Luc: Quali sono i momenti principali della sua
conversione?
Kiko: Ho cominciato da giovane la mia carriera di
pittore in Spagna, dove sono nato. Professionalmente prometteva bene.
La mia pittura era definita "moderna" all'epoca, avevo una
clientela ed ho anche ottenuto un premio nazionale di pittura. Fino
al momento che ho abbandonato tutto per andare tra i poveri.
Luc: Come spiega questo volta faccia?
Kiko: Era il primo effetto di una crisi personale
che era iniziata durante i miei studi alle Belle Arti di Madrid,
all'Accademia San Fernando. Mi sono reso conto che la fede che la mia
famiglia, cattolica, aveva cercato di trasmettermi veniva meno. Delle
domande che si originavano da una problematica esistenziale, mi
perseguitavano. Chi sono? Perché vivo?
Partecipando ad un
gruppo teatrale delle Belle Arti, sono entrato in contatto con il
pensiero di Sartre in alcune sue opere: 'A Porte Chiuse', 'Le
Mosche'. Ne emergeva che la nostra aspirazione alla giustizia è
vana dal momento che il mondo in cui viviamo è
irrimediabilmente assurdo. Ho cercato di vivere in questa situazione
di ateismo, sotto un cielo che appariva chiuso. Per compensazione mi
sono immerso nell' Arte. Però, nonostante il consenso che
incontravo, nella stampa e alla televisione, ho provato il tormento
di una perenne insoddisfazione; il mondo aveva per me il sapore della
cenere. Dentro di me mi dicevo ogni mattina: Perché vivere ?
Per dipingere? E perché dipingere? Per i soldi? E i soldi per
ottenere che cosa se nulla mi soddisfaceva? Ho pensato pure a
suicidarmi.
In questa crisi di senso e di speranza un certo aiuto
mi è venuto da un'altra corrente di pensiero, quella di Henri
Bergson, che aveva rotto con il razionalismo e dava grande importanza
all'intuizione. Sorpreso scoprii che, in fondo, il mio intuito
artistico non accettava l'assurdità dell'esistenza. In
particolare ciò che mi dava la bellezza che potevo percepire
nelle cose. Ma allora, se l'assurdo non è la verità, se
esiste una ragione d'essere...
Luc: Chi le diede le chiavi di questi avvenimenti
interiori?
Kiko: Mi dissi: Qualcuno ci ha creati? Mi
appellavo a questo Qualcuno:" Se tu esisti, parlami, dimmi chi
sono, perché esisto, per quale motivo mi hai creato.". É
così che ho avuto un incontro con Dio, nel profondo del mio
essere. Ho sentito che qualcosa accadeva dentro di me e, mi ricordo,
mi sono messo a piangere, a piangere senza sosta. Perché
queste lacrime? Mi sono reso conto che la mia situazione era simile a
quella di una persona condannata a morte e alla quale si è
detto al momento dell'esecuzione: "Sei libero"...
Questo
qualcosa che parlava dentro di me in questo incontro mi rendeva certo
che non solo Dio esiste ma che mi ama. Questo non per uno sforzo
della mia ragione, ma per una certezza di cui San Paolo mi diede la
chiave, nella sua Lettera ai Romani: "Lo Spirito in persona
attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio". Questo
Spirito che mi parlava in maniera così intima ed inattesa,
scoprii che mi si manifestava come lo Spirito di Gesù Cristo,
il Gesù Cristo della Chiesa cattolica e della Vergine
Maria.
Allora consultai un prete e gli dissi che volevo essere
cristiano. Mi domandò: "Lei non è battezzato?"
Gli risposi: "Si, lo sono". "Allora - proseguì
- cosa vuole? Confessarsi ?" Scoprì la necessità
che io approfondissi la novità di questo avvenimento. Così
mi orientò verso i Cursillios de christianitad che tramite la
testimonianza di laici trasmettevano una fede vivente. Davanti a
questa testimonianza caddero molti pregiudizi che ancora avevo.
Divenni catechisti e aprii dei cursillios in diverse città
della Spagna, mentre formavo un gruppo di ricerca d'arte sacra,
Grémio 62, per il quale fui condotto a fare una ricerca sul
rinnovamento liturgico europeo.
Luc: Che cosa ne è di questa ricerca e cosa ne
seguì? Una testimonianza apostolica l'ha guidata?
