Omelia 118: Presero le vesti e ne fecero quattro parti, e la tunica.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 118: Presero le vesti e ne fecero quattro parti, e la tunica.
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Le quattro parti in cui furono divise le vesti simboleggiano le parti del mondo in cui è diffusa la Chiesa. Mentre la tunica tirata a sorte significa l'unità delle parti, garantita dal vincolo della carità.

1. Con l'aiuto del Signore, in questo discorso commenteremo ciò che avvenne presso la croce, dopo che egli fu crocifisso. I soldati poi, com'ebbero crocifisso Gesú, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora questa tunica era senza cucitura, tessuta per intero dall'alto in basso. Perciò dissero tra loro: Non la stracciamo, ma tiriamo a sorte a chi tocchi. Perché si adempisse la Scrittura: Si divisero tra loro i miei vestiti e sulla mia tunica hanno tirato a sorte (Gv 19, 23-24). Si fece quanto i Giudei avevano voluto. Non furono essi a crocifiggere Gesú, ma i soldati agli ordini di Pilato, esecutori della sua sentenza. E tuttavia, se si tiene conto della loro ostinata volontà, delle insidie, dei maneggi, del fatto che glielo consegnarono e come finalmente riuscirono con urli a strappargli la sentenza, certamente dobbiamo dire che, ben più dei soldati, a crocifiggere Gesú furono i Giudei.

2. Ma non possiamo non soffermarci sul particolare che furono divise e tirate a sorte le vesti del Signore. Tutti e quattro gli evangelisti ricordano questo episodio, ma solo Giovanni ne parla diffusamente; e mentre gli altri tre ne parlano indirettamente, Giovanni ne parla di proposito e dettagliatamente. Matteo dice: Quando l'ebbero crocifisso, si divisero le sue vesti tirandole a sorte (Mt 27, 35). Marco: Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte la parte di ciascuno (Mc 15, 24). Luca: Dividendosi poi le sue vesti, le tirarono a sorte (Lc 23, 34). Giovanni, invece, precisa anche in quante parti divisero le sue vesti: in quattro, per prenderne ciascuno una parte. Donde risulta che erano quattro i soldati che avevano ricevuto dal procuratore l'ordine di crocifiggere Gesú. Lo dice chiaramente: I soldati, com'ebbero crocifisso Gesú, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato, e la tunica. E' sottinteso che presero anche la tunica. In altri termini: Presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e presero anche la tunica. Giovanni cosí si esprime per farci intendere che le altre vesti non furono tirate a sorte. Tirano a sorte soltanto la tunica, che avevano preso insieme alle altre vesti, ma che non dividono come fanno con le altre vesti. L'evangelista ne spiega il motivo: Ora quella tunica era senza cucitura, tessuta per intero dall'alto in basso. E dice anche perché decisero di tirarla a sorte: Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi. Appare cosí che essi avevano diviso le altre vesti in parti uguali, per cui non fu necessario tirarle a sorte; della tunica invece, che era tutta d'un pezzo, non sarebbero riusciti ad avere ciascuno una parte senza stracciarla; per avere poi solo degli stracci. Appunto per evitare questo, preferirono tirarla a sorte di modo che toccasse ad uno solo. La testimonianza profetica concorda perfettamente con la narrazione dell'evangelista Giovanni, come questi del resto sottolinea, soggiungendo: Perché si adempisse la Scrittura: Si divisero tra loro i miei vestiti e sulla mia tunica hanno tirato a sorte (cf. Sal 21, 19). Non dice: sorteggiarono le mie vesti, ma si divisero le mie vesti; e neppure dice che si divisero le sue vesti tirandole a sorte. Parlando delle altre vesti non dice affatto che siano state sorteggiate, mentre dice chiaramente: Hanno tirato a sorte la mia veste, riferendosi alla tunica che era rimasta. A proposito della tunica vi dirò quanto il Signore mi ispirerà, non appena avrò respinto le accuse che possono sorgere contro la concordanza degli evangelisti, dimostrando che nessuna parola degli altri evangelisti è in contrasto con la narrazione di Giovanni.

