Omelia 7: Il cielo aperto.

Sant'Agostino d'Ippona

Omelia 7: Il cielo aperto.
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O tu Israele senza finzione, o popolo, chiunque tu sia, che vivi di fede, prima che io ti chiamassi per mezzo dei miei apostoli, quando stavi ancora all'ombra della morte e ancora non mi vedevi, io ti ho veduto.

1. Ci rallegriamo con voi per la vostra partecipazione, perché, oltre ogni nostra aspettativa, vi siete riuniti con tanto fervore. E' questo che ci allieta e ci consola in mezzo a tutte le fatiche e le prove di questa vita: il vostro amore verso Dio, il vostro sincero desiderio di lui, la vostra ferma speranza, il fervore del vostro spirito. Avete sentito, nel salmo che è stato letto, la voce del bisognoso e del povero che in questo mondo grida verso Dio (cf. Sal 73, 21). Questa voce (ormai l'avete sentita tante volte e dovete ricordarla), non è la voce di un uomo solo ed è la voce di un uomo solo; non è la voce di un uomo solo, perché i fedeli sono molti: molti granelli che gemono frammisti alla paglia, sparsi in tutto il mondo; e tuttavia è la voce di uno solo, perché tutti sono membra di Cristo, e perciò un solo corpo. Questo popolo bisognoso e povero non trova il suo godimento nel mondo; e il suo dolore e la sua gioia sono dentro, dove non vede se non colui che esaudisce chi geme e corona chi spera. La gioia del mondo è vanità: la si attende con grande speranza e trepidazione, e quando arriva non si può trattenere. Questo giorno, ad esempio, è un giorno di allegria per la gente dissoluta di questa città. Domani non sarà più, e coloro che oggi tripudiano, non saranno più domani ciò che oggi sono. Tutto passa, tutto vola via, tutto si dilegua come fumo; e guai a chi ama tali cose! Ogni anima, infatti, segue la sorte di ciò che ama. Ogni carne è come erba, e tutta la gloria della carne come fiore di campo: l'erba secca, il fiore cade; il Verbo di Dio, invece, rimane in eterno (cf. Is 40, 6-8). Ecco chi devi amare, se vuoi rimanere in eterno. Ma dirai: come posso raggiungere il Verbo di Dio? Ecco, il Verbo si è fatto carne, e abitò fra noi (Gv 1, 14).

[Nutriamoci alla mensa di Dio.]

2. Perciò, carissimi, accettiamo, come conseguenza del nostro bisogno e della nostra povertà, la pena che proviamo per coloro che si illudono di essere nell'abbondanza. La gioia di costoro, infatti, è come quella dei pazzi. Il pazzo nella sua insania solitamente è contento e ride, mentre chi è sano piange per lui. Così noi, carissimi, che siamo guariti per aver accolto la medicina che ci viene dal cielo - perché anche noi eravamo pazzi, e siamo guariti perché non amiamo più le cose che amavamo -, gemiamo rivolti a Dio per quelli che ancora sono insani. Dio è abbastanza potente per guarire anche loro. Ma è necessario che essi si guardino, e provino dispiacere per se stessi. Vogliono assistere agli spettacoli, ma non sanno guardare se stessi. Perché se fanno tanto di volgere gli occhi verso di sé, proveranno confusione. In attesa che ciò avvenga, altri siano i nostri interessi, altre siano le attrattive dell'anima nostra. Vale di più il nostro dolore della loro gioia. Per quanto riguarda il numero dei nostri fratelli, difficilmente si sono lasciati trascinare dalla massa ma per quanto riguarda le nostre sorelle, ci addolora molto il fatto che non accorrano più degli uomini al tempio, esse che, se non il timore, almeno il pudore dovrebbe tenere più appartate. Dio che vede tutto, veda anche questo, e provveda la sua misericordia a far rinsavire tutti. Quanto a noi, che qui ci siamo dati convegno, nutriamoci alla mensa di Dio, e la sua parola formi la nostra gioia. Egli ci ha invitati al banchetto del suo Vangelo, egli stesso è il nostro cibo, il più gustoso che ci sia; ma solo se il palato del cuore è sano.

[Il frutto maturo è la carità.]

3. Credo che vostra Carità ricordi molto bene che noi andiamo leggendo e commentando questo Vangelo con ordine; e suppongo non abbiate dimenticato le cose già dette, soprattutto le più recenti, quelle riguardanti Giovanni e la colomba. Precisamente, che cosa Giovanni abbia appreso di nuovo intorno al Signore per mezzo della colomba, egli che pure conosceva già il Signore. Abbiamo scoperto, grazie all'ispirazione dello Spirito di Dio, che Giovanni conosceva il Signore; ma che il Signore avrebbe battezzato senza passare ad altri la sua potestà di battezzare, questo lo apprese per mezzo della colomba, essendogli stato detto: Colui sul quale vedrai discendere e fermarsi lo Spirito come colomba, è lui quello che battezza nello Spirito Santo (Gv 1, 33). Che significa è lui? Che non è un altro, anche se può battezzare per mezzo di un altro. E perché proprio per mezzo della colomba? Vi ho detto molte cose al riguardo, e non posso, né è necessario, ripetere tutto. Per mezzo della colomba, soprattutto per simboleggiare la pace. Infatti la colomba portò nell'arca anche i rami bagnati fuori, nei quali aveva trovato il frutto. Come certamente ricordate, Noè mandò la colomba fuori dell'arca che galleggiava sopra le acque del diluvio, nelle quali veniva come battezzata senza essere sommersa. Mandata dunque fuori, la colomba ritornò portando un ramo d'olivo, che non aveva soltanto foglie ma anche il frutto (cf. Gn 8, 8-11). Così è da augurarsi che i nostri fratelli, che vengono battezzati fuori della Chiesa, non siano senza frutto. La colomba non permetterà che restino fuori, ma li riporterà nell'arca. Il frutto però è tutto nella carità, senza la quale l'uomo è niente, qualunque altra cosa possegga. E' quanto l'Apostolo afferma con grande effusione, e che noi abbiamo ricordato e sottolineato: Se anche parlo le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho la carità, sono un bronzo sonante, o un cembalo squillante. E se anche ho il dono della profezia, e conosco tutti i misteri e tutta la scienza; e se anche possiedo la pienezza della fede (in che senso dice "la pienezza della fede"?), così da trasportare le montagne, ma non ho la carità, sono nulla. E se anche distribuisco tutte le mie sostanze ai poveri, e se anche do il mio corpo per essere bruciato, ma non ho la carità, non mi giova nulla (1 Cor 13, 1-3). Ora, in nessun modo possono dire di avere la carità coloro che dividono l'unità. Questo è ciò che abbiamo detto; vediamo ora il seguito.

