Religione popolare


Complesso religioso che abbraccia ogni deviazione e corruzione, in opposizione al monoteismo, e alle prescrizioni mosaiche. Se la r. legittima può sintetizzarsi nel monoteismo e nei precetti morali (v. Alleanza, Decalogo), quella popolare, al suo culmine può sintetizzarsi nell'idolatria, con tutte le flessioni che la preparano e l'accompagnano, con tutte le pratiche che ne derivano. Il Kortleitner (p. 17) enumera: la divinazione, la magia, il culto di divinità straniere, il culto a Iahweh simboleggiato nel vitello d'oro, le pratiche immorali (prostituzione sacra, ecc.) che avevano luogo sulle alture (v.) o bamoth, i sacrifici umani, la superstiziosa fiducia riposta sul semplice culto esterno e sul Tempio. Tutte pratiche condannate dalla Legge (cf. Lev, 20, 6.27; Deut. 11), 10 ss.; ecc.), f1essioni religiose biasimate energicamente dai profeti (Os. 2, 3; Ier. 2; 7 e passim; Ex. 20, 3, ss.; 23 ecc .. ; I Reg. 12, 28 ss.; 13, 34 ecc.). Nella r. popolare Iahweh, è vero, rimane il Dio d'Israele, il Dio nazionale; ma non è più il Dio supremo, unico del puro iahwismo di Mosè, di David, dei profeti; la sua statura è diminuita; vien messo alla pari con gli altri Baal.

«E nel tempo in cui si trovava alle strette, questo medesimo re Achaz continuò più che mai a commettere delle infedeltà contro Iahweh. Offrì dei sacrifici agli dèi di Damasco che l'avevano sconfitto, e disse: "Giacché gli dèi dei re di Siria dànno aiuto a questi, io offrirò loro dei sacrifici e aiuteranno anche me". Ma furono invece la rovina di lui e di tutto Israele» (2Par. 28, 22-25).
Questi sentimenti di Achaz caratterizzano l'essenza della r. popolare. Non è più ritenuta sufficiente la protezione di Iahweh; i popoli idolatri ottenevano vittorie e prosperità offrendo ricchi sacrifici (era questa la mentalità semita); il rapporto è costante: al culto dovizioso devono rispondere benedizioni da parte del Dio (cf. le stesse idee nella stele di Mesa). Nessun pensiero pertanto delle leggi morali.
Gerusalemme, dove c'era il Tempio di Iahweh, non poteva cadere in mano ai nemici, nonostante le minacce, dei profeti; perché ne era compromessa l'esistenza dello stesso Iahweh, data la connessione essenziale posta tra culto, e r. (v., Ezechiele, Amos). La r. popolare nel periodo dei Giudici mette le sue radici e continua successivamente il suo s,viluppo; raggiunge all'VIII sec. a.C. il suo pieno rigoglio, prima nel regno d'Israele (v.) e poi in quello di Giuda. Era la violazione dell'alleanza (v.), essa portò alla distruzione dei due regni; tale castigo e il conseguente esilio, con l'opera imponente dei profeti, sradicò finalmente questi errori dall'animo dei superstiti; e non si ha traccia d'idolatria nel nuovo Israele risorto a Gerusalemme, dopo il ritorno e la restaurazione del Tempio. Il periodo aureo del iahwismo è quello trascorso dagli Ebrei nel deserto (con centro di riferimento a Cades) sotto la guida di Mosè (Os. 2; Ier. 2; Ez. 16 ecc.). La cultura cananea, superiore e raffinata, esercitò sudi loro grande attrattiva, appena incominciarono a stabilirsi in Canaan.
Col territorio e col modo di sfruttarlo, l'invasore incominciò a venerare Iahweh alla maniera, più ricca e attraente, dei Cananei.

Gli Ebrei s'impossessarono dei luoghi di culto; imitarono riti e feste locali. Era inevitabile il pericolo che con la forma, qua e là, si prendessero le idee, il contenuto. La contaminazione avvenne lentamente, la deviazione quasi insensibilmente. Ad es. le alture (v.) sacre, prese così come stavano, furono adibite per il culto a Iahweh (cf. I Sam. 9, 22; 10, 5; 22, 6; cf. I Reg. 3, 4); la flessione verso il sincretismo, pratiche idolatriche, ecc., incominciò a svilupparsi quando tra Ebrei e Cananei non più in lotta, si stabilirono rapporti di amicizia, che dal commercio, dai mutui interessi, si estesero ai costumi, alla religione. Ciò avvenne principalmente dopo Salomone, effetto della funesta scissione delle tribù del nord, che persero in breve ogni contatto con il Tempio di Gerusalemme. Da questo momento le alture sacre divennero veri focolari del culto sincretistico, della r. popolare, con tutte le aberrazioni cultuali cananee.

La trasformazione del puro iahwismo in r. popolare, quando avveniva, non avveniva dappertutto e in modo eguale. Talvolta rapida, talvolta lenta; ora passeggera e presto scongiurata, ora profonda e ben presto definitiva, essa impiegò parecchi secoli per contaminare tutto il paese d'Israele. Quando il periodo dei Giudici volge al termine (dopo la metà del sec. XI) essa è più che abbozzata; ma soltanto al sec. VIII nel regno d'Israele sembra abbia raggiunto la sua detestabile perfezione.
Salomone contribuì al suo sviluppo con l'erezione di santuari, in Gerusalemme, per il culto delle sue mogli straniere (I Reg. 11); ma principalmente Ieroboam all'atto della scissione delle 10 tribù settentrionali da Giuda, con l'erezione dei due vitelli a Bethel e a Dan, e con tutte le altre misure prese per allontanare i suoi sudditi dal Tempio di Gerusalemme (I Reg. 12-131. Segue quindi la nefasta influenza della fenicia Iezabele nel regno del nord (I Reg. 16, 29.33; 18, 4.18 s.; 19, 2.14); di sua figlia Atalia nel regno di Giuda (2Reg. 11, 1-4) e degli empi Achaz (736-721), Manasse, Ammon (2Reg. 16, 10-20; 21). Nella lotta per la purezza del iahwismo, contro la r. popolare, emersero nel nord, Elia, Amos e Osea; in Giuda specialmente Isaia, Michea, Geremia; tra gli esuli del 597 Ezechiele (v. le singole voci).

BIBL. - F. X. KORTLEITNER, De religione populari Israelitarum. Innsbruck 1927; L. DESNOYERS. Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, pp. 268-94. 318 ss. 345; F. SPADAFORA, Collettivismo e Individualismo nel Vecchio Testamento, Rovigo 1953, pp. 105 s. 231-39. 244-49.

Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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