Omelia 14: Lui deve crescere, io diminuire.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 14: Lui deve crescere, io diminuire.
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Cristo è nato quando cominciava ad allungarsi il giorno, Giovanni è nato quando il giorno cominciava a raccorciarsi. La creazione stessa ha confermato la testimonianza di Giovanni. Cresca in noi la gloria di Dio e diminuisca la nostra gloria, affinché in Dio cresca anche la nostra gloria.

1. La lettura di questo passo del santo Vangelo fa risaltare la grandezza divina di nostro Signore Gesù Cristo e l'umiltà dell'uomo che meritò di esser chiamato amico dello sposo, insegnandoci a misurare la differenza che c'è tra un uomo che è soltanto uomo, e un uomo che è Dio. Infatti, l'uomo-Dio nostro Signore Gesù Cristo, è Dio prima di tutti i secoli, ed è uomo nel nostro secolo; Dio da parte del Padre, uomo da parte della Vergine: tuttavia un solo e medesimo Signore e Salvatore Gesù Cristo, Figlio di Dio, Dio e uomo. Giovanni, invece, uomo dotato di grazia singolare, fu inviato avanti a lui, e fu illuminato da colui che è la luce. Di Giovanni, infatti, è detto: Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce (Gv 1, 8). Anch'egli può esser chiamato luce, e giustamente, ma non in quanto illumina, bensì in quanto è illuminato. Una cosa infatti è la luce che illumina, un'altra è la luce che è illuminata: anche i nostri occhi si chiamano luci, e purtuttavia, benché aperti, al buio non vedono. La luce che illumina, invece, è luce per se stessa, è luce a se stessa, e non ha bisogno d'altra luce per risplendere, ma di essa hanno bisogno le altre, per illuminare.

[Chi vuol godere di sé, sarà sempre triste.]

2. Avete sentito dunque la confessione di Giovanni, quando si recarono da lui per provocarne la gelosia nei confronti di Gesù, attorno al quale si raccoglievano numerosi i discepoli. Gli dissero, come se fosse un invidioso: Ecco, lui fa più discepoli di te. Ma Giovanni riconobbe ciò che egli era, e per questo meritò di appartenere a Cristo, perché non osò dire che lui era il Cristo. Giovanni disse precisamente così: Nessuno può arrogarsi alcunché, se non gli viene dato dal cielo. Dunque è Cristo che dà, e l'uomo riceve. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: non sono io il Cristo, ma sono stato mandato innanzi a lui. E' lo sposo che ha la sposa; ma l'amico dello sposo, che gli sta accanto e lo ascolta, è felice alla voce dello sposo (Gv 3, 27-29). Non cercò in sé la sua gioia. Chi vuol trovare in sé la propria gioia, sarà sempre triste; chi invece cerca la propria gioia in Dio, sarà sempre contento, perché Dio è eterno. Vuoi essere sempre contento? aderisci a colui che è eterno. Tale dichiarazione fece di sé Giovanni. L'amico dello sposo - disse - è felice alla voce dello sposo, non alla sua; sta in piedi accanto a lui e lo ascolta. Se cade, è perché non lo ascolta: di colui che cadde, del diavolo, è detto: non rimase nella verità (Gv 8, 44). L'amico dello sposo, quindi, deve stare lì in piedi e ascoltare. Che significa stare in piedi? Significa permanere nella grazia ricevuta dal Signore. E ascolta la voce di lui, che lo rende felice. Così era Giovanni: conosceva la fonte della sua felicità, non pretendeva di essere ciò che non era; sapeva di essere un illuminato, non colui che illumina. L'evangelista dice del Signore: Era la vera luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). Ogni uomo, quindi anche Giovanni, perché anch'egli è un uomo. Anche se fra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni (Mt 11, 11), tuttavia anche lui è un nato di donna. Si può forse paragonare a colui che nacque perché volle, con una natività quindi unica e singolare, come unico e singolare era colui che nasceva? Ambedue le nascite del Signore, infatti, sono fuori del corso normale della natura, tanto la divina come l'umana: la divina senza madre, l'umana senza padre. Giovanni quindi era uno dei tanti, ma dotato di grazia superiore, così che tra i nati di donna non sorse uno più grande di lui. Egli rese a nostro Signore Gesù Cristo una singolare testimonianza, chiamando Cristo lo sposo, e se stesso amico dello sposo, indegno però di sciogliere a lui i legacci dei calzari. A questo proposito la vostra Carità ha già sentito molte cose. Vediamo ora il seguito, che presenta notevoli difficoltà. Ma, poiché lo stesso Giovanni ci ricorda che nessuno può arrogarsi alcunché, se non gli viene dato dal cielo, tutto ciò che non comprendiamo, chiediamolo a colui che dal cielo elargisce i suoi doni: siamo uomini, e non possiamo arrogarci alcunché, se non ci viene dato da colui che non è soltanto uomo.

