Dialogo della divina provvidenza

Santa Caterina da Siena

Dialogo della divina provvidenza
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I - Come l’anima per orazione s’unisce con Dio, e come questa anima, de la quale qui si parla, essendo levata in contemplazione, faceva a Dio quatro petizioni.

Levandosi una anima ansietata di grandissimo desiderio verso l’onore di Dio e la salute de l’anime; exercitandosi per alcuno spazio di tempo nella virtú, abituata e abitata nella cella del cognoscimento di sé per meglio cognoscere la bontá di Dio in sé; perché al cognoscimento séguita l’amore, amando cerca di seguitare e vestirsi della veritá. E perché in veruno modo gusta tanto ed è illuminata d’essa veritá quanto col mezzo de l’orazione umile e continua fondata nel cognoscimento di sé e di Dio (però che l’orazione, exercitandola per lo modo decto, unisce l’anima in Dio, seguitando le vestigie di Cristo crocifixo), e cosí per desiderio e affecto e unione d’amore ne fa un altro sé.

Questo parbe che dicesse Cristo quando disse: «Chi m’amará e servará la parola mia Io manifestarò me medesimo a lui, e sarà una cosa con mero e Io con lui». E in piú luoghi troviamo simili parole, per le quali potiamo vedere che egli è la veritá che per affecto d’amore l’anima diventa un altro lui. E per vederlo piú chiaramente, ricòrdomi d’avere udito d’alcuna serva di Dio che essendo in orazione, levata con grande elevazione di mente, Dio non nascondeva a l’occhio de l’ intellecto suo l’amore che aveva a’ servi suoi: anco el manifestava, e tra l’altre cose diceva: — Apre l’occhio de l’intellecto e mira in me, e vedrai la dignità e bellezza della mia creatura che ha in sé ragione. E tra la bellezza che io ho data a l’anima creandola a la imagine e similitudine mia, raguarda costoro che sono vestiti del vestimento nupziale, cioè della carità, adornato di molte vere e reali virtú, uniti sonno con meco per amore. E però ti dico che se tu mi dimandassi : — Chi sonno costoro? — Rispondarei — diceva il dolce e amoroso Verbo: — Sonno un altro me, perché hanno perduta e annegata la propria volontà, e vestitisi, unitisi e conformatisi con la mia. —

Bene è dunque vero che l’anima s’unisce per affetto d’amore. Si che, volendo piú virilmente cognoscere e seguitare la veritá, levando il desiderio suo, prima per se medesima (considerando che l’anima non può fare vera utilitá di dottrina, d’exemplo e d’orazione al proximo suo se prima non fa utilitá a sé, cioè d’avere e acquistare la virtú in sé) domandava al sommo ed etterno Padre quattro petizioni. La prima era per se medesima; la seconda per la reformazione della sancta Chiesa; la terza generale per tutto quanto il mondo, e singularmente per la pace dei cristiani e’ quali sonno ribelli con molta irreverenzia e persecuzione alla sancta Chiesa. Nella quarta dimandava la divina providenzia che provedesse in comune, e in particulare in alcuno caso che era adivenuto.

II - Come el desiderio di questa anima crebbe, essendole mostrato da Dio la necessità del mondo.

Questo desiderio era grande ed era continuo; ma molto maggiormente crebbe essendo mostrato dalla prima Verità la necessità del mondo, e in quanta tempesta e offesa di Dio egli era. E intesa aveva ancora una lettera, la quale aveva ricevuta dal padre de l’anima sua, dove egli mostrava pena e dolore intollerabile de l’offesa di Dio e danno de l’anime e persecuzione della sancta Chiesa. Tutto questo l’accendeva il fuoco del sancto desiderio, con dolore de l’offesa e con allegrezza d’una speranza per la quale aspettava che Dio provedesse a tanti mali. E perché nella comunione l’anima pare che piú dolcemente si strenga fra sé e Dio e meglio cognosca la sua veritá (l’anima allora è in Dio, e Dio ne l’anima, si come il pesce che sta nel mare, e il mare nel pesce); e per questo le venne desiderio di giognere nella mactina per avere la messa; el quale di era il di di Maria. Venuta la mactina e l’ora della messa, si pose con ansietato desiderio e con grande cognoscimento di sé, vergognandosi della sua imperfeczione, parendole essere cagione del male che si faceva per tutto quanto el mondo, concipendo uno odio e uno dispiacimento di sé con una giustizia sancta; nel quale cognoscimento e odio e giustizia purificava le macchie che le pareva, ed era ne l’anima sua, di colpa, dicendo: — O Padre etterno, io mi richiamo di me a te, che tu punisca l’offese mie in questo tempo finito. E perché delle pene, che debba portare il proximo mio, io per li miei peccati ne so’ cagione, però ti prego benignamente che tu le punisca sopra di me.

