Omelia 72: Ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 72: Ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
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Il discepolo compirà opere maggiori perché Cristo va al Padre. Che Cristo compia per mezzo di chi crede in lui, opere maggiori di quelle compiute da lui direttamente, non è segno di debolezza ma di condiscendenza.

1. Non è facile intendere e penetrare il significato delle parole del Signore: Chi crede in me farà anch'egli le opere che io faccio; se non che, a queste parole già così difficili, il Signore ne aggiunge altre, ancor più difficili da comprendere: E farà cose ancor più grandi di queste (Gv 14, 12). Che vuol dire? Non riuscivamo a trovare chi potesse fare le opere che Cristo ha fatto; troveremo chi ne farà di più grandi? Ma nel discorso precedente dicevamo che era un miracolo più grande guarire gli infermi, al proprio passaggio, solamente con l'ombra del corpo, come fecero i discepoli (cf. At 5, 15), che guarirli col contatto, come fece il Signore (cf. Mt 14, 36); e che molti di più credettero alla predicazione degli Apostoli che non alla voce del Signore. Ma dicevamo anche che queste opere son da considerare più grandi, non nel senso che il discepolo sia più grande del Maestro, o il servo superiore al Signore, o il figlio adottivo da più del Figlio unigenito, o l'uomo da più di Dio; ma perché quegli stesso, che altrove dice ai discepoli: Senza di me non potete far nulla (Gv 15, 5), si è degnato compiere per mezzo di loro opere più grandi. Egli infatti, per tralasciare altri innumerevoli esempi, senza aiuto da parte dei discepoli creò loro stessi, senza di loro fece questo mondo; e poiché si è degnato farsi uomo, ha fatto anche se stesso senza di loro. Essi invece, che cosa hanno fatto senza di lui, se non il peccato? Per di più, anche qui ha subito eliminato una difficoltà che ci poteva turbare. Dopo aver detto: Chi crede in me farà anch'egli le opere che io faccio; ne farà, anzi, di più grandi, subito ha aggiunto: perché vado al Padre e qualunque cosa chiederete in nome mio la farò (Gv 14, 12-14). Prima ha detto farà, ora dice farò, come a dire: Non vi sembri ciò impossibile; non potrà infatti essere più grande di me chi crede in me, ma allora sarò io che farò cose più grandi di quanto ho fatto ora. Per mezzo di chi crede in me, farò cose più grandi di quelle che ho fatto da me senza di lui. Tuttavia sono sempre io che opero, senza di lui o per mezzo di lui. Quando opero senza di lui, egli non fa niente, mentre quando opero per mezzo di lui, anche lui fa le opere, anche se non le compie da se stesso. Compiere per mezzo di colui che crede opere più grandi che senza di lui, non è da parte del Signore una limitazione ma una degnazione. Come potranno infatti i servi ricambiare il Signore per tutti i benefici che loro ha concesso? (cf. Sal 115, 12). Soprattutto quando, tra gli altri benefici, si è degnato di concedere loro anche quello di compiere, per loro mezzo, cose più grandi di quelle che ha compiuto senza di loro. Forse non si allontanò triste da lui quel ricco, che era andato a chiedere consiglio sul come ottenere la vita eterna (cf. Mt 10, 16-22)? Ascoltò e non tenne conto del consiglio. E tuttavia il consiglio, non seguito da quel tale, fu poi seguito da molti quando il Maestro buono parlò per bocca dei discepoli. Le sue parole furono disprezzate dal ricco che egli aveva esortato direttamente, e furono invece ben accolte da coloro che egli fece diventare poveri per mezzo di poveri. E così il Signore ha compiuto, attraverso la predicazione di quanti in lui credevano, opere più grandi di quelle che fece di persona rivolgendosi a quanti ascoltavano direttamente la sua parola.

[Anche il credere in Cristo, è opera di Cristo.]

