Omelia 104: Il dono della pace.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 104: Il dono della pace.
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Tutto quello che il Signore ha detto era perché i discepoli avessero pace in lui, ed è essenzialmente per questo che noi siamo Cristiani.

1. Prima di queste parole che con l'aiuto del Signore ci accingiamo ora a commentare, Gesù aveva detto: Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me (Gv 16, 33), intendendo con ciò riferirsi non solo a ciò che aveva detto loro immediatamente prima, ma anche a tutto ciò che disse fin da quando li prese con sé come discepoli e soprattutto a quel lungo e mirabile discorso che tenne loro dopo la cena. Con tali parole egli sottolinea lo scopo del suo discorso, affinché essi coerentemente rapportino a tale scopo tutto il suo insegnamento, e soprattutto quelle cose che ha detto quando era ormai sul punto di morire per loro, e che sono come le sue ultime parole, quelle che pronunciò dopo che il discepolo traditore si era allontanato da quella sacra Cena. Ci ha tenuto a dichiarare che lo scopo che lo aveva indotto a tenere quel discorso era perché trovassero pace in lui, che è poi lo scopo di tutta la vita cristiana. Questa pace non è soggetta ai limiti del tempo, ma sarà il fine d'ogni nostra santa intenzione e azione. E' in ordine a questa pace che noi veniamo iniziati con i suoi sacramenti, che cresciamo alla scuola delle sue mirabili opere e parole, che abbiamo ricevuto il pegno del suo Spirito, che crediamo e speriamo in lui, e, nella misura che egli ce lo concede, ardiamo di amore per lui. Questa pace ci consola in ogni prova e ci libera da ogni prova; in vista di questa pace sosteniamo coraggiosamente ogni tribolazione e in essa, liberi da ogni tribolazione, felicemente regneremo. Col tema della pace molto opportunamente conclude le sue parole, che ai discepoli ancora limitati nella loro intelligenza erano sembrate parabole, ma che essi avrebbero capito bene quando egli avrebbe dato loro, come aveva promesso, lo Spirito Santo: a proposito del quale così si era espresso: Queste cose vi ho detto stando in mezzo voi; ma sarà il Paracleto, lo Spirito Santo che il Padre invierà nel mio nome, a insegnarvi tutte queste cose e a ricordarvi tutto ciò che vi ho detto (Gv 14, 25-26). Quella sarebbe stata l'ora in cui, come aveva promesso, non avrebbe più parlato in parabole ma li avrebbe intrattenuti apertamente sul Padre. Allora queste sue stesse parole, grazie alla rivelazione dello Spirito Santo, non sarebbero state più dei proverbi. E per il fatto che lo Spirito Santo avrebbe parlato nei loro cuori, non per questo avrebbe taciuto l'unigenito Figlio, il quale anzi disse che proprio in quell'ora li avrebbe intrattenuti apertamente sul Padre, di modo che, comprendendole, quelle cose non sarebbero state più per loro delle parabole. Ma questo stesso fatto, come cioè possano simultaneamente parlare nel cuore dei fedeli il Figlio di Dio e lo Spirito Santo, o per meglio dire, la Trinità stessa che opera inseparabilmente, è una parola comprensibile per quelli che intendono, rimane una parabola per quelli che non intendono.

[Ci fece conoscere l'orazione che fece per noi.]

