Omelia 111: Che anch'essi in noi siano una cosa sola.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 111: Che anch'essi in noi siano una cosa sola.
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Allo stesso modo che prega per noi, colui che è morto per noi, così vive per noi affinché siamo in essi una cosa sola.

[Gioire nella speranza.]

1. Il Signore solleva i suoi discepoli ad una speranza, che più grande non si potrebbe concepire. Ascoltate ed esultate in questa speranza; perché questa vita terrena non merita di essere amata, ma soltanto tollerata, per esercitare la pazienza nella tribolazione (cf. Rm 12, 12). Ascoltate, dico, e considerate a quale altezza il Signore solleva la nostra speranza. Parla Gesù Cristo, parla il Figlio unigenito di Dio, coeterno e uguale al Padre; parla colui che per noi si è fatto uomo, ma non è diventato, come ogni uomo, menzognero (cf. Sal 115, 11); parla la Via, la Vita, la Verità (cf. Gv 14, 6); parla colui che ha vinto il mondo (Gv 16, 33), e parla di coloro per i quali ha riportato la vittoria sul mondo. Ascoltate, credete, sperate, desiderate quanto egli dice: Padre, quelli che mi hai dato, voglio che siano anch'essi con me dove sono io (Gv 17, 24). Chi sono questi che dice gli sono stati dati dal Padre? Non sono forse quelli di cui altrove dice: Nessuno viene a me, se il Padre che mi ha mandato non lo attrae (Gv 6, 44)? Ormai, se qualche profitto abbiamo tratto da questo Vangelo, sappiamo come anche il Figlio compie insieme al Padre le opere che attribuisce solo al Padre. Coloro dunque che egli ha ricevuto dal Padre, sono quelli stessi che egli ha scelti dal mondo, e che ha scelti affinché non siano più del mondo, come egli stesso non è del mondo. E li ha scelti affinché siano anch'essi il mondo che crede e sa che Cristo è stato mandato da Dio Padre, affinché il mondo sia liberato dal mondo, e il mondo che viene riconciliato con Dio non venga condannato insieme al mondo irriducibilmente ostile a Dio. Così infatti si è espresso all'inizio di questa orazione: Hai dato a lui potestà sopra ogni carne - cioè sopra ogni uomo - affinché dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato (Gv 17, 2). Con queste parole egli dimostra di aver ricevuto sì la potestà sopra ogni uomo, potestà che gli consente di liberare chi vuole e di condannare chi vuole, dato che sarà lui a giudicare i vivi e i morti; ma dimostra altresì che gli sono stati dati tutti coloro a cui avrebbe procurato la vita eterna. Così infatti egli dice: affinché dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questo significa che non gli sono stati dati coloro ai quali non darà la vita eterna, quantunque gli sia stata data la potestà anche sopra di essi, in quanto gli è stata data la potestà sopra ogni carne, cioè sopra ogni uomo. In questa maniera il mondo riconciliato con Dio sarà liberato dal mondo ostile a Dio, in quanto sopra di questo egli eserciterà il suo potere mandandolo alla morte eterna, mentre, sull'altro, eserciterà il suo potere facendolo suo e comunicandogli la vita eterna. Il buon pastore ha fatto questa promessa a tutte le sue pecore, l'augusto capo ha assicurato questo premio a tutte le sue membra: che dove è lui saremo anche noi con lui. E' impossibile che non si compia la volontà che il Figlio onnipotente ha espresso al Padre onnipotente. Con essi infatti è anche lo Spirito Santo, ugualmente eterno, ugualmente Dio, unico Spirito di ambedue e volontà sostanziale dell'uno e dell'altro. E' vero che, come ci riferisce il Vangelo, nell'imminenza della passione il Signore ha detto: Non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu, Padre, (Mt 26, 39) come se una cosa sia o fosse stata la volontà del Padre e un'altra cosa la volontà del Figlio; ma quella era la voce della nostra infermità, anche quando rimaniamo fedeli, che il nostro Capo ha fatto sua allorché si è caricato del peso dei nostri peccati. Anche se la umana debolezza non ci consente di comprendere, sia pronta la nostra pietà a credere che una sola è la volontà del Padre e del Figlio, e che uno solo è anche il loro Spirito; e nell'unità dei tre riconosciamo la Trinità.

