Sensi biblici


Compito importante dell'ermeneutica (v.) è definire con esattezza i vari aspetti del senso letterale, l'esistenza e la natura del senso tipico, e di quello adeguato o pieno, per fissare le norme che l'esegeta deve seguire nel suo lavoro. In realtà, nella S. Scrittura, corrispondentemente alla duplice sua caratteristica di libro umano e divino, risponde un duplice senso: letterale e tipico. Bene intesa, questa distinzione può dir si adeguata. Il letterale è, come per qualsiasi libro, il senso espresso con i termini; è così che gli uomini quando scrivono comunicano agli altri il proprio pensiero. E siccome Dio ha voluto comunicarci il suo pensiero, tramite l'agiografo, suo strumento, applicandone le facoltà, non trasformandole, adattandosi in tutto alla mentalità umana, se si eccettua l'errore, noi non possiamo risalire al pensiero di Dio, che attraverso le parole, le forme stilistiche dell'uomo, suo strumento. Ecco perché i Sommi Pontefici han sancito la regola d'oro, già formulata dai Padri e dai Dottori della Chiesa: prima e somma cura dell' esegeta sia la ricerca del senso letterale (quale risulta dal testo, dal contesto, dai passi paralleli e dall'aiuto di tutte le scienze ausiliarie: filologia, archeologia, storia, geografia, ecc.; Leone XIII, Enc. Providentissimus, in EH, n. 107; Benedetto XV, Spiritus Paraclitus, in EB, n. 485; Pio XII, Divino Afflante Spiritu, in AAS, [1950], 568 ss.).

Il senso tipico è invece esclusivo dei libri sacri; risponde infatti alla loro caratteristica di libri il cui autore principale è Dio (s. Tommaso, Quodl. 7, a. 16). Questi volle nel Vecchio Testamento preparare e adombrare il Nuovo: fatti e personaggi del primo esprimono, preannunziano oggetti, verità del secondo: così la manna è ordinata da Dio ad esprimere l'Eucaristia (Io. 6, 31.49), e l'agnello pasquale è tipo di Gesù Redentore. Al senso letterale appartengono tutte le figure stilistiche adoperate nel comporre: metafora, allegoria, parabola, simbolo, ecc. (s. Tommaso, Com. ad Gal. 4, 7). Nella metafora («Io sono la via» Io. 14, 6) le parole non vanno intese in senso proprio (l'uomo ride), ma in senso traslato o figurato (= il prato ride; Gesù è agnello di Dio, ecc.; così per gli antropomorfismi). L'allegoria non è che una metafora continuata; anche qui pertanto i termini vanno presi in senso traslato; cf. il canto della vigna (Is. 5, 1-6 = il popolo d'Israele, v. 7). Nell'allegoria mista tIo. 15, 1-6; Ps. 80 [79], 9-19,) vengono inseriti dei termini dal senso proprio. La parabola (v.) è essenzialmente un paragone: come il padre accolse festosamente il figliol prodigo, così il Padre celeste accoglie con amore il peccatore pentito; come il pastore lascia le novantanove pecore all'ovile e va in cerca della smarrita, e con cura se la riporta e fa festa, così agisce Dio verso il peccatore (Lc. 15). Il termine del paragone è preso dalla vita ordinaria (a differenza della fiaba, dove in uno scenario fantastico parlano gli animali, le piante, ecc.), in un racconto in sé perfetto e completo (e talora ci si può chiedere non si tratti di fatto realmente accaduto: il buon Samaritano, ad es., Lc. 10, 25-37 ecc.), in cui i termini sono adoperati in senso proprio. Mentre nell'allegoria pura, ogni dettaglio vien posto soltanto in ordine all'insegnamento che si vuole inculcare, e non ci deve interessare se cozza con la realtà; nella parabola invece i particolari possono servire soltanto ad abbellire, a completare il racconto; sarebbe superfluo ed erroneo volere sempre trovare per essi il corrispettivo nell'ordine soprannaturale. L'esegeta si attenga all'idea centrale, ragione del paragone, spesso esplicitamente formulato da Nostro Signore. Così è inutile cercare cosa significhi la veste nuova, l'anello, i calzari, il vitello grasso, e tutti gli altri particolari della parabola del figliuol prodigo (Lc. 15). Nel racconto così pittoresco essi riflettono i costumi del tempo; il figlio ritornato viene ben vestito così come allora si suoleva. Mentre nella parabola del Seminatore (Mt. 13, 18-23), lo stesso Nostro Signore applica i diversi particolari. Accade però talvolta che la parabola ha in sé elementi allegorici (parabola allegorizzante); l'esame attento del contesto deve allora guidar l'esegeta nell'inclusione di questi elementi nel paragone.

