Procuratori romani


Deposto Archelao (6 d. O.; V. Erode; famiglia), il territorio da lui retto (Idumea, Giudea, Samaria) passò alle dirette dipendenze di Roma. Nel 27 a. C. Augusto aveva diviso le province dell'impero, in province la cui sovrintendenza spettava al Senato (senatoriali: quelle dell'interno, tranquille e sicure, debolmente presidiate) e il cui governatore, un pro console, non aveva a sua disposizione delle legioni (di cittadini romani), ma solo delle truppe ausiliarie; e in province riservate all'imperatore (imperiali: quelle di frontiera e meno sicure, fortemente presidiate), il cui governatore, legato d'Augusto pro pretore, aveva ai suoi ordini una o parecchie legioni.
In casi particolari l'imperatore si riservava di amministrare qualche regione non come pro console, ma come principe; vi nominava un prefetto ***: titolo che divenne ufficiale e si perpetuò per l'Egitto) o un procuratore (***: nome che prevalse per tutti gli altri casi) dell'ordine dei cavalieri. Il termine *** ( = prueses) nel Nuovo Testamento è un'indicazione vaga, come quella di governatore.
Così non parve opportuno annettere la Giudea alla Siria, provincia imperiale. Tra i due paesi c'era la Galilea (tetrarchia di Antipa) ed era ben nota a Roma la situazione delicatissima creata dalla religione e dai costumi giudaici, unici nell'impero per la loro ripugnanza ad ogni compromesso; e riconosciuti già da Cesare e dallo stesso Augusto nella concessione di molti privilegi. Tra l'altro, l'esenzione dal servizio militare, dal culto dell'imperatore; la proibizione ai militari di entrare nella Palestina con le insegne spiegate. Nelle piccole province, in linea di principio, il procuratore deteneva il potere sovrano e dipendeva soltanto dall'imperatore, Non avendo però al suo ordine delle legioni, era necessariamente obbligato a ricorrere in casi difficili al pro console più vicino; nel nostro caso a quello di Siria. Questi, poteva intervenire quando lo riteneva opportuno, prendendo tutto nelle sue mani; non aveva però il diritto di deporre il procuratore, salvo autorizzazione speciale del principe.