4. Giovanni rese testimonianza, perché vide. Quale testimonianza rese? Che lui è il Figlio di Dio (Gv 1, 34). Era necessario che a battezzare fosse colui che è il Figlio di Dio unico, non adottivo. I figli adottivi sono i ministri del Figlio unico; l'Unico ha la potestà, gli adottivi il ministero. E se poi chi battezza è un ministro che non appartiene al numero dei figli, perché vive male e si comporta male, che cosa ci consola? Il fatto che è lui quello che battezza.

5. L'indomani, Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli, e fissando Gesù che passava disse: Ecco l'agnello di Dio (Gv 1, 35-36). Bisogna dire che lui è agnello in modo unico, dato che anche i discepoli sono chiamati agnelli: Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi (Mt 10, 16). Essi sono chiamati anche luce: Voi siete la luce del mondo (Mt 5, 14), ma in senso diverso da colui del quale è detto: Era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). Così, anche agnello lo è in modo del tutto singolare: è il solo senza macchia, senza peccato; e non perché le sue macchie siano state cancellate, ma perché non ebbe mai alcuna macchia. In che senso Giovanni affermò del Signore: Ecco l'agnello di Dio? Non era Giovanni stesso un agnello? non era un uomo santo, non era amico dello sposo? Solo che Cristo è l'agnello per eccellenza, è l'Agnello di Dio; perché in modo del tutto singolare, solo col sangue di questo Agnello gli uomini poterono essere redenti.

[Gli spettacoli dei cristiani.]

6. Fratelli miei, se riconosciamo che il prezzo della nostra redenzione è il sangue dell'Agnello, che dire di coloro che oggi celebrano la festa del sangue di non so quale donna? Che ingratitudine! Sono stati strappati dei pendenti d'oro - dicono - dalle orecchie della donna e ne è uscito del sangue; l'oro è stato posto sulla bilancia e, a causa del sangue, il peso è aumentato molto. Se il sangue di una donna ha pesato tanto da inclinare il piatto della bilancia su cui stava l'oro, quale peso non avrà, per far pendere la bilancia dalla parte del mondo, il sangue dell'Agnello per mezzo del quale il mondo è stato creato? Inoltre, non so quale spirito si placò alla vista del sangue che aveva pesato tanto sulla bilancia. Gli spiriti immondi sapevano che doveva venire Gesù Cristo, lo avevano sentito dire dagli angeli e dai profeti, e attendevano la sua venuta. Se non l'avessero atteso, non avrebbero gridato: Che c'è tra noi e te? Sei venuto anzitempo a perderci? Sappiamo chi sei, il Santo di Dio (Mc 1, 24). Essi sapevano che doveva venire, ma ignoravano il tempo della sua venuta. Ora, che cosa avete sentito nel salmo a proposito di Gerusalemme? Le sue pietre sono care ai tuoi servi, che sentono pietà della sua polvere; tu sorgerai e avrai compassione di Sion, poiché il tempo d'averne pietà è venuto (Sal 101, 15 14). Quando venne il tempo della misericordia di Dio, venne l'Agnello. Che agnello è questo, che i lupi temono? Che agnello è questo che, ucciso, uccide il leone? E' detto, infatti, che il diavolo è come un leone che gira attorno, ruggendo e cercando chi divorare (1 Pt 5, 8); e col sangue dell'Agnello il leone è stato vinto. Ecco gli spettacoli dei cristiani. E quel che è più, essi vedono con gli occhi della carne cose vane, mentre noi con gli occhi del cuore vediamo la verità. Non crediate, o fratelli, che il Signore Dio nostro ci abbia lasciati senza spettacoli. Se non fosse per uno spettacolo, sareste voi oggi convenuti qui? Ecco, ciò che abbiamo detto, voi l'avete visto, e avete applaudito con entusiasmo; non avreste applaudito se non aveste veduto. E davvero è un grande spettacolo quello che si offre ai vostri occhi per tutta la terra: il leone vinto dal sangue dell'Agnello, le membra di Cristo strappate ai denti dei leoni e ricongiunte al corpo di Cristo! Ha cercato di scimmiottare questo rito quello spirito diabolico, il quale voleva che la sua immagine fosse acquistata a prezzo di sangue, perché sapeva che in definitiva il genere umano doveva essere redento col sangue prezioso. Gli spiriti maligni, infatti, si inscenano certe parvenze di onore onde trarre in inganno i seguaci di Cristo. Al punto, fratelli miei, che quelli stessi che ingannano con amuleti, con formule magiche, con trucchi del nemico, mescolano alle loro formule magiche il nome di Cristo, perché ormai non possono più ingannare i Cristiani, propinare loro il veleno, senza aggiungere un po' di miele, sicché il dolce nasconda l'amaro, e i Cristiani bevano a loro rovina. Al punto che io ho conosciuto una volta un certo sacerdote di quel famoso Pilleato, che andava dicendo: anche Pilleato è cristiano. Perché questo, o fratelli, se non perché altrimenti non riuscirebbero a ingannare i Cristiani?