3. Matteo infatti, dicendo: Si divisero le sue vesti tirandole a sorte, ci fa intendere che anche la tunica, che fu tirata a sorte, faceva parte delle vesti che furono divise; sì, perché essendosi messi a dividere tutte le vesti, di cui faceva parte anche la tunica, pure su di essa gettarono la sorte. E' quanto dice anche Luca: Dividendosi le sue vesti, le tirarono a sorte; mentre erano intenti a dividersi le sue vesti, arrivarono alla tunica, che sorteggiarono, in modo da completare tra loro la divisione di tutte le vesti del Signore. L'unica differenza tra quanto dice Luca (dividendosi le sue vesti, gettarono le sorti) e quanto dice Matteo (si divisero le sue vesti tirandole a sorte) sta nel fatto che Luca, dicendo sorti, usa il plurale invece del singolare, variante non insolita nelle sante Scritture. Peraltro in alcuni codici di Luca si trova sorte al singolare. Soltanto il racconto di Marco sembra presentare qualche difficoltà. Dicendo infatti: Si divisero le sue vesti, tirando a sorte la parte di ciascuno, sembra voler dire che furono tirate a sorte tutte le vesti e non soltanto la tunica. Ma qui, come altrove, l'oscurità nasce dalla brevità. Egli dice: tirandole a sorte, come se volesse dire che le tirarono a sorte mentre le dividevano, cosa che effettivamente avvenne; infatti la divisione di tutte le sue vesti non sarebbe stata completa se la sorte non avesse chiarito a chi doveva toccare la tunica, risolvendo, o meglio prevenendo ogni motivo di discussione. L'espressione di Marco: tirando a sorte la parte di ciascuno, si riferisce alla tunica, non a tutte le vesti che furono divise. I soldati tirarono a sorte a chi dovesse toccare la tunica, di cui, peraltro, Marco non ci spiega come fosse tessuta e come, dopo aver fatto la spartizione delle vesti, essendo rimasta la tunica, per non stracciarla decisero di tirarla a sorte. Ecco perché egli dice che tirarono a sorte la parte di ciascuno per vedere a chi dovesse toccare la tunica. In conclusione viene a dire che i soldati si divisero le sue vesti, tirando a sorte per vedere a chi doveva toccare la tunica che era rimasta dopo la spartizione degli abiti in parti uguali.

[Uno per tutti, perché l'unità è in tutti.]

4. Qualcuno si domanderà che cosa significhi la divisione delle vesti in quattro parti e il sorteggio della tunica. La veste del Signore Gesú Cristo, divisa in quattro parti, raffigura la sua Chiesa distribuita in quattro parti, cioè diffusa in tutto il mondo, che appunto consta di quattro parti e che gradualmente e concordemente realizza la sua presenza nelle singole parti. E' per questo motivo che, altrove, il Signore dice che invierà i suoi angeli per raccogliere gli eletti dai quattro venti (cf. Mt 24, 31), cioè dalle quattro parti del mondo: oriente, occidente, aquilone e mezzogiorno. Quanto alla tunica tirata a sorte, essa significa l'unità di tutte le parti, saldate insieme dal vincolo della carità. E' della carità, infatti, che l'Apostolo dice: Voglio mostrarvi una via ancor più eccellente (1 Cor 12, 31); e altrove dice: e possiate conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (Ef 3, 19); e ancora: Al di sopra di tutte le cose rivestitevi della carità la quale è il vincolo della perfezione (Col 3, 14). Se dunque la carità è la via più eccellente, se essa sorpassa ogni conoscenza, ed è al di sopra di tutti i precetti, giustamente la veste che la raffigura, si dice che è tessuta dall'alto. Essa è senza cucitura, cosí che non si può dividere; e tende all'unità, perché raccoglie tutti in uno. Cosí quando il Signore interrogò gli Apostoli, che erano dodici, cioè tre volte quattro, Pietro rispose a nome di tutti: Tu sei il Cristo Figlio del Dio vivente; e gli fu detto: A te darò le chiavi del regno dei cieli (Mt 16, 16 19), come se soltanto lui avesse ricevuto la potestà di legare e di sciogliere. Ma siccome Pietro aveva parlato a nome di tutti, anche la potestà che ricevette, la ricevette unitamente a tutti, come rappresentante dell'unità stessa. Ricevette la potestà uno per tutti, perché l'unità è in tutti. Cosí anche qui l'evangelista, dopo aver detto che la tunica era tessuta dall'alto in basso, aggiunge: per intero. Se per intero lo riferiamo a ciò che la tunica significa, possiamo ben dire che nessuno è privo di questa unità, se appartiene al tutto. E' da questa totalità, indicata dal termine greco, che la Chiesa prende il nome di "cattolica". La sorte poi che cosa sta a indicare se non la grazia di Dio? Cosí, in uno la grazia perviene a tutti, in quanto la sorte esprime il favore di tutti, dato che è nell'unità che la grazia perviene a tutti. E quando si tira a sorte non si tiene conto dei meriti delle singole persone, ma ci si affida all'occulto giudizio di Dio.

