Omelia 124: Tu seguimi!

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 124: Tu seguimi!
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La Chiesa sa che le sono state raccomandate dal Signore due vite: una nella fede, l'altra nella visione; una peregrinante, l'altra gloriosa; una in cammino, l'altra in patria. Una rappresentata dall'apostolo Pietro, l'altra da Giovanni.

1. Perché il Signore, quando si manifestò per la terza volta ai discepoli, disse all'apostolo Pietro: Tu seguimi, mentre riferendosi all'apostolo Giovanni disse: Se voglio che lui rimanga finché io venga, a te che importa? Non è una questione da poco. Al suo esame e, nella misura che il Signore ci concede, alla sua soluzione dedichiamo l'ultimo discorso di questa nostra trattazione. Dopo aver dunque predetto a Pietro con qual genere di morte avrebbe glorificato Dio, il Signore gli dice: Seguimi. Pietro, voltatosi, vede venirgli appresso il discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si chinò sul suo petto e disse: Signore, chi è che ti tradisce? Pietro dunque vedendolo, dice a Gesù: Signore, e lui? Gesù gli risponde: Se voglio che lui rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi. Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto; ma Gesù non gli disse: non muore, ma: se voglio che rimanga finché io venga, che t'importa (Gv 21, 19-23). Ecco in quali termini il Vangelo pone questa questione, la cui profondità impegna non superficialmente la mente di chi la consideri. Perché a Pietro, e non agli altri che si trovavano insieme con lui, il Signore dice: Seguimi? Senza dubbio anche gli altri discepoli lo seguivano come maestro. Che se poi si dovesse intendere che Gesù volesse riferirsi al martirio, forse fu soltanto Pietro a patire per la verità cristiana? Non c'era forse tra quei sette l'altro figlio di Zebedeo, il fratello di Giovanni, che dopo l'ascensione del Signore fu ucciso da Erode (cf. At 12, 2)? Si potrà osservare che, siccome Giacomo non fu crocifisso, giustamente soltanto a Pietro il Signore dice: seguimi, in quanto egli ha affrontato non solo la morte, ma, come Cristo, la morte di croce. Accettiamo questa interpretazione, se non è possibile trovarne una migliore. Ma perché, riferendosi a Giovanni, il Signore dice: Se voglio che lui rimanga finché io venga, a te che importa? e poi ripete: Tu seguimi, quasi non voleva che anche l'altro lo seguisse, in quanto voleva che restasse fino al suo ritorno? Come interpretare queste parole in modo diverso da come le hanno interpretate i fratelli allora presenti, che cioè quel discepolo non sarebbe morto, ma sarebbe rimasto in questa vita fino al ritorno del Signore? Tuttavia, lo stesso Giovanni rifiuta questa conclusione, dichiarando apertamente che non era questo il pensiero del Signore. Perché infatti avrebbe soggiunto: Gesù non gli disse: non muore, se non perché non rimanesse nel cuore degli uomini una errata interpretazione?