3. Segue l'affermazione di Giovanni: Questa, dunque, è la mia gioia, ed è giunta al colmo (Gv 3, 29). In che cosa consiste la sua gioia? Nell'ascoltare la voce dello sposo. La mia gioia è al colmo, ho la mia grazia, non ne voglio di più, per non perdere anche quella che ho ricevuto. In che cosa consiste questa gioia? Sono felice alla voce dello sposo. Comprenda, dunque, l'uomo che non deve godere della sua sapienza, ma della sapienza che ha ricevuto da Dio. Non cerchi niente di più, e non perderà ciò che ha ricevuto. Molti infatti divennero stolti, perché affermarono di essere sapienti. L'Apostolo li rimprovera quando dice: Perché ciò che di Dio si può conoscere è palese ad essi, avendoglielo Iddio stesso manifestato. Ascoltate cosa dice a proposito di certuni, ingrati ed empi: ... Iddio lo ha loro manifestato. Sì, gli attributi invisibili di lui, l'eterna sua potenza e la sua divinità, fin dalla creazione del mondo si possono intuire con la mente, attraverso le sue opere, sicché sono senza scusa. Perché sono senza scusa? Perché, pur avendo conosciuto Iddio... - non dice, perché non hanno conosciuto Iddio - pur avendo conosciuto Iddio, né gli diedero gloria, come a Dio, né gli resero grazie, ma vaneggiarono nei loro ragionamenti e il loro cuore insensato s'offuscò. Essi, che pretendevano d'esser sapienti, diventarono stolti (Rm 1, 19-22). Avendo infatti conosciuto Iddio, avrebbero dovuto altresì riconoscere che soltanto Dio li aveva resi sapienti. Non avrebbero dovuto, quindi, attribuire a se stessi ciò che da se stessi non avevano, ma a colui dal quale tutto avevano ricevuto. E così, non avendogli reso grazie, diventarono stolti. Agli ingrati Dio tolse ciò che aveva dato loro gratuitamente. Ma Giovanni non volle essere uno di questi. Egli si mostrò grato a Dio: riconobbe di aver ricevuto e dichiarò di essere felice alla voce dello sposo, dicendo: Questa è la mia gioia, ed è giunta al colmo.

4. Lui deve crescere, io diminuire (Gv 3, 30). Che vuol dire? Lui deve essere esaltato ed io umiliato. Come può crescere Gesù? Come può crescere Dio? Chi è perfetto non cresce. Dio né cresce né diminuisce. Se potesse crescere, non sarebbe perfetto; se potesse diminuire, non sarebbe Dio. Come può crescere Gesù che è Dio? Se ci si riferisce all'età, poiché egli si è degnato di farsi uomo, è stato anche bambino; e, benché Verbo di Dio, giacque infante nel presepio, e, benché fosse il creatore di sua madre, nell'infanzia succhiò il latte materno. Siccome dunque Gesù crebbe in età secondo la carne, forse per questo è stato detto: Lui deve crescere, io diminuire. Ma c'è un altro fatto: Giovanni e Gesù, per quanto riguarda la nascita corporale, erano coetanei; c'era tra loro soltanto la differenza di sei mesi (cf. Lc 1, 36), ed erano cresciuti insieme. E se nostro Signore Gesù Cristo avesse voluto rimanere più a lungo qui in terra e tenere con sé Giovanni, come erano cresciuti insieme così insieme sarebbero potuti invecchiare. Perché, allora Lui deve crescere, io diminuire? Anzitutto, dato che il Signore aveva già trent'anni (cf. Lc 3, 23), forse che un giovane di trent'anni può ancora crescere? A questa età un uomo comincia a declinare, passando alla maturità e poi alla vecchiaia. Ma ancorché fossero stati fanciulli tutti e due, Giovanni non avrebbe detto: Lui deve crescere, io diminuire; avrebbe detto: dobbiamo crescere insieme. Ma entrambi avevano già trent'anni: sei mesi di differenza non sono granché: è una differenza che non si nota, ma che risulta soltanto dalla lettura del Vangelo.

