Persiani


I P. (ebr, paras; in Ez. 27, 10; 38, 5 si tratta dei Perorsi o Pharusii, popolazione, nord-africana: F. Spadafora, Ezechiele, 2a ed., Torino 1951, p. 210 s.) insieme ai Medi costituiscono il gruppo iranico, i più orientali degli indoeuropei, che nel 20 millennio a. C. si stabilì sull'altipiano omonimo.
Sono nominati per la prima volta dall'assiro Salmanassar III, in occasione di una sua spedizione (837 a. C.): i Parsua, sui monti del Kurdistan, distinti dagli Amadai (= Medi) stanziati nella pianura. Questi costituirono un regno (705-550) che vinse l'Assiria (614-612) ed esercitò la supremazia sui P.
Nel VI sec., Ciro si rende indipendente e con successive brillanti conquiste fonda l'impero Persiano (558-330), dall'Indo al Mediterraneo, dalle steppe della Siberia all'Egitto; che soccomberà all'impeto di Alessandro Magno (cf. Dan. 8, 3-7.20; 11, 2 ss.). Con tale periodo persiano è connessa la restaurazione del nuovo Israele: ritorno dall'esilio, sistemazione a Gerusalemme e dintorni, costruzione del Tempio e delle mura. I dominatori persiani furono sempre benevoli verso i Giudei; oltre tutto, anche per il posto delicato del loro paese sulla frontiera con l'Egitto, il nemico tradizionale per chi avesse la Siria-Palestina. Ciro (v.) diede il decreto (538) per il ritorno e la ricostruzione del Tempio. Il duro Cambise (529-522) in Egitto devasta templi, uccide sacerdoti, ma favorisce i Giudei d'Elefantina.

Dario I (521-486), nel decreto (520) per riprendere e finire la costruzione del Tempio, interrotta da ca. 16 anni, si assume le spese per i lavori e per l'offerta del sacrificio quotidiano (Esd. 6, 1-12; Agg. 1; in Egitto, nel 517, fa lo stesso per il tempio di Ammon). Artaserse I (Longimano, 464-424) dà a Neemia i poteri per ricostruire le mura di Gerusalemme (Neh. 2, 1-9).
Gl'intrighi adoperati dai Samaritani, Ammoniti, ecc. per impedire la ricostruzione del Tempio e quindi quella delle mura, rispondono a quanto conosciamo da Erodoto (VI-IX) sulla corte persiana. Per Serse I (485-466), l'Assuero della Bibbia, v. Ester. Alcuni critici (W. Bousset . H. Gressmann) han tentato di stabilire un influsso della religione persiana su Israele. Dal miscuglio tra concezioni iraniche e caldaiche che si sarebbe operato al momento della conquista, deriverebbe il giudaismo, il cui centro d'irradiazione sarebbe Babel Dai P. deriverebbero l'idea del giudizio generale della fine del mondo; la risurrezione dei corpi; il dualismo tra Satana e Dio; la nuova concezione escatologica e spirituale del Messia.

In realtà, l'Avesta, raccolta eterogenea degli scritti religiosi persiani, è di formazione molto recente. Dei cinque libri in cui oggi è divisa (jasna "preghiera", con inni e preghiere del cerimoniale ufficiale; vispered, appendice del precedente; vendidad, «legge contro i demoni», l'unico pervenuto ci intero: di contenuto giuridico legale, con prescrizioni cerimoniali, riti di espiazione ecc.; jasht «adorazione, sacrificio», inni in onore di determinate divinità; khorda Avesta «la piccola Avesta», manuale di preghiere per i laici) il primo è il più importante e contiene 17 inni che costituiscono il nocciolo più antico (ca. VI sec. a. C.): le Gatha, di tutta la collezione. Il resto è di molto più recente, fino al IV-V sec. d. C. La dottrina delle Gath11, spesso in netto contrasto con le altre parti dell'Avesta, ha per autore Zaratustra «l'uomo dai vecchi cammelli», in greco Zoroastro; riformatore religioso di grande potenza, che lottò contro l'antica, primitiva religione persiana di natura astrale e contro l'antico culto politeistico, strettamente connessi con fenomeni fisici, ben descritti da Erodoto (I, 132 ss.). Zaratustra ammette una sola divinità: Mazda «il saggio) o Ahura "signore", o Mazda Ahura «il saggio signore); nelle iscrizioni di Dario I a Behistun (sec. VI a. C.) c'è la forma, rimasta poi fissa, di Ahuramazda. Questo dio è creatore, legislatore; giudice e vindice delle azioni umane; infonde nell'uomo doti di benevolenza, rettitudine, docilità. Accanto a lui, appare aka mainjush «lo spirito distruttore», principio eterno e cattivo, detto poi Ahriman, che promuove il male tra gli uomini. Da ciò due eserciti in lotta fino alla fine del mondo, quando il bene trionferà definitivamente sul male, nello scontro decisivo.

