Omelia 79: Affinché quando sarà avvenuto crediate.

Commento al Vangelo di San Giovanni

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 79: Affinché quando sarà avvenuto crediate.
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La fede dei discepoli, che era così debole quando il Signore prediceva queste cose, e quasi si estinse quando egli morì, dopo la sua risurrezione riprese vita e diventò rigogliosa.

[Con la risurrezione di Cristo, la fede si riaccese.]

1. Il Signore e salvatore nostro Gesù Cristo aveva detto ai suoi discepoli: Se mi amaste, godreste che vado al Padre, perché il Padre è più grande di me (Gv 14, 28). La fede, non quella dei calunniatori insensati, ma quella radicata nelle anime fedeli, sa bene che egli ha detto questo riferendosi, non alla sua forma di Dio per cui è uguale al Padre, ma alla sua forma di servo. Poi ha soggiunto: E vi ho parlato ora, prima che avvenga, affinché quando avverrà crediate (Gv 14, 29). Che significa questo, dal momento che l'uomo è tenuto a credere, ciò che è da credere, ancor prima che avvenga? La grandezza della fede consiste appunto nel credere ciò che non si vede. Che merito c'è, infatti, a credere ciò che si vede, secondo quella frase che il Signore rivolse in tono di rimprovero al discepolo: Perché mi hai veduto, tu hai creduto: beati quelli che, pur non vedendo, crederanno (Gv 20, 29)? Non so neppure se si possa dire che uno crede ciò che vede; la fede, infatti, nell'epistola agli Ebrei viene così definita: La fede è sostanza di cose sperate e prova delle realtà che non si vedono (Eb 11, 1). Pertanto, se la fede si riferisce alle cose che si debbono credere ed ha per oggetto realtà che non si vedono, che cosa vuol farci intendere il Signore quando dice: E vi ho parlato ora, prima che avvenga, affinché quando avverrà crediate? Non avrebbe piuttosto dovuto dire: Vi ho parlato ora prima che avvenga, affinché per fede crediate in quelle cose che, una volta avvenute, vedrete? Poiché anche colui al quale è stato detto: Hai creduto perché hai veduto, non credette a ciò che vide, ma vide una cosa e ne credette un'altra: vide l'uomo e credette in Dio. Guardava e toccava la carne vivente che aveva veduto morente, e credeva in Dio nascosto in quella carne. Mediante ciò che appariva ai sensi del corpo, con la sua anima credeva in ciò che non vedeva. Quantunque si dica che si crede in ciò che si vede, come quando uno dice che crede soltanto ai suoi occhi, non è certo questa la fede che mette in noi le sue radici; ma attraverso le cose che si vedono si è portati a credere a quelle che non si vedono. Pertanto, dilettissimi, nelle parole del Signore, che sto commentando: E vi ho parlato ora, prima che avvenga, affinché quando avverrà crediate, l'espressione quando avverrà, significa che dopo la morte lo avrebbero visto vivo ascendere al Padre, e che, vedendo questo, avrebbero creduto che egli era il Cristo Figlio del Dio vivente, che poté compiere ciò che aveva predetto e predirlo prima di compierlo. E allora avrebbero creduto, non con fede nuova, ma accresciuta, o almeno se era venuta a mancare a causa della morte, con una fede rianimata dalla risurrezione. E non perché prima non credessero che egli era il Figlio di Dio; ma perché in lui si era avverato quanto prima aveva preannunciato: quella fede, che quando egli parlava loro era debole e al momento della sua morte si era quasi spenta, quando egli risuscitò si rianimò e riprese vigore.

2. Che dice poi? Non parlerò più di molte cose con voi; viene, infatti, il principe del mondo - chi è questo principe del mondo, se non il diavolo? - e contro di me non può nulla (Gv 14, 30); perché non trova in me nulla di suo, cioè nessun peccato. E così fa vedere che il diavolo non è il principe delle creature, ma dei peccatori, che designa col termine di questo mondo. E ogni qual volta si usa il termine mondo in senso deteriore, non si usa che per designare coloro che amano il mondo, a proposito dei quali altrove sta scritto: Chiunque vuol essere amico di questo mondo, si costituisce nemico di Dio (Gc 4, 4). Lungi da noi, dunque, ritenere il diavolo principe di questo mondo, come se il suo dominio si estendesse all'universo, al cielo e alla terra e a tutto ciò che essi contengono, a quel mondo insomma di cui l'evangelista, parlando di Cristo Verbo di Dio, dice: Il mondo è stato fatto per mezzo di lui (Gv 1, 10). L'universo intero, dal più alto dei cieli fino alla massima profondità della terra, è soggetto al Creatore, non al seduttore; al Redentore, non all'omicida; al Liberatore, non a chi rende schiavi; al Dottore, non all'impostore. In che modo poi debba intendersi che il diavolo è il principe di questo mondo, ce lo spiega più chiaramente l'apostolo Paolo, il quale dopo aver detto: La nostra lotta non è contro il sangue e la carne, cioè contro gli uomini, aggiunge: ma è contro i principati, contro le potestà, contro i signori di questo mondo di tenebre (Ef 6, 12). Egli spiega il termine mondo, aggiungendo di tenebre, affinché nessuno intenda col termine mondo l'intera creazione, la quale non è affatto sotto il dominio degli angeli ribelli. Col termine tenebre designa coloro che amano questo mondo: dai quali tuttavia sono stati eletti, non per loro merito, ma per grazia di Dio, coloro ai quali dice: Un tempo eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore (Ef 5, 8). Tutti, in effetti, sono stati sotto i dominatori di queste tenebre, cioè degli uomini empi, quasi divenuti tenebre soggette a tenebre. Ma siano rese grazie a Dio - come dice il medesimo Apostolo - il quale ci ha strappati dalla potestà delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio dell'amor suo (Col 1, 12-13). Il principe di questo mondo, cioè di queste tenebre, non aveva dunque alcun potere su Cristo, perché in quanto Dio non era venuto col peccato, né la Vergine aveva dato alla luce la sua carne con l'eredità del peccato. E come rispondendo alla domanda: perché allora tu muori, se non hai in te il peccato al quale è decretato il supplizio della morte? Immediatamente aggiunge: Ma affinché il mondo sappia che amo il Padre e che faccio quel che il Padre mi ha comandato; levatevi, andiamo via di qui (Gv 14, 31). Egli infatti stava seduto e così parlava a quelli che erano a tavola con lui. Andiamo, disse; e dove, se non dove lo avrebbero arrestato per condurlo alla morte, lui che non aveva niente che potesse meritargli la morte? Ma aveva ricevuto dal Padre l'ordine di morire, simile a colui di cui era stato predetto: Ho restituito ciò che non ho rubato (Sal 68, 5). Pagò con la morte un debito che egli non aveva contratto, per riscattare dalla morte noi cui la morte era dovuta. Dal peccato, invece, fu ghermito Adamo, quando, ingannato dalla sua presunzione, allungò la mano verso l'albero per usurpare l'incomunicabile e irrinunciabile attributo divino, che il Figlio di Dio possedeva, non per usurpazione ma per natura.