Risurrezione dei corpi


È il ritorno alla vita dei corpi dalla dissoluzione del sepolcro, per partecipare con l'anima, del premio o del castigo eterni. È la vittoria sulla morte, ultimo effetto della Redenzione, alla fine dei tempi. Per il Vecchio Testamento è considerato preannunzio della r. dei corpi, Dan. 12, 2.13. «Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni per la vita eterna, gli altri per l'obbrobrio, per un'eterna ignominia». Il contesto, però, suggerisce che si tratta della fine dell'attesa nello se'ol, beatitudine per i giusti, condanna eterna per gli empi, realizzate con la discesa di Gesù risorto agl'inferi. Nello stesso senso vanno interpretati Is. 26, 29 in opposizione a 26, 14; e Ps. 16, 8-11; 17, 15; 49; 73. V. Retribuzione.

La versione più autorevole di Iob 19, 25 s. non parla della r., né dell'oltretomba. «Ah, lo so; il mio vindice è vivo e per ultimo su questa polvere si drizzerà; e di dietro della mia pelle, e nella mia carne vedrò Iddio...»; così il testo masoretico, confermato in parte dalla versione siriaca e da quella greca di Teodozione. Si tratta sempre della stessa speranza che il Signore intervenga a dichiarare la giustizia di Giobbe, prima che questi muoia. La versione greca dei LXX omettendo «e dietro) (v. 26) e anteponendo «si drizzerà» (v. 25) inserisce il concetto di r. del corpo: «So che è eterno colui che mi libererà, sulla terra risorgerà la mia pelle...». Concetto ritenuto da alcuni Padri greci; ma rigettato da s. Giovanni Crisostomo (PG 53, 565; 57, 3(6); e che, con l'appoggio della Volgata, s. Agostino (per es., PL 41, 793) divulgò nella Chiesa latina. Nessun accenno alla r. dei corpi in Sap; espressa invece in II Mac. 7, 11: «le ho ricevute da Dio queste membra ... spero riaverle nuovamente da Lui», dice il terzo fratello martire; questa frase illumina le altre (7, 9.14.23) che, per sé, direttamente riguardano la sola beatitudine eterna.

La visione simbolica di Ez. 37, 1-14 afferma la certezza della restaurazione d 'Israele, allora in esilio: come Iahweh può compiere il prodigio di ridar la vita a quelle innumerevoli ossa da tempo disseminate per questa valle, mentre umanamente sembra impossibile, così ristabilirà Israele, mentre per gli esuli questa promessa sembrava una chimera irrealizzabile. Esula pertanto da questo vaticinio ogni riferimento alla r. dei corpi (F. Spadafora, comm., pp. 270.73).

Al tempo di Nostro Signore, i Farisei ammettevano la r. dei corpi; la negavano i Sadducei (Mt. 22, 23·33; At. 23, 6.10, 26, 5-8); ma anche i primi (cf. apocrifi e scritti rabbinici) non avevano idee chiare; gli stessi argomenti addotti sono tutt'altro che efficaci (J. Bonsirven, Le Judaisme palestinien, 2a ed., 1934, pp. 468-85)

Dai testi citati (Dan., Is. ecc.), affermanti la fine dell'attesa nello se'ol alla venuta del Cristo; dal concetto di morte (v.), come separazione temporanea da Dio per il giusto; dalla concezione unitaria della persona umana; i Giudei dovevano trarre la speranza che anche il corpo avrebbe partecipato alla beatitudine portata dal Messia. La r. dei corpi è nettamente insegnata da Gesù e illustrata in maniera particolare da Paolo (I Cor 15).

Nel discorso di Cafarnao (Io. 6, 39 s., 44 s.), in occasione della r. di Lazzaro (Io. 11, 24 s.); cf. Lc. 14, 14. La r. è supposta in Mt. 13, 39-43. Direttamente è affermata contro i Sadducei (Mt. 22, 23·33; Mc. 12, 18·27; Lc. 20, 27-40). Costoro formulavano l'obiezione grottesca di una donna, che uno dopo l'altro, ebbe mariti, sette fratelli (legge del levirato), dopo la r., di chi sarà sposa? «Voi errate, risponde Gesù, perché non comprendete la potenza di Dio.... I risuscitati non possono più morire (cessa il fine del matrimonio), vivono anzi come angeli di Dio, nel cielo», cioè in condizioni affatto nuove, adeguate alla vita di eterna beatitudine.

