Omelia 37: Nessuno l'arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora.

Commento al Vangelo di San Giovanni

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 37: Nessuno l'arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora.
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Non era ancora giunta la sua ora: l'ora della sua morte da lui voluta, non da altri decisa. Non dunque un'ora fatale, ma l'ora da lui voluta e, secondo un disegno divino, preparata.

1. Ciò che il santo Vangelo dice con poche parole, non può essere spiegato brevemente, se si vuole intendere ciò che si ascolta. Le parole del Signore sono poche ma dicono molto, e non si deve considerare il loro numero ma il loro peso, né la loro sobrietà deve impedirci di penetrarne la profondità. Quanti eravate presenti ieri, avete sentito che si è cercato di spiegare le parole: Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. E se anche giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma siamo io e il Padre che mi ha mandato. Nella vostra legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera; ora sono io a rendere testimonianza di me stesso, e c'è anche il Padre, che mi ha mandato, a testimoniare di me (Gv 8, 15-18). Il discorso che ieri abbiamo rivolto alle vostre orecchie e al vostro spirito, era su queste parole. Quando il Signore le ebbe pronunciate, quelli che ascoltarono Voi giudicate secondo la carne, dimostrarono che era vero quanto il Signore diceva di loro, rivolgendogli la domanda: Dov'è tuo padre? Intendevano il Padre di Cristo in senso carnale, perché giudicavano le parole di Cristo secondo la carne. In effetti colui che parlava era manifesto come carne, era occulto come Verbo; era manifesto come uomo, era occulto come Dio. Vedevano il vestito e disprezzavano colui che lo indossava; lo disprezzavano perché non lo conoscevano; non lo conoscevano perché non lo vedevano; non lo vedevano perché erano ciechi; erano ciechi perché non credevano.

2. Vediamo la risposta del Signore. Essi domandano: Dov'è tuo padre? Ti abbiamo sentito dire: Non sono solo, ma siamo io e il Padre che mi ha mandato; noi vediamo te solo, non vediamo tuo padre con te; come fai a dire che non sei solo, ma sei con tuo padre? oppure, mostraci che tuo padre è con te. E il Signore: Come posso mostrarvi il Padre, se voi non vedete neppure me? Questo è ciò che segue, questa è la risposta che egli ha dato e che noi già abbiamo commentato. Notate la sua risposta: Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche mio Padre (Gv 8, 19). Voi domandate: Dov'è tuo padre? come se già mi conosceste, come se io fossi soltanto ciò che voi vedete; ma siccome non mi conoscete, perciò non vi mostro mio Padre. Voi mi considerate un semplice uomo e cercate mio Padre come un uomo, perché voi giudicate secondo la carne. Siccome però io sono una cosa secondo ciò che voi vedete e un'altra cosa secondo ciò che voi non vedete, parlo di mio Padre, a voi sconosciuto, io che sono per voi altrettanto sconosciuto: prima dovete conoscere me, e allora conoscerete anche mio Padre.

3. Se conosceste me, forse conoscereste anche mio Padre (Gv 8, 19). Egli, che sa tutto, dicendo forse, non esprime un dubbio ma un rimprovero. Infatti, l'avverbio forse che di per sé esprime un dubbio, si può usare anche in tono di rimprovero: l'avverbio ha senso dubitativo quando viene usato da un uomo, che dubita perché non sa; ma sulla bocca di Dio, al quale nulla è nascosto, non può essere espressione di incertezza da parte della divinità, ma suona rimprovero per l'incredulità degli uomini. Gli uomini stessi, qualche volta, esprimono un dubbio a riguardo di cose di cui sono più che sicuri, e lo fanno a scopo di rimprovero, usano cioè l'avverbio dubitativo pur non avendo alcun dubbio nel cuore; come se tu, essendo in collera con il tuo servo, gli dicessi: Tu mi disprezzi, ma non dimenticare che forse io sono il tuo padrone. E' in questo senso che l'Apostolo dice a taluni suoi denigratori: Credo di avere anch'io lo Spirito di Dio (1 Cor 7, 40); chi dice credo sembra dubitare, ma quello dell'Apostolo non era un dubbio, era un rimprovero. E lo stesso Cristo Signore, in altra occasione, rimproverando l'infedeltà futura del genere umano, dice: Quando verrà il Figlio dell'uomo, credi forse che troverà della fede in terra? (Lc 18, 8).

