Chiesa


Se molti contemporanei non vanno oltre l‘aspetto umano della Chiesa - società mondiale e ben inquadrata di uomini uniti dalle credenze e dal culto - la Scrittura, parlando alla nostra fede, la designa come un mistero, un tempo nascosto in Dio, ma oggi svelato e in pane realizzato (Ef 1, 9 s; Rom 16, 25 s). Mistero di un popolo ancora peccatore, ma che già possiede il pegno della salvezza, perché è l‘estensione del corpo di Cristo, il focolare dell‘amore; mistero di una istituzione umano-divina in cui l‘uomo può trovare la luce, il perdono e la grazia «per la lode della gloria di Dio» (Ef 1,14). A questa fondazione inedita i primi cristiani di lingua greca hanno dato il nome biblico di ekklesìa, che pur indicando una continuità tra Israele e il popolo cristiano, era attíssimo ad assumere un contenuto nuovo.

I. SIGNIFICATI DELLA PAROLA

Nel mondo greco la parola ekklesia, di cui «chiesa» non è che un ricalco, designa l‘assemblea del dèmos, del popolo come forza politica. Di questo senso profano (cfr. Atti 19, 32. 39 s) si tinge il senso religioso quando Paolo parla dello svolgimento attuale di un‘assemblea cristiana riunita «in chiesa» (ad es. 1 Cor 11, 18). Nei Settanta, invece, la parola designa una assemblea convocata per un atto religioso, spesso cultuale (ad es. Deut 23; 1 Re 8; Sal 22, 26): corrisponde all‘ebr. qabal, usato soprattutto dalla scuola deuteronomica per designare l‘assemblea dell‘Horeb (ad es. Deut 4,10), delle steppe di Moab (Deut 31,30) o della terra promessa (ad es. Gios 8, 35; Giud 20, 2), e dal Cronista (ad es. 1 Cron 28, 8; Neem 8, 2) per designare l‘assemblea liturgica di Israele al tempo dei re o dopo l‘esilio- Ma se ekklesìa traduce sempre gahal, quest‘ultima parola è resa talvolta con altri vocaboli, specialmente con synagogbè (ad es. Num 16, 3; 20, 4; Deut 5, 22), che per lo più rende il termine sacerdotale `edah. Chiesa e sinagoga sono due termini pressoché sinonimi (cfr. Giac 2, 2): non si opporranno che quando i cristiani si saranno appropriato il primo, riservando il secondo ai Giudei recalcitranti. La scelta di ekklesìa da parte dei Settanta è stata senza dubbio guidata dall‘assonanza qahal/ekklesìa, ma anche dalle suggestioni della etimologia: questo termine, venendo da enkalèo (chiamo da, convoco), indicava di per sé che Israele, il popolo di Dio, era il raduno degli uomini convocati dall‘iniziativa divina, e si collegava ad una espressione sacerdotale in cui era espressa l‘idea di chiamata: kletè haghìa, traduzione letterale di miqrah qodes, «convocazione santa» (Es 12,16; Lev 23, 3; Num 29, 1). naturalissimo che Gesù, fondando un nuovo popolo di Dio in continuazione dell‘antico, l‘abbia designato con un nome biblico dell‘assemblea religiosa (ha dovuto dire in aramaico sia‘edta, sia kenista, tradotto per lo più con synagoghè, sia più probabilmente qehalah), nome reso con ekklesìa in Mt 16,18. Così pure la prima generazione crístiana, cosciente di essere il nuovo popolo di Dio (1 Píet 2, 10) prefigurato dalla «chiesa del deserto» (Atti 7, 38), ha adottato un termine che, venendo dalle Scritture, era attissimo a designarla come «Israele di Dio» (Gal 6, 16; cfr. Apoc 7, 4; Giac 1, 1; Fil 3, 3)- Questo termine inoltre presentava il vantaggio di includere il tema dell‘appello che Dio rivolge gratuitamente in Gesù Cristo prima ai Giudei, poi ai pagani, per formare «la convocazione santa» degli ultimi tempi (cfr. 1 Cor 1, 2; Rom 1, 7: «convocati santi»).

II. PREPARAZIONE E COMPIMENTO DELLA CHIESA

Dio ha preparato lungamente la riunione dei suoi figli dispersi (Gv 11, 52). La Chiesa è la comunità degli uomini beneficiari della salvezza in Gesù Cristo (Atti 2, 47): «noi i salvati», scrive Paolo (1 Cor 1, 18). Ora il disegno divino della salvezza, se culmina in questa comunità, è stato non di meno concepito «fin da prima della creazione del mondo» (Ef 1, 4) ed abbozzato tra gli uo- mini fin da Abramo, anzi fin dalla apparizione di Adamo.

