Tractato della discrezione

Santa Caterina da Siena

Tractato della discrezione
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IX - Qui comincia el trattato de la discrezione. E prima, come l’affetto non si die ponere principalmente ne la penitenzia ma ne le virtú. E come la discrezione riceve vita da l’umilita, e come rende ad ciascuno el debito suo.

— Queste sonno le sancte e dolci operazioni che io richieggio da’ servi miei: ciò sonno queste virtú intrinseche de l’anima, provate come detto ho; non solamente quelle virtú che si fanno con lo strumento del corpo, cioè con atto di fuore o con diverse e varie penitenzie, le quali sonno strumento di virtú, ma non virtú. Ché se solo fusse questo, senza le virtú di sopra contiate, poco sarebbe piacevole a me: anco, spesse volte, se l’anima non facesse la penitenzia sua discretamente, cioè che l’affetto suo fusse principalmente posto nella penitenzia cominciata, impedirebbe la sua perfeczione. Ma debbalo ponere ne l’affetto de l’amore, con odio sancto di sé, e con vera umilità e perfetta pazienzia, e ne l’altre virtú intrinseche de l’anima, con fame e desiderio del mio onore e salute de l’anime. Le quali virtú dimostrano che la volontà sia morta, e continuamente s’uccide sensualmente per affetto d’amore di virtú.

Con questa discrezione debba fare la penitenzia sua: cioè di pònare il principale affetto nelle virtú piú che nella penitenzia. La penitenzia die fare come strumento per augmentare la virtú, secondo che è bisogno e che si vede di potere fare secondo la misura della sua possibilità. In altro modo, cioè facendo il fondamento sopra la penitenzia, impedirebbe la sua perfeczione, perché non sarebbe fatta con lume di cognoscimento di sé e della mia bontá discretamente. E non pigliarebbe la veritá mia, ma indiscretamente farebbe, non amando quello che Io piú amo e odiando quello che Io piú odio. Ché «discrezione» non è altro che uno vero cognoscimento che l’anima debba avere di sé e di me; in questo cognoscimento tiene le sue radici.

Ella è uno figliuolo che è innestato e unito con la caritá. È vero che ha molti figliuoli, si come uno arbore che abbi molti rami; ma quello che dá vita a l’arbore e a’ rami è la radice se ella è piantata nella terra de l’umilità (la quale è balia e nutrice della carità), dove egli sta innestato questo figliuolo e arbore della discrezione. Ché altrementi non sarebbe virtú di discrezione e non producerebbe fructo di vita, se ella non fusse piantata nella virtú de l’umilità, perché l’umilità procede dal cognoscimento che l’anima ha di sé. E giá ti dixi che la radice della discrezione era uno vero cognoscimento di sé e della mia bontá; unde subbito rende a ogniuno discretamente il debito suo.

E principalmente il rende a me, rendendo gloria e loda al nome mio; e retribuisce a me le grazie e i doni che vede e cognosce avere ricevuti da me. E a sé rende quello che si vede avere meritato, cognoscendo sé non essere; e l’essere suo, el quale ha, cognosce avere avuto per grazia da me; e ogni altra grazia, che ha ricevuta sopra l’essere, la retribuisce a me e non a sé. Parle essere ingrata a tanti benefizi e negligente in non avere exercitato il tempo e le grazie ricevute, e però le pare essere degna delle pene. Alora si rende odio e dispiacimento nelle colpe sue.

E questo fa la virtú della discrezione, fondata nel cognoscimento di sé con vera umilità. Ché se questa umilità non fusse ne l’anima (come decto è), sarebbe indiscreta e non discreta. La quale indiscrezione sarebbe posta nella superbia, come la discrezione è posta ne l’umilità. E però indiscretamente, si come ladro, furarebbe l’onore a me e darebbelo a sé per propria reputazione; e quello che è suo porrebbe a me, lagnandosi e mormorando de’ misteri miei e’ quali Io adoperasse in lui o ne l’altre mie creature; d’ogni cosa si scandelizzarebbe in me e nel proximo suo.

El contrario che fanno coloro che hanno la virtú della discrezione: che, poi che hanno renduto il debito che detto è a me e a loro, rendono poi al proximo il principale debito de l’affecto della caritá e de l’umile e continua orazione. El quale debba rendere ciascuno l’uno a l’altro; e rendeli debito di doctrina, di sancta e onesta vita per exemplo, consigliandolo e aitandolo secondo che gli è di bisogno a la salute sua, come di sopra ti dixi.

In ogni stato che l’uomo è, o signore o prelato o subdito, se egli ha questa virtú, ogni cosa che fa e rende al proximo suo fa discretamente e con affecto di carità, perché elle sonno legate e innestate insieme e piantate nella terra della vera umilità, la quale esce del cognoscimento di sé.


X - Similitudine come la canta, l’umilita e la discrezione sono unite insieme; a la quale similitudine l’anima si debba conformare.

— Sai come stanno queste tre virtú? come se tu avessi uno cerchio tondo posto sopra la terra; e nel mezzo del cerchio escisse uno arbore con uno figliuolo dallato unito con lui. L’arbore si notrica nella terra che contiene la larghezza del cerchio, ché se egli fusse fuore della terra, l’arbore sarebbe morto e non darebbe fructo infino che non fusse piantato nella terra.

Or cosí ti pensa che l’anima è uno arbore facto per amore, e però non può vivere altro che d’amore. È vero che, se ella non ha amore divino di perfecta carità, non produce fructo di vita ma di morte. Conviensi che la radice di questo arbore, cioè l’affecto de l’anima, stia e non esca del cerchio del vero cognoscimento di sé; el quale cognoscimento di sé è unito in me che non ho né principio né fine, si come el cerchio che è tondo; ché quanto tu ti vai ravollendo dentro nel cerchio, non truovi né fine né principio; e pure dentro vi ti truovi. Questo cognoscimento di sé e di me in sé, truova e sta sopra la terra della vera umilità; la quale è tanto grande quanto la larghezza del cerchio, cioè il cognoscimento che ha avuto di sé,. unito in me come decto è. Ché altrimenti non sarebbe cerchio senza fine né senza principio: anco avarebbe principio, avendo cominciato a cognoscere sé, e finirebbe nella confusione se questo cognoscimento non fusse unito in me.

Alora l’arbore della caritá si nutrica ne l’umilità, mectendo il figliuolo dallato della vera discrezione per lo modo che decto t’ho. El mirollo de l’arbore, cioè del’affecto della caritá che è ne l’anima, è la pazienzia; la quale è uno segno dimostrativo che dimostra me essere ne l’anima e l’anima unita in me. Questo arbore cosí dolcemente piantato gicta fiori odoriferi di virtú, con molti e divariati sapori; egli rende fructo di grazia a l’anima e fructo d’utilitá al proximo secondo la sollicitudine di chi vorrà ricevere de’ fructi de’ servi miei. A me rende odore di gloria e loda al nome mio; e cosí fa quello per che Io el creai, e da questo giogne al termine suo, cioè me, che so’ vita durabile che non gli posso essere tolto se egli non vuole.

Tucti quanti e’ fructi che escono de l’arbore sonno conditi con la discrezione, perché sonno uniti insieme, come detto t’ho.


XI - Come la penitenzia e gli altri exercizi corporali si debbono prendere per strumento da venire a virtú e non per principale affecto. E del lume de la discrezione in diversi altri modi e operazioni.

— Questi sonno e’ fructi e l’operazioni che Io richieggio da l’anima: la pruova delle virtú al tempo del bisogno. E però ti dixi, se bene ti ricorda giá cotanto tempo, quando desideravi di fare grande penitenzia per me, dicendo: — Che potrei io fare che io sostenesse pena per te? — E Io ti risposi nella mente tua, dicendo: — Io so’ colui che mi dilecto di poche parole e di molte operazioni; — per dimostrarti che non colui che solamente mi chiamará col suono della parola: — Signore, Signore, io vorrei fare cuna cosa per te; — né colui che per me desidera e vuole mortificare il corpo con le molte penitenzie, senza uccidere la propria volontà, m’era molto a grado. Ma Io volevo le molte operazioni del sostenere virilmente e con pazienzia, e l’altre virtú che contiate t’ ho, intrinseche de l’anima, le quali tucte sonno operative, che aduoperano fructo di grazia.

Ogni altra operazione, posta in altro principio che questo, Io le reputo essere chiamare solo con la parola, perché elle sonno operazioni finite. E Io, che so’ infinito, richieggio infinite operazioni, cioè infinito affecto d’amore. Voglio che l’operazioni di penitenzia e d’altri exercizi, e’ quali sonno corporali, siano posti per strumento e non per principale affecto. Ché se fusse posto el principale affecto ine, mi sarebbe data `cosa finita, e farebbe come la parola che, escita che è fuore della bocca, non è piú; se giá la parola non escisse con l’affecto de l’anima, il quale concipe e parturisce in veritá la virtú; cioè che l’operazione finita (la quale t’ho chiamata «parola») fusse unita con l’affecto della caritá. Alora sarebbe grata e piacevole a me, perché non sarebbe sola ma accompagnata con la vera discrezione, usando l’operazioni corporali per strumento e non per principale capo.

Non sarebbe convenevole che principio e capo si facesse solo nella penitenzia o in qualunque acto di fuore corporale, ché giá ti dixi che elle erano operazioni finite. E finite sonno: si perché elle sonno facte in tempo finito, e si perché alcuna volta si conviene che la creatura le lassi, o che elle gli sieno facte lassare. Quando le lassa per necessità di non potere fare quello acto che ha cominciato, per diversi accidenti che gli vengono, o per obbedienzia che sarà comandato dal prelato suo, che facendole, non tanto che egli meritasse, ma egli offendarebbe. Si che vedi che elle sonno finite. Debba dunque pigliare per uso e non per principio; ché, pigliandole per principio, di bisogno è che in alcuno tempo le lassi, e l’anima alora rimane vòta.

E questo vi mostrò il glorioso Pavolo mio banditore quando dixe nella epistola sua che voi mortificaste il corpo e uccideste la propria volontà: cioè sapere tenere a freno il corpo, macerando la carne, quando volesse inpugnare contra lo spirito; ma la volontà vuole essere in tutto morta e abnegata e sottoposta a la volontàmia. La quale volontà s’uccide con quello debito che Io ti dixi che la virtú della discrezione rendeva a l’anima: cioè odio e dispiacimento de l’offese e della propria sensualità, il quale acquistò nel cognoscimento di sé.

Questo è quello coltello che uccide e taglia ogni proprio amore fondato nella propria volontà. Or costoro sonno quegli che non mi dànno solamente parole ma molte operazioni. Dicendo «molte» non ti pongo numero, perché l’affetto de l’anima fondato in carità, che dá vita a tutte le virtú, debba giognere in infinito. E none schifo però la parola, ma dixi ch’ Io volevo poche parole, mostrandoti che ogni operazione actuale era finita, e però le chiamai «poche»; ma pure mi piacciono quando sonno poste per strumento di virtú e non per principale virtú.

E però non debba veruno dare giudicio di ponere maggiore perfeczione nel grande penitente, che si dá molto a uccidere il corpo suo, che in colui che ne fa meno; però che, come Io t’ho detto, none sta ine la virtú né il merito loro; però che male ne starebbe chi non può fare, per legiptime cagioni, operazione e penitenzia actuale; ma sta solo nella virtú della carità, condita col lume della vera discrezione, però che altrimenti non varrebbe. E questo amore la discrezione il dá senza fine e senza modo verso di me, però che so’ somma e etterna veritá; non pone legge né termine a l’amore col quale egli ama me, ma bene il pone con, modo e con caritá ordinata verso ci proximo suo.

El lume della discrezione, la quale esce della carità, come detto t’ho, dá al proximo amore ordinato, cioè con ordinata caritá che non fa danno di colpa a sé per fare utilitá al proximo. Ché se uno solo peccato facesse per campare tutto il mondo de lo ‘nferno, a per adoperare una grande virtú, non sarebbe caritá ordinata con discrezione: anco sarebbe indiscreta, perché licito non è di fare una grande virtú e utilitá al proximo con colpa di peccato. Ma la discrezione sancta è ordinata in questo modo: che l’anima tutte le potenzie sue dirizza a servire me virilmente con ogni sollicitudine, e il proximo ama con affetto D’amore ponendo la vita del corpo per salute de l’anime, se fusse possibile, mille volte; sostenendo pene e tormenti perché abbi vita di grazia. E la substanzia sua temporale pone in utilitá ed in sovenimento del corpo del proximo suo.

Questo fa el lume della discrezione che esce della caritá. Si che vedi che discretamente rende e debba rendere, ogni anima che vuole la grazia, a me amore infinito e senza modo, e al proximo (col mio amore infinito) amare lui con modo e caritá ordinata, come detto t’ho, non rendendo male di colpa a sé per utilitá altrui. E di questo v’amuní sancto Pavolo quando disse che la carita si debba prima muovere da sé; altrimenti non sarebbe utilitá altrui d’utilitá perfetta. Ché quando la perfeczione non è ne l’anima, ogni cosa è imperfetta: e ciò che aduopera e in sé e in altrui. Non sarebbe cosa convenevole che per salvare le creature, che sonno finite e create da me, fussi offeso lo, che so’ Bene infinito; piú sarebbe grave solo quella colpa, e grande, che non sarebbe il frutto che farebbe per quella colpa.

Si che colpa di peccato in veruno modo tu non debbi fare; la vera caritá il cognosce, perché ella porta seco ci lume della sancta discrezione. Ella è quello lume che dissolve ogni tenebre, e tolle la ignoranzia, e ogni virtú condisce; e ogni strumento di virtú actuale è condito dá lei. Ella ha una prudenzia che non può essere ingannata; ella ha una fortezza che non può essere venta; ella ha una perseveranzia grande infino al fine che tiene dal cielo a la terra, cioè dal cognoscimento di me al cognoscimento di sé; da la caritá mia a la caritá del proximo. Con vera umilità campa e passa tutti e’ lacciuoli del dimonio e delle creature con la prudenzia sua. Con la mano disarmata, cioè col molto sostenere, ha sconfitto ci dimonio e la carne con questo dolce e glorioso lume, perché con esso cognobbe la sua fragilità, e cognoscendola le rende il debito de l’odio. Ha conculcato ci mondo e messoselo sotto e’ piei de l’affetto. Spregiandolo e tenendolo a vile n’è facto signore, facendosene beffe.

E però gli uomini del mondo non possono tollere le virtu de l’anima; ma tutte le loro persecuzioni sonno acrescimento e provamento della virtú. La quale prima è conceputa per affetto d’amore, come detto è, e poi si pruova nel proximo e si parturisce sopra di lui. E cosí t’ho mostrato che, se ella non si vedesse e rendesse lume al tempo della pruova dinanzi da l’uomo, non sarebbe veritá che la virtú fusse conceputa. Perché giá ti dixi e hotti manifestato che virtú non può essere, che sia perfetta, che dia frutto, senza el mezzo del proximo. Se non come la donna che ha conceputo in sé il figliuolo, che se ella non il parturisce che venga dinanzi a l’occhio della creatura, non si reputa lo sposo d’avere figliuolo; cosí lo che so’ sposo de l’anima, se ella non parturisce il figliuolo della virtú nella caritá del proximo, mostrandolo, secondo che è di bisogno, in comune e in particulare, si come Io ti dixi; dico che in veritá non avara conceputa la virtú in sé. E tosi dico el vizio che tutti si commettono col mezzo del proximo.


XII - Repetizione d’alcune cose gia dette, e come Dio promette refrigerio a’ servi suoi e la reformazione de la sancta Chiesa col mezzo del molto sostenere.

— Ora hai veduto che Io, Verità, t’ho mostrata la veritá e la dottrina per la quale tu venga e conservi la grande perfeczione. E anco t’ho dichiarato in che modo si satisfa la colpa e la pena, in te e nel proximo tuo, dicendoti che la pena che sostiene la creatura mentre che è nel corpo mortale, non è sofficiente la pena in se sola a satisfare la colpa e la pena, se giá ella non fusse unita con l’affetto della caritá e con la vera contrizione e dispiacimento del peccato, come detto t’ho.

Ma la pena alora satisfa quando è unita la pena con la carità: non per virtú di veruna pena attuale che si sobstenga, ma per virtú della caritá e dolore della colpa commessa. La quale caritá è acquistata col lume de l’intelletto, con cuore schietto e liberale raguardando in me, obietto, che so’ essa caritá. Tucto questo t’ho mostrato perché tu mi dimandavi di volere portare. Rottelo mostrato acciò che tu e gli altri servi miei sappiate in che modo e come dovete fare sacrifizio di voi a me. Sacrifizio, dico, attuale e mentale unito insieme, si come è unito el vasello con l’acqua che si presenta al Signore: ché l’acqua senza il vasello non si potrebbe presentare; el vaso senza l’acqua, portandolo, non sarebbe piacevole a lui. Cosí vi dico che voi dovete offerire a me il vasello delle molte fadighe attuali per qualunque modo lo ve le concedo; non eleggendo voi né luogo né tempo né fadighe a modo vostro, ma a mio. Ma questo vasello debba essere pieno, cioè portandole tutte con affetto d’amore e con vera pazienzia; portando e sopportando e’ difectí del proximo vostro con odio e dispiacimento del peccato. Alora si truovano queste fadighe (le quali t’ho poste per uno vasello) piene de l’acqua della grazia mia, la quale dà vita a l’anima; alora lo ricevo questo presente da le dolci spose mie, cioè da ogni anima che mi serve. Ricevo, dico, da loro gli anxietati desidèri, lagrime e sospiri loro, umili e continue orazioni; le quali cose sono tutte uno mezzo che, per l’amore che lo l’ho, placano l’ira mia sopra e’ nemici miei de gl’ iniqui uomini che tanto m’offendono.

Si che sostiene virilmente infino alla morte; e questo mi sarà segno che voi in verità m’amiate. E non dovete vòllere il capo indietro a mirare l’aratro per timore di veruna creatura né per tribolazioni: anco nelle tribolazioni godete. El mondo si rallegra facendovi molta ingiuria, e voi sète contristati nel mondo per le ingiurie e offese che mi vedete fare, per le quali offendendo me offendono voi; e offendendo voi offendono me, perché so’facto una cosa con voi. Ben vedi tu che avendovi data la imagine e similitudine mia, e perdendo voi la grazia per lo peccato, per réndarvi la vita della grazia unii la mia natura in voi, velandola della vostra umanità. E cosí, essendo voi imagine mia, presi la imagine vostra, prendendo forma umana.

Si che Io so’ una cosa con voi, se giá l’anima non si diparte da me per la colpa del peccato mortale. Ma chi m’ama sta in me, e Io in lui; e però el mondo il perseguita, perché ‘l mondo non ha conformità con meco; e però perseguitò l’unigenito mio Figliuolo infino a l’obrobriosa morte della croce. E cosí fa a voi: egli vi perseguita e perseguitarà in fino a la morte perché me non ama; ché se ‘l mondo avesse amato me, e voi amarebbe. Ma rallegratevi, ché l’allegrezza vostra sarà piena in celo.

Anco ti dico che quanto ora abondarà piú la tribolazione nel corpo mistico della sancta Chiesa, tanto abondarà piú in dolcezza ed in consolazione. E questa sarà la dolcezza sua: la reformazione de’ sancai e buoni pastori, e’ quali sonno fiori di gloria, cioè che rendono gloria e loda al nome mio, rendendomi odore di virtú fondate in veritá. E questa è la reformazione de’ fiori odoriferi dei miei ministri e pastori. Non che abbi bisogno il frutto di questa sposa d’essere riformato, perché non diminuisce né si guasta mai per li difetti de’ ministri. Si che rallegratevi, tu e’l padre de l’anima tua e gli altri miei servi, ne l’amaritudine; ché Io, Verità etterna, v’ho promesso di darvi refrigerio, e doppo l’amaritudine vi darò consolazione (col molto sostenere) nella reformazione della sancta Chiesa.


XIII - Come questa anima per la responsione divina crebbe insiememente e manca in amaritudine; e come fa orazione a Dio per la Chiesa sancta sua e per lo popolo suo.

Alora l’anima anxietata e affocata di grandissimo desiderio, conceputo ineffabile amore nella grande bontá di Dio, cognoscendo e vedendo la larghezza della sua caritá che con tanta dolcezza aveva degnato di rispondere a la sua petizione, e di satisfare dandole speranza a l’amaritudine, la quale aveva conceputa per l’offesa di Dio e danno della sancta Chiesa e miseria sua propria (la quale vedeva per cognoscimento di sé), mitigava l’amaritudine, e cresceva l’amaritudine; perché avendole il sommo ed etterno Padre manifestata la via della perfeczione e nuovamente le mostrava l’offesa sua e il danno de l’anime, si come di sotto dirò piú distesamente.

Perché nel cognoscimento che l’anima fa di sé, cognosce meglio Dio, cognoscendo la bontá di Dio in sé; e nello specchio dolce di Dio cognosce la dignità e la indegnità sua medesima: cioè la dignità della creazione, vedendo sé essere imagine di Dio e datole per grazia e non per debito. E nello specchio della bontá di Dio dico che cognosce l’anima la sua indegnità nella quale è venuta per la colpa sua. Però che come nello specchio meglio si vede la macula della faccia de l’uomo specchiandosi dentro nello specchio, cosí l’anima che, con vero cognoscimento di sé, si leva per desiderio con l’occhio de l’intelletto a raguardarsi nello specchio dolce di Dio, per la purità, che vede in lui, meglio cognosce la macula della faccia sua.

E perché el lume e il cognoscimento era maggiore in quella anima per lo modo detto, era cresciuta una dolce amaritudine, ed era scemata l’amaritudine. Era scemata per la speranza che le die’ la prima Verità; e si come il fuoco cresce quando gli è data la materia, cosí crebbe il fuoco in quella anima per sí facto modo che possibile non era a corpo umano a potere sostenere che l’anima non si partisse dal corpo. Unde, se non che era cerchiata di fortezza da Colui che è somma fortezza, non l’era possibile di camparne mai.

Purificata l’anima dal fuoco della divina carità, la quale trovò nel cognoscimento di sé e di Dio, e cresciuta la fame con la speranza della salute di tutto quanto el mondo e della reformazione della sancta Chiesa, si levò con una sicurtà dinanzi al sommo Padre, avendole mostrato la lebbra della sancta Chiesa e la miseria del mondo, quasi con la parola di Moisé dicendo:

— Signore mio, vòlle l’occhio della tua misericordia sopra el popolo tuo e sopra el corpo mistico della sancta Chiesa; però che piú sarai tu gloriato di perdonare a tante creature e dar lo’ lume di cognoscimento (ché tutte ti rendarebbero laude vedendosi campare per la tua infinita bontá da la tenebre del peccato mortale e da l’etterna dampnazione) che tu non sarai Solamente di me miserabile che tanto t’ ho offeso e la quale so’ cagione e strumento d’ogni male. E peròti prego, divina etterna carità, che tu facci vendetta di me e facci misericordia al popolo tuo. Mai dinanzi ala presenzia tua non mi partirò infino che io vedrò che tu lo’ facci misericordia.

E che sarebbe a me che io vedesse me avere vita e il popolo tuo la morte? e che la tenebre si levasse nella sposa tua, che è essa luce, principalmente per li miei difetti e de l’altre tue creature? Voglio dunque, e per grazia tel dimando, che abbi misericordia al popolo tuo per la caritá increata che mosse te medesimo a creare l’uomo a la imagine e similitudine tua dicendo: «Facciamo l’uomo a la imagine e similitudine nostra». E questo facesti volendo tu, Trinitá etterna, che l’uomo participasse tutto te, alta, etterna Trinitá. Unde gli desti la memoria perché ritenesse i benefizi tuoi, nella quale participa la potenzia di te, Padre etterno; e destili l’intelletto acciò che cognoscesse, vedendo, la tua bontá e participasse la sapienzia de l’unigenito tuo Figliuolo; e destili la volontà acciò che potesse amare quello che lo ‘ntellecto vide e cognobbe de la tua veritá participando la clemenzia dello Spirito sancto.

Chi ne fu cagione che tu ponessi l’uomo in tanta dignità? L’amore inextimabile col quale raguardasti in te medesimo la tua creatura e inamorastiti di lei, e però la creasti per amore e destile l’essere acciò che ella gustasse e godesse il tuo etterno bene. Vego che per lo peccato commesso perdette la dignità nella quale tu la ponesti; per la rebellione che fece a te cadde in guerra con la clemenzia tua, cioè che diventammo nemici tuoi. Tu, mosso da quel medesimo fuoco con che tu ci creasti, volesti ponere il mezzo a reconciliare l’umana generazione che era caduta nella grande guerra, acciò che della guerra si facesse la grande pace. E destici el Verbo de l’unigenito tuo Figliuolo, il quale fu tramezzatore fra noi e te.