2. Ma chi vuole può insistere nel dire che è vero quanto dice Giovanni, che cioè il Signore non aveva affermato che quel discepolo non sarebbe morto, ma che, tuttavia, tale è il senso delle parole, che, come narra l'evangelista, Gesù disse a Pietro. Chi dice questo arriva a sostenere che l'apostolo Giovanni vive tuttora, e che, nella sua tomba che si trova ad Efeso, egli giace addormentato, non morto. Costoro adducono come prova il fatto che in quel luogo la terra si solleva insensibilmente, e sembra quasi ribollire, e con sicurezza e ostinazione sostengono che tale fenomeno è dovuto al suo respiro. Non manca chi lo crede, come non manca chi sostiene che anche Mosè vive tuttora, in quanto sta scritto che non si conosce il luogo della sua sepoltura (cf. Dt 34, 6), e si sa che apparve col Signore sul monte assieme ad Elia (cf. Mt 17, 3), del quale si legge che non morì ma fu rapito in cielo (cf. 2 Re 2, 11). Essi dicono questo come se il corpo di Mosè non avesse potuto esser sepolto in un luogo sconosciuto agli uomini del suo tempo, e non avesse potuto risuscitare in un dato momento grazie alla potenza divina, quando insieme con Elia fu veduto accanto a Cristo; così come temporaneamente risuscitarono molti corpi di santi al momento della passione di Cristo e, come sta scritto, apparvero a molti nella città santa dopo la sua risurrezione (cf. Mt 27, 52-53). Tuttavia, se taluni, come dicevo, affermano che Mosè vive ancora, sebbene la Scrittura, che pure dice che non si conosce il luogo della sua tomba, attesti chiaramente che egli morì, è tanto più comprensibile che, basandosi su queste parole del Signore: Voglio che lui rimanga finché io venga, qualcuno creda che Giovanni non è morto ma dorme sotto terra. Qualcuno giunge a dire (come si legge in certi scritti apocrifi) che l'evangelista si fece costruire una tomba, e, quando, pur essendo egli in perfetta salute, la fossa fu scavata e la tomba preparata con ogni cura, egli vi si adagiò come in un letto, e subito spirò. Sarà per questo che quanti interpretano così le parole del Signore, ritengono che non sia morto, ma si sia adagiato come un morto, e, considerato morto, sia stato sepolto mentre dormiva, e così rimanga fino al ritorno di Cristo; e che egli sia rimasto vivo ne sarebbe prova il movimento della terra, che, a quanto si dice, si solleva dal profondo fino alla superficie del tumulo, sotto l'effetto della sua respirazione. Non è il caso di stare a combattere questa credenza; quelli che conoscono il luogo vadano ad accertarsi se la terra si solleva realmente da se stessa, oppure per effetto di qualche altra causa: la verità è che questo fatto mi è stato riferito da persone attendibili.

3. Lasciamo per ora questa opinione, che non possiamo confutare con prove sicure, per evitare, se non altro, che ci venga chiesto perché la terra sembra in qualche modo vivere e respirare sopra un cadavere sepolto. Ma forse che si risolve questa grossa questione, supponendo che per un miracolo, quale l'Onnipotente può compiere, un corpo vivo può rimanere addormentato tanto a lungo sotto terra in attesa della fine del mondo? Questa supposizione, anzi, rende la questione più difficile e più imbarazzante. Perché, infatti, Gesù avrebbe accordato al discepolo, che prediligeva tanto da permettergli di chinarsi sul suo petto, come straordinario privilegio un sonno così prolungato, mentre ha liberato il beato Pietro (per mezzo dell'insigne gloria del martirio) dal peso del corpo, concedendogli la grazia che l'apostolo Paolo dice di aver tanto desiderato e cioè di essere sciolto da questo corpo per essere con Cristo (Fil 1, 23)? Se invece - ciò che è più credibile - san Giovanni fa notare che il Signore non disse: non morirà, proprio perché non gli si attribuisse una simile interpretazione delle parole del Signore; e se il suo corpo giace esanime nella tomba come quello di tutti gli altri morti, e se risponde a verità la notizia che la terra sulla sua tomba si solleva e si abbassa, rimane da decidere se tale fenomeno si verifica per onorare la morte gloriosa, in quanto essa non è stata resa gloriosa dal martirio (Giovanni infatti non fu ucciso dai persecutori per la sua fede), oppure per qualche altro motivo che a noi sfugge. Rimane tuttavia da chiarire la ragione per la quale il Signore, riferendosi ad un uomo che sarebbe morto, disse: Voglio che rimanga finché io venga.