7. Non cercate dunque il Cristo in altro luogo, se non dove il Cristo ha voluto essere a voi annunziato; e proprio come ha voluto essere a voi annunziato, così ritenetelo e così incidetelo nel vostro cuore. E' questo un muro che resiste a tutti gli assalti e a tutte le insidie del nemico. Non temete: non prenderà il sopravvento, se non gli sarà permesso; è certo che egli non può niente, se non quando ottiene il permesso o è inviato. Egli è inviato come angelo cattivo da parte del potere delle tenebre; ottiene il permesso quando chiede qualcosa; e ciò, fratelli, non avviene se non per provare i giusti e per punire gli iniqui. Che cosa temi dunque? Cammina nel Signore Dio tuo, e sta' sicuro; non soffrirai se non ciò che Dio vuole che tu soffra. Ciò che permetterà che tu soffra è la verga di uno che corregge, non la pena di uno che condanna. Veniamo ammaestrati in vista dell'eredità eterna, e vorremmo ci fosse risparmiata la verga! Fratelli miei, se un fanciullo si ribellasse alle percosse del padre, non sarebbe da considerare superbo, irrecuperabile, e refrattario alla correzione paterna? A che scopo un uomo, che è padre, riprende il figlio? Perché non abbia a perdere i beni temporali che gli ha acquistato e accumulato; perché non vuole che dissipi quei beni che lui non potrebbe conservare in eterno. Il figlio che egli educa non possiede con lui i suoi beni, ma li erediterà alla sua morte. Fratelli miei, se il padre riprende il figlio che dovrà succedergli e che dovrà passare attraverso quelle stesse vicende per le quali è passato egli stesso che va ammonendo il figlio, come volete che non ci educhi il Padre nostro, al quale non dovremo succedere, ma al quale un giorno ci presenteremo e con lui dovremo godere in eterno una eredità incorruttibile, immortale, al sicuro d'ogni rischio? Anzi, egli stesso è la nostra eredità, egli che è il nostro Padre. E' lui che un giorno possederemo, e non dovremmo essere ammaestrati? Accettiamo, dunque, le lezioni del Padre. Non ricorriamo agli stregoni, agli indovini, a rimedi inutili, quando abbiamo mal di testa. Come volete, o miei fratelli, che non pianga per voi? Ogni giorno vedo queste cose; e che devo fare? Non sono dunque ancora riuscito a convincere i cristiani che bisogna riporre in Cristo ogni speranza? E se poi uno, al quale è stato applicato un rimedio superstizioso, muore (quanti, infatti, nonostante questi rimedi, son morti, e quanti, senza di essi, son rimasti in vita!), con quale coraggio si presenterà la sua anima davanti a Dio? Ha perduto il sigillo di Cristo, ha ricevuto il sigillo del diavolo. Potrà dire che non ha perduto il sigillo di Cristo? Credi perciò di aver conservato il sigillo di Cristo insieme a quello del diavolo? Cristo non accetta questa compartecipazione, vuol possedere da solo ciò che ha comprato. Ha pagato un prezzo così alto che lui solo vuol essere il padrone; e tu vorresti renderlo socio del diavolo, al quale ti eri venduto per mezzo del peccato? Guai a chi ha il cuore doppio (Sir 2, 14), e divide il suo cuore dandone una parte a Dio e un'altra al diavolo! Irritato perché si dà una parte al diavolo, Dio se ne va, e il diavolo prende possesso di tutto. Non per nulla l'Apostolo ammonisce: Non date appiglio al diavolo (Ef 4, 27). Riconosciamo dunque l'Agnello, o fratelli, e rendiamoci conto del prezzo che ha pagato per noi.

8. Giovanni stava là con due dei suoi discepoli (Gv 1, 35). Ecco due discepoli di Giovanni: Giovanni era talmente amico dello sposo che non cercava la propria gloria, ma rendeva testimonianza alla verità; cercò forse di trattenere presso di sé i suoi discepoli, impedendo loro di seguire il Signore? Egli stesso, anzi, indicò ai suoi discepoli colui che dovevano seguire. Essi consideravano Giovanni come l'agnello; e lui: Perché rivolgete a me la vostra attenzione? Io non sono l'agnello: Ecco l'agnello di Dio. Già prima lo aveva presentato così. E quale vantaggio ci procura l'Agnello di Dio? Ecco - dice - colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29 36). A queste parole, i due che erano con Giovanni, seguirono Gesù.

[Il colloquio più intimo.]

9. Vediamo quello che segue. Ecco l'agnello di Dio, aveva detto Giovanni. I due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù si voltò, vide che lo seguivano e dice loro: Che cosa cercate? E quelli gli dissero: Rabbi - che si traduce: maestro - dove abiti? (Gv 1, 37-38). Essi non lo seguivano ancora con l'intenzione di unirsi a lui in modo definitivo, perché si sa che questo avvenne quando li chiamò dalle barche. Uno di quei due, come adesso avete udito, era Andrea. Andrea era fratello di Pietro, e dal Vangelo sappiamo che il Signore invitò Pietro e Andrea a lasciare le loro barche, dicendo: Seguitemi, e vi farò pescatori di uomini (Mt 4, 19). Da quel momento essi si unirono a lui per non lasciarlo più. Ora, il fatto che questi due adesso lo seguano, non vuol dire che lo seguono con l'intenzione di non ritirarsi. Volevano solo vedere dove abitava, realizzando ciò che sta scritto: Il tuo piede logori la sua soglia; levati e va' da lui con assiduità, e medita i suoi comandamenti (Sir 6, 36-37). Cristo mostrò loro dove abitava; quelli andarono e rimasero con lui. Che giornata felice dovettero trascorrere, che notte beata! Chi ci può dire che cosa ascoltarono dal Signore? Mettiamoci anche noi a costruire nel nostro cuore una casa dove il Signore possa venire, e ci ammaestri, e si trattenga a parlare con noi.

[Il sacrificio dell'umiltà.]