[Lascia crescere Dio in te.]

5. Che significa dunque Lui deve crescere, io diminuire? C'è qui un grande mistero. La vostra Carità cerchi di comprendere. Prima della venuta del Signore Gesù, l'uomo riponeva in se stesso la sua gloria. E' venuto questo uomo per abbassare la gloria dell'uomo, e far crescere la gloria di Dio. Egli infatti è venuto senza peccato e ha trovato tutti col peccato. Ora, se egli è venuto per rimettere i peccati, Dio sarà generoso, ma l'uomo dovrà confessare i suoi peccati. Nella confessione l'uomo esprime la sua umiltà, nella misericordia Dio manifesta la sua grandezza. Se dunque egli è venuto per rimettere i peccati dell'uomo, riconosca, l'uomo, la sua umile condizione, affinché Dio faccia risplendere la sua misericordia. Egli deve crescere, io diminuire. Cioè, egli deve dare, io ricevere; egli deve essere glorificato, io devo confessarlo. Riconosca l'uomo la sua posizione, la confessi a Dio, e ascolti l'Apostolo che dice all'uomo superbo e pieno di sé, che cerca di mettersi al di sopra degli altri: Che cosa hai tu che non l'abbia ricevuto? e se appunto l'hai ricevuto, perché te ne glori, come se non l'avessi ricevuto (1 Cor 4, 7)? Riconosca dunque l'uomo, che voleva attribuire a sé ciò che non era suo, riconosca che quanto ha lo ha ricevuto, e si umili; è bene per lui che in lui Dio sia glorificato. Diminuisca in se stesso, per poter crescere in Dio. Anche nella loro rispettiva passione, Cristo e Giovanni hanno confermato questa testimonianza e questa verità: Giovanni infatti fu decapitato, mentre Cristo fu innalzato sulla croce; sicché anche lì apparve la verità delle parole: Lui deve crescere, io diminuire. Inoltre, Cristo nacque quando i giorni cominciano a crescere, Giovanni nacque quando i giorni cominciano a decrescere. La natura stessa e le rispettive "passioni" confermano le parole di Giovanni: Lui deve crescere, io diminuire. Cresca dunque in noi la gloria di Dio, e diminuisca la nostra gloria, così che anch'essa cresca in Dio. E' quanto afferma l'Apostolo, è quanto afferma la Sacra Scrittura: Chi si gloria, si glori nel Signore (1 Cor 1, 31; Ier 9, 23-24). Vuoi gloriarti in te stesso? Vuoi crescere, ma cresci male, a tuo danno. Ora, crescere male è un menomarsi. Sia dunque Dio a crescere in te, Dio che è sempre perfetto. Quanto più conosci Dio, e quanto più lo accogli in te, tanto più apparirà che Dio cresce in te; in sé però non diminuisce, essendo sempre perfetto. Ieri lo conoscevi un poco, oggi lo conosci un poco di più, domani lo conoscerai ancora meglio: è la luce stessa di Dio che cresce in te, così che in qualche modo Dio cresce in te, lui che rimane sempre perfetto. E' come se uno, avendo iniziata la cura per guarire gli occhi da una vecchia cecità, cominciasse a vedere un pochino di luce, e il giorno appresso un po' di più, e il terzo giorno un po' di più ancora: egli avrà l'impressione che la luce cresca, mentre la luce è perfetta, sia che egli veda, sia che non veda. Così è dell'uomo interiore, il quale progredisce in Dio, e gli sembra che Dio cresca in lui; in verità egli diminuisce, decadendo dalla sua gloria per elevarsi alla gloria di Dio.

