Sacerdozio (V.T.)


Come in tutte le religioni (ad eccezione di alcune che si atteggiano a reazioni riformistiche: buddhismo di fronte al brahmanesimo, islamismo di fronte al politeismo, protestantesimo tradizionale), così nella religione rivelata della Bibbia, limitata dapprima ad Israele con l’"alleanza" mosaica, spiritualizzata e universalizzata da Gesù Cristo, è in sommo onore il sacerdote, che è mediatore tra Dio e l'umanità, riconosciuto dalla comunità dei credenti come promotore e guida delle credenze e delle pratiche religiose, incaricato di insegnare la fede e di esercitare ufficialmente il culto. Connesso essenzialmente con il sacrificio, il sacerdozio propriamente detto manca nelle religioni che ignorano o rigettano il sacrificio. Comporta, in ultima analisi, un potere di santificazione (consacrare, benedire, sacrificare o compiere equivalenti riti propiziatori), cioè di assicurare il contatto o la relazione con il potere divino.
In Israele il sacerdote (kòhen, forma participiale, probo «colui che sta in piedi ) o «colui che assiste»: cf. Deut. 10, 8 e 18, 7) appare al tempo di Mosè. Ciò che il Pentateuco riferisce intorno al s. premosaico si innesta nella storia generale delle religioni: nei tempi più remoti chiunque offriva sacrifici privati (Gen. 4, 3 ss.); poi sacrificava il rappresentante della collettività: il capo della famiglia o della tribù (Abramo: Gen 12, 8; 15, 8-17; 18, 23; Isacco: Gen 26, 25; Giacobbe: Gen 33, 20; Iob 1, 5), il re (Melchisedec: Gen 14, 18). Appaiono tracce d'un s. professionale premosaico (Ex. 19, 22 ss.; cf. Ex. 3, 1. Ietro madianita: onde la teoria di B. Stade, Storia del popolo d'Israele, trad. it. 1897, p. 168, che Mosè ha mutuato il sacerdozio dai Qeniti arabi). Ma poco o nulla si sa sull'origine di esso (Egitto? cf. Gen 41, 15), sui titolari di esso (F. Hummelauer, In Exodum et Leviticum, 1897, p. 6, congetturò da Ex. 32, Num. 27 e 36: i Manassiti), sul compito e sui riti di esso (sacra tenda? sacrifici e culto dinanzi al vitello d'oro?).
Dopo fondata l'alleanza teocratica, Mosè unifica le funzioni cultuali nella sua tribù di Levi, e il s. nella famiglia di suo fratello Aronne. Mosè, dopo aver celebrato i riti e sacrifici dell'alleanza. (Ex. 24, 4.8), consacrato la sacra tenda e nel suo atrio offerto i primi olocausti (Ex. 40, 15-37), per comando divino conferì il s. ad Aronne e discendenti direttamente chiamati da Dio (Ex. 27, 21; 28, 1). Nell'anniversario dell'esodo dall'Egitto Mosè consacrò (letteral. "santificò" qiddès: Ex. 29, 1; 40, 13) Aronne con l'unzione del capo (Ex. 29, 7; Lev. 8, 12; come i re: I Sam 10, 1; 16, 13) quale sacerdote per eccellenza o sommo sacerdote, e anche i suoi figli ma solo mediante l'aspersione (Ex. 30, 31; Lev. 7, 35; 10, 7) e il sacrificio d'investitura (millu'im: Lev. 7, 37; 8, 22.28.31): costituire sacerdote era detto millé' jad "riempì la mano" (Ex. 28, 41; 29, 9; Lev. 8, 33, 16, 32; Num. 3, 3; ecc). Questa consacrazione doveva valere per tutti i discendenti (Ex. 40, 13 [15]); in realtà non si parla mai di una nuova unzione per i sacerdoti posteriori. Il sommo s. si trasmise da Aronne al primogenito della famiglia, mentre gli altri aaroniti rimanevano semplici sacerdoti, e gli altri membri della tribù di Levi rimanevano addetti al culto come aiutanti dei sacerdoti (v. Leviti).

