Omelia 73: Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, la farò.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 73: Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, la farò.
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La preghiera rivolta al Padre in nome di Cristo sarà sempre esaudita. Pregare così è come seminare, con la certezza che a suo tempo si raccoglierà.

1. Dicendo: Io vado al Padre e qualunque cosa chiederete in nome mio la farò (Gv 14, 12-13), il Signore ha acceso una grande speranza nel cuore di chi crede in lui. Egli va al Padre, non abbandonando gli indigenti ma per esaudire gli oranti. Ma che vuol dire: qualunque cosa chiederete, quando vediamo che i fedeli molto spesso chiedono e non ottengono? E' forse perché chiedono male? E' questo infatti il rimprovero che l'apostolo Giacomo rivolge ai fedeli: Chiedete e non ricevete perché chiedete male, per spendere nei vostri piaceri (Gc 4, 3). Allorché si chiede per farne cattivo uso, è piuttosto misericordia divina non essere esauditi. Perciò quando l'uomo chiede a Dio qualcosa che, se gli fosse concessa, tornerebbe a suo danno, c'è più da temere che Dio, adirato, lo esaudisca, piuttosto che, propizio, gliela rifiuti. Non abbiamo forse l'esempio degli Israeliti, i quali ottennero a loro danno ciò che avevano chiesto per soddisfare un desiderio colpevole? Desideravano infatti nutrirsi di carni (cf. Nm 11, 32), essi per i quali era piovuta la manna dal cielo. Si erano nauseati di ciò che avevano e sfrontatamente chiedevano ciò che non avevano; avrebbero fatto meglio a chiedere di essere guariti dalla loro nausea, onde poter mangiare il cibo che avevano in abbondanza, piuttosto che chiedere fosse soddisfatto il loro malsano appetito con un cibo che non avevano. Quando ci sentiamo attratti dalle cose cattive e non riusciamo a desiderare le cose buone, dobbiamo piuttosto chiedere a Dio il gusto delle cose buone, che non il dono di cose cattive. Non perché sia male mangiare la carne, dal momento che l'Apostolo a tal proposito dice: Ogni cosa creata da Dio è buona, e niente è da disprezzare qualora venga preso con animo grato (1 Tim 4, 4), ma perché, sempre secondo l'Apostolo: è male per l'uomo il mangiare se con ciò scandalizza gli altri (Rm 14, 20). Se è male mangiare recando scandalo all'uomo, è peggio se mangiando si reca offesa a Dio. Non era, da parte degli Israeliti, un'offesa da poco rifiutare ciò che donava loro la Sapienza divina e chiedere ciò che bramava la loro cupidigia, quantunque non lo chiedessero ma soltanto si lamentassero per la mancanza. Però dobbiamo persuaderci che la colpa non è nella cosa in sé, ma nella disobbedienza ostinata e nella cupidigia. Non fu a causa della carne di porco, ma per un pomo, che il primo uomo trovò la morte (cf. Gn 3, 6); ed Esaù perdette la primogenitura non per una gallina, ma per un piatto di lenticchie (cf. Gn 25, 34).

2. Come si dovrà dunque intendere l'espressione: qualunque cosa chiederete in nome mio la farò, se Dio, intenzionalmente, non esaudisce i fedeli in talune richieste? Forse ciò valeva solamente per gli Apostoli? Certamente no. Infatti aveva promesso: Chi crede in me farà anch'egli le opere che io faccio; ne farà, anzi, di più grandi. Di questo ci siamo occupati nel precedente discorso. E affinché nessuno si attribuisse l'iniziativa di tali opere e per mostrare che anche quelle opere più grandi le compie lui, aggiunge: perché io vado al Padre, e qualunque cosa chiederete in nome mio la farò (Gv 14, 12-13). Forse che soltanto gli Apostoli hanno creduto in lui? Egli, dicendo: Chi crede in me, si rivolge a quelle persone che credono, fra cui siamo anche noi, che certamente non riceviamo da lui tutto ciò che chiediamo. E anche se pensiamo ai beatissimi Apostoli, vediamo che quello che più di tutti aveva lavorato [non lui però, bensì la grazia di Dio con lui (cf. 1 Cor 15, 10)], per ben tre volte pregò il Signore affinché allontanasse da lui l'angelo di satana, senza tuttavia ottenere ciò che chiedeva (cf. 2 Cor 12, 8). Che diremo, o carissimi? Dovremo pensare che la promessa così formulata: qualunque cosa chiederete la farò, non sia stata mantenuta da lui neppure nei confronti degli Apostoli? E con chi allora manterrà la parola se nella sua promessa ha defraudato gli Apostoli?

