Tobia


Libro del Vecchio Testamento, così intitolato dal nome (almeno secondo la Volgata, Tobias) dei due protagonisti, padre e figlio: i Settanta invece, solo per distinguerli, sembra, chiamano il padre *** (A e B) o *** (S) ed il figlio ***. Il nome è una forma accorciata dell'ebraico tobhijjahu = Dio è buono (cf. 2Par. 17, 8).
Il racconto si può dividere in tre parti. Nella prima (cc. l, 3-3, 17) si narra come T., della tribù di Neftali, pur trovandosi in esilio a Ninive, si mantenga fedele alla Legge e si eserciti soprattutto in opere di carità verso i connazionali, seppellendone i cadaveri, ecc. Dio lo prova dapprima con una persecuzione e quindi con la povertà ed una grave disgrazia: la cecità. contemporaneamente anche Sara, figlia di un cugino di T., Raguele, che viveva in Ecbatana, si trova in tristi frangenti. I due poveretti affidano la loro sorte nelle mani di Dio. La seconda parte (4, 1.12, 22) costituisce il vero corpo del racconto. T., a causa della miseria, è costretto a mandare il figlio Tobiolo in Rages, nella Media, per ritirare una notevole somma (10 talenti), depositata già da molto tempo presso un suo parente, di nome Gabael. Fa da compagno di viaggio al buon giovane l'arcangelo Raffaele, il quale, durante il cammino, libera Tobiolo da un pesce che minacciava di divorarlo, lo induce a sposare Sara e va personalmente a ritirare il denaro da Gabael; quindi riconduce Tobiolo con la sposa dai vecchi genitori, che già stavano in ansia per il suo ritorno. A questo punto il giovane, con un farmaco miracoloso suggeritogli dall'angelo, restituisce la vista al padre. Raffaele svela finalmente la sua identità e scompare.
Il libro si avvia così all'epilogo (13, 1-14, 15). Il vecchio T. prorompe in un meraviglioso inno di ringraziamento; prima di morire dà saggi ammonimenti al figlio, il quale poi emigra nella Media presso il suocero, dove finisce i suoi giorni in quieta e tarda vecchiaia, lieto di aver appreso la caduta di Ninive.
Il fine di questo libro, tutto soffuso di un'arte ingenua e di una intimità di affetti davvero commoventi, è quello di celebrare la speciale provvidenza di Dio verso i suoi fedeli adoratori, specialmente se caritatevoli con il prossimo.
Gli Ebrei ed i Protestanti futilmente escludono il libro di T. dal canone (v.) dei libri sacri, contro l'unanime e infallibile assicurazione della Chiesa. Notevole il suo contenuto dogmatico (provvidenza e misericordia di Dio, angelologia e demonologia) e morale (efficacia della preghiera, eccellenza della elemosina, santità del matrimonio ecc.). Il testo originale semitico, ebraico (più probabile), o aramaico, è andato perduto: ne tiene le veci la versione dei Settanta, la quale però ci è giunta in tre recensioni diverse, rappresentate: a) dai codd. B (Vaticano), A (Alessandrino), molti codici minuscoli e dal papiro 1594 di Ossirinco; b) dal cod. S (Sinaitico), più diffuso nel racconto, di stile più volgare e di colorito più semitizzante; c) da pochi codici minuscoli, 44, 106, 107, 610 e dal papiro 1076 di Ossirinco. Questa ultima recensione è incompleta: va da 6, 9 a 13, 18. Principale è considerata la seconda (A. Miller, Hopfl. Metzinger, A. Glamer, A. Vaccari), quantunque anche la prima abbia la sua importanza e i suoi fautori (Noldeke, Vetter, Priero, ecc.). L'antica versione Latina dipende dal cod. S, mentre la Volgata di s. Girolamo fu fatta, come egli stesso confessa, da un codice aramaico, però tenendo sempre d'occhio l'antica Latina.

