Retribuzione


All'idea di peccato e di azione morale in rapporto alla giustizia sovrana di Dio, risponde sempre l'idea di una sanzione; o limitata alla vita terrestre, considerando premio e castigo, i beni e le sventure dell'esistenza (r. terrena); o estesa al di là della morte. Infine, la prima r., può riguardare la comunità (r. collettiva), o il singolo individuo (r. individuale), mentre la r. oltretomba è soltanto personale. I Semiti che avevano una concezione vivissima dell'azione della Provvidenza su tutti gli eventi, anche secondari, ravvisavano facilmente in questi la manifestazione del premio o del castigo divini; per loro, la r. doveva manifestarsi su questa terra, dimostrazione della giustizia divina. Vigendo inoltre tra essi la più forte mentalità solidale, la r. era prima di tutto e prevalentemente collettiva; pur essendo indiscutibilmente attestata la r. personale. Al di là della morte, era "la grande terra" dove tutti discendono, e dove menano una vita pallida, sminuita, ma non meno reale e duratura; e dove tutti, giusti ed empi si trovano accomunati senza distinzione, per sempre, immutabilmente.
Nulla di più chiaro presso gli Ebrei dell'idea di r. La loro fede in Dio, è la fede in Dio sovranamente, infallibilmente giusto e rimuneratore.
La r., prima di tutto, è terrestre e collettiva. L'essenza della religione mosaica è nell'alleanza tra Dio e la nazione come tale (v. Alleanza); questa s'impegna con Dio, con doveri collettivi, ai quali rispondono sanzioni adeguate (Ex. 20, 5 s.; Lev. 26; Deut. 27-28): se la nazione compirà fedelmente gli statuti del patto (= Decalogo), Dio la proteggerà contro i nemici esterni, darà messi abbondanti, ecc.; altrimenti, la nazione soccomberà, i superstiti trascinati in esilio, ecc.

Così la Legge, con l'origine e lo statuto dell'alleanza; così i libri storici che ne narrano l'attuazione in tutta la vita d'Israele; gli stessi profeti parlano alla nazione, annunziano sanzioni collettive, perché la loro missione è ricondurre Israele ai termini dell'alleanza. Adeguatamente a questa mentalità solidale, essi presentano il futuro regno messianico, come l'età dell'oro con ogni prosperità, fertilità del suolo, ecc. (cf. Os 2; Is. 7, 15.21 s.; Ez. 34 ecc.). Tolta la parte iperbolica, rimane il fatto che all'osservanza del monoteismo e dei precetti morali, da parte d'Israele, come nazione, Dio promette premi che si confanno alla collettività come tale.

Accanto alla r. collettiva, troviamo egualmente affermata, sia pure non così diffusamente e ripetutamente, la r. personale, per ciascun israelita, qui sulla terra. Oltre alle narrazioni della Genesi, nella stessa Legge, anche per il singolo, la docilità agli ordini divini avrà per ricompensa una lunga vita, nel benessere e nella pace, mentre miseria e morte prematura colpiranno l'empio (cf. Ex. 20, 12; 23, 20-23; Deut. 4, 25-40). «Chi pecca sarà cancellato dal libro di Iahweh» (Ex. 32, 33; cf. 12, 15.19; Lev. 7, 20 s.; Num. 19, 13.20 ecc.) o «sarà estirpata quella persona dal suo popolo». Numerosi sono gli esempi di r. personale per i libri storici (cf. Lohr, p. 18 ss.). La frase: «Mi faccia il Signore tal male e peggio ancora» (= se così non è, il Signore mi mandi i più terribili castighi: Ruth 1, 17; I Sam 3, 17 e spesso) esprime esattamente il concetto di r. personale.

La stessa esecuzione di Semei, raccomandata da David a Salomone (I Reg. 2, 36-46) si spiega per il concetto che si aveva allora della necessità di una r. terrestre e palpabile, direi, per il cattivo come per il buono; alla base di tale concezione, c'è un sentimento vivissimo della giustizia assoluta (L. Desnoyers, Hist. III, p. 11). Infine, il principio della r. personale è annunziato formalmente in I Sam 26, 23: «Iahweh retribuirà ciascuno secondo la sua rettitudine e la sua fedeltà»; 2Sam 3, 39; 16, 8. I testi naturalmente sono più abbondanti nella letteratura didattico-sapienziale; è lo stesso genere letterario che pone in primo piano i rapporti dell'individuo con l'Eterno, e quindi la r. personale (cf. specialmente in Ps., Prov., Sap.).
Fin qui, il parallelo tra Israele e i Semiti, in particolare le concezioni babilonesi (cf. P. Dhorme, La rel. ass. bab.), è indiscutibile, e conferma l'antichità e la esattezza storica del Vecchio Testamento, anche per la r. personale.
Nel Vecchio Testamento, ancora si trovano le stesse idee, le medesime espressioni, per indicare la "grande dimora" (Kigallu; in ebr. se'ol', v.), dove tutti alla morte discendono, che riscontriamo tra i Babilonesi, eccetto i miti e le divinità; anche laggiù il solo Signore è Iahweh (Ps. 139, 7 ss.; Iob 26, 6).