1. Creazione prima e creazione nuova. - Fin dalle origini l‘uomo è chiamato a fare società (Gen 1, 27; 2,18) ed a moltiplicarsi (1, 28), vivendo nella familiarità di Dio (3,8). Ma il peccato intralcia il piano divino; invece di rimanere capo di un popolo radunato per vivere con Dio, Adamo è padre di una umanità divisa dall‘odio (4,8; 6, 11), dispersa dall‘orgoglio (11,8s), che fugge il suo creatore (3, 8; 4, 14). Sarà quindi necessario che un nuovo Adamo (1 Cor 15,45; Col 3, 10 s) inauguri una nuova creazione (2 Cor 5,17s; Gal 6,15), nella quale sia restaurata la vita di amicizia con Dio (Rom 5,12 ...), l‘umanità sia ricondotta all‘unità (Gv 11,52) ed i suoi membri siano riconciliati (Ef 2,15-18). Tale sarà la Chiesa, preparata da Israele. La Bibbia, collocando la storia di Abramo e della sua discendenza nella storia universale di un mondo in cui il peccato dispiega le sue conseguenze, mostra nello stesso tempo che la Chiesa, vero popolo di Abramo (Rom 4, 11 s), deve inserirsi nel mondo ed essere in esso la risposta al peccato, nonché alle divisioni ed alla morte che ne derivano. Già le tradizioni sul diluvio fornivano ad Israele l‘esempio di un giusto, posto da Dio all‘inizio di una nuova creazione dopo il pullulare del peccato; questa salvezza universale. accordata per mezzo dell‘acqua alla discendenza di Noè, era una figura di quella, ben altrimenti ricca, che Cristo avrebbe apportato-per mezzo del battesimo (1 Piet 3, 20 s).

2. Antico e nuovo Israele. - Con l‘elezione di Abramo, già suggellata da un‘alleanza (Gen 15,18» inizia il processo decisivo di formazione di un popolo di Dio. Da questa razza benedetta, di cui egli è il ceppo, uscirà il Cristo, nel quale giungeranno a pieno compimento le promesse (Gal 3, 16), e che a sua volta fonderà il popolo definitivo, posterità spirituale di Abramo il credente (Mit 3,9 par.; Gv 8,40; Gai 4,21-31; Rom 2, 28s; 4,16; 9,6 ss). Entrando nella Chiesa di Gesù Cristo per me= della fede tutte le nazioni saranno benedette in Abramo (Gal 3, 8 s = Gen 12, 3LXX;cfr. Sal 47, 10). Tra Israele, posterità carnale dei patriarchi, e la Chiesa, c‘è nello stesso tempo rottura e continuità. Il NT applica quindi al nuovo popolo di Dio i nomi dell‘antico, ma per mezzo di trasposizioni e di contrasti. Entrambi sono la ekklesìa, ma la parola significa ora il mistero ignoto al VT, il corpo di Cristo (Ef 1, 22 s); ed il culto che vi si rende a Dio è tutto spirituale (Rom 12, 1). La Chiesa è Israele, ma Israele di Dio (Gal 6,16), spirituale e non più carnale (1 Cor 10, 18); è un popolo di acquisto, ma acquistato col sangue di Cristo (Atti 20, 28; 1 Piet 2, 9 s; Ef 1, 14) e tratto pure di mezzo ai gentili (Atti 15, 14). P la sposa, non più adultera (Os; Ger 2 - 3; Ez 16), ma immacolata (Ef 5, 27); la vigna, non più bastarda (Ger 2,21), ma feconda (Gv 15,1-8); il resto santo (Is 4, 2 s). E ? il gregge, non più radunato una volta (Ger 23, 3) e poi di nuovo disperso (Zac 13, 7 ss), ma gregge definitivo del pastore immolato e risorto per esso (Gv 10); è la Gerusalemme di lassù, non più schiava, ma libera (Gal 4, 24 s). E il popolo della nuova alleanza predetta dai profeti (Ger 31, 31 ss; Ez 37, 26 ss), ma suggellata dal sangue di Cristo (Mt 26,28 par.; Ebr 9, 12 ss; 10, 16), che è luce delle nazioni (Is 42, 6). La sua carta di alleanza non è più la legge di Mosè, incapace di comunicare la vita (Gal 3,21), ma quella dello Spirito (Rom 8, 2), scritta nei cuori (Ger 31, 33 s; Ez 36, 27; cfr. 1 Gv 2,27). t il regno dei santi, annunziato da Daniele e prefigurato dall‘assemblea davidica del Cronista: non più costituzione temporale di una nazione (Gv 18, 36), ma germe visibile dovunque ed abbozzo spirituale di un regno invisibile ed atemporale dove la morte sarà distrutta (1 Cor 15, 25 s; Apoc 20,14). Infine, poiché il tempio della nuova economia, non fatto da mano d‘uomo (Mc 14,58) e indistruttibile (Mt 16,18), è il corpo risorto di Cristo (Gv 2,21 s), la Chiesa, corpo di Cristo, è parimenti il tempio nuovo (2 Cor 6, 16; Ef 2, 2 1; 1 Piet 2, 5), luogo di una presenza e di un culto accessibile a tutti (Mc 11, 17).