Zaratustra combatte energicamente il culto; l'uccisione o il solo maltrattamento del bue è cosa diabolica. Lo stesso culto del fuoco che doveva poi divenire un elemento caratteristico della religione mazdea, viene menzionato una sola volta di sfuggita. Ogni altro rito è considerato pratica perversa ed esplicitamente condannato. Questa di Zaratustra è una dottrina più che una religione; conservata dai magi (= magus, da maga «dono» = la dottrina suddetta, significa «partecipe del dono», cioè seguace della dottrina di Zaratustra), divenne religione ufficiale solo con la dinastia sassanide (sec. III a. C.). Prima, "anche se precedette gli Achemenidi, non ebbe alcun influsso sul popolo, né largo seguito, data la sua natura.

Ciro, Dario I, e Serse I sono politeisti, ad Ahuramazda congiungono altre divinità,; Tistria, Mithra (dio della guerra), le acque, il fuoco, il cui culto era fiorente e se ne hanno le prove nelle scritture dei sepolcri achemenidi. Nelle scritture più antiche non si ha accenno a spiriti maligni; solo in una iscrizione di Serse I ora pubblicata, essi ricorrono e vengono chiamati, come nell'Avesta; daeva.
Pertanto nel parallelismo con le fonti bibliche bisogna limitarsi alle Gatha. Ora l'esame critico dimostra che i quattro punti addotti come prova o non sono caratteristici dell'Iran, come l'idea della fine del mondo e di retribuzione - idea comune al sec. VI a. C. -; o mancano affatto nelle Gatha, come la risurrezione dei corpi e la concezione di un messia; o non 'hanno che una semplice somiglianza esterna divergendo sostanzialmente con i dati biblici: così l'idea di giudizio che nell'Iran è solo qualcosa di meccanico; nel giudaismo non si parla di fine del mondo fisico, ma di trasformazione delle cose in un mondo migliore; non c'è contrasto e lotta di due principi opposti, impossibile con l'idea di un dio unico (come nel dualismo iranico), ma la lotta, sulla terra, contro il regno di Dio, da parte di Satana e suoi satelliti anche umani, i quali tutti sono dominati in modo assoluto dall'unico Dio onnipotente.

D'altronde, l'angelologia, Satana e i demoni sono attestati nel più antico Israele; il messianismo è un fenomeno unico, tipicamente israelitico, già al culmine con i profeti dell'VIII-VII sec. a. C. (v. Messia). Lo stesso nome del demonio Asmodeo, elemento del colore locale nel libro di Tobia (3, 8), può appena avvicinarsi al persiano Aesma-daeva, in quanto non è facile far derivare l'ebr. daj dal p. daeva! Comunque si risolva il problema dell'antichità dello zoroastrismo, le Gatha rappresentano un movimento ristretto, non influente, che anche in se stesso considerato, non ha potuto ispirare al giudaismo alcuno dei temi esaminati. I testi posteriori (fino al Bundahisn, sec. IX d. C.) non possono essere presi in considerazione. I Giudei, a buon diritto orgogliosi del loro monoteismo, dovettero considerare quella persiana una religione di politeisti, adoratori di demoni, superstiziosi; e tenersi lontani da ogni compromesso estraneo, come fecero con i Samaritani appena dopo il ritorno dall'esilio. Unico focolare della religione giudaica fu Gerusalemme e il Tempio (I-II Par.; Esd-Neh.).

Il sistema originale di R. Reitzenstein (che parla di influenza persiana sul Nuovo Testamento) verge sul mistero della Redenzione ad opera del Figlio dell'uomo. Quest'uomo, nella concezione persiana, sarebbe il rinnovatore del mondo, il depositario del messaggio e della forza di Dio, il salvatore, ma nello stesso tempo il salvato, che deve risalire al cielo come primo capo luminoso, ecc. Dall'Iran, attraverso l'Asia Minore e l'Ellenismo, questa concezione avrebbe originato la formulazione del mistero cristiano specialmente da parte di s. Paolo nelle sue lettere.
Il sistema non ha alcun fondamento; è solo una paradossale mistificazione. Esso si basa su testi mandei e manichei, tutti posteriori al cristianesimo! I competenti, inoltre, nulla vi trovano di specificatamente iranico; poggia, infine, sul postulato che il cristianesimo derivi dall'Ellenismo: postulato escluso dalla critica storica e letteraria.

BIBL. - P. DHORME, in RB, 21 (1912) 22-49: M. J. LAGRANGE, Le Judaisme avant Jésus-Christ, 3a ed., Parigi 1931, pp. 388-409: R. DE VAUX, in RB, 44 (1937) 29-57: P. MASSON-DURSEL, La religions de l'Iran (Histoire générale des Religions, M. GORCE-R. MORTIER), Parigi 1945, pp. 31-44, 439-42: G. MESSINA, Le religioni dell'Iran (Le religioni del mondo, N. TURCHI), Roma 1946, pp. 141-68.

Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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