Kiko: Ricevetti una borsa per studiare i punti
comuni tra l'arte protestante e l'arte cattolica. Nel corso di questo
viaggio europeo, con un padre domenicano e un architetto, passai, tra
l'altro, in Francia dove ho studiato Le Corbusier. Ho così
scoperto il rinnovamento liturgico che era in corso e i problemi che
incontrava. Prima di questo viaggio avevamo soggiornato in ritiro
"al
deserto de Los Monegros" vicino Saragozza. É lì
che ho conosciuto la storia di Charles de Foucauld che,
convertendosi, a voluto vivere il tempo nascosto di Gesù
Cristo vissuto nella famiglia di Nazareth, nel silenzio. Il
domenicano che ci guidava conosceva i "Piccoli fratelli"
che vivono in questo deserto di Los Monegros, sotto l'egida di Padre
Villaume, fondatore della Congregazione che Padre de Foucauld,
eremita in Tamanrasset, aveva delineato. Provavo una grande
attrazione per questa maniera di vivere e di testimoniare.
Un
altro episodio che mi si presentò, in maniera decisiva, fu la
vigilia di Natale che passavo con i miei. Mi accorsi che una nostra
domestica scoppiava a piangere in cucina, colpito dall'estremo
bisogno in cui si trovava, vivendo con nove figli ed un marito
ubriacone che aveva l'abitudine di picchiarla e voleva uccidere il
figlio ribelle. Fu allora che il Signore mi ispirò di andare a
far visita a questa famiglia, scoprendo così la miseria del
mondo in una specie di baraccopoli. Un'assistente sociale mi aveva
parlato di un quartiere chiamato Palomeras Altas, dove si trovavano
delle baracche luogo di incontro di zingari e "quinquis",
degli ambulanti che non sono zingari, ma il cui lavoro consiste nel
riparare pentolame. Questi "quinquilleros" avevano problemi
con la polizia e reputazione di ladri.
Ho visto con chiarezza che
il Signore mi stava chiamando a lasciare tutto per andare a vivere
là. Fu l'esempio di Charles de Foucauld che mi fece scegliere
queste baracche e vi giunsi con una Bibbia e una chitarra. Trovai Dio
tra i poveri, gli emarginati. Ero disposto a mettermi ai loro piedi
come ci si mette ai piedi della Presenza reale eucaristica.
Allora
gli abitanti delle baracche sono venuti a parlare con me, ad
interrogarmi. Aprivo la Scrittura al caso e la condividevo con loro,
pregavo ed essi venivano a pregare e a cantare con me. Poco a poco si
è creato un clima. È stato allora che ho fatto la
conoscenza di Carmen Hernandez, una missionaria che il vescovo di
Ovro, in Bolivia, aveva sollecitato per una missione presso i
minatori boliviani. Lei cercava un gruppo di laici e sentì
parlare di me da una delle sue sorelle. Venne alle baracche e fu
molto sorpresa. Lei voleva convincermi ad andare in Bolivia con lei,
ma alla fine è rimasta in una baracca ad 1 km da quella dove
abitavo.
Luc: Come è arrivato a testimoniare con l'annuncio
della Parola ?
Kiko: Gli zingari mi chiedevano di organizzare
degli incontri. Uno di loro, un capobanda, era stato in una casa di
correzione e sapeva leggere e scrivere. Si trattava di José
Agudo. Un giorno venne a chiedermi che cosa diceva Dio nel Vangelo a
proposito delle liti, giacché era alle prese con un'altra
banda di zingari. Allora gli lessi il Sermone della Montagna. "Amate
i vostri nemici", "se ti danno uno schiaffo sulla guancia
destra, porgi l'altra". Questo lo lasciò stupefatto. Gli
prestai i Fioretti di San Francesco e diventammo buoni amici. Oggi è
in Cammino, ha tredici figli, la sua famiglia si è alzata come
"famiglia in missione". É stato il responsabile
della prima comunità che si è formata "tra i
poveri delle baracche".