Anche il simbolo rientra in questo genere di paragone; soltanto che invece di un racconto, si ha una cosa o un'azione, che per una certa analogia o somiglianza rappresenta un'altra cosa, di cui è segno. Isaia cammina nudo e scalzo, così il re di Assur trascinerà i prigionieri dall'Egitto e dall'Etiopia nudi e scalzi (Is. 20, 2 ss.). Tutte queste forme letterarie rientrano regolarmente nel senso letterale. Dal senso esplicito, direttamente espresso, talora si deduce qualche altra verità implicitamente in esso contenuta (senso implicito). Così la solenne affermazione di s. Giovanni; Il Verbo si è fatto carne (1, 14), esprime esplicitamente l'assunzione da parte del Verbo eterno, della natura umana (carne = uomo): ed implicitamente che nel Verbo incarnato c'è l'anima, intelligenza, volontà, corpo reale, ecc.; in una parola, tutto ciò che costituisce la natura umana. È l'esame stesso del testo e del contesto a stabilire con sicurezza tale senso implicito, che è virtualmente rivelato, ed è vero senso biblico, inteso da. Dio e dall'agiografo.

Quando invece da una frase della S. Scrittura si trae una conclusione, tramite una proposizione di ordine soltanto razionale, si ha una semplice deduzione scritturale; denominata dai manuali senso conseguente. Essa rimane umana, non può dirsi senso biblico; a meno che non sia Gesù N. S. a formularla (Mt. 22, 31 s.; dal testo: Io sono il Dio di Abramo, d'Isacco, ecc. [Ex. 3, 6], Gesù così argomenta l'immortalità dell'anima: non è il Dio dei morti, ma dei viventi, dunque i Patriarchi vivono: v. Risurrezione dei corpi); o lo stesso agiografo (s. Paolo, I Cor 9, 7 ss. ecc.).

Mai invece può dirsi senso biblico, e mai pertanto può addursi come argomento per dimostrare qualche verità, quello che impropriamente vien detto senso accomodato. Si tratta in realtà unicamente di una adattazione delle proposizioni del testo sacro a persone, a fatti del tutto estranei all'intenzione di Dio e dell'agiografo. Questa adattazione può avvenire per semplice estensione, rispettando il senso del sacro testo, quando, ad es., la Chiesa nella liturgia applica ai santi la lode che Eccli. 44, 17.20 tributa a Noè, a Abramo: «Noè, il giusto, fu riconosciuto intemerato, e al tempo dello sterminio divenne il rinnovatore», «Abramo... osservò i precetti dell'Altissimo, nella prova fu trovato fedele... »; quando applica alla Vergine SS., sede della Sapienza, quel che Eccli. 24 dice della Sapienza increata attributo divino, comunicata in modo stabile agli uomini.