2. Dopo aver dunque dichiarato perché aveva detto quelle cose, affinché cioè avessero pace in lui mentre nel mondo avrebbero avuto tribolazione, e dopo averli esortati ad avere fiducia, dato che egli aveva vinto il mondo, terminato il discorso che ad essi era rivolto, rivolse la parola al Padre, e cominciò a pregare. Così infatti prosegue l'evangelista: Così parlò Gesù; poi, levati gli occhi al cielo, disse: Padre, è venuta l'ora; glorifica tuo Figlio (Gv 17, 1). Il Signore unigenito e coeterno al Padre, avrebbe potuto, anche nella sua forma di servo e in quanto servo, se fosse stato necessario, pregare in silenzio; ma egli volle manifestarsi in atteggiamento di preghiera al Padre, non dimenticando di essere nostro maestro. Ha voluto perciò farci conoscere l'orazione che per noi rivolse al Padre: i discepoli dovevano infatti trovare motivo di edificazione non soltanto nel discorso che un tale maestro ad essi rivolgeva, ma anche nell'orazione per essi rivolta al Padre: è stata un'edificazione per quelli che erano là ad ascoltare, e lo è per noi che leggiamo cose che essi hanno scritto. Pertanto, dicendo: Padre, è venuta l'ora; glorifica tuo Figlio, ci dimostra che i tempi e i momenti di tutte le azioni che egli stesso compiva o lasciava compiere erano disposti da lui che non è soggetto al tempo; in quanto le cose avvenire, ciascuna a suo tempo, hanno la loro causa efficiente nella sapienza di Dio che non conosce tempo. Non si pensi dunque che quell'ora fosse stabilita dal fato, mentre era stata disposta dalla volontà di Dio. Né fu la necessità derivante dalle stelle a decidere la passione di Cristo: poiché le stelle non potevano certo costringere il loro creatore a morire. Come non fu il tempo che spinse Cristo alla morte, ma fu lui a decidere il tempo della sua morte, come decise il tempo della sua nascita dalla Vergine, insieme al Padre, da cui è nato al di fuori di ogni tempo. Secondo questa vera e sana dottrina, anche l'apostolo Paolo dice: Allorché venne la pienezza del tempo, Iddio inviò il suo Figlio (Gal 4, 4); e Dio per bocca del profeta dice: Nel tempo accettevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso (Is 49, 8); e a sua volta l'Apostolo: Ecco ora il tempo ben accetto, ecco ora il giorno della salvezza (2 Cor 6, 2). Dica dunque: Padre, è venuta l'ora, colui che insieme al Padre ha regolato tutti i tempi. E' come se dicesse: Padre, è venuta l'ora, che insieme abbiamo stabilito per la mia glorificazione presso gli uomini e per gli uomini; glorifica il Figlio tuo affinché il Figlio glorifichi te.

3. Taluni dicono che la glorificazione del Figlio da parte del Padre consiste nel fatto che non lo ha risparmiato, ma lo ha consegnato alla morte per noi tutti (cf. Rm 8, 32). Ma se si può chiamare glorificazione la passione, tanto più la risurrezione. Infatti nella passione risalta piuttosto la sua umiltà che la sua gloria, secondo la testimonianza dell'Apostolo che dice: Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. E proseguendo, l'Apostolo parla della glorificazione di Cristo in questi termini: Perciò Iddio lo ha sovraesaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio degli esseri celestiali, di quelli terrestri e sotterranei, e ogni lingua proclami che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre. Questa la glorificazione di nostro Signore Gesù Cristo, che ha avuto inizio con la sua risurrezione. La sua umiliazione, dunque, viene dall'Apostolo descritta nel passo che incomincia con: annientò se stesso, prendendo la forma di servo, e termina con le parole: alla morte di croce; la sua gloria è descritta nel passo che inizia con: Dio l'ha esaltato, e termina con le parole: è nella gloria di Dio Padre (Fil 2, 7-11). Se si confronta il testo greco, da cui sono stati tradotti in latino gli scritti degli Apostoli, si vedrà che là dove noi leggiamo gloria, in greco si legge ; da deriva il verbo , che l'interprete latino traduce con clarifica, quando potrebbe, con altrettanta esattezza, dire glorifica. E così anche nella lettera dell'Apostolo, al posto di gloria si sarebbe potuto mettere il sinonimo clarità. E, per conservare il suono delle parole, come da clarità deriva clarificazione, così da gloria deriva glorificazione. Orbene, il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, per giungere allo splendore e alla gloria della risurrezione, ha dovuto passare attraverso l'umiliazione della passione; se infatti non fosse morto, non sarebbe potuto risuscitare dai morti. E' l'umiltà che gli ha meritato lo splendore della gloria, e la gloria è il premio dell'umiltà. Questo avvenne nella forma di servo, perché nella forma di Dio, Cristo sempre fu e sarà nella gloria; anzi non si può dire fu, come se non vi fosse più, né che sarà nella gloria, come se adesso non ci fosse ancora; perché la sua gloria è senza inizio e senza fine. Perciò le parole: Padre, è venuta l'ora; fa risplendere la gloria di tuo Figlio, hanno questo significato: E' venuta l'ora di seminare nell'umiltà; non indugiare a far risplendere il frutto della gloria. Ma che senso ha quel che segue: affinché il Figlio glorifichi te? Forse che anche il Padre passò attraverso l'umiliazione della carne e della passione, per cui occorreva che poi fosse glorificato? In che senso dunque il Figlio doveva glorificarlo, se la sua eterna gloria non poté essere diminuita dalla forma umana, né avrebbe potuto essere accresciuta nella sua forma divina? Ma non voglio limitare la questione a questo discorso, che non può essere ulteriormente protratto.

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