Si può dire pertanto che la Giudea era, in qualche modo, legata, connessa con la Siria. Il procuratore, rivestito dell'imperium, aveva il potere legislativo e giudiziario, fino a infliggere la pena di morte (Giuseppe, Bell. II, c. 8, l), e aveva il comando delle forze armate, Esse erano costituite da 5 coorti di fanteria e un’ala di cavalleria, di truppe ausiliarie, reclutate tra i Samaritani e gli abitanti di Cesarea, data l'esenzione dei Giudei dalla reclutazione militare (Giuseppe, Antiq. XIV, 10, l). La coorte (***), come l'ala, era di 500 uomini ca., comandati da un tribuno o chiliarco. Una coorte stava di stanza all'Antonia, per l'ordine pubblico nel Tempio e in Gerusalemme; nel Nuovo Testamento è ricordata in occasione dell'arresto di N. Signore e di s. Paolo (Io. 18, 12; Mc 15, 44 s.; Mt. 27, 2; - e At. 21, 31). Il procuratore risiedeva a Cesarea, città largamente pagana, spostandosi a Gerusalemme (nella reggia di Erode, e nell'Antonia) per le grandi feste, a garanzia dell'ordine pubblico. Tra i soldati, gli speculutores eseguivano le sentenze di morte pronunziate dal procuratore; ad essi spettavano di diritto gli abiti ed altri effetti personali del condannato (Mt. 27, 27.35; Io. 19, 23 s.). Il procuratore doveva rispettare i privilegi concessi ai Giudei dagl'imperatori; e gli altri diritti riconosciuti. In particolare non urtare la suscettibilità dei Giudei in materia religiosa. Così per le cause ordinarie funzionavano i vari tribunali giudaici, e prima di tutto il Sinedrio (v.), che poteva condannare alle verghe, ma non condannare a morte e fare eseguire le sentenza. Il jus gladii - questo diritto era riservato al procuratore (Io. 18, 31). Il Sinedrio poteva soltanto presentare il suo parere al procuratore chiedendo la sentenza capitale per un colpevole. Il sommo sacerdote Anano nel 62 d. C. approfittando che il nuovo procuratore (Albino) ancora non arrivava, radunò il Sinedrio per condannare a morte s. Giacomo di Gerusalemme. Il giudizio fu ritenuto illegale e Anano fu deposto. Il procuratore, secondo lo stesso nome, curava la riscossione delle imposte che andavano - per le province imperiali - nella cassa dell'imperatore. Ogni abitante pagava l'imposta personale o diretta; quindi le altre imposte indirette, ad es. i diritti di dogana. La riscossione di queste ultime era concessa per una somma stabilita a dei pubblicani. I posti di dogana erano collocati ai confini degli stati; ad es. tra la tetrarchia di Antipa e la Giudea (Lc. 13, 12 s.; 19, 1-10). Ai Giudei competeva il diritto di esigere l'imposta sacra del didracma per il Tempio (Mt. 17, 24); come, per privilegio eccezionale, avevano il diritto di uccidere il gentile che avesse oltrepassato la barriera sacra, penetrando nell'atrio interno del Tempio (Giuseppe, Bell. VI, 2, 4; Clermont-Ganneau ha ritrovato una delle tavolette di marmo con l'avviso suddetto). Ciononostante il malinteso tra governati e governanti era perpetuo, perché i Giudei, guidati dai Farisei, tenevano assai a dei punti dei quali i magistrati non comprendevano affatto l'importanza. Era dunque impossibile ai Giudei entrare in quel movimento di simpatia crescente, di mutue relazioni piacevoli e di riconoscenza che legò gli altri popoli nell'amore di Roma.
I p. eletti da Augusto. Coponio (6.9 d. C.), con P. Sulpicio Quirino, legato di Siria (6-11 d. C.), operò il censimento della Giudea (v. Quirino), distinto dall'altro quando nacque Gesù. In esso, Giuda Galileo spinse alla resistenza e alla rivolta contro Roma; ma fu ucciso e i suoi seguaci dispersi (Giuseppe XVII, 10, 5; XVIII, 1, 1-6; cf. At. 5, 37); questi furono gli zeloti, che tanta parte ebbero in seguito nell'insurrezione del 66. Seguono: Marco Ambivio (9-12) e Annio Rufo (12.15).
L'imperatore Tiberio volle lasciarli in carica più a lungo, per far respirare le povere popolazioni munte avidamente da ogni nuovo funzionario. Egli nominò: Valerio Grato (12- 15 ca. d. C.). Questi depose il sommo sacerdote Anna e i suoi tre successori a breve intervallo (ca. un anno) tra loro. Il quarto da lui eletto fu Giuseppe detto Caifa (Lc. 3, 2; Io. 18, 13 ecc.).