I Padri e la liturgia abbondano di tali adattazioni, spesso particolarmente felici e delicate (cf. Ez. 44, 2: «Questa porta [l'orientale, nel tempio ideale ivi descritto] deve star chiusa; nessuno entrerà per essa, perché per essa è entrato il Signore Iddio d'Israele»; e s. Girolamo, PL 25, 430: «Con gusto, alcuni intendono questa porta chiusa per cui passa solo il Signore... della Vergine Maria, che rimane Vergine prima e dopo il parto»). Da condannare invece l'applicazione fatta per semplice allusione, sfruttando l'analogia esterna dei termini (ad es. Ps. 68 [67], 36: Mirabile Iddio in sanctis suis, applicato ai santi, mentre si tratta del "santuario", del tempio) o peggio svisando affatto il senso (ad es. Ps. 64 [63], 7 s.: «Accedet homo ad cor altum et exaltabitur» usato per la devozione al S. Cuore: l'uomo che si avvicina a questo Cuore, sarà esaltato; mentre il testo sacro parla di nemici, la cui mente, il cui cuore sono cupi, preparando agguati contro il giusto; ma Dio scocca loro una freccia, interviene a punirli). Anche qui gli esempi sono molti, sfruttati purtroppo dai predicatori poco attenti; un elenco quasi completo di questi veri controsensi biblici si ha in J. V. Bainvel, Les contresens bibliques, 2a ed., Parigi 1906 (trad. il., Siena 1899). Cf. anche G. Ricciotti, Bibbia e non Bibbia, 4a ed., Brescia 1947. La stessa dignità della S. Scrittura esclude i doppi sensi, in uso tra gli uomini solo per scherzare o ingannare. Si danno talora diversi significati o spiegazioni, ma sono i tentativi degli esegeti per arrivare a comprendere, definire l'unico senso che Dio e l'agiografo hanno inteso esprimere; come le diverse interpretazioni che troviamo, ad es., nei commentatori per alcune terzine della Divina Commedia.

E' vero che Dio ha previsto tutte le varie interpretazioni; ma si tratta di stabilire quello che effettivamente egli ha inteso, ha voluto comunicarci. Per il pensiero di s. Agostino e di s. Tommaso cf. G. Perrella, in Biblica, 26 (1945) 277-302, con scelta bibliografia. Senso tipico. Che nel Vecchio Testamento in alcuni soggetti ed episodi Dio annunziasse e figurasse aspetti del Messia e del suo Regno, ci è insegnato dalla pratica di Nostro Signore e degli Apostoli; pertanto l'esistenza del senso tipico è verità di fede. Nell'Ex. 12, 46 tra le prescrizioni date per la cena dell'agnello pasquale, c'è ano che questa: bisognava mangiarlo senza spezzarne le ossa: «né osso alcuno ne romperete». Né l'autore ispirato, né gli altri potevano immaginare che con questa prescrizione, Dio intendeva preannunziare un particolare della morte in Croce del Divin Redentore. L'agnello diviene così tipo, figura del Messia; e quel particolare si realizzò quando i crocifissori spezzarono le ginocchia ai due ladroni, per affrettarne la morte: «ma venuti à Gesù, ... non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli punse il fianco con la lancia... ». Si realizzò così la Scrittura (Ex. 12, 46) e Zach. 12, 10 (per quel che riguarda il colpo di lancia). Dio stesso dunque ci rivela nel Nuovo Testamento questo senso tipico, da Lui solo inteso nel Vecchio. Senso basato sul letterale, in sé completo quest'ultimo, e sufficiente, inteso da Dio e dall'agiografo.

I Cor. 5, 7: «Cristo nostra vittima (o agnello) pasquale è stato immolato». Così ancora Mal. 3, 1 profetizza l'avvento del Precursore del Messia pigliando come tipo Elia ( v.): «Prima che venga il giorno del Signore vi manderò il profeta Elia. Egli ricondurrà il cuore dei padri verso i figliuoli ecc...» (ebr. 4, 5 s.). Sia l'Angelo (Lc. 1, 17), sia Nostro Signore (Mt. 11, 10; 17, 10-13) spiegano che Elia era solo tipo, figura di Giovanni Battista, sia per la vita penitente (cf. anche lo stesso vestito: Mt. 3, 4; Mc. 1, 6 = 2Reg. 1, 7 s.), sia per lo zelo impavido (= «carattere forte di Elia»: Lc. 1, 17) di Elia contro Achab e di Giovanni Battista contro Erode Antipa.

