Omelia 107: La pienezza della gioia.

Commento al Vangelo di San Giovanni

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 107: La pienezza della gioia.
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E' lo scopo di tutto ciò che Cristo ha detto e ha fatto. Si potrà raggiungere nel secolo futuro, a condizione però che si viva in questo secolo con pietà, giustizia e temperanza.

1. Parlando al Padre dei discepoli che già aveva, il Signore tra l'altro dice: Io per essi prego; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato (Gv 17, 9). Per mondo qui vuole intendere coloro che vivono seguendo le concupiscenze del mondo, e non li ha raggiunti la grazia sì da essere scelti dal mondo. Dice di voler pregare, non per il mondo, ma per coloro che il Padre gli ha dato; poiché, già per il fatto che il Padre li ha dati a lui, essi non appartengono più a quel mondo per il quale egli non prega.

2. Soggiunge: perché sono tuoi. Il Padre infatti non li ha perduti per averli dati al Figlio, come il Figlio stesso proseguendo dice: e tutto ciò che è mio è tuo, e ciò che è tuo è mio (Gv 17, 10). Da queste parole appare chiaramente in che senso all'unigenito Figlio appartenga tutto ciò che appartiene al Padre; precisamente perché anch'egli è Dio, ed è nato dal Padre uguale a lui; e quindi non nel senso in cui il padre della parabola dice a uno dei due figli, al maggiore: Tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo (Lc 15, 31). Questo vale per tutti i beni creati che sono inferiori alla creatura santa e razionale, e che pure sono soggetti alla Chiesa; a quella Chiesa universale cui appartengono anche il figlio maggiore e quello minore, insieme a tutti i santi angeli ai quali, nel regno di Cristo e di Dio, noi saremo uguali (cf. Mt 22, 30). Le parole: tutto ciò che è mio è tuo, e ciò che è tuo è mio, includono anche le creature razionali, che sono soggette solo a Dio, cosicché a Dio sono soggetti quegli esseri che sono soggetti a tali creature. Queste creature poi, che appartengono a Dio Padre, non apparterrebbero anche al Figlio se il Figlio non fosse uguale al Padre; poiché è a queste creature razionali che il Signore si riferisce quando dice: non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi, e tutto ciò che è mio è tuo, e ciò che è tuo è mio. Non è lecito ai santi, dei quali ha parlato così, appartenere ad altri che a colui dal quale sono stati creati e santificati; e di conseguenza, tutto ciò che appartiene ad essi, appartiene a colui al quale essi stessi appartengono. Appartenendo dunque e al Padre e al Figlio, dimostrano l'uguaglianza tra il Padre e il Figlio, ai quali essi ugualmente appartengono. Ma quanto a ciò che il Signore aveva detto parlando dello Spirito Santo: Tutto ciò che ha il Padre è mio; ecco perché vi ho detto che prenderà del mio per comunicarvelo (Gv 16, 15), lo ha detto riferendosi a ciò che appartiene alla divinità stessa del Padre in cui già è uguale, avendo egli stesso tutto ciò che il Padre ha. Né l'espressione: prenderà del mio significa che lo Spirito Santo, a sua volta, dovrà ricevere da una creatura soggetta al Padre e al Figlio ciò che annuncia; ma lo riceverà dal Padre, dal quale procede e dal quale è nato anche il Figlio.

3. E in essi io sono glorificato. Il Signore parla qui della sua glorificazione come di una cosa fatta, mentre ancora deve realizzarsi; poco prima, invece, aveva chiesto al Padre che si realizzasse. Ma domandiamoci se si tratta della medesima glorificazione a proposito della quale allora aveva detto: E adesso glorificami tu, Padre, con la gloria che, prima che il mondo fosse, avevo presso di te (Gv 17, 5). Presso di te è forse lo stesso che in essi? Forse per il fatto che è conosciuto da essi e per mezzo di essi, la conoscenza arriva a quanti hanno creduto alla loro testimonianza? Possiamo senz'altro ammettere che il Signore, dicendo che era glorificato in essi, si riferiva agli Apostoli; e, parlando come di una cosa già avvenuta, mostrò che così era predestinato, e che era da tenersi per certa la sua realizzazione futura.

4. E io non sono più nel mondo; essi, invece, sono nel mondo (Gv 17, 11). Se si tiene conto del momento in cui parlava, erano ancora nel mondo, sia i discepoli di cui stava parlando sia egli stesso. E non possiamo e non dobbiamo intendere queste parole come riferite al progresso della vita spirituale, pensando che essi erano ancora nel mondo appunto per la loro mentalità ancora mondana, mentre egli non era più del mondo a motivo della sua sapienza divina. Egli ha usato qui un'espressione che non autorizza questa interpretazione. Non ha detto infatti: Io non sono nel mondo; ma ha detto: Non sono più nel mondo, dimostrando così che un tempo è stato nel mondo e che ora non vi è più. Potremo allora credere che c'è stato un tempo in cui Cristo ha avuto la mentalità del mondo, e che adesso, liberato dall'errore, non ce l'ha più? A chi potrà venire in mente un pensiero così empio? Rimane dunque una sola interpretazione, che cioè egli non sarebbe più stato nel mondo con la sua presenza corporale come c'era prima, e che la sua partenza era imminente mentre la loro sarebbe avvenuta in un secondo tempo, dichiarando così di non essere più nel mondo mentre essi c'erano ancora; benché, di fatto, sia lui che gli Apostoli fossero tuttora nel mondo. Si è espresso così, adattandosi come uomo agli uomini, usando il loro abituale modo di esprimersi. Non diciamo noi abitualmente di uno che sta per partire, che egli non è più qui con noi? E diciamo questo soprattutto di chi sta per morire. Cionondimeno, il Signore, prevedendo le difficoltà che avrebbero potuto incontrare quanti avrebbero letto queste cose, aggiunge: mentre io vengo a te, spiegando così il significato della frase precedente: Io non sono più nel mondo.

