Omelia 95: Il Paraclito e il mondo.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 95: Il Paraclito e il mondo.
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Riversando la carità nel cuore dei discepoli, lo Spirito Santo scaccerà ogni timore, ed essi con libertà e fermezza convinceranno il mondo di peccato.

1. Il Signore, nel promettere che avrebbe inviato lo Spirito Santo, dice: Quando verrà, egli confonderà il mondo quanto a peccato, a giustizia e a giudizio (Gv 16, 8). Che vuol dire? Forse che Cristo Signore non confonde il mondo quanto a peccato, quando dice: Se io non fossi venuto e non avessi parlato ad essi, non avrebbero colpa; ma adesso non hanno scusa per il loro peccato (Gv 15, 22)? E affinché nessuno pensi che ciò vale solo per i Giudei e non per tutto il mondo, non dice anche: Se voi foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo (Gv 15, 19)? Non confonde forse il mondo quanto a giustizia, quando dice: Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto (Gv 17, 25)? E forse non lo confonde quanto al giudizio, quando annunzia che dirà a quelli posti alla sua sinistra: Andate nel fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli (Mt 25, 41)? E nel santo Vangelo si trovano molte altre affermazioni con cui Cristo confonde il mondo quanto a peccato, giustizia e giudizio. Perché allora Cristo attribuisce questo compito in modo specifico allo Spirito Santo? Forse, per il fatto che Cristo parlò soltanto al popolo giudaico, si dirà che egli non ha confuso il mondo, come se sia stato confuso solo colui che direttamente ha ascoltato i suoi rimproveri? Lo Spirito Santo, invece, infuso nei cuori dei discepoli sparsi ovunque, non ha confuso soltanto un popolo, ma il mondo intero. Ecco infatti che cosa dice il Signore ai discepoli al momento della sua ascensione in cielo: Non appartiene a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha fissato per il potere che gli spetta; ma riceverete forza dalla venuta dello Spirito Santo su di voi, e sarete miei testimoni a Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria, fino all'estremità della terra (At 1, 7-8). Questo è incriminare il mondo. Ma chi oserà dire che per mezzo dei discepoli di Cristo lo Spirito Santo pone sotto accusa il mondo, e che invece non ve lo pose Cristo stesso, dal momento che l'Apostolo esclama: Volete una prova del Cristo che parla in me? (2 Cor 13, 3). E' lo Spirito Santo che pone sotto accusa e con lui Cristo. Ma, a mio avviso, siccome per mezzo dello Spirito Santo doveva essere riversata nei loro cuori la carità (cf. Rm 5, 5), la quale caccia via il timore (cf. 1 Io 4, 18), che avrebbe potuto trattenerli dal porre sotto accusa il mondo pieno di furore contro di loro, il Signore dice: Egli confonderà il mondo, come a dire: Egli riverserà nei vostri cuori la carità, così che, liberati da ogni timore, vi sentirete liberi di porre sotto accusa il mondo. Non una volta sola abbiamo detto che le operazioni della Trinità sono inseparabili, ma che sempre bisogna salvare la distinzione delle singole persone, di modo che si riconosca non soltanto l'unità senza divisione ma altresì la Trinità senza confusione.

[Confronto tra fedeli e infedeli.]