6. Ciò che abbiamo udito appare ormai in maniera chiara e precisa. Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti. Ecco cosa dice Giovanni di Cristo. E di sé che cosa dice? Chi è dalla terra è terrestre, e terrestre è il suo linguaggio. Chi viene dal cielo, è al di sopra di tutti (Gv 3, 31): questi è Cristo. Chi - invece - viene dalla terra è terrestre, e terrestre è il suo linguaggio: questi è Giovanni. Ma è tutto qui: Giovanni è dalla terra e terrestre è il suo linguaggio? Tutta la testimonianza che egli rende al Cristo è un linguaggio terrestre? Giovanni non ha udito, forse, voci divine, quando rese testimonianza a Cristo? come può dunque essere terrestre il suo linguaggio? E' che Giovanni parla di sé in quanto uomo. L'uomo, in quanto tale, è dalla terra e terrestre è il suo linguaggio; e se poi dice qualcosa di divino, vuol dire che è stato illuminato da Dio. Se non fosse stato illuminato, in quanto terrestre parlerebbe un linguaggio solo terrestre. Una cosa, dunque, è la grazia di Dio, un'altra cosa la natura dell'uomo. Esamina la natura dell'uomo: nasce, cresce e impara a comportarsi da uomo. Che cosa può apprendere dalla terra se non ciò che è terrestre? Umano è il suo linguaggio, umana la sua conoscenza, umana la sua sapienza; carnale com'è, giudica secondo la carne, pensa secondo la carne: ecco tutto l'uomo. Viene la grazia di Dio e rischiara le sue tenebre, come dice il salmo: Tu, o Signore, farai risplendere la mia lucerna; mio Dio, rischiara le mie tenebre (Sal 17, 29). Assume, la grazia, questa mente umana e la converte nella sua luce; uno, allora, comincia a dire ciò che dice l'Apostolo: Non io però, bensì la grazia di Dio con me (1 Cor 15, 10); e: ormai non vivo più io, ma è Cristo che vive in me (Gal 2, 20). Che è quanto dire: Lui deve crescere, io diminuire. Giovanni quindi, per quel che è proprio di Giovanni, viene dalla terra e terrestre è il suo linguaggio. Se qualcosa di divino hai ascoltato da Giovanni, proviene da chi illumina, non da chi riceve luce.

[Dilata il tuo cuore.]

7. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti; ciò che ha visto ed ha ascoltato, questo attesta, e nessuno accetta la sua testimonianza (Gv 3, 31-32). Chi viene dal cielo ed è al di sopra di tutti, è il Signore nostro Gesù Cristo, del quale prima è stato detto: Nessuno ascese in cielo, se non colui che dal cielo discese, il Figlio dell'uomo che è in cielo (Gv 3, 13). Egli è al di sopra di tutti, e ciò che ha visto ed ha ascoltato, questo attesta. Anche il Figlio di Dio, infatti, ha un Padre: ha un Padre, e ascolta dal Padre. E che cosa ascolta dal Padre? Chi può spiegarcelo? Come può la mia lingua, come può il mio cuore esser capace, il cuore intendere e la lingua esprimere, ciò che il Figlio ascolta dal Padre? Forse il Figlio ha udito il Verbo del Padre? Ma il Figlio è il Verbo stesso del Padre. Vedete come si esaurisce qui ogni sforzo umano, come vien meno ogni ricerca del nostro cuore, e tutta la concentrazione della nostra mente caliginosa. Sento la Scrittura affermare che il Figlio attesta ciò che ha udito dal Padre (Gv 3, 32; 8, 26); e sento ancora la Scrittura affermare che lo stesso Figlio è il Verbo del Padre: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Le parole che noi pronunciamo volano via. Hai appena pronunciato una parola, che già è passata: produce un suono e subito cade nel silenzio. Puoi forse correre dietro al suono e fermarlo? Il tuo pensiero invece rimane, e dal pensiero che rimane, trai le molte parole che dici e passano. Che cosa voglio dire con questo, o fratelli? che Dio, parla adoperando voce, suoni, sillabe? Se si serve di tutto questo, in che lingua parla? in ebraico? in greco? in latino? Le diverse lingue sono necessarie là dove ci sono popoli diversi. Ma qui non si può dire che Dio si esprima in questa o in quella lingua. Rivolgi l'attenzione al tuo cuore. Quando concepisci la parola che intendi pronunciare (parlo come posso di ciò che osserviamo in noi, non come riusciamo a comprenderlo), quando dunque concepisci la parola che intendi pronunciare, vuoi esprimere una cosa, e la concezione stessa della cosa nel tuo cuore è già parola: non è ancora venuta fuori, ma è già nata nel tuo cuore e sta per uscire. Tu, però, tieni conto della persona alla quale ti rivolgi, della persona con la quale stai parlando: se è un latino, cerchi un'espressione latina; se è un greco, parole greche; se è un punico, ti domandi se conosci la lingua punica. A seconda di chi ti ascolta, usi una lingua o un'altra per proferire la parola concepita; ciò che hai concepito nel cuore, però, non è legato a nessuna lingua. Ora, poiché Dio, quando parla, non si serve di nessuna lingua e non ricorre ad alcuna determinata espressione, come ha potuto farsi ascoltare dal Figlio, dal momento che Dio ha "detto" il suo medesimo Figlio? Ascolta. La parola che tu stai per pronunciare è presso di te, è nel tuo cuore dove spiritualmente l'hai concepita. La tua anima è spirito, e quindi anche la parola che tu hai concepito è spirituale: non ha ancora acquistato un suono da poterla dividere in sillabe, ma rimane come è stata concepita nel cuore e nello specchio della mente. E' così che Dio ha concepito il suo Verbo, cioè ha generato suo Figlio. Con questa differenza, che tu, quando concepisci una parola nel tuo cuore sei legato al tempo che passa, mentre Dio ha generato fuori del tempo il Figlio per mezzo del quale creò tutti i tempi. Ora siccome il Figlio è il Verbo di Dio, e il Figlio ci ha parlato; essendo egli il Verbo del Padre, è venuto a dirci, non la sua parola, ma la Parola del Padre. Certo, Giovanni ha detto questo in modo degno e adeguato, e noi lo abbiamo spiegato come abbiamo potuto. Chi non è riuscito a formarsi nella sua mente un'idea adeguata di una cosa tanto sublime, sa a chi rivolgersi; sa dove bussare, presso chi cercare, a chi domandare e da chi ricevere.

8. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti; ciò che ha visto ed ha ascoltato, questo attesta, e nessuno accetta la sua testimonianza. Se proprio nessuno accetta la sua testimonianza, a che scopo è venuto? "Nessuno" va inteso, non in senso assoluto, ma in senso relativo. C'è un popolo destinato all'ira di Dio, che sarà dannato insieme al diavolo: di questo popolo nessuno accoglie la testimonianza di Cristo. Se "nessuno" si dovesse intendere in senso assoluto, vorrebbe dire che nessun uomo accetta la sua testimonianza; il che viene smentito da quanto segue: Chi accetta la sua testimonianza, conferma che Dio è veritiero (Gv 3, 33). Ora, se tu stesso affermi che chi accetta la sua testimonianza, conferma che Dio è veritiero, è certo che "nessuno" non si deve intendere in senso assoluto. Se interrogassimo Giovanni, egli ci risponderebbe che non a caso ha detto "nessuno". Esiste infatti un popolo nato all'ira di Dio e a ciò preconosciuto. Dio conosce quelli che crederanno e quelli che non crederanno; conosce chi sarà perseverante nella fede e chi verrà meno; già sono contati da Dio quelli che giungeranno alla vita eterna; Dio conosce già quel popolo che ha distinto dal resto degli uomini. Dio, che sa tutto questo, ha fatto conoscere per mezzo del suo Spirito ai profeti, e lo ha fatto conoscere anche a Giovanni. Giovanni dunque scrutava, ma non con il suo occhio. In se stesso infatti egli era terrestre, e terrestre era il suo linguaggio. Ma in virtù della grazia dello Spirito, che aveva ricevuto da Dio, vide un popolo empio e infedele; e, considerandolo nella sua infedeltà, disse: Nessuno accetta la testimonianza di colui che è venuto dal cielo. Nessuno fra chi? Nessuno fra coloro che staranno alla sinistra, ai quali sarà detto: Andate nel fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli. E invece quelli che accettano la sua testimonianza? Sono coloro che saranno alla destra, ai quali sarà detto: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno che è stato preparato per voi fin dall'origine del mondo (Mt 25, 41 34). Dunque, Giovanni in spirito vide separati quei due popoli che sulla terra sono mescolati; egli separò, in forza del carisma profetico, separò nella sua visione ciò che ancora non è separato; vide due popoli: il popolo dei fedeli e il popolo degli infedeli. Considerò gli infedeli e disse: Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti; ciò che ha visto ed ha ascoltato, questo attesta, e nessuno accetta la sua testimonianza. Poi, spostandosi da sinistra e volgendo lo sguardo a destra, continuò e disse: Chi accetta la sua testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Che vuol dire conferma che Dio è veritiero? Vuol dire che l'uomo è menzognero, e Dio è veritiero. Nessun uomo infatti può dire la verità, se non è illuminato da colui che non può mentire. Dio è veritiero, e Cristo è Dio. Ne vuoi la prova? Accetta la sua testimonianza, e ti convincerai che chi accetta la sua testimonianza conferma che Dio è veritiero. Quello stesso, cioè, che è venuto dal cielo ed è al di sopra di tutti, questi è Dio veritiero. Ma se ancora non hai compreso che egli è Dio, vuol dire che ancora non hai accettato la sua testimonianza; accettala, e apponi la tua firma: impegnando la tua fiducia, giungerai a convincerti che Dio è veritiero.

