Pasqua


La prima delle tre feste annuali degli Ebrei (Ex. 23, 14 ss.); v. Pentecoste e festa delle Capanne. È la festa nazionale per eccellenza, commemorazione della liberazione dalla schiavitù egiziana. La P., propriamente detta, come appare dalla stessa etimologia "passaggio", è costituita dalla immolazione e consumazione di un agnello; col cui sangue si aspergevano gli stipiti e il frontone di ogni casa. Veniva così commemorato "il passaggio" dell'angelo di Iahweh, nella notte famosa che vide la strage dei primogeniti egiziani, mentre le abitazioni israelitiche, i cui frontoni erano aspersi col sangue di un agnello, venivano risparmiate. La p. fu celebrata per la prima volta la stessa sera in cui l'ultimo flagello piegò definitivamente il faraone; e gli Ebrei in quella stessa notte poterono iniziare sotto la guida di Mosè la marcia verso la penisola sinaitica, verso la libertà e l'indipendenza (Ex. 12, 1-14.21-28.43-49).
Fin dall'inizio, però, fu congiunta a tale celebrazione, la festa degli azzimi "massoth". Nella stessa cena pasquale era proibita ogni forma di pane fermentato.
Mentre l'immolazione dell'agnello doveva avvenire "tra le due sere", cioè tra il tramonto del sole e l'annottare, o tra il declinare del sole e il suo tramonto; la cena aveva luogo nella stessa notte; e aveva inizio, simultaneamente con essa (ché il giorno andava dal tramonto al tramonto), la festa degli azzimi che durava 7 giorni; il 15 e il 21 erano giorni festivi, con la proibizione di ogni lavoro manuale (Ex. 12, 15-20.34; 13, 3-10; 23, 4 s.; 34, 18). Nella notte della liberazione, il popolo ebraico «prese la sua pasta non ancora lievitata con le madie involte nei mantelli, in spalla...»; «e cossero poi la pasta... in schiacciate azzime» (Ex. 12, 34.39). La festa degli azzimi si riferiva dunque direttamente alla stessa liberazione, all'uscita dall'Egitto (Ex. 13, 3.8 s.).
In Ex. 12 con la istituzione delle due feste e la spiegazione del loro significato, sono date anche le particolarità basilari. Cioè alla sera del giorno 14 del 1° mese, inizio dell'anno religioso (abib o "delle spighe", più tardi, con termine babilonese, detto nisan), era stabilita l'immolazione dell'agnello, già prescelto il 10 dello stesso mese (Ex. 12, 3). Nel mese di abib, avvenne infatti l'Esodo (Ex. 13, 4; 23, 15; 34, 18). L'agnello (o capretto: Ex. 12, 5) doveva essere senza difetto; dell'anno; doveva essere arrostito al fuoco; integralmente, e integralmente consumato: testa, piedi, viscere; tutto in una sola volta; uno per ogni casa: e da qui la necessità di raggrupparsi, qualora il numero di una famiglia fosse esiguo. Doveva esser mangiato con azzimi ed erbe amare, indivia o cicoria (Ex. 12, 8): per ricordare le amarezze della schiavitù in Egitto. Non doveva essere spezzato neppure un osso (Ex. 12, 46; cf. Io. 19, 36 l'agnello pasquale tipo di Gesù, nostra vittima pasquale: I Cor 5, 7), se qualcosa rimaneva, doveva subito esser bruciata col fuoco; i commensali dovevano stare in piedi, cinti i lombi, calzari ai piedi e bastone in mano; e mangiare svelti.
Il capo di famiglia doveva spiegare il significato della cena; la cui celebrazione è fissata per sempre (Ex. 12, 11-14). Tutti gli Israeliti devono celebrarla; gli stranieri, dimoranti stabilmente in Israele, lo possono, purché circoncisi; sono esclusi tutti gli altri (Ex. 12, 43- 49). La pena di morte è comminata a chi, durante la festa degli azzimi, mangiasse del fermentato (Ex. 12, 19).