III - Come l’operazioni finite non sono sufficienti a punire né a remunerare senza l’affetto de la caritá continuo.

Alora la Verità etterna, rapendo e tirando a sé piú forte il desiderio suo, facendo come faceva nel Testamento vecchio che quando facevano il sacrifizio a Dio veniva uno fuoco e tirava a sé il sacrifizio che era accepto a lui, cosí faceva la dolce Verità a quella anima: che mandava il fuoco della clemenzia dello Spirito sancto e rapiva il sacrifizio del desiderio che ella faceva di sé a lui, dicendo: — Non sai tu, figliuola mia, che tutte le pene che sostiene o può sostenere l’anima in questa vita non sonno sufficienti a punire una minima colpa? però che l’offesa che è fatta a me, che so’ Bene infinito, richiede satisfaczione infinita. E però lo voglio che tu sappi che non tutte le pene che sonno date in questa vita sonno date per punizione, ma per correczione, per gastigare il figliuolo quando egli offende. Ma è vero questo: che col desiderio de l’anima si satisfa, cioè con la vera contrizione e dispiacimento del peccato. La vera contrizione satisfa a la colpa ed a la pena, non per pena finita che sostenga, ma per desiderio infinito. Perché Dio, che è infinito, infinito amore e infinito dolore vuole. Infinito dolore vuole in dite modi: l’uno è della propria offesa la quale ha commessa contra ‘l suo Creatore; l’altro è de l’offesa che vede fare al proximo suo. Di questi cotali, perché hanno desiderio infinito (cioè che sonno uniti per affecto d’amore in me, e però si dogliono quando offendono o veggono offendere), ogni loro pena che sostengono, spirituale o corporale, da qualunque lato ella viene, riceve infinito merito e satisfa a la colpa che meritava infinita pena: poniamo che sieno state operazioni finite, facte in tempo finito; ma perché fu adoperata la virtú e sostenuta la pena con desiderio e contrizione e dispiacimento della colpa infinito, però valse.

Questo dimostrò Paolo quando disse: «Se io avesse lingua angelica, sapesse le cose future, desse il mio a’ poveri, e dessi el corpo mio ad ardere, e non avesse carità, nulla mi varrebbe». Mostra il glorioso apostolo che l’operazioni finite non sonno sufficienti né a punire né a remunerare senza il condimento dell’affecto della carità.

IV - Come el desiderio e la contriczione del cuore satisfa a la colpa e a la pena in sé e in altrui, e come tale volta satisfa a la colpa e none a la pena.

Hotti mostrato, carissima figliuola, come la colpa non si punisce in questo tempo finito per veruna pena che si sostenga, puramente pur pena. E dico che si punisce con la pena che si sostiene col desiderio, amore e contrizione del cuore: non per virtú della pena, ma per la virtú del desiderio de l’anima. Si come il desiderio e ogni virtú vale ed ha in sé vita per Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo in quanto l’anima ha tracto l’amore dallui e con virtú séguita le vestigie sue.