III. FONDAZIONE DELLA CHIESA

Il VT prepara quindi la Chiesa e la prefigura; Gesù la rivela e la fonda.

1. Le tappe della Chiesa- - Il pensiero di Gesù si inserisce nella cornice della sua proclamazione del regno dei cieli; con un lin. guaggio profetico dove non sempre i piani si distinguono, egli rivela che la fase celeste del regno (Mt 13, 43; 25, 31-46) sarà preceduta da una fase di lenta crescita terrena (13, 31 s). In attesa della messe, la zizzania del peccato seminata dal Malvagio deve crescere con il grano buono (13,24-30.36-43). Questa fase terrena, a sua volta, comprenderà due tappe. La prima è la vita mortale di Gesù che, con la sua predicazione, la sua azione su Satana e la formazione della comunità messianica, rende il regno già presente (Mt 12,28; Lc 17,21). La seconda sarà il tempo della Chiesa propriamente detto (Mt 16,18), che inizierà con tre avvenimenti principali: - il sacrificio di Gesù che fonda (Mt 26,28) questa «comunità della nuova alleanza», zelatrice di un culto puro (cfr. Mal 3, 1-5), che Geremia aveva sperato al tempo di Giosia (2 Re 23) e poi spostato nel futuro escatologico (Ger 31, 31 s), e che i gruppi di Qumrán e di Damasco credevano di rappresentare; - la sua risurrezione, dopo la quale riunirà in Galilea il gregge disperso (Mt 14,27 s) - la rovina di Gerusalemme (Mt 23,37 ss; cfr Lc 21, 24), che è nello stesso tempo segno della sostituzione della Chiesa alla maggior parte del popolo giudaico e prodromo del giudizio finale.