Nel 2° anno dopo l'Esodo, non avendo potuto alcuni, per impurità contratta, celebrare la P. nella data ordinaria, Mosè stabilì una P. supplementare, da celebrarsi con le stesse modalità nella sera del giorno 14 del 2° mese (Num. 9, 1-14, dove sono ricordate le tre principali prescrizioni della P.: obbligo di mangiare l'agnello con pani azzimi e le erbe amare; nulla lasciando dell'agnello per il giorno dopo; di arrostire integralmente l'agnello, senza spezzarne alcun osso). È qui aggiunta la pena, per chi omette la celebrazione della P.: è una specie di scomunica («sarà reciso dal suo popolo» Num. 9, 13). Sotto Ezechia si ha un esempio dell'applicazione di una tale P. supplementare (2Par. 30, 2 s. 15).

In Num;. 28, 16-25 sono prescritti e determinati i sacrifici da offrirsi durante i 7 giorni degli azzimi. Per la sera del 14, c'è soltanto l'immolazione dell'agnello pasquale. Il 15 (1° giorno della settimana degli azzimi) c'è assemblea nel santuario ed è giorno festivo con l'astensione da ogni lavoro manuale; lo stesso è sancito per il 21, ultimo giorno. Per ciascun giorno della settimana, sono prescritti l'offerta in olocausto di due giovani tori, un montone e 7 agnelli d'un anno: e l'immolazione di un capro come sacrificio d'espiazione; con le relative oblazioni di fior di farina, ecc.
Il Lev. 23, 9-14 aggiunge l'offerta del primo manipolo di spighe di orzo (la cui messe in Palestina e al sud avveniva in aprile; mentre quella del grano avveniva alcune settimane dopo). Essa aveva luogo il giorno dopo il sabato ricorrente nella settimana degli azzimi; da tale giorno dovevano computarsi i 49 giorni per la festa della Pentecoste. L'espressione «quando entrerete nel paese, ecc.» (Lev. 13, 10) non permette affermare che tale offerta ebbe inizio con l'entrata degli Ebrei in Palestina; la ritroviamo egualmente in Ex. 13, 5 per la festa degli azzimi, celebrata indubbiamente e annualmente fin dall'esodo (cf. Num. 9, 1-14). La frase suddetta può dirsi stereotipa, e vuole inculcare l'obbligo permanente di tali istituzioni mosaiche, il popolo non dovrà mai trascurarle nel futuro, quando avrà da Dio ricevuto la terra promessa.
Deut. 16, 1-8, infine, determina l'obbligo di celebrare, nell'unico Santuario, le tre grandi feste annuali; obbligo già presente nel codice dell'alleanza (Ex. 23, 14-17; cf. 34, 23 s.) quando prescrive agl'Israeliti di presentarsi tre volte all'anno "davanti a Iahweh". Nel Deut. il nome P. è esteso ano che alla festa degli azzimi; simbolo della liberazione, cioè del "passaggio" dalla schiavitù alla libertà, cf. Deut. 16, 1: P., mentre nei versetti che seguono (2 ss. 6) si parla degli azzimi; e solo nel v. 5 dell'immolazione dell'agnello pasquale che deve aver luogo nell'unico Santuario, e quivi esser consumato. E così in seguito si dirà semplicemente P. e settimana pasquale, per le due feste; cf. Lc. 22, 1 «la festa degli azzimi, chiamata P., era vicina».