Per questo modo vagliono, e non per altro; e cosí le pene satisfanno a la colpa col dolce e unitivo amore acquistato nel cognoscimento dolce della mia bontá, e amaritudine e contrizione di cuore, cognoscendo se medesimo e le proprie colpe sue. El quale cognoscimento genera odio e dispiacimento del peccato e della propria sensualità. Unde egli si reputa degno delle pene e indegno del fructo. Si che — diceva la dolce Verità — vedi che, per la contrizione del cuore, con l’amore della vera pazienzia e con vera umilità, reputandosi degni della pena e indegni del fructo, per umilità portano con pazienzia. Si che vedi che satisfa per lo modo decto.

Tu mi chiedi pene acciò che si satisfacci a l’offese che sonno facte a me dalle mie creature, e dimandi di volere cognoscere e amare me che so’ somma Verità. Questa è la via a volere venire a perfecto cognoscimento e volere gustare me Verità etterna: che tu non esca mai del cognoscimento di te; e abbassata che tu se’ nella valle de l’umilità, e tu cognosce me in te. Del quale cognoscimento trarrai quello che t’è necessario. Neuna virtú può avere in sé vita se non dalla caritá. E l’umilità è baglia e nutrice della caritá. Nel cognoscimento di te t’aumiliarai vedendo te per te non essere, e l’essere tuo cognoscerai da me che v’ho amati prima che voi fuste; e per l’amore ineffabile che lo v’ebbi, volendovi ricreare a grazia v’ho lavati e ricreati nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo sparto con tanto fuoco d’amore.

Questo sangue fa cognoscere la veritá a colui che s’ha levata la nuvila de l’amore proprio per lo cognoscimento di sé; ché in altro modo non la cognoscerebbe. Allora l’anima s’accenderà in questo cognoscimento di me con uno amore ineffabile; per lo quale amore sta in continua pena, non pena afiliggitiva che affligga né disecchi l’anima, anco la ingrassa; ma perché ha cognosciuta la mia veritá e la propria colpa sua e la ingratitudine e ciechità del proximo, ha pena intollerabile; e però si duole perché m’ama, ché se ella non m’amasse non si dorrebbe.

Subbito che tu e gli altri servi miei avarete, per lo modo decto, cognosciuta la mia veritá, vi converrà sostenere infine a la morte le molte tribolazioni e ingiurie e rimprovèri in decto e in facto per gloria e loda del nome mio. Si che tu portarai e patirai pene.

Tu dunque e gli altri miei servi, portate con vera pazienzia, con dolore della colpa e amore della virtú, per gloria e loda del nome mio. Facendo cosí, satisfarò le colpe tue e degli altri miei servi, si che le pene che sosterrete saranno sufficienti, per la virtú della carità, a satisfare e a remunerare in voi e in altrui. In voi ne ricevarete fructo di vita, spente le macchie delle vostre ignoranzie, e Io non mi ricordarò che voi m’offendeste mai. In altrui satisfarò per la caritá e affecto vostro, e donarò secondo la disposizione loro con la quale ricevaranno. In particulare a coloro che si dispongono umilemente e con reverenzia a ricevere la doctrina de’ servi miei, lo’ perdonarò la colpa e la pena. Come? Che per questo verranno a questo vero cognoscimento e contrizione de’ peccati loro. Si che con lo strumento de l’orazione e desiderio de’ servi miei riceveranno fructo di grazia, ricevendo essi umilemente, come decto è, e meno e piú, secondo che vorranno exercitare con virtú la grazia.

In generale, dico che per li desidèri vostri riceveranno remissione e donazione. Guarda giá che non sia tanta la loro obstinazione che eglino vogliano essere riprovati da me per disperazione, spregiando el Sangue che con tanta dolcezza gli ha ricomprati. Che frutto ricevono? El frutto è che Io gli aspetto, costretto da l’orazioni de’ servi miei, e dollo’ lume, e follo’ destare il cane della coscienzia, e follo’ sentire l’odore della virtú, e dilettargli della conversazione de’ miei servi. E alcuna volta permetto che ‘l mondo lo’ mostri quello che egli è, sentendo variate e diverse passioni acciò che cognoscano la poca fermezza del mondo e levino il desiderio a cercare la patria loro di vita etterna. E cosí per questi e molti altri modi, e’ quali l’occhio non è sufficiente a vedere né la lingua a narrare né il cuore a pensare quante sonno le vie e’ modi che Io tengo, solo per amore e per riducerli a grazia, acciò che la mia veritá sia compita in loro.