Egli fu nostra giustizia che sopra di sé puní le nostre ingiustizie; e fece l’obbedienzia tua, Padre etterno, la quale gli ponesti quando el vestisti della nostra umanità, pigliando la natura e imagine nostra umana. Oh abisso di carità! qual cuore si può difendere che non scoppi a vedere l’altezza discesa a tanta bassezza quanta è la nostra umanità? Noi siamo imagine tua, e tu imagine nostra per l’unione che hai fatta ne l’uomo, velando la Deitá etterna con la miserabile nuvila e massa corrocta d’Adam. Chi n’è cagione? L’amore. Tu, Dio, se’ facto uomo, e l’uomo è facto Dio. Per questo amore ineffabile ti costringo e prego che facci misericordia a le tue creature.


XIV - Come Dio si lamenta del popolo cristiano, e singularmente de’ ministri suoi, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo e del benefizio de la Incarnazione.

Alora Dio, vollendo l’occhio della sua misericordia verso di lei, lassandosi costrignere a le lagrime e lassandosi legare a la fune del sancto desiderio suo, lagnandosi diceva:

— Figliuola dolcissima, la lagrima mi costrigne perché è unita con la mia caritá ed è gittata per amore di me; e léganomi e’ penosi desidèri vostri. Ma mira e vede come la sposa mia ha lordata la faccia sua; come è lebbrosa per immondizia e amore proprio e infiata superbia e avarizia di coloro che si pascono al petto suo, cioè la religione cristiana, corpo universale; e anco il corpo mistico della sancta Chiesa; ciò dico de’ miei ministri, e’ quali sonno quelli che si pascono e stanno alle mamelle sue. E non tanto che essi si pascano, ma essi hanno a pascere e tenere a queste mamelle l’universale corpo del popolo cristiano e di qualunque altro volesse levarsi dalla tenebre della infedelità e legarsi come membro nella Chiesa mia.

Vedi con quanta ignoranzia e con quanta tenebre e con quanta ingratitudine è ministrato, e con mani inmonde, questo glorioso latte e Sangue di questa sposa? e con quanta presumpzione e inreverenzia è ricevuto? E però quella cosa che dá vita, spesse volte, per loro difecto, loro dá morte, cioè il prezioso sangue de l’unigenito mio Figliuolo, el quale tolse la morte e la tènabre e donò la luce e la veritá, e confuse la bugia.

Ogni cosa donò questo sangue e adoperò intorno a la salute e a compire la perfeczione ne l’uomo, a chi si dispone a ricévare; ché, come dá vita e dota l’anima d’ogni grazia (poco e assai, secondo la disposizione e affecto di colui che riceve), cosí dá morte a colui che iniquamente vive. Si che da la parte di colui che riceve, ricevendolo indegnamente con la tenebre del peccato mortale, a costui gli dá morte e non vita. Non per difecto del Sangue, né per difecto del ministro che fusse in quello medesimo male o maggiore: però che’l suo male non guasta né lorda il Sangue, né diminuisce la grazia e virtú sua, e però non fa male a colui a cui egli el dà; ma a se medesimo fa male di colpa, alla quale gli séguita la pena se esso non si corregge con vera contrizione e dispiacimento della colpa sua.

Dico dunque che fa danno a colui che ‘l riceve indegnamente, non per difecto del Sangue né del ministro (come detto è), ma per la sua mala disposizione e difecto suo, che con tanta miseria e immondizia ha lordata la mente e il corpo suo e tanta crudeltá ha avuta a sé e al proximo suo. A sé l’ebbe tollendosi la grazia, conculcando sotto e’ piei de l’affetto suo el frutto del Sangue che trasse del sancto baptesmo, essendoli giá tolta per virtú del Sangue la macchia del peccato originale, la quale macchia trasse quando fu conceputo dal padre e dalla madre sua. E però donai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo perché la massa de l’umana generazione era corrocta per lo peccato del primo uomo Adam, e però tutti voi, vaselli fatti di questa massa, eravate corrotti e non disposti ad avere vita etterna.

Unde per questo lo, altezza, unii me con la bassezza della vostra umanità: per remediare a la corruczione e morte de l’umana generazione, e per restituirla a grazia, la quale per lo peccato perdé. Non potendo Io sostenere pena (e della colpa voleva la divina mia giustizia che n’escisse la pena) e non essendo sufficiente pureuomo a satisfare, che se egli avesse pure in alcuna cosa satisfacto, non satisfaceva altro che per sé e non per l’ altre creature che hanno in loro ragione (benché di questa colpa né per sé né per altrui poteva egli satisfare, perché la colpa era facta contra me che so’ infinita bontá); volendo Io pure restituire l’uomo, el quale era indebilito e non poteva satisfare perla cagione detta e perché era molto indebilito, mandai el Verbo del mio Figliuolo vestito di questa medesima natura che voi, massa corrocta d’ Adam, acciò che sostenesse pena in quella natura medesima che aveva offeso e, sostenendo sopra del corpo suo infino a l’obrobriosa morte della croce, placasse l’ira mia.

E cosí satisfeci a la mia giustizia e saziai la divina mia misericordia, la quale misericordia volse satisfare a la colpa de l’uomo e disponerlo a quel bene per lo quale lo l’avevo creato. Si che la natura umana, unita con la natura divina, fu sufficiente a satisfare per tucta l’umana generazione, non solo per la pena che sostenne nella natura finita, cioè della massa d’Adam, ma per la virtú della Deitá etterna, natura divina infinita. Unita l’una natura ne l’altra, ricevecti e acceptai el sacrifizio del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, intriso e impastato con la natura divina col fuoco della divina carità, la quale fu quello legame che ‘l tenne confitto e chiavellato in croce.

Or per questo modo fu sufficiente a satisfare la colpa la natura umana: solo per virtú della natura divina. Per questo modo fu tolta la marcia del peccato d’ Adam, e rimase solo el segno, cioè inchinamento al peccato e ogni difecto corporale. Si come la margine che rimane quando l’uomo è guarito della piaga, cosí la colpa d’Adam la quale menò marcia mortale. Venuto el grande medico de l’unigenito mio Figliuolo, curò questo infermo beiendo la medicina amara, la quale l’uomo bere non poteva perché era molto indebilito. Egli fece come la baglia che piglia la medicina in persona del figliuolo, perché ella è grande e forte, e il fanciullo non è forte a potere portare l’amaritudine. Si che egli fu baglia, portando con la grandezza e fortezza della Deitá, unita con la natura vostra, l’amara medicina della penosa morte della croce per sanare e dare vita a voi, fanciulli indebiliti per la colpa.

Solo il segno rimase del peccato originale, el quale peccato contraete dal padre e dalla madre quando sète concepirti da loro. Il quale segno si tolle da l’anima, benché nona tutto;

e questo si fa nel sancto baptesmo, el quale baptesmo ha virtú e dá vita di grazia in virtú di questo glorioso e prezioso sangue. Subbito che l’anima ha ricevuto il sancto baptesmo, l’è tolto il peccato originale ed èlle infusa la grazia. E lo inchinamento al peccato (che è la margine che rimane del peccato originale, come detto è) indebilisce, e può l’anima rifrenarlo se ella vuole.

Alora el vasello de l’anima è disposto a ricévare e aumentare in sé la grazia, assai e poco, secondo che piacerà a lei di volere disponere se medesima con affetto e desiderio di volere amare e servire me. Cosí si può disponere al male come al bene, non obstante che egli abbi ricevuta la grazia nel sancto baptesmo. Unde venuto el tempo de la discrezione, per lo libero arbitrio può usare il bene e il male secondo che piace a la volontà sua. Ed è tanta la libertà che ha l’uomo, e tanto è facto forte per la virtú di questo glorioso sangue, che né df lonfo egli né creatura il può costregnere a una minima colpa piú che si voglia. Tolta gli fu la servitudine e facto libero, acciò che signoreggiasse la sua propria sensualità e avesse il fine per lo quale era stato creato.

Oh miserabile uomo che si diletta nel loto come fa l’animale, e non ricognosce tanto benefizio quanto ha ricevuto da me; piú non poteva ricevere la miserabile creatura piena di tanta ignoranzia !


XV - Come la colpa è piú gravemente punita doppo la passione di Cristo che prima, e come Dio promette di fare misericordia al mondo e a la sancta Chiesa col mezzo dell’orazione e del patire de’ servi suoi.

— Voglio che tu sappi, figliuola mia, che per la grazia che hanno ricevuta avendoli ricreati nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, e restituita a grazia l’umana generazione (si come detto t’ho), non ricognoscendola, ma andando sempre di male in peggio e di colpa in colpa, sempre perseguitandomi con molte ingiurie e tenendo tanto a vile le grazie che Io l’ho fatte e fo, che non tanto che essi se la rechino a grazia, ma e’ lo’ pare ricevere alcuna volta da me ingiuria, né piú né meno come se lo volesse altro che la loro sanctificazione; dico che lo’ sarà piú duro, e degni saranno di maggiore punizione. E cosí saranno piú puniti ora, poi che hanno ricevuta la redempzione del sangue del mio Figliuolo, che innanzi la redempzione, cioè innanzi che fusse tolta via la marcia del peccato d’Adam. Cosa ragionevole è che chi piú riceve, piú renda e piú sia tenuto a colui da cui egli riceve.

Molto era tenuto l’uomo a me per l’essere che Io gli avevo dato, creandolo a la imagine e similitudine mia. Era tenuto di rendermi gloria, ed egli me la tolse e volsela dare a sé; per la qual cosa trapassò l’obedienzia mia imposta a lui e diventommi nemico. Ed Io con l’umilità destruxi la superbia sua, umiliando la natura divina e pigliando la vostra umanità; cavandovi dalla servitudine del dimonio, fecivi liberi; e non tanto che Io vi desse libertà, ma, se tu vedi bene, l’uomo è facto Dio, e Dio è facto uomo per l’unione della natura divina nella natura umana.

Questo è uno debito il quale hanno ricevuto, cioè il tesoro del Sangue, dove essi sonno ricreati a grazia. Si che vedi quanto essi sono piú obligati a rendere a me doppo la redempzione che inanzi la redempzione. Sonno tenuti di rendere gloria e loda a me, seguitando le vestigie della Parola incarnata de l’unigenito mio Figliuolo, e alora mi rendono debito d’amore di me e dileczione del proxitno con vere e reali virtú, si come di sopra ti dixi. Non facendolo (perché molto mi debbono amare), caggiono in maggiore offesa; e però Io per divina giustizia lo’ rendo piú gravezza di pena dando lo’ l’esterna dampnazione. Unde molto ha piú pena uno falso cristiano che uno pagano; e piú el consuma el fuoco senza consumare, per divina giustizia, cioè affigge, e affliggendo si sentono consumare col vermine della coscienzia e nondimeno non consuma, perché i dampnati non perdono l’essere per veruno tormento che ricevano. Onde lo ti dico che essi dimandano la morte e non la possono avere, perché non possono perdere l’essere. Perdéro l’essere della grazia per la colpa loro; ma l’essere no. Si che la colpa è molto piú punita doppo la redempzione del Sangue che prima, perché hanno piú ricevuto; e non pare che se n’aveggano né si sentano de’ mali loro. Essi mi sonno fatti nemici, avendoli reconciliati col mezzo del sangue del mio Figliuolo.

Uno rimedio ci ha, col quale lo placarò l’ira mia: cioè col mezzo de’ servi miei, se solliciti saranno di costrignermi con la lagrima e legarmi col legame del desiderio. Tu vedi che con questo legame tu m’hai legato; il quale legame lo ti diei perché volevo fare misericordia al mondo. E però do Io fame e desiderio ne’ servi miei verso l’onore di me e la salute de l’anime, acciò che, costretto da le lagrime loro, mitighi el furore della divina mia giustizia.

Tolle dunque le lagrime e il sudore tuo e tra’ le della fontana della divina mia caritá tu e gli altri servi miei; e con esse lavate la faccia a la sposa mia, ché Io ti prometto che con questo mezzo le sarà renduta la bellezza sua. Non con coltello né con guerra né con crudeltá riavarà la bellezza sua; ma con la pace ed umili e continue orazioni, sudori e lagrime, gittate con anxietato desiderio de’ servi miei. E cosí adempirò el desiderio tuo con molto sostenere, gictando lume la pazienzia vostra nella tenebre degl’iniqui uomini del mondo. E non temete perché ‘l mondo vi perseguiti, ché lo sarò per voi, e in veruna cosa vi mancarà la mia providenzia.


XVI - Come questa anima cognoscendo piú de la divina bontá, non rimaneva contenta di pregare solamente per lo popolo cristiano e per la sancta Chiesa, ma pregava per tutto quanto el mondo.

Alora quella anima levandosi con maggiore cognoscimento, e con grandissima allegrezza e conforto stando dinanzi a la divina Maestà, si per la speranza che ella avea presa della divina misericordia, e si per l’amore ineffabile il quale gustava vedendo che, per amore e desiderio che Dio aveva di fare misericordia a l’uomo non obstante che fussero suoi nemici, avea dato il modo e la via a’ servi suoi come potessero costregnere la sua bontá e placare l’ira sua, si rallegrava, perdendo ogni timore nelle persecuzioni del mondo, vedendo che Dio fusse per lei. E cresceva forte il fuoco del sancto desiderio, intanto che none stava contenta ma con sicurtà sancta dimandava per tutto quanto el mondo.

E poniamo che nella seconda petizione si conteneva el bene e l’utilitá de’ cristiani e degli infedeli, cioè nella reformazione della sancta Chiesa; nondimeno, come affamata, si stendea l’orazione sua a tutto quanto el mondo (si come egli stesso la faceva dimandare), gridando: — Misericordia, Idio etterno, verso le tue pecorelle, si come pastore buono che tu se’. Non indugiare a fare misericordia al mondo, però che giá quasi pare che egli non possa .piú, perché al tutto pare privato de l’unione della caritá inverso di te, Verità etterna, e verso di loro medesimi : cioè di non amarsi insieme d’amore fondato in te.


XVII - Come Dio si lamenta de le sue creature razionali e maximamente per l’amore proprio che regna in loro, confortando la predetta anima ad orazione e lagrime.

Alora Dio, come ebbro d’amore verso la salute nostra, teneva modo d’accendere maggiore amore e dolore in quella anima in questo modo: mostrando con quanto amore aveva creato l’uomo, (si come di sopra alcuna cosa dicemmo), e diceva: — Or non vedi tu che ognituto mi percuote; e Io gli ho creati con tanto fuoco d’amore e dotatigli di grazia; e molti, quasi infiniti doni ho dati a loro per grazia e non per debito? Or vedi, figliuola, con quanti e diversi peccati essi mi percuotono, e spezialmente col miserabile e abominevole amore proprio di loro medesimi, unde procede ogni male. Con questo amore hanno avelenato tutto quanto il mondo, però che come l’amore di me tiene in sé ogni virtú parturita nel proximo (si com’ Io ti dimostrai), cosí l’amore proprio sensitivo, perché procede da la superbia (come il mio procede da carità), contiene in sé ogni male. E questo male fanno col mezzo della creatura, separati e divisi da la caritá del proximo, perché me non hanno amato, né il proximo non amano, però che sonno uniti l’uno e l’altro insieme. E però ti dissi che ogni bene e ogni male era facto col mezzo del proximo, si come lo, di sopra, questa parola ti spianai.

Molto mi posso lagnare de l’uomo che da me non ha ricevuto altro che bene, e a me dá odio facendo ogni male. Perché Io ti dissi che con le lagrime de’ servi miei mitigarei l’ira mia; e cosí ti ridico. Voi, servi miei, paratevi dinanzi con le molte orazioni e ansietati desidèri e dolore de l’offesa che è facta a me, e della dannazione loro; e cosí mitigarete l’ira mia del divino giudicio.


XVIII - Come neuno può uscire de le mani di Dio, però che o egli vi sta per misericordia o elli vi sta per giustizia.

— Sappi che veruno può escire delle mie mani: però che Io so’ Colui che so’; e voi non sète per voi medesimi se non quanto sète fatti da me, il quale so’ Creatore di tutte le cose che participano essere, excepto che del peccato che non è, e però non è facto da me e, perché non è in me, non è degno d’essere amato. E però offende la creatura: perché ama quel che non debba amare, cioè il peccato; e odia me che è tenuto e obligato d’amarmi, che so’ sommamente buono e hogli dato l’essere con tanto fuoco d’amore. Ma di me non possono escire: o eglino ci stanno per giustizia per le colpe loro, o essi ci stanno per misericordia. Apre dunque l’occhio de l’intelletto e mira nella mia mano, e vedrai che egli è la veritá quel ch’ Io t’ho detto. —

Alora ella, levando l’occhio per obedire al sommo Padre, vedeva nel pugno suo rinchiuso tucto l’universo mondo, dicendo Dio: — Figliuola mia, or vedi e sappi che veruno me ne può essere tolto, però che tucti ci stanno o per giustizia o per misericordia, come decto è, perché sonno miei e creati da me, e angoli ineffabilemente. E però, non obstanti le iniquità loro, Io lo’ farò misericordia col mezzo de’ servi miei, e adempirò la petizione tua, che con tanto amore e dolore me l’hai adimandata.


XIX - Come questa anima crescendo nell’amoroso fuoco desiderava di sudare di sudore di sangue; e reprendendo se medesima faceva singulare orazione per lo padre dell’anima sua.

Alora quella anima come ebbra e quasi fuore di sé, crescendo el fuoco del sancto desiderio, stava quasi beata e dolorosa. Beata stava per l’unione che aveva facta in Dio, gustando la larghezza e bontá sua, tucta annegata nella sua misericordia: e dolorosa era vedendo offendere tanta bontá. E rendeva grazie a la divina Maiestà, quasi cognoscendo che Dio avesse manifestato e’ difecti delle creature perché fusse costrecta a levarsi con piú sollicitudine e maggiore desiderio.

Sentendosi rinnovare il sentimento de l’anima nella Deitá etterna, crebbe tanto el sancto e amoroso fuoco che il sudore de l’acqua, el quale ella gictava per la forza che l’anima faceva al corpo (perché era piú perfetta l’unione che quella anima aveva fatta in Dio, che non era l’unione fra l’anima e il corpo, e però sudava per forza e caldo d’amore), ella lo spregiava per grande desiderio che aveva di vedere escire del corpo suo sudore di sangue; dicendo a se medesima: — O anima mia, oimè ! tutto il tempo della vita tua hai perduto, e però sonno venuti tanti danni e mali nel mondo e nella sancta Chiesa; molti, in comune e in particulare. E però lo voglio che tu ora rimedisca col sudore del sangue. —

Veramente questa anima aveva bene tenuta a mente la dottrina che le die’ la Verità: di sempre cognoscere sé e la bontá di Dio in sé; e il remedio che si voleva a rimediare tutto quanto el mondo, a placare l’ira e il divino giudicio, cioè con umili, continue e sancte orazioni.

Alora questa anima, speronata dal sancto desiderio, si levava molto maggiormente aprendo l’occhio de l’intelletto, e speculavasi nella divina carità, dove vedeva e gustava quanto siamo tenuti d’amare e di cercare la gloria e loda del nome di Dio nella salute de l’anime. A questo vedeva chiamati e’ servi di Dio. E singularmente chiamava ed eleggeva la Verità etterna ci padre de l’anima sua, ci quale ella portava dinanzi a la divina bontá, pregandola che infondesse in lui uno lume di grazia acciò che in veritá seguitasse essa Verità.


XX - Come senza tribolazioni portate con pazienzia non si può piacere a Dio; e però Dio conforta lei e il padre suo a portare con vera pazienzia.

Alora Dio, rispondendo a la terza petizione, cioè della fame della salute sua, diceva:

— Figliuola, questo voglio: che egli cerchi di piacere a me, Verità, nella fame della salute de l’anime, con ogni sollicitudine. Ma questo non potrebbe né egli né tu né veruno altro avere senza le molte persecuzioni, sí come Io ti dixi di sopra, secondo ch’io ve le concedarò.

Si come voi desiderate di vedere il mio onore nella sancta Chiesa, cosí dovete concipere amore a volere sostenere con vera pazienzia. E a questo m’avedrò, che egli e tu e gli altri miei servi cercarete il mio onore in veritá. Alora sarà egli ci carissimo mio figliuolo, e riposarassi, egli e gli altri, sopra ci petto de l’unigenito mio Figliuolo, del quale lo ho facto ponte perché tutti potiate giognere al fine vostro e ricevere il frutto d’ogni vostra fadiga che avarete sostenuta per lo mio amore. Si che portate virilemente.


XXI - Come, essendo rotta la strada d’andare al cielo per la disobedienzia d’Adam, Dio fece del suo Figliuolo ponte per lo quale si potesse passare.

— E perché Io ti dixi che del Verbo de l’unigenito mio Figliuolo avevo facto ponte, e cosí è la veritá, voglio che sappiate, figliuoli miei, che la strada si ruppe, per lo peccato e disobedienzia d’Adam, per si facto modo che neuno potea giognere a vita durabile; e non mi rendevano gloria per quel modo che dovevano, non participando quel bene per lo quale Io gli avevo creati a la imagine e similitudine mia. E non avendolo, non s’adempiva la mia veritá. Questa veritá è che Io l’avevo creato perché egli avesse vita etterna, e participasse me e gustasse la somma ed etterna dolcezza e bontá mia. Per lo peccato suo non giogneva a questo termine, e questa veritá non s’adempiva. E questo era però che la colpa aveva serrato ci cielo e la porta della misericordia mia.

Questa colpa germinò spine e tribolazioni con molte molestie; la creatura trovò ribellione a se medesima subbito che ebbe ribellato a me; esso medesimo si fu ribello.

La carne impugnò subbito contra lo spirito, perdendo lo stato della innocenzia, e diventò animale immondo. E tutte le cose create gli furono ribelle, dove in prima gli sarebbero state obedienti se egli si fusse conservato nello stato dove Io el posi. Non conservandosi, trapassò l’obedienzia mia, e meritò morte etternale ne l’anima e nel corpo.

E corse, disúbbito che ebbe peccato, uno fiume tempestoso che sempre ci percuote con fonde sue, portando fadighe e molestie da sé, e molestie dal dimonio e dal mondo. Tutti annegavate, perché veruno, con tutte le sue giustizie, non poteva giognere a vita etterna. E però Io, volendo rimediare a tanti vostri mali, v’ho dato il ponte del mio Figliuolo, acciò che passando ci fiume non annegaste. EI quale fiume è il mare tempestoso di questa tenebrosa vita.

Vedi quanto è tenuta la creatura a me! e quanto è ignorante a volersi pure annegare e non pigliare il remedio ch’ Io l’ho dato!


XXII - Come Dio induce la predecta anima a raguardare la grandezza d’esso ponte, cioè per che modo tiene da la terra al cielo.

— Apre l’occhio de l’intellecto e vedrai gli acciecati e ignoranti. E vedrai gl’ imperfecti e i perfecti che in veritá seguitano me, acciò che tu ti doglia della dannazione degl’ignoranti e rallegriti della perfeczione de’ dilecti figliuoli miei. Ancora vedrai che modo tengono quelli che vanno a lume e quelli che vanno a tenebre. Ma innanzi voglio che raguardi el ponte de l’unigenito mio Figliuolo, e vede la grandezza sua che tiene dal cielo a la terra, cioè raguarda che è unita con la grandezza della Deitá la terra della vostra umanità. E però dico che tiene dal cielo a la terra, cioè per l’unione che Io ho facta ne l’uomo.

Questo fu di necessità a volere rifare la via che era rocta, si come lo ti dixi, acciò che giogneste a vita e passaste l’amaritudine del mondo. Pure, di terra non si poteva fare di tanta grandezza che fusse sufficiente a passare il fiume e darvi vita etterna, cioè che pure la terra della natura de l’uomo non era sufficiente a satisfare la colpa e tollere via la marcia del peccato d’Adam, la quale marcia corruppe tucta l’umana generazione e trasse puzza da lei, si come di sopra ti dixi. Convennesi dunque unire con l’altezza della natura mia, Deitá etterna, acciò che fusse sufficiente a satisfare a tucta l’umana generazione: la natura umana sostenesse la pena, e la natura divina unita con essa natura umana acceptasse il sacrifizio del mio Figliuolo, offerto a me per voi per tòllarvi la morte e darvi la vita.

Si che l’altezza s’aumiliò a la terra, e della vostra umanità unita l’una con l’altra se ne fece ponte, e rifece la strada. Perché si fece via? acciò che in veritá veniste a godere con la natura angelica; e non bastarebbe a voi ad avere la vita perché ‘l Figliuolo mio vi sia facto ponte, se voi non teneste per esso.


XXIII - Come tutti siamo lavoratori messi da Dio a lavorare ne la vigna de la sancta Chiesa. E come ciascuno ha la vigna propria da se medesimo; e come noi tralci ci conviene essere uniti ne la vera vite del Figliuolo di Dio.

Qui mostrava la Verità etterna che elli ci aveva creati senza noi, ma non ci salvarà senza noi; ma vuole che noi ci mettiamo la volontà libera, col libero arbitrio exercitando ci tempo con le vere virtú. E però subgionse a mano a mano dicendo:

— Tucti vi conviene tenere per questo ponte, cercando la gloria e loda del nome mio nella salute de l’anime, con pena sostenendo le molte fadighe, seguitando le vestigie di questo dolce ed amoroso Verbo. In altro modo non potreste venire a me.

