Omelia 53: L'incredulità dei giudei.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 53: L'incredulità dei giudei.
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Chi è talmente superbo da contare unicamente sulle risorse della sua volontà e da negare la necessità dell'aiuto divino per vivere bene, non può credere in Cristo. A nulla serve pronunciare il nome di Cristo e neppure ricevere i sacramenti di Cristo quando si fa resistenza alla fede di Cristo.

1. Dopo che il Signore preannunciò la sua passione e la sua morte feconda sulla croce, affermando che egli avrebbe attirato tutto a sé; dopo che i Giudei, comprendendo che egli alludeva alla sua morte, gli chiesero come si potesse conciliare questa morte con l'insegnamento della Scrittura, secondo cui il Cristo rimane in eterno, il Signore li esorta a profittare di quella poca luce rimasta in loro per giungere alla piena conoscenza del Cristo (quel po' di luce con cui avevano appreso che rimane in eterno), evitando così di essere sommersi dalle tenebre. Detto questo, si nascose a loro. Ecco quanto avete appreso dalle letture e dai commenti delle passate domeniche.

2. Segue il passo che oggi è stato letto: Benché Gesù avesse compiuto tanti segni in loro presenza, non credevano in lui; affinché si adempisse la parola del profeta Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra parola? e il braccio del Signore a chi è stato rivelato? (Gv 12, 37-38). Da queste parole risulta chiaramente che per braccio del Signore si intende il Figlio stesso di Dio. Non che Dio Padre possieda un corpo umano al quale il Figlio sia unito come un membro al corpo; ma è chiamato braccio del Signore, in quanto per suo mezzo tutto è stato fatto. Come tu chiami tuo braccio quello per mezzo di cui operi, così il Verbo di Dio è stato chiamato suo braccio, poiché per mezzo del Verbo ha creato il mondo. Perché l'uomo, se vuol compiere qualcosa, deve stendere il braccio, se non perché l'opera non risponde subito alla parola? Se l'uomo fosse in grado di compiere ciò che dice senza alcun movimento del corpo, la sua parola sarebbe il suo braccio. Ma il Signore Gesù, Figlio unigenito di Dio Padre, come non è un membro del corpo paterno così non è neppure una parola, che, pensata e pronunciata, passa via; perché, quando per mezzo di lui furon fatte tutte le cose, era già il Verbo di Dio.

[Il Figlio braccio del Padre.]

3. Quando, dunque, sentiamo dire che il Figlio di Dio è il braccio di Dio Padre, non ci lasciamo invischiare dall'abitudine di pensare in modo materiale; ma, per quanto ce lo consente la sua grazia, pensiamo alla forza e alla sapienza di Dio, per la quale tutto fu creato. Un tal braccio non si allunga quando si stende, né si raccorcia quando si contrae. Infatti il Figlio non è il Padre, eppure il Figlio e il Padre sono la stessa cosa; ed essendo il Figlio uguale al Padre, come il Padre è tutto dovunque. Non v'è alcun appiglio per l'errore detestabile di coloro che dicono che c'è solo il Padre, e, a seconda delle diverse operazioni, lo si chiama ora Figlio, ora Spirito Santo; e, appoggiandosi su queste parole, essi arrivano a dire: Ecco, vedete, c'è solo il Padre, se il Figlio è il suo braccio; perché l'uomo e il suo braccio non sono due persone, ma una sola. Non capiscono e non si rendono conto che anche nell'uso comune, quando si parla di cose visibili e note, si trasferiscono parole che significano una cosa a significarne un'altra, solo che esista una qualche somiglianza. Tanto più sarà lecito questo quando si tratta di esprimere in qualche maniera cose ineffabili, che assolutamente non si possono esprimere in termini propri. Così un uomo chiama suo braccio un altro uomo di cui si vale per eseguire le sue opere, e, se gli vien tolto, rammaricandosi dice: ho perduto il mio braccio; e a chi glielo ha tolto, dice: mi hai tolto il mio braccio. Intendano dunque in qual senso vien detto che il Figlio, per mezzo del quale il Padre ha creato ogni cosa, è il braccio del Padre: se non lo intenderanno e rimarranno nelle tenebre del loro errore, diventeranno simili a quei Giudei, dei quali è stato detto: E il braccio del Signore, a chi è stato rivelato?