[La Trinità è fonte di pace e di unità.]

9. Colui infatti che Dio ha mandato, parla il linguaggio di Dio (Gv 3, 34). Egli è vero Dio, e Dio lo ha mandato: Dio ha mandato Dio. Uniscili insieme, e avrai un solo Dio: il vero Dio mandato da Dio. Domanda chi è ciascuno di essi: Dio; domanda chi sono tutti e due insieme: Dio. Non che ciascuno sia Dio e insieme presi siano due dèi, ma ogni singola persona è Dio, e tutti e due insieme Dio. E' tale infatti la pienezza della carità dello Spirito Santo nella Trinità, e così grande è la pace dell'unità, che se mi chiederete chi è ciascuno, vi risponderò: Dio; e se mi domanderete che è la Trinità, vi risponderò: Dio. Se infatti lo spirito dell'uomo, quando si unisce intimamente a Dio, forma con lui un solo spirito, secondo l'esplicita affermazione dell'Apostolo: Chi si unisce al Signore, è un solo spirito con lui (1 Cor 6, 17), quanto più il Figlio, eguale al Padre e a lui intimamente unito, è insieme con lui un solo Dio? Ascoltate un'altra testimonianza. Voi sapete che la moltitudine dei credenti vendevano quanto possedevano e ne deponevano il ricavato ai piedi degli Apostoli, affinché fosse distribuito a ciascuno secondo il bisogno. Ebbene, che cosa dice la Scrittura di quella comunità di cristiani? Dice che avevano un'anima sola ed un cuore solo nel Signore (At 4, 32). Se dunque la carità fece di tante anime un'anima sola e di tanti cuori un cuore solo, quanto potente sarà la carità che unisce il Padre e il Figlio? Certamente più potente di quella che esisteva tra quelle persone che avevano un cuore solo. E se in virtù della carità il cuore di molti fratelli è diventato uno e una è diventata la loro anima, oserai dire che Dio Padre e Dio Figlio sono due? Se fossero due dèi, vorrebbe dire che la carità fra loro è imperfetta. Se infatti qui tra noi la carità è capace di far sì che la tua anima e quella del tuo amico siano un'anima sola, come è possibile che nella Trinità il Padre e il Figlio non siano un Dio solo? Una fede autentica non potrà mai pensarlo. Quanto poi quella carità sia elevata, potete capirlo da questo: molte sono le anime di molti uomini, ma se questi si amano, formano un'anima sola. Con tutto ciò le loro anime rimangono molte, perché la loro unione è sempre imperfetta; mentre nella Trinità non potrai mai parlare di due o tre dèi, ma sempre di un solo Dio. Qui hai l'esempio di una carità così elevata e così perfetta, che non può essercene una maggiore.