Voi sète miei lavoratori che v’ho messi a lavorare nella vigna della sancta Chiesa. Voi lavorate nel corpo universale della religione cristiana; messi da me per grazia, avendovi Io dato ci lume del sancto baptesmo. El quale baptesmo aveste nel corpo mistico della sancta Chiesa per le mani de’ ministri, e’ quali lo ho messi a lavorare con voi.

Voi sète nel corpo universale, ed essi sonno nel corpo mistico, posti a pascere l’anime vostre, ministrandovi ci Sangue ne’ sacramenti che ricevete da .lei, traendone essi le spine de’ peccati mortali e piantandovi la grazia. Essi sonno miei lavoratori nella vigna de l’anime vostre, legati nella vigna della sancta Chiesa.

Ogni creatura che ha in sé ragione ha la vigna per se medesima, cioè la vigna de l’anima sua; della quale la volontà col libero arbitrio nel tempo n’è facto lavoratore, cioè mentre che elli vive. Ma poi che è passato ci tempo, neuno lavorio può fare, né buono né gattivo; ma mentre che elli vive può lavorare la vigna sua, nella quale Io l’ho messo. E ha ricevuta tanta fortezza questo lavoratore de l’anima che né dimonio né altra creatura gli ‘l può tollere se egli non vuole; però che ricevendo el sancto baptesmo si fortificò e fugli dato un coltello d’amore di virtú, e odio del peccato. El quale amore e odio truova nel Sangue, però che per amore di voi e odio del peccato mori l’unigenito mio Figliuolo, dandovi el Sangue, per lo quale Sangue aveste vita nel sancto baptesmo.

Si che avete il coltello, el quale dovete usare col libero arbitrio, mentre che avete il tempo, per divellere le spine de’ peccati mortali e piantare le virtú; però che in altro modo da essi lavoratori che Io ho messi nella sancta Chiesa (de’ quali ti dixi che tollevano el peccato mortale della vigna de l’anima e davanvi la grazia, ministrandovi el Sangue ne’ sacramenti che ordinati sonno nella sancta Chiesa) non ricevareste el frutto del Sangue.

Conviensi dunque che prima vi leviate con la contrizione del cuore e dispiacimento del peccato e amore della virtú; e alora ricevarete il frutto d’esso Sangue. Ma in altro modo noi potreste ricevere, non disponendovi da la parte vostra come tralci uniti nella vite de l’unigenito mio Figliuolo, el quale dixe: «Io so’ vite vera; elPadre mio è il lavoratore, e voi sète i tralci». E cosí è la veritá: che lo so’ il lavoratore, però che ogni cosa che ha essere è uscito ed esce di me. La potenzia mia è inextimabile, e con la mia potenzia e virtú governo tutto l’universo mondo. Veruna cosa è fatta o governata senza me. Si che Io so’ el lavoratore che piantai la vite vera de l’unigenito mio Figliuolo nella terra della vostra umanità, acciò che voi, tralci uniti con la vite, faceste frutto.

E però chi non farà frutto di sancte e buone operazioni sarà tagliato da questa vite, e seccarassi. Però che separato da essa vite perde la vita della grazia ed è messo nel fuoco etternale, sí come il tralcio che non fa frutto, che è tagliato subbito dalla vite ed è messo nel fuoco perché non è buono ad altro. Or cosí questi cotali tagliati per l’offese loro, morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia (non essendo buoni ad altro) gli mette nel fuoco el quale dura etternalmente.

Costoro non hanno lavorata la vigna loro; anco l’hanno disfatta, e la loro e l’altrui. Non solo che ci abbino messa alcuna pianta buona di virtú; ma essi n’hanno tratto il seme della grazia, el quale avevano ricevuto nel lume del sancto baptesmo, participando el sangue del mio Figliuolo, el quale fu el vino che vi porse questa vite vera. Ma essi ne l’hanno tratto, questo seme, e datolo a mangiare agli animali, cioè a diversi e molti peccati, e messolo sotto e’ piei del disordinato affetto, col quale affetto hanno offeso me e facto danno a loro e al proximo.

Ma e’ servi miei non fanno cosí ; e cosí dovete fare voi, cioè essere uniti e innestati in questa vite. E alora riportarete molto frutto, perché participarete de l’umore della vite. E stando nel Verbo del mio Figliuolo state in me, perché lo so’ una cosa con lui ed egli con meco; stando in lui seguitarete la dottrina sua; seguitando la sua dottrina participate della sustanzia di questo Verbo, cioè participate della Deitá etterna unita ne l’umanità, traendone voi uno amore divino dove l’anima s’ inebbria. E però ti dixi che participate della sustanzia della vite.


XXIV - Per che modo Dio pota i tralci uniti con la predetta vite, cioè i servi suoi, e come la vigna di ciascuno è tanto unita con quella del proximo, che neuno può lavorare o guastare la sua che non lavori o guasti quella del proximo.

— Sai che modo Io tengo poi ch’ e’ servi miei sonno uniti in seguitare la dottrina del dolce ed amoroso Verbo? Io gli poto, acciò che faccino molto frutto, e il frutto loro sia provato e non insalvatichisca. Si come il tralcio che sta nella vite, che il lavoratore il pota perché facci migliore vino e piú; e quello che non fa frutto taglia e mette nel fuoco. E cosí fo lo lavoratore vero: e’ servi miei che stanno in me lo gli poto con le molte tribolazioni, acciò che faccino piú frutto e migliore, e sia provata in loro la virtú. E quegli che non fanno fructo sono tagliati e messi al fuoco, come detto t’ho.

Questi cotali sonno lavoratori veri, e lavorano bene l’anima loro, traendone ogni amore proprio, rivoltando la terra de l’affecto loro in me. E nutricano e crescono ci seme della grazia, ci quale ebbero nel sancto baptesmo. Lavorando la loro, lavorano quella del proximo, e non possono lavorare l’una senza l’altra; e giá sai ch’ Io ti dixi che ogni male si faceva col mezzo del proximo e ogni bene. Si che voi sète miei lavoratori, esciti di me, sommo ed etterno lavoratore, il quale v’ho uniti e innestati nella vite per l’unione che lo ho fatta con voi.

Tiene a mente che tutte le creature che hanno in loro ragione hanno la vigna loro di per sé. La quale è unita senza veruno mezzo col proximo loro, cioè l’uno con l’altro. E sonno tanto uniti che veruno può fare bene a sé che noi facci al proximo suo, né male che non il faccia a lui. Di tutti quanti voi è fatta una vigna universale, cioè di tutta la congregazione cristiana, e’ quali sète uniti nella vigna del corpo mistico della sancta Chiesa, unde traete la vita.

Nella quale vigna è piantata questa vite de l’unigenito mio Figliuolo, in cui dovete essere innestati. Non essendo voi innestati in lui, sète subito ribelli a la sancta Chiesa e sète come membri tagliati dal corpo che subito imputridisce. È vero che, mentre che avete il tempo, vi potete levare da la puzza del peccato col vero dispiacimento e ricórrire a’ miei ministri, e’ quali sonno lavoratori che tengono , te chiavi del vino, cioè del Sangue uscito di questa vite. El quale Sangue è si facto e di tanta perfeczione che, per veruno difetto del ministro, non vi può essere tolto ci fructo d’esso Sangue.

El legame della caritá è quello che gli lega con vera umilità, acquistata nel vero cognoscimento di sé e di me. Si che vedi che tutti v’ho messi per lavoratori. E ora di nuovo v’invito, perché’l mondo giá viene meno, tanto sonno multiplicate le spine che hanno affogato ci seme, in tanto che veruno fructo ai grazia vogliono fare.

Voglio dunque che siate lavoratori veri, che con molta sollicitudine aitiate a lavorare l’anime nel corpo mistico della sancta Chiesa. A questo v’eleggo, perch’ Io voglio fare misericordia al Inondo, per lo quale tu tanto mi preghi.


XXV - Come la predetta anima, doppo alcune laude rendute a Dio, el prega che le mostri coloro che vanno per lo ponte predetto e quelli che non vi vanno.

Alora l’anima con ansietato amore diceva: — O inextimabile dolcissima carità, chi non s’accende a tanto amore? Qual cuore si può difendere che non venga meno? Tu, abisso di carità, pare che impazzi delle tue creature, come tu senza loro non potessi vivere, con ciò sia cosa che tu sia lo Dio nostro che non hai bisogno di noi. Del nostro bene a te non cresce grandezza, però che tu se’ immobile; del nostro male a te non è danno, però che tu se’ somma ed etterna bontá. Chi ti muove a fare tanta misericordia? L’amore; e non debito né bisogno che tu abbi di noi, però che noi siamo rei e malvagi debitori.

Se io veggo bene, somma, ed etterna Verità, io so’ ci ladro e tu se’ lo ‘npiccato per me; perché veggo ci Verbo tuo Figliuolo confitto e chiavellato in croce, del quale m’hai facto ponte, secondo che hai manifestato a me, miserabile tua serva. Per la quale cosa ci cuore scoppia, e non può scoppiare per la fame e desiderio che è conceputo in te. Ricordomi che tu volevi mostrare chi sono coloro che vanno per lo ponte, e chi non vi va. E però, se piacesse a la bontá tua di manifestarlo, volontieri ci vedrei e l’udirei da te.


XXVI - Come questo benedetto ponte ha tre scaloni, per li quali si significano tre stati dell’anima. E come questo ponte, essendo levato in alto, non é pera separato da la terra. E come s’intende quella parola che Cristo dixe: “Se Io sarò levato in alto, ogni cosa trarrò a me».

Alora Dio etterno per fare piú inamorare e inanimare quella anima verso la salute de l’anime, le rispose e dixe: — Prima ch’ Io ti mostri quel ch’Io ti voglio mostrare e di che tu mi dimandi, ti voglio dire come il ponte sta.

Decto t’ho che egli tiene dal cielo a la terra: cioè per l’unione che Io ho fatta ne l’uomo, el quale Io formai del limo della terra. Questo ponte, unigenito mio Figliuolo, ha in sé tre scaloni; delle quali le due furono fabricate in sul legno della sanctissima croce, e la terza anco senti la grande amaritudine quando gli fu dato bere fiele ed aceto.

In questi tre scaloni cognoscerai tre stati de l’anima, e’ quali Io ti dichiararò di sotto.

El primo scalone sonno e’ piei, e’ qualì significano l’affetto; però che come i piei portano el corpo, cosí l’affetto porta l’anima. E’ piei confitti ti sonno scalone acciò che tu possa giognere al costato, il quale ti manifesta el segreto del cuore. Però che salito in su’ piei de l’affetto, l’anima comincia a gustare l’affetto del cuore, ponendo l’occhio de l’intelletto nel cuore aperto del mio Figliuolo, dove truova consumato e ineffabile amore.

Consumato, dico, ché non v’ama per propria utilitá, però che utilitá a lui non potete fare, però che egli è una cosa con meco. Alora l’anima s’empie d’amore, vedendosi tanto amare. Salito el secondo, giogne al terzo, cioè a la bocca, dove truova la pace della grande guerra che prima aveva avuta per le colpe sue.

Per lo primo scalone, levando e’ piei de l’affetto dalla terra, si spoglia del vizio; nel secondo s’empí d’amore con virtú, e nel terzo gustò la pace.

Si che il ponte ha tre scaloni acciò che, salendo el primo e il secondo, potiate giognere a l’ultimo. Ed è levato in alto si che, correndo l’acqua, non l’offende, però che in lui non fu veleno di peccato.

Questo ponte è levato in alto, e non è separato però dalla terra. Sai quando si levò in alto? Quando fu levato in sul legno della sanctissima croce, non separandosi però la natura divina dalla bassezza della terra della vostra umanità; e però ti dixi che, essendo levato in alto, non era levato dalla terra, perché ella era unita e impastata con essa. Non era veruno che sopra el ponte potesse andare infino che egli non fu levato in alto; e però dixe egli: «Se Io sarò levato in alto, ogni cosa tirarò a me».

Vedendo la mia bontá che in altro modo non potavate essere tratti, manda’ lo perché fusse levato in alto in sul legno della croce, facendone una ancudine dove si fabricasse il figliuolo de l’umana generazione, per tollergli la morte e rivestirlo a la vita della grazia.

E però trasse ogni cosa a sé per questo modo, per dimostrare l’amore ineffabile che v’aveva, perché ’l cuore de l’uomo è sempre tratto per amore. Maggiore amore mostrare non vi poteva che dare la vita per voi. Per forza dunque è tratto da l’amore, se giá l’uomo ignorante non fa resistenzia in non lassarsi trare. Dixe dunque che, essendo levato in alto, ogni cosa trarrebbe a sé; e cosí è la veritá.

E questo s’intende in due modi. L’uno si è che, tratto il cuore de l’uomo per affetto d’amore, come detto t’ho, è tratto con tutte le potenzie de l’anima, cioè la memoria, l’ intelletto e la volontà. Acordate queste tre potenzie e congregate nel nome mio, tutte l’altre operazioni che egli fa, attuali e mentali, sonno traete piacevoli e unite in me per affetto d’amore, perché s’è levato in alto seguitando l’amore crociato. Si che ben dixe veritá la mia Verità dicendo: «Se Io sarò levato in alto ogni cosa trarrò a me», cioè che, tratto il cuore e le potenzie de l’anima, saranno tratte tutte le sue operazioni.

L’altro modo si è perché ogni cosa è creata in servigio dell’uomo. Le cose create sonno fatte perché servano e sovengano a la necessità delle creature; e non la creatura, che ha in sé ragione, è fatta per loro: anco per me, acciò che mi serva con tutto el cuore e con tutto l’affetto suo. Si che vedi che, essendo tratto l’uomo, ogni cosa è tratta, perché ogni cosa è fatta per lui.

Fu dunque di bisogno che ‘l ponte fusse levato in alto, e abbi le scale, acciò che si possa salire con piú agevolezza.


XXVII - Come questo ponte é murato di pietre, le quali significano le vere e reali virtú, e come in sul ponte è una bottiga, dove sì dú el cibo a’ viandanti; e come chi tiene per lo ponte va ad vita, ma chi tiene di sotto per lo fiume, va ad perdizione e ad morte.

— Questo ponte si ha le pietre murate acciò che, venendo la piova, non impedisca l’andatore. Sai quali pietre sonno queste? sonno le pietre delle vere e reali virtú. Le quali pietre non erano murate innanzi alla passione di questo mio Figliuolo, e però erano impediti che neuno poteva giognere al termine suo, quantunque essi andassero per la via delle virtú. Non era ancora diserrato el cielo con la chiave del Sangue, e la piova della giustizia non gli lassava passare.

Ma, poi che le pietre furono fatte e fabricate sopra el Corpo del Verbo del dolce mio Figliuolo (di cui Io t’ho detto che è ponte), egli le mura e intride la calcina, per murarle, col Sangue suo; cioè che ‘l Sangue è intriso con la calcina della Deitá e con la forza e fuoco della caritá.

Con la potenzia mia murate sonno le pietre delle virtú sopra lui medesimo, però che neuna virtú è che nonísia provata in lui, e da lui hanno vita tutte le virtú. E però veruno può avere virtú, che dia vita di grazia, se non da lui, cioè seguitando le vestigie e la dottrina sua. Egli ha maturate le virtú, ed egli l’ha piantate come pietre vive, murate col Sangue suo, acciò che ogni fedele possa andare expeditamente e senza veruno timore servile piova della divina giustizia, perché è ricoperto con misericordia. La quale misericordia discese di cielo nella Incarnazione di questo mio Figliuolo. Con che s’aperse? con la chiave del sangue suo.

Si che vedi che ‘l ponte è murato, ed è ricoperto con la misericordia, e su v’è la bottiga del giardino della sancta Chiesa, la quale tiene e ministra el Pane della vita, e dá bere il Sangue, acciò ch’e’ viandanti peregrini delle mie creature, stanchi, non vengano meno nella via. E per questo ha ordinato la mia caritá che vi sia ministrato el Sangue e ‘l Corpo de l’unigenito mio Figliuolo tutto Dio e tutto uomo.

E passato el ponte, si giogne a la porta, la quale porta è esso ponte, per la quale tutti vi conviene intrare. E però disse Egli: «Io so’ via, veritá e vita. Chi va per me non va per la tenebre, ma per la luce». E in uno altro luogo disse la mia Verità: che neuno poteva venire a me, se non per lui; e cosí è la veritá.

E, se bene ti ricorda, cosí ti dixi e mostrato te l’ho, volendoti fare vedere la via. Unde, se Egli dice che è via, egli è la veritá. E giá te l’ho mostrato che Egli è via in forma d’uno ponte. E dice che è veritá, e cosí è, perciò che Egli è unito con meco che so’ veritá, e chi el séguita va per la veritá. Ed è vita; e chi séguita questa vita riceve la vita della grazia e non può perire di fame, perché la Verità vi s’è facto cibo.

Né può cadere in tenebre, perché Egli è luce, privato della bugia: anco con la veritá confuse e destrusse la bugia del dimonio, la quale elli dixe ad Eva. La quale bugia ruppe la strada del cielo; e la Verità l’ha racconcia e murata col Sangue. Quegli che seguiranno questa via sonno figliuoli della Verità, perché seguitano la Verità, e passano per la porta della Verità, e truovansi in me unito con la porta e via del mio Figliuolo, Verità etterna, mare pacifico. Ma chi non tiene per questa via, tiene di sotto per lo fiume, la quale è via non posta con pietre, ma con acqua. E perché l’acqua non ha ritegno veruno, nessuno vi può andare che non annieghi. Cosí sonno fatti e’ dilecti e gli stati del mondo. E perché l’affetto non è posto sopra la pietra, ma è posto con disordinato amore nelle creature e nelle cose create, amandole e tenendole fuore di me, ed elle sonno fatte come l’acqua che continuamente corre; cosí corre l’uomo come elleno, benché a lui pare che corrano le cose create che egli ama, ed egli è pur elli che continuamente corre verso il termine della morte. Vorrebbe tenere sé, cioè la vita sua e le cose che egli ama, che non corrissero venendoli meno o per la morte che egli lassi loro, o per mia dispensazione che le cose create sieno tolte dinanzi alle creature. Costoro seguitano la bugia tenendo per la via della bugia, e sonno figliuoli del dimonio, el quale è padre delle bugie. E’ perché passano per la porta della bugia, ricevono etterna dannazione.

Si che vedi ch’ Io t’ho mostrata la veritá e mostrata la bugia: cioè la via mia che è veritá e quella del dimonio che è bugia.


XXVIII - Come per ciascuna di queste due strade si va con fadiga, cioè per lo ponte e per lo fiume. E del dilecto che l’anima sente in andare per lo ponte.

— Queste sonno due strade, e per ciascuna si passa con fadiga. Mira quanta è l’ignoranzia e ciechità dell’uomo, che, essendoli fatta la via, vuole tenere per l’acqua. La quale via è di tanto dilecto a coloro che vanno per essa, che ogni amaritudine lo’ diventa dolce e ogni grande peso lo’ diventa leggero. Essendo nella tenebre del corpo, truovano la luce; ed essendo mortali, truovano la vita immortale, gustando per affetto d’amore, col lume della fede, la veritá etterna che promette di dare refrigerio a chi s’affadiga per me, che so’ grato e cognoscenté, e so’ giusto, che a ogniuno rendo giustamente secondo che merita; unde ogni bene è remunerato e ogni colpa punita.

El dilecto che ha colui che va per questa via non sarebbe la lingua tua sufficiente a poterlo narrare, né l’orecchia a poterlo udire, né l’occhio a poterlo vedere; però che in questa vita gusta e participa di quel bene che gli è apparecchiato nella vita durabile. Bene è dunque macto colui che schifa tanto bene, ed elegge innanzi, di gustare in questa vita l’arra de l’inferno, tenendo per la via di sotto, dove va con molte fadighe e senza neuno refrigerio e senza veruno bene; però che per lo peccato loro sonno privati di me che so’ sommo ed etterno Bene.

Bene hai dunque ragione di dolerti, e voglio che tu e gli altri servi miei stiate in continua amaritudine de l’offesa mia compassione de l’ ignoranzia e danno loro, con la quale e ignoranzia m’offendono.

Or hai veduto e udito del ponte come egli sta; e questo ho detto per dichiarare quello ch’ Io ti dissi, che era ponte l’unigenito mio Figliuolo (e cosí vedi che è laveritá), facto per lo modo che Io t’ho detto, cioè unita l’altezza con la bassezza.


XXIX - Come questo ponte, essendo salito al cielo el di de la Ascensione, non si parti però di terra.

— Poi che l’unigenito mio Figliuolo ritornò a me, doppo la resurrexione quaranta di, questo ponte si levò da la terra, cioè dalla conversazione degli uomini, e salse in cielo per la virtú della natura mia divina, e siede da la mano dricta di me, Padre etterno. Si come disse l’angelo a’ discepoli el di de l’Ascensione, stando quasi come morti perché i cuori loro erano levati in alto e saliti in celo con la sapienzia del mio Figliuolo. Disse: «Non state piú qui, ché elli siede da la mano dricta del Padre».

Levato in alto e tornato a me Padre, lo mandai el Maestro, cioè lo Spirito sancto, el quale venne con la potenzia mia e con la sapienzia del mio Figliuolo e con la clemenzia sua, d’esso Spirito sancto. Egli è una cosa con meco Padre e col Figliuolo mio, unde fortificò la via della dottrina che lassò la mia Verità nel mondo; e però, partendosi la presenzia, non si parti la doctrina né le virtú, vere pietre fondate sopra questa doctrina, la quale è la via che v’ha facto questo dolce e glorioso ponte. Prima adoparò Egli, e con le sue operazioni fece la via, dando la doctrina a voi per exemplo piú che per parole: anco prima fece che Egli dicesse.

Questa doctrina certificò la clemenzia dello Spirito sancto, fortificando le menti de’ discepoli a confessare la veritá ed annunziare questa via, cioè la doctrina di Cristo crocifixo, ripren. dendo per mezzo di loro el mondo delle ingiustizie e de’ falsi giudici. Delle quali ingiustizie e giudicio, di socto piú distesamente ti narrarò.

Hocti decto questo acciò che ne le menti di chi ode non potesse cadere veruna tenebre che obfuscasse la mente; cioè che volessero dire che di questo Corpo di Cristo se ne fece ponte per l’unione della natura divina unita con la natura umana. Questo veggo che egli è la veritá. Ma questo ponte si parti da noi salendo in celo. Egli ci era una via che c’insegnava la veritá vedendo l’exemplo e i costumi suoi. Ora che ci è rimaso? e dove truovo la via? Dicotelo, cioè dico a coloro a cui cadesse questa ignoranzia.

La via della doctrina sua, la quale Io t’ho decta, confermata dagli appostoli e dichiarata nel sangue de’ martiri, illuminata con lume de’ doctori e confessata per li confessori, e tractane la carta per li evangelisti, e’ quali stanno tucti come testimoni a confessare la veritá nel corpo mistico della sancta Chiesa. Egli sonno come lucerna posta in sul candelabro, per mostrare la via della veritá, la quale conduce a vita con perfecto lume, come decto t’ho. E come te la dicono? per pruova: perché l’hanno provata in loro medesimi. Si che ogni persona è illuminata in conoscere la veritá, se egli vuole (cioè che egli non si voglia tollere il lume della ragione col proprio disordinato amore). Si che egli è veritá che la doctrina sua è vera, ed è rimasa come navicella a trare l’anima fuore del mare tempestoso e conducerla ad porto di salute.

Si che in prima Io vi feci el ponte del mio Figliuolo, actuale, come decto ho, conversando con gli uomini; e levato el ponte actuale, rimase il ponte e la via della doctrina, come decto è, essendo la doctrina unita con la potenzia mia, con la sapienzia del Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito sancto. Questa potenzia dá virtú di fortezza a chi séguita questa via; la sapienzia gli dá lume che in essa via cognosce la veritá; lo Spirito sancto gli dá amore, el quale consuma e tolle ogni amore proprio sensitivo fuore de l’anima, e solo gli rimane l’amore delle virtú.

Si che in ogni modo, o actuale o per doctrina, Egli è via e veritá e vita. La quale via è il ponte che vi conduce a l’altezza del cielo. Questo volse dire quando Egli dixe: «Io venni dal Padre, e ritorno al Padre, e tornarò ad voi». Cioè a dire: — El Padre mio mi mandò a voi, e hammi facto vostro ponte, acciò che esciate del fiume e potiate giognere a la vita. — Poi dice: «E tornarò a voi. Io non vi lassarò orfani, ma mandarovi el Paraclito». Quasi dicesse la mia Verità: — lo n’andarò al Padre e tornarò; cioè che, venendo lo Spirito sancto, il quale è decto Paraclito, vi mostrarà piú chiaramente e vi confermatà me, via di veritá, cioè la doctrina che Io v’ho data. —

Dixe che tornarebbe, e Egli tornò, perché lo Spirito sancto non venne solo, ma venne con la potenzia di me Padre, con la sapienzia del Figliuolo e con essa clemenzia di Spirito sancto. Vedi dunque che torna: non actuale ma con la virtú, come decto è, fortificando la strada della doctrina; la quale via e strada non può venire meno né essere tolta a colui che la vuole seguitare, perché ella è ferma e stabile e procede da me che non mi muovo.

