Omelia 112: Gesù arrestato.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 112: Gesù arrestato.
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Bastò la sua voce che disse "Sono io!", a colpire, respingere e abbattere sì numerosa turba armata e furente d'odio.

1. Dopo aver riferito il grande e lungo discorso che il Signore, prossimo ormai a versare il sangue per noi, tenne dopo la cena ai discepoli che erano allora con lui, e dopo aver riportato l'orazione che rivolse al Padre, l'evangelista Giovanni così comincia il racconto della Passione: Detto questo, Gesù andò con i suoi discepoli di là del torrente Cedron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché spesso Gesù si ritirava là con i suoi discepoli (Gv 18, 1-2). L'ingresso del Signore e dei suoi discepoli nel giardino, di cui parla l'evangelista, non avvenne subito appena finita l'orazione, a proposito della quale dice: Appena Gesù ebbe pronunciato queste parole. Nel frattempo accaddero altri fatti, che, se sono omessi da questo evangelista, sono però ricordati dagli altri, così come, del resto, si trovano nella narrazione di Giovanni molti particolari di cui tacciono gli altri evangelisti. Se uno poi vuole rendersi conto come concordino tra loro, e come uno non contraddica la verità annunciata dall'altro, non deve cercare le prove in questi nostri discorsi, ma in altri nostri studi specifici. E non è stando in piedi e ascoltando un discorso che si possono approfondire le cose, ma stando comodamente seduti, leggendo o ascoltando con molta attenzione e serio impegno chi legge. Tuttavia, sia che si giunga a tale accertamento in questa vita, sia che non vi si possa giungere per qualche impedimento, prima ancora di conoscere si deve credere che il racconto di un evangelista, che gode presso la Chiesa di autorità canonica, non può essere in contraddizione con se stesso né con quanto altrettanto veracemente un altro evangelista riferisce. Vediamo dunque ora la narrazione del nostro san Giovanni, che abbiamo preso a commentare, senza confrontarla con quella degli altri, e senza soffermarci sui punti che sono chiari, per poterlo fare dove il testo lo richieda. Le parole dell'evangelista: Detto questo, Gesù andò con i suoi discepoli di là dal torrente Cedron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli, non dobbiamo intenderle come se subito dopo il discorso e l'orazione Gesù sia entrato nel giardino; ma le parole: Dette Gesù queste cose, vogliono dire semplicemente che Gesù entrò nel giardino non prima di aver concluso il suo discorso e completata la sua orazione.

2. Conosceva anche Giuda, il traditore, quel posto. L'ordine logico delle parole è questo: Quel posto era ben noto al traditore perché - nota l'evangelista - spesso Gesù si ritirava là con i suoi discepoli. Il lupo, coperto di pelle di pecora, e, per misteriosa disposizione del padre di famiglia, tollerato in mezzo alle pecore, studiò il luogo, dove per un po' di tempo potesse disperdere il piccolo gregge, insidiando il pastore. Giuda, dunque, conducendo la coorte e guardie fornite dai gran sacerdoti, arriva là con lanterne, torce e armi (Gv 18, 3). La coorte non era formata di Giudei ma di soldati romani. Ciò significa che era stata inviata dal governatore romano, come se si trattasse di arrestare un colpevole, in difesa dell'ordine costituito, cosicché nessuno osasse impedire l'arresto; quantunque quel dispiegamento di forze fosse sufficiente a spaventare, nonché a mettere in fuga chiunque avesse osato difendere Cristo. Talmente era nascosta la sua potenza, e talmente era palese la sua debolezza, che ai nemici erano parse sufficienti queste misure nei confronti di Cristo, contro il quale niente sarebbe servito se egli non avesse voluto. Ma egli, che era buono, si serviva dei malvagi come strumenti per compiere il bene, traendo così il bene dal male per far diventare buoni i malvagi e discernere i buoni dai malvagi.

