Omelia 101: Sofferenza e gioia della donna che partorisce.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 101: Sofferenza e gioia della donna che partorisce.
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La Chiesa partorisce ora gemendo, un giorno partorirà esultando: ora partorisce pregando, un giorno lodando Dio.

1. Queste parole del Signore: Ancora un poco e non mi vedrete più, e un altro poco e mi vedrete, perché vado al Padre (Gv 16, 16), prima che si realizzassero erano talmente oscure per i discepoli, che dalle domande che si facevano a vicenda, dimostravano chiaramente di non averne capito il senso. Il Vangelo infatti prosegue dicendo: Allora, alcuni dei suoi discepoli dissero fra loro: Che è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete più, e un altro poco e mi rivedrete, e vado al Padre? Dicevano perciò: Che cosa è questo poco di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire (Gv 16, 17-18). Il motivo che li teneva sospesi erano appunto queste parole: Ancora un poco e non mi vedrete, e un altro poco e mi rivedrete. Siccome precedentemente non aveva detto: un poco, ma aveva detto: Vado al Padre e non mi vedrete più (Gv 16, 10), sembrò che parlasse loro apertamente, e in proposito non si eran fatta tra loro alcuna domanda. Ciò che ai discepoli era sembrato tanto oscuro e subito diventò chiaro, è chiaro ormai anche per noi: poco dopo infatti ci fu la sua passione ed essi non lo videro più; ma poi, dopo un altro breve intervallo di tempo, egli risuscitò, e lo videro di nuovo. Il senso della frase: Ormai non mi vedrete, in cui usando l'avverbio ormai vuol far capire che non lo vedranno più, lo abbiamo già spiegato, quando abbiamo sentito il Signore che diceva dello Spirito Santo: redarguirà il mondo quanto a giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più: cioè i discepoli non avrebbero più visto il Cristo nella sua condizione mortale.

2. Gesù, conoscendo che volevano interrogarlo - prosegue l'evangelista - disse loro: Vi chiedete l'un l'altro che significa ciò che ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete, e un altro poco e mi rivedrete. In verità, in verità vi dico: voi piangerete e farete cordoglio, ma il mondo si rallegrerà; voi vi rattristerete, ma la vostra tristezza si muterà in gioia (Gv 16, 19-20). Questo può prendersi nel senso che i discepoli si sono rattristati per la morte del Signore, e immediatamente si sono rallegrati per la sua risurrezione; il mondo, invece, con cui sono indicati i nemici che misero a morte Cristo, hanno esultato per la morte di Cristo, proprio quando i discepoli erano nella tristezza. Per mondo si può anche intendere la malvagità di questo mondo, cioè degli amici di questo mondo, secondo quanto l'apostolo Giacomo dice nella sua lettera: Chi vuole essere amico del mondo, si costituisce nemico di Dio (Gc 4, 4). E' questa inimicizia contro Dio che non risparmiò neppure il di lui Unigenito.

3. Il Signore continua: Quando la donna partorisce è triste perché è giunta la sua ora, ma quando ha partorito il bambino, dimentica l'ambascia per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Anche voi adesso siete tristi, ma io vi rivedrò e il vostro cuore gioirà, e la vostra gioia nessuno ve la potrà rapire (Gv 16, 21-22). Non mi sembra che questa immagine sia difficile da intendere; essa è trasparente, avendo egli stesso spiegato perché l'abbia scelta. Il travaglio del parto è immagine di tristezza, il parto invece di gaudio, di solito tanto più grande quando nasce un maschio invece di una femmina. Quanto alle parole: la vostra gioia nessuno ve la potrà rapire, dato che Gesù stesso è la loro gioia, sono in perfetta armonia con ciò che dice l'Apostolo: Una volta risuscitato dai morti, Cristo non muore più, e la morte non ha più dominio sopra di lui (Rm 6, 9).

4. Fin qui il passo del Vangelo che stiamo spiegando, non presenta alcuna difficoltà; ma le parole che seguono richiedono maggiore attenzione. Che significa infatti: In quel giorno non mi farete più nessuna domanda (Gv 16, 23)? Il latino "rogare" non significa solo chiedere per ottenere qualcosa, ma fare una domanda per ottenere una risposta; nel testo greco da cui è tradotto quello latino, c'è un verbo che possiede ambedue i significati, così che l'ambiguità rimane; e ancorché si risolvesse, non si risolverebbe ogni difficoltà. Leggiamo infatti nel Vangelo che, dopo la risurrezione, Cristo fu interrogato e pregato. Al momento in cui stava per ascendere al cielo, i discepoli gli chiesero quando si sarebbe manifestato e quando sarebbe stato ripristinato il regno d'Israele (cf. At 1, 6); quando poi era ormai in cielo, fu pregato da santo Stefano di ricevere il suo spirito (cf. At 7, 58). E chi oserà dire o pensare che se Cristo fu pregato quando era ancora sulla terra, non lo si debba pregare ora che sta in cielo? Lo si doveva pregare quando era mortale e non lo si dovrà pregare ora che è immortale? Preghiamolo, carissimi, preghiamolo perché sciolga il nodo di questo problema, facendo luce nei nostri cuori affinché possiamo vedere il senso delle sue parole.