Abbiamo in queste molteplici prescrizioni, un esempio dello sviluppo, della precisazione e adattamento alle circostanze ambientali, naturali in ogni legislazione, e presenti in quella mosaica. Questi elementi essenziali, del tempo di Mosè, rimarranno invariati; ma se ne aggiungeranno dei secondari; ad es., dopo l'esilio il canto del grande Hallel: prima della cena i Ps. 113-114 [112-113] e alla fine i Ps. 115-118 [114-117]; cf. Mt. 26, 30; fino alla sistemazione accurata dei dettagli, fatta nel trattato Pesahim del Talmud. La cena pasquale, al tempo di N. Signore, veniva così celebrata: il padre di famiglia, detta la benedizione sul vino, lo gustava e lo passava agli altri, quindi tutti insieme lo bevevano. Poi era distribuito il pane azzimo e ciascuno con le dita inzuppava in un piatto comune d'intingoli, detto haroset (Gesù svela il traditore dandogli un po' di pane intinto nel haroset: Io. 13, 26): cottura di mele, talora con aggiunta di mandorle, cannella e un po' di vino; col colore ricorda i mattoni che gli Ebrei confezionavano nella schiavitù d'Egitto. Si passava una seconda coppa.
Dopo un discorso edificante del padre di famiglia sui benefici di Dio col ricordo della liberazione dall'Egitto, veniva servito l'agnello pasquale e lo si mangiava col pane azzimo e le erbe amare. La cena propriamente detta aveva così termine (cf. Lc 22, 20 «dopo la cena»). Il padre prendeva un po' di pane azzimo, lo spezzava, lo distribuiva (è il pane che Gesù transustanziò nel suo corpo: Lc. 22, 19 s.); ed era servita la terza coppa di vino (la coppa, il cui vino Gesù consacrò nel suo sangue).
La riunione poteva protrarsi fino a tardi; era chiusa con la recita dell'Ralle!. Il divin Redentore alla vigilia della sua morte, celebrò la cena pasquale con i suoi apostoli; cacciato via il traditore (cf. Io. 13, 26-30), egli, con l'istituzione della SS. Eucaristia, sostituì alla P. giudaica, la P. cristiana, che rende presente la vittima immolata sul Calvario, e permette ai fedeli di cibarsene, per partecipare ai frutti del grande Sacrificio (v. Eucaristia). «Cristo, nostra vittima pasquale, è stato immolato» (I Cor 5; 7). Gesù celebrò la Pasqua (vera cena pasquale, cf. in particolare Lc. 22, 11.15) il giovedì a sera; venerdì fu crocifisso. Secondo la legge, la cena pasquale avveniva il 14 nisan a sera, subito dopo l'immolazione dell'agnello (Ex. 12, 6). Ma s. Giovanni precisa che i Sinedriti venerdì mattina non entrarono nel Pretorio «per non contaminarsi» dovendo a sera «mangiare la Pasqua» (18, 28; e cf. 19, 14). Così venerdì era il 14 nisan. Gesù pertanto celebrò la Pasqua il 13 nisan a sera e il 14 fu crocifisso.

Questa anticipazione è spiegata in vari modi. Più comunemente si ritiene che quando il 15 nisan capitava di sabato (come in quell'anno), i Farisei per rispettare il riposo trasferivano al giovedì a sera l'uccisione dell'agnello (in quanto, si ricordi, al tramonto del sole, cominciava il nuovo giorno; quindi venerdì, al tramonto, cominciava il sabato con l'obbligo del riposo); lasciando libertà di celebrare la cena pasquale (mangiare l'agnello) la stessa sera di giovedì (come, con molti altri, fece Gesù) oppure il giorno dopo, venerdì il sera, come invece fecero i Capi (cf. U. Holzmeister, Chronologia vitae Christi, Roma 1933, pp. 215-220).
Recentemente fu proposta una teoria affatto nuova: A. Jaubert, La date de la Cène, calendrier biblique et liturgie chrétienne (Etudes Biblique), Parigi 1957. Cf. Biblica 36 (1955) 403-413; A. Giglioli, in RBib 10 (1962) 156-181 con ricca bibliografia. Gesù avrebbe celebrato l'ultima Cena la sera del martedì della Settimana Santa, passando poi tra i diversi tribunali il mercoledì, il giovedì e la mattina del venerdì, giorno della sua morte.