Adunque virilmente dovete seguitare la via, e senza alcuna nuvila ma col lume della fede, la quale v’è data per principale vestimento nel sancto baptesmo.

Ora t’ho mostrato apieno e dichiarato el ponte actuale e la doctrina, la quale è una cosa insieme col ponte. E ho mostrato a l’ignorante chi gli manifesta questa via che ella è veritá, e dove stanno coloro che la ‘nsegnano; e dixi che erano gli appostoli, evangelisti, martiri e confessori e i sancti doctori, posti nel luogo della sancta Chiesa come lucerna.

E hocti detto e mostrato come, venendo a me, egli tornò a voi, non presenzialmente ma con la virtú, come detto t’ho, cioè venendo lo Spirito sancto sopra e’ discepoli. Però che presenzialmente non tornarà se non ne l’ultimo di del giudicio, quando verrà con la mia maiestà e potenzia divina a giudicare il mondo e a rendere bene a’ buoni e remunerarli delle loro fadighe, l’anima e il corpo insieme, e rendere male di pena etternale a coloro che iniquamente sonno vissuti nel mondo.

Ora ti voglio dire quello che lo veritá ti promissi, cioè di mostrarti quegli che vanno imperfettamente, e quegli che vanno perfettamente, e altri con la grande perfeczione, e ili che modo vanno; e gli iniqui che con le iniquità loro s’aniegano nel fiume, giognendo a’ crociati tormenti.

Ora dico a voi, carissimi figliuoli miei, che voi teniate sopra el ponte e non di sotto, però che quella non è la via della veritá: anco è quella della bugia, dove vanno gl’ iniqui peccatori, de’ quali Io ora ti dirò. Questi sonno quegli peccatori, per li quali lo vi prego che voi mi preghiate e per li quali Io vi richieggio lagrime e sudori acciò che da me ricevano misericordia.


XXX - Come questa anima, maravigliandosi de la misericordia di Dio, raconta molti doni e grazie procedute da essa divina misericordia ad l’umana generazione.

Alora quella anima, quasi come ebbra, non si poteva tenere; ma quasi stando nel cospetto di Dio, diceva: — O etterna misericordia, la quale ricuopri e’ difetti delle tue creature, non mi maraviglio che tu dica di coloro che escono del peccato mortale e tornano a te: «lo non mi ricordarò che tu m’offendessi mai». O misericordia ineffabile, non mi maraviglio che tu dica questo a coloro che escono del peccato, quando tu dici di coloro che ti perseguitano: «Io voglio che mi preghiate per loro, acciò che Io lo’ facci misericordia».

O misericordia la quale esce della Deitá tua, Padre etterno, la quale governa con la tua potenzia tutto quanto el mondo! Nella misericordia tua fummo creati: nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figliuolo. La misericordia tua ci conserva, la misericordia tua fece giocare in sul legno della croce el Figliuolo tuo alle braccia, giocando la morte con la vita e la vita con la morte. E alora la vita sconfisse la morte della colpa nostra, e la morte della colpa tolse la vita corporale allo immaculato Agnello. Chi rimase vinto? la morte. Chi ne fu cagione? la misericordia tua.

La tua misericordia dá vita. Ella dá lume per lo quale si conosce la tua clemenzia in ogni creatura: ne’ giusti e ne’ peccatori. Ne l’altezza del cielo riluce la tuamisericordia, cioè ne’ sancai tuoi. Se io mi vollo a la terra, ella abonda della tua misericordia. Nella tenebre de l’inferno riluce la tua misericordia, non dando tanta pena a’ dannati quanta meritano.

Con la misericordia tua mitighi la giustizia; per misericordia ci hai lavati nel Sangue; per misericordia volesti conversare con le tue creature. O pazzo d’amore! non ti bastò d’incarnare, che anco volesti morire? Non bastò la morte, che anco discendesti a lo ‘nferno traendone i santi padri, per adempire la tua veritá e misericordia in loro? Però che la tua bontá promette bene a coloro che ti servono in veritá. Imperò discendesti a limbo, per trare di pena chi t’aveva servito e rendar lo’ el frutto delle loro fadighe.

La misericordia tua vego che ti costrinse a dare anco piú a l’uomo, cioè lassandoti in cibo, acciò che noi, debili, avessimo conforto, e gl’ignoranti smemorati non perdessero la ricordanza de’ benefizi tuoi. E però el dài ogni di a l’uomo, rapresentandoti nel Sacramento de l’altare nel corpo mistico della sancta Chiesa. Questo chi l’ha facto? la misericordia tua.

O misericordia, el cuore ci s’affoga a pensare di te, ché dovunque io mi vollo a pensare, non truovo altro che misericordia, O Padre etterno, perdona a l’ ignoranzia mia che ho presumpto di favellare innanzi a te; ma l’amore della tua misericordia me ne scusi dinanzi alla benignità tua.


XXXI - De la indignita di quelli che passano per lo fiume, di sotto al ponte decto; e come l’anima, che passa di sotto, Dio la chiama arbore di morte, el quale tiene le radici sue principalmente in quatro vizi.

Poi che quella anima col verbo della parola ebbe un poco dilatato el cuore nella misericordia di Dio, umilemente aspectava che la promessa le fusse actenuta. E ripigliando Dio le sue parole dicea: — Carissima figliuola, tu hai narrato dinanzi da me della misericordia mia, perché Io te la déi a gustare e a vedere nella parola ch’ Io ti dissi, dicendo: «Costoro sonno coloro per li quali Io vi prego che mi preghiate». Ma sappi che, senza veruna comparazione, è piú la misericordia mia verso di voi che tu non vedi, però che ‘l tuo vedere è imperfecto e finito, e la misericordia mia è perfecta e infinita. Si che comparazione non ci si può ponere se non quella che è da la cosa finita a la infinita.

Ho voluto che l’abbi gustata questa misericordia, e anco la dignità de l’uomo (la quale di sopra ti mostrai), acciò che tu meglio conosca la crudeltá e la indegnità degl’ iniqui uomini che tengono per la via di socto. Apre l’occhio de l’intelletto, e mira costoro che volontariamente s’anniegano, e mira in quanta indegnità essi sonno caduti per le colpe loro.

Prima è che essi sonno diventati infermi: e questo si è quando conciepéro el peccato mortale nelle menti loro, poi el parturiscono e perdono la vita della grazia. E come il morto, che veruno sentimento può adoperare, né si muove da se medesimo se non quanto egli è levato da altrui, cosí costoro, che sonno annegati nel fiume de l’amore disordinato del mondo, sonno morti a grazia. E perché egli son morti, la memoria non ritiene il ricordamento della mia misericordia; l’occhio de l’intelletto non vede né cognosce la mia veritá, perché ‘l sentimento è morto, cioè che lo ‘ntellecto non s’ha posto dinanzi altro che sé, con hanlore morto della propria sensualità. E però la volontà ancora è morta a la volontà mia, perché non ama altro che cose morte. Essendo morte queste tre potenzie, tutte l’operazioni sue e actuali e mentali sonno morte quanto che a grazia, e giá non si può difendere da’ nemici suoi, né aitarsi per se medesimo se non quanto è aitato da me.

Bene è vero che ogni volta che questo morto, nel quale è rimaso solo el libero arbitrio, mentre che egli è nel corpo mortale, dimanda l’aiutorio mio, el può avere; ma per sé non potrà mai. Egli è facto incomportabile a se medesimo e, volendo signoreggiare il mondo, egli è signoreggiato da quella cosa che non è, cioè dal peccato. El peccato è non cavelle, ed essi sonno facti servi e schiavi del peccato.

Io gli feci arbori d’amore con vita di grazia, la quale ebbero nel sancto baptesmo; ed essi sonno facti arbori di morte, perché sonno morti, come decto t’ho. Sai dove egli tiene la radice questo arbore? ne l’altezza della superbia, la quale l’amore sensitivo proprio di loro medesimi notrica; el suo merollo è la impazienzia, elsuo figliuolo è la indiscrezione. Questi sonno quattro principali vizi, che uccidono l’anima di colui el quale ti dixi che era arbore di morte, perché non hanno tracta la vita della grazia. Dentro da l’arbore si notrica uno vermine di coscienzia; el quale, mentre che l’uomo vive in peccato mortale, è acciecato dal proprio amore, e però poco el sente.

E’ fructi di questo arbore sonno mortali, perché hanno tracto l’umore dalla radice della superbia; la tapinella anima è piena d’ingratitudine, unde le procede ogni male. E se ella fusse grata de’ benefizi ricevuti, cognoscerebbe me; e cognoscendo me, cognoscerebbe sé; e cosí starebbe nella mia dileczione. Ma ella, come cieca, si va attaccando pur per lo fiume, e non vede che l’acqua non l’aspecta.


XXXII - Come e’ fructi di questo arbore tanto sono diversi quanto sono diversi e’ peccati. E prima del peccato de la carnalitade.

— Tanto sonno diversi e’ fructi di questo arbore che dànno morte, quanto sonno diversi e’ peccati. Alcuni ne vedi che sonno cibo da bestie, e questi sonno quegli che immondamente vivono, facendo del corpo e della mente loro come il porco che s’ involle nel loto: cosí s’ invollono nel loto della carnalità. O anima brucia, dove hai lassata la tua dignità? Tu eri fatta sorella degli angeli, ora se’ fatta animale bruto, in tanta miseria che non tanto che sieno sostenuti da me, che so’ somma purità, ma le dimonia, di cui essi sonno fatti amici e servi, non possono vedere commettere tanta immondizia.

Veruno peccato è che tanto sia abominevole e tanto tolga el lume de l’intelletto, quanto questo. Questo cognobbero e’ filosofi, non per lume di grazia, perché non l’avevano; ma la natura lo’ porgeva quello lume: cioè che questo peccato obfuscava lo ‘ntellecto; e però si conservavano nella continenzia per meglio studiare. E anco le ricchezze le gictavano da loro, acciò che ‘l pensiere delle ricchezze non l’occupasse il cuore. Non fa cosí lo ignorante falso cristiano, el quale ha perduta la grazia per la colpa sua.


XXXIII - Come el frutto d’alcuni altri è l’avarizia. E de’ mali che procedono da essa.

— Alcuni altri el frutto loro è di terra. Questi sonno e’ cupidi avari, e’ quali fanno come la talpa che sempre si notrica della terra infino a la morte; e gionti a la morte non hanno rimedio. Costoro con l’avarizia loro spregiano la mia larghezza, vendendo el tempo al proximo loro. Questi sonno gli usurai che diventano crudeli e robbatori del proximo, perché nella memoria loro non hanno el ricordamento della mia misericordia. Ché se essi l’ avesheroavuto, non sarebbero crudeli né verso di loro né verso del o’ anco usarebbero pietà e misericordia a se medesimi, operando le virtú, ‘e al proximo, sovenendolo caritativamente. Oh quanti sonno e’ mali che per questo maladecto peccato vengono! Quanti omicidii e furti e rapine, con molti guadagni inliciti e crudeltá di morte e ingiustizia del proximo. Uccide l’anima e falla diventare schiava delle ricchezze, unde non si cura d’observare i comandamenti miei. Costui non ama persona se non per propria utilitá.

Questo vizio procede da la superbia e notrica la superbia. L’uno procede da l’altro, perché porta sempre seco la propria reputazione, si che subbito giogne ne l’altro vizio, e cosí va di male in peggio per la miserabile superbia, la quale è piena di pareri, ed è uno fuoco che sempre germina fummo di vanagloria e di vanità. di cuore, gloriandosi di quello che non è loro; ed è una radice che ha molti rami. El principale è la propria reputazione, unde esce il volere essere maggiore che ‘l proximo suo, e parturisce il cuore fitto e none schietto né liberale, ma doppio che mostra una in lingua e un’altra ha in cuore; e occulta la veritá, e dice la bugia per utilitá sua propria; e germina una invidia, la quale è uno vermine che sempre rode e non gli lassa avere bene del suo bene proprio né de l’ altrui.

Come daranno questi iniqui, posti in tanta miseria, della sustanzia loro a’ povarelli, quando essi tolgono l’altrui? Come traranno la immonda anima della immondizia, quando essi ve la mettono? che alcuna volta sonno tanto animali che le figliuole e i congionti loro non riguardano, ma con essi caggiono in molta miseria. E nondimeno la mia misericordia gli sostiene, e non comando a la terra che gl’inghiottisca, acciò che si ravegano delle colpe loro. Come dunque daranno la vita per la salute de l’anime, quando non dànno la substanzia? come daranno la dileczione, quando essi si rodono per invidia?

Oh miserabili vizi, e’ quali aterrano il cielo de l’anima! «Cielo» la chiamo, perch’ lo la feci cielo, dove lo abitavo per grazia celandomi dentro da lei, e facendo mansione per affetto d’amore. Ora .s’è partita da me si come adultera, amando sé e le creature e le cose create piú che me: anco di sé s’ha facto Dio, e me perseguita con molti e diversi peccati. E tutto questo fa perché non ripensa el benefizio del Sangue sparto con tanto fuoco d’amore.


XXXIV - Come d’alcuni altri, e’ quali tengono stato di signoria, el loro fructo è ingiustizia.

— Altri sonno e’ quali tengono el capo alto per signoria; nella quale signoria portano la ‘nsegna della ingiustizia, ingiustizia adoperando verso di me, Dio, e del proximo, e ingiustizia verso di loro. Verso di loro non si rendono el debito della virtú, e inverso di me non mi rendono el debito de l’onore, rendendo loda e gloria al nome mio, el quale sonno tenuti di rendere. Anco, come ladri, furano quello che è mio e dannolo a la serva della propria sensualità, si che commette ingiustizia verso di me e verso di sé, come aciecato e ignorante, non cognoscendo me in sé. Tutto è per l’amore proprio, si come fecero e’ giuderi e ministri della Legge, che per la invidia e amore proprio s’accecarono, e però non cognobbero la veritá de l’unigenito mio Figliuolo; e però non rendevano il debito di cognoscere vita etterna che era fra loro, come dixe la mia Verità dicendo: «El regno di Dio è tra voi». Ma essi nol cognoscevano: perché? però che, per lo modo detto, aveano perduto el lume della ragione, e per questo modo non rendevano il debito di rendere onore e gloria a me e a lui che era una cosa con meco; e però, come ciechi, commissero la ingiustizia, perseguitandolo con molti obrobri infino a la morte della croce.

Cosí questi cotali rendono ingiustizia a loro e a me, e anco al proximo loro, ingiustamente rivendendo le carni de’ subditi loro e di qualunque altra persona a mano lo’ viene.


XXXV - Come per questi e per altri defecti si cade nel falso giudicio. E de la indignità ne la quale perciò si viene.

— E per questo e altri difecti caggiono nel falso giudicio, si come di sotto ti distendarò. Sempre si scandalizzano nelle mie operazioni, le quali tucte sonno giuste e in veritá tucte facte per amore e misericordia.

Con questo falso giudicio, col veleno della invidia e della superbia erano calunniate e giudicate ingiustamente l’operazioni del mio Figliuolo, con false bugie dicendo: «Costui el fa in virtú di Belzebub». Cosí costoro, iniqui, posti ne l’amore proprio, nella immondizia, nella superbia, ne l’avarizia, in una invidia, fondati nella perversa indiscrezione, con una impazienzia e con molti altri mali che si commettono, sempre si scandalizzano in me e ne’ servi miei, giudicando che fictivamente aduoparino la virtú. Perché ‘l cuore loro è fracido e hanno guasto el gusto, però le cose buone lo’ paiono gactive, e le gactive, cioè el disordinato vivere, lo’ pare buono.

O ciechità umana, che non guardi la tua dignità! ché di grande se’ facto piccolo, di signore se’ facto servo della piú vile signoria che possa avere, però che tu se’ facto servo e schiavo del peccato, e tale diventi quale è quella cosa che tu servi. El peccato non è tavelle: adunque tu se’ tornato non tavelle. Hassi tolta la vita e data la morte.

Questa vita e questa signoria vi fu data per lo Verbo unigenito mio Figliuolo e glorioso ponte; essendo servi del dimonio, vi trasse della servitudine sua; feci luiservo per tollervi la servitudine, e posili l’obbedienzia per consumare la disobbedienzia d’Adam, umiliandosi esso a l’obbrobriosa morte della croce per confondere la superbia. Tutti e’ vizi destruxe con la morte sua acciò che neuno potesse dire: — Il cotale vizio rimase che non fusse punito e fabricato con pene, — si come ti dixi di sopra, dicendo che del corpo suo aveva facto ancudine. Tutti e’ rimedi sonno posti per camparli della morte etternale, ed essi spregiano il Sangue e hannolo conculcato co’ piei del disordinato affecto.

E questa è la ingiustizia e il falso giudicio de’ quali è ripreso el mondo e sarà ripreso ne l’ultimo di del giudicio. E questo volse dire la mia Verità quando dixe: «Io mandarò el Paraclito che riprendarà el mondo della ingiustizia e del falso giudicio». Alora fu ripreso quando mandai lo Spirito sancto sopra gli appostoli.


XXXVI - Qui parla sopra quella parola che dixe Cristo quando dixe: «Io mandarò el Paraclito che riprendere el mondo de la ingiustizia e del falso giudicio». E qui dice come una di queste reprensioni è continua.

— Tre riprensioni sonno: l’una fu data quando lo Spirito sancto venne sopra e’ discepoli, come detto è; e’ quali, fortificati dalla potenzia mia, illuminati dalla sapienzia del Figliuolo mio diletto, tutto ricevettero nella plenitudine dello Spirito sancto. Alora lo Spirito sancto, che è una cosa con meco e col Figliuolo mio, riprendeste il mondo per la bocca de’ discepoli con la doctrina della mia Verità. Eglino e tutti gli altri che sonno discesi da loro seguitando la veritá, la quale intesero per mezzo di loro, riprendono el mondo. Questa è quella continua riprensione che Io fo al mondo col mezzo della sancta Scriptura e de’ servi miei, ponendosi lo Spirito sancto nelle lingue loro anunziando la mia veritá; si come el dimonio si pone in su la lingua de’ servi suoi, cioè di coloro che passano per lo fiume iniquamente.

Questa è quella dolce reprensione posta continua, per lo modo detto, per grandissimo affecto d’amore che Io ho a la salute de l’anime. E non possono dire: — Io non ebbi chi mi riprendesse; — però che giá l’è mostrata la veritá, mostrando lo’ el vizio e la virtú, e facto lo’ vedere il frutto della virtú e il danno del vizio, per dar lo’ amore e timore sancto con odio del vizio e amore della virtú. E giá non l’è stata mostrata questa doctrina e veritá per angelo, acciò che non possano dire: — L’angelo è spirito beato e non può offendere, e non sente le molestie della carne come noi, né la gravezza del corpo nostro. — Questo l’è tolto, che nol possono dire; perché ella è stata data dalla mia Verità, Verbo incarnato con la carne vostra mortale.

Chi sonno stati gli altri che hanno seguitato questo Verbo? Creature mortali e passibili come voi, con la impugnazione della carne contra lo spirito, si come ebbe il glorioso Pavolo mio banditore; e cosí di molti altri sancoi e’ quali, chi da una cosa e chi da un’altra, sonno stati passionati. Le quali passioni lo permettevo e permetto per acrescimento di grazia e per aumentare la virtú ne l’anime loro: e cosí nacquero di peccato come voi, e notricati d’uno medesimo cibo; e cosí so’ lo Dio ora come alora; non è infermata né può infermare la mia potenzia. Si che Io posso sovenire e voglio, e so sovenire a chi vuole essere sovenuto da me. Alora vuole essere sovenuto da me, quando esce del fiume e va per lo ponte seguitando la doctrina della mia Verità.

Si che non hanno scusa però che sonno ripresi, ed è llo’ mostrata la verita continuamente. Unde, se essi non si correggeranno mentre che essi hanno ci tempo, saranno condennati nella seconda reprensione, la quale si farà ne l’ultima extremità della morte, dove grida la mia giustizia dicendo: «Surgite, mortui; venite ad iudicium»; cioè: tu che se’ morto a grazia e morto giogni a la morte corporale, lévati su, e viene dinanzi al sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudicio tuo e col lume spento della fede. El quale lume traesti acceso del sancto baptesmo, e tu lo spegnesti col vento della superbia e vanità del cuore, del quale facevi vela a’ venti che erano contrari a la salute tua; e’l vento della propria reputazione notricavi con la vela de l’amore proprio. Unde corrivi per lo fiume delle delizie e stati del mondo con la propria volontà, seguitando la fragile carne e le molestie e temptazioni del dimonio. Il quale dimonio con la vela della tua propria volontà t’ha menato per la via di socto, la quale è uno fiume corrente; unde t’ha condocto con lui insieme a l’etterna dannazione.


XXXVII - De la seconda reprensione, ne la quale si riprende de la ingiustizia e del falso giudicio in generale e in particulare.

— Questa seconda reprensione, carissima figliuola, è in facto, perché è gionto a l’ultimo dove non può avere rimedio, perché s’è condocto a la extremità della morte, dove il vermine della coscienzia (del quale Io ti dixi che era aciecato per lo proprio amore che egli aveva di sé), ora, nel tempo della morte, perché vede sé non potere escire delle mie mani, questo vermine comincia a vedere, e però rode con reprensione se medesimo, vedendo che per suo difecto è condocto in tanto male. Se essa anima avesse lume che cognoscesse, e dolessesi della colpa sua non per la pena de l’inferno che ne le séguita, ma per me che m’ha offeso che so’ somma ed etterna bontá, anco trovarebbe misericordia. Ma se passa el ponto della morte senza lume, e solo col vermine della coscienzia, e senza la speranza del Sangue; o con propria passione, dolendosi del danno suo piú che de l’offesa mia; egli giogne a l’etterna dannazione.

E alora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso della ingiustizia e del falso giudicio. E non tanto della ingiustizia e giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente in tucte le sue operazioni; ma molto maggiormente sarà ripreso della ingiustizia e giudicio particulare, il quale ha usato ne l’ultimo, cioè d’avere posta, giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché non ha voluto, spregiando, la mia misericordia; però che piú m’è grave questo che tucti gli altri peccati che egli ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque piú e fu piú grave al moi Figliuolo che non fu el tradimento che egli gli fece. Si che sonno ripresi di questo falso giudicio: d’avere posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia, e però sonno puniti con le dimonia e crociati etternalmente con loro.

E sonno ripresi della ingiustizia: e questo è quando si dogliono piú del danno loro che de l’offesa mia. Alora commectono ingiustizia, perché non rendono a me quello che è mio ed a loro quello che è loro: a me debbono rendere amore e amaritudine con la contrizione del cuore, e offerirla dinanzi a me per l’offesa che m’hanno facta; ed egli fanno el contrario, ché dànno a loro amore compassionevole di loro medesimi e dolore della pena che per la colpa loro aspectano. Si che vedi che commectono ingiustizia, e però sonno puniti dell’uno e de l’altro insieme, avendo essi dispregiata la misericordia mia. E lo, con giustizia, gli mando insieme con la serva loro crudele della sensualità, col crudele tiranno del dimonio, di cui si fecero servi col mezzo d’essa serva della propria sensualità loro, ché insieme siano puniti e tormentati, come insieme m’hanno offeso. Tormentati, dico, da’ miei ministri dimoni, e’ quali ha messi la mia giustizia a rendere tormento a chi ha facto male.


XXXVIII - Di quattro principali tormenti de’ danpnati; a’ quali seguitano tucti gli altri e in singularita della ladiezza del demonio.

— Figliuola, la lingua non è sufficiente a narrare la pena di queste tapinelle anime. Come sono tre principali vizi, cioè l’amore proprio di sé; unde esce il secondo, cioè la propria reputazione; e da la reputazione procede il terzo, cioè la superbia, con falsa ingiustizia e crudeltá e con altri immondi e iniqui peccati che doppo questi seguitano: cosí ti dico che ne lo ‘nferno egli hanno quattro tormenti principali, a’ quali seguitano tucti gli altri tormenti.

El primo si è che si vegono privati della mia visione; el quale l’è tanta pena che, se possibile lo’ fusse, eleggerebbero piuttosto el fuoco e i crociati tormenti e vedere me che stare fuore delle pene e non vedermi. Questa pena lo’ rinfresca la seconda del vermine della coscienzia, el quale sempre rode, vedendosi privato di me e della conversazione degli angeli per loro difetto, e fattisi degni della conversazione delle dimonia e visione loro. El quale vedere del dimonio (che è la terza pena) gli raddoppia ogni sua fadiga.