10. Colui infatti che Dio ha mandato, parla il linguaggio di Dio (Gv 3, 34). Giovanni diceva questo di Cristo, certamente per distinguersi da lui. Ma, forse che anche Giovanni non fu mandato da Dio? Non ci aveva detto egli stesso: Sono stato mandato innanzi a lui (Gv 3, 28), e ancora: ... Chi mi ha mandato a battezzare nell'acqua... (Gv 1, 33)? E di Giovanni non fu detto: Ecco, io mando il mio angelo innanzi a te, e ti preparerà la via (Ml 3, 1; Mt 11-10)? Non parla forse il linguaggio di Dio, egli del quale fu detto che era più che un profeta (Mt 11, 9)? Ma se anch'egli fu mandato da Dio e anch'egli parla il linguaggio di Dio, come dobbiamo intendere questa distinzione che egli pone tra se stesso e Cristo, quando dice di lui: Colui che Dio ha mandato parla il linguaggio di Dio? Ma guarda che cosa aggiunge: perché Dio concede lo Spirito senza misura (Gv 3, 34). Che cosa vuol dire: Dio concede lo Spirito senza misura? Sappiamo che agli uomini Dio concede lo Spirito con misura. Ascolta l'Apostolo che dice: secondo la misura del dono di Cristo (Ef 4, 7). Cioè, agli uomini Dio concede lo Spirito con misura, al suo unigenito Figlio senza misura. In che senso Dio concede agli uomini lo Spirito con misura? A uno infatti per mezzo dello Spirito è concesso il discorso di sapienza; a un altro il discorso di conoscenza secondo il medesimo Spirito; a un altro la fede, nel medesimo Spirito; a un altro la profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro generi di lingue; a un altro i carismi di guarigione. Son forse tutti apostoli? Forse tutti profeti? Forse tutti maestri? Forse tutti fanno dei miracoli? Forse tutti hanno carismi di guarigione? Forse tutti parlano in lingue? Forse tutti le interpretano? (1 Cor 12, 8-10; 12, 29-30). Uno dunque ha questo, un altro ha quello; e ciò che ha uno, non ha l'altro. C'è una misura, esiste una certa divisione di doni. Agli uomini, dunque, i doni vengono concessi con misura, e la concordia fa di loro un solo corpo. Come la mano ha la facoltà di agire, l'occhio di vedere, l'orecchio di udire, il piede di camminare; e tuttavia è una sola l'anima che muove tutto, la mano perché agisca, il piede perché cammini, l'orecchio perché oda, l'occhio perché veda; così, diversi sono anche i doni che hanno i fedeli, distribuiti come a membra del corpo secondo la misura che a ciascuno è propria. Ma Cristo che dona lo Spirito, lui lo riceve senza misura.

[Inviando il Figlio, il Padre ha inviato un altro se stesso.]

11. Ascoltate Giovanni che prosegue, riferendosi al Figlio: Dio infatti concede lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato tutto in mano (Gv 3, 34-35). Ha aggiunto: Gli ha dato tutto in mano, affinché anche qui tu abbia a notare la distinzione che viene indicata dall'affermazione: Il Padre ama il Figlio. Infatti, il Padre non ama anche Giovanni? E tuttavia, non gli ha dato tutto in mano. Il Padre non ama Paolo? e tuttavia, non gli ha dato tutto in mano. Il Padre ama il Figlio, ma lo ama come Padre il Figlio, non come padrone il servo; lo ama come Figlio unigenito, non come figlio adottivo. Per questo gli ha dato tutto in mano. Cosa vuol dire tutto? Vuol dire che il Figlio è potente quanto il Padre: il Padre infatti generò uguale a sé colui per il quale non sarebbe stata una preda l'essere, nella forma di Dio, alla pari con Dio (cf. Fil 2, 6). Il Padre ama il Figlio e gli ha dato tutto in mano. Essendosi dunque degnato di mandarci il Figlio, non pensiamo che ci sia stato mandato uno inferiore al Padre; mandando il Figlio, il Padre ci ha mandato un altro se stesso.