4. Suppongo che abbiate capito in che senso egli dice forse, di modo che nessuno di quelli che pesano le parole e analizzano le sillabe, da intenditore venga a criticare la parola usata dal Verbo di Dio e, correggendo il Verbo di Dio, perda la sua eloquenza rimanendo muto. Chi infatti è in grado di parlare come parla il Verbo che era in principio presso Dio? Non fermarti alle parole, con la pretesa di voler misurare con queste tue parole comuni e logore quel Verbo che è Dio. Tu ascolti il Verbo e non gli presti attenzione; ma ascolta Dio che dice: In principio era il Verbo, e temi. Ti richiami al tuo linguaggio, e dici fra te: che cosa è la parola, che consistenza avrà mai la parola? E' un suono che passa: risuona nell'aria, colpisce l'orecchio, e non è più. Ascolta ancora: Il Verbo era presso Dio; permaneva, non cessava come un suono. Forse ancora lo tieni in poco conto; ebbene: Il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Anche in te, o uomo, quando la parola è nel tuo cuore, è una cosa diversa dal suono; ma la parola che è in te, per arrivare a me ha bisogno del suono, come di un veicolo: prende il suono e vi monta su come se fosse un veicolo, corre attraverso l'aria e arriva a me, senza allontanarsi da te; il suono invece, per venire a me, si allontana da te e nemmeno presso di me rimane. La parola dunque, che era nel tuo cuore, si è forse dileguata col cessar del suono? Hai detto ciò che pensavi, e perché ciò che stava nascosto dentro di te giungesse fino a me hai pronunciato delle sillabe; il suono delle sillabe ha portato al mio orecchio il tuo pensiero, e attraverso il mio orecchio il tuo pensiero è sceso nel mio cuore. Il suono intercorso è volato via; quella parola, però, che ha preso il suono, prima che risuonasse era dentro di te; dopo che l'hai pronunciata è dentro di me, senza essersi allontanata da te. Tieni conto di questo, tu che analizzi i suoni. Tu che non riesci a spiegarti il verbo, la parola dell'uomo, disprezzi il Verbo di Dio?

[Colui che ha fatto tutto, sa tutto.]

5. Colui per mezzo del quale tutto è stato fatto sa tutto, e il suo dubbio non è che un rimprovero. Le sue parole: Se conosceste me, forse conoscereste anche mio Padre suonano rimprovero per gli increduli. Simile espressione ha usato per i discepoli, ma non in forma dubitativa, perché non c'era motivo di rimproverare la loro incredulità. Infatti ciò che in questa occasione ha detto ai Giudei: Se conosceste me, forse conoscereste anche mio Padre, lo ha detto anche ai discepoli, quando Filippo si rivolse a lui e gli chiese: Signore, mostraci il Padre e ci basta (Gv 14, 8); in altre parole: Noi ormai ti abbiamo conosciuto, ti sei mostrato a noi e noi ti abbiamo visto, ti sei degnato di sceglierci e noi ti abbiamo seguito, abbiamo visto i tuoi miracoli, abbiamo ascoltato le tue parole di salvezza, abbiamo ascoltato i tuoi precetti, speriamo nelle tue promesse, e la tua stessa presenza è stata per noi un bene immenso; ma tuttavia, siccome te ti conosciamo, mentre il Padre ancora non lo conosciamo, desideriamo ardentemente di vedere lui che ancora non conosciamo; l'aver conosciuto te non ci basta, finché non avremo conosciuto anche il Padre. Mostraci il Padre e ci basta! E il Signore, affinché si rendessero conto che ancora non conoscevano ciò che credevano ormai di conoscere, rispose: Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto? Filippo, chi ha veduto me ha veduto il Padre (Gv 14, 9). Queste parole esprimono forse un dubbio? Ha forse detto: Chi ha veduto me, forse ha veduto anche il Padre? Perché? Perché il Signore si rivolgeva ad un fedele, non ad un persecutore della fede, e perciò non doveva rimproverare ma soltanto insegnare. Confrontiamo le due espressioni: Chi ha veduto me, ha veduto il Padre e Se conosceste me, conoscereste anche mio Padre; togliamo da questa l'avverbio che si riferisce all'incredulità degli ascoltatori, e le due frasi sono identiche.