3. Allora Gesù, - prosegue l'evangelista -, che sapeva tutto ciò che stava per accadergli, si avanzò e disse loro: Chi cercate? Gli risposero: Gesù il Nazareno. Dice loro Gesù: Sono io! Anche Giuda, il traditore, stava con loro. Come, dunque, ebbe detto loro: Sono io, indietreggiarono e caddero in terra (Gv 18, 4-6). Dove sono ora la coorte dei soldati, e le guardie dei grandi sacerdoti e dei farisei? Dov'è il terrore che doveva essere prodotto da tutto quel dispiegamento di forze? E' bastata una voce che ha detto: Sono io! a colpire, senza alcun dardo, a respingere e ad atterrare tutta quella folla, inferocita dall'odio e terribilmente armata. Nella carne infatti si nascondeva Dio, e il giorno eterno era talmente occultato dalle membra umane che le tenebre, per ucciderlo, dovettero cercarlo con lanterne e torce. Sono io, egli dice, e atterra gli empi. Che cosa farà quando verrà a giudicare, colui che ha fatto questo quando doveva essere giudicato? Quale sarà la sua potenza quando verrà per regnare, se era tanta quando stava per morire? Anche adesso, per mezzo del Vangelo, Cristo fa sentire ovunque la sua voce: Sono io, e i Giudei aspettano l'Anticristo per indietreggiare e cadere in terra, perché, disertando le cose celesti, aspirano a quelle terrene. E' certo che i persecutori andarono, guidati dal traditore, per arrestare Gesù; trovarono colui che cercavano e udirono la sua voce: Sono io: perché non lo presero, ma indietreggiarono e caddero in terra, se non perché così volle colui che poteva tutto ciò che voleva? Ma in verità, se egli non si fosse mai lasciato prendere, essi certamente non avrebbero potuto compiere ciò per cui erano andati, ma nemmeno lui avrebbe potuto effettuare ciò per cui era venuto. Essi lo cercavano, nella loro crudeltà, per metterlo a morte; egli cercava noi per salvarci con la sua morte. Egli ha dato una prova della sua potenza a coloro che invano hanno tentato di arrestarlo; lo prendano ormai, affinché egli possa compiere la sua volontà per mezzo di essi che lo ignorano.

4. Di nuovo egli domandò: Chi cercate? Essi dissero: Gesù il Nazareno. Rispose Gesù: Vi ho detto che sono io! Se dunque cercate me, lasciate che costoro se ne vadano. Così si adempiva la parola da lui detta: Di coloro che mi hai dato, non ho perduto nessuno (Gv 18, 7-9). Disse: Se cercate me, lasciate che costoro se ne vadano. Egli ha di fronte a sé dei nemici che obbediscono ai suoi ordini: lasciano andare quelli che Gesù volle sottrarre alla morte. Ma non sarebbero forse morti più tardi? E perché egli li avrebbe perduti, se fossero morti allora? E' perché essi allora non credevano ancora in lui nel modo che credono tutti quelli che non si perdono.

[Colui che beve il calice ne è anche l'autore.]

5. Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la sguainò e colpì il servo del sommo sacerdote mozzandogli l'orecchio destro. Il servo si chiamava Malco (Gv 18, 10). Solo Giovanni riferisce il nome di questo servo, così come soltanto Luca riferisce che il Signore gli toccò l'orecchio e lo guarì (cf. Lc 22, 51). Malco vuol dire "colui che regnerà". Che significa quindi questo orecchio mozzato per difendere il Signore e dal Signore guarito, se non l'orecchio rinnovato mediante la rimozione di quanto fa parte dell'uomo vecchio, affinché si ascolti in novità di spirito e non in vetustà di lettera (cf. Rm 7, 6)? Se uno ha ricevuto da Cristo un tale beneficio, potrà dubitare che regnerà con Cristo? Il fatto poi che a ottenere questo beneficio sia stato un servo, è simbolo dell'antica Alleanza che non generava che schiavi, come Agar (cf. Gal 4, 24). Nella guarigione ottenuta c'era anche l'annuncio della libertà. Il Signore tuttavia disapprovò il gesto di Pietro, e gli proibì di procedere oltre, dicendo: Rimetti la spada nel fodero. Non berrò il calice che il Padre mi ha dato? (Gv 18, 11). E' certo che quel discepolo, con il suo gesto, aveva voluto soltanto difendere il maestro, senza riflettere sul significato che esso poteva assumere. Era quindi opportuno che Pietro ricevesse una lezione di pazienza e che l'episodio fosse riferito a nostro ammaestramento. Quanto al calice della passione, che dice offertogli dal Padre, trova conferma nelle parole dell'Apostolo: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato alla morte per tutti noi (Rm 8, 31-32). In verità, anche colui che lo beve è l'autore di questo calice, come appunto dice il medesimo Apostolo: Cristo ci ha amato e ha offerto se stesso per noi come oblazione e sacrificio a Dio in odore di soavità (Ef 5, 2).

6. Allora la coorte, il tribuno e le guardie dei Giudei si impadronirono di Gesù e lo legarono (Gv 18, 12). Si impadronirono di colui al quale prima neppure avevano potuto avvicinarsi. Egli era il giorno, ed essi le tenebre, e tenebre rimasero perché non ascoltarono l'invito: Avvicinatevi a lui e sarete illuminati (Sal 33, 6). Se si fossero avvicinati a lui in questo modo, lo avrebbero preso non per ucciderlo ma per accoglierlo nel loro cuore. Ma siccome lo presero in ben altro modo, si allontanarono da lui ancora di più; e legarono colui dal quale piuttosto avrebbero dovuto essere sciolti. E forse, tra coloro che caricarono Cristo di catene, vi era qualcuno che più tardi, da lui liberato, disse: Tu hai spezzato le mie catene (Sal 115, 16). Per oggi basta così. Il seguito, se Dio vorrà, ad un altro discorso.

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