Costrecto so’ di farlo da la inextimabile caritá mia con la quale lo li creai, e da l’orazioni e desidèri e dolore de’ servi Iniei; perché non so’ spregiatore della lagrima, sudore e umile orazione loro, anco gli accepto, però che lo so’ colui che gli fo amare e dolere del danno de l’anime. Ma non lo’ dá satisfaczione di pena a questi cotali generali, ma si di colpa, perché non sonno disposti dalla parte loro a pigliare con perfetto amore l’amore mio e de’ servi miei. Né non pigliano el loro dolore con amaritudine e perfecta contrizione della colpa commessa; ma con amore e contrizione imperfecta, e però non hanno né ricevono satisfaczione di pena come gli altri, ma si di colpa; perché richiede disposizione da l’una parte e da l’altra, cioè da chi dá e da chi riceve. Perché sonno imperfecti, imperfettamente ricevono la perfeczione de’ desidèri di coloro che con pena gli offerano dinanzi da me per loro.

Perché ti dixi che ricevevano satisfaczione, e anco l’era donato. Cosí è la veritá, che per lo modo che Io t’ho decto, per li strumenti di quello che di sopra contiammo (del lume della coscienzia, e de l’altre cose), l’è satisfacto la colpa; cioè cominciandosi a ricognoscere, bomicano il fracidume de’ peccati loro, e cosí ne ricevono dono di grazia.

Questi sonno coloro che stanno nella caritá comune. Se essi hanno ricevuto per correczione quello che hanno avuto, e non hanno fatta resistenzia alla clemenzia dello Spirito sancto, ricévonne vita di grazia estendo della colpa. Ma se essi, come ignoranti, sonno ingrati e scognoscenti verso di me e verso le fadighe de’ servi miei, esso facto lo’ torna in ruina e a giudicio quello che era dato per misericordia; non per difetto della misericordia né di colui che impetrava la misericordia per lo ingrato, ma solo per la miseria e durizia sua, il quale ha posto, con la mano del libero arbitrio, in sul cuore la pietra del diamante che, se non si rompe col Sangue, non si può rompere. Anco ti dico che, non obstante la durizia sua, mentre che egli ha il tempo che può usare il libero arbitrio, chiedendo il sangue del mio Figliuolo, con essa medesima mano e pongalo sopra la durizia del cuore suo, lo spezzarà e riceverà il frutto del Sangue che è pagato per lui. Ma se egli s’indugia, passato el tempo, non ha rimedio veruno, perché non ha riportata la dota che gli fu data da me: dandoli la memoria perché ritenesse i benefizi miei, e lo ‘ntellecto perché vedesse e cognoscesse la veritá, e l’affecto perché egli amasse me, veritá etterna, la quale lo ‘ntellecto cognobbe.

Questa è la dota che io vi diei, la quale debba ritornare a me Padre. Avendola venduta e sbaractata al demonio, el demonio con esso lui ne va e portane quello che in questa vita acquistò, empiendo la memoria delle delizie e ricordamento di disonestà, superbia, avarizia e amore proprio di sé; odio e dispiacimento del proximo, perseguitatore de’ miei servi. In queste miserie obfuscano lo ‘ntellecto per la disordinata volontà; cosí ricevono, con le puzze loro, pena etternale, infinita pena, perché non satisfecero a la colpa con la contrizione e dispiacimento del peccato.

Si che hai come la pena satisfa alla colpa per la perfecta contrizione del cuore, non per le pene finite. E non tanto la colpa, ma la pena che séguita doppo la colpa, a questi che hanno questa perfeczione. E a’ generali, come decto è, satisfa a la colpa, cioè che, privati del peccato mortale, ricevono la grazia; e non avendo sufficiente contrizione e amore a satisfare a la pena, vanno alle pene del purgatorio, passati dal secondo e ultimo mezzo.