2. Abbiamo già detto, come ce lo ha permesso la brevità imposta al nostro discorso, quanto sicura sia questa promessa e a chi è stata fatta. Cerchiamo ora di vedere, per quanto ci è possibile, qual è il contenuto della promessa che egli ha fatto. Quelli che mi hai dato - dice - voglio che siano anch'essi dove sono io. Tenendo conto della sua origine come creatura umana dalla stirpe di David secondo la carne (cf. Rm 1, 3), neppure lui era ancora dove poi sarebbe stato. Ma egli ha potuto dire: dove sono io, perché ci rendessimo conto che era talmente prossima la sua ascensione in cielo, da poter dire di essere già dove presto sarebbe asceso. Nello stesso modo si era espresso parlando con Nicodemo: Nessuno è salito in cielo, se non chi dal cielo è disceso, il Figlio dell'uomo che è in cielo (Gv 3, 13). Neppure allora disse: che sarà in cielo, ma disse: che è in cielo, in quanto nell'unità della persona Dio è uomo e l'uomo è Dio. Egli ci ha dunque promesso che saremo in cielo, poiché in cielo ha elevato la forma di servo che prese dalla Vergine, e l'ha collocata alla destra del Padre. E' la speranza di un così grande bene che fa dire all'Apostolo: Iddio, ricco in misericordia, a motivo del grande amore con cui ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere in Cristo - per grazia siete stati salvati! - e con lui ci ha risuscitati e fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù (Ef 2, 4-6). Ecco in qual senso si possono intendere le parole del Signore: Voglio che siano anch'essi dove sono io. Parlando di sé egli dice di essere già lassù in cielo, mentre per noi esprime la volontà che siamo lassù con lui, ma non dice che vi siamo già. L'Apostolo, invece, presenta la volontà del Signore come un fatto compiuto. Egli infatti non dice: Ci risusciterà e ci farà sedere nei cieli, ma con lui ci ha risuscitati e fatti sedere nei cieli, considerando già compiuto ciò di cui con tanta certezza attende il compimento. Tenendo conto invece della forma di Dio, nella quale il Figlio è uguale al Padre, se secondo tale natura vogliamo intendere l'espressione: siano anch'essi con me dove sono io, si deve allontanare dall'anima ogni idea di immagini corporali, ogni cosa che rappresenti alla mente l'idea di lunghezza, di larghezza, di spessore, qualsiasi cosa che abbia un colore dovuto alla luce materiale, o che sia estesa nello spazio, finito o infinito che sia. Da tutte queste cose, per quanto è possibile, bisogna distogliere lo sguardo e l'attenzione della mente. E non bisogna mettersi a cercare dove sia il Figlio uguale al Padre, perché nessuno può trovare un luogo dove non sia. Chi vuole cercare, cerchi piuttosto di essere con lui; non potrà essere ovunque come lui, ma ovunque potrà essere con lui. Gesù disse al ladrone che pendeva dalla croce espiando la sua pena, e che in grazia della sua confessione ottenne salvezza: Oggi sarai con me in paradiso (Lc 23, 43). In quanto uomo la sua anima sarebbe discesa quel giorno agli inferi e la sua carne sarebbe stata deposta nel sepolcro; ma in quanto Dio era certamente anche in paradiso. E quindi l'anima del ladrone, assolta dai suoi delitti e già resa beata per la sua grazia, anche se non poteva essere ovunque come Cristo, tuttavia, in quello stesso giorno poteva essere con lui in paradiso, da dove colui che è sempre ovunque non si era mai allontanato. Per questo il Signore non si accontentò di dire: Voglio che siano anch'essi dove sono io, ma ha aggiunto: con me. Essere con lui, questo è il massimo bene. Anche gli infelici possono essere dove egli è, dato che ovunque uno si trovi c'è sempre anche lui, ma soltanto i beati sono con lui, perché soltanto da lui essi possono attingere la loro beatitudine. Non è forse con tutta verità che si dice a Dio: Se salgo in cielo, tu ci sei; se scendo nell'abisso, lì ti trovo (Sal 138, 8)? Cristo non è forse la Sapienza di Dio, che per la sua purezza penetra e riempie ogni cosa (Sap 7. 24)? Ma la luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno compresa (cf. Gv 1, 5). Prendiamo un esempio qualsiasi dalla realtà visibile, anche se questa appartiene ad un ordine diverso: un cieco, anche se c'è la luce dov'egli si trova, non è tuttavia con la luce, ma è assente alla luce che è presente; altrettanto si può dire di uno senza fede o empio, o anche di chi è fedele e pio, che però non sia ancora in grado di contemplare la luce della sapienza; pur essendo per lui impossibile trovarsi in alcun luogo dove non sia anche Cristo, tuttavia non è con Cristo, almeno per quanto riguarda la visione. Non c'è dubbio infatti che l'uomo religioso e fedele è con Cristo per mezzo della fede. E' in questo senso che Cristo dice: Chi non è con me, è contro di me (Mt 5, 8), mentre rivolgendosi al Padre dice: Quelli che mi hai dati, voglio che siano anch'essi con me dove sono io. Qui certamente intendeva parlare di quella visione, nella quale lo vedremo così come egli è (1 Io 3, 2).