4. Qui si presenta un altro problema; per affrontarlo in modo da scoprire e mettere in luce tutti i punti scabrosi che contiene, con la serietà che merita, credo non bastino le mie forze, né il tempo che abbiamo a disposizione, né la vostra capacità. Siccome però la vostra attesa non ci permette di passare oltre senza nemmeno un accenno, accontentatevi di ciò che riusciamo a dirvi; e se non riusciremo a soddisfare la vostra attesa, chiedete a colui che ci ha incaricati di piantare e di irrigare, la grazia di far crescere, poiché, come dice l'Apostolo: Né chi pianta è alcunché, né chi irriga, ma Dio che fa crescere (1 Cor 3, 7). Taluni mormorano tra loro, e, all'occasione, intervengono nelle discussioni in tono polemico dicendo: Che hanno fatto di male i Giudei, che colpa hanno, se era necessario che si adempisse la parola del profeta Isaia che disse: Signore, chi ha creduto alla nostra parola e il braccio del Signore a chi è stato rivelato? A costoro rispondiamo: Il Signore, che conosce il futuro, predisse per mezzo del profeta l'infedeltà dei Giudei; la predisse, non ne fu la causa. Per il fatto che Dio conosce i peccati futuri degli uomini, non costringe nessuno a peccare. Egli conosceva già, non i suoi, ma i loro peccati; non quelli d'altri, ma i loro. Infatti, se i peccati che egli previde commessi da loro non fossero stati effettivamente commessi da loro, Dio non avrebbe previsto conforme a verità. Ma siccome la sua prescienza non può cadere in errore, coloro che peccano sono proprio quelli che Dio conosceva che avrebbero peccato, non altri. Se dunque i Giudei caddero in peccato, non fu certo perché ve li spinse colui che aborre il peccato: Dio predisse che avrebbero peccato poiché a lui niente è nascosto. Se essi invece del male avessero voluto operare il bene, nessuno lo avrebbe loro impedito e ciò sarebbe stato ugualmente previsto da colui che conosce quello che ciascuno farà e quel che renderà a ciascuno secondo le opere.

5. Le parole seguenti del Vangelo sono ancor più gravi e pongono un problema ancor più complesso; l'evangelista infatti prosegue dicendo: Non potevano credere per la ragione che ancora Isaia aveva detto: Ha accecato i loro occhi e indurito il loro cuore, affinché non vedano con gli occhi e non intendano col cuore, e si convertano e io li guarisca (Gv 12, 39-40). Se non potevano credere - si dirà - che peccato commette uno che non fa ciò che non può fare? Se invece il loro peccato fu quello di non credere, vuol dire che potevano credere e non lo fecero. E se potevano credere, come mai il Vangelo dice: Non potevano credere per la ragione che ancora Isaia aveva detto: Ha accecato i loro occhi e indurito il loro cuore? Per cui - ciò che rende più spinosa la questione - la causa che impediva loro di credere risalirebbe a Dio che ha accecato i loro occhi e indurito il loro cuore. Tale effetto, infatti, secondo la testimonianza profetica della Scrittura, non viene attribuito al diavolo, ma addirittura a Dio. Ma, se anche riferissimo al diavolo l'aver accecato i loro occhi e indurito il loro cuore, non sarebbe facile dimostrare la colpevolezza di coloro che non hanno creduto, se di essi si dicesse che non potevano credere. E che dire dell'altra testimonianza del medesimo profeta, riferita dall'apostolo Paolo: Ciò che Israele cercava, non l'ha raggiunto; quelli invece che sono stati scelti, questi l'hanno raggiunto. Gli altri si sono accecati, come sta scritto: Iddio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchi per non ascoltare fino al giorno d'oggi (Rm 11, 7; Is 6, 10)?

[Un'esclamazione di sgomento.]