Il serpente di bronzo fissato su un palo nel deserto al quale ricorrevano ed erano guariti gli Ebrei morsi dai rettili velenosi, era tipo del Cristo che mediante l'immolazione sulla Croce opererà la salvezza del genere umano (Num. 21, 8 s.). «Come Mosè innalzò nel deserto il serpente, così bisogna che sia innalzato (termine tecnico per la crocifissione) il Figlio dell'uomo, affinché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna» (Io. 3, 14; cf. Sap. 16, 6 s. 10). Melchisedec e il suo sacerdozio, tipo del sacerdozio di Gesù (Hebr. 7). In tal modo, gli stessi eventi preannunziano il Messia e la sua Redenzione. Noi però possiamo saperlo solo quando Dio stesso ce lo rivela, o nel Nuovo Testamento (negli esempi addotti) o nella tradizione autentica cioè, mediante il magistero infallibile della Chiesa, del quale per i primi secoli fan fede i ss. Padri, nelle circostanze o modalità già fissate nella v. Ermeneutica.

E nello stesso Nuovo Testamento bisogna notare un'interpretazione tipica, che risalta da un principio un po' diverso da quello formulato finora. Così s. Paolo, volendo risolvere, secondo le vedute divine, le relazioni tra1a Chiesa e la Sinagoga, adduce l'esempio di Sara ed Agar (Gal. 4, 21-30). Abramo ebbe due figli, Ismaele dalla schiava (Agar) e Isacco dalla libera (Sara); come allora il primo angariava il secondo, così i Giudei della Sinagoga fanno ora con i figli della Chiesa. Ebbene, in che modo risolse allora Iddio quella situazione? La risolse facendo scacciare Ismaele ed Agar; allo stesso modo, dunque, dispone ora la riprovazione della Sinagoga con i suoi seguaci. Ché Dio essendo immutabile, agisce sempre allo stesso modo, quando si presentano le medesime situazioni, realizzatesi altre volte e di cui siamo resi edotti dalla S. Scrittura. Ancor più nettamente questo principio è applicato in 1Cor 10, 1-11 in rapporto agli eventi occorsi agli Ebrei in occasione dell'esodo dall'Egitto.

Fuori di questo campo, ben delimitato e ristrettissimo, si correrebbe il rischio di cadere nel più irresponsabile soggettivismo, con interpretazioni tipologiche, o spirituali, come si ama definirle, delle quali si sono avuti recenti e penosissimi esempi. Non si tratta più di esegesi cattolica, di senso biblico, ma di divagazioni fantastiche, di accosta menti arbitrari e fino irriverenti.

«Il senso spirituale o tipico oltre che fondarsi sopra il senso letterale, deve provarsi sia dall'uso di Nostro Signore, degli Apostoli o degli scritti ispirati, sia dall'uso tradizionale dei Santi Padri o della Chiesa» (Lettera PCB, 20 ag. 1941).

In realtà bisogna ben distinguere nei Padri e nell'uso liturgico senso tipico da semplice accomodazione, essendo quest'ultima diffusissima, e seguendo i Padri l'allegorismo alessandrino come metodo della loro esegesi privata; mentre la loro autorità vale soltanto quando propongono una spiegazione, come testimoni della fede cattolica.

Allo stesso modo, soltanto mediante la rivelazione noi conosciamo il senso letterale adeguato o pieno (plenior) come si suole chiamare. Allorché Davide nel Ps. 16 [15], 9 s., volendo esprimere che per il giusto la felice sorte di possedere Dio, non terminerà con la morte, ma si perpetuerà in una vita di beatitudine (A. Vaccari), così scrive: Tutto il mio essere gioisce sicuro «perché non abbandonerai l'anima mia al regno dei morti, né consentirai che il tuo devoto veda la corruzione». Ora queste parole in parte, direi in senso sminuito, ebbero la loro realizzazione in David, la cui anima insieme a quella degli altri giusti quando Gesù risuscitò lasciò lo se'ol (o limbo), per bearsi eternamente con Dio e di Dio; mentre il suo corpo effettivamente si disfece e rimase nel sepolcro. Con le stesse parole però nel loro senso adeguato, che esaurisce cioè la loro espressione, l'autore principale, Dio stesso, intendeva profetizzare la risurrezione del Cristo; come esplicitamente rivela s. Pietro (At. 2, 29 ss.). Anche qui, lo stesso David, esprimendo la sua ferma speranza, non andava più in là; e nessun esegeta avrebbe pensato ad una siffatta predizione; o anche pensandoci, mai avrebbe potuto fornire le prove che tale era l'intenzione di Dio. Non tutti, ancora attualmente, ammettono tale senso letterale pieno (plenior) o adeguato, che riducono al semplice senso tipico; G. Courtade, in RScR, 37 (1950) 481-99; C. Spicq, in Bullettin Thomiste, 8 (1947-52) 210-21; cf. EThL, 27 (1951) 145,51; EstB, 10 (1951) 456.49.467 ss., 471 ss.
Solo quando risulta ineccepibilmente dimostrato (per rivelazione), il senso tipico (così ancora per il senso pieno) può essere adoperato per la dimostrazione di una verità dommatica; d'altronde è più logico ricorrere direttamente al senso letterale dei passi espliciti del Nuovo Testamento (cf. S. Tommaso, Summa Th.; I, q.- l, a. 10 ad l; Quodl. 7, a. 14 ad 4).