10. Che cosa cercate? E quelli gli dissero: Rabbi - che si traduce: maestro - dove abiti? Dice loro: Venite e vedrete. Andarono, dunque, a vedere dove abitava e rimasero con lui quel giorno. Era circa l'ora decima (Gv 1, 38-39). E' forse senza un motivo che l'evangelista ci precisa l'ora? Non credete che voglia farci notare qualche cosa, impegnarci a cercare qualche cosa? Era l'ora decima. Questo numero richiama la legge, perché la legge venne formulata in dieci precetti. Era giunto il tempo in cui la legge doveva compiersi per mezzo dell'amore; poiché non riuscivano, i Giudei, a osservarla per mezzo del timore. E' per questo che il Signore disse: Non sono venuto ad abolire la legge, ma a compierla (Mt 5, 17). Non a caso, quindi, nell'ora decima quei due, dietro la testimonianza dell'amico dello sposo, lo seguirono; e nell'ora decima egli si sentì chiamare Rabbi, che si traduce maestro. Se nell'ora decima il Signore fu chiamato Rabbi, e se il numero dieci si riferisce alla legge, allora il maestro della legge altri non è che colui che ha dato la legge. Non si dica che uno ha dato la legge, e un altro la insegna. Ad insegnarla è colui stesso che l'ha data; egli è il maestro della sua legge e ce la insegna. C'è misericordia, sulle sue labbra, perciò insegna la legge con misericordia, così come è stato detto della sapienza: Legge e misericordia è sulla sua lingua (Prv 31, 26). Non ritenere impossibile il compimento della legge; rifugiati nella misericordia. Se davvero ti sta a cuore compiere la legge, ricorri a quel patto che con te è stato stabilito, alla firma che vi è stata apposta, utilizza le suppliche che per te ha composto il celeste legislatore.

11. Coloro che sono in causa con qualcuno, e vogliono rivolgere una supplica all'imperatore, ricorrono a un esperto giurista, per farsi stendere il testo della supplica, temendo che un testo non debitamente formulato invece di ottenere il beneficio richiesto, procuri loro una qualche punizione. Gli Apostoli, volendo rivolgere una preghiera al Signore, e non sapendo come presentarsi a quell'imperatore che è Dio, si rivolsero a Cristo dicendo: Signore, insegnaci a pregare (Lc 11, 1). Come a dire: Tu che sei il nostro avvocato, il nostro assessore, tu che anzi siedi alla destra di Dio sul suo medesimo trono, componi per noi una preghiera. Il Signore, in base al codice del diritto celeste, insegnò loro in che modo dovevano pregare; e nella preghiera che insegnò, pose una certa condizione: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Lc 11, 4). Se non chiedi secondo la legge, ti renderai colpevole. Tremi di fronte all'imperatore perché ti senti colpevole? Ebbene, offri il sacrificio dell'umiltà, offri il sacrificio della misericordia, prega così: Perdonami, come anch'io perdono. E non siano parole le tue. Che farai? dove andrai, se menti nella preghiera? Non perderai soltanto, come si dice in tribunale, il beneficio del rescritto, ma neppure il rescritto potrai ottenere. E' norma del diritto forense che chi ha mentito nella supplica, non ottenga ciò che ha chiesto. Questo accade presso gli uomini, perché un uomo, non escluso l'imperatore, può essere tratto in inganno, quando gli si presenta una supplica. Tu hai presentato la tua supplica, e colui al quale l'hai presentata non si rendeva conto che mentivi: ti ha messo a confronto col tuo avversario; e se davanti al giudice sarai convinto di menzogna, dato che egli non poteva rifiutare la grazia non sapendo che avevi mentito, sarai privato della grazia nell'atto stesso di riceverne il rescritto. Dio, però, che sa bene se dici la verità o no, non solo impedisce che tu tragga qualche beneficio dal giudizio, ma neppure ti consente di ottenerlo, avendo tu osato mentire alla Verità.

[Non bisogna allontanarsi dall'Agnello.]

12. Dimmi dunque, che farai? Compiere la legge in modo perfetto, senza mancare in nulla, questo è assai difficile. La colpa quindi è certa; ma non vuoi ricorrere al rimedio? Ecco, fratelli miei, qual è il rimedio che il Signore ha preparato contro i mali dell'anima. Qual è? Quando ti fa male la testa, anziché ricorrere agli amuleti, piuttosto mettiti sopra la testa il Vangelo. A tanto è giunta la debolezza umana, e talmente sono da deplorare gli uomini che ricorrono agli amuleti, che ci consoliamo quando vediamo uno nel suo letto, agitato dalla febbre e dai dolori, riporre la sua speranza unicamente nel Vangelo, che si è messo sopra la testa. Non che il Vangelo sia stato scritto per questo, ma perché si dà la preferenza al Vangelo sugli amuleti. Che se si pone il Vangelo sulla testa per calmare il dolore, perché non si pone anche sul cuore per guarirlo dal peccato? Perché non lo fai? Poni il Vangelo sul cuore per guarirlo. E' cosa buona, credimi, non preoccuparsi della salute del corpo, ma soltanto chiederla a Dio. Se egli ritiene che ti possa giovare, te la concederà; se non te la concede, vuol dire che non ti giova. Quanti a letto malati non fanno niente di male, mentre se avessero la salute, andrebbero a compiere scelleratezze! A quanti è dannosa la salute! Il bandito che attende l'uomo al varco per colpirlo, quanto meglio per lui se fosse malato! Chi si alza di notte a sbrecciare il muro d'un altro, sarebbe meglio che fosse in preda alla febbre. Malato, eviterebbe tanto male, mentre sano è uno scellerato. Ora, Dio sa che cosa ci giova; soltanto facciamo in modo che il nostro cuore sia libero dal peccato; e quando ci accade di essere colpiti nel corpo, raccomandiamoci a Dio. L'apostolo Paolo lo pregò che gli togliesse la spina dalla carne, e non fu esaudito. Forse che per questo Paolo perdette la pace? Forse che si contristò considerandosi abbandonato? Al contrario, si sentì non abbandonato proprio perché non fu liberato da ciò che chiedeva per guarire dalla sua infermità. Lo apprese dalla voce del medico: Ti basta la mia grazia; poiché la forza si perfeziona nella debolezza (2 Cor 12, 9). Come puoi sapere che Dio non vuole guarirti? E' che ancora devi essere provato. Come puoi sapere quanto di marcio il medico ha da eliminare introducendo il ferro nella parte colpita? Forse il medico non conosce il suo mestiere, non sa che cosa tagliare, e fin dove tagliare? O potranno forse i lamenti del malato arrestare la mano del medico che sapientemente taglia? Il malato grida, il medico taglia. E' crudele il medico che non ascolta i lamenti del malato, o non piuttosto misericordioso perché estirpa il male al fine di guarire il malato? Dico questo, o miei fratelli, affinché si cerchi soltanto l'aiuto divino, quando il Signore ci sottopone a qualche prova. Procurate di non perdervi, procurate di non allontanarvi dall'Agnello se non volete esser divorati dal leone.

