Vitello d'oro
Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco SpadaforaIl Signore per i meriti delle passate generazioni (cf. 32, 13), non rompe definitivamente l'alleanza con Israele; si contenta per ora di un castigo temporaneo e limitato (cf. 32, 34 s.), perché nulla resta impunito; pur tenendo conto del pentimento del popolo (Ex. 33). Questo peccato è ricordato da s. Stefano (At. 7, 39 ss.); da I Cor 10, 7; Ps. 106 (105), 19- 23.
Molto più grave fu il peccato di Ieroboam, il quale subito dopo la scissione da Giuda, delle dieci tribù del nord, eresse due vitelli d'oro a Dan e a Bethel, per allontanare i suoi sudditi da Gerusalemme e dal Tempio (I Reg. 12-13). Ieroboam ripete le stesse parole di Aronne al popolo: «Ecco il tuo dio, o Israele, che ti trasse dal paese d'Egitto» (I Reg. 12, 28), presentando i due vitelli. Egli voleva soltanto presentare un simbolo di Iahweh; ma ben presto si trattò per il popolo di vera idolatria; in Samaria s'incontra il nome proprio 'Agaljau = Iahweh è un v.; il simulacro è già fatto Dio!
Il toro è il simbolo cananeo della divinità; rappresenta la forza e la fertilità di Baal, e lo stesso Baal. Anche Iehu che distrusse gli altri idoli del culto di Baal, lasciò i due vitelli d'oro, il cui culto, con un sacerdozio apposito, era assurto a religione di stato (2Reg. 10, 29). Contro tale culto dirigono le loro minacce Amos (5, 4 ss. 21-24; 7, 4.17) ed Osea (6, 10; cf. 2, 13 ss.; 10, 1 s., 5,8).
[F. S.)
BIBL. - A: PORL, Historia populi Israel, Roma 1933, p. 37 ss.; F. SPADAFORA, Collettivismo e individualismo nel Vecchio Testamento. Rovigo 1953, pp. 192 ss. 234 s.