Omelia 84: Dare la vita per gli amici.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 84: Dare la vita per gli amici.
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Quanti ci accostiamo alla mensa del Signore, dove riceviamo il corpo e il sangue di colui che ha offerto la sua vita per noi, dobbiamo anche noi dare la vita per i fratelli.

1. Il Signore, fratelli carissimi, ha definito l'apice dell'amore, con cui dobbiamo amarci a vicenda, affermando: Nessuno può avere amore più grande che dare la vita per i suoi amici (Gv 15, 13). A quanto aveva detto prima: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi (Gv 15, 12), aggiunge quanto avete appena ascoltato: Nessuno può avere amore più grande che dare la vita per i suoi amici. Ne consegue ciò che questo medesimo evangelista espone nella sua lettera: Allo stesso modo che Cristo diede per noi la sua vita, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (1 Io 3, 16), precisamente amandoci a vicenda come ci amò Cristo che diede la sua vita per noi. E' quanto appunto si legge nei Proverbi di Salomone: Se ti siedi a mangiare con un potente, guarda e renditi conto di ciò che ti vien messo davanti, e, mentre stendi la mano, pensa che anche tu dovrai preparare qualcosa di simile (Prv 23, 1-2). Quale è la mensa del potente, se non quella in cui si riceve il corpo e il sangue di colui che ha dato la sua vita per noi? Che significa sedere a questa mensa, se non accostarvisi con umiltà? E che significa guardare e rendersi conto di ciò che vien presentato, se non prendere coscienza del dono che si riceve? E che vuol dire stendere la mano pensando che anche tu dovrai preparare qualcosa di simile, se non quel che ho detto sopra e cioè: come Cristo diede la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo esser pronti a dare la nostra vita per i fratelli? E' quello che dice anche l'apostolo Pietro: Cristo soffrì per noi, lasciandoci l'esempio, affinché seguiamo le sue orme (1 Pt 2, 21). Ecco cosa significa preparare altrettanto. E' questo che hanno fatto i martiri con ardente amore; e se noi non vogliamo celebrare invano la loro memoria, e non vogliamo accostarci invano alla mensa del Signore, alla quale anch'essi sono stati saziati, è necessario che anche noi, come loro, ci prepariamo a ricambiare il dono ricevuto. Alla mensa del Signore, perciò, non commemoriamo i martiri nello stesso modo che commemoriamo quelli che riposano in pace; come se dovessimo pregare per loro, quando siamo noi che abbiamo bisogno delle loro preghiere onde poter seguire le loro orme, in quanto essi hanno realizzato quella carità, che il Signore definì la maggiore possibile. Essi infatti hanno dato ai loro fratelli la medesima testimonianza di amore che essi stessi avevano ricevuto alla mensa del Signore.

[Imitiamo Cristo con devota obbedienza.]

2. Dicendo così non pensiamo di poter essere pari a Cristo Signore, qualora giungessimo a versare il sangue per lui col martirio. Egli aveva il potere di dare la sua vita e di riprenderla di nuovo (cf. Gv 10, 18); noi, invece, non possiamo vivere quanto vogliamo, e moriamo anche se non vogliamo; egli, morendo, ha ucciso subito in sé la morte, noi veniamo liberati dalla morte mediante la sua morte. La sua carne non ha conosciuto la corruzione (cf. At 2, 31), mentre la nostra rivestirà l'incorruttibilità per mezzo di lui alla fine del mondo, solo dopo aver conosciuto la corruzione; egli non ha avuto bisogno di noi per salvarci, mentre noi senza di lui non possiamo far nulla. Egli si è offerto come vite a noi che siamo i tralci, a noi che senza di lui non abbiamo la vita. Infine, anche se i fratelli arrivano a morire per i fratelli, tuttavia, non può essere versato il sangue di nessun martire per la remissione dei peccati dei fratelli, cosa che invece egli fece per noi; offrendoci con questo non un esempio da imitare, ma un dono di cui essergli grati. Ogniqualvolta i martiri versano il loro sangue per i fratelli, ricambiano il dono da essi ricevuto alla mensa del Signore. Per questo, e per ogni altro motivo che si potrebbe ricordare, il martire è di gran lunga inferiore a Cristo. Ebbene se qualcuno osa confrontarsi, non dico con la potenza, ma con l'innocenza di Cristo, e non in quanto crede di poter guarire i peccati degli altri, ma ritenendo di esserne esente, anche così il suo desiderio è sproporzionato alle sue possibilità di salvezza: è troppo per lui che non è da tanto. Viene a proposito l'ammonimento dei Proverbi che segue: Non essere troppo avido e non bramare il cibo della sua tavola; perché è meglio che tu non prenda niente anziché prendere più del conveniente. Queste cose, infatti, sono un cibo ingannevole (Prv 23, 3-4), cioè falso. Se tu dici di essere senza peccato, non dimostri di essere giusto, ma falso. Ecco in che senso sono un cibo ingannevole. C'è uno solo che ha potuto rivestire la carne umana, e insieme essere senza peccato. Ciò che segue costituisce per noi un precetto, in quanto il libro dei Proverbi tiene conto dell'umana debolezza, alla quale vien detto: Non voler competere con chi è ricco, tu che sei povero. E' ricco chi è senza debiti, propri o ereditati: è Cristo, il giusto che rende giusti gli altri. Non voler competere con lui, tu che sei tanto povero che ogni giorno, pregando, implori il perdono dei tuoi peccati. Guardati da un simile atteggiamento, che è sbagliato, e che soltanto la tua presunzione può suggerirti. Egli, che non è soltanto uomo ma è anche Dio, non può essere in alcun modo colpevole. Se tenterai di fissare il tuo sguardo su di lui, non riuscirai a vederlo. Se rivolgerai a lui il tuo occhio - cioè il tuo occhio umano col quale puoi vedere solo cose umane - non apparirà mai al tuo sguardo, perché non può essere visto da te nel modo che a te è consentito di vedere; perché si fa delle ali e come l'aquila s'invola alla dimora del suo Signore (Prv 23, 5): è di lassù che è venuto a noi, e qui non ha trovato nessuno di noi uguale a sé. Amiamoci dunque a vicenda, come il Cristo ci ha amato e ha offerto se stesso per noi (cf. Gal 2, 20). Sì, perché nessuno può avere amore più grande che dare la vita per i suoi amici. Imitiamolo dunque con devota obbedienza, senza avere la presunzione irriverente di confrontarci con lui.

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