Le antichissime frasi per indicare la morte: «scendere nello se'ol», «riunirsi al proprio popolo», «ritornare ai padri» (Gen. 15, 15; 25, 8.17 ecc.; Num. 20, 24.26; 27, 13 ecc.; Deut. 31, 16 ecc.) evidentemente suppongono che qualcosa rimane e sopravvive al disfacimento del corpo. Cf. Gen. 37, 35: «scenderò dolorando a mio figlio nello se'ol», dice Giacobbe, mentre è sicuro che Giuseppe è stato divorato da una belva! Num. 16, 30: si apre la terra e inghiotte i colpevoli che «discendono vivi nello se'ol». Le anime, ritenute la parte più vitale dell'uomo, qualcosa che sopravviveva alla dissoluzione del corpo, una specie di riduzione dell'essere umano, ma che conservava integra la propria personalità (cf. I Sam 28, 8-20, il defunto Samuele, evocato da Saul, appare immutato nel suo carattere rigido e severo), queste anime discendevano tutte nello se'ol, dove la loro sorte non era determinata da alcun giudizio (M. J. Lagrange, p. 345). Il Vecchio Testamento è molto sobrio al riguardo. E ciò anzitutto per il pericolo del politeismo; cf. la proibizione di alcuni riti funebri (Lev. 30,27 s.; Deut.14, l) e dclla necromanzia (Deut. 18, 11; 26, 14). La vita d'oltretomba vi è delineata fugacemente, anche per le reali condizioni allora esistenti: il ciclo era chiuso. Pertanto lo se'ol è uno stato d'attesa comune ai buoni e agli empi. Si spiega così la vita inerte (Eccle. 9, 5 s., 10), assimilata al sonno (Iob 10, 20 ss.; 17, 16 ecc.), nelle tenebre (Ps. 49, 20; 88, 7.13; ecc.), delle anime, e il loro nome di repha'im (languidi, deboli).
Anche per i giusti del Vecchio Testamento la morte implicava la fine di ogni rapporto con Dio. «Non vedrò più Iahweh», geme Ezechia (Is. 38, 11; cf. Ps. 30, 1; 88; 6.11 ss.). Per questo il giusto considera la vita lunga come una benedizione e un premio di Iahweh. A differenza, però, dei Babilonesi, e di tutti gli altri Semiti, l'israelita ha dalla rivelazione divina una luce particolare sulla r. che l'attende oltre la morte.
Fin dalle origini, la pena attuata contro i pro genitori colpevoli. è la separazione da Dio, la morte fisica ne era il suggello e l'inizio, propriamente detto (v. Morte). Questa separazione, per i giusti avrà un termine; allora, invece, per i peccatori, essa sarà definitiva. Così lo se'ol, a differenza della concezione babilonese e semitica in genere, è soltanto un luogo di attesa.

«In quel tempo (= alla fine degli anni, cioè alla fine del Vecchio Testamento, quando il regno sarà dato ai santi, cioè all'avvento del Messia), sarà salvato il tuo popolo. E molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni per la vita eterna, gli altri per l'obbrobrio, per un'eterna ignominia» (Dan. 12, 2). Quelli che dormono (cf. Ps. 44, 24; 121, 4) sono coloro che menano la vita "umbratile" ed inattiva nello se'ol, qui denominato "regione della polvere" (o semplicemente "polvere", afar, come in Iob 17, 16). Essi «si sveglieranno» (cf. Ps. 17, 15); si tratta della fine dell'attesa negl'inferi. Per i giusti la conclusione di quest'attesa (che avevano in comune con gli empi) sarà la gioia, la partecipazione ai frutti della redenzione, la beatitudine eterna; per i pravi la eterna condanna, questi pertanto sono le vere vittime della morte. (cf. Sap. 2, 23 s.). È quel che si realizzò alla discesa (v.) di Gesù agl'inferi (I Pt. 3, 18 ss.): I giusti dell'antica Legge ottennero tale beatitudine, promessa formalmente a Daniele (12, 13), nel giorno della risurrezione e glorificazione del Cristo (Hebr. 11, 39 s.). Così la dottrina abituale del Vecchio Testamento, secondo la quale i defunti giusti ed empi vivono nello se'ol senza discriminazione in una specie di letargia, è l'espressione autentica di quèl che è stata la realtà fino a Gesù, ché il cielo era chiuso, invece di essere una rivelazione imperfetta.