3. Nessuno voglia offuscare il senso di queste parole, che è tanto chiaro, con le nubi della contraddizione. Le parole che seguono, del resto, vengono a confermarle. Infatti, dopo aver detto: Voglio che siano anch'essi con me dove sono io proseguendo subito aggiunge: affinché vedano la mia gloria, quella che mi hai dato, perché tu mi hai amato prima della fondazione del mondo (Gv 17, 24). Dice: affinché vedano, non dice: affinché credano. Tratta del premio della fede, non della fede in se stessa. Se la fede è definita con tanta esattezza nella lettera agli Ebrei: prova delle realtà che non si vedono (Eb 11, 1), perché non si potrà definire il premio della fede come la visione delle realtà che si sono credute e sperate? Quando vedremo la gloria che il Padre ha dato al Figlio (anche se in questo passo intende parlare non della gloria che il Padre ha dato al Figlio generandolo uguale a sé, ma della gloria che il Padre ha dato al Figlio, diventato Figlio dell'uomo, dopo la sua morte in croce), quando, dunque, vedremo questa gloria del Figlio, è allora che avrà luogo il giudizio dei vivi e dei morti, è allora che sarà tolto di mezzo l'empio perché non veda la gloria del Signore (cf. Is 26, 10). Quale gloria, se non quella per cui egli è Dio? Beati infatti i puri di cuore, perché essi vedranno Dio (cf. Mt 5, 8); gli empi non sono puri di cuore, e perciò non lo vedranno. Essi andranno allora al supplizio eterno; così sarà tolto di mezzo l'empio, affinché non veda la gloria del Signore. I giusti, invece, andranno alla vita eterna (cf. Mt 25, 46). E in che consiste la vita eterna? La vita eterna consiste in questo - dice il Signore - che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17, 3); non come lo conoscono coloro che non sono puri di cuore, i quali tuttavia potranno vederlo nella forma di servo glorificato quando verrà a giudicare; ma come sarà conosciuto dai puri di cuore, quale solo vero Dio, Figlio in unità col Padre e lo Spirito Santo, essendo la Trinità il solo vero Dio. Se dunque prendiamo questa frase: Voglio che siano anch'essi con me dove sono io, nel senso che il Figlio di Dio è Dio coeterno e uguale al Padre, vuol dire che noi saremo con Cristo nel Padre: lui a modo suo, noi a modo nostro, dovunque si trovi il nostro corpo. Dato che il luogo è il posto occupato da ciascuna cosa, se si potesse chiamare luogo anche quello che contiene realtà non materiali, si potrebbe dire che il luogo eterno dove sempre Cristo risiede è il Padre stesso, e il luogo del Padre è il Figlio. Io - dice infatti il Signore - sono nel Padre e il Padre è in me (Gv 14, 10) e in questa orazione: Come tu, Padre, sei in me ed io in te. E il nostro luogo sono essi stessi, poiché così continua: affinché anch'essi siano una sola cosa in noi (Gv 17, 21). E noi, a nostra volta, siamo il luogo di Dio, perché siamo il suo tempio: proprio per questo prega colui che è morto per noi, e che per noi vive, affinché, cioè, noi siamo una cosa sola in loro, dato che è stato costruito nella pace il suo luogo, e la sua abitazione in Sion (Sal 75, 3); e Sion siamo noi. Ma chi è capace di immaginare questi luoghi e ciò che essi contengono, astraendo da dimensioni di spazio o da estensioni corporee? E' già un fatto positivo negare, respingere e scartare ogni immagine di tal genere che si affacci alla mente, perché vuol dire che si ha già, per quanto è possibile, l'idea di una certa luce nella quale queste immagini appaiono negative, da rifiutare, da scartare; e vuol dire che di questa luce si è ormai certi e si è cominciato ad amarla, per cui ci si mette in cammino e si tende verso le realtà interiori. E se l'anima, ancora debole e non sufficientemente pura per penetrare quelle realtà, si sente respinta, non senza gemiti d'amore e lacrime di desiderio, attenda pazientemente di venir purificata dalla fede, e con una vita santa si prepari ad abitare nel luogo dove Cristo abita.