[Evitare l'uno e l'altro scoglio.]

6. Già ieri facevamo osservare alla vostra Carità che non avremmo voluto metterci a spiegare le affermazioni che l'evangelista Giovanni fa narrandoci ciò che apprese dal Signore, se non fossimo costretti dalle interpretazioni che ne danno gli eretici. Ieri brevemente abbiamo anche informato la vostra Carità che esistono degli eretici chiamati patripassiani, o, dal loro corifeo, sabelliani. Costoro sostengono che il Padre è lo stesso che il Figlio; i nomi sono diversi ma la persona è la stessa. Quando vuole è Padre e quando vuole è Figlio; ma è sempre la stessa e unica persona. Ci sono poi altri eretici che si chiamano ariani. Essi confessano che nostro Signore Gesù Cristo è il Figlio unico del Padre; che questo è il Padre del Figlio e quello il Figlio del Padre; che il Padre non è il Figlio e il Figlio non è il Padre: riconoscono la generazione del Figlio da parte del Padre, ma negano l'uguaglianza del Figlio col Padre. Noi, cioè la fede cattolica proveniente dall'insegnamento degli Apostoli, piantata in noi, ricevuta da noi attraverso una successione ininterrotta, e che integra deve essere da noi trasmessa ai posteri, in mezzo ad entrambi gli errori mantiene salda la verità. Secondo l'errore dei sabelliani esiste una sola persona: il Padre è la stessa persona del Figlio; secondo l'errore degli ariani il Padre e il Figlio non sono la stessa persona, però il Figlio non solo è un'altra persona ma anche un'altra natura. Tu che sei in mezzo, che dici? Hai superato la posizione sabelliana, supera anche quella ariana. Il Padre è il Padre, il Figlio è il Figlio: sono distinte le persone ma identica è la natura, perché Io e il Padre - dice il Signore - siamo una cosa sola (Gv 10, 30), così come ieri ho cercato di spiegarvi. Sentendo siamo, si ritiri confuso il sabelliano; sentendo una cosa sola, si ritiri confuso l'ariano. Diriga il cattolico, fra l'uno e l'altro errore, la barca della sua fede evitando il naufragio nell'uno come nell'altro scoglio. Tu dunque sostieni ciò che afferma il Vangelo: Io e il Padre siamo una cosa sola: non dunque una natura diversa, perché una cosa sola; non una sola persona, perché siamo.

7. Poco prima il Signore aveva detto: Il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato, come a dire: Il mio giudizio è vero, perché sono Figlio di Dio, perché dico la verità, perché sono la verità stessa. Quelli, intendendo le sue parole in senso carnale, chiedono: Dov'è tuo padre? (Gv 8, 19). Ascolta bene, ariano, la risposta del Signore: Voi non conoscete né me né mio Padre; perché se voi conosceste me, conoscereste anche mio Padre. Che significa se conosceste me, conoscereste anche mio Padre, se non questo: Io e il Padre siamo una cosa sola? Quando vedi uno che somiglia ad un altro (intenda la vostra Carità: mi riferisco a cose di tutti i giorni e non dovrebbe riuscirvi difficile ciò che vi è familiare), quando dunque vedi uno che somiglia ad un altro, e tu conosci quello cui somiglia, meravigliato dici: come somiglia questa persona a quell'altra! Non diresti così, se non si trattasse di due persone distinte. Uno che non conosce quello cui tu dici che somiglia, chiede: è vero che gli somiglia? e tu rispondi: come, non lo conosci? E lui: no, non lo conosco. Allora tu, cercando di farglielo conoscere mediante quello che ha davanti agli occhi, gli dici: vedendo questo vedi quello. Dicendo così non hai voluto certo affermare che sono una medesima persona, negando che sono due. E' perché si assomigliano molto che hai potuto rispondere: conoscendo questo conosci anche quello; sono infatti così somiglianti che tra loro non c'è alcuna differenza. Così anche il Signore ha detto: Se conosceste me, conoscereste anche mio Padre, non perché il Padre sia il Figlio, ma perché il Figlio è simile al Padre. Si vergogni l'ariano. Ringrazi il Signore per non essere caduto nell'errore sabelliano e per non essere patripassiano: non sostiene che il Padre stesso rivestito di carne è venuto in mezzo agli uomini, che ha sofferto la passione, che è risuscitato e che è salito al cielo come presso se stesso; questo non lo dice; riconosce con me che il Padre è il Padre e che il Figlio è il Figlio. Però, fratello mio, se ti sei salvato da questo naufragio, perché t'incammini verso l'altro? Il Padre è il Padre, il Figlio è il Figlio; perché dici che non è somigliante, che è diverso, che è altra sostanza? Se non fosse simile, come potrebbe dire ai suoi discepoli: chi ha visto me, ha visto il Padre? Come potrebbe dire ai Giudei: Se conosceste me, conoscereste anche mio Padre? Come potrebbe esser vero questo se non fosse vero anche quest'altro: Io e il Padre siamo una cosa sola?