6. Avete sentito, fratelli, quale questione ci si presenta, e certo vi rendete conto quanto sia profonda. Noi rispondiamo come possiamo. Non potevano credere perché il profeta Isaia lo aveva predetto, e lo aveva predetto perché Dio nella sua prescienza sapeva che ciò sarebbe avvenuto. Se mi si chiedesse poi perché "non potevano", rispondo: perché non volevano; sì, Dio previde la loro cattiva volontà, e colui al quale non può esser nascosto il futuro, lo preannunciò per mezzo del profeta. Ma il profeta - dici tu - adduce un'altra causa che non è la loro cattiva volontà. Quale causa adduce il profeta? Perché, dice, Iddio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchi per non ascoltare, ha accecato i loro occhi e indurito il loro cuore. Rispondo dicendo che con la loro cattiva volontà essi hanno meritato anche questo. Dio acceca gli occhi e indurisce il cuore quando abbandona gli uomini e non li aiuta; il che può fare per un suo giudizio, occulto ma non ingiusto. Questo è un principio che la pietà dei fedeli deve custodire inconcusso e intangibile, come conferma l'Apostolo quando affronta questa difficilissima questione: Che diremo dunque? Che presso Dio c'è ingiustizia? Non sia mai! (Rm 9, 14). Ora, se in Dio assolutamente non ci può essere ingiustizia, dobbiamo credere che quando aiuta agisce per misericordia, e quando non aiuta agisce con giustizia, perché non opera temerariamente ma con retto giudizio. Che se i giudizi dei santi sono giusti, tanto più lo sono quelli di Dio che santifica e giustifica: sono certamente giusti, ma occulti. Pertanto, quando si presentano problemi come questi: perché uno è trattato in un modo e un altro in modo diverso, perché Dio acceca uno abbandonandolo e illumina un altro soccorrendolo con la sua grazia; non mettiamoci a sindacare il giudizio di un giudice così grande, ma pieni di sacro terrore con l'Apostolo esclamiamo: O profondità della ricchezza, della sapienza e scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! (Rm 11, 33). I tuoi giudizi - dice il salmo - sono un abisso insondabile (Sal 35, 7).

7. Non si costringa dunque l'attesa della vostra Carità, o fratelli, a penetrare in questa profondità, a scrutare questo abisso, ad esplorare ciò che è ininvestigabile. Riconosco i miei limiti, e credo di conoscere anche i vostri. E' un problema che supera di molto la mia statura, che è al di là delle mie forze, e credo anche delle vostre. Ascoltiamo dunque insieme l'ammonimento della Scrittura: Non cercare cose che sono troppo alte per te, e non ti occupare di cose che superano le tue forze (Sir 3, 22). Non che la conoscenza di questi misteri ci sia negata, dato che Dio, nostro maestro, ci dice che non c'è nulla di occulto che non sarà svelato (Mt 10, 26); ma se proseguiamo il cammino intrapreso, come dice l'Apostolo, Dio non solo ci rivelerà ciò che ignoriamo e che pure dobbiamo sapere, ma altresì ciò che noi non abbiamo inteso rettamente (cf. Fil 3, 15-16). Il cammino che abbiamo intrapreso è il cammino della fede: perseveriamo fermamente in essa e ci introdurrà nei segreti del Re, dove sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (cf. Col 2, 3). Non era certo per invidia che il Signore Gesù Cristo diceva ai suoi grandi e particolarmente eletti discepoli: Ho ancora molte cose da dirvi, ma adesso non siete in condizione di portarle (Gv 16, 12). Dobbiamo camminare, progredire, crescere, affinché i nostri cuori diventino capaci di contenere quelle cose che adesso non siamo in grado di accogliere. E se l'ultimo giorno ci troverà in cammino, conosceremo lassù ciò che qui non siamo riusciti a conoscere.

[Libertà e grazia.]