Unde, come nella visione di me e’ sancti sempre exultano, rinfrescandosi con allegrezza il frutto delle loro fadighe che essi hanno portate per me, con tanta abondanza d’amore e dispiacimento di loro medesimi; cosí, in contrario, questi tapinelli si rinfrescano ne’ tormenti nella visione delle dimonia, però che nel vedere loro cognoscono piú sé, cioè cognoscono che per loro difetto se ne sonno fatti degni. E per questo modo il vermine piú rode, e non ristà mai el fuoco di questa coscienzia d’ardere.

Ancora l’è piú pena, perché’l vegono nella propria figura sua, la quale è tanto orribile che non è cuore d’uomo che ‘l potesse imaginare. E, se ben ti ricorda, sai che, mostrandolo a te nella forma sua in piccolo spazio di tempo (che sai che quasi fu uno punto), tu eleggevi, poi che tornasti a te, prima di volere andare per una strada di fuoco, se dovesse durare infino a l’ultimo di del giudicio, e andare sopra esso, innanzi che vederlo piú. Con tutto questo che tu vedesti, arco non sai bene quanto egli è orribile; però che si mostra, per divina giustizia, piú orribile ne l’anima che è privata di me, e piú e meno secondo la gravezza delle colpe loro.

El quarto tormento si è il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, però che l’anima non si può consumare l’essere suo; e non è cosa materiale, la quale materia el fuoco la consumasse, però che ella è incorporea. Ma Io per divina giustizia ho permesso che’l fuoco gli arda aliggitivamente, che gli affligge e non gli consuma. E afliiggeli e ardeli con grandissime pene, in diversi modi, secondo la diversità de’ peccati; chi piú e chi meno, secondo la gravezza della colpa.

Sopra questi quattro tormenti escono tutti quanti gli altri: con freddo e caldo e stridore di denti. Or cosí miserabilemente, doppo la riprensione che lo’ fu fatta del giudicio e della ingiustizia nella vita loro, e non si corressero in questa prima riprensione, come detto è di sopra; e nella seconda, cioè nella morte, non volsero sperare né dolersi de l’offesa mia ma si della pena loro; hanno ricevuto morte etterna.


XXXIX - De la terza reprensione, la quale si farà nel di del giudicio.

— Ora ti resto a dire della terza riprensione, cioè de l’ultimo di del giudicio. Già t’ho detto delle due: ora, acciò che tu vegga bene quanto l’uomo s’inganna, ti dirò della terza, cioè del giudicio generale, nel quale a l’anima tapinella sarà rinfrescata e cresciuta la pena, per l’unione che l’anima farà col corpo, con una riprensione intollerabile, la quale le genererà confusione e vergogna.

Sappi che ne l’ultimo di del giudicio, quando verrà il Verbo mio Figliuolo con la divina mia Maiestà a riprendere il mondo con la potenzia divina, egli non verrà come povarello, si come quando egli nacque venendo nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli animali, e poi morendo in mezzo fra due ladroni. Alora lo nascosi la potenzia mia in lui, lassandolo sostenere pene e tormenti come uomo: non che la natura mia divina fusse però separata da la natura umana; ma lassa’ lo patire come uomo per satisfare a le colpe vostre.

Non verrà cosí ora in questo ultimo punto; ma verrà con potenzia a riprendere egli con la propria persona. E non sarà alcuna creatura che non riceva tremore, e renderà a ogniuno il debito suo.

A’ dannati miserabili lo’ darà tanto tormento l’àspecto suo e tanto terrore che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo; a’ giusti darà timore di reverenzia con grande giocondità. Non che egli si muti la faccia sua, però che egli è immutabile, perché è una cosa con meco, secondo la natura divina. E secondo la natura umana, la faccia sua anco è immutabile, poi che prese la gloria della resurrexione. Ma a l’occhio del dannato se gli mostrarrà cotale, però che, con quello occhio terribile e obscuro che egli ha in se medesimo, con quello el vedrà. Si come l’occhio infermo che del sole, che è cosí lucido, non vede altro che tenebre; e l’occhio sano vede la luce. E questo non è per difecto della luce che si muti piú al cieco che a l’alluminato, ma è per difecto de l’occhio che è infermo. Cosí e’ dannati el veggono in tenebre, in confusione e in odio, non per difecto della divina mia Maiestà con la quale egli verrà a giudicare il mondo, ma per difecto loro.


XL - Come i dannati non possono desiderare alcuno bene.

— Egli è tanto l’odio che essi hanno, che non possono volere né desiderare veruno bene, ma sempre mi bastemmiano. E sai perché eglino non possono desiderare il bene? però che, finita la vita dell’uomo, è legato el libero arbitrio; per la qual cosa non possono meritare, perduto che essi hanno el tempo.

Se eglino finiscono in odio con la colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta legata l’anima col legame de l’odio e sempre sta obstinata in quel male che ella ha, rodendosi in se medesima, e accrescele sempre pene, e spezialmente delle pene d’alcuni in particolare de’ quali ella fosse stata cagione della dannazione loro. Si come vi dimostrò quello ricco dannato quando chiedeva di grazia che Lazzaro andasse a’ suoi frategli, e’ quali erano rimasi nel mondo, ad anunziare le pene sue. Questo giá non faceva per caritá né per compassione de’ frategli, però che egli era privato della caritá e non poteva desiderare bene né in onore di me né in salute loro; perché giá t’ho decto che non possono fare alcuno bene nel proximo e me bastemmiano, perché la vita loro fini ne l’odio di me e della virtú. Ma perché dunque il faceva? però che egli era stato el maggiore e avevali notricati nelle miserie nelle quali egli era vissuto, si che egli era cagione della dannazione loro. Per la quale cagione se ne vedeva seguitare pena, giognendo eglino al crociato tormento, con lui insieme, dove sempre in odio si rodono, perché ne l’odio fini la vita loro.


XLI - De la gloria de’ beati.

— Cosí l’anima giusta, che finisce in affetto di caritá e legata in amore, non può crescere in virtú venuto meno el tempo, ma può sempre amare con quella dileczione che egli viene a me; e con quella misura gli è misurato. Sempre desidera me, e sempre m’ha; unde il ‘suo desiderio non è votio, ma avendo fame è saziato; e saziato si ha fame; e dilonga è il fastidio dalla sazietà, e dilonga è la pena dalla fame.

Ne l’amore godono ne l’etterna mia visione, participandó quel bene che lo ho in me medesimo, ognuno secondo la misura sua; cioè con quella misura de l’amore che essi sono venuti a me, con quella l’è misurato, perché sonno stati nella caritá mia e in quella del proximo, e uniti insieme con la caritá comune e con la particolare che esce pure d’una medesima caritá.

Godono ed exultano participando l’uno el bene de l’altro con l’affetto della carità, oltre al bene universale che essi hanno tutti insieme. E con la natura angelica godono ed exultano, co’ quali e’ sancti sonno collocati, secondo le diverse e varie virtú le quali principalmente ebbero nel mondo, essendo legati tutti nel legame della caritá. Hanno una singulare participazione con coloro co’ quali strettamente d’amore singulare s’amavano nel mondo. Col quale amore crescevano in grazia aumentando la virtú. L’uno era cagione a l’altro di manifestare la gloria e loda del nome mio in loro e nel proximo. Si che poi nella vita durabile non l’hanno perduto; anco l’hanno, participando strettamente e con piú abondanzia l’uno con l’altro, aggiontolo a l’universale bene.

E non vorrei però che tu credessi che questo bene particulare, il quale Io t’ho detto che egli hanno, l’avessero solo per loro, però che non è cosí; ma è participato da tueti quanti e’ gustatori cittadini e diletti miei figliuoli e da tutta la natura angelica. Unde, quando l’anima giogne a vita etterna, tutti participano el bene di quella anima, e l’anima del bene loro. Non che ‘l vasello suo né il loro possa crescere, né che abbi bisogno d’empirsi, però che egli è pieno e però non può crescere; ma hanno una exultazione, una giocundità, uno giubilo, una allegrezza, la quale si rinfresca in loro per lo cognoscimento il quale hanno trovato in quella anima. Vegono che per mia misericordia ella è levata dalla terra con la plenitudine della grazia, e cosí exultano in me nel bene di quella anima el quale ha ricevuto per la mia bontá.

E quella anima gode in me e ne l’anime e negli spiriti beati, vedendo in loro e gustando la bellezza e dolcezza della mia caritá. E’ loro desidèri sempre gridano dinanzi a me per la salvazione di tutto quanto el mondo. Perché la vita loro fini nella caritá del proximo, non l’hanno lassata; anco con essa passarono per la porta de l’unigenito mio Figliuolo per lo modo che lo di sotto ti contiarò. Si che vedi che con quello legame de l’amore in che fini la vita loro, con quello permangono; e dura sempre etternalmente.

Essi sonno tanto conformati con la mia volontà che essi non possono volere se non quello ch’ Io voglio; perché l’arbitrio loro è legato nel legame della caritá per si facto modo che, venendo meno el tempo a la creatura che ha in sé ragione, morendo in stato di grazia, non può piú peccare. E in tanto è unita la sua volontà con la mia che, vedendo il padre o la madre il figliuolo ne l’inferno, o il figliuolo la madre, non se ne curano; anco sonno contenti di vederli puniti come nemici miei. In neuna cosa si scordano da me: e’ desidèri loro sonno pieni.

El desiderio de’ beati è di vedere l’ onore mio in voi viandanti, e’ quali sète peregrini che sempre corrite verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore desiderano la salute vostra, e però sempre mi pregano per voi. El quale desiderio è adempito da me da la parte mia, colà dove voi ignoranti non ricalcitraste a la mia misericordia. Hanno desiderio ancora di riavere la dota del corpo loro; e questo desiderio non gli affligge non avendolo attualmente, ma godono gustando per certezza che egli hanno d’avere il loro desiderio pieno; non gli affligge però che non avendolo non lo’ manca beatitudine, e però non lo’ dá pena.

E non ti pensare che la beatitudine del corpo doppo la resurrexione dia piú beatitudine a l’anima. Ché se questo fusse, seguitarebbe che infine che non avessero il corpo avarebbero beatitudine imperfetta; la qual cosa non può essere, però che in loro non manca alcuna perfeczione. Si che non è il corpo che dia beatitudine a l’anima, ma l’anima darà beatitudine al corpo: darà de l’ abondanzia sua, rivestita ne l’ultimo di del giudicio del vestimento della propria carne la quale lassò.

Come l’anima è fatta immortale, fermata e stabilita in me; cosí el corpo in quella unione diventa immortale, perduta la gravezza e facto sottile e leggiero. Unde sappi che ‘l corpo glorificato passarebbe per lo mezzo del muro. Né il fuoco né l’acqua non l’offendarebbe, non per virtú sua ma per virtú de l’anima. La quale virtú è mia, data a lei per grazia e per amore ineffabile col quale lo la creai a la imagine e similitudine mia. L’occhio de l’intelletto tuo non è sufficiente a vedere, né l’orecchia a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare il bene loro.

Oh quanto diletto hanno in vedere me che so’ ogni bene i oh quanto diletto avaranno essendo col corpo glorificato! El quale bene ora non avendo, di qui al giudicio generale non hanno pena, perché non lo’ manca beatitudine, però che l’anima è piena in sé. La quale beatitudine participarà col corpo, come detto t’ho. Dicevoti del bene che avarebbe il corpo glorificato ne l’umanità glorificata de l’unigenito mio Figliuolo, la quale vi dá certezza della vostra resurrexione. Ine exultano nelle piaghe sue, le quali sonno rimase fresche, riservate le cicatrici nel corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia per voi a me sommo ed etterno Padre. Tutti si conformaranno con lui in gaudio e in giocundità; occhio con occhio e mano con mano e con tutto quanto el corpo del dolce Verbo mio Figliuolo tutti vi conformarete. Stando in me, starete in lui, perch’egli è una cosa con meco. Ma l’occhio del corpo vostro, come detto t’ho, si dilectarà ne l’umanità glorificata del Verbo unigenito mio Figliuolo. Questo perché? però che la vita loro fini nella dileczione della mia carità, e però lo’ dura etternalmente.

Non che possano adoperare alcuno bene, ma godonsi quel che essi hanno portato, cioè che non possono fare veruno atto meritorio per lo quale essi possano meritare. Però che solo in questa vita si merita e pecca, secondo che piace a la propria volontà col libero arbitrio. Costoro none aspectano con timore il divino giudicio, ma con allegrezza. E non lo’ parrà, la faccia del Figliuolo mio, terribile né piena d’odio, perché e’ sonno finiti in caritá e in dileczione di me e benivolenzia del proximo. Si che vedi che la mutazione della faccia non sarà in lui quando verrà a giudicare con la Maiestà mia, ma in coloro che saranno giudicati da lui. A’ dannati aparrà con odio e con giustizia; ne’ salvati con amore e misericordia.


XLII - Come doppo el giudicio generale crescerá la pena de’ dannati.

Hotti narrato della dignità de’ giusti, acciò che meglio cognosca la miseria de’ dannati. E questa è l’altra pena loro: vedere la beatitudine de’ giusti. La quale visione è a loro acrescimento di pena, come a’ giusti la dannazione de’ dannati è acrescimento d’exultazione della mia bontá, perché meglio si cognosce la luce per la tenebre, e la tenebre per la luce. Si che lo’ sarà pena la visione de’ beati e con pena aspectano l’ultimo di del giudicio, perché se ne vegono seguitare acrescimento di pena.

E cosí sarà; però che in quella voce terribile quando sarà detto a loro: «Surgite, mortui; venite ad iudicium», tornarà l’anima col corpo. E ne’ giusti sarà glorificato, e ne’ dannati sarà crociato etternalmente. E grande vergogna e rimproverio ricevaranno ne l’aspetto della mia Verità e di tutti e’ beati. El vermine della coscienzia alora rodarà il mirollo de l’arbore, cioè l’anima, e la corteccia di fuore, cioè il corpo.

Rimprovarato lo’ sarà el Sangue che per loro fu pagato, e l’uòpare della misericordia, le quali lo feci a loro col mezzo del mio Figliuolo, spirituali e temporali, e quello che essi dovevano fare nel proximo loro, si come si contiene nel sancto Evangelio. Ripresi saranno della crudeltá che essi hanno avuta verso el proximo, della superbia e de l’amore proprio, della immondizia e avarizia loro.

Vedendo la misericordia che da me hanno ricevuta, rinfrescarà duramente la loro riprensione. Nel ponto della morte la riceve solamente l’anima; ma nel giudiciogenerale la riceverà insiememente l’anima e’l corpo, perché’l corpo è stato compagno e strumento de l’anima a fare il bene e il male, secondo che è piaciuto a la propria volontà.

Ogni operazione buona e gactiva è facta col mezzo del corpo; e però giustamente, figliuola mia, è renduto a’ miei eletti gloria e bene infinito col corpo loro glorificato, remunerandoli delle loro fadighe che per me insiememente con l’anima portò. E cosí agl’ iniqui sarà renduta pena etternale col mezzo del corpo loro, perché fu strumento del male.

Rinfrescarasse lo’ la pena e cresciarà, riavendo el corpo loro, ne l’aspetto del mio Figliuolo. La miserabile sensualità con la immondizia sua riceverà riprensione in vedere la natura sua, cioè l’umanità di Cristo, unita cole la purità della Deitá mia; vedendo levata questa massa d’Adam, natura vostra, sopra tucti e’ cori degli angeli, ed essi per loro difecti si veggono profondati nel profondo de l’inferno.

E vegono la larghezza e la misericordia relucere ne’ beati, ricevendo el fructo del sangue de l’Agnello; e vegono le pene che essi hanno portate, che tucte stanno per adornamento ne’ corpi loro, si come la fregiatura sopra del panno, non per virtú del corpo, ma solo per la plenitudine de l’anima; la quale representa al corpo el fructo della fadiga, perché fu compagno con lei ad adoperare la virtú, si che apparisce di fuore. Si come rapresenta lo specchio la faccia dell’uomo, cosí nel corpo si rapresenta el fructo delle fadighe, per lo modo che decto t’ho. Vedendo e’ tenebrosi tanta dignità della quale essi sono privati, lo’ cresce la pena e la confusione, perché ne’ corpi loro appa. Risce il segno delle iniquità, le quali commissero, con pena e crociato tormento. Unde in quella parola che essi udiranno terribile: «Andate maladecti nel fuoco etternale», egli andarà l’anima e ‘l corpo a conversare con le dimonia senza alcuno rimedio di speranza, aviluppandosi con tucta la puzza della terra, ogniuno per sé in diverso modo, si come diverse sonno state le loro male operazioni: l’avaro con la puzza de l’avarizia, aviluppandosi insieme la substanzia del mondo e ardendo nel fuoco (la quale egli disordinatamente amò); el crudele con la crudeltá; lo immondo con la immondizia e miserabile concupiscenzia; lo ingiusto con le sue ingiustizie; lo invidioso con la invidia; e l’odio e rancore del proximo con l’odio. El disordinato amore proprio di loro, unde nacquero tucti e’ loro mali, ardarà e darà pena intollerabile, si come capo e principio d’ogni male, acompagnato dalla superbia. Sí che tucti in diversi modi saranno puniti, l’anima e’l corpo insieme.

Or cosí miserabilmente giongono al fine loro questi che vanno per la via di socto, giú per lo fiume, non vollendosi a dietro a ricognoscere le colpe sue, né a dimandare la misericordia, sí come Io di sopra ti dixi. E giongono a la porta della bugia perché seguitano la doctrina del dimonio, el quale è padre delle bugie. Ed esso dimonio è porta loro, e per questa porta giongono a l’etterna dannazione, come detto è di sopra. Si come gli electi figliuoli miei, tenendo per la via di sopra, cioè del ponte, seguitano e tengono per la via della veritá, ed essa veritá è porta.

E però disse la mia Verità: «Neuno pub andare al Padre mio se non per me». Egli è la porta e la via, unde passano, a intrare in me, mare pacifico.

E cosí, in contrario, costoro sonno tenuti per la bugia, la quale lo’ dá acqua morta. E ad questo vi chiama el dimonio, ciechi e macti che non se n’avegono perché hanno perduto el lume della fede. Quasi lo’ dica el dimonio: «Chi ha sete de l’acqua morta venga a me, ché io ne gli darò».


XLIII - De la utilita de le temptazioni, e come ogni anima ne la extremita de la morte vede e gusta el luogo suo, prima che essa anima sia separata dal corpo, cioè o pena o gloria che debba ricevere.

— Egli è facto giustiziere mio dalla mia giustizia per tormentare l’anime che miserabilmente hanno offeso me. E in questa vita gli ho posti a temptare molestando le mie creature; non perché le mie creature siano vente, ma perché esse vencano e ricevano da me la gloria della victoria, provando in loro le virtú.

E neuno in questo debba temere per veruna bactaglia né temptazione di dimonio che lo’ venga, però che lo gli ho facti forti, e dato lo’ la fortezza della volontà, fortificata nel sangue del mio Figliuolo. La quale volontà né dimonio né creatura ve la può mutare, però che ella è vostra e data da me.

Voi dunque col libero arbitrio la potete tenere e lassare, secondo che vi piace. Ella è Tarme la quale voi ponete nelle mani del dimonio, e drictamente è uno coltello col quale egli vi percuote e con esso v’ucide. Ma se l’uomo non dá questo coltello della volontà sua nelle mani del dimonio, cioè che egli consenta a le temptazioni e molestie sue, giamai non sarà offeso di colpa di peccato per veruna temptazione. Anco el fortifica colà dove egli apra l’occhio de l’intellecto a vedere la carità mia. La quale caritá permecte che siate temptati solo per farvi venire a virtú e a provare la virtú.

A virtú non si viene se non per lo cognoscimento di se medesimo e per cognoscimento di me. El quale cognoscimento piú perfettamente s’acquista nel tempo della temptazione: Perché alora cognosce sé non essere, non potendosi levare le pene e le molestie le quali vorrebbe fuggire; e me cognosce nella volontà (la quale è fortificata per la bontá mia) che non consente a esse cogitazioni: e perché ha veduto che la mia caritá le concede perché ‘l dimonio è infermo e per sé non può tavelle se non quanto Io gli do; e Io el permetto per amore e non per odio, perché vènciate e non siate venti, e perché veniate ad perfetto cognoscimento di voi e di me, e acciò che la virtú sia provata, però che ella non si pruova se non per lo suo contrario.

Dunque vedi che sonno miei ministri a crociare i dannati ne l’inferno, e in questa vita ad exercitare e provare la virtú ne l’anima. Non che la intenzione del dimonio sia per farli provare in virtú, perché egli non ha carità, ma per privarli de la virtú, e questo non può fare se voi non volete.

Or vedi quanta è la stoltizia de l’uomo, che si fa debile colà dove Io l’ho facto forte, ed esso medesimo si mette nelle mani delle dimonia. Unde Io voglio che tu sappi che nel punto della morte, essendo entrati nella vita loro sotto la signoria del dimonio (none sforzati, però che non possono essere sforzati come detto t’ho, ma volontariamente si sonno messi nelle mani loro), giognendo poi a l’extremità della morte con questa perversa signoria, essi non aspettano altro giudicio, ma essi medesimi ne sonno giudici con la coscienzia loro e come disperati giongono a l’etterna dannazione. Con l’odio strengono l’inferno in su la extremità della morte; e prima che egli l’abbino, essi medesimi co’ loro signori dimoni pigliano per prezzo loro l’inferno.

Si come e’ giusti vissuti in caritá morendo in dileczione, quando viene l’extremità della morte, se egli è vissuto perfettamente in virtú illuminato del lume della fede, con l’occhio della fede, con perfetta speranza del sangue de l’Agnello, vegono el bene il quale lo l’ho aparecchiato e con le braccia de l’amore l’abracciano,stregnendo con estrecte d’amore me, sommo e etterno Bene, ne l’ultima extremità della morte. E cosí gustano vita etterna prima che abbino lassato el corpo mortale, cioè prima che sia separato dal corpo.

Altri che fussero passati nella vita loro con una caritá comune, che non fussero in quella grande perfeczione e giognessero a l’extremità, costoro abracciano la misericordia mia con quello lume medesimo della fede e della speranza che ebbero quelli perfetti; ma hannola imperfetta. Ma perché costoro erano imperfetti, strinsero la misericordia mia, ponendo maggiore la misericordia mia che le colpe loro.

Gl’ iniqui peccatori fanno el contrario, vedendo con la disperazione el luogo loro, e con l’odio l’abracciano, come detto t’ho. Si che non aspettano d’essere giudicati né l’uno né l’altro; ma partonsi di questa vita, e riceve ogniuno el luogo suo, come detto t’ho. Gustanlo e possegonlo prima che si partano dal corpo nella extremità della morte: e’ dannati co’ l’odio e disperazione, e i perfetti con l’amore e col lume della fede e con la speranza del Sangue. E gl’imperfetti con la misericordia e con quella medesima fede giongono al luogo del purgatorio.


XLIV - Come el demonio sempre piglia l’anime sotto colore d’alcuno bene. E come quelli che tengono per lo fiume, e non per lo ponte predetto, sono ingannati, però che volendo fuggire le pene caggiono ne le pene; ponendo qui la visione d’uno arbore che questa anima ebbe una volta.

Hotti detto che ’l dimonio invita gli uomini a l’acqua morta, cioè a quella che egli ha per sé, aciecando con le delicie e stati del mondo. Co’ l’amo del diletto gli piglia sotto colore di bene, però che in altro modo non gli potrebbe pigliare, però che non si lassarebbero pigliare se alcuno bene proprio o diletto non vi trovassero, imperò che l’anima di sua natura sempre appetisce bene.

Ma è vero che l’anima, aciecata da l’amore proprio, non cognosce né discerne quale sia vero bene e che gli dia utilitá a l’anima e al corpo. E però ci dimonio, come iniquo, vedendo ch’egli è aciecato dal proprio amore sensitivo, gli pone e’ diversi e vari difecti e’ quali sonno colorati con colore d’alcuna utilitá e d’alcuno bene; e ad ogniuno dá secondo lo stato suo e secondo quegli vizi principali ne’ quali ci vede piú disposto a ricevere. Altro dá al secolare, altro dá al religioso; altro a’ prelati, altro a’ signori; e a ciascuno secondo e’ diversi stati che essi hanno.

Questo t’ho decto perch’ Io ora ti contio di costoro che s’anniegano giú per lo fiume, che neuno rispecto hanno altro che a loro, cioè d’amare loro medesimi con offesa di me; de’ quali Io t’ho contiato ci fine loro. Ora ti voglio mostrare come essi s’ingannano, che volendo fuggire le pene caggiono nelle pene. Perché lo’ pare che a seguitare me, cioè tenere per la via del ponte del Verbo del mio Figliuolo, sia grande fadiga, e però si ritragono a dietro, temendo la spina. Questo è perché sonno aciecati e non vegono né cognoscono la veritá, si come tu sai ch’ Io ti mostrai nel principio della vita tua, pregandomi tu che Io facesse misericordia al mondo, traendoli della tenebre del peccato mortale.