2. Reclutamento e formazione dei discepoli. - Durante la sua vita mortale Gesù raccoglie ed educa dei discepoli, ai quali rivela i misteri del regno (Mt 13, 10-17 par.): è già H «piccolo gregge» (Lc 12, 32) dei buon pastore (Gv 10) annunciato dai profeti, il regno dei santi (Dan 7, 18-22). Gesù ha preso in considerazione la sopravvivenza e la crescita di questo gruppo dopo la sua morte ed ha abbozzato le grandi linee del suo statuto futuro. Le sue predizioni sulla persecuzione dei suoi (Mt 10, 17-25 par.; Gv 15, 18 ...), probabilmente anche le sue parole sulla mescolanza di giusti e di peccatori (Mit 22, 11 ss; 13, 24- 30. 36-43. 47-50) oltrepassano, nel suo pensiero, il tempo della sua vita terrena, soprattutto, le sue istruzioni ai Dodici presuppongono una certa durata. a) I Dodici. - Di fatto Gesù si sceglie, tra i discepoli, dodici intimi che saranno le cellule fondamentali ed i capi del nuovo Israele (Mc 3, 13-19 par.; Mt 19,28 par.). Fa fare loro il tirocinio del rito battesimale (Gv 4,2) della predicazione, della lotta contro i demoni e le malattie (Mc 6, 7-13 par.). Insegna loro a preferire il servizio ai primi posti (Mc 9, 35), a dare la priorità alle «pecore perdute» (Mt 10, 6), a non temere le persecuzioni inevitabili (10, 17 ...), a riunirsi nel suo nome per pregare in comune (18, 19 s), a perdonarsi reciprocamente (18, 21-35) ed a non scomunicare i pubblici peccatori senza aver tentato la persuasione (18, 15-18). La Chiesa, facendo risalire a Gesù alcune delle sue più antiche pratiche (cfr. Mt 18, 15-20 con 1 Cor 5, 1-13; 2 Cor 13, l; 1 Tim 5, 19), c‘insegna che essa deve riportarsi sempre all‘esperienza prepasquale dei Dodici per trovarvi le sue regole di vita. b) Missione universale dei Dodici. - Il tirocinio missionario degli apostoli non esce dalla cornice di Israele (Mt 10, 5 s). Soltanto dopo la risurrezione di Gesù essi riceveranno l‘ordine di istruire e di battezzare tutte le nazioni (Mt 28, 19). Tuttavia, ancor prima di morire, Gesù annuncia l‘accesso dei pagani nel regno. I «figli del regno» (Mt 8, 12), cioè i Giudei, che avevano priorità di ingresso, se lo vedranno ritirare (Mi 21,43), perché hanno rifiutato di lasciarsi «radunare» (MI 23, 37) da Cristo; al posto della massa giudaica, provvisoriamente esclusa (cfr. Mt 23, 39; Rom 11, 11-32), entreranno i pagani (Mi 8,11 s; Lc 14, 21-24; Gv 10,16), su un piano di uguaglianza (Mt 20,1-16) con il nucleo giudaico dei peccatori pentiti che hanno creduto in Gesù (Mt 21, 31 ss). In tal modo la Chiesa, prima realizzazione di un regno che non è di questo mondo (Gv 18,36), realizzerà e supererà le più audaci profezie universalistiche del VT (ad es. Giona; Is 19,16-25; 49,1-6). Gesù non la lega per nulla al trionfo temporale di Israele, di cui egli stesso si disinteressa. Dura lezione per la folla (Gv 6, 15-66), ed anche per i Dodici (Atti 1, 6), che non la comprenderanno bene se non dopo la Pentecoste. Ma allora, essi non tenteranno di articolare la loro missione universale su una rivincita della loro nazione, e predicheranno la lealtà verso. le autorità imperiali (Rom. 13, 1...; 1 Piet 2, 13 s). La norma delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato essi la troveranno nella frase di Cristo: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio >: (MI 22,21 par.). All‘imperatore, il tributo e tutto ciò che è necessario per soddisfare le giuste esigenze dello stato per il bene temporale dei popoli (Rom 13, 6 s), a Dio, il cui diritto sovrano proclamato dalla Chiesa crea, supera e giudica quello di Cesare (Rom 13, 1), il resto, cioè tutto il nostro essere. c) Autorità dei Dodici. - Ai capi occorrono poteri. Gesù li promette ai Dodici: a Pietro, roccia che garantisce la stabilità della Chiesa, la responsabilità del maggiordomo che apre o chiude le porte della città celeste, e l‘esercizio dei poteri disciplinari e dottrinali (Mi 16,18 s; cfr. Le 22,32; Gv 21); agli apostoli - oltre la ripetizione della cena (Lc 22,19) - il medesimo incarico «di legare e sciogliere», che verterà specialmente sul giudizio delle coscienze (Mi 18,18; Gv 20, 22 s). Questi testi rivelano già la natura della Chiesa, di cui Gesù Cristo è creatore e Signore: essa sarà una società organizzata e visibile, che inaugura quaggiù il regno di Dio; costruita sulla pietra, perpetuando la presenza di Cristo mediante l‘esercizio dei poteri apostolici e mediante l‘eucaristia, essa vincerà l‘inferno e gli strapperà la sua preda. In tal modo appare come fonte di vita e di perdono. Nel pensiero di Gesù una simile missione durerà quanto il mondo: altrettanto sarà quindi delle strutture visibili e dei poteri ordinati a questa missione. Certamente, tutta una parte della funzione apostolica non è trasmissibile: la situazione degli apostoli, testimoni di Gesù durante la sua vita e dopo la sua risurrezione, è unica nella storia. Ma quando Gesù risuscitato, secondo la teologia matteana, incarica i Dodici di insegnare, di battezzare, di dirigere, e promette loro di rimanere con essi per sempre, sino alla fine del mondo (Mi 28,20), lascia intravedere la permanenza dei poteri così conferiti per tutti i secoli futuri, anche oltre la morte degli apostoli. Così lo intenderà la Chiesa primitiva, in cui i poteri apostolici continueranno ad essere esercitati da capi che gli apostoli sceglieranno e consacreranno per questa funzione, imponendo loro le mani (2 Tim 1,6). Ancor oggi i poteri dei vescovi non hanno altra fonte che queste parole di Gesù.