4. Ma chi non sentirà il bisogno di chiedersi, a proposito di questi due apostoli, Pietro e Giovanni, come mai il Signore prediligeva Giovanni, dal momento che era Pietro ad amare di più il Signore? Ogni qualvolta infatti Giovanni parla di sé, tace il proprio nome, e per far capire che si tratta di lui, mette questa indicazione: il discepolo che Gesù amava, come se Gesù amasse lui solo, per distinguersi con questa indicazione dagli altri, tutti certamente da Gesù amati. Che altro vuol farci intendere, con questa espressione, se non che egli era il prediletto? Lungi da noi ogni dubbio circa tale affermazione. E, del resto, quale maggiore prova poteva Gesù dare della sua predilezione all'uomo che insieme agli altri condiscepoli era partecipe della grazia sublime della salvezza, se non quella di concedergli di riposare sul petto del Salvatore stesso? Quanto al fatto che l'apostolo Pietro abbia amato Cristo più degli altri, ci sono molte prove che lo dimostrano. Senza andarle a cercare troppo lontano, risulta in modo abbastanza evidente nel discorso precedente, allorché il Signore gli rivolse la domanda: Mi ami più di questi? (Gv 21, 15). Il Signore certamente lo sapeva, e tuttavia glielo domandò, in modo che anche noi, che leggiamo il Vangelo, conoscessimo, attraverso la domanda dell'uno e la risposta dell'altro, l'amore di Pietro per il Signore. Il fatto però che Pietro abbia risposto: Sì, ti amo, senza aggiungere che lo amava più degli altri, dimostra che Pietro ha risposto ciò che sapeva di se stesso. Non poteva sapere infatti quanto lo amassero gli altri, dato che non poteva vedere nel loro cuore. Però con le parole precedenti: Signore, tu sai tutto (Gv 21, 16), chiaramente lascia capire che il Signore sapeva già che cosa avrebbe risposto Pietro alla sua domanda. Il Signore dunque sapeva non solo che lo amava, ma anche che lo amava più degli altri. Ebbene, se ci domandiamo quale sia il migliore tra questi due apostoli, colui che amava di più Cristo o colui che lo amava di meno, chi esiterà a rispondere che migliore era colui che lo amava di più? E ancora, se ci domandiamo quale sia il migliore tra questi due apostoli, colui che era amato di più da Cristo, o colui che lo era di meno, non possiamo non rispondere che migliore era colui che più era amato da Cristo. Nel primo caso si antepone Pietro a Giovanni, nel secondo Giovanni a Pietro. Perciò propongo un altro confronto: chi è il migliore tra questi due discepoli: quello che ama Cristo meno del suo condiscepolo e più del suo condiscepolo è amato da Cristo, oppure quello che è amato da Cristo meno del suo condiscepolo benché più del suo condiscepolo ami Cristo? Qui la risposta tarda a venire e la difficoltà è aumentata. Per quanto so io, risponderei così: è migliore colui che ama di più Cristo, mentre è più felice colui che da Cristo è più amato. Con tale risposta però non riesco a vedere come si possa difendere il modo di agire del nostro Liberatore, che sembra amare meno chi lo ama di più, e amare di più chi lo ama di meno.

[Le due vite.]

5. Cercherò dunque, contando sulla misericordia manifesta di colui la cui giustizia è così nascosta, di risolvere una questione tanto ardua con le forze che egli stesso vorrà concedermi. Finora, infatti, l'abbiamo esposta, ma non risolta. E come premessa alla soluzione che cerchiamo, ricordiamoci che noi conduciamo una vita misera in questo corpo mortale che appesantisce l'anima (cf. Sap 9, 15). Quanti però siamo già redenti per mezzo del Mediatore e abbiamo lo Spirito Santo come pegno, abbiamo nella speranza la vita beata, anche se non la possediamo ancora nella realtà. Ora, la speranza che si vede non è più speranza: difatti una cosa che uno vede, come potrebbe ancora sperarla? Se pertanto noi speriamo ciò che non vediamo, l'attendiamo