José Agudo mi chiese con
ostinazione di venire a ripetere alla sua famiglia, al suo clan,
quello che gli avevo detto di Gesù Cristo. Inizialmente ero
reticente, poiché per ma, Gesù Cristo, innanzitutto
erano loro, per la croce delle loro sofferenze di poveri. Io non
intendevo insegnare loro a leggere, né insegnare alcunché
d'altro. Io mi consideravo l'ultimo. Avevo questa attitudine che mi
sembrava vicina a quella di Charles de Foucauld la cui testimonianza
era nel "nascondimento". Eppure davanti all'ostinazione di
José Agudo sono andato dagli zingari. Mi ricordo che si
entrava per una sorta di grotta oscura. Fui invitato a parlare di
Gesù Cristo risorto. Una voce di donna mi interruppe
improvvisamente: "L'avete visto ? Io no, la sola cosa che so è
che mio padre è morto e che nessuno è tornato dal
cimitero. Quando avrete visto qualcuno che è tornato dal
cimitero, allora vi darò retta! ". La riunione finì
appena iniziata. Ma questa donna mi ha reso un grande servizio.
Ritrovai il passaggio degli Atti degli Apostoli in cui il governatore
Festo parlava di San Paolo prigioniero al re Agrippa: "Vorrei
che lo ascoltassi perché parla di un certo Gesù che è
morto e che Paolo dice essere in vita." È esattamente la
testimonianza che quella donna voleva.
Mi sono reso conto che il
nucleo centrale della predicazione apostolica stava tanto nella fede
nella Croce redentrice quanto nella resurrezione, cioè nel
mistero pasquale. Questi poveri hanno raprresentato come il luogo
privilegiato in cui il Signore ha operato, come in un laboratorio,
una sintesi kerygmatica e catechetica oggi predicata nel mondo
intero.
Essa contiene, in effetti, questa realtà
paradossale, ma fondamentale, per cui Cristo è morto per
tutti. Nasce dunque un' antropologia secondo la quale l'uomo, ridotto
alle sue sole forze umane, resta prigioniero del suo egoismo e della
sua fragilità. Non può darsi all'altro perché il
peccato originale ha profondamente ferito la sua natura. Sappiamo che
siamo fatti per amare, ce lo mostra una legge naturale, eppure non
siamo realmente capaci di amare. L'egoismo ci si impone come una
forma di morte profonda, di cui la morte fisica non è che un
segno.
Cristo ci salva rigenerandoci interiormente nel dono del
suo Spirito che, nel battesimo, ci costituisce "figli di Dio"
perché seppellisce l'uomo vecchio nelle acque della morte e fa
rinascere in Cristo ad una vita nuova, eterna. Per la grazia del
Battesimo la nostra natura umana partecipa della natura divina. Essa
dona la capacità di amare l'altro di un amore più forte
della morte, più forte di quelle forme di morte che sono
l'odio e l'inimicizia. Amerai il tuo nemico... E questo per una vita
eterna sin da ora e non solo per il domani. Questo è il
cristianesimo. Una cosa impressionante. La vittoria sulla morte. Il
posto decisivo che il Concilio Vaticano II ha dato al Mistero
pasquale. Il mistero del Perdono e della vita eterna.
Questo è
il motivo per cui ho dovuto abbandonare la pittura, nel modo in cui
la esercitavo allora, in vista di una carriera. Secondo quello che
dice San Paolo "a causa di Lui ho accettato di perdere tutto, ho
considerato tutto come spazzatura al fine di guadagnare Gesù
Cristo", prendendo dunque una coscienza radicale del "Guai
a me se non annunciassi il Vangelo".
Che dunque, serve solo
l'aiuto sociale? L'uomo non è che un tubo digestivo? oppure
c'è pure bisogno di sapere se Dio esiste, sì o no? Se
l'amore esiste, sì o no?
Tra questi derelitti, per mia
grande sorpresa, lo Spirito Santo ha fatto apparire una "Koïnonia",
una comunione di amore, dove si intravedeva la comunità
cristiana. Essa si costruiva su tre elementi fondamentali, un
"tripode": la Parola di Dio (annuncio kerygmatico e
catechesi di sviluppo) la Liturgia o risposta a ciò che Dio ha
detto e fatto nella Storia; infine la comunità dei
catecumeni.
La mia invocazione alla Vergine Maria ebbe un giorno
questa risposta: "Fare delle comunità cristiane come la
Santa Famiglia di Nazareth, che vivano in umiltà, semplicità
e lode e dove l'altro è Cristo".
Luc: Come si è svolto il vostro incontro con la
Chiesa istituzionale?
