Omelia 65: Il comandamento nuovo.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 65: Il comandamento nuovo.
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Questo comandamento ci rinnova, ci fa diventare uomini nuovi, eredi del Testamento Nuovo, cantori d'un cantico nuovo.

[Uomini nuovi in virtù del comandamento nuovo.]

1. Il Signore Gesù afferma di voler dare ai suoi discepoli un comandamento nuovo, quello di amarsi a vicenda: Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda (Gv 13, 34). Ma questo comandamento non era già contenuto nell'antica legge di Dio, che dice: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19, 18)? Perché allora il Signore chiama nuovo un comandamento che risulta così antico? O lo chiama nuovo perché, spogliandoci dell'uomo vecchio, esso ci riveste del nuovo? Non un amore qualsiasi, infatti, rinnova l'uomo, ma l'amore che il Signore distingue da quello puramente umano aggiungendo: come io ho amato voi (Gv 13, 34); e questo comandamento nuovo rinnova solo chi lo accoglie e ad esso obbedisce. Si amano vicendevolmente il marito e la moglie, i genitori e i figli, e quanti sono uniti tra loro da vincoli umani. E non parlo qui dell'amore colpevole e riprovevole che hanno, l'un per l'altro, gli adulteri e le adultere, gli amanti e le prostitute, e tutti quelli che, non le istituzioni umane, ma le nefaste deviazioni della vita congiungono. Cristo dunque ci ha dato un comandamento nuovo: di amarci gli uni gli altri, come egli ci ha amati. E' questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento Nuovo, cantori del cantico nuovo. Questo amore, fratelli carissimi, ha rinnovato anche i giusti dei tempi antichi, i patriarchi e i profeti, come poi i beati Apostoli. E' questo amore che anche adesso rinnova le genti e raccoglie tutto il genere umano, sparso ovunque sulla terra, per farne un sol popolo nuovo, il corpo della novella sposa dell'unigenito Figlio di Dio, della quale il Cantico dei Cantici dice: Chi è costei che avanza tutta bianca? (Ct 8, 5 sec. LXX). Sì, bianca perché rinnovata; e rinnovata da che cosa, se non dal comandamento nuovo? Ecco perché le sue membra sono sollecite l'uno dell'altro; e se soffre un membro, soffrono insieme le altre membra, se è onorato un membro, si rallegrano le altre membra (cf. 1 Cor 12, 25-26). Esse infatti ascoltano e mettono in pratica l'insegnamento del Signore: Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda; e non come si amano i corruttori, né come si amano gli uomini in quanto uomini, ma in quanto dèi e figli tutti dell'Altissimo per essere fratelli dell'unico Figlio suo, amandosi a vicenda di quell'amore con cui li ha amati egli stesso, che li vuol condurre a quel fine che li appagherà e dove ci sono i beni che potranno saziare tutti i loro desideri (cf. Sal 102, 5). Allora, ogni desiderio sarà soddisfatto, quando Dio sarà tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28). Un tal fine non avrà fine. Nessuno muore là dove nessuno può giungere se non è morto a questo mondo, e non della morte comune a tutti, per cui il corpo è abbandonato dall'anima, ma della morte degli eletti, per cui, mentre ancora siamo nella carne mortale, il cuore viene elevato su in alto. A proposito di questa morte l'Apostolo disse: Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3, 3). Forse in questo senso è stato detto: L'amore è potente come la morte (Ct 8, 6). E' in forza di questo amore, infatti, che, ancora vivendo insieme col corpo corruttibile noi moriamo a questo mondo, e la nostra vita si nasconde con Cristo in Dio; anzi l'amore stesso è per noi morte al mondo e vita con Dio. Se infatti parliamo di morte quando l'anima esce dal corpo, perché non si potrebbe parlare di morte quando il nostro amore esce dal mondo? L'amore è dunque potente come la morte. Che cosa è più potente di questo amore che vince il mondo?

[Amare Dio nel prossimo.]

2. Non crediate, fratelli, che il Signore dicendo: Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda, abbia dimenticato quel comandamento più grande, che è amare il Signore Dio nostro con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente. Potrebbe infatti sembrare che abbia detto di amarsi a vicenda quasi non calcolando quel comandamento: come se, invece, l'ordine che dava non rientrasse nella seconda parte di questo precetto dove è detto: Amerai il prossimo tuo come te stesso. E' infatti su questi due comandamenti che poggiano la legge e i profeti (Mt 22, 37 40). Ma per chi li intende bene, ciascuno dei due comandamenti si ritrova nell'altro; perché chi ama Dio, non può non tener conto del suo precetto di amare il prossimo; e chi ama il prossimo di un amore sincero e santo, chi ama in lui se non Dio? Questo amore, che si distingue da ogni espressione di amore mondano, il Signore lo caratterizza aggiungendo: come io ho amato voi. Che cosa, infatti, se non Dio, egli ha amato in noi? Non perché già lo possedessimo, ma perché lo potessimo possedere; per condurci, come dicevo prima, là dove Dio sarà tutto in tutti. E' in questo senso che giustamente si dice che il medico ama gli ammalati: cosa ama in essi, se non la salute che vuol ridonare, e non la malattia che vuole scacciare? Amiamoci dunque gli uni gli altri in maniera tale da stimolarci a vicenda, mediante le attuazioni dell'amore, a possedere Dio in noi per quanto ci è possibile. Questo amore ce lo dà colui stesso che ha detto: Come io ho amato voi, così voi amatevi a vicenda (Gv 13, 34). Per questo dunque ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Con l'amarci egli ci ha dato l'aiuto affinché col mutuo amore ci stringiamo fra noi e, legate le membra da un vincolo così soave, siamo corpo di tanto Capo.

3. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13, 35). Come a dire: Gli altri miei doni li hanno in comune con voi anche coloro che non sono miei: non soltanto la natura, la vita, i sensi, la ragione, e quella salute che è comune agli uomini e agli animali; essi hanno anche il dono delle lingue, i sacramenti, il dono della profezia, il dono della scienza e quello della fede, quello di distribuire i loro averi ai poveri, di dare il loro corpo alle fiamme. Ma essi non hanno la carità, per cui, a modo di cembali, fanno del chiasso, ma in realtà non sono niente e questi doni non giovano loro a niente (cf. 1 Cor 13, 1-3). Non è da questi miei doni, quantunque eccellenti, e che possono avere anche quelli che non sono miei discepoli, ma è da questo che conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri. O sposa di Cristo, bella tra tutte le donne! O splendida creatura, che vieni avanti appoggiata al tuo diletto! Inondata della sua luce, appari fulgente; sostenuta da lui, non puoi cadere! Come vieni degnamente celebrata in quel Cantico dei Cantici, che è il tuo epitalamio: L'amore fa le tue delizie! (Ct 7, 6 sec. LXX). Questo amore impedisce che la tua anima si perda insieme con quella degli empi; esso pone su un alto livello la tua causa, esso è tenace come la morte e forma la tua felicità. Quale meraviglioso genere di morte, che avrebbe stimato poca cosa l'assenza di tormenti, se non ci fosse stata anche la pienezza della gioia! Ma è tempo ormai di porre fine a questo discorso, rimandando ad un altro quel che segue.
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