5. Credo che le parole: Io vi rivedrò e il vostro cuore gioirà, e la vostra gioia nessuno ve la potrà rapire, non debbano riferirsi al tempo in cui, risorto, mostrò ai discepoli la sua carne risuscitata, in modo che essi potessero vederla e toccarla (cf. Gv 20, 27); ma piuttosto a quel tempo a proposito del quale aveva detto: Colui che mi ama sarà amato dal Padre mio, e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui (Gv 14, 21). Sì, ormai era risorto, ormai si era mostrato ai discepoli nella sua carne, ormai sedeva alla destra del Padre quando il medesimo apostolo Giovanni, autore di questo Vangelo, nella sua lettera così scriveva: Dilettissimi, fin d'ora siamo figli di Dio, e ancora non si è manifestato ciò che saremo: sappiamo che quando egli si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1 Io 3, 2). Questa visione non appartiene a questa vita, ma a quella futura; non a questa temporale, ma a quella eterna. Questa è la vita eterna, - afferma colui che è la vita - che conoscano te unico vero Dio, e il tuo inviato, Gesù Cristo (Gv 17, 3). Di questa visione e di questa conoscenza l'Apostolo dice: Vediamo ora come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in maniera imperfetta, mentre allora conoscerò come sono conosciuto (1 Cor 13, 12-13). Questo che è il frutto del suo travaglio, la Chiesa lo partorisce al presente nel desiderio, allora lo partorirà nella visione; ora gemendo, allora esultando; ora pregando, allora lodando Dio. E' appunto maschio, perché a questo frutto della contemplazione è ordinato tutto l'impegno dell'azione; questo solo, infatti, è libero in quanto viene cercato per se stesso, e non è subordinato ad altro. Ad esso è ordinata l'azione: infatti tutto ciò che di buono si compie si riferisce a questo, perché in ordine a questo si compie; esso invece non è ordinato ad altro: si raggiunge e si possiede solo per se stesso. Esso, dunque, rappresenta il fine che soddisfa tutte le nostre aspirazioni. Sarà perciò un fine eterno, perché non ci potrà bastare che un fine senza fine. E' quello che fu ispirato a Filippo, quando esclamò: Mostraci il Padre, e ci basta (Gv 14, 8). E il Figlio promise di mostrarsi assieme al Padre, rispondendo: Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me? (Gv 14, 10). E' precisamente di questa gioia, che sazierà ogni nostro desiderio, che il Signore ha voluto parlarci dicendo: La vostra gioia nessuno ve la potrà rapire.

[Questo "poco tempo" ci sembra lungo, perché dura ancora.]

6. Tenendo conto di questo, credo si possano intendere meglio anche le parole precedenti: Ancora un poco e non mi vedrete più, e un altro poco e mi vedrete. E' breve infatti tutto questo spazio in cui si svolge il tempo presente; per cui il medesimo evangelista nella sua lettera dice: E' l'ultima ora (1 Io 2, 18). Perciò le parole che egli aggiunge perché vado al Padre, vanno riferite alla frase precedente: ancora un poco e non mi vedrete più, e non a quella successiva: e un altro poco e mi vedrete. Sì, perché, andando al Padre, egli si sarebbe sottratto ai loro sguardi. E perciò non disse questo riferendosi al fatto che sarebbe morto e che quindi essi non lo avrebbero potuto vedere se non dopo la risurrezione; ma in quanto essi non lo avrebbero visto perché sarebbe andato al Padre; cosa che fece quando, risorto e rimasto con loro quaranta giorni, salì al cielo (cf. At 1, 3 9). A quelli dunque, che allora lo vedevano fisicamente, disse: Ancora un poco e non mi vedrete più, perché sarebbe andato al Padre, e in seguito non lo avrebbero più visto nella carne mortale come lo vedevano quando parlava così. Le parole poi che aggiunse: e un altro poco e mi vedrete, sono una promessa per tutta la Chiesa, così come lo sono le altre: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20). Il Signore non ritarda il compimento della sua promessa: ancora un poco e lo vedremo, lassù dove non avremo più nulla da chiedergli, più nessuna domanda da fargli, perché non rimarrà alcun desiderio insoddisfatto, nulla di nascosto da cercare. Questo breve intervallo di tempo a noi sembra lungo, perché dura ancora; allorché sarà finito, ci accorgeremo quanto sia stato breve. La nostra gioia, quindi, non sia come quella del mondo, il quale, come dice il Signore, godrà; tuttavia nel travaglio di questo desiderio, non dobbiamo essere tristi senza gioia, ma, come dice l'Apostolo, dobbiamo essere gioiosi nella speranza, pazienti nella tribolazione (Rm 12, 12). Del resto, anche la donna in travaglio, alla quale siamo paragonati, gioisce per il bambino che attende più di quanto non sia triste per il suo dolore presente. Sia questa la conclusione del nostro discorso. Le parole che seguono pongono una questione assai spinosa, e non vogliamo coartarle nei limiti del tempo che ci rimane, per poterle spiegare, se il Signore vorrà, con più calma.