8. Se poi c'è qualcuno che si sente di poter spiegare in modo migliore e più chiaro questo problema, ebbene senza dubbio io sono più disposto ad imparare che ad insegnare. Solo, però, stia attento a non difendere così accanitamente il libero arbitrio da essere costretto a sopprimere l'orazione, nella quale diciamo: Non c'indurre in tentazione (Mt 6, 13), e, d'altra parte, stia attento a non negare la libera volontà al punto da scusare il peccato. Ascoltiamo il Signore, che comanda e aiuta: comanda ciò che dobbiamo fare e ci aiuta affinché possiamo farlo. Perché ci sono alcuni che la troppa fiducia nella loro volontà leva in superbia, e altri che la troppa diffidenza per la loro volontà porta alla negligenza. I primi dicono: Perché dobbiamo rivolgerci a Dio per vincere la tentazione se questo dipende da noi? Gli altri dicono: Perché dobbiamo sforzarci di vivere bene se questo dipende da Dio? O Signore, o Padre che sei nei cieli, non c'indurre in nessuna di queste tentazioni, ma liberaci dal male. Ascoltiamo il Signore che dice: Io ho pregato per te, o Pietro, affinché non venga meno la tua fede (Lc 22, 32); e non pensiamo che la nostra fede dipenda talmente dal nostro libero arbitrio da non aver bisogno dell'aiuto divino. Ascoltiamo altresì l'evangelista che dice: Diede loro il potere di diventare figli di Dio (Gv 1, 12), ma d'altra parte non pensiamo che non dipenda in alcun modo da noi il credere; in un caso come nell'altro riconosciamo l'intervento della grazia di Dio. Dobbiamo infatti rendere grazie perché ci è stato concesso questo potere, e dobbiamo pregare perché la nostra debolezza non soccomba (cf. Gal 5, 6). E' questa la fede che opera mediante l'amore, secondo la misura che il Signore ha assegnato a ciascuno (cf. Rm 12, 3), affinché chi si gloria, non si glori in se stesso ma nel Signore (cf. 1 Cor 1, 31).

[Impossibilità di credere.]

9. Perciò non fa meraviglia che non potessero credere coloro la cui volontà era talmente superba che, ignorando la giustizia di Dio, cercavano di stabilire la propria; secondo quanto di essi dice l'Apostolo: alla giustizia di Dio non si sono sottomessi (Rm 10, 3). E siccome cercavano, non la giustizia che viene dalla fede, ma la giustizia fondata sulle opere, si sono gonfiati d'orgoglio al punto che diventarono ciechi e inciamparono nella "pietra d'inciampo". Il profeta ha detto non potevano, per dire: non volevano; allo stesso modo che del Signore Dio nostro è stato detto: Se noi non crediamo, egli rimane fedele: non può rinnegare se stesso (2 Tim 2, 13). Dell'Onnipotente si dice non può. Come dunque il fatto che il Signore non può rinnegare se stesso è una gloria della divina volontà, così il fatto che quelli non potevano credere è una colpa dell'umana volontà.

10. Questa è la mia convinzione: coloro che sono talmente superbi da contare unicamente sulle risorse della loro volontà e così negare la necessità dell'aiuto divino per vivere bene, non possono credere in Cristo. A nulla serve pronunciare il nome di Cristo, né ricevere i sacramenti di Cristo, quando ci si rifiuta di credere in Cristo. E credere in Cristo è credere in colui che giustifica l'empio (cf. Rm 4, 5), credere nel mediatore senza il quale non possiamo essere riconciliati con Dio, credere nel salvatore che è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto (cf. Lc 19, 10), credere in colui che dice: Senza di me non potete far nulla (Gv 15, 5). Chi dunque, ignorando la giustizia di Dio con la quale l'empio è giustificato, vuol stabilire la propria per giustificarsi da sé, non può credere in Cristo. E' questa la ragione per cui i Giudei non potevano credere, e non perché gli uomini non possano cambiare in meglio, ma perché, finché mantengono questo atteggiamento, non possono credere. Ed è questa la causa del loro accecamento e dell'indurimento del loro cuore, perché, negando l'aiuto divino, non possono essere aiutati. Questo accecamento e indurimento di cuore dei Giudei, Dio lo aveva previsto e, illuminato dal suo Spirito, il profeta lo aveva predetto.

