Preghiera


In senso ristretto, pregare è domandare un bene a Dio. In senso più vasto, pregare è rivolgersi a Dio con fede e con amore, sia con un atto esteriore, un rito per esempio; sia con la parola; sia nel segreto del cuore: e in tal modo rendergli omaggio. La p. è un commercio effettivo dell'uomo con Dio. Il colpevole si trova al cospetto del suo Signore, il figlio in presenza del Padre. Certo la nostra condizione di creature ci obbliga ad impregnare la nostra p. di umiltà e di rispetto; ma il punto di vista che il cristiano deve prima di tutto tener presente nella sua p. è quello della filiazione divina per la grazia di Cristo. «Quando pregate, dite così: Padre nostro che sei nei cieli» (Mt. 6, 9). Nel Vecchio Testamento la p. appare ovunque nei suoi vari molteplici aspetti, di semplice domanda (tefillàh), di supplica (Ier. 3, 21), per cattivarsi la benevolenza divina, di "grido" dell'animo (Ps. 31, 23; 39, 13 ecc.), di gemito, sospiro di un sofferente, di un amitto (Ps. 6, 7; 31, 11; Lam. I, 22 ecc.); di lode: tehillàih (cf. la formola liturgica: hallelùjàh, Ps. 104, 35 e spesso) e di ringraziamento per il nome (= maestà) di Dio: Ps. 113, 1 ecc., per i suoi benefici verso la nazione, e verso l'individuo, per i suoi vari attributi; p. di giubilo (rinnàh): Is. 52, 9; Ps. 98, 4 ecc.; p. cultuale e privata; p. collettiva o della nazione, e privata; in prosa o in versi, cf. la lirica dei Salmi; gli inni e cantici (sir) (Ex. 15, 1.21, il cantico di Maria; Iudc. 5 quello di Debora, ecc.).
P. e lode sono i due termini che abbracciano per intero la grande raccolta dei Salmi, che per l'abbondanza e la varietà offrono modelli di preghiere per ogni occorrenza della vita umana.
La p. pertanto appare come l'espressione di tutta la vita religiosa, delle idee su Dio, sui suoi vari attributi, sui rapporti tra Dio e la nazione, tra Dio e ciascun fedele. Una monografia pertanto sulla p. finisce in una teologia del V. T.
La p. è rivolta soltanto a Dio; è un fatto naturale, legato con l'essere stesso, fluisce dalla nostra natura; la troviamo pertanto dappertutto, tra i popoli primitivi, più pura nel culto dell'Essere Supremo e il vivo sentimento della propria fragilità e impotenza: in tutte le altre religioni.

La prima p., conservata ci dalla Genesi, è l'espressione di fiducia e di umile ringraziamento, di Eva, per la nascita del primo figliuolo, subito dopo il castigo (Gen. 4, 1). I primi rapporti, così familiari, dei nostri progenitori innocenti con Dio, erano una p. perenne.
Israele credeva all'ubiquità e alla onniscienza di Dio che poteva ascoltare le p. dei suoi fedeli, sempre e dovunque: la p. di Eliezer, in Mesopotamia (Gen. 24, 12), di Mosè in Egitto (Ex. 8, 12), di Sansone, tra i Filistei (Iudc. 16, 28). Furono tuttavia prescelti i luoghi sacri per l'apparizione di Iahweh (Bethel, ecc.), e in particolare il Tempio, dimora di Dio (cf. I Reg. 8, 29; Is. 56, 7 ecc.). Dopo l'esilio, la sinagoga è essenzialmente il luogo della p.; e ne pigliò il nome (***). Si sceglieva la camera superiore (Dan. 6, 10; Tob. 3, 10) o comunque lontano da ogni rumore (Iudt. 8, 5; 9, l; cf. Mt. 6, 8).
La p. accompagnò sempre il culto. Dopo 1'esilio, il pio israelita partecipava alla p. rituale fissata al mattino e alle 15 (ora nona), abbinata cioè al sacrificio (olocausto perpetuo) del mattino e del pomeriggio (cf. Giuseppe, Ant. IV, 8.13; Dan. 6, 10.13; cf. At. 3, 1; 10, 3); e fu stabilita la p. ufficiale, lo sema' israel, che consta di Deut. 6, 4-9; 11, 13-21; Num. 15, 37-41.
Né era prescritto alcun modo o cerimonia per la p. Si pregava ordinariamente nell'attitudine dello schiavo dinanzi al Signore (cf. I Sam 1, 9 s. 26; Ier. 18, 20; cf. Lc. 18, 11). Per lo più, in piedi, con le braccia distese, aperte verso il cielo (cf. Ex. 9, 29; 17, 11 ecc.); a voce bassa (cf. I Sam 1, 13) o alta.