IV. NASCITA E VITA DELLA CHIESA

1. Pasqua e Pentecoste. - La Chiesa nasce nella Pasqua di Cristo, quando egli «passa» da questo mondo al Padre (Gv 13,1). Con Cristo liberato dalla morte e divenuto «spirito che dà la vita» (1 Cor 15,45), sorge una nuova umanità (Ef 2, 15; Gal 6, 15), una nuova creazione. I Padri hanno detto sovente che la Chiesa, nuova Eva, era nata dal costato di Cristo durante il sonno della morte, come l‘antica Eva dal costato di Adamo addormentato; Giovanni, testimoniando gli effetti del colpo di lancia (Gv 19, 34 s), suggerisce questa idea, se è vero che per lui il sangue e l‘acqua simboleggiano da prima il sacrificio di Cristo e lo Spirito che anima la Chiesa, e poi i sacramenti del battesimo e dell‘eucaristia che le trasmettono la vita. Ma il corpo ecclesiale non è vivo se non in quanto è il corpo di Cristo risorto («risvegliato», cfr. Ef 5,14), che effonde lo Spirito (Atti 2, 33). Questa effusione di Spirito incomincia fin dal giorno di Pasqua (Gv 20, 22), quando Gesù «alita» lo Spirito ricreatore (Gv 20, 22; cfr. Gen 1, 2) sui discepoli finalmente da lui radunati (cfr. Mc 14, 27), capi del nuovo popolo di Dio (cfr. Ez 37,9). Luca, da parte sua, pone nel giorno di Pentecoste, che il giudaismo considerava come la commemorazione dell‘adempimento della Pasqua e del dono dell‘Alleanza, la grande effusione carismatica (Atti 2, 4), in vista della testimonianza dei Dodici (Atti 1, 8) e della manifestazione pubblica della Chiesa; questo giorno quindi è per essa come una data di nascita ufficiale e un po ? quel che per Gesù, concepito di Spirito Santo (Lc 1, 35), era stata l‘unzione conferitagli da questo Spirito all‘alba della sua missione messianica (Atti 10, 38; Mt 3, 16 par-), e quel che per il cristiano è il dono dello Spirito con l‘-imposizione delle mani, che pone il sigillo alla sua opera nel battesimo (Atti 8, 17; cfr. 2, 38).

2. Estensione della Chiesa.

- Dopo la Pentecoste, la Chiesa cresce rapidamente. Vi si entra accogliendo la parola degli apostoli (Atti 2, 41), che genera la fede (2, 44; 4, 32) in Gesù risotto, Signore e Cristo (2,36), capo e salvatore (5,31), poi ricevendo il battesimo di acqua (2,41), seguito da una imposizione delle mani che conferisce lo Spirito e i suoi carismi (8,16s; 19,6). Vi si rimane membro vivo (Atti 2,42), mediante una quadruplice fedeltà: all‘insegnamento degIi apostoli che approfondisce la prima fede generata dalla proclamazione del messaggio di salvezza, alla comunione fraterna (koinonìa), alla frazione del pane ed alle preghiere in comune. Specie durante la frazione del pane, cioè durante il banchetto eucaristico (cfr. 1 Cor 11, 20- 24), si crea l‘umanità (Atti 2, 46), si esperimenta la presenza di Cristo risorto, già commensale dei Dodici (Atti 10, 41), il suo sacrificio è «annunziato» ed è tenuta viva la attesa del suo ritorno (l Cot 11, 26). A Gerusalemme la comunione degli spiriti giunge fino ad ispirare una libera comunanza dei beni materiali (Atti a 32-35; Ebr 13, 16), che ricorda quella che era di regola a Qumràn; ma Luca stesso permette di scorgere qualche ombra nel quadro (Atti 5, 2; 6, 1). I fedeli sono raggruppati sotto l‘autorità degli apostoli, a capo dei quali sta Pietro (Atti 1, 13 s), che di concerto con essi esercita il primato che ha ricevuto da Cristo. Un collegio di anziani condivide in sott‘ordine l‘autorità degli apostoli (Atti 15, 2), poi, dopo la partenza di questi, l‘autorità di Giacomo (21, 18), divenuto capo della Chiesa locale. Sette uomini ripieni dello Spirito (tra cui Stefano e Filippo) sono preposti al servizio dei cristiani «ellenisti» (6,1-6). L‘ardire di questi ultimi, soprattutto di Stefano, provoca la loto dispersione (Atti 8, 1-4). Ma questa permette l‘estensione della Chiesa dalla Giudea (8, 1; 9, 31-43) fino ad Antiochia (11, 19-25), e di qui «fino ai confini della terra» (Atti 1, 8; cfr. Rom 10, 18; Col 1, 23), almeno fino a Roma (Atti 28, 16-31). Il rifiuto che Paolo subisce da parte dei Giudei facilita l‘innesto della pianta selvatica pagana sul tronco privo di rami del popolo eletto (Rom 11, 11-18). Ma né Paolo, né Pietro che, battezzando Cornelio, ha compiuto un atto decisivo non smentito da talune concessioni eccessive ai giudaizzanti (Gal 2,11-14), accettano di sottoporre i pagani che entrano nella Chiesa alle pratiche giudaiche che i cristiani «ebrei» osservano ancora (Atti 10,14; 15, 29)-3. Si afferma in tal modo l’originalità della Chiesa di fronte al giudaismo, si attua la sua cattolicità, è osservato l‘ordine di missione ricevuto da Cristo. La sua unità appare come dominante i luoghi e i popoli, poiché tutte le comunità si riconoscono cellule d‘una ekklesìa unica l‘estensione alle assemblee pagano cristiane di questa parola biblica applicata da prima ai cristiani di Gerusalemme, la colletta fatta per questi ultimi tra i convertiti di : Paolo (2 Cor 8, 7-24), l‘appello alle ?, usanze delle Chiese per regolare un punto di disciplina (1 Cor 11,16; 14,33), l‘interesse che esse si dimostrano reciprocamente (Atti 15, 12; 21, 20; 1 Tess 1, 7 ss; 2, 14; 2 Tess 1, 4), i saluti che si mandano (1 Cor 16, 19 s; Rom 16, 16; Fil 3, 21 s), sono indizi caratteristici di una vera coscienza di Chiesa.