La scuola di Wellhausen vede nell'unificazione del s. in Aronne e nei suoi discendenti una finzione postesilica (Ez. 44, 5-31) proiettata sulle origini della storia d'Israele; dicono che tale legittimismo ereditario è smentito dai sacrifici offerti da non aaroniti (Num. 3, 10; 18, 7; Ios. 18, 7; Iudc. 17, 5.12; 1Sam 2, 28; 1Reg. 12, 31; 13, 34; 2Par. 13, 9; 26, 18). Ma tali sacrifici fuori del santuario unico, a prescindere da quelli che rappresentano un culto puramente privato, sono dovuti alla necessità (1Sam 13, 12) e al comando straordinario di Dio (Iudc. 6, 24-27; 1Reg. 18, 30-39), o si celebrano con l'intervento di sacerdoti (1Reg. 8, 62-64). Ugualmente arbitraria è l'affermazione che la gradazione gerarchica dei ministri del culto fu introdotta in Israele durante o dopo l'esilio babilonese.
I requisiti per il S. erano essenzialmente: la discendenza, dimostrabile mediante le tavole genealogiche, da Aronne (Esd. 2, 12.63; Neh. 8, 63.65), l'esenzione da mutilazioni o difetti corporei (Lev. 21, 16-23), la purità rituale (Lev. 22, 1-9), una condotta irreprensibile e una vita familiare senza macchie e disonore (Lev. 21, 7-9; Ez. 44, 13-22). I tannaiti del sec. I portarono poi a 142 le "irregolarità" che escludono dalle funzioni sacerdotali (Bekhoroth, VIII). Secondo il Talmud Babilonese (Hullin, 24 b), il servizio sacerdotale si inizia a 20 anni, dopo una idonea preparazione; ma nella Bibbia non è determinata l'età, neppure per il sommo sacerdote. Può ritenersi che si applicasse a tutti l'età levitica (30, 25, poi 20 anni). Nel periodo del servizio attivo i sacerdoti dovevano astenersi dai segni esterni di lutto, dal vino, dall'uso del matrimonio (Lev. 10, 8-11; 1Sam 21, 5). Durante il servizio sacrificale dovevano indossare indumenti speciali (Ex. 28, 40 ss.; 29, 8 s.): mutande di lino, una lunga veste bianca con una cinta colorata più volte attorniata alla vita, un turbante di lino bianco (F. Giuseppe, Ant. VII, 2 s.); uscendo nell'atrio esterno dovevano cambiarsi «per non santificare il popolo con le loro vesti» (Ez. 44, 19).
Il servizio dei sacerdoti consisteva nell'«andare avanti e indietro alla presenza di Iahweh» (1Sam 2, 30), offrendo i sacrifici cruenti ed incruenti (Lev. 1-7), accudendo l'altare degli aromi (Ex. 30, 7; 2Par. 26, 18; Luc. 1, 9), il candelabro a sette rami (Ex. 27, 21; 30; 7; Lev. 24, 4), la tavola dei pani di presentazione (Lev. 24, 8), curando i restauri del Tempio (2Reg. 12, 9). I sacerdoti dovevano inoltre purificare le puerpere, i lebbrosi guariti (Lev. 12, 6 s.; 14, 2-53). Uno dei loro compiti più gravi era di istrure e guidare il popolo nella Legge (Lev. 10, 11; 2Par. 17, 7 ss.; Os 4, 6; Mal. 2, 6 s.), chiarirne e applicarne le prescrizioni. Amministravano la giustizia, con poteri coercitivi (Deut. 17, 8-13; 21, 5; Is. 28, 7; 2Par. 19, 8-11). Impartivano la benedizione sacerdotale (Lev. 9, 22.; Num. 6, 22-27). Potevano commutare e sciogliere i voti (Num. 6, 10-20; cf. Eccle. 5, 4). Essi soli potevano toccare l'arca dell'alleanza e i sacri vasi (Num. 4, 15). In guerra accompagnavano e arringavano l'esercito (Deut. 20, 2 ss.).