Oggetto della p. erano le grandi opere di Dio nella creazione; p. di lode (Ps. 8; 18; 103; 107 ecc.; Iob 26, 5·14; 35; 36-37 ecc.); le opere mirabili compiute in favore del popolo eletto (Ps. 67; 92; 104; 110); la celebrazione dei suoi attributi (Ps. 113; 138 ecc.). Numerosissime le p. di ringraziamento per l'elezione d'Israele, per l'alleanza (v.) con lui (Ps. 99; 135 ecc.); per la liberazione d'Israele dai nemici, dai pericoli (Ps. 9; 17; 20; 47; 117), per la liberazione di Gerusalemme (Ps. 47).
Ringraziamenti personali per ogni sorta di benefici spirituali e corporali (Ps. 64 ecc.), per la liberazione da ogni specie di pericoli (Ps. 114; 115; 123); invocazione e ringraziamento per altri casi particolari (Gen. 32, 10 ss.; Iudt. n, 6 ecc.). La p. è sempre fondata sulla onnipotenza di Dio (Ps. 68, 20; 141, 6; Esth. 13, 9 ss. ecc.), sulla sua fedeltà, sulla sua giustizia (Ps. 30, 2, 6; 142, l; Tob. 3, 2 ecc.), sulla sua bontà e misericordia (Ps. 24, 6 s.; 39, 12; 50, 3 ecc.); e, d'altra parte, sulla coscienza della propria miseria e della completa dipendenza da Dio (Esth. 14, 3; Ps. 70, 6; 108, 21 s. ecc.).

Condizione indispensabile perché la p. sia meritevole e accetta è la pratica della giustizia; Dio non ascolta la p. dell'empio (Ps. 33, 16.18; Prov 1, 28; 15, 8; Is. 1, 15 ecc.). Tutta la storia del V. T. è intessuta di p. Abramo invoca la misericordia divina per Sodoma (Gen. 32, 10-13); Mosè è il mediatore per eccellenza, ottiene il perdono alle infedeltà d'Israele (Ex. 32, 11-14.31 s.; 34, 8 s. e Num. 14, 13-19). Nel libro dei Giudici: le p. di Gedeone (6, 36.40), dei genitori di Sansone (13, 8), di Sansone (15, 18; 16, 28). La sterile Anna, oppressa dall'umiliazione e dalla tristezza, si rifugia solitaria dinanzi al santuario, ed effonde silenziosamente il suo animo, nella p. a Iahweh (1Sam 1, 10 ss.). La p. di David, subito dopo la profezia di Nathan, è tra le più belle del V. T. (2Sam 7, 18-29); prescindendo dai Salmi da lui composti.
A Gibeon, Salomone eleva una p. davvero regale: invoca la sapienza (I Reg. 3, 6-9); un'altra sua p. c'è conservata, per la consacrazione del Tempio (1Reg. 8, 23-53). Spicca, nella storia di Elia, la sua p., sul Carmelo (1Reg. 18, 36 s.); mentre in Par. ci sono conservate le p. dei pii re Asa, Iosafat, e dello stesso Manasse, dopo la conversione (2Par. 14, 10; 20, 6-12; 33, 22 s.); in Esd. (9) e Neh. (9) quelle di Esdra e Neemia. Tra i profeti, notevole è il posto delle p. di Geremia, a favore del popolo (Ier. 10, 23 ss.; 14, 7- 22; cf. 7, 16; 11, 14); per persecuzioni che personalmente subiva (11, 20; 12, 1 ss.: 15, 15- 18) egli si rivolge con immensa fiducia a Iahweh (17, 12.18; 18, 19-23; 20, 7-13). Infine, i libri di Tob., Iudt., Esth., I-II Mach. ci offrono esempi notevoli e continui di p. personali e di intercessione per la salvezza di Israele.