V. LA RIFLESSIONE CRISTIANA SULLA CHIESA

1. Tutti gli aspetti collettivi della salvezza in Gesù Cristo interessano la Chiesa- Tuttavia Paolo è il solo autore ispirato che ne abbia scrutato il mistero per se stesso e sotto il suo nome proprio- Nella sua visione di Damasco egli ha avuto di colpo la rivelazione di una misteriosa identità tra Cristo e la Chiesa (Atti 9, 4 s); a questa intuizione originaria si aggiunge una riflessione stimolata dall‘esperienza. Di fatto, a misura che edifica la Chiesa, Paolo ne scopre tutte le dimensioni. Innanzitutto riflette sull‘unione vitale che i suoi convertiti contraggono con Cristo e tra loro mediante il rito battesimale, e che lo Spirito rende quasi tangibile con i suoi carismi. Ai Corinti quindi, che distolgono questi doni dalla loro funzione «educatrice» ed unificatrice, egli ricorda questo punto fondamentale: «noi siamo stati battezzati tutti in un solo Spirito, per un solo corpo» (1 Cor 12, 13). I battezzati che costituiscono la Chiesa sono quindi membra di questo unico corpo di Cristo, di cui il pane eucaristico mantiene la coesione viva (1 Cor 10, 17). Questa unità, che è quella della fede e del battesimo, vieta che si parteggi per Cefa, per Apollo, o per Paolo, come se Cristo potesse essere diviso (1 Cor 1, 12 s; 3, 4). Per manifestarla e consolidarla Paolo organizza una colletta a favore dei «santi» di Gerusalemme (1 Cor 16, 1- 4; 2 Cor 8 - 9; Rom 15, 26 s). Un po ? più tardi, la cattività, che lo distoglie dai problemi troppo immediati, e le speculazioni cosmiche che deve combattere a Colosse, concorrono ad un allargamento dei suoi orizzonti. Tutto il piano divino, ch‘egli vede con i suoi occhi di apostolo dei pagani (Gal 2, 8 s; Rom 15, 20), gli appare nel suo splendore (Ef 1). Allora la ekklesia non e più generalmente una determinata comunità locale (come prima, salvo possibili eccezioni in 1 Cor 12, 28; 15, 9; Gal 1, 13); è, in tutta la sua ampiezza e universalità, il corpo di Cristo, punto della riconciliazione dei Giudei e dei Gentili che costituiscono un solo uomo perfetto (Col 1, 18- 24; Ef 1, 23; 5, 23 ss; cfr. 4, 13). A questo tema essenziale Paolo sovrappone l‘immagine di Cristo, capo (cfr. testa) della Chiesa; Cristo è distinto dalla sua Chiesa, ma essa gli è unita come al suo capo (Ef 1, 22 s; Col 1, 18) - ed in questo essa condivide la condizione delle potenze angeliche (Col 2, 10) - e soprattutto come al suo principio di vita, di coesione e di crescita (Col 2, 19; Ef 4, 15 s): il corpo incompiuto cresce «verso colui che è la testa», Cristo glorioso (4, 15). Più volte l‘immagine del tempio, che si edifica su Cristo come pietra angolare e sugli apostoli e profeti come fondamenta (Ef 2, 20 s), si mescola al, tema del corpo, tanto da produrre uno scambio di verbi: l‘edificio cresce (Ef 2,21), ed il corpo si edifica (4, 12. 16). In Ef 5, 22-32, le idee di corpo e di capo si combinano con l‘immagine biblica della sposa: Gesù, capo (= testa) della Chiesa, è anche il Salvatore che ha amato la Chiesa come una fidanzata (cfr. 2 Cor 11, 2), immolandosi per comunicarle, mediante il battesimo, santificazione e purificazione, per presentarla a se stesso risplendente, e unirla a sé come sposa. Infine una ultima nozione entra in composizione con le precedenti per definire la Chiesa secondo Paolo: la Chiesa è la parte eletta di quella pienezza (pleroma) che risiede in Cristo in quanto Dio (Col 2, 9), salvatore degli uomini aggregati al suo corpo (Ef) e capo di tutto l‘universo governato dalle potenze cosmiche (Col 1, 19 s); anch‘essa può quindi essere chiamata il pleroma (Ef 1,23); e lo è di fatto, perché Cristo la «riempie» ed a sua volta essa lo «riempie», completando il suo corpo con la sua crescita progressiva (Ef 4,13), mentre il principio ed il termine di tutto ciò è la pienezza di Dio stesso (3, 19). 