Umiltà


(Ebr. 'anawah, 'oni; gr. ***). È anzitutto uno stato oggettivo nell'uomo, proveniente da povere condizioni sociali, schiavitù, malattie, disgrazie (Gen. 29, 32; Deut. 26, 7; Iudt. 6, 15; Lc. 1, 48; 2Cor 10, 1 ecc.). Se non è connesso con un disordine morale, tale stato è un titolo di gloria presso Dio (Iudt. 8, 17) sebbene non lo sia presso gli uomini (Eccli. 13, 22.24): esso determina la consolazione (2Cor., 7, 6) e la glorificazione da parte di Dio (Iudt. 8, 17; Eccli. 11, 13; 20, 11; Lc. 1, 52; Iac. 4,10; I Pt. 5, 6 ecc.). Come disposizione d'animo, mentre presso i pagani è un difetto, è invece presso gli Ebrei e soprattutto i cristiani una virtù morale di cui Cristo "umile di cuore" (Mt. 11, 29) fu un modello perfetto. Molto accetta, a Dio (Eccli. 3, 21), molto raccomandata ai cristiani (I Pt. 3, 8), l'u. consiste nel riconoscer la propria nullità di fronte alla trascendenza divina (Ps. 39, 6), nell'accettare le umiliazioni sull'esempio di Cristo (Phil. 2, 8), nell'abbassarsi di fronte al prossimo (I Pt. 5, 5), disposti a servirlo (Mt. 20, 26; Lc. 22, 26). L'u. è principio di saggezza perché conserva l'uomo nell'equilibrio (Prov. 11, 2); è la condizione per l'efficacia della preghiera (Iudt. 9, 16; Ps. 102, 18; Ps. 22, 25), della grazia (Iac. 4, 6; I Pt. 5, 5) e della salvezza (Mt. 18, 4; 23, 12); infine è il preludio della gloria (Prov. 15, 32; 29, 23).

Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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