Sai che Io alora ti mostrai me in figura d’uno arbore, del quale non vedevi né il principio né il fine, se non che vedevi che la radice era unita con la terra; e questa era la natura divina unita con la terra della vostra umanità. A’ piei de l’arbore, se ben ti ricorda, era alcuna spina; dalla quale spina tucti coloro che amavano la propria sensualità si dilongavano e corrivano a uno monte di lolla, nel quale. Ti figurai tucti e’ difecti del mondo. Quella lolla pareva grano e non era; e però, come vedevi, molte anime dentro vi si perivano di fame, e molte, cognoscendo l’inganno del mondo, tornavano a l’arbore e passavano la spina, cioè la deliberazione della volontà.

La quale deliberazione, innanzi che ella sia facta, è una spina la quale gli pare trovare in seguitare la via della veritá. Sempre combacte da l’uno lato la coscienzia, da l’altro lato la sensualità; ma subito che, con odio e dispiacimento di sé, virilmente delibera dicendo: — Io voglio seguitare Cristo crocifixo, — rompe subbito la spina e truova dolcezza inextimabile, sí come lo alora ti mostrai, chi piú e chi meno, secondo la disposizione e sollicitudine loro.

Sai che alora lo ti dixi: — Io so’ lo Idio vostro immobile, che non mi muovo; Io non mi ritrago da veruna creatura che a me voglia venire; mostrato l’ho la veritá, facendomi visibile a loro, essendo lo invisibile; mostrato l’ho che cosa è amare alcuna cosa senza me. — Ma essi, come aciecati da la nuvila del disordinato amore, non cognoscono né me né loro. Vedi come sonno ingannati: che prima vogliono morire di fame che passare un poca di spina.

Non possono fuggire che non sostengano pena, però che in questa vita neuno ci passa senza croce, se non coloro che tengono per la via di sopra: non che essi passino senza pena, ma la pena a loro è refrigerio. E perché per lo peccato, sí come di sopra ti dixi, ci mondo germinò spine e triboli, e corse questo fiume, mare tempestoso, però vi dici ci ponte, acciò che voi non annegaste.

Hotti mostrato come costoro s’ingannano con uno disordinato timore, e come lo so’ lo Idio vostro che non mi muovo, e che lo non so’ acceptatore delle persone ma del sancto desiderio, E questo t’ho mostrato nella figura de l’arbore la quale Io t’ho decta.


XLV - Come, avendo el mondo per lo peccato germinato spine e triboli, chi sono quelli ad cui queste spine non fanno male, bene che neuno passi questa vita senza pena.

— Ora ti voglio mostrare a cui le spine e triboli, che germinò la terra per lo peccato, fanno male e a cui no. E perché infine a ora t’ho mostrata la loro dannazione insiememente con la mia bontá, e hotti detto come essi sonno ingannati dalla propria sensualità, ora ti voglio dire come solo costoro son quegli che sonno offesi dalle spine.

Veruno che nasca in questa vita passa senza fadiga o corporale o mentale. Corporale le portano e’ servi miei, ma la mente loro è libera; cioè che non sente fadiga della fadiga, perché ha acordata la sua volontà con la mia, la quale volontà è quella cosa che dá pena a l’uomo. Pena di mente e di corpo portano costoro e’ quali Io t’ho conciati che in questa vita gustano l’arra de l’inferno; si come i servi miei gustano l’arra di vita etterna.

Sai tu quale è il piú singulare bene che hanno e’ beati? È d’avere la volontà loro piena di quel che desiderano. Desiderano me, e desiderando me essi m’hanno e mi gustano senza alcuna rebellione, però che hanno lassata la gravezza del corpo, el quale era una legge che impugnava contra lo spirito. El corpo l’era uno mezzo che non lassava perfettamente cognoscere la veritá; né potevano vedermi a faccia a faccia, perché ‘l corpo non lassava.

Ma, poi che l’anima ha lassato el peso del corpo, la volontà sua è piena, perché desiderando di vedere me ella mi vede: nella quale visione sta la vostra beatitudine. Vedendo cognosce, e cognoscendo ama, e amando gusta me sommo e etterno Bene; gustando sazia e empie la volontà sua, cioè il desiderio che egli ha di vedere e cognoscere me; desiderando ha, e avendo desidera, e, come Io ti dixi, di longa è la pena dal desiderio; e ‘l fastidio dalla sazietà.

Si che vedi ch’ e’ servi miei ricevono beatitudine principalmente in vedere e conoscere me. La quale visione e cognoscimento lo’ riempie la volontà d’avere ciò che essa volontà desidera, e cosí è saziata. E però ti dixi che, singularmente, gustare vita etterna era d’avere quello che la volontà desidera. Ma sappi che ella si sazia nel vedere e cognoscere me, come detto t’ho.

In questa vita gustano l’arra di vita etterna, gustando questo medesimo del quale Io t’ho detto che essi sonno saziati. Come hanno questa arra in questa vita? Dicotelo: in vedere la mia bontá in sé e in cognoscere la mia veritá; el quale cognoscimento ha l’intelletto illuminato in me, el quale è l’occhio de l’anima. Questo occhio ha la pupilla della sanctissima fede, el quale lume della fede fa discérnare e cognoscere e seguitare la via e dottrina della mia Verità, Verbo incarnato. Senza questa pupilla della fede non vedrebbe, se non come l’uomo che ha la forma de l’occhio, ma el panno ha ricoperta la pupilla che fa vedere a l’occhio. Cosí l’occhio de l’intelletto la pupilla sua è la fede; la quale, essendovi posto dinanzi el panno della infidelità, tratto da l’amore proprio di sé, non vede; ha la forma de l’occhio ma non el lume, perché esso se l’ha tolto.

Si che vedi che nel vedere cognoscono, e cognoscendo amano, e amando anniegano e perdono la volontà loro propria. Perduta la loro, si vestono della mia che non voglio altro che la vostra sanctificazione. E subbito si dànno a vòllere il capo adietro da la via di sotto, e cominciano a salire per lo ponte, e passano sopra le spine. Eperché sonno calzati e’ piei de l’affetto loro con la mia volontà, non lo’ fa male. E però ti dixi che sostenevano corporalmente e non mentalmente, perché la volontà sensitiva è morta, la quale dá pena e affligge la mente della creatura. Tolta la volontà, è tolta la pena, e ogni cosa portano con reverenzia, reputandosi grazia d’essere tribolati per me, e non desiderano se non quel ch’ Io voglio.

Se Io lo’ do pena da parte delle dimonia, permettendo lo’ le molte temptazioni per provarli nella virtú, si come lo ti dixi di sopra, essi resistono con la volontà, la quale hanno fortificata in me, umiliandosi e reputandosi indegni della pace e quiete della mente e reputandosi degni della pena. E cosí passano con allegrezza e cognoscimento di loro senza pena affliggitiva.

Se ella è tribolazione dagli uomini, o infermità, o povertà, o mutamento di stato nel mondo, o privazione di figliuoli o de l’altre creature le quali molto amasse (le quali tutte sonno spine che germinò la terra doppo el peccato), tutte le porta col lume della ragione e della fede sancta, raguardando me che so’ somma bontá e non posso volere altro che bene; e per bene le concedo: per amore e non per odio.

E cognosciuto che hanno l’amore in me, ed essi raguardano loro, cognoscendo e’ loro difecti. E vegono col lume della fede che ‘l bene debba essere remunerato e la colpa punita. Ogni piccola colpa vegono che meritarebbe pena infinita, perché è facta contra me che so’infinito Bene; e recansi a grazia che lo in questa vita gli voglia punire e in questo tempo finito. E cosí insiememente scontiano el peccato con la contrizione del cuore, e con la perfecta pazienzia meritano, e le fadighe loro sonno remunerate di bene infinito.

Poi cognoscono che ogni fadiga di questa vita è piccola per la piccolezza del tempo. El tempo è quanto una punta d’aco e non piú; ché passato el tempo è passata la fadiga. Adunque vedi che .è piccola. Essi portano con pazienzia e passano le spine actuali e non lo’ tocca el cuore, perché ‘l cuore loro è tracto di loro per amore sensitivo e posto e unito in me per affecto d’amore.

Bene è dunque la veritá che costoro gustano vita etterna, ricevendo l’arra in questa vita. E stando ne l’acqua non s’immollano, passando sopra le spine non si pongono (come decto t’ho), perché hanno cognosciuto me, sommo Bene, e cercatolo colà dove egli si truova, cioè nel Verbo de l’unigenito mio Figliuolo.


XLVI - De’ mali che procedono da la cechita dell’occhio de l’intelletto. E come li beni che non sono facti in stato di grazia non vagliono ad vita etterna.

— Questo t’ho decto acciò che tu cognosca meglio e in che modo costoro gustano l’arra de l’inferno, de’ quali Io ti dixi lo inganno loro. Ora ti dirò unde procede lo inganno e come ricevono l’arra de l’inferno. Questo è perché hanno aciecato l’occhio de l’intellecto con la infedelità tracta da l’amore proprio. Com e ogni veritá s’acquista col lume della fede, cosí la bugia e lo inganno s’acquista con la infidelità. Della infedelità, dico, di coloro che hanno ricevuto el sancto baptesmo, nel quale baptesmo fu messa la pupilla della fede ne l’occhio de l’ intellecto. Venuto el tempo della discrezione, se essi s’exercitano in virtú, costoro hanno conservato el lume della fede e parturiscono le virtú vive, facendo fructo al proximo loro. Come la donna che fa el figliuolo vivo, e vivo el dá allo sposo suo; cosí costoro dànno le virtú vive a me, che so’ sposo de l’anima.

El contrario fanno questi miserabili che, venuto il tempo della discrezione, dove essi debbono exercitare el lume della fede e parturire con vita di grazia la virtú, ed essi le parturiscono morte. Morte sonno perché tucte l’operazioni loro sonno morte, essendo fatte in peccato mortale, privati del lume della fede. Hanno bene la forma del sancto baptesmo ma none il lume, però che ne sonno privati per la nuvila della colpa commessa per amore proprio, la quale ha ricoperta la pupilla unde vedevano.

A costoro è decto, e’ quali hanno fede senza opera, che è morta la fede loro. Unde, come il morto non vede, cosí l’occhio, ricoperta la pupilla, come decto t’ho, non vede, né cognosce se medesimo non essere né i difecti suoi che egli ha commessi. Né cognosce la bontá mia in sé, donde ha avuto l’essere e ogni grazia che è posta sopra l’essere.

Non cognoscendo me né sé, non odia in sé la propria sensualità; anco l’ama, cercando di satisfare a l’appetito suo: e cosí parturisce i figliuoli morti di molti peccati mortali. Né me non ama; non amando me, non ama quel ch’Io amo, cioè il proximo suo, né si dilecta d’adoperare quel che mi piace: ciò sonno le vere e reali virtú, le quali mi piacciono di vedere in voi, non per mia utilitá, però che a me non potete fare utilitá, però che Io so’ colui che so’, e veruna cosa è facta senza me, se non el peccato, che non è cavelle, perché priva l’anima di tne che so’ ogni bene, privandola della grazia. Si che per vostra utilitá mi piacciono perché Io abbi di che remunerarvi in me, vita durabile.

Si che vedi che la fede di costoro è morta, perché è senza opera; e quelle operazioni, le quali fanno, non vagliono a vita etterna, perché non hanno vita di grazia. Nondimeno il bene adoperare o con grazia o senza la grazia non si debba però lassare, però che ogni bene è remunerato come ogni colpa punita. El bene che sifa in grazia, senza peccato mortale, vale a vita etterna; ma quello che si fa con la colpa del peccato mortale non vale a vita etterna: nondimeno è remunerato in diversi modi, si come di sopra ti dixi.

Unde alcuna volta Io lo’ presto ci tempo. O Io li metto nel cuore de’ servi miei per continua orazione, per le quali orazioni escono della colpa e delle miserie loro. Alcuna volta, non ricevendo ci tempo né l’orazioni per disposizione di grazia, a questi cotali l’è remunerato in cose temporali, facendo di loro come de l’animale che s’ingrassa per menarlo al macello. Cosí questi cotali che sempre hanno ricalcitrato in ogni modo a la mia bontá, pure fanno alcuno bene; none in stato di grazia, come detto t’ho, ma in peccato. Essi non hanno voluto ricevere in questa loro operazione il tempo né l’orazioni né gli altri diversi modi co’ quali Io gli ho chiamati; unde, essendo riprovati da me per li loro difetti, e la mia bontá vuole pure remunerare quella operazione, cioè quel poco del servizio che hanno facto, unde li remunero nelle cose temporali e ine s’ingrassano; e non correggendosi, giongono al supplicio etternale.

Si che vedi che sonno ingannati. Chi gli ha ingannati? essi medesimi, perché s’hanno tolto ci lume della fede viva, e vanno come aciecati palpando e attaccandosi a quel che toccano. E perché non veggono se non con l’occhio cieco, posto l’affetto loro nelle cose transitorie, però sonno ingannati e fanno come stolti che raguardanosolamente l’oro e non ci veleno. Unde sappi che le cose del mondo e tutti e’ diletti e piaceri suoi se sonno presi e acquistati e posseduti senza me o con proprio e disordinato amore, essi portano drittamente la figura degli scarpioni, e’ quali al principio tuo, doppo la figura de l’arbore lo ti mostrai, dicendoti che portavano l’oro dinanzi e ‘l veleno portavano dietro; e non era il veleno senza l’oro né l’oro senza ci veleno, ma el primo aspetto era l’oro. E neuno si difendeva dal veleno, se non coloro che erano illuminati del lume della fede.


XLVII - Come non si possono observare i comandamenti che non si observino i consigli. E come in ogni stato che la persona vuole essere, avendo sancta e buona volontà, è piacevole a Dio.

— Costoro ti dixi che col coltello di due tagli (cioè con l’odio del vizio e amore delle virtú) per amore tagliavano ci veleno della propria sensualità, e col lume della ragione tenevano e possedevano. E acquistavano l’oro in queste cose mondane, chi le voleva tenere; ma chi voleva usare la grande perfeczione le spregiava actualmente e mentalmente. Questi ti dixi che observavano ci consiglio actualmente, il quale lo’ fu dato e tassato da la mia Verità. Costoro che possedevano sonno quelli che observano e’ comandamenti e i consigli mentalmente ma non actualmente. Ma però ch’ e’ consigli sonno legati co’ comandamenti, neuno può observare i comandamenti che non observi e’ consigli: non actualmente ma mentalmente. Cioè che, possedendo le ‘ricchezze del mondo, egli le possegga con ùmilità e non con superbia, possedendole come cosa prestata e non come cosa sua, come elle sonno date a voi per uso da la mia bontá. Unde tanto l’avete quanto lo ve le do, e tanto le tenete quanto lo ve le lasso, e tanto ve le lasso e do quanto lo vego che faccino per la salute vostra. Per questo modo le dovete usare.

Usandole l’uomo cosí, observa ci comandamento, amando me sopra ogni cosa e ‘l proximo come se medesimo. Vive col cuore spogliato e gictale da sé per desiderio, cioè che non l’ama né tiene senza la mia volontà, poniamo che actualmente le possega. Observa ci consiglio per desiderio, come detto t’ho, tagliandone il veleno del disordinato amore.

Questi cotali stanno nella caritá comune. Ma coloro, che observano e’ comandamenti e i consigli mentalmente e actualmente, sonno nella caritá perfetta. Con vera simplicità observano ci consiglio che dixe la mia Verità, Verbo incarnato, a quel giovano quando dimandò dicendo: «Che potrei io fare, Maestro, per avere vita etterna?» Egli disse: «Observa e’ comandamenti della Legge». Ed egli rispondendo dixe: «Io gli observo». Ed Egli dixe: «Bene, se tu vuogli essere perfetto, va’ e vende ciò che tu hai, e dallo a’ povari». El giovano alora si contristò, perché le ricchezze che egli aveva le teneva ancora con troppo amore, e però si contristò. Ma questi perfetti l’observano abandonando ci mondo con tutte le delizie sue, macerando ci corpo con la penitenzia e vigilia, umile e continua orazione.

Questi altri che stanno nella caritá comune, non levandosi attualmente, non ne perdono però vita etterna, perché non ne sonno tenuti; ma debbonle possedere, se eglino vogliono le cose ‘del mondo, per lo modo che detto t’ho. Tenendole, non offendono, perché ogni cosa è buona e perfetta e creata da me, che so’ somma bontá, e fatte perché servano alle mie creature che hanno in loro ragione, e non perché le creature si faccino servi e schiavi delle delizie del mondo; anco perché le tengano (se lo’ piace di tenere, non volendo andare alla grande perfeczione) non come signori ma come servi. E ‘l desiderio loro debbono dare a me, e ogni altra cosa amare e tenere non come cosa loro ma come cosa prestata, come detto t’ho.

Io non so’ acceptatore delle creature né degli stati, ma de’ sancti desidèri. In ogni stato che la persona vuole stare, abbi buona e sancta volontà, ed è piacevole a me. Chi le terrà a questo modo? coloro che n’hanno mozzato ci veleno con l’odio della propria sensualità e con amore della virtú. Avendo mozzo ci veleno della disordinata volontà e ordinatala con l’amore e sancto timore di me, egli può tenere ed eleggere ogni stato che egli vuole: e in ognuno sarà atto ad avere vita etterna.

Poniamo che maggiore perfeczione, e piú piacevole a me, sia di levarsi mentalmente e attualmente da ogni cosa del mondo, chi non si sente di giognere ad questa perfeczione, ché la fragilità sua non el patisse, può stare in questo stato comune, ogniuno secondo lo stato suo. E questo ha ordinato la mia bontá acciò che veruno abbi scusa di peccato in qualunque stato si sia.

E veramente non hanno scusa, però che lo so’ consceso alle passioni e debilezze loro per sifacto modo che, volendo stare nel mondo, possono e possedere le ricchezze e tenere stato di signoria e stare allo stato del matrimonio e notricare ed affadigarsi per li figliuoli. E qualunque stato si vuole essere, possono tenere, purché in veritá essi taglino ci veleno della propria sensualità, la quale dá morte etternale.

E drittamente ella è uno veleno che, come ci veleno dá pena nel corpo, e ne l’ultimo ne muore se giá egli non s’argomenta di bomitarlo e di pigliare alcuna medicina, cosí questo scarpione del diletto del mondo: non le cose temporali in loro, che giá t’ho detto che elle sonno buone e fatte dame che so’ somma bontá, e però le può usare come gli piace con sancto amore e vero timore; ma dico del veleno della perversa volontà de l’uomo. Dico che ella avelena l’anima e dalle la morte se esso non ci vomita per la confessione sancta, traendone il cuore e l’affetto. La quale è una medicina che’l guarisce di questo veleno, poniamo che paia amara a la propria sensualità.

Vedi dunque quanto sonno ingannati! ché possono possedere e avere me, e possono fuggire la tristizia e avere letizia e consolazione, ed essi vogliono pure male, sotto colore di bene, e dannosi a pigliare l’oro con disordinato amore. Ma perché essi sonno aciecati con molta infedelità, non cognoscono ci veleno; veggonsi avelenati e non pigliano ci rimedio. Costoro portano la croce del dimonio, gustando l’arra de l’inferno.


XLVIII - Come li mondani con ciò che posseggono non si possono saziare; e de la pena che dá loro la perversa volontà pur in questa vita.

— Io si ti dixi di sopra che solo la volontà dava pena a l’uomo. E perché i servi miei sonno privati della loro e vestiti della mia, non sentono pena affíiggitiva, ma sonno saziati sentendo me per grazia ne l’anime loro. Non avendo me, non possono essere saziati, se essi possedessero tucto quanto el mondo; perché le cose create sonno minori che l’uomo, però che elle sonno facte per l’uomo e non l’uomo per loro: e però non può essere saziato da loro. Solo Io el posso saziare. E però questi miserabili, posti in tanta ciechità, sempre s’affannano e mai non si saziano, e desiderano quel che non possono avere, perché non I’adimandano a me che li posso saziare.

Vuogli ti dica come essi stanno in pene? Tu sai che l’amore sempre dá pena, perdendo quella cosa con cui essi si son conformati. Costoro hanno facta conformità per amore nella terra in diversi modi, e però terra sonno diventati. Chi fa conformità con la ricchezza, chi nello stato, chi ne’ figliuoli, chi perde me per servire a le creature, chi fa del corpo suo uno animale bruto con molta immondizia. E cosí per diversi stati appetiscono e pasconsi di terra. Vorrebbero che fussero stabili, ed essi non sonno; anco passano come il vento, però che o essi vengono meno a loro col mezzo della morte, overo che di quello che essi amano ne sono privati per mia dispensazione. Essendone privati, sostengono pena intollerabile; e tanto la perdono con dolore quanto l’hanno posseduta con disordinato amore. Avesserle tenute come cosa prestata e non come cosa loro, lassavanle senza pena. Hanno pena perché non hanno quel che desiderano, però che, come lo ti dixi, el mondo non gli può saziare. Non essendo saziati, hanno pena.

Quante sonno le pene dello stimolo della coscienzia ! quante sonno le pene di colui che appetisce vendecta! Continuamente si rode e prima ha morto sé, cioè l’anima sua, che egli ucida el nemico suo; el primo morto è egli, uccidendo sé col coltello de l’odio. Quanta pena sostiene l’avaro, che per avarizia strema la sua necessità! quanto tormento ha lo invidioso, che sempre nel suo cuore si rode, e non gli lassa pigliare dilecto del bene del proximo suo! Di tucte quante le cose, che esso ama sensitivamente, ne trae pena con molti disordinati timori; hanno presa la croce del dimonio, gustando l’arra de l’inferno in questa vita, ne vivono infermi con molti diversi modi se essi non si corregono, e ricevnne poi morte etternale.

Or costoro sonno quegli che sonno offesi dalle spine delle molte tribolazioni, crociandosi loro medesimi con la propria disordinata volontà. Costoro hanno croce di cuore e di corpo; cioè che con pena e tormento passa l’anima e’l corpo senza alcuno merito, perché non portano le fadighe con pazienzia, anco con impazienzia, perché hanno posseduto e acquistato l’oro e le delizie del mondo con disordinato amore; privati della vita della grazia e de l’affecto della caritá. Facti sonno arbori di morte, e però tucte le loro operazioni sonno morte, e con pena vanno per lo fiume annegandosi, e giongono a l’acqua morta, passando con odio per la porta del dimonio, e ricevono l’etterna dannazione.

Ora hai veduto come essi s’ingannano e con quanta pena essi vanno a l’inferno, facendosi martiri del dimonio; e quale è quella cosa che gli acieca, cioè la nuvila de l’amore proprio, posta sopra la pupilla del lume della fede. E veduto hai come le tribulazioni del mondo, da qualunque lato elle vengono, offendono e’ servi miei corporalmente, cioè che sonno perseguitati dal mondo, ma non mentalmente, perché sonno conformati con la mia volontà: però sonno contenti di sostenere pena per me.

Ma e’ servi del mondo sonno percossi dentro e di fuore : e singularmente dentro, dal timore che essi hanno di non pèrdare quello che possegono, e da l’amore, desiderando quel che non possono avere. Tucte l’altre fadighe, che seguitano doppo queste due che sonno le principali, la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarle. Vedi dunque che in questa vita medesima hanno migliore partito e’ giusti ch’ e’ peccatori.

Ora hai veduto a pieno el loro andare e il termine loro.


XLIX - Come el timore servile non è sufficiente a dare vita eterna; e come exercitando questo timore si viene ad amore de le virtú.

— Ora ti dico che alquanti sonno che, sentendosi speronare dalle tribulazioni del mondo (le quali Io do acciò che l’anima cognosca che ‘l suo fine non è questa vita e che queste cose sonno imperfette e transitorie, e desideri me che so’ suo fine, e cosí le debba pigliare), questi cominciano a levarsi la nuvila con la propria pena che essi sentono, e con quella che veggono che lo’ debba seguitare doppo la colpa. Con questo timore servile cominciano a escire del fiume, bomicando el veleno el quale l’era stato gictato dallo scarpione in figura d’oro, e preso l’avevano senza modo e non con modo, e però ricevettero el veleno da lui. Cognoscendolo, el cominciano a levare e dirizzarsi verso la riva per attaccarsi al ponte.

Ma non è sufficiente d’andare solo col timore servile; però che spazzare la casa del peccato mortale, senza empirla di virtú fondate in amore e non pure in timore, non è sufficiente a dare vita etterna, se esso non pone amenduni e’ piei nel primo scalone del ponte, cioè l’affetto e il desiderio, e’ quali sonno e’ piei che portano l’anima ne l’affetto della mia veritá, della quale Io v’ho facto ponte.

Questo è il primo scalone del quale Io ti dissi che vi conveniva salire, dicendoti come Egli aveva fatta scala del corpo suo. Bene è vero che questo è quasi uno levare generale che comunemente fanno e’ servi del mondo, levandosi prima per timore della pena. E perché le tribolazioni del mondo alcuna volta lo’ fa venire a tedio loro medesimi, però lo’ comincia a dispiacere. Se essi exercitano questo timore col lume della fede, passaranno a l’amore delle virtú.