La p. è insistentemente inculcata nel Nuovo Testamento: Gesù ce n'ha dato l'esempio; la sua vita si manifesta una p. continua. Prega al battesimo (Lc. 3, 21), prima della scelta degli Apostoli (Lc. 6, 12); nella Trasfigurazione (Lc. 9, 28; Hebr. 5, 7); prima di risuscitare Lazzaro (Io. 11, 41 s.); per la fede di Pietro (Lc. 22, 32); ecc. Dopo la Cena, eleva la sua p. sacerdotale (Io. 17); nell'orto degli ulivi, rivolge al Padre la sua iterata p. (Mt. 26, 38 ss.) e infine, sulla Croce, prega per i suoi carnefici (Lc. 23, 34).
Egli ha dato ai suoi discepoli la più perfetta delle p., il «Padre nostro» (Mt. 6, 9-13; Lc. 11, 1-4), insistendo sulla piena fiducia che deve animarci nel rivolgerci a Dio, come a nostro Padre, sulla sicurezza dell'accoglimento delle nostre p. (Lc. 11, 5-13; Mt. 6, 5-8; 7, 7-11). Non teorie, ma direttive pratiche, esaurienti, Gesù ha loro ripetutamente donato. Diverse parabole insistono sulla umiltà necessaria nella p.; specialmente Lc. 18, 9-14, la parabola del fariseo e del pubblicano; sulla insistenza nella p.: Lc. 18, 1-8 ecc.; sulla necessità della p., per superare le tentazioni (cf. Mt. 26, 41; Mc. 14, 38; Lc. 22, 46); per perseverare (cf. Lc. 21, 36: «Or vegliate, in ogni tempo pregando, per essere in grado di stare davanti al Figliuolo dell'uomo»).
Nessuna meraviglia, pertanto, se oltre al loro esempio (At. 1, 14, 24; 2, 42.46 s.; 3, 1; 4, 24-31; 6, 4 ecc.), gli Apostoli insistano tanto nell'inculcare l'insegnamento di Gesù sulla p. (cf. 1Ts. 5, 17; Rom. 12, 12; Col. 4, 2 «pregate incessantemente»). Paolo incomincia ogni sua lettera, con ardenti p.: lode, ringraziamento a Dio per il bene spirituale dei fedeli cui scrive; invocazione dal Padre e da Gesù, di ogni grazia e della pace per essi. S. Giacomo inculcherà la fiducia che deve animarci nella p. (Iac. l, 5-8) con immagini vivide; cf. I Io. 5, 14 s.; Phil. 4, 6 s.

Naturalmente, oltre che al Padre celeste, la p. è ora rivolta dai cristiani, a Gesù (At. 7, 59 s., Stefano morente implora il perdono dei suoi lapidatori; Rom. 10, 12 rivolgerci a Gesù «che è ricco per tutti coloro che lo invocano»; cf. 1Cor 1, 2; 2Cor 12, 8; 1Tim. 1, 12). Come l'efficacia della nostra p. sta intera nella nostra unione col Cristo (Io. 14, 13 s.; 15, 7- 16; 16, 23 s. 26 s.); e nella presenza dello Spirito Santo in noi (Rom. 8, 26 s.). La vita del cristiano deve essere una p. continua: p. di ringraziamento e di lode, in ogni azione: «Tutto ciò che fate in parole o in opere, fatelo in nome del Signore Gesù, rendendo grazie a Dio Padre, per lui» Col. 3, 17; Eph. 5, 20. Se tutta la nostra attività avesse per termine cosciente l'unione con Dio (cf. Col. 3, 3), tutta la nostra vita sarebbe una p. continua. L'orazione è il solo bene che resta per tutta l'eternità.
[F. S.]

BIBL. - J. HERRMANN-H. GREEVEN, in ThWNT. II. pp. 782-806; J. BONSIRVEN, Il Vangelo di Paolo, Roma 1951, pp. 309-312; ID. Teologia del N. T., (trad. it., Torino 1950, pp. 257-66.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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