Omelia 102: Il Padre ci ama perché noi abbiamo amato Cristo.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 102: Il Padre ci ama perché noi abbiamo amato Cristo.
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Noi amiamo Dio perché per primo egli ci ha amati. Cioè, noi amiamo perché siamo amati. Insomma, amare Dio è dono di Dio.

1. Ora dobbiamo spiegare quelle parole del Signore: In verità, in verità vi dico: qualunque cosa chiederete al Padre nel nome mio, egli ve la darà (Gv 16, 23). Nei precedenti commenti a questo discorso del Signore, abbiamo osservato, a proposito di quelli che domandano qualcosa al Padre nel nome di Cristo e non l'ottengono, che non è chiedere nel nome del Salvatore ciò che si chiede contro l'ordine della salvezza. Infatti l'espressione: nel mio nome, non è da prendere secondo il suono materiale delle parole, ma nel senso vero e reale che il nome di Cristo contiene e annuncia. Chi dunque ha di Cristo un'idea che non corrisponde alla realtà dell'unigenito Figlio di Dio, non chiede nel nome di lui, anche se pronuncia le lettere e le sillabe che compongono il nome di Cristo, perché quando si mette a pregare chiede nel nome di colui che ha in testa. Chi invece ha di Cristo un'idea conforme a verità, chiede nel nome di lui, e se la sua domanda non è contraria alla sua eterna salvezza, egli ottiene ciò che chiede. Tuttavia ottiene quando deve ottenere. Vi sono infatti delle cose che non vengono negate, ma vengono differite per essere concesse al momento opportuno. Così in quelle parole: egli ve la darà, dobbiamo intendere quei benefici che sono destinati a coloro che pregano rettamente. Tutti i giusti vengono esauditi quando domandano a proprio vantaggio, non quando domandano in favore dei loro amici o nemici o di qualsiasi altro: il Signore non dice infatti genericamente darà, ma: vi darà.

[La gioia completa.]

2. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa (Gv 16, 24). Questa gioia completa di cui parla, non è certamente una gioia carnale, ma è la gioia spirituale; e sarà completa solo quando ad essa non ci sarà più nulla da aggiungere. Qualunque cosa dunque si chiede in ordine al conseguimento di questa gioia, la si deve chiedere nel nome di Cristo, se davvero comprendiamo il valore della grazia divina, se davvero chiediamo la vita beata. Chiedere altra cosa, è chiedere nulla; non perché ogni altra cosa sia nulla, ma perché qualunque altra cosa si possa desiderare è, in confronto a questa, un nulla. Non si può certo dire che l'uomo come tale sia nulla, anche se l'Apostolo dice: Se uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla... (Gal 6, 3); tuttavia in confronto con l'uomo spirituale, che sa di essere quello che è per grazia di Dio, chiunque aspira a cose vane, è nulla. E' questo probabilmente il senso della frase: In verità, in verità vi dico: qualunque cosa domanderete al Padre in nome mio, ve la darà, se con l'espressione qualunque cosa si intende non qualsiasi cosa, ma ciò che, nei confronti della beatitudine eterna, abbia qualche importanza. Ciò che segue: Finora non avete chiesto nulla nel mio nome, si può intendere in due modi: nel senso che essi non avevano chiesto nulla sino allora in nome suo, perché ancora non avevano conosciuto il suo nome come deve essere conosciuto; oppure nel senso che quanto sino allora avevano chiesto era nulla in confronto alla vita eterna che dovevano chiedere. E' dunque per impegnarli a chiedere nel suo nome, non ciò che è nulla, ma la gioia completa (dato che chiedere qualcosa di diverso, è come chiedere nulla) che li esorta dicendo: Chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa; cioè a dire: Chiedete nel mio nome ciò che può rendere perfetta la vostra gioia, e l'otterrete. La divina misericordia, infatti, non defrauderà i suoi eletti che sono perseveranti nel chiedere questo bene.

3. Vi ho parlato di queste cose in parabole: viene l'ora in cui non vi parlerò più in parabole, ma vi intratterrò apertamente sul Padre (Gv 16, 25). Starei per dire che quest'ora di cui parla è la vita futura, nella quale lo vedremo svelatamente, faccia a faccia, come dice san Paolo; di modo che le parole: Vi ho parlato di queste cose in parabole, coincidono con quelle dell'Apostolo stesso: Vediamo adesso, in maniera oscura, come in uno specchio (1 Cor 13, 12). Mentre la frase: vi intratterrò sul Padre mio significa che è per mezzo del Figlio che si vedrà il Padre, come egli stesso altrove dice: Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo (Mt 11, 27). Ma questo senso apparentemente è in contrasto con quello che segue: In quel giorno, voi chiederete nel mio nome (Gv 16, 26). Che cosa potremo chiedere infatti nella vita futura, allorché saremo giunti nel regno, dove saremo somiglianti a lui poiché lo vedremo così com'è (cf. 1 Io 3, 2), quando il nostro desiderio sarà saziato nell'abbondanza di ogni bene (cf. Sal 102, 5)? Come appunto dice anche un altro salmo: Sarò saziato, quando si manifesterà la tua gloria (Sal 16, 15). Chiedere è segno di indigenza, che scomparirà quando ogni nostro desiderio sarà saziato.