Kiko: Venne il tempo in cui fu decretato dai
poteri pubblici che, per ragioni urbanistiche, le baracche dovessero
essere soppresse. Quella di Carmen fu distrutta. Io ne informai
l'Arcivescovo di Madrid, Mons. Morcillo, che avevo conosciuto ai
Cursillios. Notevole fu che venne a difenderci. Quando vide le nostre
baracche e le nostre assemblee, si mise a piangere. Mi disse: "Kiko,
io non sono cristiano. A partire da oggi ti apro il mio palazzo
episcopale". E ha sempre mantenuto la promessa. Inoltre, non
solo ha dato un luogo di culto alle prime comunità, ma mi ha
detto: "Questa esperienza che hai fatto andrai a portarla nelle
parrocchie della mia diocesi. A condizione che il parroco sia al
centro, perché bisogna evitare ogni forma di chiesa parallela.
Non aver paura, ti aiuterò".
Allora è
cominciato il nostro percorso tra problemi, persecuzioni ed
incomprensioni. Ma il vescovo ci ha sempre difeso. Continuava a
dirmi: "Nella diocesi io sono il sigillo della fede. Non aver
paura".
Luc: Come si è diffusa questa iniziativa?
Kiko: Si è diffusa per l'invito dei
vescovi che ci inviavano, stimolata dagli incoraggiamenti costanti e
le iniziative di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Per esempio, a Roma,
Mons. Morcillo mi aveva dato una lettera per il Cardinale Florite,
con il quale aveva condiviso l'incarico di segretario del Concilio, e
una per il Cardinale dell'Acqua, che allora era il vicario episcopale
a Roma. Dopo diverse peripezie, senza soldi né bisaccia, la
nostra equipe iniziò i suoi annunci e le catechesi in quattro
parrocchie romane. Era luglio, con un'afa umida, mentre a Madrid fa
un caldo secco...
Eravamo i primi a meravigliarci. Constatammo,
allora, che si apriva. in alcune parrocchie, un cammino di libera
gestazione alla fede, di scoperta o riscoperta del battesimo, porta
di tutti i sacramenti. Colui che ha incontrato Gesù Cristo
vede la sua vita trasformarsi, non "muore" più. Per
esempio la famiglia, la gioventù, la maturità, la
vecchiaia, il denaro, cambiano di significato. Anche la malattia: con
Lui, siamo supplicanti similmente alla Passione, come su di un
altare; tutto prende un diverso significato, tutto è
illuminato.
Oggi la vita moderna fa perdere il senso della Fede;
questa vita moderna "desacralizza" e allo stesso tempo
risacralizza con delle illusioni, degli idoli. Al di sotto del
progresso scientifico e tecnologico, che richiedono anch'essi un
discernimento, sussiste una grande insoddisfazione di fondo, la
tragedia della guerra imminente o dichiarata. Oppure regna
l'indifferenza o meglio una ignoranza venata di inquietudine, su di
un fondo di nichilismo.
In che modo, quest'uomo secolarizzato,
potrà scoprire un segno che lo chiami alla fede? Gesù
Cristo dice: "Amatevi come io vi ho amati". Se vi amate
così, questo amore fa sì che siate "uno",
quest'uomo lo vedrà e crederà. Le parrocchie sono
chiamate a dare questo segno del "come" (come io vio ho
amati), cioè il segno dell'amore nella dimensione della Croce.
Perché Dio ci ha amati quando eravamo suoi nemici, dei
peccatori.
A Roma, oggi, il Cammino è presente in un
centinaio di parrocchie con circa cinquecento comunità. Questa
estensione non è frutto di alcuna abilità umana, né
di alcuna pianificazione. Eppure, malgrado le nostre debolezze ed i
nostri peccati, esso è presente oggi in un centinaio di paesi.
E questo per una costante chiamata alla conversione, a cominciare da
quella dei catechisti che si preparano a trasmettere la Parola come
l'hanno essi stessi ricevuta. Alcuni di questi catechisti sono
itineranti, disponibili ad andare in qualunque parte del mondo
secondo le necessità delle diocesi lontane. Questo aspetto
missionario si fonda sull'aiuto di famiglie in missione che si
offrono, sempre su richiesta dei vescovi, per stabilirsi in zone
scristianizzate o peggio, dove si rende necessaria una implantatio
ecclesiae. Infine, in gran numero sono sorte, in questo Cammino, le
vocazioni al ministero presbiterale ed alla vita religiosa, al punto
di suscitare la creazione di seminari in molti paesi.