5. Raccomanda dunque al Padre coloro che, con la sua partenza, sta per lasciare, dicendo: Padre santo, conserva nel nome tuo quelli che mi hai dato (Gv 17, 11). E' come uomo che egli prega Dio per i suoi discepoli, che da Dio ha ricevuto. Ma bada a quello che segue: Affinché siano uno come noi. Non dice: Affinché con noi siano una cosa sola, oppure affinché siamo una cosa sola, noi e loro, come una cosa sola siamo noi; dice: Affinché siano una cosa sola come noi. Siano uno nella loro natura, come siamo uno noi nella nostra natura. Ciò non sarebbe vero se non lo dicesse in quanto egli è Dio, della stessa natura del Padre, per cui in altra circostanza ha detto: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10, 30). Non potrebbe dirlo in quanto uomo, come invece altrove ha detto: Il Padre è più grande di me (Gv 14, 28). Ma siccome l'unica e medesima persona è Dio e uomo, vediamo l'uomo nel fatto che prega, vediamo Dio nel fatto che sono un'unica cosa, lui e quello che egli prega. Ma in seguito avremo ancora occasione di ritornare con più calma su questo argomento.

[Se accettiamo la sua umiltà, ci eleva alla sua gloria.]

6. Quando ero con loro, io stesso li conservavo nel nome tuo (Gv 17, 12). Ora che io vengo a te, dice, conservali nel tuo nome, in cui anch'io li conservavo quando ero con loro. Il Figlio, come uomo, custodiva i suoi discepoli nel nome del Padre, quando egli era fisicamente presente tra loro, ma anche il Padre custodiva nel nome del Figlio coloro di cui esaudiva le preghiere che gli rivolgevano nel nome del Figlio. Proprio in questo senso il Figlio aveva detto loro: In verità, in verità vi dico: qualunque cosa chiederete al Padre in nome mio, l'avrete (Gv 16, 23). Non dobbiamo prendere queste parole in senso troppo materiale, come se cioè il Padre e il Figlio ci custodiscano a turno dandosi il cambio dentro di noi per custodirci, come se uno prendesse il posto dell'altro che se ne va. In realtà il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo ci custodiscono insieme, perché sono un solo vero e beato Dio. Ma la sacra Scrittura non ci eleva se non abbassandosi fino a noi, così come il Verbo fatto carne è disceso per elevarci, non è caduto per rimanere a terra. Se abbiamo riconosciuto colui che è disceso, leviamoci in alto con lui che ci innalza, e persuadiamoci che egli, parlandoci così, vuole distinguere le persone, non separare le nature. Quando dunque il Figlio custodiva i suoi discepoli con la sua presenza corporale, il Padre non aspettava, per custodirli, di succedere al Figlio che se ne andava; ma ambedue li custodivano con la potenza spirituale; e quando il Figlio sottrasse ad essi la sua presenza corporale, continuò, insieme al Padre, a custodirli spiritualmente. Quando infatti il Figlio come uomo li prese in custodia, non li tolse alla custodia paterna; e quando il Padre li affidò al Figlio perché li custodisse, non fece questo senza di lui. Li diede al Figlio in quanto uomo, ma non glieli diede senza il medesimo Figlio, Dio anche lui.

7. Il Figlio prosegue e dice: Quelli che mi hai dato, li ho custoditi; e nessuno di loro è perito, tranne il Figlio della perdizione, affinché la Scrittura si adempisse (Gv 17, 12). Il traditore di Cristo viene chiamato figlio della perdizione, predestinato alla perdizione, secondo la predizione della Scrittura, contenuta soprattutto nel salmo centootto.

8. Ma ora io vengo a te, e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, affinché essi abbiano in se stessi la mia gioia, nella sua pienezza (Gv 17, 13). Ecco che afferma di parlare nel mondo, colui che prima aveva detto: Io non sono più nel mondo. Già lo abbiamo spiegato; o meglio, abbiamo fatto notare la spiegazione che egli stesso ha dato. Ora, siccome non se n'era ancora andato, era ancora qui; e siccome la sua partenza era imminente, in certo modo non era più qui. Di quale gioia poi intenda parlare, dicendo: affinché essi abbiano in se stessi la mia gioia, nella sua pienezza, lo ha già spiegato prima, quando ha detto: affinché siano uno come noi. Questa sua gioia, questa gioia cioè che proviene da lui, deve raggiungere in loro la pienezza; è per questo motivo, dice, che ha parlato nel mondo. Ecco la pace e la beatitudine eterna, per conseguire la quale bisogna vivere con saggezza, giustizia e pietà nel secolo presente.