Si che vedi che satisfa per lo desiderio de l’anima unito in me, che so’ infinito Bene; poco e assai, secondo la misura del perfecto amore di colui che dá l’orazione e il desiderio e di colui che riceve. Con quella medesima misura che colui dá a me e l’altro riceve in sé, con quella l’è misurato dalla mia bontá. Si che cresce il fuoco del desiderio tuo, e non lassare punto di tempo che tu non gridi con voce umile e con continua orazione dinanzi da me per loro. Cosí dico a te e al padre de l’anima tua che Io t’ho dato in terra, che virilmente portiate, e morta sia ogni propria sensualità.

V - Come molto è piacevole a Dio el desiderio di volere portare per lui.

— Molto è piacevole a me il desiderio di volere portare ogni pena e fadiga infino a la morte in salute de l’anime. Quanto piú sostiene, piú dimostra che m’ami; amandomi, piú cognosce della mia veritá; e quanto piú cognosce, piú sente pena e dolore intollerabile de l’offesa mia.

Tu dimandavi di sostenere e di punire e’ difecti altrui sopra di te; e tu non t’avedevi che tu dimandavi amore, lume e cognoscimento della veritá. Perché giá ti dixi che quanto era maggiore l’amore, tanto cresce il dolore e la pena. A cui cresce amore, cresce dolore. Adunque lo vi dico che voi dimandiate, e egli vi sarà dato. Ionon denegarò a chi mi dimanderà in veritá. Pensa che egli è tanto unito l’amore della divina carità, che è ne l’anima, con la perfecta pazienzia, che non si può partire l’una che non si parta l’altra. E però debba l’anima, come elegge d’amare me, cosí elegga di portare per me pene in qualunque modo, e di qualunque cosa lo le concedo. La pazienzia non si pruova se non nelle pene, e la pazienzia è unita con la carità, come decto è. Adunque portate virilmente, altrimenti non sareste né dimostrareste d’essere sposi della mia veritá e figliuoli fedeli, né che voi fuste gustatori del mio onore né della salute de l’anime

VI - Come ogni virtú e ogni defecto si fa col mezzo del proximo.

— Ché io ti fo a sapere che ogni virtú si fa COI mezzo del prossimo, e ogni difecto. Chi sta in odio di me fa danno al proximo e a se medesimo che è principale prossimo. Fagli danno in generale e in particolare. In generale è perché sète tenuti d’amare il prossimo vostro come voi medesimi; amandolo dovete sovenirlo spiritualmente con l’orazione e con la parola, consigliandolo e aitandolo spiritualmente e temporalmente secondo che fa bisogno alla sua necessità, almeno volontariamente, non avendo altro. Non amando me, non ama lui; non amandolo, non el soviene; offende innanzi se medesimo che si tolle la grazia, e offende il prossimo tollendoli, perché non gli dá l’orazione e i dolci desidèri che è tenuto d’offerire dinanzi a me per lui. Ogni sovenire che egli fa debba uscire della dileczione che egli gli ha per amore di me.

Cosí ogni male si fa per mezzo del prossimo, cioè che, non amando me, non è nella caritá sua. E tucti e’ mali dependono perché l’anima è privata della caritá di me e del prossimo suo. Non facendo bene, séguita che fa male; facendo male, verso cui el fa e dimostra? verso se medesimo in prima e del proximo; non verso di me, ché a me non può fare danno se none in quanto Io reputo facto a me quello che fa ad altrui. Fa danno a sé di colpa, la qual colpa el priva della grazia; peggio non si può fare. Al proximo fa danno non dandoli el debito che gli debba dare della dileczione e dell’amore, col quale amore il debba sovenire con l’orazione e sancto desiderio offerto a me per lui.