Presupposto di questa teoria è l'esistenza in Israele di un antico calendario sacerdotale basato sull'anno solare; di esso si ha traccia nell'apocrifo dei Giubilei (sec. II a. C.), che combatte il calendario lunare, in vigore tra i Greci e affermato si in Palestina col passaggio di questa dal dominio dei Faraoni a quello dei Seleucidi. Ora il libro dei Giubilei è citato spesso nei documenti di Qumran, il che lascerebbe dedurre che quella comunità di scismatici seguisse il calendario, solare. In esso l'anno cominciava sempre di mercoledì (feria IV) (cf. RB 59 [952] p. 200; Biblica 36 [1955] p. 403), e siccome l'anno religioso aveva inizio col mese di nisan, risulterebbe che il lodi nisan era sempre mercoledì, per conseguenza un mercoledì era pure il 15, e pertanto l'agnello pasquale avrebbe dovuto essere mangiato la sera del precedente martedì, 14 nisan. A questa usanza si sarebbe attenuto anche Gesù.
A conferma, si citano: la Didascalia (II e III sec. d. C.): «Il tradimento di Giuda ebbe luogo il mercoledì; dopo aver mangiato la Pasqua la sera di martedì...» (c. 21). S. Epifanio (+403), De Fide: PG 42, 825 «Si osserva il digiuno il mercoledì e il venerdì, perché all'inizio del mercoledì il Signore fu catturato e il venerdì crocifisso». E s. Vittorino di Pettau (+304), De fabrica mundi: PL 5, 304 «Gesù C. fu catturato dagli empi il giorno quarto».
Ma gli evangeli, tutti, danno con evidenza l'impressione che tutto il processo, dalla cattura alla morte di Gesù, si compì tra le prime ore di notte del giovedì e il mezzogiorno del venerdì: «era notte» (Io. 13, 10), quando Giuda uscì dal cenacolo, il Sinedrio si aduna di prima mattina (Mt. 27, 1), non appena spuntò il giorno (Lc. 22, 66), era circa l'ora sesta (Lc. 23, 44) quando il Signore fu crocifisso. Fino all'ora nona ecc.
Né in Giuseppe, né in Filone, né in tutta l'immensa letteratura rabbinica è dato scoprire il più lieve accenno d'una celebrazione della Pasqua basata sull'antico calendario solare o sacerdotale, da parte della popolazione o di qualche setta.
Che i solitari di Qumran avessero il libro dei Giubilei, è un fatto; ma non ne segue affatto che celebrassero la Pasqua in base al calendario da esso propugnato.
Si spiega benissimo la fretta del Sinedrio per la condanna di Gesù.
Rimane solo da spiegare quanto affermato dalla Didascalia ma al riguardo cf. P. Benoit, in RB 65 (1958) 590-594.
La ipotesi della signorina Jaubert sembra mancare, pertanto, di qualsiasi fondamento, oltre ad essere in contrasto con il testo medesimo dei quattro evangeli. Cf. A. Fernandez, Vita di Gesù Cristo (trad. it., a cura di F. Frangipane), 2a ed., Roma (Istit. Poligrafico dello Stato) 1961, pp. 447-452.
[F. S.]

BIBL. - L. PIRROT, in DBs, 1, coll. 153-59: F. NOTSCHER, Biblische Altertumskunde, Bonn 1940, pp, 355-58; A, CLAMER. La Ste Bible (ed. L. Pirot), Parigi 1940, pp, 167-71. 287-90, 126 s. 615-9: H. CAZELLES, Etudes sur le Code de l'Alliance, ivi 1946, p. 97 ss.; P. HEINISCH, Teologia del Vecchio Testamento (trad. it.), Torino 1950, p. 253 s.; A. ROMEO, Il Giudaismo (in N. TURCHI, Le religioni nel mondo), Roma 1946, p. 372 s.; B. COUROYER, L'origine égyptienne du mot «Pàque», in RB 62 (1955) 481-496.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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