[Non c'è fatalità nella vita del Signore.]

8. Gesù pronunziò queste parole nel Tesoro, insegnando nel tempio (Gv 8, 20), con grande coraggio, senza alcun timore; poiché se non avesse voluto non avrebbe patito, dato che non si sarebbe neppure incarnato, se non avesse voluto. Quale è infatti il seguito del Vangelo? E nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora. Taluni, al sentire questo, credono che Cristo Signore fosse soggetto al fato, e dicono: ecco qui la prova. Oh, se il tuo cuore non fosse fatuo, non crederesti al fato! Se è vero che la parola fato viene dal latino "fando", che vuol dire parlando, come può essere soggetto al fato il Verbo di Dio nel quale sono tutte le cose che furono create? Dio non creò nulla che già non conoscesse: era nel suo Verbo tutto ciò che è stato creato. Il mondo è stato creato: è stato creato, ma già in lui esisteva. Come ha potuto essere creato se già in lui esisteva? Allo stesso modo che il costruttore edifica una casa che già prima esisteva come progetto nella sua mente; e lì, anzi, esisteva nel modo migliore, senza deterioramenti, senza crolli. Il costruttore per realizzare il suo progetto fabbrica la casa, e la casa che fabbrica proviene da quella che egli ha nella mente; anche se la casa crolla, il progetto rimane in piedi. Così presso il Verbo di Dio erano tutte le cose che sono state create poiché Dio tutte le ha fatte con sapienza e tutte gli erano note (cf. Sal 103, 24): non le conobbe facendole, ma le fece perché le conosceva. A noi sono note perché sono state fatte; ma non sarebbero state fatte se a lui non fossero già note. Prima d'ogni cosa, dunque, c'era il Verbo. E prima del Verbo che cosa c'era? Assolutamente nulla. Se ci fosse stato qualcosa prima, non si potrebbe dire: In principio era il Verbo (Gv 1, 1); si dovrebbe dire: In principio fu creato il Verbo. Infatti cosa dice Mosè del mondo? In principio Dio creò il cielo e la terra (Gn 1, 1); creò ciò che non era: se creò ciò che non era, prima che cosa c'era? In principio era il Verbo. E come hanno avuto origine il cielo e la terra? Tutto è stato fatto per mezzo di lui (Gv 1, 3). Tu dunque sottometti Cristo al fato. Ma dove si trova il fato? Nel cielo, tu dici, nell'ordine e nella rotazione delle stelle. Come può essere soggetto al fato colui per mezzo del quale sono stati creati il cielo e le stelle, dal momento che la tua volontà, se sei saggio, trascende anche le stelle? E forse perché sai che la carne di Cristo è stata sotto il cielo, tu credi che anche il suo potere sia soggetto al cielo?