12. Così i discepoli, quando ancora credevano il Padre più grande del Figlio, di cui vedevano la carne senza riuscire a intendere la divinità, gli dissero: Signore, mostraci il Padre, e ci basta (Gv 14, 8). Come a dire: Te ormai ti conosciamo, e ti benediciamo per averci consentito di conoscerti, ti rendiamo grazie perché ti sei manifestato a noi. Ma il Padre non lo conosciamo ancora; perciò il nostro cuore arde ed è preso come da una santa brama di vedere tuo Padre che ti ha mandato; mostracelo, e nient'altro ti chiederemo, perché ci basta vedere colui del quale nessuno può essere più grande. Desiderio nobile e anelito sincero, ma scarsa intelligenza. Notando infatti, il medesimo Signore Gesù, come cercassero cose grandi mentre erano piccoli, e considerando se stesso grande fra i piccoli e insieme piccolo fra i piccoli, rispose a Filippo, uno dei suoi discepoli che aveva espresso quel desiderio: Da tanto tempo sono con voi, e non mi hai conosciuto, Filippo? Filippo, a sua volta, avrebbe potuto rispondergli: Te ormai ti conosciamo; ti abbiamo forse chiesto di mostrare te a noi? Abbiamo conosciuto te, ora cerchiamo il Padre. Gesù immediatamente soggiunse: Chi ha veduto me, ha veduto il Padre (Gv 14, 9). Ora, se colui che fu mandato è uguale al Padre, non giudichiamolo dalla debolezza della carne, ma consideriamo che la maestà si è rivestita di carne, senza soccombere al peso della carne. Infatti, dimorando come Dio presso il Padre, si è fatto uomo tra gli uomini affinché tu diventassi capace di accogliere Dio per mezzo di lui che si è fatto uomo. L'uomo infatti poteva vedere l'uomo, ma non era in grado di accogliere Dio. E perché l'uomo non era in grado di accogliere Dio? Perché non possedeva la capacità di vederlo con gli occhi del cuore. L'uomo aveva qualcosa dentro che era malato, e qualcosa fuori che era sano: gli occhi del corpo erano sani, mentre gli occhi del cuore erano malati. Il Figlio si è fatto uomo per essere visibile agli occhi del corpo affinché tu, credendo in colui che fu possibile vedere corporalmente, fossi guarito per poter vedere chi non eri in grado di vedere spiritualmente. Da tanto tempo sono con voi, e non mi avete conosciuto, Filippo? Chi ha veduto me, ha veduto il Padre. Perché i discepoli non lo vedevano? Ecco, vedevano Gesù, ma non vedevano il Padre; vedevano la sua carne, ma la sua maestà rimaneva loro nascosta. Ciò che vedevano i discepoli, che lo amavano, lo videro anche i Giudei, che lo crocifissero. L'essere suo totale era dentro, e così misteriosamente dentro nella carne che egli continuava a dimorare presso il Padre: perché non lasciò il Padre quando venne nella carne.

13. Chi ragiona ancora secondo la carne, non può comprendere ciò che dico. In attesa di poter comprendere, cominci a credere, ascoltando quanto segue: Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi si rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma la collera di Dio rimane su di lui (Gv 3, 36). Non dice: l'ira di Dio viene su di lui, ma l'ira di Dio rimane su di lui. Quanti nascono mortali portano con sé l'ira di Dio. Quale ira di Dio? Quella che colpì il primo Adamo. Allorché il primo uomo peccò e si sentì dire: Sarai colpito dalla morte (Gn 2, 17), diventò mortale, e noi pure si cominciò a nascere mortali sotto il peso dell'ira di Dio. E' venuto poi il Figlio senza peccato, e si è rivestito di carne, si è rivestito di mortalità. Se egli ha voluto partecipare con noi dell'ira di Dio, esiteremo noi a partecipare con lui della grazia di Dio? Ecco perché su colui che non crede nel Figlio rimane l'ira di Dio. Quale ira di Dio? Quella di cui parla l'Apostolo: Eravamo anche noi, per natura, figli dell'ira come gli altri (Ef 2, 3). Tutti figli dell'ira, perché discendiamo dalla maledizione della morte. Credi in Cristo, che per te si è fatto mortale, affinché tu possa raggiungere lui immortale; quando infatti avrai raggiunto la sua immortalità, cesserai anche tu di essere mortale. Egli viveva e tu eri morto; è morto affinché tu possa vivere. Ci ha recato la grazia di Dio, ci ha liberati dall'ira di Dio. Dio ha vinto la morte affinché la morte non vincesse l'uomo.
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