«Che i morti hanno poi a risuscitare lo accennò anche Mosè nel passo del roveto, dove nomina il Signore, Dio d'Abramo e Dio d'Isacco e Dio di Giacobbe. Non è Dio dei morti, ma dei viventi, perché per Lui tutti vivono».

La sopravvivenza nello se'ol di una qualcosa del defunto, era dato comune; ma quella non era una vita, era un sonno, qualcosa di inerte, di umbratile. Ora, fuor di dubbio, il testo citato (Ex. 3, 6) che lega strettamente e per sempre Dio con i suoi cultori, lasciava prevedere che il datore della vita («per Lui tutti vivono») non li avrebbe mai abbandonati e che un giorno li avrebbe richiamati alla vita (cf. Ps. 16, 10 s. ecc.; v. Retribuzione); avrebbe loro data la vita vera e piena, per i Giudei non altrimenti concepibile che della intera persona: anima e corpo. Ecco perché i Sadducei non replicano, mentre i Farisei e la folla rimangono ammirati.

Nel rivendicare la sua qualità di inviato plenipotenziario del Padre, Gesù precisa le sue caratteristiche: è datore della vita (Io. 5, 21: naturale e soprannaturale cf. Io. 1, 3.4a); unico giudice supremo degli uomini (vv. 22.27); autore di una duplice l'.: a) il passaggio (già in atto) dal peccato alla vita soprannaturale, operato dalla Grazia (vv. 24 s.), per i viventi, suoi contemporanei; b) per i defunti, da Adamo al giorno della r. di Gesù, il prossimo passaggio alla beatitudine eterna per i giusti, l'inizio della pena eterna per gli iniqui (5, 28 s. cf. Dan. 12, 2).
S. Paolo afferma spesso la r. dei corpi (I Cor 6, 14; 2Cor 1, 9; 4, 14; 13, 4; Rom. 4, 17; 6, 5.13; Col. 2, 12 s.; 3, 1; ecc.); ne tratta metodicamente in 1Ts. 4, 13-17 (v. Tessalonicesi) Rom. 8; e in particolare in I Cor. 15. Dalla r. di Gesù (I Cor 15, 1-11; 1Ts. 4, 14; Rom. 8, 11) egli argomenta la r. dei fedeli, che formano con Lui un solo corpo.
La r. di Gesù, infatti, oltre a stabilire ineccepibilmente la verità di questo mistero, è causa efficiente ed esemplare della nostra r. Il Cristo è risuscitato come «primizia dei morti», «primogenito di tra i morti» (Col. 1, 18); egli è stato il primo, e il piano divino vuole che una folta schiera di risorti, col corpo glorificato, gli faccia corona (Rom. 8, 29); Le primizie, come le radici, non hanno senso, senza la massa dalla quale son prelevate; così la r. di Gesù senza la r. delle membra. Il piano divino della Redenzione vuole riportare la umanità alla purità delle origini; esso è completo soltanto con la "redenzione del nostro corpo" (Rom. 8, 23); allora tutto il "reato, da Dio sottomesso all'uomo, "sarà liberato dalla servitù della corruzione", venendo associato alla glorificazione del nostro corpo (Rom. 8, 21). E questo ultimo effetto della Redenzione è certissimo; ne fa fede la preghiera dello Spirito Santo in noi, il sospiro del creato; ma principalmente l'amore indefettibile di Dio, mostratoci nel Cristo Redentore; tutto è pronto, dall'eternità: una serie di grazie, che va dal battesimo fino alla glorificazione (Rom. 8, 19.29).
A Corinto c'erano però dei fedeli che osavano dubitare della grande verità. Come si sarebbe realizzata? (I Cor 15, 35).
S. Paolo si richiama alla onnipotenza divina; e adduce un esempio: il chicco di grano che marcisce nel solco per dar quindi vita alla spiga

. Il corpo risuscitato e il corpo seppellito son lo stesso soggetto e tuttavia interamente differenti; come il chicco di frumento e la spiga. La potenza di Dio non si esaurisce in un tipo di creazione; basta guardare la varietà indefinita degli esseri del creato; pertanto nessuna meraviglia se al corpo moro tale, disfatto nel sepolcro, Dio fa seguire alla r. un corpo glorioso. È il commento alle parole di Gesù:
«Voi errate... perché non comprendete la potenza di Dio» (Mt. 22, 29). E s. Paolo si ferma a descrivere le doti del corpo glorioso («I risuscitati saranno come angeli di Dio») Mt. 22, 30), quelle doti constatate dagli Apostoli in Gesù risorto. Incorruttibilità, splendore o partecipazione della gloria divina, potenza, spiritualità; in opposizione alla corruzione, alla opacità, alla debolezza del corpo naturale, venuto su dalla terra (I Cor 15, 42 ss.). La r. del nostro corpo è assimilata in tutto a quella del Cristo: egli esce dai lini, senza svolgerli, dal sepolcro lasciando intatti i sigilli apposti sulla pietra che ne chiudeva l'ingresso; si sposta veloce come il pensiero, si rende invisibile, entra a porte chiuse.