5. Il fatto che tutto questo sia stato compiuto da uomini malvagi, non cioè dai seguaci di Cristo, ma dai suoi persecutori, non significa che non possa raffigurare qualcosa di buono. Che dire infatti della stessa croce, che anch'essa certamente venne fabbricata e inflitta a Cristo dai nemici e dagli empi? E tuttavia bisogna ammettere che in essa vengono raffigurate le dimensioni di cui parla l'Apostolo: larghezza, lunghezza, altezza, profondità (Ef 3, 18). E' larga nella trave orizzontale su cui si estendono le braccia del crocefisso, e significa le opere buone compiute nella larghezza della carità; è lunga nella trave verticale che discende fino a terra, sulla quale sono fissati i piedi e il dorso, e significa la perseveranza attraverso la lunghezza del tempo sino alla fine; è alta nella sommità che si eleva al di sopra della trave orizzontale, e significa il fine soprannaturale al quale sono ordinate tutte le opere, poiché tutto quanto noi facciamo in larghezza e lunghezza, cioè con amore e perseveranza, deve tendere all'altezza del premio divino. E' profonda, infine, in quella parte della trave verticale che viene conficcata in terra; essa è nascosta e sottratta agli sguardi umani, ma tuttavia da essa sorge e si eleva verso il cielo la parte visibile della croce: significa che tutte le nostre buone azioni e tutti i beni scaturiscono dalla profondità della grazia di Dio, che sfugge alla nostra comprensione e al nostro giudizio. Ma anche se la croce di Cristo non significasse altro che quello che l'Apostolo dice: Coloro che appartengono a Cristo, hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri (Gal 5, 24), questo sarebbe già un bene immenso. E tutto questo non può che essere frutto dello spirito buono, che nutre desideri contrari a quelli della carne, cosí come la croce di Cristo è stata fabbricata dal nemico, cioè dallo spirito del male. E infine qual è il segno di Cristo, che tutti conoscono, se non la croce di Cristo? Senza questo segno, che si pone sulla fronte dei credenti, che si traccia sull'acqua in cui vengono rigenerati o sull'olio della cresima con cui vengono unti o sul pane del sacrificio con cui vengono nutriti, nessuno di questi riti è valido. Perché allora non possiamo dire che anche le azioni dei malvagi possono rivestire un significato buono, dal momento che nella celebrazione dei misteri di Cristo ogni bene soprannaturale viene a noi attraverso il segno della sua croce, che fu opera di uomini malvagi? Con questo basta. Quello che segue, se Dio ci aiuterà, lo vedremo un'altra volta.

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