13. Abbiamo spiegato il significato dell'ora decima: vediamo quello che vien dopo. Andrea, il fratello di Simon Pietro, era uno dei due che, udite le parole di Giovanni, avevano seguito Gesù; egli incontra dapprima suo fratello Simone e gli dice: Abbiamo trovato il Messia, che vuol dire Cristo (Gv 1, 40-41). La parola ebraica Messia, in greco si traduce Cristo, in latino Unto. Cristo viene da unzione. Unzione in greco si dice Chrisma; perciò Cristo vuol dire "Unto". Egli è l'Unto in modo singolare, unico: colui per il quale tutti i cristiani ricevono l'unzione. Ascoltate ciò che dice il salmo: Perciò ti unse Dio, il tuo Dio con olio di esultanza sopra i tuoi compagni (Sal 44, 8). I suoi compagni sono tutti i santi, ma egli è il Santo dei santi, l'Unto in modo unico, Cristo in modo unico.

[Il nome di Pietro è simbolo della Chiesa.]

14. E lo condusse a Gesù. Fissandolo, Gesù disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; tu ti chiamerai Cefa - che vuol dire: Pietro (Gv 1, 42). Non è una gran cosa che il Signore abbia detto a Simone di chi egli era figlio. Che c'è di grande per il Signore? Egli conosceva il nome di tutti i suoi santi, che aveva predestinato prima della creazione del mondo, e ti meravigli che abbia detto ad un uomo: Tu sei il figlio del tale, e ti chiamerai con il tal nome? E' una gran cosa che gli abbia mutato nome, e di Simone abbia fatto Pietro? Pietro deriva da pietra, e la pietra è la Chiesa: nel nome di Pietro, dunque, era raffigurata la Chiesa. Chi è più sicuro di colui che costruisce sulla pietra? Il Signore stesso lo dice: Chiunque ascolta queste parole che io vado dicendo e le mette in pratica, può paragonarsi ad un uomo accorto che ha costruito la sua casa sulla pietra (cioè, non cede alle tentazioni); è caduta la pioggia, son scesi i torrenti, hanno soffiato i venti e si sono scatenati contro quella casa, ed essa non è crollata; perché era stata costruita sulla pietra. Invece, chi ascolta le mie parole e non le mette in pratica (e qui ognuno di noi ha di che temere e stare in guardia), può essere paragonato a un uomo insensato che ha costruito la sua casa sulla sabbia; è caduta la pioggia, son scesi i torrenti, hanno soffiato i venti, e si sono abbattuti contro quella casa, ed essa è crollata; e grande è stata la sua rovina (Mt 7, 24-27). A che giova entrare nella Chiesa quando si vuol costruire sulla sabbia? Poiché ascoltando e non facendo, uno costruisce sulla sabbia. Chi non ascolta non costruisce; chi, invece, ascolta costruisce. L'importante è sapere su che cosa. Chi ascolta e fa, costruisce sulla pietra; chi ascolta e non fa, sulla sabbia. Ci sono due modi di costruire: sulla pietra e sulla sabbia. Che sarà dunque di coloro che non ascoltano? Non corrono alcun rischio? Non corrono alcun rischio perché non costruiscono nulla? Sono nudi sotto la pioggia, esposti ai venti, ai torrenti; quando questi sopraggiungono, se li portano via, prima ancora di abbattere la casa. C'è quindi una sola sicurezza: costruire e costruire sulla pietra. Se pensi di ascoltare senza mettere in pratica, costruisci, ma costruisci per la rovina: quando verrà la prova, abbatterà la casa, e assieme ad essa travolgerà anche te. Se nemmeno ascolti, ti troverai indifeso di fronte alla prova, che ti abbatterà. Ascolta, dunque, e metti in pratica: è l'unica soluzione. Quanti che ascoltano e non mettono in pratica, forse oggi sono stati trascinati dalla corrente di questa festa! Siccome ascoltano e non mettono in pratica, è sopraggiunta questa ricorrenza annuale come un torrente, che via via si è ingrossato: esso è destinato a scorrere via e a rimanere secco; ma guai a quelli che si son lasciati travolgere! Sappia quindi la vostra Carità che chi ascolta e non mette in pratica, non costruisce sulla pietra, e non appartiene a quel grande nome cui il Signore attribuisce tanta importanza. Egli volle richiamare la tua attenzione. Infatti, se Pietro avesse già avuto prima questo nome, non avresti colto il mistero della pietra e potresti pensare che egli si chiamasse così per caso, non per divina provvidenza. Per questo il Signore volle che prima si chiamasse diversamente, affinché dal cambiamento stesso del nome risaltasse luminosamente il suo disegno.

15. L'indomani, Gesù decise di partire per la Galilea. Incontra Filippo e gli dice: Seguimi. Filippo era della città di Andrea e di Pietro. Filippo (che il Signore aveva già chiamato) incontra Natanaele e gli dice: Colui di cui scrissero Mosè nella legge e i profeti, l'abbiamo trovato: Gesù figlio di Giuseppe. Era chiamato figlio di Giuseppe, perché Giuseppe aveva sposato sua madre. Tutti i cristiani, infatti, sanno bene dal Vangelo che Gesù fu concepito e nacque da una vergine. Così disse Filippo a Natanaele, e aggiunse il luogo donde Gesù proveniva: Nazareth. Gli disse Natanaele: Da Nazareth può venire qualcosa di buono? Come si deve intendere questo, o fratelli? C'è chi intende questa frase non come un'affermazione, ma come un'interrogazione, e cioè: Da Nazareth può venire qualcosa di buono? Interviene infatti Filippo, il quale dice: Vieni e vedi (Gv 1, 43-46). Questo intervento si accorda con ambedue i toni: sia con quello affermativo: Da Nazareth può venire qualcosa di buono, confermato da Filippo che dice: Vieni e vedi; sia con quello dubitativo e interrogativo: Da Nazareth può venire qualcosa di buono? Vieni e vedi. Comunque si pronunci, in un modo o nell'altro, non è in contrasto con le parole che seguono; e a noi importa piuttosto sapere che cosa dobbiamo intendere con queste parole.