4. Quindi, per quanto posso capire, non rimane altro se non intendere le parole di Gesù nel senso che egli promise ai suoi discepoli di farli diventare da uomini carnali e dominati dai sensi quali erano, uomini guidati dallo Spirito; quantunque non ancora in quella condizione in cui saremo quando avremo anche un corpo spirituale, ma quella in cui era colui che diceva: Parliamo un linguaggio di sapienza con i perfetti (1 Cor 2, 6); e aggiungeva: Non ho potuto parlare a voi come a degli spirituali, ma come a persone carnali (1 Cor 3, 1); e ancora: Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo ma lo Spirito che viene da Dio, affinché possiamo conoscere le cose che da Dio ci sono state graziosamente donate. E di queste cose noi parliamo non con discorsi insegnati dall'umana sapienza, ma con discorsi insegnati dallo Spirito, agli spirituali adattando cose spirituali. L'uomo animale però non accoglie le cose dello Spirito di Dio (1 Cor 2, 12-14). Ora, essendo l'uomo "animale" incapace d'intendere le cose che sono dello Spirito di Dio, quanto si riferisce alla natura di Dio lo concepisce come qualcosa di corporeo, estesissimo ed immenso quanto si vuole, luminoso e bello quanto si vuole, ma sempre corporeo, appunto perché incapace di concepire altre cose che non siano corporali. E per questo, tutto ciò che la Sapienza dice della sostanza incorporea e immutabile di Dio, sono per lui soltanto delle parabole; e non perché le consideri soltanto delle parabole, ma perché ha la stessa maniera di pensare di coloro che ascoltano le parabole senza comprenderle. Ma quando da uomo spirituale comincia a giudicare ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno, anche se in questa vita conosce ancora oscuramente e parzialmente, egli tuttavia, senza bisogno di sensi o di immagini che riflettano in qualche modo le sembianze corporali, validamente guidato dall'intelligenza spirituale, comprende che Dio non è corpo bensì spirito; così che, quando ascolta il Figlio che parla apertamente del Padre, si rende conto che colui che parla è della medesima sostanza del Padre. Allora quelli che chiedono, chiedono nel suo nome, perché al sentire il suo nome, non pensano ad una cosa diversa da quella che questo nome significa; né, per leggerezza o debolezza di mente, immaginano che il Padre sia in un determinato luogo e il Figlio in un altro e davanti al Padre, a pregarlo per noi, e che quindi ciascuno occupi un determinato posto nello spazio. Né immaginano che il Verbo dica per noi delle parole a colui del quale egli è Verbo, come se vi fosse una certa distanza tra la bocca di chi parla e l'orecchio di chi ascolta; ed altre cose simili, che gli uomini guidati dai sensi o anche dalla pura ragione si costruiscono nella loro fantasia. Gli uomini guidati dallo Spirito, invece, quando pensano a Dio, se alla loro mente si presentano immagini corporali, subito le respingono e le cacciano via dai loro occhi interiori come mosche importune, e docilmente accolgono quella luce purissima, alla cui testimonianza e al cui giudizio si persuadono dell'assoluta falsità delle immagini corporee che si presentano al loro sguardo interiore. Così possono rendersi conto che nostro Signore Gesù Cristo, in quanto uomo intercede per noi presso il Padre, in quanto Dio ci esaudisce insieme al Padre. E questo credo sia il senso delle sue parole: E non vi dico che io pregherò il Padre per voi (Gv 16, 26). Solamente l'occhio spirituale dell'anima può giungere ad intendere che il Figlio non prega il Padre, ma, insieme, e Padre e Figlio esaudiscono quelli che pregano.

[L'amore con cui amiamo Dio, viene da Dio.]

5. Lo stesso Padre infatti vi ama, perché voi mi avete amato (Gv 16, 27). Egli ci ama perché noi lo amiamo, o non è invece che noi lo amiamo perché egli ci ama? Ci risponda, nella sua lettera, lo stesso evangelista: Noi amiamo Dio - egli dice - perché egli ci ha amato per primo (1 Io 4, 10). E' dunque perché siamo stati amati che noi possiamo amarlo. Amare Dio è sicuramente un dono di Dio. E' lui che amandoci quando noi non lo amavamo, ci ha dato di amarlo. Siamo stati amati quando eravamo tutt'altro che amabili, affinché ci fosse in noi qualcosa che potesse piacergli. E non ameremmo il Figlio se non amassimo anche il Padre. Il Padre ci ama perché noi amiamo il Figlio; ma è dal Padre e dal Figlio che abbiamo ricevuto la capacità di amare e il Padre e il Figlio: lo Spirito di entrambi ha riversato nei nostri cuori la carità (cf. Rm 5, 5), per cui, mediante lo Spirito amiamo il Padre e il Figlio, e amiamo lo Spirito stesso insieme al Padre e al Figlio. E così possiamo ben dire che questo nostro amore filiale con cui rendiamo onore a Dio, è opera di Dio, il quale vide che era buono; e quindi egli ha amato ciò che ha fatto. Ma non avrebbe operato in noi nulla che meritasse il suo amore, se non ci avesse amati prima di operare alcunché.

6. E avete creduto che io sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; adesso lascio il mondo e torno al Padre (Gv 16, 27-28). Senza dubbio lo abbiamo creduto. Né deve sembrarci incredibile che, venendo nel mondo, egli sia uscito dal Padre senza abbandonare il Padre, e, lasciando il mondo, torni al Padre senza abbandonare il mondo. E' uscito dal Padre perché è dal Padre, è venuto nel mondo, perché ha mostrato al mondo il corpo che ha preso dalla Vergine. Ha lasciato il mondo con la sua presenza corporale, è tornato al Padre con l'ascensione della sua umanità, ma senza abbandonare il mondo che egli guida con la sua presenza.

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