Luc: Quale importanza riveste, secondo lei, il
riconoscimento ufficiale da Roma dello statuto del Cammino
neocatecumenale?
Kiko: La invito a leggere attentamente questo
statuto, perché definisce con precisione quello che è
il Cammino neocatecumenale e la sua ragione d'essere nella Chiesa
cattolica, secondo la libertà religiosa e l'autenticità
cristiana. Non c'è dubbio che questo statuto rappresenti una
novità dal punto di vista giuridico. Non appartiene al genere
associativo (il Battesimo non è una "associazione"),
né al genere fondativo (non si tratta di una fondazione
religiosa, nè di un movimento). Esso si offre come uno
strumento al servizio dei vescovi e presenta loro la possibilità
di realizzare una "modalità" di iniziazione
cristiana di cui sono responsabili. Vale a dire della realizzazione
diocesana di questa iniziazione e dell'educazione permanente della
fede.
Luc: Come passa da questa "modalità" di
iniziazione cristiana al neo-catecumenato?
Kiko: Innanzi tutto diciamo che questa "modalità"
dell'iniziazione cristiana non è definita come l'unica.
Certamente ce ne sono altre, che sono realtà recenti o
antiche. Dopodiché noi siamo differenti, e di una differenza
che accoglie quella degli altri e si situa con esse in relazione
fraterna.
Questa "modalità" contiene le
peculiarità del Cammino neo-catecumenale per trovare o
ritrovare il senso del battesimo e, quindi, il cammino di conversione
che liberamente comporta attraverso l'annuncio (kerygma), le
catechesi, i passaggi, gli scrutini, le celebrazioni, i canti che
cantano, essi stessi, la Parola di Dio... Cioè un
catecumenato.
Oggi ci sono molti "battezzati" che ne
hanno bisogno. Da qui il nome - il bel nome - come disse Giovanni
Paolo II, di "neo-cateceumenato" che è, in questo
senso, post-battesimale, mentre nella tradizione della Chiesa il
catecumenato si rivolge a coloro che si preparano a ricevere il
battesimo. Questa forma pre-battesimale esiste già, con le sue
istanze ecclesiali. Del resto è anche riconosciuta al Cammino
quando dei non battezzati chiedono di esservi accolti in vista del
battesimo.
Nella condizione attuale della Chiesa, molte sono le
Conferenze episcopali che parlano di una iniziazione cristiana
post-battesimale. Come non considerare, allora, l'importanza di un
catecumenato rinnovato?
L'inchiesta, lanciata dall'episcopato
francese, intitolata "Andare al cuore della fede, quale futuro
per la catechesi", trattiene la nostra attenzione per la sua
pertinenza, la sua apertura ed incontra, quindi, tra le
disponibilità, quelle del Cammino, il cui riconoscimento
avvalla, precisa e concretizza le linee tracciate dagli iniziatori in
una regola chiara e sicura.
E giacché mi chiede qual'è
ai miei occhi l'importanza di questo Statuto, le risponderò
che esso da senso alle parole che Giovanni Paolo II proferì il
5 settembre 1979 a Castel Gandolfo, in occasione del nostro primo
incontro con lui. C'eravamo Carmen, padre Mario ed io. Il Papa ci
disse che, in occasione della messa, aveva visto davanti a sè
queste tre parole: ATEISMO - BATTESIMO - CATECUMENATO. Sulle prime
non capii che voleva dire, tanto più che la tradizione poneva
il catecumenato prima del battesimo. Con l'approvazione dello
Statuto, queste parole di Giovanni Paolo II mi sembrano acquisire il
loro vero significato. In forza della sua esperienza personale e
della sua autorità, il Santo Padre ha voluto dire che per
rispondere alla forza dell'ateismo moderno e alla secolarizzazione
sistematica di tutta la vita, i cristiani battezzati, ma dimentichi
del loro battesimo, hanno bisogno di un catecumenato analogo a quello
della Chiesa primitiva: gestazione di una nuova creatura in cui la
sintesi del kerygma, il cambiamento di vita morale e la liturgia,
sono una cosa sola.
Questo è, ai miei occhi, il fondamento
dell'approvazione del Cammino neocatecumenale.
Intervista a Kiko Arguello tratta da France Catholique
24/02/2019
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