16. Chi fosse questo Natanaele, lo apprendiamo da quel che segue. Sentite chi era; il Signore stesso gli rende testimonianza. Grande il Signore che la testimonianza di Giovanni ci fece conoscere; beato Natanaele che la testimonianza della Verità ci fece conoscere. Anche senza la testimonianza di Giovanni, il Signore poteva rendere testimonianza a se stesso, perché alla Verità basta la testimonianza di se stessa. Ma siccome gli uomini non potevano raggiungere la Verità, dovettero cercarla per mezzo della lucerna, e per questo fu inviato Giovanni, di cui il Signore si servì per manifestarsi. Ascoltate, dunque, il Signore che rende testimonianza a Natanaele: Gli disse Natanaele: Da Nazareth può venire qualcosa di buono. Gli dice Filippo: Vieni e vedi. Gesù vide venire a sé Natanaele e dice di lui: Ecco davvero un israelita, in cui non c'è finzione (Gv 1, 46-47). Quale testimonianza! Né di Andrea, né di Pietro, né di Filippo è stato detto ciò che è stato detto di Natanaele: Ecco davvero un israelita, in cui non c'è finzione.

[Il pescatore e l'imperatore.]

17. E con questo, o fratelli? Dobbiamo concludere che Natanaele doveva essere lui il primo degli Apostoli? Non solo Natanaele non risulta il primo nella lista degli Apostoli, ma nemmeno a metà, neppure l'ultimo. Eppure è a lui che il Figlio di Dio ha reso una così grande testimonianza dicendo: Ecco davvero un israelita, in cui non c'è finzione. Ci si domanda perché. Per quel tanto che il Signore ci concede di capire, possiamo saperlo. Dobbiamo tener presente, infatti, che Natanaele era uno studioso e un esperto della legge; per questo il Signore non volle annoverarlo tra i suoi discepoli, perché aveva scelto dei semplici, per confondere il mondo. Ascoltate cosa dice l'Apostolo: Guardate la vostra chiamata, o fratelli: non sono molti tra voi i potenti, non molti i nobili, ma Dio ha scelto ciò che è debole del mondo per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che è ignobile nel mondo e ciò che è disprezzato e ciò che non esiste, quasi esistesse, per annientare ciò che esiste (1 Cor 1, 26-28). Se Dio avesse scelto un uomo dotto, questi avrebbe potuto pensare d'essersi meritato la chiamata per la sua dottrina. Il Signore nostro Gesù Cristo, volendo piegare la cervice dei superbi, non volle servirsi del retore per andare in cerca del pescatore, ma si servì di un pescatore per conquistare l'imperatore. Verrà Cipriano un grande oratore, ma prima c'è Pietro il pescatore, per mezzo del quale crederà non soltanto l'oratore ma anche l'imperatore. Nessun nobile, nessun dotto fu scelto per primo: perché Dio scelse ciò che secondo il mondo è debole, per confondere ciò che è forte. Natanaele, dunque, era un uomo importante e senza finzione; e questo è il solo motivo per cui non fu scelto, affinché nessuno credesse che il Signore era venuto a scegliere i dotti. Che proveniva dalla scuola della legge lo dimostra il fatto che appena quest'uomo molto esperto nella legge sentì da Nazareth (egli aveva studiato a fondo le Scritture, e sapeva che da Nazareth sarebbe potuto venire il Salvatore, cosa che non così facilmente gli altri scribi e farisei conoscevano); e sentì dire da Filippo: Colui di cui scrissero Mosè nella legge e i profeti, l'abbiamo trovato: Gesù di Nazareth, figlio di Giuseppe; quest'uomo che conosceva molto bene le Scritture, dunque, udito il nome di Nazareth, si sentì animare e sollevare dalla speranza, ed esclamò: Da Nazareth può venire qualcosa di buono.

18. E vediamo il resto che si riferisce a lui: Ecco davvero un israelita, in cui non c'è finzione. Che significa in cui non c'è finzione? che era senza peccato? che non era malato? che non aveva bisogno del medico? Nulla di tutto ciò. Nessuno che nasce sulla terra può fare a meno di quel medico. Che significa dunque in cui non c'è finzione? Cerchiamo un po' più attentamente, e con l'aiuto del Signore vedremo chiaro. Il Signore parla di finzione. Chi conosce il latino, sa che c'è finzione quando si fa una cosa e se ne simula un'altra. M'intenda, vostra Carità. Dolo non è lo stesso che dolore. Dico questo perché molti, inesperti in latino, usano espressioni come questa: "Il dolo lo fa soffrire", mentre si tratta di dolore. Il dolo è frode, è finzione. Quando uno dice una cosa diversa da quella che nasconde in cuore, finge; ed è come se avesse il cuore doppio, il cuore con due pieghe: una piega in cui vede la verità, l'altra in cui concepisce la menzogna. La prova che in ciò consiste la finzione l'avete in un salmo che parla di labbra ingannatrici. Che significa labbra ingannatrici? Il salmo continua: In cuore e cuore hanno detto cose cattive (Sal 11, 3). Che significa cuore e cuore, se non cuore doppio? Se dunque in Natanaele non c'era finzione, ciò significava che il medico lo considerava guaribile, non sano. Una cosa infatti è essere sano, un'altra guaribile, un'altra ancora inguaribile: chi è malato e si spera guarirlo, lo si dice guaribile; chi è malato e si dispera di guarirlo, lo si ritiene inguaribile; chi è già sano, non è bisognoso del medico. Il medico che era venuto per guarire, vide che quest'uomo era guaribile, perché in lui non c'era finzione. In che senso non c'era finzione in Natanaele? Perché, se è peccatore, si confessa tale. Se, invece, è peccatore e si professa giusto, allora sulla sua bocca c'è finzione. In Natanaele, quindi, il Signore lodò la confessione del peccato, non disse che non era un peccatore.