Per assicurare la continuità del loro servizio ai due altari (olocausti, incenso), David li divise in 24 turni o classi (mahleqoth, ***), 16 della stirpe di Eleazar e 8 della stirpe di Ithamar (1Par. 24, 2.19), le quali si avvicendavano nel servizio del tempio di sabato in sabato (2Reg. 11, 9; 2Par. 23, 4; Luc. 1, 58 s.). Ad ogni classe presiedeva un capo, il quale tardivamente fu anche chiamato sommo sacerdote (1Par. 24, 5; 2Par. 36, 14; forse Mt. 2, 4). Dopo l'esilio si ricostituirono le 24 classi sacerdotali con gli antichi nomi (Esd. 2, 36-39; Neh. 7, 39-42). L'opposizione fu costante tra le due stirpi sacerdotali di Eleazar e di Ithamar.
I sacerdoti erano stati esclusi dal possesso ereditario del territorio diviso fra le tribù (Num. 18, 20); potevano però comprare proprietà private (I Reg. 2, 26; Ier. 32, 7). Il loro sostentamento era assicurato anzitutto dalla parte che prelevavano su tutti i sacrifici (Ex. 29, 26.33; Lev. 7, 6. 14; Num. 18, 15-24), e poi dai voti (Num. 18 14) dal denaro di riscatto dei voti (Lev. 27, 2-25), dai donativi dei fedeli (Num. 5, 10), dalla partecipazione al bottino di guerra (Num. 31, 28-54). Erano totalmente liberi dalle imposte e dal servizio militare (Esd. 7, 24).
I sacerdoti d'Israele furono spesso indegni, infedeli (fin dall'inizio, i due figli di Aronne Nadab e Abiu: Lev. 10, 1-5) e corrotti (i figli di Eli: 1Sam 2, 12-25; dopo l'esilio: Esd. 9, 1; 2Mach. 4, 14). I profeti spesso denunziarono l'ignavia e i vizi dei sacerdoti (Is. 28, 7; Mi. 3, 11; Ier. 23, 11.33; Mal. 1, 6.10; 2, 7 ss.); ed anche i re (2Reg. 16, 10; 21, 4). Nobili esempi però di virtù e di zelo sono segnalati (2Par. 26, 16-20; 29, 3-36 [riforme di Ezechia] 34 29- 33 [riforma di Iosia]; Neh. 9, 38-10: 39), ed erano sacerdoti i grandi riformatori Geremia, Ezechiele, Esdra. Al tempo degli Asmonei le alte gerarchie sacerdotali aderivano ai Sadducei (At. 5, 17); gli altri vennero poco a poco assorbiti o sopraffatti dal partito degli scribi. La fine dell'economia mosaica e la distruzione del Tempio unico (a. 70) tolse al S. israelitico ogni ragion d'essere (Is. 66, 22; Ier. 31, 14.18). Il Giudaismo difatti non ebbe più sacerdoti, bensì solo rabbini (rabbi "maestro mio") che dirigono il culto (preghiere e letture sacre) ormai senza sacrifici, nelle sinagoghe. Perdute le tavole genealogiche, si perpetuano tuttavia, sulla base di tradizioni, i kohanim, "sacerdoti" che "odono di certi diritti religiosi. Solo la setta giudaica dei Falasha, in Etiopia, ha ora sacerdoti, i quali offrono sacrifici (una parte dell'animale immolato è loro sempre riservata), ricevono la decima dei cereali e il primogenito del bestiame.
[A. Rom.]

BIBL. - F. VON HUMMELAUER, Das vormosaische Priestertum in Israel, Friburgo Br. 1899; O. KLUGE. Die Idee des Priestertums in Israel-Juda und im Urchristentum, Lipsia 1906; F. X. KORTLEITNER, Archeologia biblica. Innsbruck 1917, pp. 150-214; A. C. WELCH, Prophet and Priest in Old Israel, Londra 1934; J. HOSCHANDER, The Priests and Prophets, N. York 1938; A. ROMEO. Il Sacerdozio di Israele, in Enciclopedia del Sacerdozio, Firenze 1953, pp. 393-498.


Autore: Mons. Antonino Romeo
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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