con l’affecto e amore, che hai dato a’ servi tuoi, bussano e chiamano a te, cercando l’onore tuo e la salute de l’anime. Dona lo’ dunque il pane della vita, cioè il fructo del sangue de l’unigenito tuo Figliuolo, el quale t’adimandiamo per gloria e loda del nome tuo e per salute de l’anime. Però che piú gloria e loda pare che torni a te a salvare tante creature, che a lassarle obstinate permanere nella durizia loro. A te, Padre etterno, ogni cosa è possibile: poniamo che tu ci creasti senza noi, ma salvare senza noi questo non vuogli fare; ma pregoti che sforzi la volontà loro e dispongali a volere quello che essi non vogliono. Questo t’adimando per la tua infinita misericordia. Tu ci creasti di non cavelle; adunque, ora che noi siamo, facci misericordia e rifa’ e’ vaselli che tu hai creati e formati a la imagine e similitudine tua. Riformagli a grazia nella misericordia e nel sangue del tuo Figliuolo, Cristo dolce Iesú.