11. Quanto a ciò che segue: e si convertano e li guarisca, forse bisogna sottintendere "non", e intendere "non si convertano", data la connessione con la precedente affermazione: affinché non vedano con gli occhi e non intendano col cuore (Gv 12, 40); perciò anche qui ci andrebbe: "affinché non intendano". La conversione stessa infatti è una grazia di colui al quale diciamo: O Signore degli eserciti convertici (Sal 79, 8). O forse è da considerare anche questo un tratto della medicinale misericordia divina che i Giudei, a causa della loro superba e perversa volontà e per aver voluto affermare la propria giustizia, siano stati abbandonati e così siano diventati ciechi; e, diventati ciechi, abbiano inciampato nella pietra di scandalo coprendosi la faccia d'ignominia; e, così umiliati, abbiano cercato il nome del Signore e la giustizia di Dio che giustifica l'empio e non la giustizia che gonfia il superbo? Questo infatti giovò a molti di costoro, i quali pentiti della loro colpa, in seguito credettero in Cristo, e per i quali Gesù pregò dicendo: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Di tale ignoranza anche l'Apostolo dice: Io rendo loro testimonianza perché hanno zelo per Iddio, ma non secondo una retta conoscenza, e a questo proposito aggiunge: ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio (Rm 10, 2-3).

[La fede purifica i cuori e li prepara alla visione.]

12. Questo disse Isaia, quando vide la gloria di lui e di lui parlò (Gv 12, 41). Cosa abbia visto Isaia e come ciò che vide si riferisca a Cristo Signore, bisogna leggerlo e comprenderlo nel suo libro. Lo vide non come è ma attraverso simboli, così come conveniva alla visione profetica. Lo vide anche Mosè, il quale tuttavia diceva a colui che vedeva: Se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, mostrati a me in modo che io possa vederti chiaramente (Es 33, 13), perché appunto non lo vedeva qual è. Quando questo ci sarà concesso ce lo dice lo stesso san Giovanni evangelista nella sua lettera: Carissimi, già adesso siamo figli di Dio, e non ancora si è manifestato quel che saremo. Sappiamo che quando si manifesterà, saremo somiglianti a lui, poiché lo vedremo così come egli è (1 Io 3, 2). Bastava dicesse: lo vedremo, senza aggiungere così com'è; ma siccome sapeva che da alcuni patriarchi e profeti era stato visto, ma non così com'è, dopo aver detto lo vedremo, ha aggiunto così come egli è. Non lasciatevi ingannare, o fratelli, da coloro che dicono che il Padre è invisibile e il Figlio è visibile. E' quanto sostengono coloro che considerano il Figlio una creatura, e non tengono conto dell'affermazione: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10, 30). E' invece indiscutibile che, nella forma di Dio in cui egli è uguale al Padre, anche il Figlio è invisibile: perché gli uomini lo vedessero, prese la forma di servo, e, diventando simile agli uomini (cf. Fil 2, 7), si è reso visibile. Si mostrò anche prima di assumere la carne, agli occhi degli uomini, non però così com'egli è ma mediante forme scelte fra le sue creature. Purifichiamo il nostro cuore per mezzo della fede, onde prepararci a quell'ineffabile e, se così si può dire, invisibile visione. Beati - infatti - i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8).

13. Tuttavia, anche molti notabili credettero in lui, ma non si dichiararono, a causa dei farisei, per non essere scacciati dalla sinagoga; preferivano, infatti, la gloria degli uomini alla gloria di Dio (Gv 12, 42-43). Notate come l'evangelista menziona e biasima certuni, che pure, come egli dice, avevano creduto in lui. Se essi avessero progredito nella fede, progredendo avrebbero superato anche l'amore della gloria umana, che l'Apostolo aveva superato quando diceva: A me non accada di gloriarmi se non nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo è stato a me crocifisso e io al mondo (Gal 6, 14). A questo scopo infatti il Signore impresse la sua croce dove la demenza della superba empietà lo aveva irriso, sulla fronte dei suoi credenti, che è in qualche modo la sede del pudore, affinché la fede non si vergogni del suo nome, e preferisca la gloria di Dio alla gloria degli uomini.
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