Questo è uno sovenimento generale che si debba fare a ogni creatura che ha in sé ragione. Utilità particolari sonno quelle che si fanno a coloro che vi sonno piú da presso dinanzi agli occhi vostri, de’ quali sète tenuti di sovenire l’uno a l’altro con la parola e doctrina e exemplo di buone operazioni, e in tucte l’altre cose che si vede che egli abbi bisogno; consigliandolo schiectamente come se medesimo e senza passione di proprio amore. Egli non el fa, perché giá è privato della dileczione verso di lui. Si che vedi che, non facendolo, gli fa danno particolare; e non tanto che gli facci danno non facendoli quel bene che egli può, ma e’ gli fa male e danno assiduamente. Come? Per questo modo: el peccato si fa actuale e mentale; mentale è giá facto, ché ha conceputo piacere del peccato e odio della virtú, cioè del proprio amore sensitivo, il quale l’ha privato de l’affecto della caritá el quale debba avere a me e al proximo suo. E poi che egli ha conceputo, gli parturisce l’uno di po’ l’altro sopra del proximo, secondo che piace a la perversa volontà sensitiva, in diversi modi: alcuna volta vediamo che parturisce una crudeltá e in generale e in particolare. Generale è di vedere sé e le creature in dampnazione e in caso di morte per la privazione della grazia; ed è tanto crudele che non si soviene, sé né altrui, de l’amore della virtú e odio del vizio; anco come crudele distende actualmente piú la crudeltá sua, cioè che non tanto che egli dia exemplo di virtú, ma egli, come malvagio, piglia l’officio delle dimonia, traendo, giusta’l suo potere, la creatura da la virtú e conducendola nel vizio. Questa è crudeltá verso l’anima che s’è facto strumento a tollarle la vita e darle la morte. Crudeltà corporale usa per cupidità, ché non tanto che egli sovenga il proximo del suo, ma egli tolle l’altrui, robbando le poverelle, e alcuna volta per acto di signoria e alcuna volta con inganno e con frode facendo ricomprare le cose del proximo e spesse volte la propria persona. O crudeltá miserabile, la quale sarai privata della misericordia mia, se esso non torna a pietà e benivolenzia verso di lui !

E alcuna volta parturisce parole ingiuriose, doppo le quali parole spesse volte séguita l’omicidio. E alcuna volta parturisce disonestà nella persona del proximo, per la quale ne diventa animale bruto, pieno di puzza; e non atosca né uno né due, ma chi se gli appressima con amore e conversazione ne rimane atoscato.

In cui parturisce la superbia? solo nel proximo per propria reputazione di sé; unde ne traie dispiacere del proximo suo, reputandosi maggiore di lui, e per questo modo gli fa ingiuria. Se egli ha a tenere stato di signoria, parturisce ingiustizia e crudeltá ed è rivenditore delle carni degli uomini.

O carissima figliuola, duolti de l’offesa mia e piagne sopra questi morti, acciò che con l’orazione si distruga la morte loro! Or vedi che da qualunque lato, e di qualunque maniera di genti, tu vedi tucti parturire i peccati sopra del proximo, e farli col suo mezzo. In altro modo non farebbe mai peccato neuno, né occulto né palese: occulto è quando non gli dá quello che gli debba dare; palese è quando parturisce e’ vizi, si come lo ti dixi.

Adunque bene è la veritá che ogni offesa facta a me si fa col mezzo del proximo.

VII - Come le virtú s’aoperano col mezzo del proximo, e perché le virtú sono poste tanto differenti ne le creature.

— Detto t’ho come tutti e’ peccati si fanno col mezzo del proximo per lo principio che ti posi, perché erano privati dell’affetto della carità, la quale caritá dá vita a ogni virtú; e cosí l’amore proprio, il quale tolle la caritá e dileczione del proximo, è principio e fondamento d’ogni male. Tutti gli scandali, e odio e crudeltá e ogni inconveniente procede da questa perversa radice de l’amore proprio. Egli ha avelenato tutto quanto el mondo e infermato el corpo mistico della sancta Chiesa e l’universale corpo della religione cristiana, perché lo ti dixi che nel proximo si fondavano tutte le virtú, e cosí è la veritá.