Ma alquanti sonno che vanno con tanta tepidezza che spesse volte vi ritornano dentro, però che poi che sonno gionti a la riva, giognendo e’ venti contrari, sonno percossi da fonde del mare tempestoso di questa tenebrosa vita. Se giogne il vento della prosperità, non essendo salito, per sua negligenzia, el primo scalone (cioè con l’affetto suo e con l’amore della virtú), egli vòlle il capo indietro a le delizie con disordinato dilecto. E se viene il vento d’aversità, si vòlle per impazienzia, perché non ha odiata la colpa sua per l’offesa che ha fatta a me, ma per timore della propria pena la quale se ne vede seguitare, col quale timore s’era levato dal vomito: perché ogni cosa di virtú vuole perseveranzia; e non perseverando, non viene in effetto del suo desiderio, cioè di giognere al fine per lo quale egli cominciò, al quale, non perseverando, non giogne mai. E però è bisogno la perseveranzia a volere compire il suo desiderio.

Hocti detto che costoro si vòllono secondo e’ diversi movimenti che lor vengono: o in loro medesimi, impugnando la loro propria sensualità contra lo spirito; o dalle creature, vollendosi a loro o con disordinato amore fuore di me, o per impazienzia per ingiuria che ricevono da loro; o da le dimonia, con molte e diverse battaglie. Alcuna volta con lo spregiare per farlo venire a confusione, dicendo: — Questo bene che tu hai cominciato non ti vale per li peccati e difetti tuoi. — E questo fa per farlo tornare indietro e farli lassare quello poco de l’exercizio che egli ha preso. Alcuna volta col diletto, cioè con la speranza che egli piglia della misericordia mia, dicendo: — A che ti vuogli affadigare? Gòdeti questa vita, e nella extremità della vita, cognoscendo te, riceverai misericordia. — E per questo modo el dimonio lo’ fa perdere il timore col quale avevano cominciato.

Per tutte queste e molte altre cose vòllono el capo indietro e non sonno constanti né perseveranti. E tutto l’adiviene perché la radice de l’amore proprio non è punto divelta in loro, e però non sonno perseveranti; ma ricevono con grande presumpzione la misericordia con la speranza, la quale pigliano ma non come la debbono pigliare, ma ignorantemente; e come presumptuosi sperano nella misericordia mia, la quale continuamente è offesa da loro.

Non ho data né do la misericordia perché essi offendano con essa, ma perché con essa si difendano dalla malizia del dimonio e disordinata confusione della mente. Ma essi fanno tucto el contrario, ché col braccio della misericordia offendono; e questo l’adiviene perché non hanno exercitata la prima mutazione che essi fecero levandosi, con timore della pena e impugnati dalla spina delle molte tribulazioni, dalla miseria del peccato mortale. Unde, non mutandosi, non giongono a l’amore delle virtú; e però non hanno perseverato. L’anima non può fare che non si muti; unde, se ella non va innanzi, si torna indietro. Si che questi cotali, non andando innanzi con la virtú (levandosi da la imperfeczione del timore e giognendo a l’amore), bisogno è che tornino adietro.


L - Come questa anima venne in grande amaritudine per la cechità di quelli che s’annegavano giú per lo fiume.

Alora quella anima ansietata di desiderio, considerando la sua e l‘altrui imperfeczione, adolorata d’udire e vedere tanta ciechità delle creature, e avendo veduto che tanta era la bontá di Dio che neuna cosa aveva posta in questa vita che fusse impedimento, in qualunque stato si fusse, a la sua salute, ma tucte ad exercitamento e a provazione della virtú, e nondimeno, con tucto questo, per lo proprio amore e disordinato affecto, n’andavano giú per lo fiume non correggendosi, vedevali giognere a l’etterna dannazione.

E molti di quelli che v’erano, che cominciavano, tornavano a dietro per la cagione che udita aveva da la dolce bontá di Dio, che aveva degnato di manifestare se medesimo a lei. E per questo stava in amaritudine. E fermando essa l’occhio de l’ intellecto nel Padre etterno, diceva: — O amore inextimabile, grande è l’inganno delle tue creature! Vorrei che, quando piacesse a la tua bontá, tu piú distinctamente mi spianassi e’ tre scaloni figurati nel corpo de l’unigenito tuo Figliuolo; e che modo essi debbono tenere per escire al tucto del pelago e tenere la via della Verità tua, e chi sonno coloro che salgono la scala.


LI - Come i tre scaloni figurati nel ponte giá decto, cioè nel Figliuolo di Dio, significano le tre potenzie dell’anima.

Alora, raguardando la divina bontá con l’occhio della sua misericordia el desiderio e la fame di quella anima, diceva: — Dilectissima figliuola mia, Io non so’ spregiatore del desiderio, anco so’ adempitore de’ sancti desidèri. E però Io ti voglio dichiarare e mostrare di quel che tu mi dimandi.

Tu mi dimandi ch’ Io ti spiani la figura de’ tre scaloni e che Io ti dica che modo hanno a tenere a potere escire del fiume e salire il ponte. E poniamo che di sopra, contiandoti lo ‘nganno e ciechità de l’uomo e come in questa vita gustano l’arra de l’inferno, si come martiri del dimonio, e ricevono l’etterna dannazione (de’ quali Io ti contiai el fructo loro che essi ricevono delle loro male operazioni); e narrandoti queste cose, ti mostrai e’ modi che dovevano tenere: nondimeno ora piú a pieno tel dichiararò, satisfacendo al tuo desiderio.

Tu sai che ogni male è fondato ne l’amore proprio di sé, el quale amore è una nuvila che tolle el lume della ragione; la quale ragione tiene in sé el lume della fede, e non si perde l’uno che non si perda l’altro.

L’anima creai lo a la imagine e similitudine mia, dandole la memoria, lo ‘ntellecto e la volontà. L’ intellecto è la piú nobile parte de l’anima: esso intellecto è mosso da l’affecto, e l’intellecto notrica l’affecto. E la mano de l’amore, cioè l’affecto, empie la memoria del ricordamento di me e de’ benefizi che ha ricevuti. El quale ricordamento el fa sollicito e non negligente; fallo grato e none scognoscente. Si che l’una potenzia porge a l’altra, e cosí si notrica l’anima nella vita della grazia.

L’anima non può vivere senza amore, ma sempre vuole amare alcuna cosa, perché ella è fatta d’amore, però che per amore la creai. E però ti dixi che l’affetto moveva lo ‘ntellecto, quasi dicendo: — Io voglio amare, però che ‘l cibo di che io mi notrico si è l’amore. — Alora lo ‘ntellecto, sentendosi svegliare da l’affecto, si leva, quasi dica: — Se tu vuoli amare, io ti darò bene quello che tu possa amare. — E subbito si leva, speculando la dignità de l’anima, e la indegnità nella quale è venuta per la colpa sua. Nella dignità de l’essere gusta la inextimabile mia bontá e caritá increata con la quale Io la creai, e in vedere la sua miseria truova e gusta la misericordia mia, che per misericordia l’ho prestato el tempo e tratta della tenebre.

Alora l’affetto si notrica in amore, aprendo la bocca del sancto desiderio, con la quale mangia odio e dispiacimento della propria sensualità, unta di vera umilità, con perfetta pazienzia, la quale trasse de l’odio sancto. Concepute le virtú elle si parturiscono perfettamente e imperfettamente, secondo che l’anima exercita la perfeczione in sé, si come di sotto ti dirò.

Cosí per lo contrario, se l’affetto sensitivo si muove a volere amare cose sensitive, l’occhio de l’intelletto a quello si muove, e ponsi per obietto solo cose transitorie, con amore proprio, con dispiacimento della virtú e amore del vizio; unde traie superbia e impazienzia. La memoria non s’empie d’altro che di quello che le porge l’affetto. Questo amore ha abbaccinato l’occhio, che non discerne né vede se non cotali chiarori. Questo è il chiarore suo: che lo’ntellecto ogni cosa vede e l’affetto ama con alcuna chiarezza di bene e di diletto; e se questo chiarore non avesse, non offendarebbe, perché l’uomo di sua natura non può desiderare altro che bene. Si che il vizio è colorato col colore del proprio bene, e però offende l’anima. Ma perché l’occhio non discerne per la ciechità sua, non cognosce la veritá; e però erra cercando el bene e i diletti colà dove non sonno.

Già t’ho detto ch’e’ diletti del mondo senza me sonno tutti spine piene di veleno; si che è ingannato l’intelletto nel suo vedere e la volontà ne l’amare (amando quel che non die) e la memoria nel ritenere. Lo ‘ntellecto fa come il ladro che imbola l’altrui; e cosí la memoria ritiene il ricordamento continuo di quelle cose che sonno fuore di me: e per questo modo l’anima si priva della grazia.

Tanta è l’unità di queste tre potenzie de l’anima, che Io non posso essere offeso da l’una che tutte non m’offendano. Perché l’una porge a l’altra, si com’ Io t’ho detto, el bene e ‘l male, secondo che piace al libero arbitrio. Questo libero arbitrio è legato con l’affetto, e però el muove secondo che gli piace, o con lume di ragione o senza ragione. Voi avete la ragione legata in me, colà dove el libero arbitrio con disordinato amore non vi tagli; e avete la legge perversa, che sempre impugna contra lo spirito. Avete dunque due parti in voi, cioè la sensualità e la ragione. La sensualità è serva, e però è posta perché ella serva a l’anima, cioè che con lo strumento del corpo proviate ed exercitiate le virtú.

L’anima è libera (liberata da la colpa nel sangue del mio Figliuolo), e non può essere signoreggiata se ella non vuole consentire con la volontà, la quale è legata col libero arbitrio; e esso libero arbitrio si fa una cosa con la volontà, acordandosi con lei. Egli è legato in mezzo fra la sensualità e la ragione; e a qualunque egli si vuole voliere, si può. È vero che, quando l’anima si reca a congregare con la mano del libero arbitrio le potenzie sue nel nome mio, si come detto t’ho, alora sonno congregate tutte l’operazioni che fa la creatura, temporali e spirituali. E il libero arbitrio alora si scioglie da la propria sensualità e legasi con la ragione. Io alora, per grazia, mi riposo nel mezzo di loro. E questo è quello che dixe la mia Verità, Verbo incarnato, dicendo: «Quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, lo sarò nel mezzo di loro». E cosí è la veritá. E giá ti dixi che neuno poteva venire a me se non per lui, e però n’avevo facto ponte con tre scaloni; e’ quali tre scaloni figurano tre stati de l’anima, si come di sotto ti narrarò.


LII - Come, se le predecte tre potenzie dell’anima non sono unite insieme, non si può avere perseveranzia, senza la quale neuno giogne al termine suo.

— Hotti spianata la figura de’ tre scaloni in generale per le tre potenzie de l’anima, le quali sonno tre scale, e non si può salire l’una senza l’altra, a volere passare per la doctrina e ponte della mia Verità. Né non può l’anima, se non ha unite queste tre potenzie insieme, avere perseveranzia. Della quale perseveranzia Io ti dixi di sopra, quando tu mi dimandasti del modo che dovessero tenere questi andatori a escire del fiume e che lo ti spianasse meglio e’ tre scaloni; e Io ti dixi che senza la perseveranzia neuno poteva giognere al termine suo.

Due termini sonno, e ogniuno richiede perseveranzia: cioè il vizio e la virtú. Se tu vuoli giognere a vita, ti conviene perseverare nella virtú; e chi vuole giognere a morte etternale persevera nel vizio. Si che con perseveranzia si viene a me che so’ vita, e al dimonio a gustare l’acqua morta.


LIII - Exposizione sopra quella parola che dixe Cristo: «Chi ha sete venga ad me e beia».

— Voi sète tucti invitati generalmente e particularmente da la mia Verità, quando gridava nel Tempio per ansietato desiderio dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, però che Io so’ fonte d’acqua viva». Non dixe: «Vada al Padre e beia»; ma dixe: «Venga a me». Perché? però che in me, Padre, non può cadere pena; ma si nel mio Figliuolo. E voi, mentre che sète peregrini e viandanti in questa vita mortale, non potete andare senza pena; perché per lo peccato la terra germinò spine, si come decto è.

E perché dixe: «Venga a me e beia»? Perché, seguitando la doctrina sua, o per la via de’ comandamenti co’ consigli mentali, o de’ comandamenti co’ consigli actuali (cioè d’andare o per la caritá perfecta, o per la caritá comune, si come di sopra ti dixi), per qualunque modo che voi passiate per andare a lui, cioè seguitando la sua doctrina, voi trovate che bere, trovando e gustando el fructo del Sangue per l’unione della natura divina unita nella natura umana. E trovandovi in lui, vi trovate in me, che so’ mare pacifico; perché so’ una cosa con lui, e egli è una cosa con meco. Si che voi sète invitati a la fonte de l’acqua viva della grazia.

Convienvi tenere per lui, che v’è facto ponte, con perseveranzia. Si che neuna spina né vento contrario né prosperità né adversità né altra pena, che poteste sostenere, vi debba fare vòllere il capo a dietro; ma dovete perseverare infino che troviate me, che vi do acqua viva, che ve la do per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figliuolo.

Ma perché dixe: «Io so’ fonte d’acqua viva»? Però che egli fu la fonte la quale conteneva me, che do acqua viva, unendosi la natura divina con la natura umana. Perché dixe: «Venga a me e beia»? Però che non potete passare senza pena, e in me non cadde pena, ma si in lui; e però che di lui lo vi feci ponte, neuno può venire a me se non per lui. E cosí dixe egli: «Neuno può andare al Padre se non per me». Cosí disse veritá la mia Verità.

Ora hai veduto che via elli vi conviene tenere e che modo: cioè con perseveranzia. E altrimenti non bereste, però che ella è quella virtú che riceve gloria e corona di victoria in me, Vita durabile.


LIV - Che modo debba tenere generalmente ogni creatura razionale per potere escire del pelago dei mondo e andare per lo predecto sancto ponte.

— Ora ti ritorno a’ tre scaloni per li quali vi conviene andare a volere uscire del fiume e non annegare, e giognere a l’acqua viva a la quale sète invitati, e a volere che Io sia in mezzo di voi. Però che alora, ne l’andare vostro, Io so’ nel mezzo, che per grazia mi riposo ne l’anime vostre.

Convienvi dunque, a volere andare, avere sete; però che solo coloro che hanno sete sonno invitati, dicendo: «Chi ha sete venga a me, e beia». Chi non ha sete non persevera ne l’andare: però che o egli si ristà per fadiga, o egli si ristà per dilecto, né non si cura di portare el vaso con che egli possa actègnare. Né non si cura d’avere la compagnia; e solo non può andare. E però vòlle il capo indietro quando vede giognere alcuna puntura di persecuzioni, perché se n’è facto nemico. Teme, perché egli è solo; ma, se egli fusse acompagnato, non temarebbe. Se avesse saliti e’ tre scaloni, sarebbe sicuro, perché non sarebbe solo.

Convienvi dunque avere sete e congregarvi insieme, si come dixe: o due o tre o piú. Perché dixe «o due o tre»? perché non sono due senza tre, né tre senza due, né tre né due senza piú. Uno è schiuso che Io sia in mezzo di lui, perché non ha seco compagno si che Io possa stare in mezzo, e non è cavelle; però che colui, che sta ne l’amore proprio di sé, è solo perché è separato dalla grazia mia e dalla caritá del proximo suo. Ed essendo privato di me per la colpa sua, torna a non cavelle, perché solo Io so’ Colui che so’. Si che colui che è uno, cioè sta solo ne l’amore proprio di sé, non è conciato da la mia Verità né accepto a me.

Dice dunque: «Se saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, lo sarò nel mezzo di loro». Díxiti che due non erano senza tre, né tre senza due; e cosí è. Tu sai che i comandamenti della Legge stanno solamente in due, e senza questi due neuno se ne observa: cioè d’amare me sopra ogni cosa, e il proximo come te medesima. Questo è il principio e mezzo e fine de’ comandamenti della Legge.

Questi due non possono essere congregati nel nome mio senza tre, cioè senza la congregazione delle tre potenzie de l’anima, cioè la memoria, lo ‘ntellecto e la volontà; si che la memoria ritenga i benefizi miei, e la mia bontá in sé; e l’ intellecto raguardi ne l’amore ineffabile, il quale Io ho mostrato a voi col mezzo de l’unigenito mio Figliuolo, el quale ho posto per obiecto a l’occhio de l’intellecto vostro, acciò che in lui raguardi el fuoco della mia carità; e la volontà alora sia congregata in loro, amando e desiderando me, che so’ suo fine.

Come queste tre virtú e potenzie de l’anima sonno congregate, Io so’ nel mezzo di loro per grazia. E perché alora l’uomo si truova pieno della caritá mia e del proximo suo, subbito si truova la compagnia delle molte e reali virtú. Alora l’apetito de l’anima si dispone ad avere sete. Sete, dico, della virtú, de l’onore di me e salute de l’anime; e ogni altra sete è spenta e morta in loro; e va sicuramente senza alcuno timore servile, salito lo scalone primo de l’affecto. Perché l’affecto, spogliatosi del proprio amore, saglie sopra di sé e sopra le cose transitorie, amandole e tenendole, se egli le vuole tenere, per me e non senza me, cioè con sancto e vero timore, e amore della virtú.

Alora si truova salito el secondo scalone, cioè al lume de l’intellecto, el quale si specula ne l’amore cordiale di me, in Cristo crocifixo in cui, come mezzo, lo ve l’ho mostrato. Alora truova la pace e la quiete, perché la memoria s’è impíta e non è vòtia della mia caritá. Tu sai che la cosa vòtia toccandola bussa, ma quando ella è piena non fa cosí. Cosí, quando è piena la memoria col lume de l’intellecto, e con l’affecto pieno d’amore, muovelo con tribulazioni o con delizie del mondo, egli non bussa con disordinata allegrezza; e non bussa per impazienzia, perché egli è pieno di me che so’ ogni bene.

Poi che è salito, egli si truova congregato; ché, possedendo la ragione e’ tre scaloni delle tre potenzie de l’anima, come decto t’ho, l’ha congregate nel nome mio. Congregati e’ due, cioè l’amore di me e del proximo, e congregata la memoria a ritenere e lo ‘ntellecto a vedere e la volontà ad amare, l’anima si truova acompagnata di me che so’ sua fortezza e sua securtà. Truova la compagnia delle virtú; e cosí va e sta secura, perché so’ nel mezzo di loro.

Alora si muove con ansietato desiderio, avendo sete di seguitare la via della Verità, per la quale via truova la fonte de l’acqua viva. Per la sete che egli ha de l’onore di me e salute di sé e del proximo, ha desiderio della via, però che senza la via non si potrebe giognere. Alora va e porta el vaso del cuore vòtio d’ogni affecto e d’ogni amore disordinato del mondo. E subito che egli è vòtio, s’empie, perché neuna cosa può stare vòtia; unde, se ella non è piena di cosa materiale, ed ella s’empie d’aria. Cosí el cuore è uno vasello che non può stare vòtio; ma, subito che n’ha tracte le cose transitorie per disordinato amore, è pieno d’aria, cioè di celestiale e dolce amore divino, col quale giogne a l’acqua della grazia: unde gionto che è, passa per la porta di Cristo crocifixo e gusta l’acqua viva, trovandosi in me che so’ mare pacifico.


LV - Repetizione in somma d’alcune cose giá decte.

— Ora t’ho mostrato che modo ha a tenere generalmente ogni creatura che ha in sé ragione, per potere escire del pelago del mondo e per non annegare e giognere a l’etterna dannazione. Anco t’ho mostrato e’ tre scaloni generali, ciò sonno le tre potenzie de l’anima, e che neuno ne può salire uno che non li salga tucti. E hotti decto sopra quella parola che disse la mia Verità: «Quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio», come questa è la congregazione di questi tre scaloni, cioè delle tre potenzie de l’anima. Le quali tre potenzie acordate hanno seco e’ due principali comandamenti della Legge: cioè la carità mia e del proximo tuo, cioè d’amare me sopra ogni cosa, e’l proximo come te medesima.

Alora, salita la scala, cioè congregate nel nome mio, come decto t’ho, subito ha sete de l’acqua viva. E allora si muove e passa su per lo ponte, seguitando la doctrina della mia Verità, che è esso ponte. Alora voi corrite doppo la voce sua che vi chiama, si come di sopra ti dixi; che, gridando, nel tempio v’invitava, dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, che so’ fonte d’acqua viva». Hotti spianato quel che egli voleva dire e come si debba intendere, acciò che tu meglio abbi cognosciuta l’abondanzia della mia carità, e la confusione di- coloro che a dilecto pare che corrano per la via del dimonio che gl’invita a l’acqua morta.

Ora hai veduto e udito di quello che mi dimandavi, cioè del modo che si debba tenere per non annegare. E hotti decto che ‘l modo è questo: cioè di salire per lo ponte. Nel quale salire sonno congregati e uniti insieme, stando nella dileczione del proximo, portando el cuore e l’affecto suo come vasello a me, che do bere a chi me l’adimanda, e tenendo per la via di Cristo crocifixo con perseveranzia infino a la morte.

Questo è quel modo che tucti dovete tenere in qualunque stato l’uomo si sia, però che neuno stato lo scusa che egli nol possa fare e che non il debba fare; anco el può fare e debbalo fare, ed ènne obligata ogni creatura che ha in sé ragione. E neuno si può ritrare, dicendo: — Io ho lo stato, ho’ figliuoli, ho altri impacci del mondo; e per questo mi ritrago ch’io non séguito questa via. — O per malagevolezza che vi truovino, non il possono dire; però che giá ti dixi che ogni stato era piacevole e accepto a me, purché fusse tenuto con buona e sancta volontà. Perché ogni cosa è buona e perfecta e facta da me, che so’ somma bontá: non sonno create né date da me perché con esse pigliate la.morte, ma perché n’abbiate vita.

Agevole cosa è, però che neuna cosa è di tanta agevolezza e di tanto dilecto quanto è l’amore. E quello che Io vi richiego non è altro che amore e dileczione di me e del proximo. Questo si può fare in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni stato che l’uomo è, amando e tenendo ogni cosa ad laude e gloria del nome mio.

Sai che Io ti dixi che per lo inganno loro, non andando eglino col lume ma vestendosi de l’amore proprio di loro, amando e possedendo le creature e le cose create fuore di me, passano costoro questa vita crociati, essendo facti incomportabili a loro medesimi. E se essi non si levano per lo modo che decto è, giongono a l’ecterna dannazione.

Ora t’ho decto che modo debba tenere ogni uomo generalmente.


LVI - Come Dio, volendo mostrare a questa devota anima che i tre scaloni del sancto ponte sono significati in particulare per li tre stati dell’anima, dice che ella levi sé sopra di sé a raguardare questa veritá.

— Perché di sopra ti dixi come debbono andare e vanno coloro che sonno nella caritá comune, ciò sonno quegli che observano i comandamenti e i consigli mentalmente; ora ti voglio dire di coloro che hanno cominciato a salire la scala e cominciano a volere andare per la via perfecta, cioè d’observare i comandamenti e i consigli actualmente in tre stati, e’ quali ti mostrarrò, spianandoti ora in particulare i tre gradi e stati de l’anima e tre scaloni, e’ quali ti posi in generale per le tre potenzie de l’anima. De’ quali l’uno è imperfecto, l’altro è piú perfecto, l’altro è perfectissimo. L’uno m’è servo mercennaio, l’altro m’è servo fedele, l’altro m’è figliuolo, cioè che ama me senza alcuno rispecto.

Questi sonno tre stati che possono essere e sonno in molte creature, e sonno in una creatura medesima. In una creatura sonno e possono essere quando con perfecta sollicitudine corre per la via predecta exercitando il tempo suo, che da lo stato servile giogne al liberale, e dal liberale al filiale.

Leva te sopra di te e apre l’occhio de l’ intellecto tuo, e mira questi perregrini viandanti come passano. Alcuni imperfectamente, e alcuni perfectamente per la via de’ comandamenti, e alquanti perfectissimamente tenendo ed exercitando la via de’ consigli. Vedrai unde viene la imperfeczione e unde viene la perfeczione, e quanto è l’inganno che l’anima riceve in se medesima perché la radice de l’amore proprio non è dibarbicata. In ogni stato che l’uomo è, gli è bisogno d’ucidere questo amore proprio in sé.


LVII - Come questa devota anima, raguardando nel divino specchio, vedeva le creature andare in diversi modi.

Alora quella anima, ansietata d’affocato desiderio, specolandosi nello specchio dolce divino, vedeva le creature tenere in diversi modi e con diversi rispecti per giognere al fine loro. Molti vedeva che cominciavano a salire sentendosi impugnati dal timore servile, cioè temendo la propria pena. E molti, exercitando el primo chiamare, giognevano al secondo; ma pochi si vedevano giognere a la grandissima perfeczione.