19. Perciò, quando i Farisei, che si consideravano giusti, rimproverarono il Signore perché, come medico, si mescolava ai malati, e dissero: Ecco con chi mangia: con i pubblicani e i peccatori, il medico rispose a quei pazzi: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori (Mt 9, 11-13). Era come dire: Voi vi chiamate giusti, e siete peccatori; vi proclamate sani, e siete malati; rifiutate la medicina, e non avete salute. Così, quel fariseo che aveva invitato il Signore a pranzo, si riteneva sano; mentre quella donna ammalata che irruppe nella casa, ove non era stata invitata, e fatta ardita dal desiderio della salute, si accostò, non al capo del Signore, non alle mani, ma ai suoi piedi: li lavò con le lacrime, li asciugò con i capelli, li baciò, li unse con unguento profumato e, peccatrice, fece pace con i passi del Signore. Il fariseo, che sedeva a quella tavola, quasi fosse stato sano, rimproverò il medico dicendo tra sé: Costui, se fosse profeta, saprebbe chi è la donna che gli tocca i piedi. Egli pensava che il Signore non la conoscesse, perché non l'aveva scacciata, quasi ad evitare che lo toccassero mani immonde. Ma il Signore la conosceva, e permise che lo toccasse affinché quel contatto la guarisse. Leggendo nel cuore del fariseo, il Signore gli propose questa parabola: Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi da pagare, condonò il debito ad ambedue. Chi, dunque, di essi lo amerà di più? Simone rispose: Colui al quale condonò di più, suppongo. E, rivolto alla donna, disse a Simone: Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua: non mi hai versato acqua sui piedi; essa, invece, mi ha bagnato i piedi con le sue lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Non mi hai dato un bacio; essa, invece, da che sono entrato non ha smesso di coprirmi i piedi di baci. Non mi hai unto il capo con olio; costei, invece, mi unse i piedi con unguento. Perciò, ti dico, i suoi peccati, i suoi molti peccati le sono perdonati perché ha dimostrato molto amore. Ma colui al quale si perdona poco, dimostra poco amore (Lc 7, 36-47). Era come dire: tu sei più malato di questa e credi di essere sano; credi che poco ti debba essere condonato, mentre in realtà sei più debitore. Ben ha meritato questa donna la medicina, perché in lei non c'era finzione; e non c'era finzione perché ha confessato i suoi peccati. E' per questo motivo che il Signore loda Natanaele: perché in lui non c'era finzione. Molti farisei, invece, che erano carichi di peccati, si ritenevano giusti e ricorrevano alla finzione, e perciò non potevano essere guariti.

20. Il Signore, dunque, vide quest'uomo, nel quale non c'era finzione, e disse: Ecco davvero un israelita, in cui non c'è finzione. Gli dice Natanaele: Come mi conosci? Gli rispose Gesù: Prima che Filippo ti chiamasse, quand'eri sotto il fico - cioè, sotto l'albero di fico - io ti ho veduto. Gli rispose Natanaele: Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re di Israele (Gv 1, 47-49). Natanaele intravide qualcosa di grande in queste parole: Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho veduto, che stavi sotto il fico; per questo uscì in tale esclamazione: Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele, quale soltanto in seguito Pietro pronunciò, quando il Signore gli disse: Beato sei tu Simone Figlio di Giovanni, perché non te l'ha rivelato la carne e il sangue, ma il Padre mio che è in cielo (Mt 16, 17). E fu allora che lo denominò Pietra, esaltando in questa fede il fondamento della Chiesa. Qui Natanaele esclama: Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele. E donde è nata questa esclamazione? Da ciò che gli è stato detto: Prima che Filippo ti chiamasse, quand'eri sotto il fico, io ti ho veduto.

[Anche noi siamo stati cercati.]

21. Vediamo se quest'albero di fico ha qualche significato particolare. Ascoltate, o miei fratelli: abbiamo trovato l'albero di fico maledetto, perché aveva soltanto foglie, e non frutti (cf. Mt 21, 19). All'origine del genere umano, Adamo ed Eva, dopo il peccato, si fecero delle cinture con foglie di fico (cf. Gn 3, 7). Le foglie di fico rappresentano dunque i peccati. Ora, Natanaele si trovava sotto l'albero di fico, come all'ombra della morte. Lo vide il Signore, del quale è stato detto: La luce si è levata per coloro che erano seduti all'ombra della morte (Is 9, 2). Che cosa è stato detto a Natanaele? Tu chiedi a me, o Natanaele, dove ti ho conosciuto? Tu parli ora con me, perché Filippo ti ha chiamato. Ma, colui che il Signore chiamò per mezzo del suo apostolo, costui già prima lo aveva visto appartenente alla sua Chiesa. O tu Chiesa, o tu Israele, in cui non c'è finzione; se tu sei il popolo d'Israele in cui non c'è finzione, vuol dire che hai già conosciuto Cristo per mezzo degli Apostoli, come lo conobbe Natanaele per mezzo di Filippo. Ma la sua misericordia ti vide prima che tu lo conoscessi, quando ancora giacevi sotto il peso del peccato. Forse che noi per primi abbiamo cercato Cristo, o non è stato lui invece il primo a cercarci? Forse che siamo stati noi, i malati, a recarci dal medico, e non è stato invece il medico a venire dai malati? Non è stato forse il pastore a cercare la pecora che si era perduta, il pastore che, lasciate le novantanove, la cercò e la trovò, riportandola lieto a casa sulle sue spalle? Non si era forse perduta la dracma, e la donna, accesa la lucerna, non la cercò per tutta la casa finché non l'ebbe trovata? E come l'ebbe trovata, Rallegratevi con me, - disse alle vicine - perché ho trovato la dracma che avevo perduto (Lc 15, 4-9). Noi pure c'eravamo perduti come la pecora, come la dracma; e il nostro pastore ha ritrovato la pecora, non senza averla cercata; la donna ha ritrovato la dracma, ma solo dopo averla cercata. Chi è questa donna? E' la carne di Cristo. E la lucerna? Ho preparato la lucerna per il mio Unto (Sal 131, 17). Dunque, siamo stati cercati perché potessimo essere ritrovati; ritrovati, possiamo parlare. Non andiamo in superbia, perché prima d'essere ritrovati eravamo andati perduti, e siamo stati cercati. E quelli che amiamo, allora, e che vogliamo guadagnare alla pace della Chiesa cattolica, non ci dicano più: Perché volete farlo? perché ci venite a cercare, se siamo peccatori? Appunto per questo vi cerchiamo, perché non vi perdiate; vi cerchiamo perché anche noi siamo stati cercati; vogliamo ritrovarvi, perché anche noi siamo stati ritrovati.

