Omelia 90: Hanno veduto ed hanno odiato e me e il Padre.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 90: Hanno veduto ed hanno odiato e me e il Padre.
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Non potevano cambiare la verità: avrebbero dovuto cambiare se stessi, e così avrebbero evitato di essere da essa condannati.

1. Avete ascoltato il Signore che dice: Chi odia me odia anche il Padre mio (Gv 15, 23), mentre poco prima aveva detto: Vi faranno tutto questo, perché non conoscono colui che mi ha mandato (Gv 15, 21). E così nasce un problema che non possiamo trascurare: come si può odiare uno che non si conosce. Se infatti Dio non è ciò che essi si immaginano, non è Dio che odiano, ma l'idolo che hanno concepito nella loro fantasia menzognera e nella loro vana credulità; se invece si sono fatti di Dio un'idea giusta, perché il Signore dice che non lo conoscono? Trattandosi di uomini, accade spesso che noi amiamo uno che non abbiamo mai visto; così come accade il contrario: che noi odiamo uno che non abbiamo mai visto. Stando alle voci che in bene o in male corrono su qualche oratore, accade che noi amiamo oppure odiamo uno sconosciuto. Ma se la voce corrisponde a verità, come si può dire ignoto uno di cui possediamo informazioni sicure? Solo perché non abbiamo visto la sua faccia? Ma neppure lui può vedere la propria faccia, e tuttavia a nessuno è così noto come a se stesso. Non possiamo far dipendere la conoscenza di una persona dalla sua faccia, ma possiamo dire di conoscerla quando conosciamo la sua vita e i suoi costumi. Altrimenti uno non potrebbe conoscere neppure se stesso, se fosse necessario vedere la propria faccia. Al contrario, uno si conosce meglio di chicchessia, quanto più sicuramente con lo sguardo interiore riesce a vedere ciò che pensa, ciò che desidera, ciò che forma la sua vita; e quando anche noi veniamo a conoscere tutto questo, allora quell'uomo non è più per noi uno sconosciuto. E siccome il più delle volte è la fama o i libri che ci fanno conoscere gli assenti o i morti, accade spesso che noi amiamo oppure odiamo degli uomini che mai abbiamo visto in faccia, ma che non per questo ci sono sconosciuti.

[Il segreto delle coscienze.]

2. Ma per lo più noi ci inganniamo sul conto delle persone conosciute in questo modo. Perché talvolta la storia, e ancor più le voci, mentiscono. Ora, siccome non possiamo indagare nella coscienza degli uomini, spetta a noi, se non vogliamo formarci delle opinioni errate, procurarci una conoscenza esatta e sicura delle cose. Cioè, anche se non riusciamo a sapere se uno è casto o impudico, possiamo tuttavia amare la castità e detestare l'impudicizia; e se non riusciamo a sapere se il tale è giusto o ingiusto, possiamo tuttavia amare la giustizia e odiare l'iniquità. Così facendo, non amiamo o odiamo delle false idee che ci siamo fatte noi, ma come ci si presentano nella verità di Dio, meritevoli di amore o di odio. Quando cerchiamo di evitare ciò che si deve evitare e desideriamo ciò che si deve desiderare, ci potrà essere perdonato, se, qualche volta, anzi quotidianamente, ci formiamo delle opinioni errate intorno agli uomini. Ciò fa parte, credo, della debolezza umana e che non ci può essere risparmiata nella vita presente, per cui l'Apostolo dice: Nessuna tentazione vi sorprenda, che non sia proporzionata all'uomo (1 Cor 10, 13). Cosa c'è infatti di più umano del non poter guardare dentro il cuore dell'uomo, e non poterne scrutare i segreti, farsi, anzi, un'idea generalmente diversa di ciò che realmente lì dentro si agita? Dal momento che in queste tenebre che avvolgono le cose umane, cioè i pensieri altrui, non possiamo, poiché siamo uomini, andare oltre le congetture, dobbiamo astenerci da qualsiasi giudizio ed evitare qualsiasi sentenza definitiva e perentoria, e non giudicare nessuno prima del tempo; cioè prima che venga il Signore, il quale illuminerà i segreti delle tenebre e svelerà i disegni dei cuori: allora ciascuno avrà da Dio la lode che si merita (cf. 1 Cor 4, 5). E' dunque una tentazione umana e perdonabile sbagliare quando si tratta di uomini; l'importante è non sbagliare circa le cose in sé, onde possedere una valutazione esatta dei vizi e delle virtù.

3. A causa di queste tenebre che avvolgono il cuore dell'uomo, si può verificare un fatto tanto sorprendente quanto increscioso. Può accadere che noi evitiamo, avversiamo, allontaniamo e rifiutiamo ogni contatto e relazione con uno che noi riteniamo colpevole, mentre invece non lo è e noi, senza saperlo, amiamo in lui la giustizia. Anzi, ritenendolo necessario, sia per impedirgli di nuocere agli altri sia per la sua correzione, lo trattiamo con salutare severità e facciamo soffrire quindi, come se fosse colpevole, quest'uomo buono che noi amiamo senza rendercene conto. Ciò accade, ad esempio, quando riteniamo impudico uno che è casto. Senza dubbio, se io amo un uomo casto, senza saperlo amo anche quest'uomo. E se odio l'impudico, vuol dire che io non odio lui, che non è ciò che odio; e tuttavia, senza saperlo, io commetto ingiustizia nei confronti del mio amico, con il quale tuttavia sono intimamente unito dal medesimo amore per la castità. Commetto questa ingiustizia, non perché sbaglio nel distinguere la virtù dal vizio, ma a causa delle tenebre che avvolgono il cuore umano. Sicché, come accade che una persona buona odi, senza saperlo, un'altra persona buona, o per meglio dire, la ami senza saperlo (infatti la ama amando il bene, perché questa persona è ciò che egli ama) e, quando la odia, non odia proprio questa persona, ma quella che giudica tale; così accade che un ingiusto odi un giusto e che, quando crede di amare un ingiusto come lui, senza saperlo ami il giusto, anche se, ritenendolo ingiusto, non ama lui ma ciò che ritiene sia lui. E quanto dico dell'uomo può applicarsi anche a Dio. Se infatti chiedessimo ai Giudei se amano Dio, certamente risponderebbero che lo amano senza per questo mentire, ma tuttavia sbagliando sul suo conto per una falsa idea che di lui si son fatta. Come possono infatti amare il Padre della verità se odiano la verità? Essi non desiderano certo che le loro azioni siano condannate, mentre la verità non può non condannarle. Essi dunque odiano la verità non meno delle pene che la verità deve infliggere alle loro azioni: non sanno che quella è la verità che condanna uomini come loro; e perciò odiano la verità che non conoscono, e, odiando la verità, non possono non odiare colui dal quale essa è nata. Ignorando che la verità, che con il suo giudizio li condanna, è nata da Dio Padre, non possono conoscere neppure il Padre, e tuttavia lo odiano. O miserabili uomini, che volendo essere cattivi, non vogliono che esista la verità che condanna i cattivi! Essi non vogliono che essa sia ciò che è, mentre dovrebbero piuttosto cercare di non essere ciò che sono, affinché, mutando loro e rimanendo essa immutabile, non debbano essere condannati dal suo giudizio.

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