I codici ebraici da noi posseduti (quattro) sono rifacimenti tardivi (dal V al XIII sec.) del greco o della Volgata. Altrettanto si dica di un manoscritto aramaico, scoperto ed edito nel 1878 da A. Neubauer, e che non è, sembra, che una versione dal greco (VII-VIII sec.?). L'autore dà tutta l'impressione di voler narrare un fatto realmente accaduto: dà la genealogia dei suoi personaggi, precisa i fatti anche più minuti nella cornice della geografia e della cronologia storica. D'altra parte, non si può misconoscere l'esistenza nel testo di qualche anacronismo, sbagli di toponomastica, e il notevole sviluppo dato al genere esortativo.
«Non si può a questo proposito prescindere dalle molteplici relazioni di Tob. con la storia di Ahikar, diffusissima una volta in Oriente (tra i papiri di Elefantina, sec. V), e molto più antica di Tob.. Eccone una sintesi. Ahikar godeva grande credito, per la sua saggezza, preso so i re d'Assiria Sennacherib e Assarhaddon. Vecchio e senza figli, si dimette e fa porre in suo luogo Nadan, suo nipote, da lui adottato come figlio, cui dà lunghe istruzioni e consigli. Ma Nadan, seccato, con nera calunnia accusa Ahikar di tradimento e lo fa condannare a morte. L'esecutore della sentenza lo salva nascondendolo in un sepolcro. Non guari dopo il re d'Egitto manda al re d'Assiria una sfida per la soluzione di certi problemi, per i quali si sente il bisogno della saggezza di Ahikar. Il re è lieto d'apprendere che Ahikar è ancora vivo, lo rimette nei suoi alti onori, e Nadan è condannato a sentire ogni giorno le favolette morali che a suo rimprovero gli raccontava Ahikar; il malcapitato ne muore di vergogna e di stizza.

A questi fatti allude chiaramente (14, 10 s.) Tob. che ci presenta Ahikar come parente di T. (1, 21; cf. 2, 10; 11, 19) e scrive, per facile confusione di lettere, Nadab invece di Nadan. Si noterà in entrambi i libri la miscela dell'elemento narrativo col didattico, con prevalenza del primo in Tob., del secondo in Ahikar. Ciò porterebbe a mettere i due libri nel medesimo genere letterario, la novella morale a fondo storico» (A. Vaccari, p. 233). È questo il pensiero anche degli altri autori cattolici più recenti (N. Peters, A. Miller, Hopfl-Metzinger, A. Clamer, Priero, ecc.): rielaborazione di un fatto storico a scopo didattico. Esegesi che rende conto del nucleo storico e delle libertà letterarie che l'autore si è prese; e che risolve facilmente ogni difficoltà proposta. Bisogna sempre riconoscere che «per poter dare un giudizio assoluto e definitivo (nelle varie questioni esegetiche e letterarie) ci manca l'inconcussa base del testo originale di Tob.» (A. Vaccari, ivi).
Ci è ignoto il nome dell'autore del libro. Dovette essere certamente un Giudeo; ma è da escludersi che sia uno dei due protagonisti, nonostante il comando fatto dal padre di mettere in iscritto l'accaduto (12, 20, nel greco) e l'uso della prima persona singolare (1-3). A loro può risalire la tradizione orale o forse il nucleo centrale, per iscritto. Ignoto ci è pure il luogo di composizione del libro: si può pensare a Babilonia o alla Persia, meglio però la Palestina stessa per la esatta cognizione dei luoghi (1, 2). Anche per determinare il tempo mancano prove apodittiche. L'epoca, in cui vissero i protagonisti, rimane esclusa perché il libro descrive la distruzione di Ninive (612 a. C.) e suppone già avvenuto l'esilio di Babilonia (13-14): si accenna inoltre ad usi religiosi, come la triplice decima (per i sacerdoti, la città di Gerusalemme, i poveri: 1, 8), di cui si ha solo testimonianza tardiva nella Misna, nell'apocrifo Libro dei Giubilei e presso Flavio Giuseppe. D'altre parte un'epoca di persecuzione o di fazioni religiose (Farisei, Sadducei), come il tempo dei Maccabei, non vi sembra adombrata: perciò è da considerarsi composto prima. Più comunemente si pensa agli anni 250-150 a. C.

[S. C. - F. S.]
BIBL. - R. GALDOS, Comm. in T., Parigi 1930 (Cursus S. S.); A. MILLER, Das Buch T., Bonn 1940; A. VACCARI, La S. Bibbia, III, Firenze 1948, pp. 231-67; A. CLAMER, Tobie (La Ste Bible, ed. Pirot, 4), Parigi 1949, PP. 386-480; H. BUCKERS, Die Bucher Esd., Neh., Tobias, Jud. und Esther (Herders Bibellcommentar, IV, 2), Freiburg i. Br. 19.53, pp. 179-247; G. PRIERO, Tobia (La S. Bibbia), Torino 1953.


Autore: Sac. Settimio Cipriani; Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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