22. E così, alla domanda di Natanaele: Come mi conosci?, il Signore rispose: Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto l'albero del fico, io ti ho veduto. O tu Israele senza finzione, o popolo, chiunque tu sia, che vivi di fede, prima che io ti chiamassi per mezzo dei miei Apostoli, quando stavi ancora all'ombra della morte e ancora non mi vedevi, io ti ho veduto. Il Signore poi dice a Natanaele: Perché ti ho detto: Ti ho visto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste! Che significa cose più grandi di queste? E gli dice: In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e discendere sopra il Figlio dell'uomo (Gv 1, 48-51). Fratelli, so di avervi parlato di cose più grandi che non sia questa, indicata dalle parole Ti ho visto sotto l'albero di fico. Che Dio ci abbia chiamati e giustificati, è certamente cosa più grande che l'averci visti giacere all'ombra di morte. A che cosa ci avrebbe giovato l'essere stati visti, se ci avesse lasciati dove ci ha visti? Non saremmo ancora là? Che è questa cosa più grande? Quando mai noi abbiamo visto gli angeli salire e discendere sopra il Figlio dell'uomo?

23. Già una volta vi ho parlato di questi angeli che salgono e discendono; ve lo ricordo brevemente, nel caso che ve ne siate dimenticati; ve ne parlerei più diffusamente se dovessi esporre, e non soltanto ricordare l'argomento. Giacobbe vide in sogno una scala, e sulla scala vide degli angeli salire e discendere; e unse la pietra su cui aveva posato il capo (cf. Gn 28, 12-18). Sapete che Messia vuol dire Cristo, che Cristo vuol dire Unto. Giacobbe non eresse la pietra unta per adorarla: l'avrebbe considerata un idolo, non un simbolo di Cristo. Rimanendo nei termini del simbolo, ne fece il simbolo di Cristo. Era una pietra unta, non un idolo: una pietra unta, ma perché una pietra? Ecco, io pongo in Sion una pietra scelta, preziosa, e chi crederà in essa non sarà confuso (Is 28, 16; 1 Pt 2, 6). E perché la unse? Perché Cristo deriva da crisma, da unzione. E che cosa vide Giacobbe sulla scala? Vide degli angeli che salivano e discendevano. Così è della Chiesa, o fratelli: gli angeli di Dio sono i buoni predicatori che annunciano Cristo: essi salgono e discendono sopra il Figlio dell'uomo. In che senso salgono, e in che senso discendono? Ne abbiamo un esempio in uno di loro: ascoltate l'apostolo Paolo; ciò che egli ci dice di sé possiamo applicarlo agli altri araldi della verità. Ecco Paolo che sale: So di un uomo in Cristo, il quale quattordici anni fa, fu rapito - se col corpo e se fuori del corpo non so: lo sa Iddio - fino al terzo cielo e udì parole ineffabili, che non è concesso a uomo di proferire (2 Cor 12, 2-4). Avete ascoltato l'Apostolo che sale; ascoltatelo ora, quando discende: Non potei parlare a voi come a uomini spirituali ma come a carnali, come a bimbi nel Cristo vi diedi a bere latte, non cibo solido (1 Cor 3, 1-2). Ecco come si abbassa colui che è asceso. Fin dove era asceso? Fino al terzo cielo. Fin dove è disceso? Fino a dare il latte ai bambini. Ascoltate perché è disceso. Sono diventato - dice - un pargolo in mezzo a voi, come una nutrice che circonda di cure i suoi piccoli (1 Thess 2, 7). Vediamo le nutrici e le mamme farsi piccole con i piccoli: se sanno parlare in latino, sminuzzano le parole tormentando la lingua erudita per costringerla ad esprimere carezzevoli accenti infantili; perché se non si sforzassero di adattarsi, il bambino non capirebbe e non trarrebbe alcun profitto. Anche un padre potrebbe essere colto e un tale oratore da far risuonare il foro e tremare la tribuna: quando rientra a casa, se ha un bambino piccolo che lo aspetta, mette da parte l'eloquenza forense con la quale era salito in alto, e con accenti infantili si accosta al suo piccolo. Ascoltate, in una medesima espressione, l'Apostolo che sale e discende: Se siamo usciti di senno è per Dio; se siamo ragionevoli, è per voi (2 Cor 5, 13). Che cosa vuol dire: Se siamo usciti di senno, è per Dio? Che contempliamo quelle cose che non è concesso a uomo di proferire. Che cosa vuol dire: Se siamo ragionevoli, è per voi? Mi sono proposto di non saper altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso (1 Cor 2, 2). Se il Signore stesso è salito e disceso, vuol dire che anche i suoi predicatori devono salire mediante l'imitazione di lui, e discendere con la predicazione.

[La verità fonte di gaudio.]

24. Se vi abbiamo trattenuti oggi un po' più a lungo, è stato col proposito di far passare i momenti cruciali; pensiamo che ora quelli abbiano terminato lo spettacolo delle loro vanità. Quanto a noi, o fratelli, dopo che abbiamo partecipato al banchetto della salvezza, cerchiamo di trascorrere solennemente il resto del giorno del Signore nella letizia dello spirito, preferendo le gioie della verità ai vani divertimenti; e se questi ci disgustano, dobbiamo sentir pena per quanti ne subiscono il fascino; la pena, poi, ci porterà a pregare per loro. Se pregheremo, saremo esauditi; se saremo esauditi, avremo guadagnato anche loro.
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