2. Proseguendo, spiega che cosa intende per peccato, giustizia e giudizio: il peccato, perché non hanno creduto in me (Gv 16, 9). Sottolinea questo peccato a differenza degli altri, come se esistesse soltanto questo, in quanto, rimanendo questo gli altri non sono perdonati, cessando questo gli altri sono rimessi. Lo Spirito Santo, poi, metterà sotto accusa il mondo quanto a giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più (Gv 16,10). Qui è da vedere anzitutto come uno, che con ragione è messo sotto accusa quanto a peccato, con ragione possa esser messo sotto accusa anche quanto a giustizia. Se infatti si deve redarguire il peccatore appunto perché peccatore, chi vorrà redarguire il giusto perché giusto? Non sia mai! Infatti se talvolta viene redarguito il giusto, e a ragione viene rimproverato, è perché, come sta scritto: Non esiste un giusto sulla terra che compia il bene, senza peccare (Qo 7, 17). Cioè anche quando il giusto è redarguito, è redarguito quanto al peccato, non quanto alla giustizia. E anche in quel passo ispirato che dice: Non voler essere troppo giusto (Qo 7, 21), non viene biasimata la giustizia del sapiente, ma la superbia del presuntuoso. Chi infatti si fa troppo giusto, perciò stesso diventa ingiusto. Vuole essere troppo giusto chi dice di non avere alcun peccato, o crede che per diventare giusto non sia necessaria la grazia di Dio, ma sia sufficiente la sua volontà: costui non è giusto, pur conducendo una vita retta, ma è un superbo a cui l'orgoglio fa credere di essere ciò che non è. In che senso quindi il mondo deve essere redarguito quanto a giustizia? Per mezzo della giustizia dei credenti. E così viene redarguito quanto a peccato, perché non crede in Cristo; e viene redarguito dalla giustizia di quelli che credono. La condanna degli increduli nasce dal confronto con i fedeli. Il contesto del discorso conferma questa interpretazione. Volendo infatti spiegare in che senso lo Spirito Santo metterà sotto accusa il mondo quanto a giustizia, il Signore aggiunge: Quanto a giustizia, perché io vado al Padre e non mi vedrete più. Non dice: E non mi vedranno più, alludendo a coloro di cui prima aveva detto: perché non hanno creduto in me. Quando voleva spiegare che cosa intendeva per peccato, ha parlato di loro dicendo: perché non hanno creduto in me; volendo ora invece spiegare che cosa intende per giustizia, riguardo alla quale il mondo verrà redarguito, si rivolge ai discepoli ai quali parlava, e dice: perché io vado al Padre e non mi vedrete più. Sicché il mondo viene bensì redarguito quanto al suo peccato, ma quanto a giustizia lo è in rapporto alla giustizia degli altri, allo stesso modo che le tenebre vengono redarguite dalla luce: Tutto quello che viene redarguito - dice l'Apostolo - è messo in chiaro dalla luce (Ef 5, 13). Quanto sia grande la disgrazia di coloro che non credono appare non solo dal fatto in sé, ma anche dal bene raggiunto da coloro che credono. E siccome gli increduli son soliti dire: Come possiamo credere ciò che non vediamo? perciò era opportuno definire così la giustizia dei credenti: perché io vado al Padre e non mi vedrete più. Beati infatti quelli che non vedono e credono (cf. Gv 20, 29 ). Quanto a quelli che videro Cristo, la loro fede fu lodata, non perché credevano in ciò che vedevano, cioè nel Figlio dell'uomo, ma perché credevano in ciò che non vedevano, cioè nel Figlio di Dio. Quando però la forma di servo fu sottratta al loro sguardo, allora si è verificato pienamente che il giusto vive di fede (Rm 1, 17; Ab 2, 4; Gal 3, 11; Eb 10, 38). Infatti la fede - secondo la definizione della lettera agli Ebrei - è sostanza di cose sperate e prova delle realtà che non si vedono (Eb 11, 1).