mediante la pazienza (cf. Rm 8, 24-25). E' nei mali che uno soffre, non nei beni che gode, che la pazienza è necessaria. E' questa la vita, di cui sta scritto: Non è forse una lotta la vita dell'uomo sulla terra? (Gb 7, 1) nella quale ogni giorno gridiamo al Signore: Liberaci dal male (Mt 6, 13); è questa vita terrena che l'uomo deve sopportare, nonostante il perdono dei peccati, pur essendo il peccato la prima causa della sua miseria. La pena infatti si protrae più della colpa; perché se la pena finisse con il peccato, saremmo portati a minimizzare la colpa. E' dunque come prova della miseria che ci è dovuta, o come mezzo per emendare una vita proclive al male, o per esercitare la pazienza che tanto ci è necessaria, che l'uomo è soggetto a punizioni temporali, anche se gli sono stati rimessi i peccati per i quali era reo della dannazione eterna. Questa è la condizione, lacrimevole ma non deplorevole, di questi giorni cattivi che passiamo in questa vita mortale, sospirando di vedere giorni buoni in quella eterna. Una tal cosa infatti proviene dalla giusta ira di Dio, di cui la Scrittura dice: L'uomo nato di donna ha vita corta ed è soggetto all'ira (Gb 14, 1); anche se l'ira di Dio non è come quella dell'uomo, che è perturbazione dell'animo agitato, ma tranquilla decisione del giusto castigo. Tuttavia, in questa ira, Dio non soffoca, come sta scritto, la sua misericordia (cf. Sal 76, 10); tanto che, oltre alle consolazioni che non cessa di procurare al genere umano, nella pienezza del tempo da lui prestabilito Dio ha mandato il suo unigenito Figlio (cf. Gal 4, 4), per cui mezzo aveva creato l'universo, affinché, rimanendo Dio diventasse uomo, e l'uomo Cristo Gesù fosse mediatore tra Dio e gli uomini (cf. Gal 4, 4). Mediante la fede in lui, unita al lavacro di rigenerazione, siamo prosciolti da tutti i peccati, cioè dal peccato originale contratto mediante la generazione (soprattutto per liberarci da esso è stato istituito il sacramento di rigenerazione) e da tutti gli altri peccati che si commettono vivendo male. E' in questo modo che siamo liberati dall'eterna dannazione: e vivendo nella fede, nella speranza e nella carità, pellegrinando in questo mondo in mezzo a faticose e pericolose prove, ma anche sostenuti dalle consolazioni materiali e spirituali che Dio elargisce, noi camminiamo verso la visione beatifica, perseverando in quella via che Cristo ha fatto di se stesso per gli uomini. Ma anche camminando su questa via che è egli stesso, gli uomini non sono immuni da quei peccati che provengono dalla fragilità di questa vita. Per questo il Signore indica un salutare rimedio nell'elemosina, che deve suffragare l'orazione che egli stesso ha insegnato: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 12). E' ciò opera della Chiesa, beata nella speranza pur operando in questa vita travagliata; e Pietro, per il primato apostolico di cui godeva, ne rappresentava simbolicamente l'universalità. Considerato nella sua persona, Pietro per natura, era soltanto un uomo, per grazia era un cristiano, per una grazia speciale era un apostolo, anzi il primo tra essi. Ma quando il Signore gli disse: A te darò le chiavi del regno dei cieli, e ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche nei cieli (Mt 16, 19), egli rappresentava la Chiesa universale, che in questo mondo è scossa da prove molteplici, come da insistenti nubifragi, torrenti e tempeste; eppure non crolla, perché è fondata sulla pietra, da cui, appunto, Pietro deriva il suo nome. Non è la pietra che trae il suo nome da Pietro, ma è Pietro che lo trae dalla pietra; così come non è il nome Cristo che deriva da cristiano, ma il nome cristiano che deriva da Cristo. E il Signore disse: Su questa pietra costruirò la mia Chiesa (Mt 16, 18), perché Pietro gli aveva