L'enciclica Humani Generis (AAS [1950] 568 ss.), inculcando la dottrina cattolica sui s. biblici, già chiaramente fissata nelle encicliche precedenti (Providentissimus, Spiritus Paraclitus, Divino Afllante Spiritu), condanna esplicitamente l'esegesi spirituale di taluni moderni di cui si è accennato sopra (A. Bea, in La Civ. Catt., 18 nov. 1950, 401·406; G. Lambert, in NRTh, 83 [1951] 225-28). Essa era propugnata principalmente dai PP. Daniélou e De Lubac: un ritorno, non senza innovazione alla tipologia di Origene; solo chi legge tipologicamente il Vecchio Testamento può trarre il miele dell'edificazione spirituale. Non questo o quel brano, ma tutto il Vecchio Testamento andrebbe interpretato alla luce di questo orizzonte cristologico, che abbraccia il Cristo, storico, mistico ed escatologico, cioè tutto il contenuto della rivelazione cristiana. Tutto è tipo; il senso letterale viene semplicemente rimpiazzato; ma dove tutto è tipo, tutto è ombra e la stessa realtà, oltre a non aver importanza, può appena essere intravista. Ci vengono così offerte meditazioni, esortazioni, talvolta edificanti, ma che."non hanno alcun fondamento sul senso letterale. Sarà filosofia della storia, saran considerazioni più o meno profonde, ma frutto esclusivo del nostro intelletto, se non della fantasia, che nulla hanno a che vedere con la parola di Dio, trasmessa a noi dall'autore ispirato; nulla a che vedere col senso tipico inteso da Dio e da Lui stesso rivelatoci nel Nuovo Testamento. Vedere nell'arca la figura della ss. Trinità, far di Saul che si uccide la figura di Gesù che volontariamente si offre alla morte (Dahin Cohenel) è arbitrio insieme ed offesa al senso storico e alla pietà cristiana.
Vedere in Rahab una figura della Chiesa e nella cordicella di filo scarlatto un tipo del Sangue Redentore (Daniélou) è agganciare al testo di Ios. 2, 18 delle idee che sono estranee non solo alla sua lettera, ma anche al suo spirito (cf. RB, 57 [1950] 633). In realtà si tratta di bravura personale dell’interprete che rischia di avvilire la S. Scrittura a stimolo della sua immaginazione (J. Coppens, Vom christlichen Verstiindnis des Alten Testament, Parigi Friburgo i. B. 1952, pp. 9-24; F. Spadafora, in Rivista Biblica, 1 [1953] 71-76).
[F. S.]

BIBL. - Institutiones Biblicae, I, 6a ed., Roma 1951, pp. 341-59 (A. Fernandez); A. VACCARI, Lo studio della S. Scrittura, Roma 1943, pp. 132-46; G. PERRELLA, Introduzione Generale, 2a ed., Torino 1952, pp. 249-83 (Coll. La S. Bibbia), con ricca bibl. Per i vari problemi sul senso plenior, cf. XII Semana Biblica Espanola, Madrid 1952, pp. 221-498; A. FERNANDEZ - E. F. SUTCLIFFE - P. TERNANT, in Biblica, 34 (1935) 229- 326, 333-43. 135-58. 354-83.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
Visite: 259