2. Senza usare la parola, Giovanni suggerisce una teologia profonda della Chiesa. Le sue allusioni ad un nuovo esodo (Gv 3,14; 6, 32 s; 7, 37 ss; 8, 12) evocano un nuovo popolo di Dio, che le immagini bibliche della sposa (3,29), del gregge (10, 1-16) e della vigna (15, 1-17) designano direttamente, e di cui il piccolo gruppo dei discepoli tratti dal mondo (15, 19; cfr. 1, 39. 42 s) costituisce l‘embrione. Il passaggio da questo gruppo alla Chiesa si compie mediante la morte e la risurrezione di Gesù, il quale muore «per radunare i dispersi» (11,52) in un solo gregge, senza distinzione di Giudei, di Samaritani e di Greci (10, 16; 12, 20. 32; 4, 21 ss. 3042), e sale al Padre per dare lo Spirito ai suoi (16,7; 7, 39), specialmente ai suoi inviati incaricati di rimettere i peccati (20, 21 s). La Chiesa riporrà nei granai le messi che Cristo ha preparato (4, 38) e con ciò prolungherà la missione di Cristo (20,21). Ne può fare testimonianza Giovanni, che ha toccato il Verbo fatto carne (1 Gv 1, 1), e ha dato lo Spirito ai convertiti di Filippo (Atti 8, 14-17, in contrasto con Le 9, 54). Tuttavia Giovanni, conformemente al suo genio, si occupa di preferenza della vita interiore della Chiesa. Coloro che la compongono, riuniti sotto la guida di Pietro (Gv 21), traggono la loro vita profonda dalla loro unione con Cristo-vite (15), realizzata mediante il battesimo (3,5) e l‘eucaristia (6); meditano insieme sotto la direzione dello Spirito le parole di Cristo (14, 26), e, amandosi gli uni gli altri (13, 33-35), portano il frutto che Dio attende da essi (15, 12. 16 s). Mediante tutto questo la Chiesa manifesta la sua unità, che ha come fonte e come modello l‘unità stessa delle persone divine presenti in tutti ed in ciascuno (17); e, assuefatta alla persecuzione (15,18-16,4), essa l‘affronta con una fiducia trionfante, poiché la vittoria sul mondo e sul suo principe è già riportata (16, 33). Quest‘ultima idea è centrale nell‘Apocalisse, dove la Chiesa è raffigurata alternativamente dalla città santa, o meglio dal tempio e dai suoi altri, dove una schiera di veri fedeli è preservata mentre sulla piazza la bestia (l‘impero pagano) uccide due testimoniprofeti (Apoc 11, 1-13), poi dalla donna alle prese con il dragone (Satana) (Apoc 12), che si serve della bestia per perseguitare i santi, ma i cui giorni sono contati. Il millennio del cap. 20, che non è un tempo di trionfo terreno della Chiesa, designa un rinnovamento spirituale nel suo seno (cfr. 20, 6 e 5, 10; Ez 37,10 = Apoc 11, 11), oppure la felicità dei martiri ancor prima del giudizio universale? In ogni caso la Chiesa aspira innanzitutto alla nuova Gerusalemme, al cielo (3, 12; 21, 1-8; 21, 9 - 22, 5). «Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni!» (22,17). Nella vita celeste, realizzando infine pienamente gli annunci dei profeti, il peccato sarà totalmente eliminato (Is 35, 8; Apoc 21, 27), e così pure il dolore e la morte (Apoc 21, 4; cfr. Is 25, 8; 65, 19); allora la dispersione di Babele, di cui la Pentecoste è già l‘antitesi, troverà la sua replica definitiva (Is 66,18; Apoc 7,9s). Allora inoltre spariranno le caricature: imperi orgogliosi, «sinagoghe di Satana» (Apoc 2, 9; 3, 9). Rimarrà solo «la dimora di Dio con gli uomini» (21, 3), «il nuovo universo» (21,5).