9. Ascolta, o stolto: Non era ancora giunta la sua ora (Gv 8, 20), significa non l'ora nella quale sarebbe stato costretto a morire, ma l'ora nella quale avrebbe accettato di farsi uccidere. Egli sapeva quando sarebbe dovuto morire; aveva presente tutto ciò che era stato predetto di lui e ne attendeva il compimento prima che iniziasse la sua passione; di modo che quando tutto si fosse compiuto, solo allora sarebbe cominciata la sua passione, secondo un piano prestabilito e non per fatale necessità. Per rendervene conto, ascoltate ancora: tra le altre cose che di lui furono predette, sta anche scritto: Mi presentarono del fiele, e nella mia sete mi fecero bere dell'aceto (Sal 68, 28). Dal Vangelo sappiamo come si realizzò questa profezia. Prima gli dettero del fiele: egli lo prese, lo assaggiò e non volle berlo. Poi, mentre pendeva dalla croce, affinché si compissero tutte le cose predette, disse: Ho sete (Gv 19, 28). Presero allora una spugna imbevuta di aceto, la legarono ad una canna e gliel'accostarono alle labbra. Ne prese e disse: E' compiuto. Che significa E' compiuto? Significa: Si è compiuto tutto ciò che è stato vaticinato prima della mia passione: cosa faccio ancora qui? E subito, dopo aver detto: E' compiuto, chinato il capo, rese lo spirito (Gv 19, 30). Forse che quei briganti, crocifissi con lui, spirarono quando vollero? Erano trattenuti dai vincoli della carne, perché non erano creatori della carne: inchiodati, i loro tormenti si prolungavano, perché non erano in grado di dominare la loro debolezza. Il Signore, invece, quando volle prese carne nel grembo della Vergine; quando volle si presentò agli uomini; visse tra gli uomini finché volle; quando volle abbandonò la carne. Tutto questo è frutto di potenza, non di necessità. Egli aspettava quest'ora, non come un'ora fatale, ma un'ora disposta dalla sua volontà, in modo che si compisse tutto ciò che doveva compiersi prima della sua passione. Come poteva essere soggetto al fato colui che, in altra occasione, aveva detto: Ho il potere di dare la mia vita e ho il potere di riprenderla di nuovo; nessuno me la può togliere ma da me stesso la do, e di nuovo la riprendo (Gv 10,18)? E mostrò questo potere quando i Giudei lo cercavano per arrestarlo. Chi cercate? disse. E quelli: Gesù. E lui: Sono io. Udita questa voce, indietreggiarono e caddero in terra (Gv 18, 4-6).

[Tratteneva la potenza, per insegnare la pazienza.]

10. Si obietterà: Se c'era in lui questo potere, perché quando egli pendeva dalla croce e i Giudei lo insultavano dicendo: Se è Figlio di Dio, scenda dalla croce (Mt 27, 40), perché non scese dimostrando così la sua potenza? Perché voleva insegnare la pazienza, e per questo rinviava la dimostrazione di potenza. Se infatti fosse disceso cedendo alle loro pressioni, si sarebbe potuto pensare che fosse stato sopraffatto dal dolore degli oltraggi. Perciò non scese, rimase inchiodato, per andarsene quando volle. Era forse difficile scendere dalla croce per lui che poté risorgere dal sepolcro? Cerchiamo dunque di capire noi, per i quali si è compiuto questo disegno, che il potere di nostro Signore Gesù Cristo, allora occulto, si manifesterà nel giudizio, del quale è detto: Dio verrà in maniera palese, il nostro Dio verrà e non tacerà (Sal 49, 3). Cosa significa verrà in maniera palese? Che il nostro Dio, cioè il Cristo, come è venuto prima in maniera occulta, verrà poi in maniera palese. E non tacerà. Che significa non tacerà? Che prima ha taciuto. Quando ha taciuto? Quando è stato giudicato; affinché si compisse ciò che il profeta aveva predetto: Come pecora condotta al macello, e come agnello muto davanti al tosatore, non ha aperto bocca (Is 53, 7). Se non avesse voluto non avrebbe patito; se non avesse patito, il suo sangue non sarebbe stato versato; e se il suo sangue non fosse stato versato il mondo non sarebbe stato redento. Rendiamo dunque grazie tanto alla potenza della sua divinità che alla misericordia della sua debolezza. Grazie all'occulta potenza ignota ai Giudei, egli poté dire loro: Voi non conoscete né me né mio Padre; mentre è la debolezza della carne da lui assunta, che i Giudei conoscevano assieme al suo luogo d'origine, che in altra occasione gli ha fatto dire: Voi mi conoscete e sapete anche di dove sono (Gv 7, 28). Nel Cristo teniamo sempre presente l'una e l'altra origine: quella per cui egli è uguale al Padre e quella per cui il Padre è più grande di lui; quella per cui egli è il Verbo e quella per cui è carne, quella per cui è Dio e quella per cui è uomo; ma uno è Cristo, Dio e uomo.