4. In che modo, dunque, potremo non essere con Cristo dove egli è, dal momento che saremo con lui nel Padre, in cui egli è? L'Apostolo non ce l'ha nascosto, anche se abbiamo solo la speranza e non siamo ancora in possesso della realtà. Egli infatti dice: Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose che stanno in alto, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; abbiate la mente alle cose dell'alto, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti - dice - e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3, 1-3). Ecco che frattanto la nostra vita, mediante la fede e la speranza, si trova dove si trova Cristo, è con lui perché è con Cristo in Dio. Ecco che è già come un fatto compiuto quanto egli ha chiesto rivolgendosi al Padre: Voglio che siano anch'essi con me dove sono io (Gv 17, 24). Ora questo è vero mediante la fede. Quando lo sarà mediante la visione? Quando Cristo, vita vostra, apparirà, anche voi allora apparirete con lui nella gloria (Col 3, 4). Allora appariremo quello che allora saremo; allora apparirà che non invano l'abbiamo creduto e sperato, prima di esserlo. Realizzerà tutto questo colui al quale il Figlio, dopo aver detto: affinché vedano la mia gloria, quella che mi hai dato, dice subito dopo: perché tu mi hai amato prima della fondazione del mondo. In lui il Padre ha amato anche noi prima della fondazione del mondo, perché è allora che ha predestinato ciò che realizzerà alla fine del mondo.

5. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto (Gv 17, 25). E' perché sei giusto che il mondo non ti ha conosciuto. Che se il mondo predestinato alla dannazione non l'ha conosciuto, è stato per colpa sua; mentre il mondo, che Dio per mezzo di Cristo ha riconciliato a sé, lo ha conosciuto, non per merito proprio ma per la sua grazia. E conoscere il Padre, che altro è se non la vita eterna? Quella conoscenza che non ha dato al mondo dannato, l'ha data invece al mondo riconciliato. E' per questo che il mondo non ti ha conosciuto, perché sei giusto, e a causa dei suoi demeriti non gli hai concesso di conoscerti. Invece il mondo che ti sei riconciliato, ti ha conosciuto, perché sei misericordioso, e gli hai concesso perciò di conoscerti, non per suo merito ma per la grazia con cui lo hai soccorso. Prosegue: Io, però, ti ho conosciuto. Egli stesso è la fonte della grazia perché, Dio per natura, è anche, per grazia ineffabile, uomo nato dalla Vergine per opera dello Spirito Santo. E' dunque per lui (poiché la grazia di Dio ci viene per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore) che anche questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato (Gv 17, 25). Questi, sono il mondo riconciliato con Dio. E' perché tu mi hai mandato che essi ti hanno conosciuto, e quindi è per effetto della grazia che ti hanno conosciuto.

[Finita l'orazione del Salvatore, comincia la passione.]

6. E ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere. L'ho fatto conoscere per mezzo della fede, lo farò conoscere per mezzo della visione; l'ho fatto conoscere in modo limitato mentre sono ancora peregrinanti in terra, lo farò conoscere in modo perfetto quando regneranno in cielo. Affinché l'amore che mi hai amato sia in loro, e io in loro. (Gv 17, 26). E' un'espressione insolita: l'amore che mi hai amato sia in loro e io in loro; si dovrebbe dire infatti: l'amore con cui mi hai amato. Questa versione dal greco trova analoghe espressioni in latino. Noi diciamo ad esempio: Ha servito un fedele servizio, ha militato una dura milizia, quando sarebbe più logico dire: Ha servito con un fedele servizio, ha militato con una dura milizia. Simile espressione ha usato l'Apostolo quando ha detto: Ho combattuto un buon combattimento (2 Tim 4, 7), mentre più correttamente e secondo l'uso comune avrebbe dovuto dire: ho combattuto in un buon combattimento. Ma in che modo l'amore che il Padre ha per il Figlio, può essere anche in noi, se non perché noi siamo le sue membra ed è in lui che noi siamo amati, dato che egli è amato tutto intero, Capo e corpo? Perciò soggiunge: e io in essi, come a dire: perché io stesso sono in loro. Da una parte, infatti, egli è in noi come nel suo tempio, dall'altra anche noi siamo lui, in quanto, essendosi egli fatto uomo per essere il nostro Capo, noi siamo il suo corpo. L'orazione del Salvatore è finita: ora comincia la sua passione. E noi porremo fine a questo discorso, col proposito, se il Signore ci aiuterà, di commentare nei prossimi discorsi la sua passione.

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