3. Rifletti attentamente, uomo fedele, all'espressione: in nome mio. Il Signore non ha detto: qualunque cosa chiederete in qualsiasi modo, ma qualunque cosa chiederete in nome mio. Ora, come si chiama colui che ha promesso un così grande beneficio? Si chiama Gesù Cristo. Cristo significa re, Gesù significa Salvatore. Non ci salverà un re qualsiasi, ma un re Salvatore; e perciò qualunque cosa si chieda che sia contraria alla nostra salvezza, non la si chiede nel nome del Salvatore. E tuttavia egli è Salvatore, non soltanto quando esaudisce ciò che gli si chiede, ma anche quando non esaudisce la nostra preghiera: perché quando vede che la nostra richiesta è contraria alla nostra salvezza, si dimostra Salvatore appunto non ascoltandoci. Il medico sa, infatti, se quanto chiede il malato giova o nuoce alla sua salute, e perciò se non lo accontenta quando chiede qualcosa che gli nuoce, lo fa per proteggere la sua salute. Pertanto, se vogliamo che il Signore esaudisca le nostre preghiere, dobbiamo chiedere, non in qualunque modo, ma nel suo nome, cioè nel nome del Salvatore. Non chiediamo dunque nulla contro la nostra salvezza, poiché se ci esaudisse non agirebbe da Salvatore, quale è il suo nome presso i fedeli. Egli che si degna di essere il Salvatore dei fedeli, è anche colui che condanna gli empi. Chi dunque crede in lui, qualunque cosa chieda in suo nome, cioè nel nome che gli riconoscono quanti in lui credono, sarà esaudito; perché solo in questo modo Cristo opera come Salvatore. Se invece chi crede in lui, per ignoranza chiede qualcosa che è contrario alla sua salvezza, non chiede nel nome del Salvatore: il Signore non sarebbe suo Salvatore se gli concedesse ciò che è di impedimento alla sua salvezza. E' meglio che non esaudisca la sua richiesta, perché in tal modo non smentisce il suo nome. Per questo motivo, per poter esaudire ogni nostra richiesta, egli, che non soltanto è il Salvatore ma è anche il maestro buono, nell'orazione stessa che ci ha dato, ci insegna cosa dobbiamo chiedere. Egli ci insegna, cioè, a non chiedere, in nome del Maestro, ciò che è contrario ai principi del suo insegnamento.

[Chiediamo in nome di Cristo, salvatore e maestro.]

4. Vero è che talune cose, anche se le chiediamo nel suo nome, cioè nel nome del Salvatore e secondo le norme del suo insegnamento, non le concede quando gliele chiediamo, però le concede. Quando infatti gli chiediamo che venga il suo regno, non vuol dire che non esaudisce la nostra preghiera, per il fatto che subito non ci ammette a regnare con lui nell'eternità; rimanda la realizzazione di quanto gli chiediamo, ma non ce lo nega. Non stanchiamoci quindi di pregare, che è come seminare; a suo tempo, infatti, mieteremo (cf. Gal 6, 9). E insieme chiediamogli, se davvero preghiamo con le dovute disposizioni, che non ci conceda quanto gli chiediamo fuori posto: a ciò si riferisce la petizione dell'orazione del Signore: Non ci indurre in tentazione (Mt 6, 9-13). Non è infatti una tentazione trascurabile, se la tua domanda va contro la tua salvezza. Né dobbiamo trascurare il fatto che il Signore, affinché nessuno pensi che egli voglia mantenere la sua promessa indipendentemente dal Padre, dopo aver detto: qualunque cosa chiederete in nome mio la farò, subito aggiunge: affinché il Padre sia glorificato nel Figlio, se mi domanderete qualche cosa in nome mio io la farò (Gv 14, 13-14). E' dunque da escludere nella maniera più assoluta che il Figlio faccia qualcosa senza il Padre, dato che egli opera appunto perché il Padre sia glorificato in lui. Il Padre dunque opera nel Figlio, affinché il Figlio sia glorificato nel Padre; e il Figlio opera nel Padre, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio; perché il Padre e il Figlio sono una cosa sola.
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