VI. ABBOZZO DI SINTESI TEOLOGICA

Creazione di Dio, costruzione di Cristo, animata ed abitata dallo Spirito (1 Cor 3, 16; Ef 2,22), la Chiesa è affidata a uomini, agli apostoli «scelti da Gesù sotto l‘azione dello Spirito Santo» (Atti 1, 2), poi a coloro che, mediante la imposizione delle mani, riceveranno il carisma di governare (1 Tim 4, 14; 2 Tiro 1, 6). Guidata dallo Spirito (Gv 16,13), la Chiesa è «colonna e sostegno della verità» (1 Tiro 3, 15), capace, senza venir meno, di «custodire il deposito delle sane parole ricevute» dagli apostoli (2 Tira 1, 13 s), cioè di enunciarlo e di spiegarlo senza errore. Costituita in corpo di Cristo per mezzo del vangelo (Ef 3, 6), nata da un solo battesimo (Ef 4, 5), nutrita di un solo pane (1 Cor 10,17) essa raduna in un solo popolo (Gal 3, 28) i figli dello stesso Dio e Padre (Ef 4,6); cancella le divisioni umane, riconciliando in un solo popolo Giudei e pagani (Ef 2, 14 ss), civili e barbari, padroni e schiavi, uomini e donne (1 Cor 12, 13; Col 3, 11; Gal 3, 28). Questa unità è cattolica, come si dice dal sec. II; è fatta per riunire tutte le diversità umane (cfr. Atti 10, 13: «Uccidi e mangia»); per adattarsi a tutte le civiltà (1 Cor 9, 20 ss) ed abbracciare l‘universo intero (Mt 28,19). La Chiesa è santa (Ef 5, 26 s), non soltanto nel suo capo, nelle sue giunture e legamenti, ma anche nelle sue membra, che il battesimo ha santificato. Certamente ci sono nella Chiesa dei peccatori (1 Cor 5, 12); ma essi sono lacerati tra il loro peccato e le esigenze della chiamata che li ha fatti entrare nell‘assemblea dei «santi» (Atti 9,13). Sull‘esempio del Maestro, la Chiesa non li respinge e offre loro il perdono e la purificazione (Gv 20, 23; Giac 5, 15 s; 1 Gv 1, 9), sapendo che la zizzania può sempre diventare frumento, finché la morte non abbia anticipato per ognuno la messe (Mi 13,30). La Chiesa non ha il suo termine in se stessa: conduce al regno definitivo che la parusia di Cristo le sostituirà ed in cui non entrerà nulla di impuro (Apoc 21,27; 22,15). Le persecuzioni ravvivano la sua aspirazione a tramutarsi in Gerusalemme celeste. Il modello perfetto della fede, della speranza e della carità della Chiesa è Maria, che la vide nascere sul Calvario (Gv 19,25) e nel cenacolo (Atti 1, 14). Paolo, dal canto suo, è ripieno d‘un amore ardente (1 Cor 4, 15; Gal 4,19) e concreto della Chiesa: è divorato dalla «preoccupazione di tutte le Chiese» (2 Cor 11, 28) e, sminuzzando per gli uomini a prezzo di grandi sofferenze (1 Cor 4, 9-13; 2 Cor 1, 5-9) i frutti infiniti della croce «completa nella sua carne ciò che manca alle prove di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24). La sua vita come «ministro della Chiesa» (1, 25) è un esempio, soprattutto per i continuatori dell‘opera apostolica. Tutti i membri del popolo cristiano (laos), e non soltanto i capi, sono chiamati a servire la Chiesa mediante l‘esercizio dei loro carismi, a vivere sulla vite come tralci carichi del frutto della carità, ad onorare il loro sacerdozio (1 Piet 2,5) mediante il sacrificio della fede (Fil 2, 17) ed una vita pura secondo lo Spirito (Rom 12, 1; 1 Cor 6, 19; Fil 3, 3), a prendere parte attiva al culto dell‘assemblea, ed infine, se hanno ricevuto il carisma della verginità, ad aderire interamente al Signore, oppure, se hanno contratto matrimonio, a modellare la loro vita coniugale sull‘unione matrimoniale che esiste tra Cristo e la Chiesa (Ef 5,21-33). La; città santa, che Gesù ha amato come una ? sposa feconda (5, 25) ed alla quale «ognuno dice: ?Madre!» (Sal 87, 5 = Gal 4, 26), merita il nostro amore filiale; ma l‘ameremo edificandola a nostra volta.


Autore: F. Ternant
Fonte: Dizionario di Teologia Biblica
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