Io si ti dixi che la caritá dava vita a tutte le virtú, e cosí è: che veruna virtú si può avere senza la carità, cioè che la virtú s’acquisti per puro amore di me. Ché poi che l’anima ha cognosciuta sé, come di sopra dicemmo, ha trovata umilità e odio della propria passione sensitiva, cognoscendo la legge perversa che è legata nelle membra sue che sempre impugna contra lo spirito. E però s’è levata con odio e dispiacimento d’essa sensualità, conculcandola sotto la ragione con grande sollicitudine; e in sé ha trovata la larghezza della mia bontá per molti benefizi che ha ricevuti da me, e’ quali tutti ritruova in se medesima. E il cognoscimento che ha trovato di sé il retribuisce a me per umilità, cognoscendo che per grazia Io l’abbi tratto della tenebre e recato a lume di vero cognoscimento.

E poi che ha cognosciuta la mia bontá, l’ama senza mezzo ed amala con mezzo: cioè senza mezzo di sé e di sua propria utilitá; e amala col mezzo della virtú (la quale virtú ha conceputa per amor di me), perché vede che in altro modo non sarebbe grato né accepto a me se non concepesse l’odio del peccato e amore delle virtú. E poi che l’ha conceputa per affecto d’amore, subbito la parturisce al proximo suo, ché in altro modo non sarebbe veritá che egli l’avesse conceputa in sé. Ma come in veritá m’ama, cosí fa utilitá al proximo suo; e non può essere altrementi, perché l’amore di me e del proximo è una medesima cosa, e tanto quanto l’anima ama me, tanto ama lui, perché l’amore verso di lui esce di me.

Questo è quel mezzo che io v’ho posto acciò che exercitiate e proviate la virtú in voi: che, non potendo fare utilitá a me, dovetela fare al proximo. Questo manifesta che voi aviate me per grazia ne l’anima vostra; facendo frutto in lui di molte e sancte orazioni con dolce e amoroso desiderio, cercando l’onore di me e la salute de l’anime. Non si ristà mai l’anima inamorata della mia veritá di fare utilitá a tutto el mondo, in comune e in particulare, poco e assai, secondo la disposizione di colui che riceve e de l’ardente desiderio di colui che dà, si come di sopra fu manifestato quando ti dichiarai che pura la pena, senza il desiderio, non era sufficiente a punire la colpa.

Poi che egli ha facto utilitá per l’amore unitivo che ha facto in me, per lo quale ama lui, disteso l’affetto alla salute di tutto quanto il mondo, sovenendo alla suanecessità, ingegnasi (poi che ha facto bene a sé per lo concipere la virtú, unde ha tratta la vita della grazia) di ponere l’occhio a la necessità del proximo in particulare. Poi che mostrato l’ha generalmente a ogni creatura che ha in sé ragione, per affecto di carità, come detto è, ed egli soviene quelli da presso, secondo diverse grazie che lo gli ho date a ministrare: chi di dottrina, cioè con la parola consigliando schiettamente senza alcuno rispetto; chi con exemplo di vita. E questo debba fare ogniuno, e dare edificazione al proximo di sancta e onesta vita.

Queste sonno le virtú, e molte altre, le quali non potresti narrare, che si parturiscono nella dileczione del proximo. Perché l’ho poste tanto differenti che lo non ho dato tucto a uno, anco a cui ne do una, e a cui ne do un’altra particulare? poniamo che una non ne possa avere che tucte non l’abbi, perché tucte le virtú sono legate insieme. Ma dolle molte, quasi come per capo di tucte l’altre virtú; cioè che a cui darò principalmente la carità, e a cui la giustizia, e a cui l’umilità, e a cui una fede viva; ad altri una prudenzia, una temperanzia, una pazienzia; ad altri una fortezza. Queste e molte altre darò ne l’anima differentemente a molte creature: poniamo che l’una di queste sia posta per uno principale obiecto di virtú ne l’anima, disponendosi piú a conversazione principale con essa che con l’altre; e per questo affecto di questa virtú trae a sé tucte l’altre virtú, ché (come decto è) elle sono tucte legate insieme ne l’affecto della caritá.