detto: Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16). E' dunque su questa pietra, da te confessata, che io costruirò - dice il Signore - la mia Chiesa. La pietra infatti era Cristo (cf. 1 Cor 10, 4); sul quale fondamento anch'egli, Pietro, è stato edificato. Sì, perché nessuno può porre un fondamento diverso da quello che è stato posto che è Cristo (cf. 1 Cor 3, 11). La Chiesa dunque, che è fondata su Cristo, ha ricevuto da lui nella persona di Pietro le chiavi del regno dei cieli, cioè la potestà di legare e di sciogliere i peccati. Ciò che la Chiesa è in Cristo in senso proprio, Pietro lo è, in senso figurato, nella pietra; per cui, in senso figurato, Cristo è la pietra, e Pietro è la Chiesa. Questa Chiesa, quindi, rappresentata da Pietro finché vive in mezzo al male, amando e seguendo Cristo viene liberata dal male; benché lo segua di più nella persona di coloro che combattono per la verità fino alla morte. Tuttavia seguimi (Gv 21, 19) è l'invito rivolto alla totalità della Chiesa, a quella totalità per la quale Cristo patì; per cui lo stesso Pietro dice: Cristo patì per noi, lasciandoci l'esempio affinché seguiamo le sue orme (1 Pt 2, 21). Ecco perché il Signore gli dice: seguimi. Esiste però un'altra vita, immortale, libera da ogni male: lassù vedremo faccia a faccia ciò che qui si vede come in uno specchio e in maniera oscura (cf. 1 Cor 13, 12), anche quando si è fatta molta strada verso la visione della verità. La Chiesa conosce due vite, che le sono state rivelate e raccomandate da Dio, delle quali una è nella fede, l'altra nella visione; una appartiene al tempo della peregrinazione, l'altra all'eterna dimora; una è nella fatica, l'altra nel riposo; una lungo la via, l'altra in patria; una nel lavoro dell'azione, l'altra nel premio della contemplazione; una che si tiene lontana dal male e compie il bene, l'altra che non ha alcun male da evitare ma soltanto un grande bene da godere; una combatte con l'avversario, l'altra regna senza contrasti; una è forte nelle avversità, l'altra non ha alcuna avversità da sostenere; una deve tenere a freno le passioni della carne, l'altra riposa nelle gioie dello spirito; una è tutta impegnata nella lotta, l'altra gode tranquilla, in pace, i frutti della vittoria; una chiede aiuto nelle tentazioni, l'altra, libera da ogni tentazione, trova il riposo in colui che è stato il suo aiuto; una soccorre l'indigente, l'altra vive dove non esiste alcun indigente; una perdona le offese per essere a sua volta perdonata, l'altra non subisce offese da perdonare, né ha da farsi perdonare alcuna offesa; una è colpita duramente dai mali affinché non abbia ad esaltarsi nei beni, l'altra gode di tale pienezza di grazia ed è così libera da ogni male che senza alcuna tentazione di superbia aderisce al sommo bene; una discerne il bene dal male, l'altra non ha che da contemplare il Bene. Quindi una è buona, ma ancora infelice, l'altra è migliore e beata. La prima è simboleggiata nell'apostolo Pietro, l'altra in Giovanni. La prima si conduce interamente quaggiù fino alla fine del mondo, quando avrà termine; il compimento dell'altra è differito alla fine del mondo, ma, nel mondo futuro, non avrà termine. Perciò a Pietro il Signore dice: Tu seguimi. A proposito invece dell'altro: Se voglio che lui rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi (Gv 21, 22). Che significa questo? Per quanto so e posso capire, ecco il senso di queste parole: Tu seguimi, sopportando, come ho fatto io, i mali del tempo presente; quello invece resti finché io venga a rendere a tutti i beni eterni. In modo più esplicito si potrebbe dire: L'attività perfetta mi segua ispirandosi all'esempio della mia passione; la contemplazione già iniziata attenda il mio ritorno, perché quando verrò essa raggiungerà il suo compimento. La religiosa pienezza