2. Già è sorprendente che abbia compiuto opere più grandi per mezzo degli Apostoli; tuttavia egli non dice: "Farete anche voi le opere che io faccio e ne farete anzi di più grandi", riferendosi soltanto a loro; ma volendo includere quanti appartengono alla sua famiglia, egli dice: Chi crede in me farà anch'egli le opere che io faccio; ne farà, anzi, di più grandi. Se dunque chi crede farà tali opere, chi non ne farà significa che non crede. Un caso analogo offrono le parole del Signore: Chi mi ama, osserva i miei comandamenti (Gv 14, 21); per cui chi non li osserva, vuol dire che non lo ama. Così altrove dice: Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio il quale edificò la sua casa sulla roccia (Mt 7, 24); chi dunque non è simile a questo uomo saggio, o ascolta le parole del Signore senza metterle in pratica o non le ascolta neppure. Come pure dice: Chi crede in me anche se è morto vivrà (Gv 11, 25); chi dunque non vive è senz'altro perché non crede. Altrettanto vale per la frase: Chi crede in me farà: vuol dire che chi non farà le opere, non crede. Che vuol dire questo, fratelli? Forse che non è da annoverare tra i credenti in Cristo chi non fa opere più grandi di quelle che egli fece? Se non è ben compreso, un simile discorso è duro, assurdo, inammissibile e intollerabile. Ascoltiamo dunque l'Apostolo che dice: A chi crede in colui che giustifica l'empio, quella fede gli viene attribuita a giustizia (Rm 4, 5). Con questa opera noi compiamo le opere di Cristo, perché lo stesso credere in Cristo è opera di Cristo. E' opera sua in noi, ma non senza di noi. Ascolta ancora, e cerca di comprendere: Chi crede in me farà anch'egli le opere che io faccio; cioè prima sono io che faccio, poi anche egli farà, cioè io faccio affinché egli possa fare. E quale opera io faccio? Faccio sì che da peccatore diventi giusto.

3. E farà opere più grandi di queste. Più grandi di quali, ti prego? Forse chi con timore e tremore attende all'opera della sua salvezza (cf. Fil 2, 12), compie opere più grandi di quelle compiute da Cristo? E' certamente Cristo che opera in lui, ma non senza di lui. Starei per dire che questa opera è più grande del cielo e della terra, e di tutto ciò che in cielo e in terra si vede. Il cielo e la terra, infatti, passeranno (cf. Mt 24, 35), mentre la salvezza e la giustificazione dei predestinati, di coloro cioè che egli ha preconosciuto, rimangono in eterno. Nel cielo e nella terra vi è soltanto l'opera di Dio, mentre in questi vi è anche l'immagine di Dio. Ma in cielo, i Troni e le Dominazioni, i Principati e le Potestà, gli Angeli e gli Arcangeli sono anch'essi opera di Cristo: forse che compie opere ancor più grandi di queste colui che concorre all'opera che Cristo compie in lui per la sua eterna salvezza e giustificazione? Non oso a questo riguardo pronunciare un giudizio che sarebbe affrettato; intenda chi può, giudichi chi può, se è opera più grande creare i giusti o giustificare gli empi. Se ambedue le opere richiedono pari potenza, certo la seconda richiede maggiore misericordia. Infatti, E' questo il grande mistero della pietà, che fu manifestato nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu predicato alle nazioni, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria (1 Tim 3, 16). Niente ci obbliga a credere che in queste parole: farà opere anche più grandi di queste, siano comprese tutte le opere di Cristo. Forse ha detto di queste, intendendo quelle che faceva in quel momento. E in quel momento egli esponeva le parole della fede, cioè compiva quelle opere delle quali prima aveva detto: Le parole che io vi dico non le dico da me, ma il Padre, che è in me, compie le sue opere (Gv 14, 10). In quel momento le sue opere erano le sue parole. E certamente è opera minore predicare le parole di giustizia, cosa che egli fece senza di noi, che non giustificare gli empi, cosa che egli fa in noi in modo che anche noi la facciamo. Resta da cercare in che senso si deve intendere la frase: Qualunque cosa chiederete in nome mio la farò. Il fatto che molte preghiere rimangono inesaudite, pone una difficoltà piuttosto seria; ma, siccome è tempo ormai di porre termine a questo discorso, mi si consenta un po' di respiro per esaminare e poi affrontare tale difficoltà.