LVIII - Come el timore servile, senza l’amore de le virtú, non è sufficiente a dare vita eterna. E come la legge del timore e quella dell’amore sono unite insieme.

Alora la bontá di Dio, volendo satisfare al desiderio de l’anima, diceva: — Vedi tu: costoro si sonno levati con timore servile dal bòmico del peccato mortale; ma se essi non si levano con amore della virtú, non è sufficiente il timore servile a dar lo’ vita durabile. Ma l’amore col sancto timore è sufficiente, perché la legge è fondata in amore con timore sancto.

La legge del timore era la legge vecchia che fu data da me a Moisé. La quale era fondata solamente in timore, perché, commessa la colpa, pativano la pena.

La legge de l’amore è la legge nuova, data dal Verbo de l’unigenito mio Figliuolo; la quale è fondata in amore. E per la legge nuova non si ruppe però la vecchia: anco s’adempí. E cosí dixe la mia Verità: «Io non venni a dissolvere la legge, ma adempirla». E uni la legge del timore con quella de l’amore. Fulle tolto per l’amore la imperfeczione del timore della pena, e rimase la perfeczione del timore sancto, cioè temere solo di non offendere, non per danno proprio, ma per non offendere me che so’ somma bontá.

Si che la legge imperfecta fu facta perfecta con la legge de l’amore. Poi che venne il carro del fuoco de l’unigenito mio Figliuolo, ci quale recò ci fuoco della mia caritá ne l’umanità vostra, con l’abondanzia della misericordia, fu tolta via la pena delle colpe che si commectono: cioè di non punirle in -questa vita di subbito che offende, si come anticamente era dato e ordinato nella legge di Moisé di dare la pena subbito che la colpa era commessa. Ora non è cosí : non bisogna dunque timore servile. E non è però che la colpa non sia punita, ma è servata a punire (se la persona non la punisce con perfecta contrizione) ne l’altra vita, separata l’anima dal corpo. Mentre che vive egli, gli è tempo di misericordia; ma, morto, gli sarà tempo di giustizia.

Debbasi dunque levare dal timore servile e giognere a l’amore e sancto timore di me. Altro rimedio non ci sarebbe che elli non ricadesse nel fiume, giognendoli fonde delle tribolazioni e le spine delle consolazioni. Le quali sonno tucte spine che pongono l’anima che disordinatamente l’ama e possiede.


LIX - Come, exercitandosi nel timore servile, el quale è stato d’ inperfeczione (per lo quale s’intende el primo scalone del sancto ponte), si viene al secondo, el quale è stato di perfeczione.

— Perché lo ti dixi che neuno poteva andare per lo ponte né escire del fiume che non salisse i tre scaloni, e cosí è la veritá: che salgono chi imperfectamente e chi perfectamente e chi con grande perfeczione.

Costoro e’ quali sonno mossi dal timore servile hanno salito e congregatisi insieme imperfectamente. Cioè che l’anima, avendo veduta la pena che séguita doppo la colpa, saglie e congrega insieme la memoria a trarne ci ricordamento del vizio, lo intellecto a vedere la pena sua che per essa colpa aspecta d’avere; e però la volontà si muove ad odiarla.

E poniamo che questa sia la prima salita e la prima congregazione, conviensi exercitarla col lume de l’intelletto dentro nella pupilla della sanctissima fede, raguardando non, solamente la pena ma ci frutto delle virtú e l’amore che Io lo’ porto; acciò che salgano con amore co’ piei de l’affecto, spogliati del timore servile. E facendo cosí, diventaranno servi fedeli e non infedeli, servendomi per amore e non per timore. E se con odio s’ ingegnaranno di dibarbicare la radice de l’amore proprio di loro, se sonno prudenti costanti e perseveranti, vi giongono.

Ma molti sonno che pigliano ci loro cominciare e salire si lentamente, e tanto per spizzicone rendono ci debito loro a me, e con tanta negligenzia e ignoranzia, che subbito vengono meno. Ogni piccolo vento gli fa andare a vela e voltare il capo a dietro, perché imperfectamente hanno salito e preso ci primo scalone di Cristo crocifixo; e però non giongono al secondo del cuore.


LX - De la inperfeczione di quelli che amano e servono Dio per propria utilita e diletto e consolazione.

Alquanti sonno che sonno fatti servi fedeli, cioè che fedelmente mi servono, senza timore servile (servendo solo per timore della pena), ma servono con amore. Questo amore, cioè di servire per propria utilitá o per diletto o piacere che truovino in me, è imperfetto. Sai chi lo’ ‘l dimostra che l’amore loro è imperfetto? quando sonno privati della consolazione che trovavano in me. E con questo medesimo amore imperfetto amano el proximo loro: E però non basta né dura l’amore: anco allenta, e spesse volte viene meno. Allenta inverso di me quando alcuna volta Io, per exercitargli nella virtú e per levarli dalla imperfeczione, ritrago a me la consolazione della mente e permetto lo’ battaglie e molestie. E questo fo perché vengano ad perfetto cognoscimento di loro, e conoscano loro non essere, e neuna grazia avere da loro. E nel tempo delle battaglie rifuggano a me, cercandomi e cognoscendomi come loro benefattore, cercando solo me con vera umilità. E per questo lo’ do e ritrago da loro la consolazione, ma non la grazia.

Questi cotali alora allentano, voltandosi con impazienzia di mente. Alcuna volta lassano per molti modi e’ loro exercizi, e spesse volte sotto colore di virtú, dicendo in loro medesimi : — Questa operazione non ti vale, — sentendosi privati della propria consolazione della mente. Questi fa come imperfetto che anco non ha bene levato el panno de l’amore proprio spirituale della pupilla de l’occhio della sanctissima fede. Però che, se egli l’avesse levato in veritá, vedrebbe che ogni cosa procede da me e che una foglia d’arbore non cade senza la mia providenzia; e che ciò che Io do e permetto, do per loro sanctificazione, cioè perché abbino el bene e il fine per lo quale lo vi creai.

Questo debbono vedere e cognoscere, che Io non voglio altro che il loro bene, nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, nel quale sangue sonno lavati dalle iniquità loro. In esso sangue possono cognoscere la mia veritá, che, per dar lo’ vita etterna, lo gli creai a la imagine e similitudine mia, e ricreai a grazia, col sangue del Figliuolo proprio, loro, figliuoli adoptivi. Ma perché essi sonno imperfetti, servono per propria utilitá e allentano l’amore del proximo.

E’ primi vi vengono meno per timore che hanno di non sostenere pena. Costoro, che sonno e’ secondi, allentano, privandosi de l’utilitá che facevano al proximo, e ritragono a dietro da la caritá loro, se si vegono privati della propria utilitá o d’alcuna consolazione che avessero trovata in loro. E questo l’adiviene perché l’amore loro non era schietto; ma, con quella imperfeczione che amano me (cioè d’amarmi per propria utilitá), di quello umore amano loro.

Se essi non ricognoscono la loro imperfeczione col desiderio della perfeczione, impossibile sarebbe che non voltassero el capo indietro. Di bisogno l’è, a volere vita etterna, che essi amino senza rispetto: non basta fuggire il peccato per timore della pena né abracciare le virtú per rispetto della propria utilitá, però che non è sufficiente a dare vita etterna; ma conviensi ché si levi del peccato perché esso dispiace a me, e ami la virtú per amore di me.

È vero che quasi el primo chiamare generale d’ogni persona è questo; però che prima è imperfetta l’anima che perfetta. E da la imperfeczione debba giognere a la perfeczione: o nella vita mentre che vive, vivendo in virtú col cuore schietto e liberale d’amare me senza alcuno rispetto; o nella morte, riconoscendo la sua imperfeczione con proponimento che, se egli avesse tempo, servirebbe me senza rispetto di sé.

Di questo amore imperfetto amava sancto Pietro el dolce e buono Iesú, unigenito mio Figliuolo, molto dolcemente sentendo la dolcezza della conversazione sua. Ma, venendo el tempo della tribolazione, venne meno; tornando a tanto inconveniente che, non tanto che egli sostenesse pena in sé, ma, cadendo nel primo timore della pena, el negò, dicendo che mai non l’aveva cognosciuto.

In molti inconvenienti cade l’anima che ha salita questa scala solo col timore servile e con l’amore mercennaio. Debbansi adunque levare ed essere figliuoli, e servire a me senza rispetto di loro. Benché Io, che so’ remuneratore d’ogni fadiga, rendo a ciascuno secondo lo stato ed exercizio suo. E se costoro non lassano l’exercizio de l’orazione sancta e de l’altre buone operazioni, ma con perseveranzia vadano aumentando la virtú, giogneranno a l’amore del figliuolo.

E Io amarò loro d’amore filiale, però che con quello amore che so’ amato lo, con quello vi rispondo: cioè che, amando me si come fa el servo el signore, Io come signore ti rendo el debito tuo, secondo che tu hai meritato. Ma non manifesto me medesimo a te, perché le cose secrete si manifestano a l’amico che è facto una cosa con l’amico suo.

È vero che ‘l servo può crescere per la virtú sua e amore che porta al signore, si che diventarà amico carissimo: cosí è e adiviene di questi cotali. Mentre che stanno nel mercennaio amore, Io non. manifesto me medesimo a loro; ma se essi con dispiacimento della loro imperfeczione e amore delle virtú, con odio dibarbicando la radice de l’amore spirituale proprio di se medesimo, salendo sopra la sedia della coscienzia sua, tenendosi ragione, si che non passino e’ movimenti, nel cuore, del timore servile e de l’amore mercennaio che non sieno corretti col lume della sanctissima fede; facendo cosí, sarà tanto piacevole a me, che per questo giognaranno a l’amore de l’amico.

E cosí manifestarò me medesimo a loro, si come dixe la mia Verità quando disse: «Chi m’amará sarà una cosa con meco e Io con loro, e manifestarò me medesimo, e faremo mansione insieme». Questa è la condiczione del carissimo amico, che sonno due corpi e una anima per affecto d’amore, perché l’amore si transforma nella cosa amata. Se elli è facto una anima, neuna cosa gli può essere segreta. E però dixe la mia Verità: «Io verrò e faremo mansione insieme». E cosí è la veritá.


LXI - In che modo Dio manifesta se medesimo all’anima che l’ama.

— Sai in che modo manifesto me ne l’anima che m’ama in veritá, seguitando la dottrina di questo dolce ed amoroso Verbo? In molti modi manifesto la virtú mia ne l’anima, secondo el desiderio che ella ha.

Tre principali manifestazioni Io fo. La prima è che Io manifesto l’affetto e la caritá mia col mezzo del Verbo del mio Figliuolo; el quale affecto e la quale caritá si manifesta nel Sangue sparto con tanto fuoco d’amore. Questa caritá si manifesta in due modi: l’uno è generale comunemente a la gente comune, cioè a coloro che stanno nella caritá comune. Manifestasi, dico, in loro vedendo e provando la mia caritá in molti e diversi benefizi che ricevono da me. L’altro modo è particulare a quegli che sonno fatti amici, aggionto alla manifestazione della comune caritá che egli gustano e cognoscono e pruovano e sentono per sentimento ne l’anime loro.

La seconda manifestazione della caritá è pure in loro medesimi, manifestandomi per affecto d’amore. None che Io sia acceptatore delle creature, ma del sancto desiderio; , manifestandomi ne l’anima in quella perfeczíone che ella mi cerca. Alcuna volta mi manifesto (e questa è pure la seconda) dando lo’ spirito di profezia, mostrando lo’ le cose future. E questo è in molti e in diversi modi, secondo el bisogno che lo vego ne l’anima propria e ne l’altre creature.

Alcuna volta (e questa è la terza) formarò nella mente loro la presenzia della mia Verità, unigenito mio Figliuolo, in molti modi, secondo che l’anima appetisce e vuole. Alcuna volta mi cerca ne l’orazione, volendo cognoscere la potenzia mia; e lo le satisfo facendole gustare e sentire la mia virtú. Alcuna volta mi cerca nella sapienzia del mio Figliuolo, e Io le satisfo ponendolo per obietto a l’occhio de l’intelletto suo. Alcuna volta mi cerca nella clemenzia dello Spirito sancto; e alora la mia bontá le fa gustare il fuoco della divina carità, concipendo le vere e reali virtú, fondate nella caritá pura del proximo suo.


LXII - Perché Cristo non dixe: «Io manifestarti el Padre mio», ma dire: «Io manifestarò me medesimo».

— Adunque vedi che la Verità mia disse veritá, dicendo: «Chi m’amará sarà una cosa con meco»; però che, seguitando la doctrina sua, per affecto d’amore sète uniti in lui. Ed essendo uniti in lui, sète uniti in me, perché siamo una cosa insieme; e cosí manifesto me medesimo a voi, perché siamo una medesima cosa. Unde, se la mia Verità dixe: «Io manifestarò me a voi», dixe veritá; però che manifestando sé manifestava me, e manifestando me manifestava sé.

Ma perché non disse: «Io manifestarò el Padre mio a voi»? Per tre cose singulari. Una, perché egli volse manifestare che Io non so’ separato da lui, né egli da me; e però a sancto Filippo, quando gli dixe: «Mostraci el Padre e basta a noi», dixe: «Chi vede me vede il Padre, e chi vede el Padre vede me». Questo disse, però che era una cosa con meco, e quello che egli aveva l’aveva da me, e none Io da lui. E però dixe a’ giuderi: «La doctrina mia non è mia, ma è del Padre mio che mi mandò». Perché il Figliuolo mio procede da me, e non Io da lui. Ma ben so’ una cosa con lui ed egli con meco. Però adunque non dixe: «Io manifestarò el Padre», ma dixe: «Io manifestarò me», cioè: «però che so’ una cosa col Padre».

La seconda fu però che, manifestando sé a voi, non porgeva altro che quel che aveva avuto da me, Padre, quasi volesse elli dire: «El Padre ha manifestato sé a me, perch’ Io so’ una cosa con lui. E Io, me e lui, per mezzo di me, manifestarò a voi».

La terza fu perché Io, invisibile, non posso essere veduto da voi, visibili, se non quando sarete separati da’ corpi vostri. Alora vedrete me, Dio, a faccia a faccia, e il Verbo del mio Figliuolo intellectualmente di qui al tempo della resurreczione generale, quando l’umanità vostra si conformarà e dilectarà ne l’umanità del Verbo, si come di sopra nel Traciato della resurreczione ti contiai.

Si che me, come Io so’, non mi potete vedere. E però velai Io la divina natura col velame della vostra umanità, acciò che mi poteste vedere. lo, invisibile, mi feci quasi visibile, dandovi el Verbo del mio Figliuolo, velato del velame della vostra umanità. Egli manifesta me a voi; e però adunque non disse: «Io manifestarò el Padre», ma disse: «Io manifestarò me a voi», quasi dica: «secondo che m’ha dato el Padre mio, manifestarò me a voi».

Si che vedi che in questa manifestazione, manifestando sé, manifesta me. Ed anco hai udito perché egli non disse: «lo manifestarò el Padre a voi», cioè perché a voi nel corpo mortale non è possibile di vedere me, come decto è, e perché egli è una cosa con meco.


LXIII - Che modo tiene l’anima per salire lo scalone secondo del sancto ponte, essendo giá salita el primo.

— Ora hai veduto in quanta excellenzia sta colui che è gionto a l’amore de l’amico. Questo ha salito el piè de l’affecto ed è gionto al secreto del cuore, cioè al secondo de’ tre scaloni e’ quali sonno figurati nel corpo del mio Figliuolo. Díxiti che significati erano nelle tre potenzie de l’anima, e ora tel pongo significare e’ tre stati de l’anima. Ora, innanzi ch’ Io ti gionga al terzo, ti voglio mostrare in che modo gionse ad essere amico (ed essendo facto amico, è facto figliuolo, giognendo a l’amore filiale), e quello che fa essendo facto amico, e in quello che si vede che egli è facto amico.

El primo, cioè come egli è venuto ad essere amico, dicotelo. In prima era imperfecto, essendo nel timore servile: exercitandosi e perseverando, venne a l’amore del dilecto e della propria utilitá, trovando dilecto e utilitá in me. Questa è la via, e per questa passa colui che desidera di giognere a l’amore perfecto, cioè ad amore d’amico e di figliuolo.

Dico che l’amore filiale è perfecto, però che ne l’amore del figliuolo riceve la eredità di me, Padre etterno. E perché amore di figliuolo non è senza l’amore de l’amico, però ti dixi che d’amico era facto figliuolo.

Ma che modo tiene a giógnarvi? Dicotelo. Ogni perfeczione ed ogni virtú procede da la carità, e la caritá è notricata da l’umilità, e l’umilità esce del cognoscimento e odio sancto di se medesimo, cioè della propria sensualità. Chi ci giogne, conviene che sia perseverante e atia nella cella del cognoscimento di sé; nel quale cognoscimento di sé cognoscerà la misericordia mia nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, tirando a sé con l’affetto suo la divina mia carità, exercitandosi in extirpare ogni perversa volontà spirituale e temporale, nascondendosi nella casa sua. Si come fece Pietro e gli altri discepoli, che, doppo la colpa della negazione che fece del mio Figliuolo, pianse. El suo pianto era ancora imperfetto: e imperfetto fu infino a doppo e’ quaranta di, cioè doppo l’Ascensione, poi che la mia Verità ritornò a me secondo l’umanità sua. Alora si nascosero Pietro e gli altri nella casa aspettando l’a’venimento dello Spirito sancto, si come la mia Verità aveva promesso a loro.

Essi stavano inserrati per paura, però che sempre l’anima, infino che non giogne al vero amore, teme: ma perseverando in vigilia, in umile e continua orazione infino che ebbero l’abondanzia dello Spirito sancto, alora, perduto el timore, seguitavano e predicavano Cristo crocifixo.

Cosí l’anima che ha voluto o vuole giognere a questa perfeczione, poi che doppo la colpa del peccato mortale s’è levata e ricognosciuta sé, comincia a piagnere per timore della pena. Poi si leva a la considerazione della misericordia mia, dove truova dilecto e sua utilitá. E questo è imperfetto. E però Io, per farla venire ad perfeczione, doppo e’ quaranta di (cioè doppo questi due stati), a ora a ora mi sottraggo da l’anima: non per grazia ma per sentimento.

Questo vi manifestò la mia Verità, quando dixe a’ discepoli: «Io andarò e tornarò a voi». Ogni cosa che egli diceva era detta in particolare a’ discepoli, ed era detta in generale e comunemente a tutti e’ presenti e a’ futuri, cioè di quelli che dovevano venire. Disse: «lo andarò e tornarò a voi»; e cosí fu: ché, tornando lo Spirito sancto sopra e’ discepoli, tornò Egli, perché, come di sopra ti dixi, lo Spirito sancto non tornò solo, ma venne con la potenzia mia e con la sapienzia del Figliuolo (che è una cosa con meco), e con la clemenzia sua d’esso Spirito sancto, el quale procede da me, Padre, e dal Figliuolo.

Or cosí ti dico: che, per fare levare l’anima dalla imperfeczione, lo mi sottraggo, per sentimento, privandola della consolazione di prima. Quando ella era nella colpa del peccato mortale, ella si parti da me, ed Io sottraxi la grazia per la colpa sua, perché essa aveva serrata la porta del desiderio; unde il sole della grazia n’esci fuore, non per difetto del sole, ma per dilecto della creatura, che serrò la porta del desiderio. Ricognoscendo sé e la tenebre sua, apre la finestra, vomitando el fracidume per la sancta confessione. Io alora per grazia so’ tornato ne l’anima, e ritraggomi da lei non per grazia ma per sentimento, come detto è. Questo fo per farla umiliare e per farla exercitare in cercare me in veritá, e per provarla nel lume della fede, perché ella venga a prudenzia. Alora, se ella ama senza rispetto, con viva fede e con odio di sé, gode nel tempo della fadiga, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E questa è la seconda cosa delle tre, delle quali Io ti dicevo, cioè di mostrare in che modo viene ad perfeczione, e che fa quando ella è gionta.

Questo è quel che fa: che, perché ella senta ch’ Io sia ritratto a me, non volta el capo a dietro; anco persevera con umilità ne l’exercizio suo, e sta serrata nella casa del cognoscimento di sé. E ine con fede viva aspetta l’avenimento dello Spirito sancto, cioè me, che so’ esso fuoco di caritá. Come aspetta? non oziosa, ma invigilia e continua e sancta orazione. E non solamente la vigilia corporale, ma la vigilia intellectuale, cioè che l’occhio de l’ intellecto non si serra, ma col lume della fede veghia-, extirpando con odio le cogitazioni del cuore; veghiando ne l’affecto della mia carità, cognoscendo che Io non voglio altro che la sua sanctificazione. E questo n’è certificato nel sangue del mio Figliuolo.

Poi che l’occhio vegghia nel cognoscimento di me e di sé, òra continuamente con orazione di sancta e buona volontà: questa è orazione continua. E anco con l’orazione actuale, cioè, dico, facta ne l’actuale tempo ordinatamente, secondo l’ordine della sancta Chiesa.

Questo è quello che fa l’anima che s’è partita dalla imperfeczione e gionta alla perfeczione. E acciò che ella vi giognesse, mi partii da lei, non per grazia ma per sentimento.

Partiimi ancora perché ella vedesse e cognoscesse il difecto suo: però che, sentendosi privata della consolazione, se sente pena afiiiggitiva e sentesi debile e non stare ferma né perseverante, in questo truova la radice de l’amore spirituale proprio di sé. E però l’è materia di cognoscersi e di levarsi sé sopra di sé, salendo sopra la sedia della coscienzia sua; e non lassare passare quel sentimento che non sia correcto con rimproverio, dibarbicando la radice de l’amore proprio col coltello de l’odio d’esso amore e con l’amore della virtú.


LXIV - Come, amando Dio inperfectamente, inperfectamente s’ama el proximo. E de’ segni di questo amore inperfecto.

— E voglio che tu sappi che ogni inperfeczione e perfeczione si manifesta e s’acquista in me; e cosí s’acquista e manifesta nel mezzo del proximo. Bene il sanno e’ semplici, che spesse volte amano le creature di spirituale amore. Se l’amore di me ha ricevuto schiectamente senza alcuno rispecto, schiectamente beie l’amore delproximo suo, si come il vasello che s’empie nella fonte: che, se nel traie fuore, beiendo, el vasello rimane vòtio; ma se egli el beie stando el vasello nella fonte, non rimane vòtO, ma sempre sta pieno. Cosí l’amore del proximo, spirituale e temporale, vuole essere beiuto in me, senza alcuno rispecto.

Io vi richiegio che voi m’amiate di quello amore che Io amo voi. Questo non potete fare a me, però che Io v’amai senza essere amato. Ogni amore, che voi avete a me, m’avete di debito e non di grazia, però che ‘l dovete fare. E Io amo voi di grazia e non di debito. Adunque a me non potete rendere questo amore che lo vi richiego; e però v’ho posto el mezzo del proximo vostro, acciò che faciate a lui quello che non potete fare a me, cioè d’amarlo senza veruno respecto, di grazia e senza aspectarne alcuna utilitá. E io reputo che faciate a me quello che fate allui.

Questo mostrò la mia Verità dicendo a Pavolo, quando mi perseguitava: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Questo diceva, reputando che Pavolo perseguitasse me perseguitando e’ miei fedeli.

Si che vuole essere schiecto questo amore. E con quello amore, che voi amate me, dovete amare loro. Sai a che se n’avede che egli non è perfecto colui che ama di spirituale amore? Se si sente pena afìiiggitiva quando non gli pare che la creatura, che egli ama, satisfaccia a l’amore suo, non parendogli essere amato quanto gli pare amare. Ovvero che egli si vega sottrare la conversazione, o privare della consolazione, o vedendo amare un altro piú di lui.

A questo e a molte altre cose se ne potrà avedere che questo amore in me e nel proximo è ancora imperfecto, e che questo vasello è beiuto fuore della fonte: poniamo che l’amore abbi tracto da me. Ma perché in me l’aveva ancora imperfecto, però imperfecto el mostra in colui che ama di spirituale amore. Tucto procede perché la radice de l’amore proprio spirituale non era bene dibarbicata.

E però Io permecto spesse volte che ponga questo amore, perché cognosca sé e la sua imperfeczione per lo modo decto. E sottragomi, per sentimento, da lei, perché essa si rinchiuda nella casa del cognoscimento di sé, dove acquistarà ogni perfeczione. E poi Io torno in lei con piú lume e cognoscimento della mia veritá, in tanto che si reputa a grazia di potere uccidere la propria volontà per me. E non si ristà mai di potare la vigna de l’anima sua, e di divellere le spine delle cogitazioni, e ponere le pietre delle virtú fondate nel sangue di Cristo crocifixo, le quali ha trovate ne l’andare per lo ponte di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Si com’ Io ti dixi, se bene ti ricorda, che sopra del ponte, cioè della doctrina della mia Verità, erano le pietre fondate in virtú del sangue suo, perché le virtú hanno dato vita a voi in virtú del Sangue.



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