E cosí molti doni e grazie di virtú e d’altro, spiritualmente e corporalmente (corporalmente dico per le cose necessarie per la vita de l’uomo), tucte l’ho date in tanta differenzia che non l’ho poste tucte in uno, perché abbi materia, per forza, d’usare la caritá l’uno con l’altro. Ché ben potevo fare gli uomini dotati di ciò che bisogna e secondo il corpo e secondo l’anima; ma Io volsi che l’uno avesse bisogno de l’altro, e fussero miei ministri a ministrare le grazie e i doni che hannó ricevuti da me. Ché voglia l’uomo o no, non può fare che per forza non usi facto della caritá. È vero che, se ella non è facta e donata per amore di me, quello acto non gli vale quanto a grazia.

Si che vedi che acciò che essi usassero la virtú della carità, Io gli ho facti miei ministri e posti in diversi stati e variati gradi. Questo vi mostra che nella Casa mia ha molte mansioni, e che Io non voglio altro che amore. Però che ne l’amore di me compie l’amore del proximo; compito l’amore del proximo, ha observata la legge: ciò che può fare d’utilitá, secondo lo stato suo, colui che è legato in questa dileczione, si el fa.

VIII - Come le virtú si pruovano e fortificano per li loro contrari.

Hotti decto come egli fa utilitá al proximo, nella quale utilitá mostra l’amore che ha a me. Ora ti dico che nel proximo pruova in se medesimo la virtú della pazienzia nel tempo della ingiuria che riceve da lui. E pruova l’umilità nel superbo, e pruova la fede ne l’infedele, e pruova la vera speranza in colui che none spera, e la giustizia nello ingiusto, e la pietà nel crudele, e la mansuetudine e benignità ne l’ iracundo.

Tucte le virtú si pruovano e parturiscono nel proximo, si come gl’ iniqui parturiscono ogni vizio nel proximo loro. Se tu vedi bene, dumilità è provata nella superbia: cioè che l’umile spegne la superbia, però che ‘l superbo non può fare danno a l’umile; né la infidelità dello iniquo uomo, che non ama né spera in me, a colui che è fedele a me non diminuisce né la fede, né la speranza in colui che l’ha conceputa in sé per amore di me: anco la fortifica e la pruova nella dileczione de l’amore del proximo. Ché conciosiacosa che egli el vegga infedele e senza speranza in me e in lui (ché colui che non ama me non può avere fede né speranza in me, anco la pone nella propria sensualità, la quale egli ama), el servo fedele mio non lassa però che fedelmente non l’ami e che sempre con esperanza non cerchi in me la salute sua. Si che vedi che nella loro infidelità e mancamento di speranza pruova la virtú della fede. In questo e ne l’altre cose nelle quali è bisogno di provarla, egli la pruova in sé e nel proximo suo.

E cosi la giustizia non diminuisce per le sue ingiustizie, anco dimostra di provare la giustizia, cioè che dimostra che egli è giusto per la virtú della pazienzia; come la benignità e mansuetudine nel tempo de l’ira si manifesta con la dolce pazienzia; e la invidia, dispiacimento e odio con la dileczione della carità, fame e desiderio della salute de l’anime.

Anco ti dico che non tanto che si pruovi la virtú in coloro che rendono bene per male, ma Io ti dico che spesse volte gictarà carboni accesi di fuoco di carità, ci quale dissolve e l’odio e il rancore del cuore e della mente de l’ iracundo; e da odio torna spesse volte a benivolenzia. E questo è per la virtú della caritá e perfecta pazienzia che è in colui che sostiene l’ira de l’iniquo, portando e sopportando e’ difecti suoi.

Se tu raguardi la virtú della fortezza e perseveranzia, ella è provata nel molto sostenere, nelle ingiurie e detraczioni degli uomini, e’ quali spesse volte, quando per ingiuria e quando con lusinghe, il vogliono ritrare da seguitare la via e doctrina della veritá, in tucto è forte e perseverante se la virtú della fortezza è dentro conceputa; alora la pruova nel proximo, come decto t’ho. E se ella, al tempo che è provata con molti contrari, non facesse buona pruova, non sarebbe virtú in veritá fondata.


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