Poesia Ebraica


Contenuto. Anche senza volere attenersi ad una qualunque definizione filosofica della p., è certo che la letteratura biblica contiene numerosi brani di altissima p. Infatti si può asserire che tutto il creato fisico (come era conosciuto allora) e spirituale è stato oggetto della estatica contemplazione del poeta ebreo, che tutto ha ripensato alla luce dell'Essere Supremo, quale gli era noto non solo dalla ragione ma soprattutto dalla rivelazione. La p. e. è quindi essenzialmente religiosa. Le poesie ebraiche sono principalmente contenute nel libro dei Salmi, in moltissimi brani dei profeti, e nei libri sapienziali, detti anche poetici. Impossibile elencare questi canti; essi vanno dalla sublime contemplazione degli attributi di Dio (per es. Ps. 103 [102] le lodi della misericordia divina; Ps. 139 [138] l'onnipresenza e l'onniscienza di Dio) e delle sue opere (per es. Ps. 104 [103] grandioso canto della creazione), alla espressione dei gemiti di chi addolorato per mali fisici o morali o per pentimento dei peccati si rivolge fiducioso a Dio implorando soccorso.
Altre volte sono cantate le gioie e le glorie (per es.: il cantico di Mosè dopo il passaggio del Mar Rosso; il cantico di Debora dopo la vittoria su Sisara) o le calamità di tutto il popolo (cl. le Lamentazioni di Geremia); e ancora la stessa storia del popolo, vigilata dalla Provvidenza divina (per es. il grandioso cantico di Mosè prima di morire, Deut. 32). I nemici della nazione sono sovente oggetto di vibrata poesia nella descrizione del loro attuale spregiudicato stato di trionfo seguito dalla circostanziata predizione della rovina. Nella teologia ebraica tutta la storia del popolo era in funzione della venuta del Messia; orbene i vati-poeti lo descrivono con i colori più incantevoli, lo determinano con i nomi più poetici. L'epoca messianica poi si presta alle descrizioni più smaglianti che costituiscono celebri brani poetici.
Quando la poesia si volge ad ammaestrare, allora corre calma e serena ed usa con speciale gusto il parallelismo tanto atto a fissare altamente nell'animo le verità insegnate. Espressione. Essa è, come del resto in tutte le letterature, più ardita e ricercata. Il vocabolario è più scelto e vario. Fu notato l'interessante fatto che, quando due sinonimi sono in uso in ebraico, quello adoperato in p. può spesso essere ritrovato in qualche dialetto aramaico. Se ne dedusse da alcuni la nota di aramaismo; ma molto giustamente R. Driver osserva che molte di queste parole poterono essere non tipicamente aramaiche ma comuni all'antico semitico, usate dai poeti forse proprio per il gusto di un vocabolario più "ampio e recondito" (G. R. Driver, Hebrew poetic Diction, in Congress Volume 1953 Supplements to Vetus Testamentum I, pp. 6-39).
Morfologia: la tendenza all'arcaismo fa scegliere spesso forme più rare, per es. le preposizioni ‘el, 'al, 'ad si trovano nelle loro forme allungate: 'ela(j), 'ala(j), 'ada(j). Si conserva il così detto jod e waw compaginis, la forma mo invece di m nel pronome suffisso della 3a pl.. m. ecc.
Sintassi: vi è una massima libertà nell'uso dei tempi e delle forme inverse, uso che rispecchia probabilmente uno stadio più antico del valore dèlle forme verbali. Si nota un uso più raro dell'articolo, del pronome relativo ecc.
Forma. È qui che vi sono le più gravi incertezze. Alcuni punti nondimeno sono oggi accettati.

a) La legge del parallelismo: due stichi sono conformati in modo che il concetto del primo è o ripetuto con parole simili nel secondo (parall. sinonimo), o illustrato con l'esposizione del suo contrario (parall. antitetico) Il parallelismo progressivo (= il secondo stico aggiunge qualche cosa: la definizione, la causa, la conseguenza ecc. di ciò che è asserito nel primo) è piuttosto uno pseudo parallelismo.

b) Ne segue che si ha un ritmo del senso in quanto l'enunciato del primo stico, normalmente già concluso in quanto al senso, viene ripreso e ricantato nel secondo quasi come un motivo logico che deve essere fortemente impresso nella mente. È ovvia quindi l'esistenza di una pausa o cesura tra i due stichi, che genera quasi l'attesa del secondo stico.

c) La forma più semplice e primitiva di ogni stico è quella in cui si ha un soggetto e un predicato, dunque due parole significanti, perciò toniche. Passando quindi dal senso al suono, si hanno due parole fortemente accentate ovvero due accenti principali. Da questa semplicissima espressione si sviluppano gli altri ritmi più lunghi. Sembra che nessuno stico abbia più di quattro accenti principali.

d) La metrica ebraica quindi non conosce un ritmo quantitativo (il succedersi delle brevi e lunghe), come vollero Flavio Giuseppe, Eusebio di Cesarea e s. Girolamo, che applicarono alla p. e. gli schemi classici,

e) ma possiede solo un ritmo accentuativo legato non ad un certo numero di sillabe ma ad un determinato numero di accenti tonici. La determinazione di questi accenti tonici è spesso assai difficile, perché si può dare il caso che un gruppo di parole abbia un solo accento tonico principale (come nelle costruzioni genitivali), ovvero che una parola importante e lunga possieda di fatto due accenti tonici.

f) I versi possono essere raggruppati in strofe come appare chiaramente nei testi in cui si trova il ritornello.
[P. Bo.]

BIBL. - A. VACCARI, De libris didacticis, Romae 1929, pp. 5-12; T. PIATTI, I carmi alfabetici della Bibbia chiave della metrica ebraica?, in Biblica, 31 (1950) 281-315, 427-58; H. ROBINSON, Hebrew poetic Form: the English Tradition, in Congress Volume, Copenhagen 1953, pp. 128-49 (Supplements to Vetus Testamentum, I); J. SCHILDENBERGER, Bemerkungen zum Strophenbau der Psalmen, in EstE, 34 (1960) 673-687.


Autore: Padre Pietro Boccaccio
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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