della pazienza segue Cristo fino alla morte, la scienza invece resta finché verrà Cristo, perché solo allora si manifesterà la sua pienezza. Qui nella terra dei mortali, noi sopportiamo i mali di questo mondo; lassù, nella terra dei viventi, contempleremo i beni del Signore. Però la frase: Voglio che lui rimanga finché io venga, non è da intendere nel senso di continuare a stare, o di dimorare qui, ma nel senso di aspettare e di sperare, perché la vita eterna, che in Giovanni viene simboleggiata, non raggiunge ora il suo compimento, ma lo raggiungerà quando sarà venuto Cristo. Ciò che viene raffigurato, invece, per mezzo di Pietro, al quale vien detto: Tu seguimi, se non si compie nel tempo presente, non si raggiunge ciò che si spera. In questa vita attiva quanto più amiamo Cristo, tanto più facilmente veniamo liberati dal male. Ma Cristo ci ama meno nelle condizioni in cui siamo ora, e perciò ce ne libera affinché non abbiamo ad essere sempre così. Nello stato in cui saremo allora, ci amerà di più, perché in noi non vi sarà più niente che gli sia sgradito, e che egli debba allontanare da noi. Qui in terra il suo amore tende a guarirci e a liberarci da ciò che egli in noi non ama. Quindi ci ama meno qui, perché non vuole che qui rimaniamo; ci ama di più lassù, perché vuole che là andiamo, e da dove vuole che mai ci allontaniamo. Amiamo Cristo come Pietro, per essere liberati da questa condizione mortale; chiediamo di essere da Cristo amati come Giovanni, per ricevere la vita immortale.

6. Ma in questo modo si dimostra perché Cristo abbia amato Giovanni più di Pietro, non perché Pietro abbia amato Cristo più di Giovanni. Infatti, se Cristo ci amerà nel secolo futuro (dove vivremo per sempre con lui) più di quanto ci ama ora in questo secolo da cui egli ci libera per farci stare sempre insieme con lui, non si spiega perché dovremo amarlo meno quando saremo migliori, dato che assolutamente non potremo essere migliori se non amandolo di più. Perché dunque Giovanni lo amava meno di Pietro, se rappresentava quella vita in cui si deve amare molto di più? La spiegazione sta proprio nelle parole del Signore, il quale parlando di Giovanni dice: Voglio che lui rimanga, cioè che aspetti che io venga. Ciò significa che ancora non possediamo questo amore che, allora, sarà molto più grande di ora; adesso non l'abbiamo ancora, ma speriamo di averlo quando egli verrà. Questo è quanto dice nella sua lettera il medesimo apostolo: Ancora non si è manifestato quel che saremo; sappiamo che quando si manifesterà, saremo somiglianti a lui, poiché lo vedremo così com'è (1 Io 3, 2). Quando lo vedremo, allora lo ameremo di più. Ma quanto al Signore, egli ama di più quella che sarà nel futuro la nostra vita, perché egli nella sua predestinazione la conosce già quale sarà in noi, e il suo amore si propone di condurci ad essa. Orbene, essendo tutte le vie del Signore misericordia e verità (cf. Sal 24, 10), riconosciamo la nostra miseria presente perché ne sentiamo il peso; e perciò amiamo di più la misericordia del Signore, da cui ci ripromettiamo la liberazione dalla nostra miseria, e dalla stessa misericordia imploriamo ogni giorno la remissione dei nostri peccati, e l'otteniamo. Questo viene simboleggiato in Pietro, che ama di più ed è amato di meno, perché Cristo ci ama meno quando siamo miseri di quando saremo felici. Anche noi ora amiamo meno la contemplazione della verità, quale allora sarà possibile, perché ancora non la conosciamo né la possediamo; questa viene rappresentata da Giovanni, che ama di meno, e che perciò attende che il Signore venga per metterlo in possesso della verità e per completare in noi l'amore che gli è dovuto. Giovanni però è amato di più perché rappresenta ciò che rende eternamente beati.

[Nessuno divida questi due apostoli.]