3. Ma che significa: non mi vedrete più? Egli non dice: Vado al Padre e voi non mi vedrete, come per indicare un intervallo di tempo, breve o lungo, che tuttavia avrà termine; ma dicendo: non mi vedrete più, la Verità sembra dire che in futuro essi non vedranno mai più Cristo. La giustizia consisterà dunque nel non vedere mai più Cristo e tuttavia credere in lui, mentre proprio per questo viene lodata la fede di cui il giusto vive, perché egli, che ora non vede Cristo, è certo di vederlo un giorno? Secondo questa definizione della giustizia, oseremo dire che non era giusto l'apostolo Paolo, che dichiara di aver veduto Cristo dopo la sua ascensione al cielo (cf. 1 Cor 15, 8), precisamente in quel tempo del quale Cristo aveva detto: non mi vedrete più? E come poteva essere giusto, secondo questa giustizia, il gloriosissimo Stefano, che mentre veniva lapidato, esclamò: Ecco, vedo il cielo aperto, e il Figlio dell'uomo alla destra di Dio (At 7, 22)? Che significa allora: Io vado al Padre e voi non mi vedrete più, se non questo: non mi vedrete più come sono adesso con voi? Allora infatti era ancora mortale, rivestito di carne simile a quella del peccato (cf. Rm 8, 3), ed era soggetto alla fame e alla sete, alla stanchezza e al sonno: era questo Cristo nella condizione di allora, che, una volta passato da questo mondo al Padre, non avrebbero più visto. Questa è la giustizia della fede, di cui parla l'Apostolo: E se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così (2 Cor 5, 16). E così, dice il Signore, sarà la vostra giustizia a confondere il mondo, perché io vado al Padre e non mi vedrete più, e voi crederete in me senza vedermi. Quando poi mi vedrete come sarò allora, non mi vedrete come sono adesso con voi: non mi vedrete umiliato ma esaltato, non mi vedrete mortale ma eterno, non mi vedrete giudicato ma giudice; e di questa vostra fede, cioè di questa vostra giustizia, si servirà lo Spirito Santo per confondere il mondo incredulo.

4. Ma lo Spirito Santo confonderà il mondo anche quanto a giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato (Gv 16, 11). Di chi si tratta, se non di colui di cui aveva già parlato prima dicendo: Ecco, viene il principe di questo mondo e in me non troverà nulla (Gv 14, 30), cioè non trova nessun diritto da rivendicare, nulla che gli appartenga, cioè assolutamente nessun peccato? E' a causa del peccato, infatti, che il diavolo è il principe del mondo. Il diavolo non è certo principe del cielo e della terra e di tutto ciò che in essi si trova, cioè non è principe del mondo nel senso in cui il mondo è designato dalle parole: il mondo è stato creato per mezzo di lui. E' il principe del mondo nel senso che subito viene indicato: il mondo non lo ha riconosciuto (Gv 1, 10), dove per mondo si intendono gli uomini increduli, di cui il mondo è pieno, e in mezzo al quale geme il mondo dei fedeli, che dal mondo li scelse colui per mezzo del quale il mondo è stato creato. E' di questo che lo stesso evangelista dice: Non è venuto il Figlio dell'uomo a giudicare il mondo, ma perché il mondo per mezzo di lui sia salvo (Gv 3, 17). Il mondo viene condannato da lui giudice, viene soccorso da lui salvatore; perché come l'albero è pieno di foglie e di frutti, come l'aia è piena di paglia e di grano, così il mondo è pieno di increduli e di fedeli. Il principe di questo mondo, dunque, il principe di queste tenebre, cioè degli increduli, dal quale è stato tratto il mondo di cui l'Apostolo dice: Foste un tempo tenebre, ora invece siete luce nel Signore (Ef 5, 8), è stato giudicato. Il principe di questo mondo, di cui altrove il Signore dice: Adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori (Gv 12, 31), è stato giudicato perché irrevocabilmente destinato al giudizio del fuoco eterno. E' attraverso questo giudizio in cui il principe di questo mondo è condannato, che lo Spirito Santo confonde il mondo. Il mondo, infatti, è giudicato insieme al suo principe, di cui imita la superbia e l'empietà. Se infatti Dio - come dice l'apostolo Pietro - non perdonò agli angeli peccatori, ma, gettatili nell'inferno, li relegò in abissi tenebrosi per esservi custoditi per il giudizio (2 Pt 2, 4), come si può dire che con tale giudizio il mondo non sarà confuso dallo Spirito Santo, quando è proprio nello Spirito Santo che l'apostolo dice queste cose? Credano dunque gli uomini in Cristo, se non vogliono essere redarguiti del peccato di incredulità, a motivo del quale gli altri non vengono rimessi; entrino a far parte del numero dei fedeli, se non vogliono essere redarguiti dalla giustizia dei credenti giustificati, che essi rifiutano di imitare; e prevengano il futuro giudizio, se non vogliono essere giudicati insieme con il principe di questo mondo, che essi seguono benché già condannato. E per non illudersi di trovare perdono, la dura superbia dei mortali tragga ammonimento dal supplizio degli angeli superbi.

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