Ponzio Pilato (26-36; v.). Vitellio, per incarico di Tiberio (+16 marzo 37 d. C.), sospeso Pilato e mandatolo a Roma dall'imperatore, nominò procuratore Marcello (36-37), confermato da Caligola. Marcello ebbe a successore Marullo (37-41) - se non si tratta di un unico solo procuratore. Dopo la parentesi del re Agrippa I (41-44; v. Erode, famiglia) che sotto di sé riunì l'intera Palestina, come sotto Erode il Grande, l'imperatore Claudio (+13 ott. 54 d. C.) nominò procuratore della Giudea (nel senso romano di Palestina), Cuspio Fado (44.46). Degno funzionario; giusto ed energico. Represse il brigantaggio, diffuso specialmente in Idumea. Claudio aveva stabilito che il parato solenne del sommo sacerdote, da Vitellio affidato al Tempio, si custodisse di nuovo nell'Antonia. Fado permise che una deputazione giudea si recasse a Roma ad ottenere la revoca dell'ordine. Infine disperse un tentativo d'ispirazione messianica capeggiato da un certo Teuda, che aveva promesso a molti seguaci di farli passare attraverso il Giordano, dopo averne diviso miracolosamente le acque; la cavalleria parte uccise, parte imprigionò i seguaci dello pseudomessia, cui fu tagliata la testa (Giuseppe, Ant. XX, 5, l).
Gamaliele, in occasione della seconda incarcerazione di Pietro e di altri Apostoli, alcuni mesi (31 d. C. ca.) dopo la morte del Redentore, parla di una sedizione fomentata da Teuda; ucciso il quale, gli aderenti «si disgregarono e rientrarono nel nulla» (At. 5, 36). È evidente che si tratta di due sedizioni distinte e distanti nel tempo, i cui capi hanno in comune soltanto il nome; nome, abbastanza diffuso in Palestina (J. Renié Aetes, La Ste Bible [ed. Pirot, II], Parigi 1949, p. 97 ss.).
Tiberio Alessandro (46-48) di famiglia giudaica e nipote di Filone, ma apostata dalla religione dei padri. Sotto di lui ci fu la grande carestia predetta dal profeta Agabo, e per la quale la comunità cristiana di Antiochia soccorse quella di Gerusalemme. Fece crocifiggere Giacomo e Simone figli di Giuda il Galileo, giustiziato da Coponio. Sotto Vendidio Cumano (48-52) ci furono varie sommosse e una guerra civile tra Samaritani e Giudei. Ummidio Quadrato, legato di Siria, mandò il procuratore e le due parti a Roma; dove, per l'intervento di Agrippa II (v. Erode, famiglia) presso Agrippina, moglie di Claudio, i legati Samaritani furono giustiziati, Cumano esiliato (Tacito, An. 12, 54), il tribuna Celere, favorevole ai Samaritani, rimandato in Palestina e ucciso.
L'ultimo procuratore nominato da Claudio fu A. Felice (52-60). Liberto di Antonia, la madre dell'imperatore, conservò negli onori, dai quali l'origine servile avrebbe dovuto escluderlo, l'animo di uno schiavo, molto più del suo fratello Pallante, l'onnipotente favorito di Agrippina madre di Nerone (Tacito, Hist. 5, 9; An. 12, 54). Forte della protezione del fratello, si credeva permesso tutto; la sua brutalità fu una delle cause remote della rivolta giudaica. Famoso per le sue concussioni e la venalità e per la licenza dei costumi. Delle tre mogli, una era nipote di Marco Antonio e di Cleopatra; l'altra era la diciannovenne Drusilla, figlia di Erode Agrippa I, sposa di Aziz, re di Emesa Felice s'incontrò con S. Paolo, che, imprigionato a Gerusalemme, nel 57 ca., fu inviato sotto scorta a Cesarea. Il tribuno, nel suo rapporto, ragguagliava il procuratore delle accuse e delle insidie del Sinedrio; mentre si trattava solo di litigi dottrinali, nulla gravava sull'accusato che meritasse la morte o l'incarcerazione. Alla stessa conclusione pervenne Felice, dopo aver sentito i Giudei e la difesa di Paolo. E tuttavia, invece di liberarlo, aggiornò la causa, col pretesto di un supplemento d'informazione. Sperava che s. Paolo avrebbe comprato da lui, a prezzo elevato, la libertà. Inutilmente l'Apostolo parlò a Felice e a Drusilla, della fede di Gesù, della giustizia e del giudizio futuro. Richiamato da Nerone, Felice, per compiacere ai Giudei, lasciò s. Paolo in carcere (At. 23-24).

Il successore, Porcio Festo, fu ottimo funzionario, ma per troppo breve tempo (+62), perché la sua rettitudine e abilità portassero a risultati permanenti. Compì una forte spedizione contro un esaltato che attirava turbe nel deserto col solito miraggio dell'insurrezione messianica. A s. Paolo, che veniva chiesto dal Sinedrio, propose la ripresa del giudizio dinanzi a lui, ma a Gerusalemme, per contentare i Giudei. L'apostolo appellò a Cesare, e il procuratore lo mandò a Roma; prima di redigere il suo rapporto, volle sentire anche il parere di Agrippa II (At. 24-26).
Il governo del venale Albino (62-64) rovinò quanto di bene Festo era riuscito a fare; risultò un vero disastro. Fu sostituito da Gessio Floro, senz'altro il peggiore dei p. romani in Giudea, dal 64 fino allo scoppio della ribellione giudaica (a metà del 66), da lui desiderata e con vari suoi dispetti e barbarie accelerata, per coprire così le ingiustizie, le rapine di ogni genere, da lui commesse Arrivò a concedere immunità ai ladri, a patto che spartissero con lui il bottino (Giuseppe, Bell. II, 14, 2-3).
Dopo la distruzione di Gerusalemme e la espugnazione di Masada, la Giudea divenne provincia imperiale del tutto indipendente; con a capo un legato dell'ordine dei senatori, che aveva a sua disposizione la ricostruita X legione "Fretensis"; sempre con sede a Cesarea.
[F. S.]

BIBL. - M. J. LAGRANGE. Le Judaisme avant Jésus-Christ, 3a ed.. Parigi 1931, pp. 215- 24; G. RICCIOTTI, Storia d'Israele, II, 2a ed., Torino 1935, pp. 431-72; U. HOLZMEISTER, Storia dei tempi del Nuovo Testamento (trad. it., La S. Bibbia), Torino 1950, pp. 60-89. 105·22; F. M. ABEL. Histoire de la Palestine, I, Parigi 1925, pp. 424-90.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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