È questo il corpo "spirituale", cioè con queste doti soprannaturali date da Dio; in opposizione al corpo che naturalmente dopo il peccato - (*** = principio della vita naturale, senza la grazia), ci viene trasmesso, da Adamo in poi.
In tal modo si ritorna alle origini, ai doni soprannaturali che ornarono l'uomo prima del peccato; anche qui, come per gli effetti della grazia sull'anima (Rom. 5, 12-21), l'effetto della Redenzione si estende a tutti gli uomini, basta che non si oppongano. Il parallelismo tra Adamo, capo e trasmettitore del corpo "di morte" (Rom. 7, 24) che si dissolve, e Cristo, capo della nuova umanità, rinata col battesimo e partecipe della nuova natura divina, e causa efficiente ed esemplare del corpo "spirituale", conferma questo mirabile mistero della trasformazione dei corpi (I Cor 15, 45-49). Si tratta, d'altronde, di una necessità; la vita della grazia ha come termine la vita di gloria con Dio.

Ora è ovvio che nel soggiorno di Dio, nel dominio dell'incorruzione non può entrare la corruzione; l'umano (carne e sangue) defettibile, non può, così, coabitare col divino (regno di Dio); è necessaria pertanto una trasfigurazione essenziale che l'elevi alla categoria dello Spirito, del divino (vv. 50-53). Ecco perché lo «spirito che è in noi (l'anima con la grazia soprannaturale) è il pegno della r.» (2Cor 5, 5; Rom. 8, 9 ss.). Ed ecco come avverrà la r. dei corpi; alla fine dei tempi (fine del regno di Dio sulla terra, I Cor 15, 23-28), ad un cenno dell'Altissimo, tutti gli uomini risorgeranno dal sepolcro; gli eletti, con i loro corpi gloriosi si leveranno verso il Cristo, che appare circondato dagli Angeli; è il trionfo del Messia, che rimetterà il regno nelle mani di Dio. Le ripetute e chiare affermazioni dell'Apostolo sulla universalità della morte e della r. (A. Romeo, in VD, 14 [1934] 328· 36) devono guidare l'esegesi di I Ts. 4, 15 (v. Tessalonicesi) e I Cor. 15, 51: «Tutti risorgeremo (come ben traduce la versione latina: ***) e tutti saremo trasformati». La negazione riguarda soltanto il verbo; è contro la sintassi riferirla al *** quasi fosse una limitazione «non tutti risorgeremo»).
In questi passi s. Paolo parla direttamente della r. dei giusti; il contesto spiega questa visuale particolare (in I Ts.; 1Cor e Rom.); è il lato luminoso della r. in rapporto al trionfo del Cristo. Ma egli insegna nettamente l'universalità della r. dei corpi, anche per gli empi (cf. At. 24, 15 e tutti i passi dove parla del giudizio universale [v.] che segue immediatamente la r.).

L'Apocalisse (v.) distingue nel c. 20 la r. prima, o passaggio, col battesimo dalla moro te alla vita spirituale; e la r. dei corpi, seconda r. che avverrà alla fine: i giusti andranno in cielo col Cristo, mentre i pravi, col corpo riavuto, scenderanno nel fuoco eterno (Ap. 20, 11-21, 4).
[F. S.]

BIBL. - A. ROMEO. in VD, 9 (1929) 307-12. 339-47. 360-64: ID., Omnes quidem resurgemus, in VD. 14 (934) 142-48. 250-55. 267-75. 313-20. 328.26. 375-83; J. BONSIRVEN, Teologia del Nuovo Testamento. Torino 1952. pp. 123 58. 290 ss. 324 s.; M. J. LAGRANGE. Epitre aux Romains, Parigi 1931, pp. 189-223; F. SPADAFORA, Dan. 12 2.19 e la resurrezione, in Rivista Biblica, 1 (1953) 193-215.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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