7. Nessuno, tuttavia, divida questi due insigni apostoli. Tutti e due vivevano la vita che si personificava in Pietro, e tutti e due avrebbero vissuto la vita che in Giovanni era raffigurata. In Pietro veniva indicato che si deve seguire il Signore, in Giovanni che si deve rimanere in attesa di lui; ma tutti e due, mediante la fede, sopportavano i mali presenti di questa misera vita, e tutti e due aspettavano i beni futuri della vita beata. E non soltanto essi; questo è quanto fa la santa Chiesa tutta intera, la sposa di Cristo che attende di essere liberata da queste prove, per entrare in possesso della felicità eterna. Queste due vite, la terrena e l'eterna, sono raffigurate rispettivamente in Pietro e in Giovanni: per la verità tutti e due camminarono in questa vita temporale per mezzo della fede, e tutti e due godono nella vita eterna della visione di Dio. Fu quindi a vantaggio di tutti i fedeli inseparabilmente appartenenti al corpo di Cristo, che Pietro, il primo degli Apostoli, per guidarli in questa tempestosa vita, ricevette, con le chiavi del regno dei cieli, la potestà di legare e di sciogliere i peccati; e del pari fu per condurre gli stessi fedeli al porto tranquillo di quella vita intima e segreta, che l'evangelista Giovanni riposò sul petto di Cristo. Non è infatti soltanto Pietro, ma tutta la Chiesa che lega e scioglie i peccati; né Giovanni fu il solo ad attingere, come ad una fonte, dal petto del Signore, per comunicarla a noi, la verità sublime del Verbo che era in principio Dio presso Dio, e le altre verità sulla divinità di Cristo, quelle sublimi sulla Trinità e sulla unità delle tre persone divine, che nel regno dei cieli potremo contemplare faccia a faccia, mentre ora, finché non verrà il Signore, possiamo vedere solo come in uno specchio, in immagine. Anzi è il Signore stesso che diffonde il suo Vangelo in tutto il mondo, affinché tutti ne bevano, ciascuno secondo la propria capacità. Taluni, anche interpreti non disprezzabili della Sacra Scrittura, sono dell'opinione che Giovanni sia stato da Cristo prediletto perché non si sposò e visse castissimo fin dalla puerizia. Questo motivo non risulta chiaramente dalle Scritture canoniche; tuttavia questa opinione trova conferma nel fatto che Giovanni rappresenta quella vita in cui non vi saranno nozze.

8. Questi è il discepolo che attesta queste cose e che le ha scritte, e sappiamo che la sua testimonianza è vera. Ci sono ancora molte altre cose fatte da Gesù, che se fossero scritte una per una, il mondo stesso non basterebbe, penso, a contenere i libri che se ne scriverebbero (Gv 21, 24-25; 20, 30). L'espressione non va intesa nel senso che nel mondo non v'è spazio sufficiente per contenere questi libri; come sarebbe possibile, infatti, scriverli nel mondo se il mondo non avesse la capacità di contenerli? Probabilmente si tratta della capacità dei lettori, non sufficiente a comprenderli. E' frequente il caso che, pur rispettando la verità delle cose, le parole risultino esagerate. Ciò accade non quando si espongono cose dubbie od oscure, adducendone le cause e i motivi, ma quando si aumenta o si attenua ciò che è chiaro, pur senza scostarsi dai limiti della verità. Allora le parole sono talmente esagerate rispetto alla realtà delle cose indicate che appare chiaro che chi parla non ha alcuna intenzione di trarre in inganno. Egli sa fino a che punto sarà creduto; e chi ascolta sa come interpretare certe espressioni esagerate in un senso o in un altro. Non solo gli autori greci, ma anche quelli latini, chiamano questo modo di esprimersi col termine greco di iperbole. Il quale modo di esprimersi non si incontra soltanto in questo passo ma in molti altri passi delle sacre Scritture: ad esempio, là dove, si legge: Mettono la loro bocca nel cielo (Sal 72, 9); e ancora: Il vertice dei capelli di coloro che camminano nelle loro iniquità (Sal 67, 22); e così in molti altri passi delle divine Scritture: si tratta sempre di tropi, cioè di modi di dire. Di queste cose vi parlerei più diffusamente, se l'evangelista, terminando il suo Vangelo, non m'inducesse a terminare anche il mio discorso.

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