La stessa r. è espressa in Ps. 17, 15: «ma io per la tua giustizia vedrò il tuo volto, mi sazierò, al risvegliarmi, delle tue sembianze»; Ps. 16, 8-11: «non abbandonerai l'anima mia al regno dei morti»; Ps. 49 che stabilisce la sorte differente dell'empio e del giusto; entrambi muoiono e scendono nello sé'ol (v. 12 s.); ma mentre gl'iniqui vi dimoreranno «sotto la verga della morte» (cf. Sap. 2, 23 s.) e «per sempre» (vv. 14 s. 20) il giusto: «ma sì, Iddio riscatterà l'anima mia dal potere dell'inferno, prendendomi seco» (v. 16). Ancora nel Ps. 73: a differenza dei pravi (v. 18 ss.), il giusto «sarà sempre con Dio», «mi guiderai col tuo consiglio e poi mi accoglierai in gloria» (v. 24).
La stessa dottrina in Is. 26, 29 in opposizione a 26, 14: «Gli oppressori d'Israele son morti e non risorgeranno più; son ombre e più non rivivranno»; «O Iahweh! Rivivano i tuoi morti! Risorgano i tuoi cadaveri! Si sveglieranno e giubileranno coloro che dimorano nella polvere». Così come in Dan. 12, 2.13.
Il libro della Sap. parla nettamente della beatitudine che attende i giusti e della «morte definitiva» (2, 23 s.), sorte finale dei peccatori; specialmente nei cc. 3.5. Se Sap. parla di tale beatitudine con tanta insistenza e chiarezza l'è che il Messia è ormai alle porte. Anche Is. e Dan. ne parlano in contesto messianico.
Bisogna aggiungere, inoltre, gli accenni degli antichi libri storici: Gen 5, 24 morte del giusto Enoch; 2Reg. 2, 3 ss. morte di Elia (v.); con l'uso del v. laqah ("prendere" con soggetto Dio), come in Ps. 49, 16, per esprimere l'intervento particolare del Signore nella fine serena del giusto.

Ed, infine, il pieno concetto di "vita", sempre per i giusti, che troviamo specialmente nel libro dei Proverbi (2, 18 s.; 8, 35 s.; 15, 24; 16, 21; Lagrange, p. 347 s.) e nei libri profeti ci : Ez. 3, 18; 9, 4; 18, 9.13 ecc. (cf. Spadafora, Ezechiele, pp. 44.83.148 s.). «Per la via della vita va l'intelligente in alto, schivando così l'Abisso di sotto» (Prov. 15, 24). È la solita massima, che la virtù conduce alla vita, il vizio alla morte; ma espressa in forma da accennare chiaramente a un mondo superiore, a un'altra vita (A. Vaccari). La discesa di Gesù agl'inferi iniziò la nuova era anche per la r. oltretomba, che è l'unica nel Nuovo Testamento, pur senza escludere una relazione, durante questa vita, tra malattia, sventure per il singolo, disastri collettivi (Mt. 24; fine di Gerusalemme) e violazione delle leggi morali: cf. I Cor 11, 30 ss.; e già N. Signore (cf. Mt. 9, 2; Io. 5, 14 ecc.); ma queste pene temporali sono sempre date in ordine alla r. definitiva, la salvezza dell'anima, subito dopo la morte, o la sua condanna eterna (cf. Mc. 13, 37; Mt. 24, 43 s.; Lc. 12, 39 s. ecc.). Nel giudizio particolare, si riceve tale r.: «tutti dovremo comparire dinanzi al tribunale di Cristo per ricevere ciascuno il salario di ciò che avrà fatto» (2Cor 5, 10; Phil. 1, 23; 3, 13; 2Tim. 4, 7 s., ecc.), secondo la carità praticata in vita, nei pensieri (Mt. 7, 1 s.; Lc. 6, 37), nelle parole (Mt. 12, 36 s.) e nelle opere (Lc. 12, 13 s.; 16, 1 s., 19 s.; 21.34; Mt. 25, 31-36 ecc.). Il giudizio è una messe, si raccoglierà ciò che si è seminato (Gal. 6, 7 s.). A tale r., parteciperà il corpo, dopo la risurrezione (v.), alla fine dei tempi.

BIBL. - M. J. LAGRANGE, Le Judaisme avant Jésus-Christ, Parigi 1931, pp. 343-63; P. REINISCH, Teologia del Vecchio Testamento (trad. it.), Torino 1950, pp. 282-89. 30,7-27; J. BONSIRVEN, Teologia del Nuovo Testamento (trad. it.), ivi 1952, pp. 122-31, 287-305. 324-28; F. SPADAFORA, Dan. 12, 2.13 e la risurrezione in Rivista Biblica, 1 (1953) 193- 215.

Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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